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Alex Langer, rivoluzionario gentile

4 Mar

Un “profeta controvoglia” che sapeva riflettere, e vivere, con speranza e realismo, difficili situazioni di convivenza interetnica, come nel suo Sud Tirolo o nei Balcani degli anni ’90. Criticando chi usa le proprie “bandiere contro qualcuno”

langer1Nel leggere i tanti scritti di Alexander Langer, sembra di respirare un’aria pura, così diversa dalle tribune asfittiche di oggi, da una politica fatta di grida, cinismo, rincorsa del consenso “usa e getta”. Langer era proprio il contrario di tutto ciò, nella sua vita ha messo in opera quel principio anticompetitivista del “più lento, più profondo, più dolce”. Il suo dinamismo, la sua irrequietezza non facevano mai venir meno né lo “scandalo” delle sue denunce etiche e sociali, né la sua mitezza. Lui stesso ha scritto: “Posso dire che rifuggendo drasticamente dai salotti e dalle persone che mi cercano in funzione di qualche mio ruolo, vivo come una delle maggiori ricchezze gli incontri, già familiari o nuovi che siano, che la vita mi dona. Vorrei continuare ad apprezzare gli altri ed esserne apprezzato senza secondi fini. Forse anche per questo converrà tenersi lontani da ogni esercizio di potere”.

Un impegno concreto e totale

Nato a Sterzing/Vipiteno nel Alto Adige-Südtirol il 22 febbraio 1946, raccontando della propria adolescenza, scrive: “il primo ideale universale che riesce a convincermi e a coinvolgermi è quello cristiano. […] Leggo, rifletto, prego. ‘Mi impegno’, sentendo questo impegno come cosa molto seria. Cerco di lavorare in senso ecumenico. […]. Magari per sensi di colpa, magari per sensibilità sociale cristiana, magari per istinto di giustizia sento molto interesse ‘per i poveri’ e per questioni sociali”. Dopo la maturità, nel 1963/64, studia a Firenze dove frequenta i nascenti movimenti del dissenso cattolico e incontra Valeria Malcontenti che sposerà nel 1985. Del periodo fiorentino scrive: “Incontro Giorgio La Pira, mio professore; Ernesto Balducci, che ogni settimana tiene una lezione sul Concilio, al cenacolo […]. L’incontro più profondo è con don Milani e la sua Scuola di Barbiana, per la quale insieme a una vecchia ebrea austroboema, Marianna Andre, tradurrò in tedesco Lettera a una professoressa”. Tiene stretti contatti con la realtà sudtirolese, in un periodo di complicazione terroristica del conflitto etnico, e nel 1967 con altri giovani intellettuali fonda il mensile “Die Brucke”. Fa l’insegnante, il servizio militare, poi lavora tra gli immigrati in Germania. Collabora al quotidiano Lotta Continua e in Sudtirolo, nel ’78, viene eletto consigliere regionale della Neue Linke/Nuova Sinistra (verrà poi rieletto nell’83 e nell’88). Rifiuta la schedatura etnica nominativa al censimento dell’81 assieme a migliaia di obiettori. Perde con questo il posto d’insegnante che gli viene restituito anni dopo da una sentenza della Corte di Cassazione. Negli anni ’80 è tra i promotori del movimento politico dei Verdi in Italia e in Europa, coi quali nell’89 viene eletto deputato al Parlamento europeo. Fra le sue mille battaglie, la campagna internazionale “Nord-Sud: biosfera, sopravvivenza dei popoli, debito”, nel ’91 l’impegno come presidente della delegazione del Parlamento europeo per i rapporti con l’Albania, la Bulgaria e la Romania. Decide di interrompere la propria vita il 3 luglio 1995, all’età di 49 anni. Riposa nel piccolo cimitero di Telves/Telfes, nei pressi di Vipiteno, accanto ai suoi genitori.

