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Pasolini e Assisi: storia dell’incontro tra il regista e il Cristo degli ultimi

1 Nov

A 50 anni dalla morte dell’intellettuale, il racconto della genesi del suo film Il Vangelo secondo Matteo: siamo nel ’62, Pasolini è alla Cittadella dove i Vangeli e don Giovanni Rossi gli cambiano la vita. E poi, l’incontro con le Piccole Sorelle di Gesù e Papa Giovanni…

di Andrea Musacci

«Ma lei crede in Gesù, Figlio di Dio?». 

«Per adesso no». 

«Preghi allora anche lei come il padre del lunatico alle falde del Tabor: “Signore, aiuta la mia incredulità”». 

«Questa invocazione la sceglierò come motto del mio film».

(Dialogo tra don Giovanni Rossi e Pier Paolo Pasolini, 1962)

Il 9 gennaio 1959 don Giovanni Rossi, fondatore della Pro Civitate Christiana (PCC) di Assisi, assieme ad altri volontari della PCC e al Vescovo assisano, viene ricevuto in Udienza in Vaticano da Papa Giovanni XXIII. Questi aveva un antico rapporto di amicizia con don Rossi. Ed è proprio prima di questa Udienza  che il Pontefice ha un colloquio privato col sacerdote. Un colloquio storico: «Devo dirti una bella idea. Ma tu poi la vai a dire a tutti!», dice a un certo punto il Papa. «No, no, padre santo», risponde don Rossi. E Roncalli allora gli rivela: «Questa notte mi è venuta una grande idea: di fare un Concilio Ecumenico». Don Rossi, nel pieno dell’emozione, lo invita a visitare Assisi.

LÀ FUORI IL PAPA, SUL COMODINO IL VANGELO

Quasi 4 anni dopo, il 4 ottobre ’62, Festa di San Francesco, il treno si muove dalla Stazione vaticana alle 6.30 del mattino: sopra, Papa Giovanni XXIII si mette in viaggio per Loreto e Assisi. Ricordando anche quell’incontro del ’59, ha scelto queste due località per porre sotto la protezione della Madonna e del Poverello il Concilio Vaticano II, cominciato una settimana dopo, l’11. La sera di quel 4 ottobre don Rossi torna a casa scosso dalla profonda commozione di aver visto il suo amico Papa Giovanni nella sua Assisi. La casa di don Rossi è la Cittadella, sede della PCC (elevata nel ’59 ad Associazione Primaria proprio da Giovanni XXIII). E alla sua tavola, a cena, c’è uno degli intellettuali più importanti e controversi: Pier Paolo Pasolini (PPP) (i due, in foto nel ’62). Giunto ad Assisi due giorni prima per partecipare al VII Convegno dei Cineasti sul tema Il cinema come forza spirituale del momento presente, Pasolini alloggia alla Cittadella, stanza num. 16, nella quale dormì lo stesso Roncalli un anno prima di diventare Papa. In questa stanza, quel giorno il regista si è chiuso infastidito dai rumori per l’arrivo del Pontefice: ma nel suo cuore si è aperta una breccia, che lo porterà a realizzare un capolavoro del cinema: Il Vangelo secondo Matteo. Così lo stesso regista raccontò quelle ore: «D’istinto, allungai la mano al comodino, presi il libro dei Vangeli che c‘è in tutte le camere e cominciai a leggerlo dall’inizio, cioè dal primo dei quattro Vangeli, quello secondo Matteo. E dalla prima pagina giunsi all’ultima – lo ricordo bene – quasi difendendomi, ma con gioia, dal clamore della città in festa. Alla fine, deponendo il libro, scoprii che, fra il primo brusio e le ultime campane che salutavano la partenza del Papa pellegrino, avevo letto intero quel duro ma anche tenero, così ebraico e iracondo testo che è appunto quello di Matteo. L’idea di un film sui Vangeli – prosegue PPP – m’era venuta altre volte, ma quel film nacque lì, quel giorno, in quelle ore». Quel film lo dedicò – non a caso – «Alla cara, lieta, familiare memoria di Giovanni XXIII». «A quella cara “ombra” l’ho dedicato», spiegò: «L’ombra, che è la regale povertà della fede, non il suo contrario».

