Archivio | Cittadinanza RSS feed for this section

Una macchia rossa sul muro e l’impegno per non dimenticare

15 Apr

Un’orribile, assurda strage mafiosa avvenne il 2 aprile 1985 a Pizzolungo, vicino Trapani. A perdere la vita furono Barbara, 31 anni e i suoi due figli gemelli di sei anni, Giuseppe e Salvatore. L’altra figlia, Margherita, “sopravvissuta”, ha raccontato la sua storia a Ferrara. Chiedendo che si arrivi a conoscere i veri mandanti e le vere motivazioni

0413“Mia madre Barbara Rizzo aveva 31 anni quand’è stata uccisa con i miei fratelli gemelli Giuseppe e Salvatore, di 6 anni, mentre li accompagnava a scuola in macchina, cancellati da un’autobomba preparata per colpire il magistrato Carlo Palermo”. E’ questo il cuore dello straziante racconto di Margherita Asta, che aveva 11 anni quando “sopravvisse”, la mattina del 2 aprile 1985, alla Strage di Pizzolungo nel trapanese. Una testimonianza ospitata la sera del 12 aprile scorso nella Sala del Coro del Monastero del Corpus Domini di Ferrara, con introduzione di Dario Poppi e un breve e struggente momento musicale a cura di Roberto Berveglieri. Pochi giorni prima il giudice Palermo era giunto da Trento per indagare su una raffineria di eroina gestita dalla mafia nei pressi di Alcamo,vicino Trapani. Proprio nell’istante in cui Barbara Rizzo passa accanto ad un’auto parcheggiata sul ciglio della strada, un’altra auto, quella del sostituto procuratore, la supera: gli attentatori decidono di far esplodere comunque l’autobomba, convinti che la deflagrazione farà saltare in aria anche la vettura di Palermo. “Quella mattina – sono state le parole di Margherita – mi salvai perché decisi di recarmi a scuola accettando un passaggio da una nostra vicina di casa, dato che i miei fratelli ritardavano perché facevano capricci – stavano litigando per un paio di pantaloni – e perché Giovanni voleva finire di leggere, come ogni mattina, qualcosa assegnato dalla maestra. Quando già ero in classe, entrò una bidella per dirmi che dovevo uscire e andare a casa, dove trovai tanta gente, tra cui mia zia, sorella di mia madre, che mi disse che lei e i miei fratelli erano stati coinvolti in un ‘incidente’ e che ‘erano volati in Cielo’ ”. Nel tempo Margherita, captando spezzoni di frasi di parenti e amici, inizia a comprendere che non si trattava propriamente di “incidente”. “Quando andai sul luogo della strage – ha proseguito -, vidi il cratere provocato dall’enorme esplosione (il cui boato fu sentito anche a Trapani, a 6 km di distanza) e una macchia rossa sul muro bianco della villa di fronte”, il sangue innocente di uno dei due fratelli. Anni dopo, in quel luogo volevano costruirci uno stabilimento balneare, progetto fortunatamente mai portato a termine. A ricordo della strage, invece, è stata posta una stele con un gruppo bronzeo opera di Domenico Li Muli. Il padre di Margherita, Nunzio, è morto nel ’93, a 46 anni, per problemi cardiaci. Per quanto riguarda i processi, nel 2002 Totò Riina e Vincenzo Virga sono stati condannati all’ergastolo, stessa pena comminata due anni dopo anche a Baldassare Di Maggio mentre Antonino Madonia è stato assolto.

Barbara_Rizzo“Gli esecutori materiali – sono ancora parole di Margherita Asta – erano stati condannati in primo grado nel 1988, ma poi inspiegabilmente assolti nei due gradi successivi”. Due mesi fa a Caltanissetta è iniziato invece il quarto processo, il “Pizzolungo quater”: la Procura di Caltanissetta ha chiesto al gip il rinvio a giudizio del boss mafioso palermitano del rione Acquasanta, Vincenzo Galatolo, accusato dalla figlia Giovanna e dal pentito Francesco Onorato. La sentenza si avrà a fine 2019. “Spero – ha spiegato – che si scoprino i veri mandanti della strage e le vere motivazioni per la quale è stata decisa. Forse si scoprirà anche che ambienti massonici e politici sono fortemente coinvolti”. “Nel 2008 – ha poi proseguito – inizio il mio impegno con l’associazione ‘Libera’ ”. “Ciò che mi spinge ad andare avanti è il bisogno di conoscere la verità, il cercare di dare un senso alla morte di mia madre e dei miei fratelli, e del perché invece io mi sono salvata. Il mio fare testimonianza lo considero un contributo alla società, un modo per non chiudermi nel dolore, perché il sentirmi solo vittima mi sta stretto. Mi impegno – sono ancora sue parole – per ricostruire e ricucire quel patto sociale che si spezza ogni volta che viene commesso un reato, e per questo con ‘Libera’ facciamo progetti anche nelle carceri, comprese quelle minorili. Il senso quindi lo trovo in parte nell’incontro con l’altro, a contatto con i detenuti, col loro dolore. ‘Noi’, ‘speranza’, ‘oltre’, ‘educazione’ – ha concluso – sono i quattro punti cardinali, di cui richiamano le iniziali, che dovrebbero orientare l’azione di ognuno di noi”. Infine, vi sono stati i ringraziamenti da parte di don Andrea Zerbini, alla guida dell’Unità Pastorale Borgovado, e di Isabella Masina di “Libera”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 19 aprile 2019

La Voce di Ferrara-Comacchio

“Vi racconto le atroci condizioni di lavoro di chi produce i vostri capi di abbigliamento”

15 Apr

Il 12 aprile a Ferrara è intervenuta la sindacalista del Bangladesh Kalpona Akter e, a seguire, lo scrittore Giuseppe Iorio, per svelare il sistema di sfruttamento perpretato dai grandi colossi della moda