Razzismo, radici, convivenza

Esattamente 30 anni fa, sul numero del 1° marzo 1989 di “Nigrizia”, Langer scriveva: “E’ una brutta bestia, quella che sta nascendo o rinascendo in giro per l’Europa, in forme aperte o sottili, ma sempre pericolose e qualche volta subdole. Parlo del razzismo”. Più avanti: “Come negare […] che la presenza di tante persone che dai loro paesi fuggono per miseria o per ragioni di persecuzione politica crea degli effettivi imbarazzi e delle vere difficoltà nei paesi ospitanti?”. Per ragioni anche storiche, “siamo poco abituati all’idea che la multiformità etnica e culturale di una società, di una città, di una regione possa essere una ricchezza anziché una condanna e un fardello negativo”. Sottolineava quindi il “ritorno di fiamma dell’idea di nazione e di compattezza etnica: un modo come un altro per sottrarsi al peso della complessità, inseguendo la pretesa semplificazione”. Un facile profeta, dunque, del nostro presente: “sarà inevitabile che gli squilibri indotti [da un sistema iperindustrializzato e consumistico] sull’intero pianeta – sono ancora sue parole – spingeranno milioni e miliardi di persone a cercare la loro fortuna – anzi, la loro sopravvivenza – ‘a casa nostra’, dopo che abbiamo reso invivibile ‘casa loro’. Perché meravigliarsi se in tanti seguono le loro materie prime e le loro ricchezze che navi, aerei e oleodotti dirottano dal loro mondo verso il nostro?”. Ma il suo non era uno sterile e retorico pessimismo (da lui stesso più volte criticato): “Per la prima volta nella storia si può – forse – scegliere consapevolmente di affrontare e risolvere in modo pacifico spostamenti così numerosi di persone, comunità, popoli, anche se alla loro origine sta di solito la violenza”. 25 anni fa sulla rivista “Arcobaleno” esce forse il suo scritto più celebre, “Tentativo di decalogo per la convivenza interetnica”, nel quale emerge come il suo punto di vista fosse sempre quello di una persona immersa nel reale. “La compresenza pluri-etnica sarà la norma più che l’eccezione; l’alternativa è tra esclusivismo etnico e convivenza”, scrive, aggiungendo: “ciò non vuol dire, però, che sia facile o scontata, anzi. La diversità, l’ignoto, l’estraneo complica la vita, può fare paura, può diventare oggetto di diffidenza e di odio”. Detto questo, “l’autodeterminazione dei soggetti e delle comunità non deve partire dalla definizione delle proprie frontiere e dei divieti di accesso, bensì piuttosto dalla definizione in positivo dei propri valori ed obiettivi, e non deve arrivare all’esclusivismo e alla separatezza”. “Occorre sviluppare una complessa arte della convivenza”, ad esempio “offrendo momenti di ‘intimità’ etnica come di incontro e cooperazione inter-etnica”. “Ha la sua legittimità, e talvolta forse anche le sue buone ragioni, l’organizzazione etnica della comunità […]. Ma è evidente – sono ancora sue parole – che se si vuole favorire la convivenza più che l’(auto-)isolamento etnico, si dovranno valorizzare tutte le altre dimensioni della vita personale e comunitaria che non sono in prima linea a carattere etnico […]. Bisogna evitare che la persona trascorra tutta la sua vita e tutti i momenti della sua giornata all’interno di strutture e dimensioni etniche, ed offrire anche altre opportunità che di norma saranno a base inter-etnica”. Per questo, proponeva di “favorire l’esistenza di ‘zone grigie’, a bassa definizione e disciplina etnica e quindi di più libero scambio, di inter-comunicazione, di inter-azione”, dando spazio a “persone, gruppi, istituzioni che si collochino consapevolmente ai confini tra le comunità conviventi e coltivino in tutti i modi la conoscenza, il dialogo, la cooperazione, […dedicandosi alla] esplorazione ed al superamento dei confini: attività che magari in situazioni di tensione e conflitto assomiglierà al contrabbando, ma è decisiva per ammorbidire le rigidità, relativizzare le frontiere, favorire l’inter-azione”. Persone-ponti, queste, “capaci di autocritica verso la propria comunità: veri e propri ‘traditori della compattezza etnica’, che però non si devono mai trasformare in transfughi, se vogliono mantenere le radici e restare credibili”. Da qui la proposta dei “gruppi misti inter-etnici”, “un coraggioso laboratorio pioneristico”, un progetto tanto semplice quanto troppe volte complesso da realizzare, ma fattibile, necessario, sempre più urgente. In Langer, però, si badi bene, forte era l’attaccamento viscerale nei confronti della propria terra d’origine, nonostante il suo approccio cosmopolita: le radici le intendeva come “ciò che ci permette di sentirci a casa, di ciò che ci permette di sentirci parte di generazioni, di storia, di tradizione, di cultura, anche di prospettiva di senso”. Ma purtroppo sul bisogno di radici “si specula con tante forme di integralismo”, e dunque “la comunità locale deve essere la ragionevole alternativa su cui coltivare le radici senza abusi ideologici”, senza “un’ipervalutazione del noi”, evitando di usare “bandiere di identificazione” come “bandiere contro qualcuno”.

