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Il cammino della nostra fede: dal desiderio alla Luce di Cristo

7 Dic
“Adorazione dei Magi”, Gaetano Previati, 1896, olio su tela, cm 98 x 198. Milano, Pinacoteca di Brera

“La stella, il cammino, il bambino. Il Natale del viandante” di Luigi Maria Epicoco: nell’ultima fatica del sacerdote il viaggio in profondità nella fede, partendo dai tre Magi e dai loro doni: “nel profondo di noi stessi non c’è il vuoto, non c’è la solitudine radicale, c’è Qualcuno, c’è oro puro, c’è la Presenza di Cristo stesso”

di Andrea Musacci
La fede come attesa e cammino, viaggio e contemplazione. Poli tra loro apparentemente contraddittori ma che dicono di uno stesso profondo movimento interiore.
È da poco uscita l’ultima fatica di Luigi Maria Epicoco, “La stella, il cammino, il bambino. Il Natale del viandante” (San Paolo Edizioni, 2020, pagg. 176, € 15,00). Il sacerdote, noto e apprezzato teologo e scrittore della Diocesi dell’Aquila, offre in vista del Santo Natale un saggio di facile lettura ma denso di riflessioni sull’essenza della nostra fede cristiana.
Punti fermi della sua riflessione, i tre Magi – Gaspare, Melchiorre e Baldassarre – e i doni che portano a Gesù bambino, oro, incenso e mirra.
Il percorso di Epicoco prende avvio con gesti che denotano un movimento: «alzare lo sguardo», «non siamo nati fermi». Sono i gesti di un’inquietudine, di una domanda, di una ricerca mossa da un desiderio, da ciò che ci fa essere vivi, umani.
Le stelle – da qui l’etimologia del desiderio, de-sidus – sono ciò che ci orientano, che ci “obbligano” ad alzare lo sguardo per coordinarci nel cammino della nostra vita. Tenendo troppo a lungo lo sguardo basso, rischiamo di perdere la misura delle cose, il loro senso. Le assolutizziamo, finendo, specularmente, per svuotarle di senso.
Ma per saper alzare lo sguardo – per guardare nella profondità delle cose – bisogna reimparare il silenzio: «il silenzio è pericoloso» perché «è la soglia vera del cuore», scrive Epicoco. «Il silenzio inizia con il riconoscimento di un anelito dentro di noi. C’è in noi un bisogno di approdo». Un silenzio e una preghiera vere, perciò, che non significhino chiusura del nostro cuore nei confronti degli altri, della realtà, ma apertura.
Un’immersione in quel mistero che è la nostra anima, non certo facile, per nulla scontata: «Varcata la soglia dell’interiorità – continua -, la prima impressione è quella di un buio pesto. Non si vede e non si comprende quasi nulla. Eppure, si avverte in quel buio una presenza, e la si avverte perché proprio in quel buio ci raggiunge una Parola».