0279

“Ogni volta che acquistate un capo di abbigliamento, cercate di chiedetevi: ’che impatto ha il mio acquisto sui lavoratori e sul sistema ecologico?’”. E’ stato questo il monito rivolto ai circa 70 presenti da Kalpona Akter, sindacalista alla guida del Bangladesh Centre for Worker Solidarity, organizzazione a difesa dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori. Una vita, la sua, spesa in questa missione fin dall’età di 14 anni. Ora ne ha 43 e gira il mondo per denunciare le pessime condizioni di lavoro nel suo Paese e in altre zone del mondo, e le forti responsabilità delle grandi multinazionali occidentali della moda. Il pomeriggio di venerdì 12 aprile è intervenuta a Ferrara (Consorzio Factory Grisù in via Poledrelli) per l’incontro “Il lato oscuro della moda”, organizzato da AltraQualità, cooperativa ferrarese di professionisti del commercio equo e solidale, in occasione del Fashion Revolution day, movimento nato per ricordare le vittime del disastro del Rana Plaza di Dacca (Bangladesh), dove morirono 1133 lavoratori a causa del crollo della fabbrica di abbigliamento, e per promuovere una moda etica e sostenibile. Un’alternativa concreta, ha cercato di spiegare David Cambioli di AltraQualità, a “un sistema economico insensato che, in nome del profitto, non tiene mai in conto i diritti dei lavoratori, negando la loro dignità e il futuro stesso”. “Ho iniziato a lavorare nell’industria tessile del mio Paese insieme a mio fratello, quando di anni ne avevo 12 e lui 10. Ora lotto per cambiare il mondo”. Così ha esordito Akter. “Il Bangladesh è il secondo esportatore al mondo di abbigliamento, dà lavoro a 4 milioni di persone, delle quali l’80% sono donne. Sono persone, però, che lavorano 11-12 ore al giorno per 84 dollari al mese”. Una miseria. “Persone che – ha proseguito – vivono e lavorano in condizioni pessime a livello igienico e di sicurezza, per non parlare degli abusi psicologici, fisici (anche sessuali) molto frequenti. Ma tutti accettavamo queste condizioni perché non conoscevamo i nostri diritti, e nessuno ce ne parlava”. Fino al giorno in cui Kalpona ha deciso che era ora di cercare di capire e di alzare la voce. “Ho iniziato a studiare la legislazione e ho scelto di iniziare a organizzare altre lavoratrici e altri lavoratori per reclamare i nostri diritti. Avevo 15 anni quando sono entrata nel sindacato, che però non era riconosciuto da Governo e imprenditori, e perciò sono stata licenziata. Ma ho continuato a lottare”. Uno delle più terribili stragi sul lavoro al mondo, perlomeno in epoca moderna, è quella sopracitata di Rana Plaza, avvenuta il 24 aprile 2013. “Dopo questo evento – ha proseguito Akter – si è arrivati all’approvazione di un Accordo sulla sicurezza delle fabbriche e delle costruzioni in Bangladesh”, non firmato però da alcuni colossi come Walmart. “Anche ora l’Accordo è in pericolo, perchè ostacolato da diverse industrie e con i grandi brand che minacciano di ritirare i propri investimenti nel Paese. Inoltre, diversi parlamentari del Bangladesh sono strettamente legati o fan parte dell’industria tessile. Ciò che non è proprio cambiato – sono ancora sue parole – è la libertà di organizzarsi in sindacati, perché chi vi aderisce, viene prima invitato a lasciare l’organizzazione, poi minacciato e infine licenziato. Ciò che vi chiedo – ha concluso – è di fare il più possibile pressione sui brand della moda affinché accettino condizioni dignitose per le lavoratrici e i lavoratori delle loro aziende in Bangladesh e nel resto del mondo. Chi per 30 anni ha lavorato dall’altra parte della barricata è Giuseppe Iorio, impegnato per grandi marchi – tra cui Moncler, Vuitton, Versace, Dolce & Gabbana – proprio nell’organizzazione delle fabbriche delocalizzate in Europa dell’Est e Africa, prima di decidere di denunciare questo iniquo sistema. Iorio ha presentato il suo libro “Made in Italy – Il lato oscuro della moda” (uscito circa un anno fa per Castelvecchi). “Spesso un capo di abbigliamento – ha spiegato – può riportare la dicitura ’made in Italy’, in realtà però non è stato realizzato in Italia ma in un paese dell’est Europa o del terzo mondo, dove la tassazione per le imprese sono molto più basse, e molto più deboli le tutele per le lavoratrici e i lavoratori, oltre a scarsi o inesistenti i vincoli a tutela dell’ambiente. Non esiste però ancora una legge che obblighi le imprese a indicare il luogo reale dove i prodotti vengono fabbricati”. Riguardo agli stessi salari, ad esempio in Romania o Bulgaria (Paesi dell’Unione Europea…) “sono in continuo ribasso da dieci anni”, a causa di questa competizione sfrenata per cui gli Stati, pur di attirare le grandi imprese convincendole a delocalizzare, abbassano appunto costo del lavoro, tasse e vincoli ambientali. Questo naturalmente non solo rende questi Paesi terre di conquista e di sfruttamento da parte dei grandi marchi, ma impoverisce gli stessi Paesi d’origine, come appunto l’Italia, che si vede portare via di continuo imprese, lasciando per strada migliaia di lavoratrici e di lavoratori.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 19 aprile 2019

La Voce di Ferrara-Comacchio

La mafia nigeriana e i suoi legami con le mafie italiane

2 Apr

Di questo ha parlato Sergio Nazzaro, autore del saggio “Castel Volturno”, intervenuto alla Feltrinelli di Ferrara lo scorso 29 marzo: “in Italia la mafia nigeriana esiste e prospera perché le mafie italiane le ‘concedono’ i mercati della droga e della prostituzione”

sdrTrent’anni fa fu enorme il clamore suscitato dal brutale assassinio di Jerry Masslo, sudafricano, ucciso nel casertano (a Villa Literno) dove lavorava in nero nella raccolta dei pomodori. Tanto tempo è passato, tanta sofferenza ha continuato ad accumularsi grazie ad un sistema crimonoso diretto dalle mafie italiane ma, negli anni, sempre più “appaltato” a mafie d’importazione, in primis quella nigeriana. Anche di questo tratta il libro “Castel Volturno. Reportage sulla mafia africana” (Einaudi 2013), che l’autore Sergio Nazzaro ha presentato alla Feltrinelli di Ferrara lo scorso 29 marzo – con l’introduzione di Isabella Masina – in occasione degli eventi in programma per la XXIV “Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie”, organizzati dal Coordinamento di “Libera” Ferrara insieme ad “Avviso Pubblico”. Ripercorrendo alcune tragiche vicende che hanno interessato il tristemente noto comun casertano – come la “strage di San Gennaro” del settembre 2008, causata dai Casalesi, che ha portato alla morte del pregiudicato Antonio Celiento e di sei innocenti immigrati africani, o dell’enorme scandalo abusivo di Villaggio Coppola – Nazzaro ha cercato di delineare i tratti principali della mafia nigeriana nel nostro Paese, non solo in Campania, e i rapporti della stessa con le mafie italiane. “La criminalità organizzata nigeriana nasce nei cult universitari, o confraternite, del Paese africano. Alcuni nigeriani, poi, emigrano in Italia e qui ’imparano’ a diventare mafia”. Nel caso specifico di Castel Volturno, negli anni “i nigeriani hanno sostituito marocchini e tunisini nello spaccio sulle strade, mentre la camorra si occupa sempre più di affari importanti, più grossi e redditizi, lasciando spaccio della droga e sfruttamento della prostituzione ai primi. In Italia, quindi, – ha proseguito – la mafia nigeriana esiste e prospera perché le mafie italiane – dalle quali mutua i tratti – le concedono questi mercati, quelli più rischiosi, ’poveri’, che, in ultima istanza, rimangono sotto il controllo delle mafie italiane”. Tra le due, “ugualmente pericolose”, vi è “un rapporto di amore-odio, fatto a volte di omicidi e rese dei conti, altre volte di collaborazioni”. Difficile trovare facili soluzioni a problemi così enormi e radicati, ma, secondo Nazzaro, “di sicuro non servono i militari, mentre invece sarebbe già molto fornire di maggiori dotazioni le forze dell’ordine”, e, ad esempio, cercare di arruolare nelle stesse anche immigrati di seconda o terza generazione. Inoltre, la mafia nigeriana può essere sconfitta o comunque indebolita “studiandola bene, dal di dentro”, andando cioè a cercare davvero chi tira le fila dei traffici illeciti. Altro problema fondamentale – sembra banale dirlo – è rappresentato proprio dai “consumatori di droga e dai clienti che sfruttano le donne prostituite: se non ci fossero, non ci sarebbe nemmeno il mercato della droga e della prostituzione”. Durante l’incotnro è intervenuto anche Simmaco Perillo, presidente della cooperativa sociale “Al di là dei sogni”, che a Maiano di Sessa Aurunca (CE) dal 2008 gestisce il bene confiscato “Alberto Varone”, diversi ettari di terreno nei quali lavorano persone svantaggiate. Infine, ricordiamo che venerdì 12 aprile alle ore 21 nella Sala del Coro del Monastero del Corpus Domini di via Campofranco si terrà un incontro con Margherita Asta, attivista di “Libera”. Il 2 aprile 1985 Margherita, che ai tempi aveva 11 anni, sopravvisse alla strage di Pizzolungo, messa in atto da Cosa Nostra nel trapanese, in cui persero la vita la madre e i due fratelli gemelli di soli sei anni d’età.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 05 aprile 2019