ALLA RICERCA DEL VOLTO DI GESÙ

In una delle mie visite ad Assisi, alloggiando alla Cittadella ho avuto modo di parlare con Anna Nabot, storica volontaria lì residente, nonché Direttrice della Galleria d’arte contemporanea della struttura, e arrivata alla PCC proprio nel 1962. Galleria che è parte dell’Osservatorio Cristiano, centro di documentazione e studio sulla figura e l’opera di Gesù. «Osservatorio – mi spiega Anna – che conserva la sceneggiatura originale del Vangelo di Pasolini, donata da don Andrea Carraro (biblista della PCC, ndr), che ne scrisse le correzioni su richiesta dello stesso Pasolini». E nella Fonoteca dell’Osservatorio, PPP «scelse anche le musiche per il suo Vangelo e consultò le copie di diverse immagini sacre presenti nella “Sezione iconografica”, divisa per fasi della vita di Gesù». Interessante – inoltre – l’intuizione che PPP ha in quel luogo per il volto del Gesù del suo film, «ispirato anche al Gesù del Miserere di Rouault» (Parigi 1871-1958), serie di 58 incisioni lì conservate. E nel febbraio ’64 un giovane militante comunista spagnolo, Enrique Irazoqui, è a Roma per raccogliere soldi per la causa antifranchista: «bussa alla porta di Pasolini per chiedere un aiuto economico e in lui il regista vede subito il volto del suo Gesù». «Nel ’62 – prosegue Nabot – fu un giovane volontario della Cittadella ad andare a casa di PPP a Roma per invitarlo al Convegno dei cineasti del 2-3 ottobre dello stesso anno». E in quei giorni «Pasolini visita anche San Damiano e l’Eremo delle carceri, accompagnato da Bernardini, giovane volontario della PCC ed esperto di cinema muto e dal fratello Tony, anche lui volontario qui ed esperto di arte, autore di alcune pubblicazioni, anche sul Miserere di Rouault». 

VANGELO SOFFERTO

Proprio nella sede dell’Osservatorio della Cittadella è conservato il comodino con la copia dei Vangeli che PPP consultò. Il Vangelo di Pasolini uscirà nelle sale proprio due anni dopo la sua ideazione ad Assisi, il 2 ottobre ‘64. Ma sempre nel novembre del ’62 PPP torna ad Assisi dall’amico don Rossi (che morirà il 27 ottobre ’75, sei giorni prima di lui): «Io non credo in Dio», dice il regista al sacerdote. «Però, di un fatto devo tener conto: la lettura del Vangelo mi ha veramente sconvolto (…). Voglio farne un film, con il vostro aiuto». La sceneggiatura viene completata in due mesi: alcune obiezioni sono di principio, come quella di Guardini sull’impossibilità di fare un film su Gesù. Crudeli, invece, sono le critiche a don Rossi e Pasolini provenienti da parte del mondo cattolico. Nel marzo ’63, il sacerdote scrive al regista per tranquillizzarlo: «Caro Pier Paolo! Sono molto addolorato per la Sua sofferenza. Prego per Lei e per la sua cara mamma. Spero e di gran cuore le auguro che presto un bel sole cristiano splenda sopra la sua anima».

Due mesi dopo l’uscita del film, Pasolini torna alla Cittadella assieme alla mamma Susanna, donna di grande fede. La notte di Natale i due partecipano alla Messa nella cappella della Cittadella. Un’ora prima, PPPP ha un colloquio privato con don Rossi nel suo studio; in una lettera del 27 dicembre all’amico sacerdote, lo ringrazia per le parole pronunciate in quell’incontro: «sono state il segno di una vera e profonda amicizia, non c’è nulla di più generoso che il reale interesse per un’anima altrui (…) ricorderò sempre il suo cuore di quella notte». E dopo PPP conclude con una confessione drammatica e commovente: «Sono “bloccato”, caro don Giovanni, in un modo che solo la Grazia potrebbe sciogliere. La mia volontà e l’altrui sono impotenti. E questo posso dirlo solo oggettivandomi, e guardandomi dal suo punto di vista. Forse perché io sono da sempre caduto da cavallo; non sono mai stato spavaldamente in sella (come molti potenti della vita, o molti miseri peccatori): sono caduto da sempre, e un mio piede è rimasto impigliato nella staffa, così che la mia corsa non è una cavalcata, ma un essere trascinato via, con il capo che sbatte sulla polvere e sulle pietre. Non posso né risalire sul cavallo degli Ebrei e dei Gentili, né cascare per sempre sulla terra di Dio».

