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Corpi e luoghi della città: interazioni da ridefinire collettivamente

17 Dic

Del ricchissimo programma del VII Convegno Nazionale di Antropologia Applicata, svoltosi a Ferrara dal 12 al 14 dicembre, abbiamo scelto di raccontare alcuni frammenti: quello – a Casa Cini e in Arcivescovado – sulla relazione tra lo sguardo dei migranti e quello degli “indigeni” nella città che condividono, e quello sulle periferie urbane. Con uno spunto interessante sulla Ferrara di oggi, che Scandurra di UniFe spiega a “la Voce”

brini vescovoLe nostre città spesso si trasformano, o vengono vissute come spazi anonimi, freddi, disegnate non sulle persone e i loro bisogni ma seguendo logiche diverse, divenendo così ambienti dove a dominare sono la diffidenza reciproca e l’individualismo. Uno sguardo diverso sulla città è dunque quello che riesce a immaginarla come luogo vivo, non mero spazio utilizzabile, e dunque costruire un futuro differente, fatto anche di incontri, di interazioni tra diversità. Ferrara, dal 12 al 14 dicembre, ha ospitato per la prima volta il VII Convegno Nazionale di Antropologia Applicata, organizzato dalla Società Italiana di Antropologia Applicata (SIAA), con l’Università degli Studi di Ferrara e l’Associazione Nazionale Professionale Italiana di Antropologia (ANPIA), e il patrocinio del Comune. Un’occasione per uscire dall’autoreferenzialità accademica e spendere le competenze acquisite in ambiti specifici di lavoro (accoglienza, scuola, socio-sanitario e altri). Anche l’Istituto “Casa Cini” ha ospitato alcuni incontri, in particolare il 12 quello dal titolo “Luoghi comuni. Uno sguardo sulla città”, legato alle quattro esposizioni fotografiche – sul tema dell’accoglienza dei migranti – che hanno “invaso” i vari ambienti della sede di via Boccacanale: “Luoghi Comuni” (esposta anche al festival di “Internazionale”), con foto delle attività per l’integrazione realizzate dalla coop. CIDAS nell’ambito dei progetti SPRAR/SIPROIMI (per titolari di protezione Internazionale e per i Minori stranieri non accompagnati) per persone vulnerabili a Ferrara e a Bologna; “A casa loro. Ri-tratti di famiglia”, con foto di Michele Lapini delle famiglie che accolgono i rifugiati nelle loro case, nell’ambito del progetto Vesta; “Futuri Prossimi” (esposta anche al festival di “Riaperture”) che racconta l’idea di passato, presente e futuro delle ragazze e dei ragazzi, tra cui richiedenti asilo e rifugiati, che hanno partecipato al laboratorio organizzato da “Riaperture”, curato da Giacomo Brini; infine, “Bologna d’aMer”, collettiva su Bologna realizzata attraverso gli sguardi di chi giunge da lontano. Maria Luisa Parisi (CIDAS) e Brini hanno illustrato le mostre allo stesso Vescovo mons. Gian Carlo Perego. “E’ un esempio positivo di coesione tra le persone”, ha spiegato Brini, spiegando come “centrale sia il tema del futuro. E’ stato, quello per ‘Riaperture’, un laboratorio umanamente molto importante”. “Il nostro intento – hanno spiegato i rappresentanti di CIDAS – era di incrociare lo sguardo dei migranti col nostro sguardo, il loro sguardo su loro stessi e su noi, sulla città che insieme viviamo. Un altro aspetto importante – hanno proseguito – è stato l’averli aiutati a riappropiarsi delle parole, attraverso la riscoperta di storie e favole tipiche dei loro Paesi d’origine. L’idea è di ricavarne un libro per bambini. Per noi, città e corpi dei migranti sono strettamente intrecciati, preferiamo per questo parlare di ‘interazione’ più che di ‘integrazione’ ”. Mons. Perego, nell’elogiare questi progetti virtuosi di accoglienza diffusa, ha ricordato invece un esempio negativo di accoglienza, quando nel 2014 150 migranti minori furono radunati, appena sbarcati in Italia, tra l’altro senza mediatori culturali, nella scuola “Verdi” di Augusta a Palermo. “Il differenziare volti e storie – ha spiegato – è un passaggio fondamentale, e progetti come i vostri sono molto importanti per valorizzare le capacità di ogni singola persona migrante: loro, infatti, possono rappresentare un vero e proprio tesoro, che sta già trasformando le nostre città, anche per combattere le frequenti falsificazioni: ogni ragazzo ha una storia, una storia che cambia la città. Nella mia lunga esperienza con i migranti – ha concluso -, ho letto circa 15mila testimonianze, e la parola più ricorrente è ‘futuro’. Il loro e il nostro futuro passano quindi anche dall’incontrarci reciprocamente”. Durante l’iniziativa è intervenuto anche Luca Mariotti di CIDASC per spiegare il progetto “Migrantour” svoltosi di recente a Ferrara. Alcuni incontri del Convegno si sono svolti nella Sala del Sinodo del Palazzo Arcivescovile, fra cui quello sul tema “Rifugiati e richiedenti tra spazi urbani e non urbani: processi, dinamiche e modalità di accoglienza in Italia e nel mondo”, per ragionare sul rapporto tra città, urbano/non urbano e forme di vivere migrante dentro e fuori dal sistema di accoglienza. Maria Carolina Vesce, tra gli altri, ha presentato una ricerca-azione sull’accoglienza di persone transessuali e transgender titolari di protezione internazionale a Bologna. “Nello spazio della casa e nei luoghi della città le persone trans esprimono il loro genere ispirandosi a modelli socio-culturali diversi – ha detto Vesce – che l’antropologia può aiutare a comprendere ed esplorare. La sfida sta nel costruire politiche di intervento orientate ai bisogni, che tengano conto delle diverse esperienze di queste persone, dei loro desideri e delle loro aspirazioni”.