La Voce di Ferrara-Comacchio

Sempre più eroina tra i giovani ferraresi

2 Apr

La mattina del 26 marzo scorso un 27enne è stato trovato morto in zona Krasnodar per eroina. I dati confermano l’aumento del consumo. Sempre più persone, e sempre più giovani, si rivolgono ai servizi per problemi legati alla tossicodipendenza. “Tutte le droghe oggi sono più pericolose”: la dichiarazione di Luisa Garofani del Sert

droga2Lo hanno trovato riverso sul letto una mattina qualunque di inizio primavera, privo di vita, quella vita strappata dalla droga. Aveva solo 27 anni il ragazzo, B. M., che nelle prime ore del giorno del 26 marzo scorso è morto per overdose, trovato così, esanime, dal padre nella camera della loro casa in zona via Bologna, vicino al Centro Commerciale “Il Castello”. E’ successo a Ferrara, è successo a un ragazzo, in una famiglia non dissimile da tante altre, in un tranquillo quartiere della prima periferia cittadina. Immediatamente i genitori hanno dato l’allarme ai soccorsi del 118, giunti sul posto con un’ambulanza, ma il personale sanitario non ha potuto far altro che constatare il decesso del giovane, per “arresto cardiocircolatorio”, si pensa causata da una dose di eroina. Per una triste combinazione, tre giorni dopo, il 29, all’Ospedale S. Anna di Cona era in programma l’incontro sul tema “Uso ed abuso di sostanze psicotrope nei giovani. Quali strategie a Ferrara”, nel quale sono stati coinvolti i diversi professionisti impegnati nell’ambito del consumo e delle dipendenze da sostanze stupefacenti.

I dati

In Emilia-Romagna la cannabis è stata la sostanza psicoattiva illegale maggiormente sperimentata dalla popolazione 15-65enne. Il 33,6% dei soggetti l’ha utilizzata almeno una volta nella vita, contro l’8,1% che ha utilizzato cocaina, il 4,5% stimolanti, il 3,9% allucinogeni e il 2,2% oppiacei. Più alti risultano i valori del consumo delle sostanze lecite, quali alcol (92,3%) e tabacco (62,8%). In generale risulta che i cittadini emiliano-romagnoli sono lievemente più esposti all’uso di sostanze rispetto alla media nazionale, soprattutto per i cannabinoidi, gli allucinogeni e i stimolanti. Negli ultimi 4 anni, nella provincia di Ferrara, le persone che si sono rivolte ai servizi sanitari per problemi legati al consumo problematico o alla dipendenza da stupefacenti o sostanze psicoattive sono passate da 2.114 a 2.421 con un incremento di periodo del 14,5%. La comparazione tassi di utenza complessiva colloca il territorio ferrarese al di sopra della media regionale, con un tasso standardizzato per età e sesso di 9,44 soggetti con dipendenza patologica ogni 1.000 abitanti contro l’8,78/1.000 della media regionale. La prevalenza della dipendenza patologica da droga nella popolazione generale vede ai primi posti il distretto Centro Nord con un tasso di 4,13 per 1.000 e il distretto Sud Est con 3,97 tossicodipendenti ogni 1.000 residenti di età compresa tra i 15 e i 64 anni. Il fenomeno del consumo di droga nel distretto Ovest continua negli anni ad avere un impatto minore rispetto alle altre realtà territoriali, infatti si rileva un tasso di 2,90 tossicodipendenti ogni 1.000 abitanti di età compresa tra i 15 e i 64 anni, collocandosi così al di sotto della prevalenza media provinciale che è di 3,80 casi ogni 1.000 residenti. Le sostanze primarie maggiormente consumate continua ad essere: l’eroina utilizzata da 628 pazienti pari al 73,3%, per il 96,4% con la modalità d’uso endovenoso; la cocaina utilizzata da 123 pazienti pari al 14,4% (3,6% con uso endovenoso); la cannabis utilizzata da 90 pazienti pari al 10,5%. L’analisi temporale del rapporto tra utenti distinti per sostanza primaria e popolazione target segue un trend in leggera decrescita per gli oppioidi (2,90/1.000, associato ad un incremento dei pazienti in trattamento per consumo problematico di cocaina (0,90/1.000) e di cannabinoidi (0,57/1.000). Nel tempo si conferma la tendenza selettiva per sesso della dipendenza da droghe: gli utenti in carico ai SerD sono in prevalenza maschi (M=84,5%; F=15,5%), con un rapporto di 5,4 maschi ogni femmina.

Adolescenti e giovani

A Ferrara, a partire dal 2000, si è assistito all’incremento costante dell’accesso ai servizi di adolescenti e giovani adulti (15-24 anni), che passano da 64 pazienti nel 2000 a 162 nel 2016, con un tasso di crescita di periodo del 153%. Il tasso di prevalenza età specifico passa da 4,6 per 1.000 nel 2007 a 6,2 per 1.000 nel 2016. L’età di accesso ai servizi si abbassa. Infatti la quota di soggetti con un’età compresa tra i 15 e i 19 anni di 31 utenti del 2007 raddoppia raggiungendo nel 2016 i 66 pazienti in trattamento. Questa nuova utenza assume comportamenti di consumo diversi rispetto al passato, infatti si incrementano le richieste di trattamento per abuso di eroina, 23,5% (fumata quotidianamente o per più giorni la settimana), di cocaina, 2,5% e per consumo problematico di cannabinoidi (37,0%). In generale gli adolescenti riferiscono di avere sperimentato molte sostanze (eroina, cocaina, amfetamine, ketamina, extasy, ice, sostanze allucinogene, ecc.) e di proseguire nel tempo nel poliabuso delle stesse. Tra le sostanze concomitanti all’uso primario va messa in luce la percentuale di consumo di cocaina che arriva al 35,6%. Nel 2016 sono stati 37 i minori (14-17 anni) che hanno seguito un percorso terapeutico dedicato; di questi 12 oltre al consumo di sostanze presentavano problematiche multidimensionali (sanitarie, familiari e sociali) e sono stati inseriti in team di co-progettazione socio-sanitaria che ha visto la collaborazione tra più servizi coinvolti sul caso (SerD, Uonpia, Psichiatria adulti, Asp). In risposta all’aumento del consumo di sostanze tra la popolazione giovanile, per facilitare gli accessi al sistema di cura, i servizi hanno attivato percorsi di presa in carico specifici diretti agli adolescenti attivando un’équipe multidisciplinare dedicata, al fine di agire precocemente, in una fase di uso non stabilizzato di sostanze psicoattive. In particolare l’intervento precoce dedicato ai giovani mira all’inquadramento diagnostico e al lavoro integrato con le famiglie e gli insegnanti ad orientamento cognitivo comportamentale. Da uno studio condotto a Ferrara su una coorte di pazienti di età inferiore ai 25 anni compiuti che hanno avuto accesso al Dipartimento di Emergenza di Ferrara (Ospedali di Cona, Ospedale del Delta, Cento e Argenta nel periodo compreso tra il 01/01/2012 e il 31/12/2016) con uno stato di agitazione psicomotoria, nel 27% del campione è stata fatta diagnosi di intossicazione correlata all’uso di sostanze compreso l’alcool. Il 67,1 % dei casi sono di sesso maschile contro il 32,9% del campione di sesso femminile.