Giona dei giorni nostri

Mite e tenace era Langer, dicevamo all’inizio. Sempre al servizio, sempre in prima linea, spronava e attuava alla “semplicità” nel modo di vivere, che non significa “semplificare” un mondo così complesso. “In una società dove tutto è diventato merce, e dove chi ha soldi può comperare e stare meglio, occorre la riabilitazione del ‘gratuito’, di ciò che si può usare ma non comperare”, scriveva. Negli appunti per una relazione del 1991, dedicata a don Tonino Bello, cita Giona, definendolo “profeta controvoglia”, con un’ironia mista a sofferenza: “troppo tracotanti si riaffacciano durezza sociale, logica del più forte, competizione selvaggia. Davvero non si sa dove trovare le risorse spirituali per cimentarsi su un terreno sempre più impervio […]. Quanta distanza dai tanti profeti autoinvestiti! Si capisce che Giona non corra per alcuna nomination, ma anzi cerchi di sottrarsi. Si ha fame di verità, di profeti il cui messaggio sia più importante del latore”. E’ così, oggi più che mai il nostro mondo ha fame di verità e al tempo stesso di profeti che la vivano. Langer era uno di questi.

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A Ferrara un incontro per conoscerlo meglio

Un “saggio e un profeta”, capace di “intrecciare tra loro sapienza e realismo”. Era questo Alexander Langer, ricordato in un incontro pubblico svoltosi nella Libreria Feltrinelli di Ferrara (in via Garibaldi) lo scorso 26 febbraio. L’appuntamento, introdotto da Anna Quarzi dell’ISCO, era il primo del ciclo di presentazioni librarie curate da Daniele Lugli, dal titolo “Raccontare la storia, raccontare storie. Incontri con gli autori. Nonviolenza in azione” (con il patrocinio dell’Istituto di Storia Contemporanea, del Movimento Nonviolento e del Comune di Ferrara), incontro nel quale è stato presentato il volume “Alexander Langer. Una buona politica per riparare il mondo”, a cura di Marzio Marzorati e Massimo “Mao” Valpiana. “Cosa resta nell’oggi delle idee di Langer?”, si è interrogato quest’ultimo, al quale Lugli ha aggiunto: “e noi, quanto siamo attuali rispetto alle sue idee profetiche?”. “Langer – ha spiegato Lugli – non si limitava alla conoscenza delle cose, ma si impegnava per tentare di cambiarle con proposte concrete, guardando in profondità nei processi e sottolineando la complessità e la diversità come ricchezze, su una base di uguaglianza di fondo”. “Di lui, come di don Milani – ha spiegato Valpiana -, si potevi dire: ‘è una persona vera’, con lui il confronto era sempre costruttivo, in lui avvertivi che c’era della verità”. I prossimi incontri del ciclo sono i seguenti: martedì 5 marzo, “Critica della violenza”, di Andrea Caffi, a cura di Alberto Castelli; martedì 12 marzo, “Resistenza nonviolenta a Forlì”, di Raffaele Barbiero; martedì 19 marzo, “Diario di un obiettore. Strapparsi le stellette nel ’68”, di Enzo Bellettato; martedì 26 marzo “Silvano Balboni era un dono. Ferrara 1922-1948: un giovane per la nonviolenza dall’antifascismo alla costruzione della democrazia”, di Daniele Lugli. Il ciclo ha valore legale di corso di aggiornamento e formazione per insegnanti e studenti.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” dell’8 marzo 2019

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“E’ diventata sacramento da donare agli altri”

4 Mar

“Il diario di bordo” di una persona credente: così Guido Boffi ha definito le “Lettere” di Laura Vincenzi, la cui nuova edizione è stata presentata nel Monastero delle Clarisse di Ferrara lo scorso 2 marzo, alla presenza di circa 150 persone

