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La paura va “governata”: ma in che modo? Salvatore Natoli a Ferrara

3 Feb

Il 31 gennaio all’Ariostea di Ferrara la lectio magistralis del filosofo Salvatore Natoli. Una riflessione a margine dell’incontro: se la paura nasce dalla fragilità umana, allora rispondiamo con “passioni” positive: prossimità, mediazione e mitezza

OLYMPUS DIGITAL CAMERAE’ normale avere paura della paura? Su un tema spesso banalizzato mediaticamente ma che richiama l’essenza dell’essere umano, ha riflettuto a Ferrara il filosofo Salvatore Natoli. Lo scorso 31 gennaio nella Biblioteca Ariostea di Ferrara è stato invitato dall’Istituto Gramsci e dall’Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara per aprire il ciclo di undici incontri sul tema “Sfidare le paure”. Il prossimo appuntamento è in programma alle ore 17 del 28 febbraio con Marco Bertozzi che relazionerà sul tema del ciclo, analizzando diversi pensatori, da Hobbes a Canetti. La lectio magistralis di Natoli è stata preceduta dal saluto dell’Assessore Alessandro Balboni (al posto del Sindaco Fabbri, invitato ma non presente), dall’introduzione di Anna Quarzi, alla guida dell’Istituto di Storia Contemporanea cittadino, che ha moderato l’incontro, e dal breve intervento di Fiorenzo Baratelli, Direttore dell’Istituto Gramsci di Ferrara: “la paura non va intesa solo in senso negativo – ha spiegato quest’ultimo -, ma come parte sostanziale della condizione umana, di per sé precaria: non bisogna, quindi, vergognarsi di aver paura, anche perché può essere stimolo per l’azione e per la creatività”. E’ vero, però, che la paura può anche rendere passivi, “può paralizzare”. Di sicuro – ha proseguito -, le paure peggiori sono quelle vissute nella solitudine”. La soluzione ad esse, citando anche Spinoza, può risiedere nel cercare il più possibile di usare la ragione “per comprenderne le cause, affrontandola razionalmente” e in maniera consapevole. “E’ vero – ha esordito Salvatore Natoli -, la paura è qualcosa che la natura ha predisposto per l’autoconservazione, ed è quindi un dispositivo in sé positivo”. Dopo aver brevemente riflettuto su alcune delle forme della paura – il timore, l’ansia -, Natoli si è soffermato sull’angoscia, “causata dal sentimento della nostra precarietà esistenziale, dal fatto che siamo esseri mortali, per natura esposti al nulla”. Per questo la paura “non va sottovalutata” e nemmeno, dall’altra parte, “strumentalizzata” per fini di soggezione. Riguardo a quest’ultimo aspetto, il relatore ha analizzato come il potere, nei secoli, si sia sempre servito della paura per asservire i propri sudditi: il modello hobbesiano, in particolare, è fondato sullo scambio fra la protezione che il potere sovrano concedeva ai propri cittadini (per la propria sicurezza, per la propria sopravvivenza), e l’obbedienza che questi li dovevano. Analizzando il controllo del consenso, anche in epoche più recenti, Natoli ha riflettuto su come il potere “non possa agire solo sulla paura, ma anche sulla speranza, facendo promesse: una volta, però, che le promesse si rivelano illusioni, allora il potere si autogiustifica e parallelamente ritorna a far leva sui timori delle masse”. Questo è “facilitato” anche dal fatto che i governati, vivendo lo spaesamento – non sapendo, cioè, a un certo punto chi “incolpare” delle mancate promesse non realizzate -, tendono sempre ad affidarsi all’“uomo forte”. Analizzando, poi, più nello specifico, la società contemporanea, Natoli ha accennato ai lati positivi della globalizzazione, ad esempio nel progressivo superamento delle differenze tra centro e periferie. Affrontando quindi il delicato tema delle migrazioni (e delle mistificazioni propagandistiche ad esso legate), le paure – più o meno indotte – nate in conseguenza di questa ridefinizione centro-periferia, “vanno affrontate non creando ghetti, ma attraverso l’accostamento e l’ascolto dello straniero”: la conoscenza dell’altro unita alla presenza viva e attiva degli abitanti negli spazi pubblici, con anche la trasformazione delle città sempre più in senso policentrico e a politiche neo-welfariste, sono tutti fattori che, secondo Natoli, aiutano a prevenire o comunque ad affrontare le paure legate alla convivenza col “diverso”: il concetto paradigmatico delle società del futuro, infatti, secondo il filosofo, sarà quello di “ibrido”. In conclusione, dunque, “solo un approccio razionale, scientifico collettivo” può presentarsi come l’antidoto migliore alle paure, e dar vita, unito a una “generosità” sempre più rara, a una politica che torni a essere degna di questo nome.