“Tutte le droghe oggi sono più pericolose”: Luisa Garofani del Sert

“Quel che sappiamo e che si può dire è che il 27enne morto a Ferrara, in precedenza aveva consumato sostanze stupefacenti, e nell’ultimo periodo era stato lontano dai nostri servizi. Sul mercato ha trovato probabilmente un’eroina, com’è quella che si trova oggi, più potente ed incisiva anche negli effetti, in quanto addizionata con sostanze oppoidi o farmacologiche che la rendono anche molto meno controllabile, soprattutto da parte di chi, come probabilmente lui, non l’aveva mai provata, appunto perché da un po’ di tempo lontanto dal mercato”. A parlare a “la Voce” è Luisa Garofani, Direttrice del Sert di Ferrara. “Il giovane – prosegue – ha avuto dunque una recidiva, segnale di forte malessere, di mancanza di una prospettiva futura, nuovamente di ricerca di quel ’rifugio’ che è l’eroina. In generale, “come operatori in questo ambito, possiamo dire che oggi assistiamo a un’emergenza riguardante tre tipologie di consumatori di eroina, che successivamente hanno smesso di consumarla e poi ci sono ricascati: nel primo gruppo vi sono persone di una certà eta, che come servizi abbiamo seguito per un certo tempo e a volte hanno delle ricadute. Nel secondo gruppo vi sono appunto i giovani, che sperimentano un’eroina senza nessuna mediazione, da soli, magari con l’idea – che sta passando – che questa sostanza sia migliore rispetto a quella di una volta, basta non farsela in vena. Come detto prima, è vero il contrario, e questo vale anche se la si fuma. Infine, nel terzo gruppo vi sono persone che escono dal carcere, e che quindi vanno particolarmente attenzionate”. In generale, non solo a Ferrara, è in aumento il consumo di sostanze stupefacenti, anche di quelle considerate erroneamente ‘leggere’. “Erroneamente perché – sono ancora parole della Garofani -, la cannabis, ad esempio, se prima aveva un principio attivo del 4%, oggi quella che si trova sul mercato ha un principio attivo molto più elevato, addirittura del 20%. Non aiuta nemmeno il fatto che sia molto più facile reperirla, e che costi molto meno, così come le altre droghe, fatto che fa passare l’idea che siano più innocue”. La drammatica realtà è che le droghe, al contrario, “sono sempre più sintetiche, quindi molto più pericolose: il loro effetto è più potente, e il danno assolutamente incalcolabile”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 05 aprile 2019

La Voce di Ferrara-Comacchio

“La mia obiezione di coscienza ispirata da don Lorenzo Milani”

25 Mar

Lo scorso 19 marzo Enzo Bellettato nella Libreria Feltrinelli di Ferrara ha presentato il suo libro “Diario di un obiettore. Strapparsi le stellette nel ’68”

digUna disobbedienza fondamentale per rivendicare, anche in Italia, il diritto all’obiezione di coscienza. E’ quella compiuta da Enzo Bellettato, 77 anni, rodigino, insegnante in pensione, che con Piero Pinna e altri diede inizio, nell’agosto del ’63, al Gruppo di Azione Nonviolenta. Lo scorso 19 marzo nella Libreria Feltrinelli di Ferrara ha presentato il suo libro “Diario di un obiettore. Strapparsi le stellette nel ’68”, penultimo appuntamento del ciclo “Raccontare la storia, raccontare storie. Nonviolenza in azione”, promosso da Libreria Feltrinelli Ferrara, Movimento Nonviolento e Istituto di Storia Contemporanea con il patrocinio del Comune di Ferrara. Il 30 giugno 1967 Bellettato inizia il servizio militare a Bellinzago (NO), quattro giorni dopo la morte di don Lorenzo Milani. “Durante il mio servizio militare – ha raccontato – annotavo tutto ciò che mi colpiva, scrivendo in foglietti che tenevo nascosti. Ho rifiutato di proseguire il servizio militare dopo aver inutilmente cercato di sostituirlo con un servizio civile in Italia o all’estero”, ha spiegato. Così, nel marzo ’68, “prima dico al Capitano di non voler continuare il servizio militare, poi compio il gesto vero e proprio di disobbedienza strappandomi le stellette dalla divisa”. A maggio, il Tribunale militare di Torino lo condanna a sette mesi con la condizionale. Ne sconterà due e mezzo. Il suo caso avrà come ripercussione la sentenza della Corte costituzionale del 1970, per la quale la propaganda all’obiezione non è più “istigazione a delinquere”. La legge per l’obiezione di coscienza verrà promulgata due anni dopo. Nel corso della sua vita Bellettato continuerà l’impegno per la nonviolenza come obiettore fiscale alle spese militari e promotore della Consulta per la pace di Rovigo. Nell’incontro a Ferrara, l’autore si è soffermato anche sull’importanza della figura di don Lorenzo Milani: “prima della sua morte sono stato più volte a Barbiana”, attratto dalla sua celebre lettera ai cappellani militari e dall’originale metodo educativo. “Allora ero ancora cattolico, e sulla mia disobbedienza influirono lo spirito conciliare e figure – oltre a don Milani – come quelle di Papa Giovanni XXIII, La Pira e padre Balducci, che sembravano aprire al mondo cattolico prospettive importanti”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 29 marzo 2019

La Voce di Ferrara-Comacchio

Una rete di legalità per combattere la mafia anche in Emilia-Romagna

25 Mar

Il 21 marzo era la “Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie”: tanti gli incontri anche a Ferrara, organizzati da Avviso Pubblico, Libera e altre associazioni e istituzioni locali

