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Settimana ecumenica: fratelli e sorelle in Cristo, “trattiamoci con gentilezza”

27 Gen

“Ci trattarono con gentilezza” (At 28, 2) è il versetto evangelico scelto quest’anno a livello nazionale per la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. Nella nostra Arcidiocesi dopo il primo incontro svoltosi il 18 gennaio nel Monastero del Corpus Domini – con l’intervento del biblista Carmine Di Sante sul tema “Straniero nella Bibbia” -, dal 22 al 25 si sono svolti gli altri quattro appuntamenti di preghiera, con meditazioni di volta in volta delle diverse confessioni. Conclusione il 26 nella chiesa di Santo Stefano con la Domenica della Parola

OLYMPUS DIGITAL CAMERAE’ stata la la Chiesa Battista di via Carlo Mayr – guidata dal pastore Emanuele Casalino – a ospitare il primo dei quattro momenti di preghiera della Settimana di unità dei cristiani nella nostra Diocesi, sul tema “Forza: spezzare il pane per il viaggio”. Padre Oleg Vascautan (alla guida della locale comunità Ortodossa moldava), ha tenuto la meditazione: come emerge dal Vangelo del giorno (la moltiplicazione dei pani e dei pesci), “a Gesù interessa la persona nella sua interezza, corpo, anima e spirito, nulla di noi andrà peso”, e Lui stesso “ci indica l’importanza dell’impegno personale, del sporcarsi le mani” (“Voi stessi date loro da mangiare”): insomma, “ci chiede il dono totale di noi stessi”. In conclusione, “il pane rappresenta l’essenziale, il nutrimento vitale, e perciò ha la precedenza rispetto a ogni ragionamento sulla libertà”.

La chiesa di S. Chiara in corso Giovecca a Ferrara è già di per sè crocevia ecumenico, ospitando liturgie della nostra chiesa e di quella ortodossa rumena. Proprio quest’ultima il 23 gennaio ha curato il secondo incotnro ecumenico della Settimana, col canto dell’Inno Akathistos della tradizione ortodossa. E’ toccato invece al pastore battista Emanuele Casalino proporre la meditazione del giorno: l’immagine del banchetto “snobbato” dai benestanti ma partecipato da “i poveri, gli storpi, i ciechi e gli zoppi” rappresenta “la scelta iniziale di Dio a favore degli umili, degli emarginati, dei disperati e degli stranieri”: Gesù, infatti, è venuto per la salvezza di ognuno, ma “innanzitutto e soprattutto per gli ultimi”. Questo “invito alla conversione” ci interroghi sempre, per evitarci ogni presunto “privilegio” di eletti.

La competizione è alla radice della nostra divisione” tra sorelle e fratelli cristiani: “usciamone con l’umiltà e l’amore”. Partendo dal Vangelo del giorno, le Monache Carmelitane Scalze di Ferrara hanno iniziato la propria meditazione il 24 gennaio nel terzo incontro della Settimana ecumenica. Nella chiesa del monastero di via Borgovado, le consorelle hanno sottolineato l’importanza, sempre alla sequela di Gesù, dell’“abbassamento”, del “farsi piccoli”: così, e solo così, possiamo “accoglierLo nella carne dei fratelli, soprattutto dei più umili”, “affidandoci a Lui, imparando a donare amore”. E solamente in questo modo potremmo, appunto, superare quella “pietra d’inciampo rappresentata dalla divisione fra noi cristiani”.

Una cinquantina i presenti all’ultimo incontro della Settimana ecumenica, svoltosi nel pomeriggio di sabato 25 gennaio nella Basilica di San Francesco a Ferrara. Erano presenti, oltre a mons. Massimo Manservigi (Vicario generale) e Marcello Panzanini (Ufficio ecumenico diocesano), Luciano Sardi (Chiesa Battista), padre Vasile Jora (ortodossi rumeni), padre Igor Onufrienko (ortodossi russi) e padre Oleg Vascautan (ortodossi moldavi). Nella meditazione, mons. Manservigi, commentando il Vangelo del giorno, ha posto l’accento innanzitutto sul camminare “dando attenzione agli altri, in particolare ai malati”, senza “chiudere gli altri come in un sepolcro”, “nella tomba del pregiudizio, ma dando sempre un’altra possibilità”, “prendendoci cura degli altri”. “Il Signore ci chiede di non escludere nessuno”: il suo è “un amore immenso, sconfinato e folle”.