Compiamo, seppur a fatica, un cammino, uno sforzo di uscita e, al tempo stesso, di ingresso dentro noi stessi: «i viaggi ci modificano, ci plasmano, anzi forse la cosa più giusta da dire è che i viaggi ci rivelano, tirano fuori da noi cose e parti che non pensavamo nemmeno di avere». Da qui l’importanza di non concentrarsi solo sulle mete, sugli obiettivi che ci poniamo, per non diventare ciechi, cinici, per non rimanere con la testa bassa. Al contrario, centrale è la riscoperta dell’attesa, della contemplazione, del saper guardare. Senza la brama di divorare, di arrivare a tutti i costi, di sentirci arrivati. E così, con questo atteggiamento, durante il nostro viaggio, potremmo anche scoprire che le mete che ci eravamo prefissate in realtà erano miraggi.
Ma per compiere questo peregrinare, bisogna saper attendere e affidarsi. Come un bambino: «c’è un bambino dentro ciascuno di noi», scrive Epicoco. «È quella parte di noi che non deve mai smettere di avere fiducia nella vita stessa, nell’attesa di ciò che sta per accaderci». E l’accadere ha il corpo e il volto del Cristo, di Colui che è venuto al mondo per riempire il vuoto che sentiamo dentro di noi «in maniera indefinita ma radicale». Una sensazione di buio e di solitudine. Di abbandono. «Ma nel profondo di noi stessi non c’è il vuoto, non c’è questa solitudine radicale, c’è Qualcuno, c’è oro puro, c’è la Presenza di Cristo stesso». E per comprenderla, molto spesso dobbiamo sperimentare la sofferenza, la Croce, rappresentata anche dalla mirra: «è la sofferenza che ci riduce all’osso, cioè ci riconduce all’essenziale», ci fa capire ciò che conta davvero nella vita, e cosa invece pensavamo lo fosse ma non lo è.
Se il cammino verso Dio è contemplazione, abbandono e attesa, la preghiera – rappresentata dall’incenso – è la via: «la radice della preghiera è il desiderio», scrive Epicoco, e pregare significa «trovarsi soli, faccia a faccia davanti al Signore». E quando sei da solo devi «fare i conti con te stesso». Dovremmo quindi «lasciare che la preghiera diventi dentro di noi fiducia, fiducia in Lui, e quindi fiducia nella vita e in noi stessi. Lasciare che tutto questo possa reinsegnarci da capo cosa significa imparare a desiderare», cioè «ritornare ad essere umani fino in fondo».
Così, partiti dal movimento del desiderio, il cerchio si chiude, il cammino della contemplazione e dell’incontro è chiaramente attesa, «attesa matura»: è il senso del Natale, dunque, «festa di immensa speranza, perché ci fa attendere a occhi spalancati l’arrivo di quell’“imprevisto” che cambia il finale di una partita quasi persa».