“La Ferrara contemporanea andrebbe raccontata dal punto di vista antropologico”

Giuseppe Scandurra dell’Università di Ferrara è stato uno dei tre coordinatori del Convegno di Antropologia Applicata svoltosi nella nostra città. “Ferrara – spiega a “la Voce”- ha una lunga tradizione legata alle scienze sociali, ma non è mai stata raccontata, nella sua contemporaneità, dal punto di vista antropologico”. Una mancanza alla quale lo stesso Scandurra, insieme ad altri colleghi, sta già cercando di porre rimedio: “io, ad esempio, sto portando avanti una ricerca sulla Ferrara degli anni ’70-’80 del secolo scorso”. Citiamo alcuni lavori virtuosi svolti sulla Ferrara contemporanea: nel 2017 UniFe, tramite Mimesis, ha edito il volume “Arte contemporanea a Ferrara”, a cura di Ada Patrizia Fiorillo, che, però, ripercorre il Novecento sotto l’ottica artistico-culturale, non etno-antropologica. Alfredo Alietti, sociologo di UniFe, il 12 dicembre scorso, nell’ambito del Convegno, ha anticipato alcune ricerche di un lavoro sul Grattacielo di Ferrara, e la sera stessa Ferrara Off ha ospitato il collettivo Wu Ming 1 per uno spettacolo dedicato al Delta ferrarese. Insomma, qualcosa si muove, senza dimenticare il progetto “Views 2.0. Narrazioni liquide”, la cui seconda edizione è in programma la prossima primavera.

Raccontare le periferie attraverso le voci di chi le vive: il 12 dicembre a Feltrinelli presentato il libro “Quartieri. Un viaggio al centro delle periferie italiane”, tra ricerca etnografica e graphic novel

feltrinelliAmbienti periferici di grandi città, spesso oggetto del racconto mediatico/politico come meri quartieri degradati e abbandonati. Due giovani ricercatori hanno invece deciso di raccontarne cinque (lo Zen di Palermo, San Siro a Milano, Tor Bella Monaca a Roma, Arcella a Padova e Bolognina a Bologna) incontrando direttamente chi ci abita, cercando di cogliere la loro relazione con gli spazi urbani che vivono. Da questo è nato il volume “Quartieri. Un viaggio al centro delle periferie italiane”, presentato il 12 dicembre in occasione del Convegno di Antropologia Applicata nella Libreria Feltrinelli di via Garibaldi a Ferrara. I curatori del volume corale, e autori di uno dei cinque racconti, Adriano Cancellieri (sociologo urbano all’Università IUAV di Venezia) e Giada Peterle (che insegna Geografia all’Ateneo patavino), ne hanno discusso con Roberto Roda, per tanti anni Responsabile del Centro Etnografico del Comune di Ferrara. Dopo un’approfondita analisi di quest’ultimo su vari aspetti del volume, ad esempio sul rapporto tra ricerca etnografica, fotografia e graphic novel, ha preso la parola Peterle, per raccontare il lavoro svolto insieme a Cancellieri ad Arcella. Il capitolo sul quartiere di Padova è nato unendo ricerca sul campo, interviste, ricerche etnografiche, partecipazione attiva a certe trasformazioni, e il racconto di tutto ciò attraverso il testo (Cancellieri) e il fumetto/graphic novel (Peterle). “Lo stile realistico usato – ha spiegato la ricercatrice – è stata una scelta ben precisa, come anche l’idea di inserirci noi stessi come personaggi nei racconti, la cui voce narrante è proprio quella del quartiere coi suoi abitanti. Abbiamo anche scelto il cammino come metodo, svolgendo molte interviste camminando, potendo così meglio incontrare le persone interessate”. “All’Arcella di Padova, dove io abito da anni e Giada ha abitato per diverso tempo – ha spiegato Cancellieri – abbiamo cercato di andare oltre due raffigurazioni speculari ma entrambe errate: quella che lo racconta come un quartiere solo degradato, e quello invece che lo presenta come sempre ricco ed effervescente di iniziative”. Un lavoro lodevole, che sarebbe importante svolgere anche in determinate zone della città di Ferrara.