sdr

“Spesso le mafie minacciano o cercano di corrompere gli amministratori pubblici: per questo è importante non lasciarli soli, ma creare una rete di supporto”. E’ questo l’impegno – che davvero dà senso a una vita – iniziato 22 anni da Avviso Pubblico (AP), Associazione che riunisce Enti locali e regioni antimafia, presentata a Ferrara lo scorso 21 marzo in occasione della XXIV “Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie”. L’incontro svoltosi alla libreria Feltrinelli di Ferrara organizzato in collaborazione con il Coordinamento di “Libera” Ferrara, ha visto la presentazione del libro “Vent’anni di lotta alle mafie e alla corruzione. L’esperienza di Avviso Pubblico”, che raccoglie contributi, tra gli altri, di Rosy Bindi, don Luigi Ciotti e Agnese Moro. Forte è emersa ancora una volta la necessità di tenere sempre alta l’attenzione sulla mafia nella nostra Regione, teatro, negli anni scorsi, di due grandi processi, “Black Monkey” e “AEmilia”, doppia dimostrazione di come anche in Emilia-Romagna “vi siano (state) forti infiltrazioni di stampo mafioso”, ha spiegato Antonella Micele, vicesindaco di Casalecchio di Reno e coordinatrice regionale di AP. Nella nostra provincia, quattro sono i Comuni che hanno scelto di aderire ad Avviso Pubblico: Ferrara, Cento, Fiscaglia e Voghiera. Di quest’ultimo è vicesindaco Isabella Masina, che è anche giornalista, e che ha introdotto e moderato l’incontro a Feltrinelli, alternandosi in questo ruolo con Federica Pezzoli, volontaria e responsabile del settore informazione del Coordinamento di “Libera” Ferrara. Giulia Migneco, coautrice del volume e responsabile comunicazione di AP, ha spiegato come l’Associazione nasce proprio in questa Regione, grazie all’allora Sindaco di Savignano sul Panaro, Massimo Calzolari, il quale ebbe la grande intuizione di unire gli amministratori locali “che sentivano il bisogno di prevenire eventuali infiltrazioni mafiose nei propri Comuni, già presenti negli anni ’90, anche se in quegli anni quasi nessuno ne parlava. Nel ’96 in AP c’erano 14 amministratori locali, oggi siamo in 470. In più di vent’anni – ha proseguito – , nel nostro Paese sono stati oltre 300 i Comuni sciolti per mafia, dei quali uno in Emilia-Romagna nel 2016, Brescello”. “Le mafie – sono ancora sue parole – anche se uccidono di meno, sono sempre più forti, anche a livello economico – e in ambiti diversi, come quello del gioco d’azzardo, dell’agroalimentare o dei beni culturali -, e spesso minacciano o cercano di corrompere gli amministratori pubblici”. Una delle ultime, macabre, intimidazioni è quella rivolta due settimane fa a Sindaco, alla sua famiglia e a un assessore di Monte Sant’Angelo (FG) ed ente socio di AP, dove è stata fatta trovare una busta contenente un teschio umano. “Per questo è importante non lasciarli soli”, e AP nasce proprio come “rete di supporto che organizza anche progetti formativi, corsi di aggiornamento, avanza proposte per un’amministrazione trasparente, chiara, efficace e legale”, ha spiegato la Micele, oltre a monitorare l’attività parlamentare, “colmando così un vuoto lasciato dallo Stato e dalla crisi dei partiti”. L’obiettivo in provincia, e non solo, “è di ampliare il numero di Comuni aderenti ad AP, ma – ha spiegato Masina – stando molto attenti alla qualità e all’impegno degli stessi, evitando dunque collaborazioni o adesioni spot. Purtroppo bisogna constatare – ha riflettuto con amarezza – come l’anno scorso pochi erano gli amministratori locali presenti alle nostre iniziative in occasione della Giornata del 21 marzo”. Giornata che anche quest’anno ha visto e vedrà ancora diverse iniziative in provincia. Il 21 marzo scorso è iniziato con la lettura, nel Municipio di Ferrara, dei 1009 nomi delle Vittime di tutte le mafie, in contemporanea alla manifestazione nazionale tenutasi a Padova. Lettura alla quale hanno partecipato il Sindaco Tagliani e l’Assessore Sapigni, il Prefetto Campanaro, e rappresentanti dell’ISCO, Cgil, Emergency, Gruppo Scout S. Luca, Ail, Pro Loco Casaglia, Comitato Unicef Ferrara, Copresc Ferrara, Agire Sociale e singoli cittadini volontari. All’iniziativa era presente anche la classe V F del Liceo Scientifico A. Roiti di Ferrara, accompagnata dall’insegnante Andrea Celeghini. Poco prima della lettura è stata inaugurata la mostra di graphic novel “Vittime di mafia”, a cura dalla casa editrice Becco Giallo, allestita nell’atrio del Municipio. Sempre giovedì 21 nel Dipartimento di Giurisprudenza di Unife si è tenuto il seminario “Il diritto al viaggio”, mentre il giorno successivo nel “Punto 189” del Grattacielo di Ferrara si è svolto l’incontro dal titolo “Da Cosa Nostra a casa nostra: viaggio di scoperta, conoscenza e responsabilità”, con testimonianze e racconti video a cura del gruppo Scout San Luca e del gruppo dei giovani della parrocchia cittadina dell’Immacolata. Infine, l’ultimo appuntamento è in programma venerdì 29 marzo quando alla Feltrinelli di Ferrara verrà presentato il libro “Castel Volturno. Reportage sulla mafia africana”, con l’autore Sergio Nazzaro e Isabella Masina.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 29 marzo 2019

La Voce di Ferrara-Comacchio

Minori, stranieri, soli: angeli custodi in carne e ossa li affiancano

25 Mar

Sono i tutori volontari (a Ferrara una 50ina), adulti formati che accompagnano fino ai 18 anni (e spesso oltre) giovani stranieri non accompagnati, evitando loro di cadere nelle fauci della criminalità

mnsaPunti di riferimento fondamentali per minori stranieri non accompagnati (MSNA), con alle spalle un vissuto di violenza e abbandono, e un pungolo per l’intera comunità ospitante affinché tutta intera diventi accogliente nei confronti di questi giovani. Non è per nulla irrilevante – men che meno in questo periodo, con le conseguenze del DL Sicurezza – il ruolo dei tutori volontari che affiancano e rappresentano legalmente fino ai 18 anni ragazze e ragazzi migranti accolti nella comunità SPRAR Minori di Ferrara. Di questo si è discusso la mattina di sabato 23 marzo nella Sala consiliare del Municipio di Ferrara in occasione del seminario “Tutori nel tempo. Rappresentare e sostenere i minori stranieri soli nella nostra città”. L’incontro, moderato dal responsabile Ufficio stampa del Comune, Alessandro Zangara, ha visto come primo intervento quello di Clede Garavini, Garante dell’infanzia e dell’Adolescenza dell’Emilia-Romagna (figura che promuove la formazione dei tutori volontari per MSNA in Regione), la quale ha spiegato come in Regione al 31 dicembre 2018 i MSNA censiti isono 792 (è la terza regione in Italia dopo Sicilia e Lombardia), e attualmente sono circa 20 in meno. Solo due anni fa erano 1081, e sono diminuiti per il calo degli sbarchi che impedisce loro di arrivare in Italia, costringendoli a rimanere in Libia. Di questi, il 92,7% sono maschi e circa l’85% ha 16 o 17 anni. Nella nostra Regione sono 111 le comunità attrezzate per accoglierli, ai quali è offerta, tra le possibilità, di essere seguiti da un tutore volontario (che sono nominati dal Giudice tutelare e dal Tribunale per i minorenni, prima di prestare giuramento), che “per loro possono essere un punto di riferimento importante, anche in quanto rappresentanti della comunità locale, oltrechè una grande risorsa per la stessa, in quanto promotori di partecipazione e stimolo per le istituzioni”. Nelle comunità dove sono accolti, i MSNA studiano, imparano la lingua italiana, fanno laboratori manuali, formazione lavoro, tirocini formativi e attività esterne. Fra le criticità riscontrate dalle comunità stesse, vi sono “la difficoltà ad acquisire del tutto l’autonomia, la difficoltà ad accedere a tirocini lavorativi, quella a ricongiungersi con i propri famigliari all’estero”. Fra le proposte, invece, la Garavini ha sottolineato il “favorire maggiormente la loro inclusione, soprattutto con i coetanei già residenti, sensibilizzare i servizi sociali, promuovere l’accesso al mondo del lavoro, valorizzare le procedure per il ricongiungimento famigliare e promuovere la formazione di più tutori”. Da settembre 2017 a dicembre 2018 sono state oltre 300 le domande ricevute per partecipare a corsi di formazione per tutori volontari, che sono in prevalenza donne (73%), hanno meno di 45 anni (il 43%) – mentre il 15% ha invece fra i 25 e i 35 anni – e quasi 2/3 di loro sono laureati. A Ferrara e provincia, invece i MSNA sono 29, 15 sono le tutele volontarie avviate ad altrettanti MSNA, con più di 50 tutori volontari formati. Elena Buccoliero, sociologa e giornalista, referente dell’Ufficio Diritti dei Minori del Comune di Ferrara oltre che giudice onorario presso il Tribunale per i Minorenni di Bologna, ha raccontato come sono nati a Ferrara i primi corsi per diventare tutori volontari, con il coinvolgimento, oltre che dell’ASP e del CSV, anche di Daniele Lugli – che è intervenuto -, Difensore civico della Regione Emilia-Romagna negli anni 2008-13 con un impegno specifico per promuovere la tutela volontaria. “Già nel 2011 – ha spiegato – abbiamo iniziato ad occuparci nello specifico di MSNA, cercando di rispondere alla loro esigenza di libertà e sviluppo come persone”. Alcuni passaggi “storici” sono nel febbraio 2016 la prima nomina di una tutrice a favore di una bambina italiana e, nel novembre dello stesso anno, la nascita dell’associazione – prima in Regione di questo tipo – “Tutori nel tempo”, che contava 13 soci fondatori, ai quali se ne sono poi aggiunti 18. A nome dell’Associazione sono intervenuti Paola Mastellari e Massimo Sartori, che hanno posto l’accento sull’importanza di “accompagnare qualcuno che è in una situazione di bisogno, creando nel tempo un rapporto di fiducia, mettendosi in relazione diretta con la persona, in un rapporto di prossimità, per prevenire eventualmente anche situazioni di marginalità sociale”. A seguire, sono intervenuti Marco Orsini della coop. CIDAS, Valentina Dei Cas (Asp Ferrara), Giordano Barioni, che nell’Istituto don Calabria di Ferrara coordina la comunità SPRAR Minori (oggi SIPROIMI), con “una decina di operatori che seguono i ragazzi lungo l’intera giornata, pulendo i loro fiumi di rabbia e le loro frustrazioni. Dopo le tante violenze e i soprusi subiti – ha proseguito -, per avere fiducia in noi adulti ci vuole tempo, pazienza, continuando a dialogare con loro, ad accompagnarli, dandogli orizzonti. Per questo è importante il contributo dell’intera città”. Dopo il giornalista Sergio Gessi, Rita Canella ha letto una lettera indirizzata al Ministro degli Interni sul futuro dei MSNA dopo il DL Sicurezza, tema sul quale si è soffermata Paola Scafidi, avvocato esperto di immigrazione: “il principale motivo di preoccupazione è rappresentato dall’abolizione dell’istituto della protezione umanitaria, che riconosceva il permesso di soggiorno per un ventaglio ampio di motivazioni, tra cui la minore età e la possiblità di un buon percorso di integrazione, mentre il DL Sicurezza riduce fortemente le possibilità per ottenere il permesso, considerando solo casi più specifici, più limitati, più rigidi, aumentando così inevitabilemnte il numero di irregolari sul nostro territorio”. Un’altra conseguenza è che i minori che hanno ricevuto il permesso di soggiorno, quando compiranno il 18esimo anno di età, non potranno essere più seguiti. Senza dimenticare come il “Decreto Minniti-Orlando” del 2017 prevede che “per i migranti che hanno fatto ricorso contro un diniego per la richiesta di asilo venga soppressa la possibilità del secondo grado”. Infine, ha preso la parola prima Giuseppe Spadaro, Presidente del Tribunale per i Minorenni di Bologna, che ha ricordato come “accoglienza e solidarietà siano valori scritti nella nostra Costituzione, e punti di riferimento anche per i giudici”, e poi l’Assessore Chiara Sapigni che ha proposto, per aiutare i MSNA, di “alzare il limite d’età fino alla quale debono essere seguiti”, e ha invitato “le aziende del territorio a inserirli in percorsi di formazione lavorativa. Come dimostrato anche da testimonianze video proiettate durante la mattinata – ha concluso -, il ripetere ‘rimandiamoli a casa loro’ crea in questi ragazzi un clima di pesantezza e di paura che non meritano”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 29 marzo 2019