Laura 3Una fede, al tempo stesso “semplice e sbalorditiva”, in quel “Dio che si fa, diventa le nostre gambe, i nostri occhi, la nostra guida”, cercando, in ogni attimo, di comprendere “i Suoi piani”. La vita di Laura Vincenzi continua a interrogare e a diffondere semi di speranza, di bellezza, di santità. Anche per questo, è stata scelta la sua testimonianza come centrale nell’Ottavario di Santa Caterina Vegri di quest’anno. Il pomeriggio di sabato 2 marzo ha visto circa 150 persone (tra cui anche un gruppo dalla parrocchia Santa Croce di Bologna) ritrovarsi nel Monastero ferrarese del Corpus Domini per l’attesa presentazione in città – dopo quella a Tresigallo del 18 gennaio scorso – delle “Lettere di una fidanzata”, da poco riedite da Editrice Ave. Dopo la presentazione di Chiara Ferraresi (Presidente AC), che ha sottolineato in particolare come l’evento sia stato preparato insieme da diverse associazioni diocesane, è stato proiettato un video realizzato da Gioventù Studentesca/Comunione e Liberazione di Ferrara, nel quale tre adolescenti commentano ciò che la lettura delle “Lettere” ha portato nelle loro vite. Rachele (4° Liceo Ariosto) ha sottolineato come nella vita della giovane “ogni cosa era fatta con semplicità e con una fede che sempre la circondava, convinta fino all’ultimo che Qualcuno non l’avrebbe abbandonata”. Laura aveva dunque “accettato la sfida di vivere la propria vita fino in fondo”, ha spiegato Giorgio (4° Liceo Roiti): “in questo tentativo vedo anche un po’ della mia esperienza”. Concetto ripreso da Chiara (5° Liceo Roiti), secondo cui Laura “ha vissuto la fede in ogni ambito, prendendola davvero sul serio”. Il destinatario di quelle stupende missive era Guido Boffi, allora suo fidanzato, e che negli anni ha portato avanti la memoria della ragazza, curando anche l’ultima edizione delle “Lettere”. Intervellato dalle letture di stralci delle “Lettere” a cura di Gian Filippo Scabbia con accompagnamento musicale di Roberto Berveglieri, Boffi ha spiegato come le pagine di Laura continuano a lasciare una “traccia profonda in tante persone, anche atee. Fin dall’inizio, anche prima della malattia, colpisce innanzitutto la sua fiducia incondizionata nell’Eterno, che la porta, nonostante le sempre minori sicurezze, a porre come centrale la relazione autentica con l’altro, e con un Altro”: l’altro/l’Altro è dunque “il luogo dove l’amore si fonde con la fede”. Laura viveva la propria santità quotidianamente, “la propria vita – ha proseguito Boffi – non temeva di perderla ma voleva solamente spenderla per gli altri, realizzarla nell’amore”. Questo libro è una specie di “diario di bordo” di una persona credent, e in esso “Dio non viene mai accusato del male nel mondo, ma è sempre e comunque una Presenza positiva”, che le ha permesso di “mantenere una sbalorditiva serenità e di rafforzare i legami con le altre persone, fino a diventare, lei stessa, sacramento da donare agli altri. I santi quindi – ha concluso – non sono gente da piedistallo ma sono in mezzo a noi, ognuno di noi può esserlo”. Il secondo intervento è stato del Vicario generale mons. Massimo Manservigi, il quale ha esordito riflettendo su due citazioni: un’antica intuizione cristiana – “Quando muore un Santo, è la morte che muore!” – e, dell’apostolo Paolo, “non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2, 20). “In Laura vi è stato questo progressivo svuotamento di sè per essere riempita di Cristo, la sua esistenza dimostra in modo chiaro come la vita terrena abbia qualcosa a che fare con l’eternità, che si costruisce qui e ora”. Un hic et nunc che non richiama nulla di effimero, anzi: “centrale nelle sue lettere – ha proseguito mons. Manservigi – è il cambiare ottica, guardando e compiendo tutto a partire dal progetto di Dio. E in questo, a mio parere, in Laura vi è un approfondimento, non una progressione nel tempo, nel senso che è qualcosa che lei ha sempre avuto, anche prima della malattia”. Laura scopre che nel presente, nell’oggi, non in un futuro indefinito, “c’è la possibilità di approfondire ciò che Dio vuole per lei”, c’è insomma sempre un’urgenza di comprendere quali sono i piani di Dio, e di vivere di conseguenza. Nella parte conclusiva del proprio intervento, il Vicario ha citato la Lettera apostolica “Salvifici doloris” del 1984 nella quale Giovanni Paolo II in particolare scrive: “si può dire che l’uomo diventa in modo speciale la via della Chiesa, quando nella sua vita entra la sofferenza”. “Possiamo dire che Laura è ’via della Chiesa’: nel modo in cui vive la propria fede e la propria malattia, è, infatti, costantemente testimone della comunione dentro la Chiesa, ed è esperienza della Chiesa che vive la sofferenza in una persona”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” dell’8 marzo 2019