Il 26 gennaio maratona con la Parola di Dio

PinoCosentino (2)Quale modo migliore per concludere la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani che quello di leggere insieme il Vangelo? Il 26 gennaio si è svolta per la prima volta in tutta Italia la Domenica della Parola, indetta per volontà del Santo Padre Francesco. A Ferrara la sera del 26 le varie confessioni cristiane si sono ritrovate nella chiesa di Santo Stefano per la lettura a più voci del Vangelo secondo Matteo. Questi i lettori che si sono alternati: rappresentanti dell’Ufficio famiglia diocesano, alcuni giovani studenti universitari, Gianni Cucinelli (Chiesa Battista), Padre Ioan Batea (Patriarcato Ortodosso di Bucarest), Padre Vasyl Verbitzskyy (Chiesa Greco-Cattolica Ucraina), Anna De Rose (Ass. Comunità Papa Giovanni XXIII), Cristina Ferrari (Azione Cattolica), Rosanna Ansani, Beppe Graldi (Focolarini), coniugi Miglioli, Leonardo Gallotta (Alleanza Cattolica), Francesca Ferretti (AGESCI), un rappresentante MASCI, Nicola Martucci (Azione Cattolica), un rappresentante del Movimento Rinascita Cristiana e Chiara Ferraresi (Azione Cattolica). Infine, ricordiamo che mons. Perego ha celebrato la S. Messa delle ore 18 nella Basilica di S. Francesco: al termine della liturgia, ha consegnato una copia della Bibbia ad alcune persone, in rappresentanza delle espressioni della nostra Diocesi: due coniugi catechisti, una bisnonna di Azione Cattolica, una famiglia originaria del Camerun, un giovane scout, una religiosa, due insegnanti, una coppia di fidanzati e un diacono.

Andrea Musacci

Pubblicati su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 31 gennaio 2020

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Siamo tutti stranieri perché siamo tutti ospiti sulla terra

27 Gen

La Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani è iniziata il 18 gennaio con la riflessione del biblista Carmine Di Sante: “ognuno è bisognoso di essere accolto dall’altro”. Altro che “dischiude sempre un diverso rapporto con la verità”