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” dell’11 dicembre 2020

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Il mistero del manoscritto ritrovato: era di un monaco ferrarese?

7 Dic

L’avvincente storia dietro il libro “Abbi a cuore il Signore”, nato dall’iniziativa di mons. Daniele Libanori. Il volume raccoglie carte antiche, forse del XVII secolo, con meditazioni sulla fede, molto probabilmente scritte da un monaco dell’ex monastero cistercense ferrarese di San Bartolo

A cura di Andrea Musacci
Prendete un monaco del nostro territorio, vissuto nel XVII secolo e dall’identità ignota, un mercatino dell’antiquariato in piazza a Ferrara e un antico fascicolo a lungo trascurato.
Questa che assomiglia alla trama di un romanzo di Umberto Eco o di un film di Roman Polanski, in realtà è l’antefatto della nuova pubblicazione dal titolo “Abbi a cuore il Signore”, che vede come autore appunto un misterioso “Maestro di San Bartolo” e l’introduzione di mons. Daniele Libanori, ferrarese Vescovo Ausiliare di Roma. Il volume edito da San Paolo (Collana “Dimensioni dello spirito”, pagg. 320, novembre 2020) è la trascrizione di alcune carte casualmente ritrovate in un mercatino in piazza Savonarola a Ferrara a fine anni ’90, quindi oltre vent’anni fa, da un ferrarese appassionato di storia, da lui stesso trascritte con una vecchia Olivetti e quindi arrivate – nella trascrizione – sulla scrivania di mons. Libanori e lì rimaste per due decadi fino a quando un giovane ricercatore le ha lette e ha convinto il sacerdote ferrarese a pubblicarle.
«Figlio a me caro nel Signore, ho pensato di mettere per iscritto alcuni punti che possano servirti per il tuo progresso spirituale, così come aiutarono il mio»: inizia così il libro con meditazioni di spiritualità cristiana probabilmente redatte da un monaco vissuto nel XVII secolo del monastero cistercense ferrarese di San Bartolo, nella zona sud-est subito fuori Ferrara, vicino ad Aguscello.
Nell’introduzione del libro mons. Libanori cita per intero la lettera che questo suo anonimo conoscente gli aveva allegato alla trascrizione dell’antico fascicolo: i fogli, spiega nella lettera indirizzata a Libanori, «sono la trascrizione di un testo che tenevo da tempo presso di me, da quando cioè lo comprai a pochi soldi su una di quelle bancarelle che si trovano ai mercati ambulanti dell’antiquariato che vanno da una città all’altra. Passando per la piazzetta Savonarola – ormai a Ferrara torno solo di rado -, era una domenica, fui attirato da un banco su cui stavano alla rinfusa libri vecchi e faldoni sconnessi. (…)». A catturare la sua attenzione è in particolare un fascicolo «piuttosto corposo, che un tempo doveva essere stato legato a un quaderno: fogli piegati in due sui quali la scrittura era stesa con un inchiostro acido, che in molti punti aveva corroso la carta. A mio parere, stando alla grafia – minuta, regolare come quella di una copista – e alle abbreviazioni, doveva trattarsi di un manoscritto del Seicento, in un latino ecclesiastico di facile comprensione». Nella parte alta di una delle pagine del fascicolo, si legge: “…(lacuna) ex mon. S.ti Bartol.”. «La scritta era posta in mezzo alla carta, scritta soltanto sul retto e i margini consunti confermavano l’ipotesi che fosse la prima d’un fascicolo. Pensai che doveva trattarsi di carte d’archivio, probabilmente frutto di antiche spoliazioni, riemerse su quella bancarella da chissà quale fondo. (…) Pensando che potessero provenire dal soppresso Monastero cistercense di S. Bartolo, poco lontano dalla città, comprai quello che trovai. A casa rividi un po’ meglio quel materiale, confermandomi nell’idea che doveva trattarsi di appunti di qualche monaco, il quale deve avere avuto sotto mano carte più antiche e senza un ordine preciso».
Il monaco che ha raccolto i testi del “Maestro” confratello – prosegue la lettera pubblicata da mons. Libanori – «deve essere stato uno che aveva messo insieme quel materiale per suo uso personale. Queste carte sarebbero dunque la trascrizione di tutto o di parte di varie esortazioni, forse a discepoli diversi (data la ricorrenza dei temi), che egli aveva ripreso da qualcuno a noi rimasto ignoto che abbiamo voluto chiamare “Maestro di S. Bartolo”; altri testi, più lunghi, sono sviluppati invece come delle meditazioni o appunti per la predicazione».

Cinema e letteratura: analogie

È proprio a fine anni ’90 – nel 1999 – che nei cinema esce “La nona porta” di Roman Polanski, con Johnny Depp ed Emmanuelle Seigner. Nel film, Boris Balkan, interpretato da Frank Langella, un editore e bibliofilo newyorkese, commissiona a Dean Corso (Depp), esperto di libri antichi, un’indagine su un antico testo esoterico presente nella propria collezione privata, “Le nove porte del Regno delle Ombre,” scritto e stampato nel 1666 da Aristide Torchia, un non meglio definito esoterista veneziano, processato e giustiziato sul rogo dalla Santa Inquisizione. Balkan è in possesso di uno dei tre soli esemplari superstiti, ma è anche convinto che solo uno dei tre sia autentico.
Nel 1980 Bompiani dà alle stampe quello che diventerà un autentico best seller: “Il nome della rosa” di Umberto Eco. Nel prologo, quest’ultimo racconta di aver letto durante un soggiorno all’estero il manoscritto di un monaco benedettino riguardante una misteriosa vicenda svoltasi in età medievale in un’abbazia sulle Alpi piemontesi.