(Ri)scoprire in politica un’idea diversa di comunità

rete2Gli spostamenti consistenti, improvvisi e sempre più frequenti di consensi elettorali da uno schieramento all’altro, ai quali ormai da diversi anni siamo abituati (anche nelle ultime Regionali), dovrebbero farci essere più cauti nel gioirne o rammaricarcene (a seconda della propria appartenenza politica). Il discorso, infatti, è serio (con tratti di gravità) e chiama in causa le forme e le modalità stesse della creazione di comunità politiche (in senso largo) sempre meno stabili. L’aleatorietà del consenso ricorda l’immagine evangelica della casa costruita “sulla sabbia”. Interrogarsi, quindi, sul cosa possa significare oggi – in una società “liquida”, se non “gassosa” come la nostra – costruire “sulla roccia”, è più che mai necessario. Innanzitutto – senza nessuna nostalgia per organizzazioni partitiche spesso ultraverticistiche e rigide (anche se non sono state solamente questo) – si potrebbe ragionare su quali possano essere nuove forme organizzative non fondate sull’inconsistenza del volto del proprio leader (o presunto tale): volto, nella sua specificità politica, il più delle volte più virtuale che reale.

Dal volto alla “rete di reti” (passando per l’alveare)

Un rinnovato senso della politica non può, dunque, che ripartire da una concezione autentica del volto: un volto di cui fidarsi (quello del “rappresentante politico”, non dell’“uomo forte” come ha spiegato Natoli nel suo intervento a Ferrara, v. articolo sopra); e il volto da ascoltare e da incontrare (quello del “rappresentato”). Il contrario di ciò è l’abbandono fideistico – e, al fondo, “disperato” – al capo, ai suoi umori e ai suoi capricci, al volto di colui che decide, per tacito “assenso”, dell’inizio e della fine di un movimento politico. Un abbandono pericoloso, una deresponsabilizzazione che molto facilemente si tramuta, nelle folle, in rancore generalizzato. Un culto “paganeggiante” del capo che, inoltre, contraddice ogni sana concezione della laicità della politica intesa come riconoscimento dell’altro nella sua differenza e come azione umana, terrena, quindi di per sé non assolutizzabile, se non con il rischio di rivivere tragedie purtroppo note. Le folle sono per loro natura anonime e il loro stare insieme non è mai permanente ma sempre occasionale: sono il contrario, dunque, della prossimità e della continuità come condizioni basilari per un’azione sinodale (un noi che non soffochi il rapporto io-tu) in una società complessa e sradicata com’è l’attuale. Una corretta elaborazione collettiva del pensiero – che non elimini le sfumature, ma le mantenga come possibilità aperte, seppur momentaneamente minoritarie – è la migliore risposta a questa “alleanza” tra il capo e le folle. E’ la riscoperta del discernimento collettivo e del valore della mediazione. In “Lumen Fidei” Papa Francesco, parlando del popolo d’Israele e della Chiesa, fa un ragionamento interessante: “la mediazione – scrive – non [è] un ostacolo, ma un’apertura: nell’incontro con gli altri lo sguardo si apre verso una verità più grande di noi stessi”. Bisognerebbe, dunque, ricostruire “case”, luoghi, anche e soprattutto fisici, accoglienti, d’incontro, di dialogo, di discussione e dunque di proposta, tra simili, come alveari, come reti, più orizzontali che verticali nella loro gestione. L’essere simili è, infatti, un concetto da riscoprire, un giusto equilibrio tra l’unità e la diversità, in quanto al tempo stesso vive della tensione tra il riconoscimento di ciò che è uguale (e che quindi accomuna, rende affini) e ciò che è differente. A un livello superiore, la naturale conseguenza dovrebbe essere l’unione tra loro di queste “case”, dando così vita a una “rete di reti”: una forma federativa, pluralista e dinamica, che eviti tanto il settarismo quanto l’inconsistenza identitaria. “Il modello non è la sfera – scrive il Papa in “Evangelii Gaudium” 236 -, che non è superiore alle parti, dove ogni punto è equidistante dal centro e non vi sono differenze tra un punto e l’altro. Il modello è il poliedro, che riflette la confluenza di tutte le parzialità che in esso mantengono la loro originalità”.