OLYMPUS DIGITAL CAMERALa fragilità, il suo riconoscimento e il conseguente senso di gratitudine: una triade che, se applicata anche nelle piccole cose del quotidiano, può cambiare il mondo, perché a beneficiarne sarebbero, innanzitutto, il rapporto di ognuno con se stesso e quindi i rapporti interpersonali. E’ stato un pomeriggio fruttuoso quello svoltosi nel Monastero del Corpus Domini di Ferrara lo scorso 18 gennaio. Il primo appuntamento della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani ha visto il biblista Carmine Di Sante intervenire su un tema a lui caro, a cui ha dedicato anche quello che è forse il suo libro più celebre: “Lo straniero nella Bibbia”. Dopo l’introduzione di Marcello Panzanini, alla guida dell’Ufficio per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso – che ha ricordato anche Maria Vingiani, fondatrice del SAE e pioniera dell’ecumenismo, morta il 17 gennaio a 98 anni -, ha preso la parola Di Sante. Nella sua sfaccettata e affascinante riflessione ha preso le mosse principalmente dal Pentateuco, e dal rapporto fra Dio e gli israeliti, “popolo straniero” (perché a lungo ha vissuto fuori dalla propria patria) e “oppresso”. Da qui, l’analisi della cosiddetta “stranieritudine” da intendere in senso ampio come possibilità di ogni rapporto con l’altro, di ogni relazione interpersonale. Nella stessa Bibbia, l’altro da me dev’essere accolto, e questa è un’idea che ricorre molto spesso nelle Scritture (per fare un esempio: «Il forestiero dimorante fra voi lo tratterete come colui che è nato fra voi; tu l’amerai come te stesso perché anche voi siete stati forestieri in terra d’Egitto. Io sono il Signore, vostro Dio» – Lv 19,34). “Straniero che – ha affermato il biblista – ci permette di dischiudere un diverso rapporto con la verità”. Quest’accoglienza, inoltre, di per sé esclude ogni tentazione di inglobare, possedere l’altro. L’alterità di quest’ultimo, perciò, riguarda “la fragilità costitutiva di ogni essere umano”, il suo connaturato “essere nel bisogno”, la condizione del mortale in quanto tale, “di chi vive la solitudine, la tristezza, la fame e la disperazione. Tutto ciò richiede dunque non un mero riconoscimento della sua condizione ma che si vada incontro a lui a piene mani, con affetto e prossimità”. Di Sante ha dunque analizzato la “stranieritudine” anche un livello ulteriore, quello più strettamente teologico: “se la terra è di Dio – sono sue parole -, ogni essere umano può abitarci sia come straniero sia come inquilino, sia come sedentario sia come viandante”: insomma, se la terra appartiene a Dio, “allora ne siamo tutti ospiti”. In un senso ‘passivo’, sentirsi ospitati significa sentirsi “accolti, custoditi” – quindi il riferimento è a un bisogno primario di ognuno, che porta a “un senso di stupore e meraviglia, di gratitudine nei confronti di chi ci ospita”. Questa gratitudine, però, se sincera, non può farci diventare passivi approfittatori dell’altrui ospitalità ma “attivi nel desiderio di restituire, ri-donare quel che abbiamo ricevuto”. E’ questo, secondo Di Sante, il significato della giustizia: “l’ospitalità attiva è dunque, nel senso più profondo, giustizia”, è un’azione attiva e concreta che trasforma i rapporti interpersonali, e “dà significato”, più in generale, “al diritto e alla politica”. Inoltre, se si assume questa concezione di ospitalità, non si può non riflettere anche sulla questione ecologica in modo differente. Diverse le riflessioni e gli interrogativi sollecitati dal pubblico (erano una cinquantina i presenti), che hanno permesso al relatore di declinare il tema dell’incontro, ad esempio, anche in riferimento alle questioni delle radici e della paura nei confronti dello straniero.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 24 gennaio 2020

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Il Dio dell’impossibile e della misericordia: un incontro a Casa Cini

10 Giu

Silvia Zanconato e Piero Stefani hanno riflettuto sul Magnificat e sulla parabola del figliol prodigo