La Voce di Ferrara-Comacchio

Accoglienza e inclusione: a Ferrara tanti progetti dal basso

18 Mar

Più di 200 i presenti la sera del 15 marzo nell’assemblea pubblica alla Factory Grisù, per dimostrare come la nostra sia una “città aperta”

pubblico“Ferrara città aperta? Contro ogni forma di razzismo, per l’accoglienza, il dialogo interculturale, l’inclusione sociale” è il nome scelto per l’incontro svoltosi la sera di venerdì 15 marzo nella sala macchine della Factory Grisù di via Poledrelli. L’appuntamento, organizzato dalle Assemblee Civiche “Il Battito della Città”, “La Città che Vogliamo” e “Addizione Civica”, ha visto alternarsi diversi relatori, ferraresi e non, ognuno in prima linea nel rendere le parole accoglienza, dialogo e inclusione, pratiche quotidiane per le quali impegnarsi in prima persona. Le testimonianze sono state intramezzate da alcune letture di Fabio Mangolini, che ha esposto il “Tentativo di decalogo per la convivenza inter-etnica” di Alexander Langer, e dai brani della cantautrice Sakina Al Azami. Il primo a prendere la parola è stato Guido Barbujani, docente dell’Università di Ferrara, genetista e scrittore, che ha spiegato come da un punto di vista scientifico sia privo di senso parlare di razze, nonostante i tentativi da parte della scienza in epoca moderna di arrivare a una classificazione. “Tutte le differenze che esistono tra gli esseri umani fanno parte dell’1X1000, mentre il 99,9% ce lo abbiamo in comune”, ha commentato. Adam Atik, Presidente di “Cittadini del mondo”, ha poi riflettuto sull’“importanza di instaurare un rapporto con le persone straniere e con i migranti, e di non guardare solo i dati e le statistiche, quindi di un lavoro di cittadinanza attiva, mettendoci ognuno in prima persona per risolvere le situazioni di degrado”. E’ stato poi proiettato un video realizzato dall’associazione “Occhio ai media” sui casi di razzismo in Italia, sul cui aumento lo scorso luglio l’UNHCR (Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati) ha espresso “profonda preoccupazione”. Un esempio concreto di partecipazione solidale dal basso sono le Cucine Popolari di Bologna, nate nel 2014, dirette da Roberto Morgantini, recentemente insignito dal Presidente Mattarella del titolo di Commendatore della Repubblica. Attualmente sono tre, una quarta aprirà a breve ma l’obiettivo è di arrivare a sei, quanti sono i quartieri del capoluogo emiliano. “E’ più di una mensa, è una mensa-comunità” – ha spiegato Morgantini – che dà più di 200 pasti al giorno, “cercando di coinvolgere l’intera cittadinanza”, tra cui scuole e parrocchie. Il cibo è anche “strumento per creare inclusione e una fitta rete di relazioni e di scambi”. Altre iniziative presenti nelle Cucine sono una piccola libreria, il “caffè sospeso”, ma anche altri “sospesi” come può essere un giornale quotidiano o un biglietto per il teatro, perché la persona ha bisogno anche di socialità, cultura e informazione. “La parola chiave è apertura, intesa come accoglienza e contaminazione tra culture e identità”, ha proseguito: “non sottraiamo le persone a questa bellezza, altrimenti viene meno il senso stesso della vita”. Ha preso poi la parola Leaticia Ouedraogo, 21 anni, originaria del Burkina Faso, studentessa di lingue al Collegio internazionale di Ca’ Foscari, diventata famosa un anno fa per aver risposto con una lettera diventata virale a un anonimo che sulla parete di uno dei bagni dell’Ateneo aveva scritto: “Onore a Luca Traini. Uccidiamoli tutti sti negri”, accompagnato dalla svastica nazista e dalla croce celtica fascista. “Voglio parlarti, capire perché tu mi voglia uccidere – era un passaggio della lettera -, visto che sono negra. Sono impaurita, non perché io abbia paura di essere uccisa, ma mi spaventano le ragioni per cui verrei uccisa. Come puoi pensare di uccidere qualcuno solo per il colore della sua pelle?”. “Spesso mi sento ’l’altro’ di qualcuno – ha spiegato Leaticia a Grisù -, nelle nostre città troppo volte assediate da odio e paura: ma ognuno di noi purtroppo può essere ’l’altro’ di un’altra persona”. La seconda parte della serata è proseguita con le testimonianze di buone pratiche di accoglienza e inclusione nella nostra città: sono intervenuti Viera Slaven (Ufficio Immigrati Cgil di Ferrara), sull’importanza di raccontare di come vivono le badanti, Marco Orsini (coop. Cidas) sull’affiancamento familiare dei ragazzi stranieri, Domenico Bedin (Viale K), Malek Fatoum (“Occhio ai media”), Marzia Marchi (insegnante Cpia e tutrice volontaria MSNA) ed Elena Buccoliero (Responsabile ufficio Diritti dei Minori – Comune di Ferrara).