Una passione mite e prudente

Naturalmente, un ragionamento di questo tipo è impensabile senza una trasformazione profonda delle relazioni interpersonali. A tal proposito, si potrebbe ripartire dalla riscoperta della prudenza (sorella della necessaria lentezza, com’era nel lentius, profundius, dulcius di Alexander Langer) – intesa come capacità di ascolto e di decantazione dei conflitti tra appartenenti la stessa “casa” o la stessa rete – e dalla mitezza, essenziale per saper mediare senza svilire nessuno dei soggetti interessati e nessun principio basilare. Come scrive Bobbio, “il mite è l’uomo di cui l’altro ha bisogno per vincere il male dentro di sé”. Prudenza e mitezza non sono per nulla sinonimi di tiepidezza, dunque non sono alternative a una rinnovata passione civica, per la vita delle persone e per il futuro delle comunità alle quali ci si dedica; uno slancio, non solo emotivo, ma che tenti il più possibile di toccare la carne degli altri, i loro sentimenti, le domande sui destini personali e collettivi. Una passione mite e prudente, dunque: possibile, anzi necessaria, e già presente. Ma quando c’è, che non va né sbandierata né svilita ma semplicemente lasciata essere e fatta fruttare.

Andrea Musacci

Pubblicati su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 7 febbraio 2020

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“Quando scrivevo a Otto Frank”

4 Feb

“E’ stato per me un maestro e un amico”: in un libro Cetty Muscolino racconta la sua amicizia col padre di Anne Frank e con la sua seconda moglie Fritzi

“Non l’ho mai visto dolente o lacrimoso. Sì, la forza e l’allegria lo dominavano tutto. Otto è stato per me un maestro di vita e quando si è molto giovani è importante avere maestri”. Scrive così Cetty Muscolino, docente ed ex Direttore del Museo Nazionale di Ravenna, nel suo libro “Quando scrivevo a Otto Frank” (Edizioni La Carmelina), nel quale racconta il suo rapporto epistolare d’amicizia col padre di Anne Frank e con Elfriede “Fritzi” Markovits-Geiringer, dal ’53 moglie di Otto e anch’essa reduce da Auschwitz. Lo scorso 28 gennaio il libro è stato presentato in Biblioteca Ariostea a Ferrara e per l’occasione l’autrice ha dialogato con Anna Maria Quarzi (direttrice ISCO, che ha scritto la prefazione), e con Silvia Pesaro (presidente della sezione ferrarese di Adei Wizo – Associazione Donne Ebree d’Italia). A 12 anni, nel ’63, Cetty legge il “Diario” di Anne Frank: “per me fu come una rivelazione”, scrive nel libro, “avevo Anne Frank nel mio cuore”. Nell’aprile dello stesso anno, viene a sapere che il padre Otto poco prima è stato ospite della classe II B della Scuola Rambaldi di Molinella, nel bolognese, al confine con la provincia di Ferrara. Cetty, incredula, contatta subito l’insegnante della scuola convincendola a farle avere l’indirizzo di Otto a Basilea. Dopo anni di intenso scambio epistolario, mentre il primo incontro avviene nel ’74.
“ ‘Considera sempre le tue benedizioni (Count your blessings), vedi il lato positivo’, mi scriveva sempre. Mi ascoltava e dava sempre consigli”, ha spiegato la Muscolino. “Otto era una persona buona, serena, positiva, proprio come la figlia Anne. Era sempre evidente anche il suo pudore a parlare dei drammi riguardanti la sua famiglia. Una volta mi disse – ha proseguito l’autrice -: ’non mi rendevo del tutto conto cosa Anne esattamente stesse esprimendo. Ora posso solo far conoscere al mondo il suo messaggio’ ”. Cetty ha mantenuto i contatti con Fritzi anche dopo la morte di Otto, avvenuta nel 1980.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” dell’8 febbraio 2019