p6040464.jpg“Note di Scrittura. Il canto di una Madre e la festa di un Padre” è il titolo dell’incontro svoltosi la sera del 4 giugno scorso nel salone di Casa Cini a Ferrara. Un appuntamento organizzato dall’Ufficio per la Pastorale Universitaria e per la Cultura, dall’Ufficio Catechistico Diocesano e dall’Ufficio Ecumenismo e Dialogo interreligioso della nostra Diocesi, che ha visto come relatori Silvia Zanconato e Piero Stefani, la prima intervenuta sul tema “Grandi cose, tra memoria e profezia (Lc 1, 46-55)”, dedicato al Magnificat, mentre il secondo su “Riscrivere la parabola: il terzo fratello (Lc 15,11-32)”. Dopo la presentazione da parte di don Paolo Bovina, la Zanconato ha iniziato il suo intervento riflettendo su come “nella Bibbia la parola ‘speranza’ per la prima volta compaia in bocca a Noemi/Mara nel Libro di Rut: chi meglio può capire la speranza se non chi – come lei – non ce l’ha più? E la Bibbia è piena di mancanza, mancanza di figli, di terra, di libertà, di acqua o di cibo, di vita. I suoi personaggi sono spesso fragili, esclusi, scartati, deboli. Tra le categorie dell’impossibile – ha proseguito la Zanconato -, vi è anche quella della sterilità, che è la cifra del non-senso: la speranza, nella Bibbia, risiede in un ventre gravido”. Ma, paradossalmente, la sterilità nel testo biblico può diventare “promessa di futuro, speranza assurda, qualcosa a cui si può solo credere. Così è per Maria e per sua cugina Elisabetta: la prima, grembo acerbo, troppo giovane per diventare madre; la seconda, grembo avvizzito, troppo vecchia per generare”. Con Maria, quindi, si ha “una nuova categoria dell’impossibile: una vergine che partorisce, una nuova impossibilità che con Dio diventa possibile. Maria è beata perché ha creduto alla promessa del Signore, e la abita. Ma ciò che le darà definitiva fiducia – sono ancora parole della relatrice – sarà l’affetto, la benedizione e la fiducia di Elisabetta nei suoi confronti, che le permetteranno di cantare al Signore il Magnificat”. Quest’ultimo è “un canto di liberazione, rivouzionario, che non promette di sostituire un potere all’altro ma ribalta criteri considerati inamovibili. Come lei, altre donne nella Bibbia – Miriam (sorella di Mosè), Deborah, Giuditta – intonano canti ‘rivoluzionari’, sono quindi collaboratrici dell’impossibile, impensabili voci della speranza, vere figlie di Israele che cantano la via di un Dio che compie la sua promessa. Maria, gravida della Parola di Dio, crede in questa promessa, e ora con occhi nuovi, con gli occhi di Dio, può leggere in profondità la storia, può avere speranza”. Sulla cosiddetta parabola del figliol prodigo – chiamata anche del padre misericordioso – si è invece concentrato Stefani. Nel versetto 17 è scritto: “rientrò in se stesso”, cioè il figlio prodigo “non solo ritorna a casa ma prima torna a sè: non è dunque solo un discorso etico, ma un ritorno al padre, un tornare anche all’altro da sè, a un altro che possa avere misericordia di lui. Una volta ritornato, però – ha proseguito Stefani -, non troverà solo misericordia – che presuppone un rapporto a due – ma anche la questione della giustizia, che presuppone sempre un rapporto a tre”, un terzo (un “giudice”): ha cioè a che fare anche col fratello maggiore, che rappresenta gli scribi e i farisei. Fratello maggiore che, a differenza del prodigo, “non uccide la paternità ma la fratellanza (‘questo tuo figlio’ chiama il fratello minore rivolgendosi al padre, v. 30), poi però recuperata dal padre stesso (‘questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita’, v. 32). La parabola si conclude con queste parole. Nel 1907 Andrè Gide ha cercato di immaginare cosa potrebbe accadere successivamente: ne “Il ritorno del figliol prodigo” ipotizza che ci sia “un terzo fratello, molto più giovane rispetto agli altri due, che, come il prodigo, vuole partire, per realizzare ciò che lui non è riuscito a realizzare” e in questo sarà spronato e aiutato dallo stesso fratello.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 14 giugno 2019

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“Tramite Isacco, Dio chiede a ognuno di prendersi cura della fragilità del prossimo”

4 Mar

E se il figlio di Abramo e Sara fosse un disabile mentale? La teoria di don Gianni Marmorini presentata al Corpus Domini di via Campofranco