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“Tramite Isacco, Dio chiede a ognuno di prendersi cura della fragilità del prossimo”

4 Mar

E se il figlio di Abramo e Sara fosse un disabile mentale? La teoria di don Gianni Marmorini presentata al Corpus Domini di via Campofranco

5Non certo una boutade ma un’ipotesi seria, ampiamente meditata, importante tanto per i possibili risvolti teologici quanto (e soprattutto)per quelli pastorali ed esperenziali. Il pomeriggio di domenica 3 marzo il Monastero delle Clarisse di Ferrara ha ospitato la presentazione del libro di don Gianni Marmorini, “Isacco, il figlio imperfetto” (edito da La Claudiana, importante casa editrice protestante), presente insieme a Lidia Maggi, pastora battista e biblista. Piero Stefani ha introdotto e moderato il dibattito tra i due citando innanzitutto un’intuizione di Rita Levi Montalicini, pensatrice laica, secondo la quale “dove tutto è perfetto, non vi può essere ricerca, possibilità di miglioramento”. Ma di certo non la pensavano così Sara e Abramo, genitori di Isacco, “il figlio atteso tanto”, ha esordito la Maggi, ma che, quando nasce, provoca in loro “un riso sarcastico, e nessun sentimento di gioia o di gratitudine”. L’imperfezione di Isacco risiede nel fatto che potebbe essere “attraversato da una fragilità” particolare, e per questo ha “una personalità poco marcata, oltre a essere nato da genitori troppo anziani e che hanno tra loro un rapporto di stretta parentela”. Senza pensare poi al fatto che Abramo, come le altre persone, “non gli rivolge quasi mai la parola, ignorandolo per tanti anni”. Si può insomma dire che Isacco è “un debole, l’unico che non riesce a trovarsi in modo autonomo la propria moglie, è un personaggio sempre agito dagli altri, mai protagonista. Ciò che è sconvolgente è proprio questo, ha riflettuto ancora la Maggi: che “la promessa di Dio passa attraverso un figlio che non corrisponde al desiderio di chi tanto l’ha voluto”. Da qui l’importanza di sviluppare una “teologia della disabilità”, dove quest’ultima “non è addomesticata o ignorata ma può trovare accoglienza, essere custodita”. Ed è proprio questo il grande merito del volume di don Marmorini. Come lui stesso ha spiegato, “la mia ipotesi è che Isacco avesse una forma di disabilità mentale: decisi di scrivere questo libro quando, nell’esporre questa ipotesi a una coppia con una figlia disabile, si commossero. Dio nella Bibbia non ha mai fede nell’uomo perfetto, esemplare, privo di dubbi (si pensi ad esempio ad Adamo, Caino e allo stesso Abramo)”, ha proseguito, “ma accetta l’imperfezione” degli esseri umani. Il testo biblico non è fatto, come molti credono, “di eroi o di icone, ma di persone che vivono errori e fallimenti”. Nel capitolo 22 di Genesi (dove vi è narrato il sacrificio, o legatura, di Isacco) Dio “non chiede all’uomo (tramite Abramo) di sacrificare il proprio figlio, di usare violenza, di pensare alla fede come a una prova muscolare, ma di imparare ad accettarne l’imperfezione, prendendosene cura, e così con ogni persona, perché nessuno può e potrà mai essere all’altezza delle nostre aspettative”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” dell’8 marzo 2019

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Se Gesù “ci mette in crisi”…