Il complesso abbaziale di San Bartolo

Il complesso abbaziale cistercense di San Bartolomeo, più conosciuto come San Bartolo, era situato nell’antico Borgo della Misericordia posto a sud-est della città, nell’antica isola di San Giorgio, e per antichità secondo solamente a San Giorgio dei Benedettini, ora degli Olivetani.
Secondo quanto tramandato da un altro Libanori, l’Abate Cistercense e storico Antonio Libanori, nel XVII secolo, la prima pietra fu fatta porre nell’854 dalla contessa Ada, moglie di Ottone I d’Este, in onore dell’Apostolo Bartolomeo per grazia ricevuta. Il figlio Marino infatti, nel giorno dedicato a quel santo, mentre difendeva Comacchio dai veneziani, scampò miracolosamente all’incendio e alla rappresaglia per vendicare la morte di Badoardo, fratello del Doge.
Cinque sacerdoti, appartenenti a famiglie nobili ferraresi e canonici di San Giorgio, fra i quali Sabino Gruamonti, Ursone Giocoli e Ursone Leuti, fondarono e dotarono dei loro beni patrimoniali il primo nucleo abbaziale col consenso del vescovo di Ferrara Viatore. Il privilegio venne conferito da Ludovico II, nipote di Carlo Magno a Ravenna nell’869 mentre i cinque monaci vestivano l’abito dei Cluniacensi e Sabino ne diveniva il primo Abate.
Da San Bartolo uscirono illustri personaggi quali: Gottifredo, figlio di Azzone d’Este, che ne fu Abate nel X secolo, Filippo Fontana che fu Vescovo di Ferrara nel XIII secolo. L’Abbazia di San Bartolo era quindi divenuta tanto importante da essere posta in Collazione Apostolica nel 1391 e innalzata a Commenda della Santa Croce di Gerusalemme nel 1484. Il suo Abate, addirittura, doveva già aver ottenuto la dignità cardinalizia.
Nella chiesa abbaziale restaurata nella metà del ‘700 dall’Abate Muzzi, vi erano preziosi affreschi nel presbiterio, nelle cinque lunette absidali e nel protiro, realizzati tra il 1260 e il 1294 da un artista noto come “Maestro di San Bartolo” (da non confondersi con il presunto autore del volume “Abbi a cuore il Signore”), restaurati nel 1955 e oggi conservati presso la Pinacoteca Nazionale di Palazzo dei Diamanti. Vi erano, inoltre, tavole e quadri di Camillo Filippi, Benvenuto Tisi da Garofalo, Annibale Carracci, Sigismondo Scarsella padre dello “Scarsellino”, Giovanni Francesco Lai, Filippo Porri, Cesare Mezzogori, Girolamo Gregori, Francesco Naselli, Lodovico Mazzolini, del Molina e del Rosati. Si pensa fossero conservate anche importanti reliquie, fra le quali una mano dell’Apostolo Bartolomeo e alcune ossa di S. Quirino e S. Maria Maddalena.
Successivamente, arrivò l’occupazione napoleonica con la confisca di tutti i beni ecclesiastici e la loro vendita all’asta a fine del XVIII secolo.
Il 18 aprile 1904 l’intera area di San Bartolo viene trasformata in una colonia agricola del manicomio cittadino di via Ghiara, come esempio di ergoterapia. Ancora oggi l’edificio di proprietà dell’AUSL Ferrara ospita la Residenza Psichiatrica “Il Convento”: al suo interno vengono forniti trattamenti riabilitativi prolungati (6 – 36 mesi) a pazienti affetti da disturbi psichiatrici gravi e persistenti in fase sub-acuta e/o cronica con l’obiettivo di contrastare la disabilità e favorire l’integrazione. La struttura può accogliere fino a un massimo di 30 ospiti. Un modo di dire dei ferraresi è “A vagh a finìr a san Bartul”.
Infine, nel marzo del 2018 dei 320 milioni di euro sbloccati per l’Emilia-Romagna dal Comitato interministeriale per la programmazione economica, 14,45 furono destinati a interventi riguardanti Ferrara e provincia.
Fra questi, all’ex chiesa di San Bartolo sono stati destinati 1,5 milioni di euro per realizzare lavori di adeguamento antisismico e di restauro all’edifico risalente al XIV secolo. A oggi non vi sono novità sui lavori.