5Non certo una boutade ma un’ipotesi seria, ampiamente meditata, importante tanto per i possibili risvolti teologici quanto (e soprattutto)per quelli pastorali ed esperenziali. Il pomeriggio di domenica 3 marzo il Monastero delle Clarisse di Ferrara ha ospitato la presentazione del libro di don Gianni Marmorini, “Isacco, il figlio imperfetto” (edito da La Claudiana, importante casa editrice protestante), presente insieme a Lidia Maggi, pastora battista e biblista. Piero Stefani ha introdotto e moderato il dibattito tra i due citando innanzitutto un’intuizione di Rita Levi Montalicini, pensatrice laica, secondo la quale “dove tutto è perfetto, non vi può essere ricerca, possibilità di miglioramento”. Ma di certo non la pensavano così Sara e Abramo, genitori di Isacco, “il figlio atteso tanto”, ha esordito la Maggi, ma che, quando nasce, provoca in loro “un riso sarcastico, e nessun sentimento di gioia o di gratitudine”. L’imperfezione di Isacco risiede nel fatto che potebbe essere “attraversato da una fragilità” particolare, e per questo ha “una personalità poco marcata, oltre a essere nato da genitori troppo anziani e che hanno tra loro un rapporto di stretta parentela”. Senza pensare poi al fatto che Abramo, come le altre persone, “non gli rivolge quasi mai la parola, ignorandolo per tanti anni”. Si può insomma dire che Isacco è “un debole, l’unico che non riesce a trovarsi in modo autonomo la propria moglie, è un personaggio sempre agito dagli altri, mai protagonista. Ciò che è sconvolgente è proprio questo, ha riflettuto ancora la Maggi: che “la promessa di Dio passa attraverso un figlio che non corrisponde al desiderio di chi tanto l’ha voluto”. Da qui l’importanza di sviluppare una “teologia della disabilità”, dove quest’ultima “non è addomesticata o ignorata ma può trovare accoglienza, essere custodita”. Ed è proprio questo il grande merito del volume di don Marmorini. Come lui stesso ha spiegato, “la mia ipotesi è che Isacco avesse una forma di disabilità mentale: decisi di scrivere questo libro quando, nell’esporre questa ipotesi a una coppia con una figlia disabile, si commossero. Dio nella Bibbia non ha mai fede nell’uomo perfetto, esemplare, privo di dubbi (si pensi ad esempio ad Adamo, Caino e allo stesso Abramo)”, ha proseguito, “ma accetta l’imperfezione” degli esseri umani. Il testo biblico non è fatto, come molti credono, “di eroi o di icone, ma di persone che vivono errori e fallimenti”. Nel capitolo 22 di Genesi (dove vi è narrato il sacrificio, o legatura, di Isacco) Dio “non chiede all’uomo (tramite Abramo) di sacrificare il proprio figlio, di usare violenza, di pensare alla fede come a una prova muscolare, ma di imparare ad accettarne l’imperfezione, prendendosene cura, e così con ogni persona, perché nessuno può e potrà mai essere all’altezza delle nostre aspettative”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” dell’8 marzo 2019

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Racconto, nascondimento, preghiera: il libro di Ester

28 Gen

La Giornata del dialogo fra ebrei e cristiani ha visto Casa Cini ospitare un incontro pubblico su uno dei libri dell’Antico Testamento. Un testo paradigmatico della storia del popolo ebraico e del rapporto con Dio