lavocediferrara.it

L’importanza delle Fondazioni nell’eredità di Gramsci

17 Giu
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Antonio Gramsci

«In passato ci siamo avvicinati a passi troppo veloci e non ragionati alla costruzione del Partito Democratico. Alla sua nascita si decise, sbagliando, che il nuovo partito non avrebbe avuto rapporti giuridici col patrimonio immobiliare e culturale del Pci-Pds-Ds. Ciò ha riguardato anche Gramsci». ll senatore del Pd Ugo Sposetti ieri mattina è intervenuto nella sede dell’Istituto di Storia Contemporanea (Isco) di Ferrara per un incontro in occasione dell’80° anniversario della morte di Antonio Gramsci, tra i padri del Partito Comunista Italiano.
La “rottura”che, secondo le sopracitate parole di Sposetti, il Partito Democratico avrebbe attuato con la propria storia, sarebbe stato “mitigato” dalla nascita, in questo primo decennio di vita del Pd, di 62 Fondazioni eredi dell’enorme patrimonio, soprattutto immobiliare, appartenuto al Pci. Nel territorio ferrarese è la Fondazione “L’Approdo”, presieduta da Bracciano Lodi, a svolgere questo compito. «Nessun partito in Italia – ha proseguito Sposetti – ha conservato la propria intera documentazione storica», conservata nella nostra città dall’Archivio Storico PCI Ferrara, coadiuvato dall’Isco locale, e in parte digitalizzato sul sito http://www.storiapciferrarese.it, presentato da Omar Salani Favaro. «Ci vorranno ancora un paio di anni – hanno spiegato sia Lodi sia Anna Quarzi dell’Isco – per mettere in rete sul sito tutto l’archivio del Pci ferrarese».
Un pensiero, quello del comunismo italiano – sono stati concordi gli altri intervenuti, Andrea Baravelli, docente di Storia Contemporanea dell’Università di Ferrara, e Fiorenzo Baratelli dell’Istituto Gramsci – oggi «sterminato culturalmente», e che quindi, a partire da Gramsci, va «ristudiato e diffuso» contro il «chiacchiericcio onnicomprensivo del dibattito politico attuale».

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 17 giugno 2017

Carlo Galli e i nemici della democrazia in Ariostea

27 Nov

Carlo_Galli_daticameraOggi alle 17 avrà luogo l’incontro del ciclo “La democrazia come problema” organizzato da Istituto Gramsci di Ferrara e Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara. L’iniziativa di oggi verterà sul tema “i nemici della democrazia”, con relatore Carlo Galli, deputato di Sinistra Italiana e docente universitario, che verrà presentato da Anna Quarzi, Presidente di ISCO.

Oggi i nemici della democrazia nascono dal suo interno. Sono, oltre al terrorismo, l’individualismo a cui approda il neoliberismo, il trionfo del capitale, la sconfitta del lavoro, l’indebolimento dei partiti, dei sindacati e del parlamento che sfociano in una società indistinta e disgregata guidata da un decisionismo politico; la colonizzazione dell’immaginario a opera dell’ideologia dominante, con perdita dello spirito critico, il populismo e l’astensionismo.