Non meno triste e fonte di profonde riflessioni è il racconto che Pasolini fa della morte improvvisa nel febbraio del ‘69 di don Andrea Carraro, sacerdote della Cittadella (sopracitato, che nel ’64 lo aveva accompagnato nei sopralluoghi in Israele e Giordania e che fu consulente anche per Uccellacci e uccellini), la cui salma va a visitare in una delle stanze: «contadino povero, come il suo buon Papa Giovanni», che al regista pare insegnare – lì disteso senza vita, in attesa della vita vera – un certo abbandono all’Assoluto, che forse PPP allora non coglie (ancora?) del tutto: «Si è rassegnato» alle umiliazioni subite per le sue umili origini, «e ha sorriso. Ha messo tutto nelle mani del suo Signore».

LE PICCOLE SORELLE, «QUESTO CRISTIANESIMO NASCOSTO…»

Come detto, Pasolini nel ’62 arriva ad Assisi il 2 ottobre, con l’intenzione di non rimanerci più di 24 ore. Ma don Rossi lo convince a fermarsi di più, per una serata di letture di alcune sue poesie. Pasolini accetta. Nel pomeriggio del 2, assieme ad alcuni volontari della Cittadella (Lucio Caruso, Paolo Scappucci e Guido De Guidi) gira per Assisi visitando anche San Damiano. A un certo punto i quattro si dirigono a un casolare lì vicino, dove dal ’53 abitano le Piccole Sorelle di Gesù (dopo oltre 70 anni sono ancora lì presenti), fraternità nata in Francia 25 anni prima grazie a suor Magdeleine di Gesù e ispirata al messaggio di Charles de Foucauld. Qui entrano nella cappella, situata nella stalla. «Voglio vedere qualcuna di queste sorelle, fatemele vedere», prega PPP. Una di loro, Paola (allora responsabile italiana e unica consacrata del gruppo), arriva assieme alla Piccola Sorella Diomar (brasiliana) e alle postulanti Giovanna Carla e Fulvia; Paola spiega a un turbato Pasolini: «Noi lavoriamo col sottoproletariato, cerchiamo di dare una mano ai non garantiti, ai più esclusi». La sera stessa, confida a Caruso il suo turbamento per l’incontro con quelle umilissime discepole di Cristo: «Quelle Piccole Sorelle… (…). Ecco uno dei motivi di fascino che ancora mi attirano al cristianesimo. Questo cristianesimo da scoprire senza che si esibisca e ti faccia perdere il gusto e la pena di cercarlo…Questo cristianesimo nascosto, senza uffici stampa, senza televisione, senza cinema…». 

Quel cristianesimo vissuto nel deserto come luogo mistico della contemplazione di Dio, e che della cura dei deserti dei cuori fa la propria missione. Lo stesso deserto nell’irrisolto “teorema” del nostro fratello Pasolini: «Ah, miei piedi nudi, che camminate sopra la sabbia del deserto! Miei piedi nudi, che mi portate là dove c’è un’unica presenza e dove non c’è nulla che mi ripari da nessuno sguardo! (…) Come già per il popolo d’Israele o l’apostolo Paolo, il deserto mi si presenta come ciò che, della realtà, è solo indispensabile. O, meglio ancora, come la realtà di tutto spogliata fuori che della sua essenza (…). Io sono pieno di una domanda a cui non so rispondere».

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 31 ottobre 2025

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Francesco e quel suo Cantico tanto materiale quanto divino

30 Ott


La relazione di Stefani il 22 ottobre in Ariostea: «molte le ambivalenze»

Il Cantico delle creature è testo arcinoto ma forse proprio per questo “sottovalutato” nelle sue mille e una ambivalenze e originalità. Un’analisi in questo senso è stata compiuta lo scorso 22 ottobre nella Biblioteca Ariostea di Ferrara dal biblista Piero Stefani per la conferenza sul tema “Il sole, la terra e la tribolazione. A 800 anni dal Cantico delle creature di Francesco di Assisi”. A cura dell’Istituto Gramsci Ferrara in collaborazione con ISCO Ferrara e Biblia, la conferenza ha visto l’introduzione di Nicola Alessandrini – alla guida dell’Istituto Gramsci Ferrara – che ha citato alcuni passaggi delle Lettere e dei Quaderni del carcere di Gramsci in cui il politico e filoosfo cita il Poverello di Assisi.

