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Guerra, clima, tecnocrazia. Ma nel mondo c’è chi resiste

19 Giu

Riccardo Noury ha presentato a Ferrara il Rapporto globale di Amnesty International

Un mondo senza regole, dove regna la violenza. Ma c’è qualche speranza. È un quadro fosco quello delineato lo scorso 10 giugno a Ferrara da Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, intervenuto nell’Aula Magna del Dipartimento di Economia (via Voltapaletto). La presentazione del Rapporto globale di Amnesty (che riguarda l’anno 2025, con 144 Paesi analizzati) è il primo appuntamento del ciclo “Conversazioni sulla pace”, sette incontri per riflettere su pace, diritti e democrazia organizzato dal Sistema Bibliotecario di Ateneo con il patrocinio di AIB.

Noury è stato introdotto da Marina Contarini (Responsabile Ripartizione Biblioteche dell’Università di Ferrara) e ha dialogato con Giuseppe Scandurra (Antropologo, UniFe) e Alessandra Annoni (Prorettrice alle Biblioteche e Presidente del Sistema Bibliotecario d’Ateneo). Il primo ha posto alcune domande sul senso dello Stato nazione oggi e sul metodo usato per stilare il Rapporto, mentre la seconda sul Rapporto come invito alla resistenza contro i poteri ingiusti e sul bullismo di alcuni Paesi a livello globale.

«Se il 2024 è stato l’anno dell’erosione del diritto internazionale sviluppatosi nel secondo dopoguerra, oggi quest’attacco è ancora più forte ed è un attacco alle fondamenta dell’ordine mondiale», ha detto Noury. I riferimenti sono all’invasione russa all’Ucraina (dal 2022 e ancora in corso) e a quella USA in Venezuela e in Iran (quest’ultima assieme a Israele). Oltre alla «campagna genocidaria» di Israele iniziata nell’ottobre 2023 «dopo i crimini di guerra e i crimini contro l’umanità perpetrati il 7 ottobre di quell’anno da Hamas e da altri gruppi armati palestinesi». Un genocidio, quello in Palestina, «incentivato, protetto, alimentato, armato e permesso da molti governi occidentali». Ma non bisogna dimenticare altri territori dove «si continuano a consumare crimini gravissimi, come Myanmar, Congo e Afghanistan».

L’attacco alla giustizia internazionale sta, inoltre, «privando milioni di vittime della possibilità di avere giustizia». Un attacco collegato a «un aumento della postura autoritaria» di molti governi nel mondo, che spesso non hanno nemmeno bisogno, in ciò, di apparati militari. Basti pensare all’ICE negli Stati Uniti, «squadroni della morte» che han portato anche a «molti tifosi ad aver timore di entrare negli USA per sostenere la propria squadra ai mondiali di calcio».

Altra questione è quella riguardante la «tecnocrazia sempre più dominante», con «l’uso incontrollato dell’intelligenza artificiale» (che spesso crea o incentiva discriminazioni), la «sorveglianza di massa» soprattutto verso determinate minoranze (negli USA contro i neri, a Hebron contro i palestinesi), «l’AI usata anche nei teatri di guerra». Vi è poi il macrotema della crisi climatica, «la più grande violazione transgenerazionale dei diritti umani: far venir meno la nostra dipendenza dal fossile vorrebbe dire far venir meno anche la nostra dipendenza da Stati autoritari», ha aggiunto Noury. E ancora, la pena di morte, a cui Amnesty dedica un Rapporto ad hoc: viene eseguita a livello globale in sempre meno Stati ma le esecuzioni aumentano. La Cina è un esempio fondamentale, in quanto «in essa c’è il segreto di stato sulle esecuzioni capitali. Ma sono ottimista che in sempre meno Paesi sarà permessa».

Un ultimo capitolo del suo intervento, il relatore ha voluto dedicarlo all’Italia, nei 25 anni del G8 di Genova: dall’uccisione di Carlo Giuliani in poi – compreso l’omicidio di Federico Aldrovandi – «nel nostro Paese le persone uccise dallo Stato vengono criminalizzate»: insomma, da parte dello Stato vi è «un’assenza di assunzione di responsabilità, una narrazione fetida e una colpevolizzazione della stessa famiglia della vittima». Alcune battaglie da fare nel nostro Paese – secondo Noury – riguardano la difesa della legge contro la tortura, la lotta contro la vendita di armi, la difesa dei diritti dei migranti e la critica dell’ingiusta legge sull’antisemitismo. Da parte delle istituzioni di questo Paese – a prescindere dai governi (pur con alcune differenze) – storicamente come Amnesty «lamentiamo una disattenzione nei confronti dei diritti umani».

«Non possiamo però permetterci di essere demoralizzati», sono ancora parole del relatore, anche perché nel mondo «ribollono proteste di vario tipo», ad esempio negli ultimi due anni in Bangladesh, Nepal, Madagascar, Sri Lanka, che hanno anche portato alla caduta dei regimi. O si pensi all’arresto di Rodrigo Duterte, ex presidente delle Filippine, e ad Orban che perde il potere dopo molti anni, «sperando che a Putin e Netanyahu capiti qualcosa di simile a breve». E poi ci sono le proteste a Herat, nell’Afghanistan oppressa dai talebani, di donne e uomini, represse nel sangue dal potere, «uno spaventoso massacro di massa». E altre proteste sono previste nei prossimi giorni, e così in Iran. «Sembra paradossale ma le istituzioni smantellano e i movimenti aggiustano», ha riflettuto Noury. La vera democrazia non può non (ri)nascere innanzitutto dal basso.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 19 giugno 2026

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(Foto: Pexels)