L’ultimo incontro è in programma martedì 1 dicembre con il filosofo Salvatore Veca che parlerà sul tema “I dilemmi della democrazia”.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 27 novembre 2015

Le origini della violenza fascista

20 Nov

Convegno alle 16 al Museo della Resistenza, poi iniziative al Doro

esterno MRRProseguono gli eventi in programma nel mese di novembre per gli anniversari degli eccidi nella nostra città, del 1943 (eccidio Castello Estense) e del 1944 (omicidio Rizzieri, due eccidi della Certosa ed eccidio del Doro).

Oggi alle 16 al Museo del Risorgimento e della Resistenza in c.so Ercole I d’Este, 19 a Ferrara, avrà luogo la conferenza di Davide Mantovani dal titolo “Alle origini della violenza fascista: il XX dicembre 1920”. L’evento, organizzato in collaborazione con Istituto Nazionale del Risorgimento Italiano sezione di Ferrara e ANPI provinciale, sarà introdotto da Antonella Guarnieri, responsabile del Museo.

Inoltre, stasera alle ore 21 al Centro Sociale Doro in p.le Savonuzzi, 8 a Ferrara avrà luogo la conversazione con Fiorenzo Baratelli, Presidente dell’Istituto Gramsci cittadino, sul tema “Fascismo – Antifascismo – Democrazia”, e con l’introduzione di Anna Maria Quarzi, Presidente dell’Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara, che organizza l’incontro insieme al Centro Sociale Doro.

Domenica alle 17.30, invece, nel Salone delle opere parrocchiali di San Giuseppe Lavoratore in via Panetti, 3 a Ferrara (sempre nel quartiere Doro), il Coro PerCaso di S.Giuseppe Lavoratore e gli alunni della Scuola Primaria Doro presentano “Della Libertà, questo è il mio canto”, canzoni di pace e di guerra e letture tratte dal libro “Un tuffo nel passato…piccoli ricordi di guerra” di Edoardo Fabbri.

Infine ricordiamo che la mostra “Geografia di una strage: gli eccidi nazi-fascisti nel Ferrarese 1943-1945”, a cura di Antonella e Davide Guarnieri, inaugurata domenica scorsa, sarà visitabile a ingresso gratuito fino al 10 gennaio 2016 negli orari di apertura.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 20 novembre 2015

Antonioni e Pasolini, Capolicchio torna in città e si racconta

19 Lug
Capolicchio (intervista_1)

Lino Capolicchio durante l’intervista

La voce «flautata» di Pasolini, quella carezza ad Antonioni, la cena con Ennio Flaiano e Natalia Ginzburg. È l’attore Lino Capolicchio a raccontare in esclusiva a la Nuova Ferrara i ricordi di una vita, lui diventato famoso grazie all’interpretazione ne Il giardino dei Finzi-Contini di De Sica. Con sincerità ci spiega il dispiacere per «questa condanna» di essere “etichettato” in un solo ruolo. Rammarico comprensibile per chi ha all’attivo un’ottantina tra interpretazioni teatrali, cinematografiche e televisive, oltre ad alcune regie.

Dopo quarantacinque anni da quel capolavoro che ha segnato la sua carriera, l’abbiamo incontrato in una delle sue sporadiche visite a Ferrara, ospite dell’artista Flavia Franceschini e di Anna Maria Quarzi, Presidente dell’Istituto di Storia Contemporanea.

Le memorie scorrono quasi fossero dotate di vita propria. Cominciano con Valerio Zurlini e la comune passione per la pittura: «quando ci vedevamo non parlavamo mai di cinema ma di pittura, e questo gli piaceva». Meno condivisa era la passione per Dante Gabriel Rossetti, tanto che «Zurlini una volta – racconta divertito – si inalberò, mi prese per il colletto chiedendomi come potessi amare un’arte così kitsch!»