Francesco scrive il Cantico nel 1225 mentre si trova presso il Monastero di San Damiano e quando ormai è quasi del tutto cieco: «Francesco – ha spiegato Stefani – era in una condizione di tribolazione, profondamente malato soprattutto negli occhi, residuo del suo viaggio in Oriente. Era quindi bendato anche di notte, perché non sopportava nemmeno la luce delle lampade». Stefani ha voluto iniziare con una necessaria precisazione: «Francesco non vedeva la natura ma il creato, cioè un’azione diretta di Dio, mentre “natura” richiama un’autonomia delle cose; quindi tutti gli usi “ecologisti” del Cantico sono strumentali». 

Una delle fonti più accreditate su Francesco è la cosiddetta “Leggenda perugina”, secondo cui il Cantico è composto in tre blocchi: il primo, di lode; il secondo, sul perdono; il terzo, sulla morte. Il primo è «visivo e scritto nella tribolazione di chi non poteva vedere: quindi in esso egli loda ciò che ricorda, ciò che non può più vedere». Ma anche il perdono richiama una sua «tribolazione», quella di venire a conoscenza dello «scontro violento tra il Vescovo e il Podestà di Assisi: la tribolazione stava non solo nel litigio, nella mancanza di perdono ma anche nel fatto che nessuno interveniva per riconciliarli. Questa seconda parte aiuterà la riconciliazione tra i due potenti». E poi vi è la lassa della sorella morte: «Francesco si identifica a tal punto col Cantico da metterci anche la propria morte», ha spiegato il relatore. Francesco – ha proseguito Stefani – conosceva i Salmi non perché possedesse una Bibbia (ai tempi era molto difficile averla) ma perché aveva un breviario, oltre ai Vangeli: «il suo Cantico ricorda il Salmo 148 nell’invito alle creature a lodare il Signore». La lode è quindi «linguaggio umano che non esprime solo sé stesso ma si allarga a tutte le creature». Ma rispetto al modello biblico, il Cantico ha anche differenze, quattro in particolare: «in esso non sono presenti gli angeli, perché vuole radicarsi nella materialità, forse per rispondere ai grandi avversari di questo Cantico, cioè i catari»; «vi è l’espressione “mio”»; «le creature sono indicate come “fratello” e “sorella”: l’universo è quindi un grande convento, un “convenire”. Siamo tutti fratelli e sorelle perché siamo tutti creature, abbiamo lo stesso Padre».Infine, «nel Cantico Francesco non nomina gli animali».

Ma sul “fratello” e “sorella” vi sono «due complicazioni»: una celeste, per cui nel Cantico «il sole è mio fratello ma anche “mio signore”, cioè simbolo di Dio. Il sole è luce, testimonianza dell’azione diretta del Signore». E poi c’è una complicazione riguardante la terra, «che è a un tempo madre e sorella» e vi è l’anomala presenza «dei fiori – oltre che dei frutti -, quindi anche della bellezza, della gratuità».

Infine, la lassa finale, quella dedicata alla morte, anzi alle “morti”: quella corporale, «che è sorella quindi creatura»; e la «seconda morte», che invece «si può evitare facendo la volontà di Dio». «Questo Cantico – quindi – che ha così tanto di materiale, finisce con l’invisibile, con una realtà oltre la morte».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 31 ottobre 2025

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«La passione per Cristo sempre lo accompagnava»

25 Ott

Padre Silvio Turazzi: pomeriggio di riflessioni e testimonianze su questo «grande uomo di Dio», che nella gioia ha riscoperto «il crudo del Vangelo»

Emozionante pomeriggio quello dello scorso18 ottobre a Casa Cini, Ferrara, per la presentazione del volume “Missionis Gaudium. La gioia del Vangelo” (Quaderni CEDOC SFR, 55), raccolta di scritti di padre Silvio Turazzi, missionario saveriano, deceduto nel 2022. La relazione centrale è spettata a don Andrea Zerbini (Direttore CEDOC SFR ed ex Direttore Ufficio Missionario Diocesano), che ha raccolto e ordinato in vari capitoli la maggior parte degli scritti di padre Silvio in questo libro. L’incontro è stato introdotto e moderato da Roberto Alberti, Direttore del nostro Centro Missionario diocesano.