4 Mar

Presentato a Ferrara l’importante lavoro di Nicholas Naliato di traduzione e commento del Vangelo secondo Marco

gesùUna certosina opera di commento del Vangelo secondo Marco, per dare al lettore sempre nuovi motivi di interrogarsi, “obbligandolo” a uscire da sé “per seguire Cristo, incontarlo e comprenderlo, affinché cambi la nostra vita”. Con questo intento Nicholas Naliato – classe 1982 originario di Lendinara, con alle spalli studi teologici ma anche ingegneristici – ha affrontato il secondo dei Vangeli canonici nel volume “Come sigillo sul tuo cuore”, edito dalla casa editrice La Carmelina di Ferrara e presentato lo scorso 25 febbraio nella Sala Agnelli della Biblioteca Ariostea di Ferrara. “Pur tenendo conto degli studi esegetici, della critica testuale – ha spiegato l’autore -, il mio commento non è pensato per specialisti, ma ha un taglio più teologico-spirituale: vuole interrogare il lettore più che dare risposte”. Come scrive nella prefazione don Torfino Pasqualin, suo “maestro” spirituale, questo commento “vuol essere una conversazione serena, una guida affabile e accattivante per un lettore credente, per condurlo ad acquisire una consuetudine abituale e continua con il testo del Vangelo”. “La Sacra Scrittura – ha spiegato Naliato – è una storia interpretata da persone che hanno vissuto una determinata esperienza, e la raccontano dopo l’evento della resurrezione, che è il fulcro delle vicende umane”. L’esperienza del Risorto apre dunque al “fare memoria”. La memoria è ricordare, ed etimologicamente significa “riportare al cuore”. “Il passato – sono ancora parole dell’autore – serve quindi come cifra interpretativa presente e come apertura al futuro, come speranza. La vita del credente è dunque una tensione tra presenza e memoria. Presenza – quella di Gesù – che si dà come assenza fisica, per cui la resurrezione, evento unico nella storia, permette un incontro, un incontro particolare, perché non avviene direttamente, ma attraverso dei testimoni”, gli evangelisti appunto. “È solo l’incontro col Risorto – ha proseguito Naliato – che stravolge la storia e il suo senso, aprendo a un futuro di salvezza, aprendo un tempo di attesa del compimento, che però è un’attesa fattiva, operosa”, piena di speranza. Nello specifico, il Vangelo tradotto e commentato “si pone come racconto dell’amore di Dio per l’uomo, e si basa sulla domanda: ’chi è Gesù?’ ”. “Meditare sul Vangelo secondo Marco significa dunque mettere in gioco la nostra idea di Gesù, idea che tante volte rischia di essere soggettiva e quindi falsata”. Ogni Vangelo non va letto “credendo di sapere già cosa vi è scritto, e quello secondo Marco, in particolare, ci mette in crisi, proprio come il giovane ricco (Mc 10,17-31). Il Gesù di Marco – ha proseguito – ci fa capire che è necessario passare attraverso questa crisi per capire davvero chi è Gesù, per riconoscerlo”, il quale vive, lui stesso, nel corso della sua esistenza terrena, “un processo di maturazione”. “Gesù è dinamico e sfuggente – ha riflettuto Naliato -, e questo ci ’obbliga’ a ’uscire da noi stessi’ per seguirlo, per cercarlo, per capire, per incontarlo, per poi rientrare in noi stessi, ma nuovi, diversi, cambiati”. “L’identità di Gesù – scrive nel volume – non può, strettamente parlando, essere indagata con occhi solamente umani; essa è qualcosa che ci viene rivelata dal cielo”. Il Vangelo secondo Marco, scrive ancora, “è il Vangelo del Padre che ci guida a Gesù, perché solo nel Figlio possiamo accedere al Padre. Marco non vuole descriverci il Padre, ma vuole che la Parola del Padre giunga a noi perché possiamo comprendere che solo nella sequela del Figlio possiamo giungere a Lui”. L’identità di Gesù è dunque mistero, mistero inteso come “realtà che ci supera e superandoci ci contiene”. Per concludere, Naliato scrive ancora: “Gesù non ci chiama solo ad inserirci nel profondo mistero d’Amore di Dio, egli vuole incontrarci affinché questo mistero così insondabile ci possa stare di-fronte. […] Di-fronte a Gesù noi stiamo di-fronte alla totalità immensa del mistero di Dio che ci chiede di ‘ascoltare’ ”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” dell’8 marzo 2019

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