esterPer la XXX Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra Cattolici ed Ebrei è stato scelto come tema il libro di Ester. Per l’occasione il 23 gennaio, a Casa Cini (via Boccacanale di Santo Stefano, 24/26 a Ferrara) don Paolo Bovina ha dialogato con Piero Stefani sul tema “Ester: le sorti ribaltate”, introdotti dal diacono Marcello Panzanini, Direttore dell’Ufficio diocesano ecumenismo e dialogo interreligioso. Assente per impegni imprevisti il rabbino Luciano Caro.
Il Libro di Ester è parte sia della Bibbia ebraica sia di quella cristiana, e scritto originariamente in ebraico, è composto da 10 capitoli, che raccontano la storia della giovane ebrea Ester – orfana, cugina di Mardocheo (Mordechai) e venerata come santa dalla Chiesa Cattolica nella ricorrenza del 1° luglio – che viene scelta come moglie dal re persiano Assuero. Ester salverà il popolo ebraico dai complotti del malvagio Aman, poi considerato l’antisemita per eccellenza.
Una musica ha introdotto l’evento, quella dell’oratorio Ester del compositore Lidarti (1730-1795), attivo presso la Sinagoga portoghese di Amsterdam. Come ha spiegato innanzitutto Piero Stefani, il libro non racconta fatti storici – “non scorre inchiostro ma sangue” – e dà origine alla festività di Purim.
Nella versione ebraica del libro “non compare mai la parola ‘Dio’ (come anche nel Cantico dei Cantici): questo è il primo e più impotante ‘nascondimento’ del libro, è come se Dio fosse nascosto (anche se Dio non può essere nascosto del tutto, altrimenti sarebbe totalmente ignoto)”. Anche i nomi dei due protagonisti, Ester e Mardocheo, secondo Stefani, “hanno dei ’nascondimenti’: sono innanzitutto due nomi non ebraici, che alludono a divinità babilonesi, ed Ester in ebraico indica il nascondersi, quindi è ’la nascosta. Infatti, una volta scelta in moglie dal re Assuero non svela la sua identità, è una cripto-ebrea. Il cugino Mardocheo, invece, rivela il suo ebreo nel rifiuto di prostrarsi davanti al potente Aman”. Ritenuto questo atteggiamento un insulto, Aman decide di eliminare Mardocheo e tutto il suo popolo.
Mardocheo comunica a Ester il decreto di sterminio e la sollecita a intervenire in favore di se stessa e del suo popolo, che risulta come “elemento perturbativo, e quindi l’unico modo per normalizzarlo viene considerato quello di eliminarlo”. Ester, in preda all’angoscia, cerca rifugio presso il Signore, pregandolo a lungo. Digiunerà insieme al cugino (così nasce il Purim, festa che segue a un digiuno), trovando così la forza di rivolgersi al re – il presentarsi a lui senza permesso significava essere condannati a morte – per convincerlo a non mettere in atto l’editto contro gli ebrei. “Riuscirà dunque a salvare il suo popolo – ha proseguito Stefani – attraverso la propria vita, non attraverso la propria morte, come invece avviene per i martiri”.
“Ma Dio dov’è in questo libro, dov’è la sua azione?”, si è chiesto il relatore. “E’ nella trama stessa del libro, che alla fine si svela con una sua coerenza interna”.
Stefani ha dunque concluso il proprio intervento con alcuni interessanti aneddoti a voler dimostrare come, in ultima analisi, la vendetta non faccia comunque parte della tradizione ebraica. Riguardo allla festività di Purim, – nella quale tra l’altro è tradizione consumare dei biscotti tipici chiamati le “orecchie di Aman” -, nel Talmud babilonese il rabbino Rava commenta che un uomo è obbligato a bere tanto da diventare incapace di accorgersi se sta maledicendo Aman o benedicendo Mardocheo. Ciò, ha spiegato Stefani, significa che nella sacralità della festività “scompare l’idea della vendetta. Insomma, meglio raccontare (’scorre più inchiostro che sangue’, ndr) e bere (festeggiare) che agire” (con violenza).
Della versione greca del libro si è invece occupato don Paolo Bovina, Direttore di Casa Cini. “Mentre nel testo ebraico Dio non viene mai nominato – ha spiegato -, in quello greco Dio viene nominato 50 volte, entra in scena per primo ed è Lui che ribalta le sorti. Il testo greco, inoltre, rispetto a quello ebraico ha 107 versetti in più, anche se la trama non cambia, e sei sezioni, aggiunte a cerchi concentrici, rispetto alla parte centrale del libro, il cuore”. Così, le sei aggiunte riguardano due sogni (all’inizio e alla fine), due editti (poco dopo l’inizio e poco prima della fine), e, a ridosso della parte centrale del libro, due preghiere. “Proprio la preghiera, nella versione greca – ha proseguito don Bovina -, è ciò che cambia tutta la vicenda, perché è una preghiera a Dio e non al falso-dio, il re. Il popolo ebraico vive per la propria fedeltà a Dio, sempre sotto la cappa del rischio di essere sterminato per questo. Vi è quindi, sempre, persecuzione, perciò bisognerebbe sempre combattere. Ci si affida invece a Dio, a cui si è fedele, come fa Ester nella sua preghiera, fatta con le parole e con tutto il corpo”, quindi rivolta “con umiltà e povertà di spirito”. La stessa Ester che, successivamente, “non avrà più paura a riconoscersi come parte della ’famiglia’ ebraica, del suo popolo, della sua tradizione”.
In conclusione, don Bovina ha rivolto un pensiero alla Shoah, in prossimità del Giorno della Memoria, ragionando su come “il pregare non significhi ’Dio, agisci al mio posto’, ma ’Dio dammi la luce e la forza’ ”. Così, “Dio ha posto un limite al male, ma prima di raggiungere quel limite, c’è tutta la nostra libertà e tutta la nostra responsabilità, che sono grandi, e che quindi non vanno mai prese alla leggera”.