Padre Armando Coletto, Rettore deiSaveriani di Parma ed ex missionario ha spiegato come «Ferrara dev’essere grata per aver avuto una figura come padre Silvio Turazzi. Ricordo i suoi occhi profondi, il suo sguardo bello: era una persona sempre accogliente, capace di donarti qualcosa che ti rimaneva nel cuore». A seguire, mons. Massimo Manservigi ha introdotto la visione del video dedicato a padre Turazzi, con anche scene di un documentario girato nel ’98 dallo stesso mons.Manservigi a Vicomero, con stralci di intervista allo stesso padre Silvio, a sua sorella Gianna, ai suoi fratelli don Andrea e Armando, a Pierre Kabeza, attivista congolese residente a Milano, che aveva conosciuto bene padre Silvio. Quest’ultimo ha spiegato come padre Silvio abbia «veramente amato l’Africa e soprattutto il Congo.Era un congolese di fatto». Le parole di padre Silvio spiegano bene la sua spiritualità: «la Croce ci permette di scoprire le radici più profonde della nostra esistenza» e «Il Dio che io seguo è quel Dio crocifisso, che cammina con noi». «Sono stato – spiega in un altro passaggio – toccato dal Vangelo di Gesù. Il Risorto mi ha toccato e quindi ho pensato di condividere quest’incontro, non certo di fare proselitismo».

Don Andrea Zerbini ha iniziato la propria relazione riflettendo sul lato «profetico» della figura di padre Turazzi nel «mettere al centro del suo servizio i poveri», e sulla «mistica della missione»: la sua è stata «una fede ostinata e sorridente, una fedeltà innamorata», grazie alla quale è evidente «il passaggio dall’etica alla mistica, cioè dal fare-per all’essere-con». E padre Silvio «sapeva farsi compagno di strada a coloro che cercano una risposta, grazie a un forte senso della pietà e della giustizia sociale, nata – questa – proprio dal suo misticismo». Per comprendere Cristo e sapere dove trovarlo, «per lui sono sempre stati centrali il Padre Nostro e le Beatitudini».Da qui «la speranza e la gioia» in lui così accese, «la semplicità del saper essere amico, l’apertura fraterna e l’imprevedibile libertà». Il suo era – richiamando Battisti – i«l canto di un cristiano libero». Ma questa gioia – lo sappiamo – non poteva non essere sempre «imperfetta e minacciata»: «Io non so, ma Tu sai», scriveva padre Silvio, allora «la gioia è nascosta nel gemito, la vera gioia non è a buon mercato ma a caro prezzo». Nella gioia, dunque, si riscopre «il crudo del Vangelo», diceva ancora padre Silvio, che proseguiva: «il ministero di chi accompagna nel dolore più di tutti manifesta il Mistero pasquale». 

A seguire è intervenuto un altro missionario saveriano che ben aveva conosciuto padre Turazzi, padre Paolo Tovo: «con lui ho collaborato dal ’94 al 2001.Non era un navigatore solitario ma ha vissuto quel che la Chiesa viveva. Anche di fronte ad eventi dolorosi mai perdeva la mansuetudine, la sua fede profonda, la passione per la missione.Amava Teilhard de Chardin e la montagna e la sua passione per Cristo lo accompagnava sempre. Ed era un figlio del Concilio Vaticano II, grazie al quale aveva compreso che la missione è Dio, quindi che la Chiesa esiste per la missione, non il contrario», contro ogni tentazione colonialista o di porsi da parte della Chiesa come «società perfetta contro gli infedeli». Insomma, la missione «è come una mietitura, si tratta di mietere qualcosa che c’è già», non di portarlo dall’esterno:l’altro non è un ricettore passivo ma «un interlocutore, in lui la Grazia di Dio è già presente». Al tempo stesso, «si porta Cristo e Lo si scopre fra le genti».