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” dell’11 dicembre 2020

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Ricordi dall’ex ghetto: la Ferrara ebraica anni ’50-’60 rivive grazie ad Haim Bassan

7 Dic
Haim Bassan

Continua la nostra ricerca su Haim Issak Bassan, primo studente israeliano nell’Ateneo ferrarese, iscritto dal 1956 al 1960. Abbiamo raccolto le testimonianze di Cesare Finzi, Daniela Anau e Roberta Anau: ricordi non solo di Haim ma della vita dei giovani ebrei nella Ferrara di quegli anni. Una Comunità accogliente, quella ebraica: diversi giovani ungheresi in fuga dai carrarmati sovietici trovarono asilo nell’ex ghetto

[Qui potete trovare la prima parte del mio servizio su Haim Bassan]

«Haim era un mio caro amico, veniva spesso anche a mangiare a casa nostra». A parlare a “La Voce” è Cesare Finzi, nato nel 1930 a Ferrara, cardiologo in pensione, faentino d’adozione.
Su “La Voce” dello scorso 27 novembre avevamo raccontato in esclusiva la storia di Haim Issak Bassan, nato nel’21 in Bulgaria, poi trasferitosi a Tel Aviv, primo studente israeliano nell’Ateneo ferrarese – dal 1956 al 1960 – e “animatore” in questi anni della comunità ebraica ferrarese. Un impegno che arrivò fino all’ambasciata israeliana a Roma e lo portò in giro in varie Comunità italiane.
In seguito alla pubblicazione di questo articolo, ho raccolto alcune testimonianze di persone che tra il ’56 e il ’60 ebbero modo di frequentare Haim a Ferrara. Tra questi, appunto, Cesare Finzi, figlio di Enzo, proprietario della “Profumeria Finzi” di via Mazzini. La sua storia è nota nella nostra città: scampò ai rastrellamenti fascisti insieme ad alcuni suoi famigliari, ma diversi suoi parenti persero la vita nei campi di concentramento. Dopo il ’45 si iscrisse al Liceo scientifico per poi laurearsi in Medicina.
«Io e Haim ci vedevamo spesso, era una persona aperta, simpatica. Gli compravo i francobolli nuovi di Israele, che i suoi gli mandavano da Tel Aviv», soldi che poi lui spediva per aiutare la sua patria. «A Ferrara, lo ricordo, visse in via Vittoria insieme ad altri studenti israeliani. Negli anni ’80 andai anche a trovarlo a Tel Aviv, dove gestiva una farmacia».
Chi ci regala una testimonianza su Haim Bassan sono anche le sorelle Daniela e Roberta Anau, residenti da tanti anni la prima a Ivrea, la seconda a Lessolo, sempre vicino Torino, di padre ferrarese e madre piemontese, ma fino ai primi anni ’60 residenti a Ferrara. «A fine anni ’50 eravamo una decina di giovani frequentanti la comunità ebraica ferrarese», ci racconta Daniela Anau, classe ’43, «tra cui noi due, i tre Ottolenghi, Guido Fink e Haim Bassan. E ricordo che oltre ad Haim partecipavano alle nostre attività altri studenti israeliani iscritti all’Università di Ferrara e a quella di Bologna. Ci trovavamo una volta alla settimana, e se per qualche motivo una settimana non riuscivamo a vederci, era un gran dispiacere». Le attività consistevano in balli, feste o più semplicemente il far due chiacchiere e il giocare a biliardo. «Mio padre spesso il venerdì o il sabato sera invitava Haim a cena a casa nostra».
È la sorella Roberta Anau, classe ’47 a “rivelarci” come Daniela, allora adolescente, «si infatuò» di Haim. «Quel che ricordo – ci racconta poi Roberta – è che nel ’56 dall’Ungheria invasa dai sovietici fuggirono alcuni giovani ebrei trovando rifugio nella nostra Comunità ferrarese». Comunità che «diede loro alcuni appartamenti dell’ex ghetto rimasti liberi. Varie famiglie li ospitavano spesso a pranzo o a cena. Alcuni di loro credo che successivamente siano andati a vivere in Israele».
Andrea Musacci

Daniela Anau e Romano (Reuven) Ravenna ballano alla festa di Purim

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” dell’11 dicembre 2020

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