Andrea Musacci

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Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 1° febbraio 2019

Il Guercino ritrovato, «opera di grande realismo»

5 Dic

Da oggi al 13 dicembre la tela “Caino e Abele” sarà esposta al pubblico. A inizio 2016 il catalogo sulla nuova attribuzione con ulteriori scoperte

'Caino e Abele' - Guercino

“Caino e Abele” attribuito a Guercino

Tanta è la soddisfazione degli amanti dell’arte per l’attribuzione del dipinto “Caino e Abele” al Guercino (Cento, 1591-Bologna, 1666). L’opera, visitabile da oggi fino al 13 dicembre in Castello, è stata presentata ieri alle 18 nella Sala dei Comuni alla presenza di Stefano Zanasi, presidente della Fondazione Zanasi (proprietaria dell’opera dal 2014), Andrea Emiliani, Claudio Strinati, Gianni Venturi e Nicoletta Gandolfi, i cui studi, insieme a quelli di Gloria De Liberali e Micaela Lipparini, hanno permesso l’attribuzione.

Zanasi ha spiegato come già nel ‘700 si pensava che l’opera fosse di Guido Reni, paternità «confermata nel 1858 da Sir Thomas William Holburne», allora proprietario del dipinto. Purtroppo «Holburne ed eredi non hanno lasciato la documentazione a loro precedente, ma l’opera si può probabilmente datare tra il 1616 e il 1618». Il dipinto dovrebbe essere fra quelli commissionati all’allora giovane Guercino della “prima maniera” dal Cardinal Giacomo Serra, legato a Ferrara dal ’15 al ’23. Inoltre, ha proseguito Zanasi, «tra gennaio e febbraio 2016 uscirà il secondo catalogo dedicato alla nuova attribuzione, tradotto in inglese e nel quale verranno forse annunciate alcune scoperte di elementi su una possibile data e firma rintracciate sulla tela».

Claudio Strinati e Stefano Zanasi

Da sinistra, Claudio Strinati e Stefano Zanasi

Altri particolari che fanno pensare che sia del Guercino sono il tipo di azzurro usato per il cielo, il muretto alle spalle del cadavere, il colore della sua carnagione. Di particolare interesse è «l’incredibile realismo nella rappresentazione del corpo disteso». Zanasi ha spiegato come Guercino aveva la possibilità di assistere a molte autopsie, dalle quali prendeva i particolari anatomici. «Il corpo di Abele è rappresentato quasi alla perfezione nella fase di rigor mortis, che nel caso di morte violenta avviene immediatamente». A conferma di ciò, Caino viene rappresentato in fuga, ma non ancora distante rispetto alla vittima.

Strinati ha spiegato come nell’opera si vedano «anche gli influssi dei Carracci, non solo l’Annibale del “Cristo morto e strumenti della Passione” (1583-1585), ma anche, e soprattutto, Ludovico», che lo definì “mostro di natura, miracolo da far stupire”. «Inoltre – ha aggiunto Strinati – mi azzardo a dire che Guercino fu il primo grande autodidatta, poiché non era allievo di nessuno. Era “guercio” ma aveva un occhio fenomenale come artista, era un vero e proprio virtuoso».

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 05 dicembre 2015