Pubblicati su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 20 dicembre 2019

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“E’ ancora possibile parlare lingue diversissime e comprenderci ugualmente”

2 Apr

Nel 1946 anche a Ferrara si sperimentava una forma – a quei tempi “scandalosa” – di dialogo fra credenti e non credenti: i Convegni sul problema religioso. Uno degli animatori era il giovane Silvano Balboni

SILVANO balboni“Da un’esposizione serena dei propri principi e da un contraddittorio leale non può che derivare una più forte comprensione dei tormenti, delle angustie, delle difficoltà, dei problemi che attanagliano le umane coscienze; e – quello che forse più conta – non può che derivare, quando si proceda su un piano di tranquilla e spassionata ricerca del vero, un amore più grande per l’umanità”. Sono parole che Luciano Chiappini scrive al concittadino Silvano Balboni nel ’46, nei primi mesi del lungo Convegno sul problema religioso, ideato a livello nazionale da Aldo Capitini, padre italiano della nonviolenza, e Ferdinando Tartaglia, per discutere fra cristiani, ebrei, atei di diverse sensibilità sulla religione nel mondo contemporaneo. Ma chi è Silvano Balboni? Nato a Ferrara il 23 aprile 1922, chiamato alle armi nel ’42, sostiene il suo diritto all’obiezione di coscienza, motivato dalla profonda scelta della nonviolenza, rifiutandosi di andare in Jugoslavia. Tornato a Ferrara, vive per qualche tempo alla macchia, aiutato da amici. Il 26 giugno è denunciato per diserzione al tribunale militare di Bologna. Carlo Bassi, suo amico, ha scritto: “nessuno in quegli anni 1940-1943 rischiò tanto e con tanta convinzione e serietà. […]. Quella decisione fu, da chi lo conobbe, considerata a dir poco una pazzia, se si pensa che eravamo in guerra e con il regime spietato con gli oppositori. […] Silvano Balboni era da solo, compreso da pochissimi. […]. Il suo parlare era veramente solo ‘sì, sì, no no’, sempre con il sorriso sulle labbra”. Esule in Svizzera, nel dopoguerra viene eletto consigliere comunale a Ferrara dando vita al progetto dei COS–Centri di Orientamento Sociale, intuizione sempre di Capitini all’indomani della Liberazione (realizzati anche a Perugia, Arezzo, Firenze, Ancona). A Ferrara i COS iniziano nel marzo ’46 all’Auditorium comunale, e poi nel Salone del Plebiscito del Palazzo Municipale: sono uno strumento di orientamento per le autorità, sulle esigenze del popolo, e per il popolo, di conoscenza e di controllo. Si tengono con frequenza settimanale da marzo a luglio ’46. In essi si discutono temi politici e amministrativi ma anche etici, culturali, di costume, di fede e coscienza. Il 17 dicembre ’46 prende avvio invece il Convegno sul problema religioso a Ferrara (antesignano in un certo senso del “Cortile dei Gentili”) organizzato dallo stesso Balboni. Prosegue ogni martedì, per 12 settimane, fino all’11 marzo 1947. Si svolge nella grande sala, allora sede dell’Università Popolare, sopra il Teatro Nuovo in piazza Trento e Trieste, alla presenza, mediamente, di 200 persone, fra le quali molti giovani e molte donne. Vi partecipano e relazionano cattolici, protestanti (come il pastore evangelico Zeno Tonarelli), ebrei (il rabbino Leone Leoni, che nel suo intervento dirà: “Dio non è soltanto il distributore di giustizia; ha anche una funzione redimente. Dio è vicino a chi soffre, a chi è umile; non desidera che il bene (…) e aspetta per questo la nostra collaborazione”), atei, ex sacerdoti, anarchici, mazziniani, umanisti, esistenzialisti. Per il mondo cattolico, fra i protagonisti c’è Luciano Chiappini, che, scrivendo a Balboni, oltre alle parole sopracitate, lo ringrazia per l’opportunità “di ascoltare, di discutere, di conoscere le esperienze più svariate, di allargare insomma i confini delle nostre cognizioni al proposito. […] Ogni specie di rancori, di dualismi, di avversioni, di indifferentismi mi pare tanto deleteria da relegarla, almeno per quanto mi riguarda, nel mucchio delle tentazioni da evitare, mentre la carità e la comprensione – che non vogliono affatto significare rinuncia ai propri principii e incompatibili compromessi – costituiscono la base più solida e, per me, cristiana, sulla quale edificare le costruzioni più eccelse e più vitali per questa povera umanità immersa nel fango e assetata di bene”. Interverranno, tra gli altri, Pasquale Modestino e don Elios Giuseppe Mori, che rifletterà su come “l’uomo è ammalato. Ha perciò bisogno d’una verità: quale soluzione più umana di quella che con filiale amore congiunge l’uomo a Dio? Gesù s’innesta nella storia sviluppando una gamma infinita di variazioni cristiane. […] Ci si può salvare agganciandosi a Gesù; il mezzo per arrivare a questo è l’amore e l’adesione alla Chiesa, che non è, tuttavia, essenziale al cristianesimo. Non si potrà allora più parlare di ‘noi’ e degli ‘altri’ perché quando c’è di mezzo Cristo siamo tutti ‘noi’”. L’anno successivo, il 18 aprile 1948, Casa Romei ospiterà invece il Convegno nazionale del Movimento di Religione. Giovanni Gonnet, professore e storico valdese, scrive a Balboni nel ringraziarlo: “Il Convegno di Ferrara mi ha lasciato una profonda impressione. Malgrado tutto, è ancora possibile, in Italia, parlare insieme lingue diversissime e comprenderci ugualmente, o almeno c’è la buona volontà di comprenderci e stimarci reciprocamente”. La vicenda di Balboni è stata minuziosamente raccontata da Daniele Lugli nel libro “Silvano Balboni era un dono, Ferrara, 1922-1948: un giovane per la nonviolenza dall’antifascismo alla costruzione della democrazia”, presentato lo scorso 26 marzo alla libreria Feltrinelli di Ferrara, ultimo appuntamento del ciclo “Raccontare la storia, raccontare storie”. Una vita, quella del giovane ferrarese, giustamente portata a conoscenza di un pubblico ampio. Balboni, rimasto legato alla sua compagna, Ester Merlo, fino all’ultimo, morirà a soli 26 anni il 7 novembre 1948, a causa di una rapida malattia.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 05 aprile 2019