Capolicchio (intervista)

Capolicchio durante il racconto di uno dei suoi aneddoti

Uno degli aneddoti più toccanti riguarda Michelangelo Antonioni. Siamo nel 2007, circa tre mesi prima della sua morte. «Lo vado a trovare – ci spiega emozionato – e, prima di congedarmi, spontaneamente lo accarezzo sul viso, come per un ultimo saluto». Un’altra visita indimenticabile è quella che nel ‘68 fa a Pier Paolo Pasolini, che lo invita nella sua casa a Roma. Di quel giorno ricorda «il suo sguardo febbricitante, l’umiltà e il riserbo antico» della madre e le parole dello scrittore-regista: «mi disse che in quanto artista non dovevo omologarmi, e quindi dovevo tagliarmi i capelli, e che la bellezza del mio volto rappresentava la decadenza della borghesia novecentesca».

Lino Capolicchio è gracile e melanconico, «metodico, severo e austroungarico», come lui stesso si definisce. Parla degli incontri con Alida Valli, Laura Antonelli, Giorgio Strehler. E del ricordo, non meno importante, a 12 anni, di quella ragazzina che gli dice: “Hai un volto d’attore”. Da lì iniziò tutto: dai complimenti di una bambina e da un tragico giardino estense.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 19 luglio 2015

Oggi in Ariostea incontro sulla democrazia come problema

23 Gen

Palazzo Paradiso AriosteaIl ciclo di incontri “La democrazia come problema”, organizzato dagli Istituti Gramsci e di Storia Contemporanea, viene presentato oggi alle 17 presso la Sala Agnelli della Biblioteca Ariostea, in Via Scienze, 17 a Ferrara. Dopo il saluto del Sindaco Tiziano Tagliani e l’introduzione da parte di Fiorenzo Baratelli (Presidente dell’Istituto Gramsci di Ferrara), vi saranno letture di testi su “Il teatro della democrazia”, a cura di Piero Stefani. Presentazione e coordinamento saranno, invece, affidati ad Anna Quarzi (Presidente ISCO Ferrara).

La democrazia vive oggi una crisi di fiducia. Il ciclo propone un percorso per approfondire i temi che caratterizzano la democrazia come un problema sempre aperto. Tra le questioni che verranno discusse, il dominio della finanza, il rapporto tra democrazia e laicità e il ruolo delle religioni.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 23 gennaio 2015

Una conferenza su Antonio Gramsci

9 Gen

GramsciSarà Antonio Gramsci, politico e filosofo comunista, il protagonista dell’incontro in programma oggi alle 17 nella Biblioteca Ariostea, in via Scienze, 17. La conferenza “La formazione dell’uomo e il principio educativo in Gramsci” , che avrà come relatori Fiorenzo Baratelli e sarà presentata da Anna Quarzi, è organizzata dagli istituti locali da loro diretti, l’Istituto Gramsci e l’Istituto di Storia Contemporanea. L’incontro fa parte del ciclo “Viaggio nella comunità dei saperi. Istruzione e democrazia” e vedrà i saluti al pubblico da parte dell’Assessore alla cultura Massimo Maisto.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 09 gennaio 2015

Orientarsi tra le pagine più importanti della Grande Guerra

9 Nov

Pres. guida Grande GuerraUn ulteriore strumento per permettere agli studenti, e non solo, di “navigare” tra i numerosi documenti del periodo della Grande Guerra conservati al Museo del Risorgimento e della Resistenza. Ieri alle 10.30 nella Sala mostre/aula didattica del Museo – in C.so Ercole I d’Este, 19 – si è svolta la presentazione della “Guida ai documenti della Prima Guerra Mondiale presenti nel Museo del Risorgimento e della Resistenza”, a cura dei docenti del Laboratorio di didattica della Storia dell’Istituto di Storia Contemporanea (ISCO) di Ferrara.