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” il 22 marzo 2019

La Voce di Ferrara-Comacchio

(foto Francesca Brancaleoni)

Verde speranza

18 Mar

“Fridays for Future”: 2.000 persone, quasi tutti adolescenti, hanno manifestato a Ferrara per rivendicare il “diritto al futuro”, insieme a milioni di coetanei nel mondo

6184Da una piccola ragazza bionda a milioni di giovani in ogni angolo del pianeta. Proprio quel pianeta messo così a dura prova dall’atteggiamento predatorio e scellerato di coloro che dovrebbero, al contrario, esserne i custodi. Greta Thunberg, 16enne svedese, che soffre di disturbi autistici (Sindrome di Asperger, per la precisione), dallo scorso 20 agosto ha scelto, ogni venerdì, di non andare a scuola per mettersi con un cartello davanti al Parlamento svedese per chiedere a governi e multinazionali, almeno, la riduzione delle emissioni di gas serra. Una piccola goccia che presto ha inondato il mondo intero, arrivando lei stessa a intervenire durante la Cop 24 di Katowice in Polonia, la Conferenza sul cambiamento climatico organizzata dalle Nazioni Unite, e ricevendo, da parte di un gruppo di deputati norvegesi, la candidatura al premio Nobel per la pace. Uno tsunami ecologista che ha reso storica la giornata del 15 marzo scorso: quasi 1700 città sparse in 200 Paesi, sono stati “sommersi” dall’onda verde composta soprattuto da giovani, perlopiù adolescenti. A Ferrara sono stati quasi 2mila i partecipanti alla manifestazione “Fridays for Future” (questo il nome scelto): una manifestazione giovanile così grande da diversi anni non si vedeva nella nostra città, forse mai si è vista per un tema come quello ecologico. I partecipanti si sono ritrovati alle ore 9 in piazza Municipale, per poi dar vita a un lungo corteo lungo corso Giovecca, per arrivare infine a piazzale Medaglie d’oro. Una giornata preparata già da alcune settimane, in particolare dal 4 marzo quando, nel chiostro di S.Maria delle Grazie in via fossato di Mortara, studenti, associazioni e singoli cittadini si sono trovati per discutere dei temi e per gli aspetti organizzativi della manifestazione.

I dati dell’ONU

Secondo il “Global Environment Outlook 2019” (GEO-6), la più completa e rigorosa analisi della situazione mondiale dell’ambiente, realizzata dalle Nazioni Unite negli ultimi 5 anni, “i danni causati al pianeta sono così importanti che, se non verranno prese misure urgenti, la salute delle popolazioni sarà sottoposta a minacce crescenti”. Il rapporto, redatto da 250 scienziati e esperti di 70 Paesi diversi, sottolinea che “se le misure di protezione dell’ambiente non vengono considerevolmente intensificate, città e intere regioni in Asia, Medio Oriente e Africa potrebbero conoscere milioni di decessi prematuri entro la metà del secolo”. Il rapporto prevede anche che “a causa degli inquinanti presenti nei nostri sistemi di acqua dolce, la resistenza anti-microbica diventerà la prima causa di decesso entro il 2050 e che “i perturbatori endocrini danneggeranno la fertilità degli uomini e delle donne, così come lo sviluppo dei bambini”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 22 marzo 2019

La Voce di Ferrara-Comacchio

(foto Francesca Brancaleoni)

Alex Langer, rivoluzionario gentile

4 Mar

Un “profeta controvoglia” che sapeva riflettere, e vivere, con speranza e realismo, difficili situazioni di convivenza interetnica, come nel suo Sud Tirolo o nei Balcani degli anni ’90. Criticando chi usa le proprie “bandiere contro qualcuno”

langer1Nel leggere i tanti scritti di Alexander Langer, sembra di respirare un’aria pura, così diversa dalle tribune asfittiche di oggi, da una politica fatta di grida, cinismo, rincorsa del consenso “usa e getta”. Langer era proprio il contrario di tutto ciò, nella sua vita ha messo in opera quel principio anticompetitivista del “più lento, più profondo, più dolce”. Il suo dinamismo, la sua irrequietezza non facevano mai venir meno né lo “scandalo” delle sue denunce etiche e sociali, né la sua mitezza. Lui stesso ha scritto: “Posso dire che rifuggendo drasticamente dai salotti e dalle persone che mi cercano in funzione di qualche mio ruolo, vivo come una delle maggiori ricchezze gli incontri, già familiari o nuovi che siano, che la vita mi dona. Vorrei continuare ad apprezzare gli altri ed esserne apprezzato senza secondi fini. Forse anche per questo converrà tenersi lontani da ogni esercizio di potere”.

Un impegno concreto e totale

Nato a Sterzing/Vipiteno nel Alto Adige-Südtirol il 22 febbraio 1946, raccontando della propria adolescenza, scrive: “il primo ideale universale che riesce a convincermi e a coinvolgermi è quello cristiano. […] Leggo, rifletto, prego. ‘Mi impegno’, sentendo questo impegno come cosa molto seria. Cerco di lavorare in senso ecumenico. […]. Magari per sensi di colpa, magari per sensibilità sociale cristiana, magari per istinto di giustizia sento molto interesse ‘per i poveri’ e per questioni sociali”. Dopo la maturità, nel 1963/64, studia a Firenze dove frequenta i nascenti movimenti del dissenso cattolico e incontra Valeria Malcontenti che sposerà nel 1985. Del periodo fiorentino scrive: “Incontro Giorgio La Pira, mio professore; Ernesto Balducci, che ogni settimana tiene una lezione sul Concilio, al cenacolo […]. L’incontro più profondo è con don Milani e la sua Scuola di Barbiana, per la quale insieme a una vecchia ebrea austroboema, Marianna Andre, tradurrò in tedesco Lettera a una professoressa”. Tiene stretti contatti con la realtà sudtirolese, in un periodo di complicazione terroristica del conflitto etnico, e nel 1967 con altri giovani intellettuali fonda il mensile “Die Brucke”. Fa l’insegnante, il servizio militare, poi lavora tra gli immigrati in Germania. Collabora al quotidiano Lotta Continua e in Sudtirolo, nel ’78, viene eletto consigliere regionale della Neue Linke/Nuova Sinistra (verrà poi rieletto nell’83 e nell’88). Rifiuta la schedatura etnica nominativa al censimento dell’81 assieme a migliaia di obiettori. Perde con questo il posto d’insegnante che gli viene restituito anni dopo da una sentenza della Corte di Cassazione. Negli anni ’80 è tra i promotori del movimento politico dei Verdi in Italia e in Europa, coi quali nell’89 viene eletto deputato al Parlamento europeo. Fra le sue mille battaglie, la campagna internazionale “Nord-Sud: biosfera, sopravvivenza dei popoli, debito”, nel ’91 l’impegno come presidente della delegazione del Parlamento europeo per i rapporti con l’Albania, la Bulgaria e la Romania. Decide di interrompere la propria vita il 3 luglio 1995, all’età di 49 anni. Riposa nel piccolo cimitero di Telves/Telfes, nei pressi di Vipiteno, accanto ai suoi genitori.