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“La mia obiezione di coscienza ispirata da don Lorenzo Milani”

25 Mar

Lo scorso 19 marzo Enzo Bellettato nella Libreria Feltrinelli di Ferrara ha presentato il suo libro “Diario di un obiettore. Strapparsi le stellette nel ’68”

digUna disobbedienza fondamentale per rivendicare, anche in Italia, il diritto all’obiezione di coscienza. E’ quella compiuta da Enzo Bellettato, 77 anni, rodigino, insegnante in pensione, che con Piero Pinna e altri diede inizio, nell’agosto del ’63, al Gruppo di Azione Nonviolenta. Lo scorso 19 marzo nella Libreria Feltrinelli di Ferrara ha presentato il suo libro “Diario di un obiettore. Strapparsi le stellette nel ’68”, penultimo appuntamento del ciclo “Raccontare la storia, raccontare storie. Nonviolenza in azione”, promosso da Libreria Feltrinelli Ferrara, Movimento Nonviolento e Istituto di Storia Contemporanea con il patrocinio del Comune di Ferrara. Il 30 giugno 1967 Bellettato inizia il servizio militare a Bellinzago (NO), quattro giorni dopo la morte di don Lorenzo Milani. “Durante il mio servizio militare – ha raccontato – annotavo tutto ciò che mi colpiva, scrivendo in foglietti che tenevo nascosti. Ho rifiutato di proseguire il servizio militare dopo aver inutilmente cercato di sostituirlo con un servizio civile in Italia o all’estero”, ha spiegato. Così, nel marzo ’68, “prima dico al Capitano di non voler continuare il servizio militare, poi compio il gesto vero e proprio di disobbedienza strappandomi le stellette dalla divisa”. A maggio, il Tribunale militare di Torino lo condanna a sette mesi con la condizionale. Ne sconterà due e mezzo. Il suo caso avrà come ripercussione la sentenza della Corte costituzionale del 1970, per la quale la propaganda all’obiezione non è più “istigazione a delinquere”. La legge per l’obiezione di coscienza verrà promulgata due anni dopo. Nel corso della sua vita Bellettato continuerà l’impegno per la nonviolenza come obiettore fiscale alle spese militari e promotore della Consulta per la pace di Rovigo. Nell’incontro a Ferrara, l’autore si è soffermato anche sull’importanza della figura di don Lorenzo Milani: “prima della sua morte sono stato più volte a Barbiana”, attratto dalla sua celebre lettera ai cappellani militari e dall’originale metodo educativo. “Allora ero ancora cattolico, e sulla mia disobbedienza influirono lo spirito conciliare e figure – oltre a don Milani – come quelle di Papa Giovanni XXIII, La Pira e padre Balducci, che sembravano aprire al mondo cattolico prospettive importanti”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 29 marzo 2019

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Una rete di legalità per combattere la mafia anche in Emilia-Romagna

25 Mar

Il 21 marzo era la “Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie”: tanti gli incontri anche a Ferrara, organizzati da Avviso Pubblico, Libera e altre associazioni e istituzioni locali