Antonella Guarnieri, Responsabile Comunicazione e Didattica del MRR, ha spiegato come questa e altre guide, “permettono di rendere più accessibili i numerosi documenti dei quali è ricco il Museo, e sono uno strumento fondamentale, ottimale per giovani, turisti e per tutti i cittadini”.

Anna Quarzi dell’ISCO ha invece parlato del Laboratorio di storia dell’Istituto cittadino, attivo da venticinque anni, e formato da dodici donne e tre uomini, tutti docenti o ex docenti.

Ha dunque preso la parola Daniele Ravenna, Direttore Generale del MIBACT, il quale ha parlato della legge 78 del 2001, promulgata dal Parlamento per difendere lo sterminato patrimonio nazionale della Prima Guerra Mondiale. Inoltre, ha proseguito Ravenna, il Ministero ha avviato un censimento dei monumenti della Grande Guerra, per selezionarne un centinaio da recuperare.

Carlo Torlontano, Vice Prefetto di Ferrara e Massimo Maisto, Vice Sindaco e Assessore alla Cultura del Comune di Ferrara, hanno, dunque, portato i saluti delle rispettive Istituzioni.

La guida presentata è stata divisa in quattro percorsi, per rendere più agevole il suo utilizzo: neutralisti e interventisti, scuola, cultura e vita quotidiana.

Di particolare interesse quest’ultimo, il quale comprende, tra l’altro, documenti sul ruolo delle donne, l’accoglienza dei profughi e le norme da rispettare in caso di incursione aerea.

Verranno, inoltre, proposti alcuni fascicoli esplicativi, basati sugli stessi percorsi, che saranno disponibili, insieme alla guida, in rete, presso il Museo e presso l’ISCO.

Infine, fino a oggi presso il Museo è possibile visitabile la mostra “Sui muri di Ferrara. La prima guerra mondiale attraverso i manifesti”, a cura di Dolores Daghìa ed Enrica Licci, inaugurata lo scorso 25 ottobre.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 09 novembre 2014

La sanità durante la Grande Guerra, incontro con Daniele Ravenna

9 Nov

Sarikam“Sanità in tempo di guerra” è il nome dell’incontro che avrà luogo oggi alle ore 17 presso Villa del Seminario, sede dell’Istituto Don Calabria – Città del Ragazzo, in viale Don Calabria, 13 a Ferrara. L’evento, organizzato in  collaborazione con l’Associazione “De humanitate Sanctae Annae” e l’Associazione Culturale di Ricerche Storiche “Pico Cavalieri”, prevede i saluti delle autorità, oltre a quelli di Giuseppe Sarti, Direttore dell’Istituto Don Calabria, Massimo Masotti, Presidente dell’Associazione “De humanitate Sanctae Annae” e Donato Bragatto, Presidente Associazione Culturale di Ricerche Storiche “Pico Cavalieri”. A seguire, Daniele Ravenna, Direttore Generale del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo (MIBACT), presenterà due saggi: “Gaetano Boschi – Sviluppo della psichiatria di Guerra” di Leonardo Raito (Carrocci Editore, 2010) e “Zaino di Sanità”, di Corrado Tumiati (Gaspari Editore, 2009). La conferenza vedrà la presenza di Leonardo Raito, mentre sarà Anna Quarzi, Presidente dell’Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara, a presiedere l’incontro.

La Villa del Seminario nel 1915 venne concessa in uso gratuito alla Sanità Militare dal Cardinale Giulio Boschi, Arcivescovo di Ferrara e trasformata in ospedale militare di riserva per malati nervosi, ospitando, tra gli altri, Giorgio De Chirico e Carlo Carrà. Il libro di Raito parla della figura di Gaetano Boschi, neurologo, docente,  vicedirettore del Manicomio provinciale di Ferrara e fondatore dell’ospedale militare. Il testo di Tumiati (morto a Firenze nel ’67), invece, è una preziosa testimonianza sulla vita di un medico in prima linea durante la Grande Guerra.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara l’08 novembre 2014