Razzismo, radici, convivenza

Esattamente 30 anni fa, sul numero del 1° marzo 1989 di “Nigrizia”, Langer scriveva: “E’ una brutta bestia, quella che sta nascendo o rinascendo in giro per l’Europa, in forme aperte o sottili, ma sempre pericolose e qualche volta subdole. Parlo del razzismo”. Più avanti: “Come negare […] che la presenza di tante persone che dai loro paesi fuggono per miseria o per ragioni di persecuzione politica crea degli effettivi imbarazzi e delle vere difficoltà nei paesi ospitanti?”. Per ragioni anche storiche, “siamo poco abituati all’idea che la multiformità etnica e culturale di una società, di una città, di una regione possa essere una ricchezza anziché una condanna e un fardello negativo”. Sottolineava quindi il “ritorno di fiamma dell’idea di nazione e di compattezza etnica: un modo come un altro per sottrarsi al peso della complessità, inseguendo la pretesa semplificazione”. Un facile profeta, dunque, del nostro presente: “sarà inevitabile che gli squilibri indotti [da un sistema iperindustrializzato e consumistico] sull’intero pianeta – sono ancora sue parole – spingeranno milioni e miliardi di persone a cercare la loro fortuna – anzi, la loro sopravvivenza – ‘a casa nostra’, dopo che abbiamo reso invivibile ‘casa loro’. Perché meravigliarsi se in tanti seguono le loro materie prime e le loro ricchezze che navi, aerei e oleodotti dirottano dal loro mondo verso il nostro?”. Ma il suo non era uno sterile e retorico pessimismo (da lui stesso più volte criticato): “Per la prima volta nella storia si può – forse – scegliere consapevolmente di affrontare e risolvere in modo pacifico spostamenti così numerosi di persone, comunità, popoli, anche se alla loro origine sta di solito la violenza”. 25 anni fa sulla rivista “Arcobaleno” esce forse il suo scritto più celebre, “Tentativo di decalogo per la convivenza interetnica”, nel quale emerge come il suo punto di vista fosse sempre quello di una persona immersa nel reale. “La compresenza pluri-etnica sarà la norma più che l’eccezione; l’alternativa è tra esclusivismo etnico e convivenza”, scrive, aggiungendo: “ciò non vuol dire, però, che sia facile o scontata, anzi. La diversità, l’ignoto, l’estraneo complica la vita, può fare paura, può diventare oggetto di diffidenza e di odio”. Detto questo, “l’autodeterminazione dei soggetti e delle comunità non deve partire dalla definizione delle proprie frontiere e dei divieti di accesso, bensì piuttosto dalla definizione in positivo dei propri valori ed obiettivi, e non deve arrivare all’esclusivismo e alla separatezza”. “Occorre sviluppare una complessa arte della convivenza”, ad esempio “offrendo momenti di ‘intimità’ etnica come di incontro e cooperazione inter-etnica”. “Ha la sua legittimità, e talvolta forse anche le sue buone ragioni, l’organizzazione etnica della comunità […]. Ma è evidente – sono ancora sue parole – che se si vuole favorire la convivenza più che l’(auto-)isolamento etnico, si dovranno valorizzare tutte le altre dimensioni della vita personale e comunitaria che non sono in prima linea a carattere etnico […]. Bisogna evitare che la persona trascorra tutta la sua vita e tutti i momenti della sua giornata all’interno di strutture e dimensioni etniche, ed offrire anche altre opportunità che di norma saranno a base inter-etnica”. Per questo, proponeva di “favorire l’esistenza di ‘zone grigie’, a bassa definizione e disciplina etnica e quindi di più libero scambio, di inter-comunicazione, di inter-azione”, dando spazio a “persone, gruppi, istituzioni che si collochino consapevolmente ai confini tra le comunità conviventi e coltivino in tutti i modi la conoscenza, il dialogo, la cooperazione, […dedicandosi alla] esplorazione ed al superamento dei confini: attività che magari in situazioni di tensione e conflitto assomiglierà al contrabbando, ma è decisiva per ammorbidire le rigidità, relativizzare le frontiere, favorire l’inter-azione”. Persone-ponti, queste, “capaci di autocritica verso la propria comunità: veri e propri ‘traditori della compattezza etnica’, che però non si devono mai trasformare in transfughi, se vogliono mantenere le radici e restare credibili”. Da qui la proposta dei “gruppi misti inter-etnici”, “un coraggioso laboratorio pioneristico”, un progetto tanto semplice quanto troppe volte complesso da realizzare, ma fattibile, necessario, sempre più urgente. In Langer, però, si badi bene, forte era l’attaccamento viscerale nei confronti della propria terra d’origine, nonostante il suo approccio cosmopolita: le radici le intendeva come “ciò che ci permette di sentirci a casa, di ciò che ci permette di sentirci parte di generazioni, di storia, di tradizione, di cultura, anche di prospettiva di senso”. Ma purtroppo sul bisogno di radici “si specula con tante forme di integralismo”, e dunque “la comunità locale deve essere la ragionevole alternativa su cui coltivare le radici senza abusi ideologici”, senza “un’ipervalutazione del noi”, evitando di usare “bandiere di identificazione” come “bandiere contro qualcuno”.

Giona dei giorni nostri

Mite e tenace era Langer, dicevamo all’inizio. Sempre al servizio, sempre in prima linea, spronava e attuava alla “semplicità” nel modo di vivere, che non significa “semplificare” un mondo così complesso. “In una società dove tutto è diventato merce, e dove chi ha soldi può comperare e stare meglio, occorre la riabilitazione del ‘gratuito’, di ciò che si può usare ma non comperare”, scriveva. Negli appunti per una relazione del 1991, dedicata a don Tonino Bello, cita Giona, definendolo “profeta controvoglia”, con un’ironia mista a sofferenza: “troppo tracotanti si riaffacciano durezza sociale, logica del più forte, competizione selvaggia. Davvero non si sa dove trovare le risorse spirituali per cimentarsi su un terreno sempre più impervio […]. Quanta distanza dai tanti profeti autoinvestiti! Si capisce che Giona non corra per alcuna nomination, ma anzi cerchi di sottrarsi. Si ha fame di verità, di profeti il cui messaggio sia più importante del latore”. E’ così, oggi più che mai il nostro mondo ha fame di verità e al tempo stesso di profeti che la vivano. Langer era uno di questi.

———————————

A Ferrara un incontro per conoscerlo meglio

Un “saggio e un profeta”, capace di “intrecciare tra loro sapienza e realismo”. Era questo Alexander Langer, ricordato in un incontro pubblico svoltosi nella Libreria Feltrinelli di Ferrara (in via Garibaldi) lo scorso 26 febbraio. L’appuntamento, introdotto da Anna Quarzi dell’ISCO, era il primo del ciclo di presentazioni librarie curate da Daniele Lugli, dal titolo “Raccontare la storia, raccontare storie. Incontri con gli autori. Nonviolenza in azione” (con il patrocinio dell’Istituto di Storia Contemporanea, del Movimento Nonviolento e del Comune di Ferrara), incontro nel quale è stato presentato il volume “Alexander Langer. Una buona politica per riparare il mondo”, a cura di Marzio Marzorati e Massimo “Mao” Valpiana. “Cosa resta nell’oggi delle idee di Langer?”, si è interrogato quest’ultimo, al quale Lugli ha aggiunto: “e noi, quanto siamo attuali rispetto alle sue idee profetiche?”. “Langer – ha spiegato Lugli – non si limitava alla conoscenza delle cose, ma si impegnava per tentare di cambiarle con proposte concrete, guardando in profondità nei processi e sottolineando la complessità e la diversità come ricchezze, su una base di uguaglianza di fondo”. “Di lui, come di don Milani – ha spiegato Valpiana -, si potevi dire: ‘è una persona vera’, con lui il confronto era sempre costruttivo, in lui avvertivi che c’era della verità”. I prossimi incontri del ciclo sono i seguenti: martedì 5 marzo, “Critica della violenza”, di Andrea Caffi, a cura di Alberto Castelli; martedì 12 marzo, “Resistenza nonviolenta a Forlì”, di Raffaele Barbiero; martedì 19 marzo, “Diario di un obiettore. Strapparsi le stellette nel ’68”, di Enzo Bellettato; martedì 26 marzo “Silvano Balboni era un dono. Ferrara 1922-1948: un giovane per la nonviolenza dall’antifascismo alla costruzione della democrazia”, di Daniele Lugli. Il ciclo ha valore legale di corso di aggiornamento e formazione per insegnanti e studenti.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” dell’8 marzo 2019

La Voce di Ferrara-Comacchio