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“Spesso le mafie minacciano o cercano di corrompere gli amministratori pubblici: per questo è importante non lasciarli soli, ma creare una rete di supporto”. E’ questo l’impegno – che davvero dà senso a una vita – iniziato 22 anni da Avviso Pubblico (AP), Associazione che riunisce Enti locali e regioni antimafia, presentata a Ferrara lo scorso 21 marzo in occasione della XXIV “Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie”. L’incontro svoltosi alla libreria Feltrinelli di Ferrara organizzato in collaborazione con il Coordinamento di “Libera” Ferrara, ha visto la presentazione del libro “Vent’anni di lotta alle mafie e alla corruzione. L’esperienza di Avviso Pubblico”, che raccoglie contributi, tra gli altri, di Rosy Bindi, don Luigi Ciotti e Agnese Moro. Forte è emersa ancora una volta la necessità di tenere sempre alta l’attenzione sulla mafia nella nostra Regione, teatro, negli anni scorsi, di due grandi processi, “Black Monkey” e “AEmilia”, doppia dimostrazione di come anche in Emilia-Romagna “vi siano (state) forti infiltrazioni di stampo mafioso”, ha spiegato Antonella Micele, vicesindaco di Casalecchio di Reno e coordinatrice regionale di AP. Nella nostra provincia, quattro sono i Comuni che hanno scelto di aderire ad Avviso Pubblico: Ferrara, Cento, Fiscaglia e Voghiera. Di quest’ultimo è vicesindaco Isabella Masina, che è anche giornalista, e che ha introdotto e moderato l’incontro a Feltrinelli, alternandosi in questo ruolo con Federica Pezzoli, volontaria e responsabile del settore informazione del Coordinamento di “Libera” Ferrara. Giulia Migneco, coautrice del volume e responsabile comunicazione di AP, ha spiegato come l’Associazione nasce proprio in questa Regione, grazie all’allora Sindaco di Savignano sul Panaro, Massimo Calzolari, il quale ebbe la grande intuizione di unire gli amministratori locali “che sentivano il bisogno di prevenire eventuali infiltrazioni mafiose nei propri Comuni, già presenti negli anni ’90, anche se in quegli anni quasi nessuno ne parlava. Nel ’96 in AP c’erano 14 amministratori locali, oggi siamo in 470. In più di vent’anni – ha proseguito – , nel nostro Paese sono stati oltre 300 i Comuni sciolti per mafia, dei quali uno in Emilia-Romagna nel 2016, Brescello”. “Le mafie – sono ancora sue parole – anche se uccidono di meno, sono sempre più forti, anche a livello economico – e in ambiti diversi, come quello del gioco d’azzardo, dell’agroalimentare o dei beni culturali -, e spesso minacciano o cercano di corrompere gli amministratori pubblici”. Una delle ultime, macabre, intimidazioni è quella rivolta due settimane fa a Sindaco, alla sua famiglia e a un assessore di Monte Sant’Angelo (FG) ed ente socio di AP, dove è stata fatta trovare una busta contenente un teschio umano. “Per questo è importante non lasciarli soli”, e AP nasce proprio come “rete di supporto che organizza anche progetti formativi, corsi di aggiornamento, avanza proposte per un’amministrazione trasparente, chiara, efficace e legale”, ha spiegato la Micele, oltre a monitorare l’attività parlamentare, “colmando così un vuoto lasciato dallo Stato e dalla crisi dei partiti”. L’obiettivo in provincia, e non solo, “è di ampliare il numero di Comuni aderenti ad AP, ma – ha spiegato Masina – stando molto attenti alla qualità e all’impegno degli stessi, evitando dunque collaborazioni o adesioni spot. Purtroppo bisogna constatare – ha riflettuto con amarezza – come l’anno scorso pochi erano gli amministratori locali presenti alle nostre iniziative in occasione della Giornata del 21 marzo”. Giornata che anche quest’anno ha visto e vedrà ancora diverse iniziative in provincia. Il 21 marzo scorso è iniziato con la lettura, nel Municipio di Ferrara, dei 1009 nomi delle Vittime di tutte le mafie, in contemporanea alla manifestazione nazionale tenutasi a Padova. Lettura alla quale hanno partecipato il Sindaco Tagliani e l’Assessore Sapigni, il Prefetto Campanaro, e rappresentanti dell’ISCO, Cgil, Emergency, Gruppo Scout S. Luca, Ail, Pro Loco Casaglia, Comitato Unicef Ferrara, Copresc Ferrara, Agire Sociale e singoli cittadini volontari. All’iniziativa era presente anche la classe V F del Liceo Scientifico A. Roiti di Ferrara, accompagnata dall’insegnante Andrea Celeghini. Poco prima della lettura è stata inaugurata la mostra di graphic novel “Vittime di mafia”, a cura dalla casa editrice Becco Giallo, allestita nell’atrio del Municipio. Sempre giovedì 21 nel Dipartimento di Giurisprudenza di Unife si è tenuto il seminario “Il diritto al viaggio”, mentre il giorno successivo nel “Punto 189” del Grattacielo di Ferrara si è svolto l’incontro dal titolo “Da Cosa Nostra a casa nostra: viaggio di scoperta, conoscenza e responsabilità”, con testimonianze e racconti video a cura del gruppo Scout San Luca e del gruppo dei giovani della parrocchia cittadina dell’Immacolata. Infine, l’ultimo appuntamento è in programma venerdì 29 marzo quando alla Feltrinelli di Ferrara verrà presentato il libro “Castel Volturno. Reportage sulla mafia africana”, con l’autore Sergio Nazzaro e Isabella Masina.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 29 marzo 2019

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La pipa inglese e altri mezzi pacifici di resistenza al nazifascismo

18 Mar

resistenza 2Una storia del sangue risparmiato, non del sangue versato. Un taglio diverso della Resistenza, un’opposizione alle barbarie nazifasciste fatta di piccoli grandi gesti personali e collettivi che hanno intessuto – quando ancora pesanti erano le tenebre oscuranti il cielo della libertà – tanti fili di pace e di nonviolenza. Diversi sono stati gli spunti e gli aneddoti nel terzo incontro del ciclo “Raccontare la storia, raccontare storie. Incontri con gli autori. Nonviolenza in azione”, organizzato da Daniele Lugli alla libreria Feltrinelli di Ferrara. Martedì 12 marzo Raffaele Barbiero, operatore del Centro per la Pace di Forlì, ha presentato il suo libro “Resistenza nonviolenta a Forlì” (ed. Risguardi, 2015). Per resistenza nonviolenta, ha spiegato l’autore, si intende “qualsiasi azione che non avesse comportato uccisione o ferimento di persone, o mancato rispetto della dignità della persona”. Qualcosa che richiede non poco “coraggio” e non meno “creatività”. Barbiero ha illustrato innanzitutto le azioni di boicottaggio e sabotaggio, quali ad esempio il fumare – in pieno conformismo autarchico – una semplice pipa inglese, o indossare sul lavoro un simbolo politico com’è un nastro rosso, invitare le giovani donne a non rendersi dispponibili in alcun modo agli occupanti tedeschi e ai loro vassalli italiani. Ancora, in maniera ancora più rischiosa e organizzata, il sottrarre macchinari, bestiame o derrate alimentari all’avversario, sabotare il trasporto di merci, disertare la chiamata militare. Altre “armi” nonviolente erano quelle dello sciopero, per conquiste lavorative o per solidarietà a compagni/e arrestati/e, della propaganda attraverso giornali, volantini, manifesti, poesie e canzoni, tutte rigorosamente clandestine, oppure il supporto e il soccorso agli alleati e ai partigiani stessi. “Senza tutto ciò – ha spiegato ancora l’autore – la resistenza armata non avrebbe avuto la stessa efficacia, e non avrebbe potuto velocizzare la Liberazione, risparmiando così tanti morti e feriti”. Non dimenticando che la prima, elementare, forma di opposizione nonviolenta consiste semplicemente nel non obbedire a un ordine ingiusto di un potere ingiusto. Un ambito, quello della Resistenza nonviolenta, che, si spera, in futuro possa essere indagato in modo organico anche riguardo al territorio ferrarese.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 22 marzo 2019

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Andrea Caffi, nonviolento che si ispirava alle prime comunità cristiane

11 Mar

caffiMartedì 5 marzo nella Libreria Feltrinelli è stato presentato il libro “La critica della violenza di Andrea Caffi”, con relatore Alberto Castelli, docente di Storia delle dottrine politiche all’Università di Ferrara, che ne ha curato la riedizione, e che ha dialogato con Daniele Lugli, organizzatore del ciclo di incontri “Raccontare la storia, raccontare storie. Nonviolenza in azione”. Chi era Andrea Caffi (1887-1955)? Nato a San Pietroburgo, in una famiglia italiana, fin da giovane conosce da vicino le condizioni di sfruttamento dei lavoratori e dei contadini nella Russia zarista. Partecipa, da socialista non bolscevico, alla Rivoluzione russa del 1905, viene arrestato e condannato a tre anni di reclusione. Trascorsi alcuni anni a Berlino, dove studia filosofia, si trasferisce a Firenze e poi a Parigi, e partecipa al primo conflitto mondiale. Torna poi in Russia, dove critica la violenza e l’autoritarismo dei bolscevichi, e per questo viene incarcerato. Nel 1923 è di nuovo in Italia, ma tre anni dopo, per via della dittatura fascista, è costretto a fuggire in Francia. Nel tempo consolida una visione sempre più pacifista e nonviolenta, contro l’autoritarismo sovietico e la democrazia liberale dell’epoca. “Penso che alcune idee esposte da Hannah Arendt in ’Sulla rivoluzione’ – ha spiegato Castelli – le siano state ispirate da Caffi, anche se lei, com’era sua abitudine, non citava quasi mai le sue fonti. Quella di Caffi – ha proseguito – era una critica feroce della violenza e dei metodi rivoluzionari bolscevichi: per lui l’uso della violenza organizzata non era mai funzionale all’idea di una società autentica. Pane, libertà e pace, secondo Caffi, aumentano quando aumenta la sfera dei cosiddetti rapporti spontanei, umani, non gerarchici, la sfera della socievolezza, la vera ’società’, come la definiva. Idea – ha concluso – maturata pensando soprattutto ai gruppi dei primi cristiani nelle catacombe dell’Impero”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 15 marzo 2019

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Alex Langer, rivoluzionario gentile

4 Mar

Un “profeta controvoglia” che sapeva riflettere, e vivere, con speranza e realismo, difficili situazioni di convivenza interetnica, come nel suo Sud Tirolo o nei Balcani degli anni ’90. Criticando chi usa le proprie “bandiere contro qualcuno”

langer1Nel leggere i tanti scritti di Alexander Langer, sembra di respirare un’aria pura, così diversa dalle tribune asfittiche di oggi, da una politica fatta di grida, cinismo, rincorsa del consenso “usa e getta”. Langer era proprio il contrario di tutto ciò, nella sua vita ha messo in opera quel principio anticompetitivista del “più lento, più profondo, più dolce”. Il suo dinamismo, la sua irrequietezza non facevano mai venir meno né lo “scandalo” delle sue denunce etiche e sociali, né la sua mitezza. Lui stesso ha scritto: “Posso dire che rifuggendo drasticamente dai salotti e dalle persone che mi cercano in funzione di qualche mio ruolo, vivo come una delle maggiori ricchezze gli incontri, già familiari o nuovi che siano, che la vita mi dona. Vorrei continuare ad apprezzare gli altri ed esserne apprezzato senza secondi fini. Forse anche per questo converrà tenersi lontani da ogni esercizio di potere”.

Un impegno concreto e totale

Nato a Sterzing/Vipiteno nel Alto Adige-Südtirol il 22 febbraio 1946, raccontando della propria adolescenza, scrive: “il primo ideale universale che riesce a convincermi e a coinvolgermi è quello cristiano. […] Leggo, rifletto, prego. ‘Mi impegno’, sentendo questo impegno come cosa molto seria. Cerco di lavorare in senso ecumenico. […]. Magari per sensi di colpa, magari per sensibilità sociale cristiana, magari per istinto di giustizia sento molto interesse ‘per i poveri’ e per questioni sociali”. Dopo la maturità, nel 1963/64, studia a Firenze dove frequenta i nascenti movimenti del dissenso cattolico e incontra Valeria Malcontenti che sposerà nel 1985. Del periodo fiorentino scrive: “Incontro Giorgio La Pira, mio professore; Ernesto Balducci, che ogni settimana tiene una lezione sul Concilio, al cenacolo […]. L’incontro più profondo è con don Milani e la sua Scuola di Barbiana, per la quale insieme a una vecchia ebrea austroboema, Marianna Andre, tradurrò in tedesco Lettera a una professoressa”. Tiene stretti contatti con la realtà sudtirolese, in un periodo di complicazione terroristica del conflitto etnico, e nel 1967 con altri giovani intellettuali fonda il mensile “Die Brucke”. Fa l’insegnante, il servizio militare, poi lavora tra gli immigrati in Germania. Collabora al quotidiano Lotta Continua e in Sudtirolo, nel ’78, viene eletto consigliere regionale della Neue Linke/Nuova Sinistra (verrà poi rieletto nell’83 e nell’88). Rifiuta la schedatura etnica nominativa al censimento dell’81 assieme a migliaia di obiettori. Perde con questo il posto d’insegnante che gli viene restituito anni dopo da una sentenza della Corte di Cassazione. Negli anni ’80 è tra i promotori del movimento politico dei Verdi in Italia e in Europa, coi quali nell’89 viene eletto deputato al Parlamento europeo. Fra le sue mille battaglie, la campagna internazionale “Nord-Sud: biosfera, sopravvivenza dei popoli, debito”, nel ’91 l’impegno come presidente della delegazione del Parlamento europeo per i rapporti con l’Albania, la Bulgaria e la Romania. Decide di interrompere la propria vita il 3 luglio 1995, all’età di 49 anni. Riposa nel piccolo cimitero di Telves/Telfes, nei pressi di Vipiteno, accanto ai suoi genitori.

Razzismo, radici, convivenza

Esattamente 30 anni fa, sul numero del 1° marzo 1989 di “Nigrizia”, Langer scriveva: “E’ una brutta bestia, quella che sta nascendo o rinascendo in giro per l’Europa, in forme aperte o sottili, ma sempre pericolose e qualche volta subdole. Parlo del razzismo”. Più avanti: “Come negare […] che la presenza di tante persone che dai loro paesi fuggono per miseria o per ragioni di persecuzione politica crea degli effettivi imbarazzi e delle vere difficoltà nei paesi ospitanti?”. Per ragioni anche storiche, “siamo poco abituati all’idea che la multiformità etnica e culturale di una società, di una città, di una regione possa essere una ricchezza anziché una condanna e un fardello negativo”. Sottolineava quindi il “ritorno di fiamma dell’idea di nazione e di compattezza etnica: un modo come un altro per sottrarsi al peso della complessità, inseguendo la pretesa semplificazione”. Un facile profeta, dunque, del nostro presente: “sarà inevitabile che gli squilibri indotti [da un sistema iperindustrializzato e consumistico] sull’intero pianeta – sono ancora sue parole – spingeranno milioni e miliardi di persone a cercare la loro fortuna – anzi, la loro sopravvivenza – ‘a casa nostra’, dopo che abbiamo reso invivibile ‘casa loro’. Perché meravigliarsi se in tanti seguono le loro materie prime e le loro ricchezze che navi, aerei e oleodotti dirottano dal loro mondo verso il nostro?”. Ma il suo non era uno sterile e retorico pessimismo (da lui stesso più volte criticato): “Per la prima volta nella storia si può – forse – scegliere consapevolmente di affrontare e risolvere in modo pacifico spostamenti così numerosi di persone, comunità, popoli, anche se alla loro origine sta di solito la violenza”. 25 anni fa sulla rivista “Arcobaleno” esce forse il suo scritto più celebre, “Tentativo di decalogo per la convivenza interetnica”, nel quale emerge come il suo punto di vista fosse sempre quello di una persona immersa nel reale. “La compresenza pluri-etnica sarà la norma più che l’eccezione; l’alternativa è tra esclusivismo etnico e convivenza”, scrive, aggiungendo: “ciò non vuol dire, però, che sia facile o scontata, anzi. La diversità, l’ignoto, l’estraneo complica la vita, può fare paura, può diventare oggetto di diffidenza e di odio”. Detto questo, “l’autodeterminazione dei soggetti e delle comunità non deve partire dalla definizione delle proprie frontiere e dei divieti di accesso, bensì piuttosto dalla definizione in positivo dei propri valori ed obiettivi, e non deve arrivare all’esclusivismo e alla separatezza”. “Occorre sviluppare una complessa arte della convivenza”, ad esempio “offrendo momenti di ‘intimità’ etnica come di incontro e cooperazione inter-etnica”. “Ha la sua legittimità, e talvolta forse anche le sue buone ragioni, l’organizzazione etnica della comunità […]. Ma è evidente – sono ancora sue parole – che se si vuole favorire la convivenza più che l’(auto-)isolamento etnico, si dovranno valorizzare tutte le altre dimensioni della vita personale e comunitaria che non sono in prima linea a carattere etnico […]. Bisogna evitare che la persona trascorra tutta la sua vita e tutti i momenti della sua giornata all’interno di strutture e dimensioni etniche, ed offrire anche altre opportunità che di norma saranno a base inter-etnica”. Per questo, proponeva di “favorire l’esistenza di ‘zone grigie’, a bassa definizione e disciplina etnica e quindi di più libero scambio, di inter-comunicazione, di inter-azione”, dando spazio a “persone, gruppi, istituzioni che si collochino consapevolmente ai confini tra le comunità conviventi e coltivino in tutti i modi la conoscenza, il dialogo, la cooperazione, […dedicandosi alla] esplorazione ed al superamento dei confini: attività che magari in situazioni di tensione e conflitto assomiglierà al contrabbando, ma è decisiva per ammorbidire le rigidità, relativizzare le frontiere, favorire l’inter-azione”. Persone-ponti, queste, “capaci di autocritica verso la propria comunità: veri e propri ‘traditori della compattezza etnica’, che però non si devono mai trasformare in transfughi, se vogliono mantenere le radici e restare credibili”. Da qui la proposta dei “gruppi misti inter-etnici”, “un coraggioso laboratorio pioneristico”, un progetto tanto semplice quanto troppe volte complesso da realizzare, ma fattibile, necessario, sempre più urgente. In Langer, però, si badi bene, forte era l’attaccamento viscerale nei confronti della propria terra d’origine, nonostante il suo approccio cosmopolita: le radici le intendeva come “ciò che ci permette di sentirci a casa, di ciò che ci permette di sentirci parte di generazioni, di storia, di tradizione, di cultura, anche di prospettiva di senso”. Ma purtroppo sul bisogno di radici “si specula con tante forme di integralismo”, e dunque “la comunità locale deve essere la ragionevole alternativa su cui coltivare le radici senza abusi ideologici”, senza “un’ipervalutazione del noi”, evitando di usare “bandiere di identificazione” come “bandiere contro qualcuno”.

Giona dei giorni nostri

Mite e tenace era Langer, dicevamo all’inizio. Sempre al servizio, sempre in prima linea, spronava e attuava alla “semplicità” nel modo di vivere, che non significa “semplificare” un mondo così complesso. “In una società dove tutto è diventato merce, e dove chi ha soldi può comperare e stare meglio, occorre la riabilitazione del ‘gratuito’, di ciò che si può usare ma non comperare”, scriveva. Negli appunti per una relazione del 1991, dedicata a don Tonino Bello, cita Giona, definendolo “profeta controvoglia”, con un’ironia mista a sofferenza: “troppo tracotanti si riaffacciano durezza sociale, logica del più forte, competizione selvaggia. Davvero non si sa dove trovare le risorse spirituali per cimentarsi su un terreno sempre più impervio […]. Quanta distanza dai tanti profeti autoinvestiti! Si capisce che Giona non corra per alcuna nomination, ma anzi cerchi di sottrarsi. Si ha fame di verità, di profeti il cui messaggio sia più importante del latore”. E’ così, oggi più che mai il nostro mondo ha fame di verità e al tempo stesso di profeti che la vivano. Langer era uno di questi.

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A Ferrara un incontro per conoscerlo meglio

Un “saggio e un profeta”, capace di “intrecciare tra loro sapienza e realismo”. Era questo Alexander Langer, ricordato in un incontro pubblico svoltosi nella Libreria Feltrinelli di Ferrara (in via Garibaldi) lo scorso 26 febbraio. L’appuntamento, introdotto da Anna Quarzi dell’ISCO, era il primo del ciclo di presentazioni librarie curate da Daniele Lugli, dal titolo “Raccontare la storia, raccontare storie. Incontri con gli autori. Nonviolenza in azione” (con il patrocinio dell’Istituto di Storia Contemporanea, del Movimento Nonviolento e del Comune di Ferrara), incontro nel quale è stato presentato il volume “Alexander Langer. Una buona politica per riparare il mondo”, a cura di Marzio Marzorati e Massimo “Mao” Valpiana. “Cosa resta nell’oggi delle idee di Langer?”, si è interrogato quest’ultimo, al quale Lugli ha aggiunto: “e noi, quanto siamo attuali rispetto alle sue idee profetiche?”. “Langer – ha spiegato Lugli – non si limitava alla conoscenza delle cose, ma si impegnava per tentare di cambiarle con proposte concrete, guardando in profondità nei processi e sottolineando la complessità e la diversità come ricchezze, su una base di uguaglianza di fondo”. “Di lui, come di don Milani – ha spiegato Valpiana -, si potevi dire: ‘è una persona vera’, con lui il confronto era sempre costruttivo, in lui avvertivi che c’era della verità”. I prossimi incontri del ciclo sono i seguenti: martedì 5 marzo, “Critica della violenza”, di Andrea Caffi, a cura di Alberto Castelli; martedì 12 marzo, “Resistenza nonviolenta a Forlì”, di Raffaele Barbiero; martedì 19 marzo, “Diario di un obiettore. Strapparsi le stellette nel ’68”, di Enzo Bellettato; martedì 26 marzo “Silvano Balboni era un dono. Ferrara 1922-1948: un giovane per la nonviolenza dall’antifascismo alla costruzione della democrazia”, di Daniele Lugli. Il ciclo ha valore legale di corso di aggiornamento e formazione per insegnanti e studenti.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” dell’8 marzo 2019

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