In conclusione del pomeriggio – molto partecipato – è intervenuta Edda Colla, storica collaboratrice di padre Silvio: «sapeva farsi amare – ha detto – perché amava tanto le persone che incontrava. L’ho conosciuto nel ’66, insieme abbiamo vissuto a Roma fra i baraccati, e lavoravamo per mantenerci.Ricordo, ad esempio, quando nelle baracche di notte c’era un uomo con problemi mentali che a volte urlava: padre Silvio allora si alzava e con pazienza andava a calmarlo». A Roma era stato anche Cappellano al Centro handicappati, in servizio fra i detenuti, coi bimbi  di strada e aveva fatto campagne per la pace e contro le tasse inique. E ancora: «al Centro di riabilitazione in seguito al grave incidente da lui subito, ha potuto conoscere meglio il mondo operaio e i suoi problemi, essendo lì ricoverati anche diversi infortunati sul lavoro. Era un grande uomo di Dio, al tempo stesso con una dolcezza infinita e una grande forza e determinazione». 

L’incontro si è concluso con un breve saluto del fratello mons. Andrea Turazzi, Vescovo emerito di San Marino-Montefeltro e con la testimonianza di Luisa Flisi, missionaria fidei donum per la Diocesi di Parma, da quasi 40 anni a Goma, in Congo, dove ha conosciuto padre Silvio che – ha detto – «ha sempre amato gli ultimi, era in comunione col Padre e sempre al servizio di tutti, portando la Croce con serenità».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 24 ottobre 2025

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Una «pattuglia ecclesiale» per portare Dio a chi oggi Lo cerca

23 Ott


L’intervento di don Goccini alla Scuola diocesana di teologia: «come Gesù torniamo sulla strada per cercare gli ultimi e invitarli al nostro ballo collettivo»

Sembra paradossale ma le riflessioni intraecclesiali sull’annuncio e l’evangelizzazione, cioè su nuovi modi di comunicare la fede sono…vecchi. È un tema, infatti, che dal Vaticano II ha attraversato tutte le generazioni di educatori, laici e religiosi. Oggi, però, andrebbe affrontato con uno stile differente.

Su questo ha riflettuto a Ferrara don Giordano Goccini – parroco di Novellara (RE) e componente del Comitato scientifico dell’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo -, relatore della seconda lezione del nuovo anno della Scuola diocesana di teologia per laici “Laura Vincenzi”.

Tema, “La tradizione” (Ger 1,6): «fra le nuove e le vecchie generazioni la comunicazione si è interrotta, noi adulti non siamo più capaci di trasmettere la fede», ha esordito. Insomma, assistiamo al «grande divorzio tra da una parte una forte richiesta di fede da parte delle nuove generazioni, una loro ricerca spirituale; e, dall’altra, un sostanziale disinteresse nei confronti di ciò che la Chiesa dice e fa». Molti giovani oggi non hanno più «un pregiudizio ideologico contro la religione» ma al tempo stesso «non gli interessa sentire annunciare un Dio della verità».

Inoltre, come Chiesa continuiamo a essere strutturati sulla triade parrocchia-campanile-tempo della festa.Ma «questi luoghi e la divisione tra tempo feriale e tempo festivo è ormai estranea alle nuove generazioni». Questa forza ancora presente della «mediazione ecclesiale (e sacramentale) – e di quella della Vergine Maria» – contrasta col bisogno di tanti di «un incontro diretto con Dio». Disintermediazione, questa – potremmo aggiungere – in un certo qual modo sorella del rifiuto di ogni mediazione politico-partitico-istituzionale. Questa disintermediazione ecclesiale si accompagna a una “disintermediazione” temporale: «se un tempo la salvezza era la vita eterna (per la quale valeva la pena fare sacrifici nel presente), oggi invece si pensa a un Dio che salva qui e ora, perché la sua promessa di felicità è per il presente». L’incontro con Dio è, quindi, per molti giovani, con un Dio «che chiama per nome», che mi conosce e riconosce. La Chiesa – dunque – dovrebbe «tornare a cercare i giovani uno a uno, mettendo in dubbio la propria pastorale ordinaria». Ciò non significa «buttare via integralmente la tradizione ma tornare a Gesù». Proprio Gesù che non può che essere il nostroModello: Lui, infatti, «si era smarcato tanto dall’esperienza religiosa del suo tempo quanto da coloro che rifuggivano la “città” per andare a vivere in una comunità di puri». Gesù, invece, «va lungo la strada per incontrare gli ultimi, i peccatori, avendo ben presente la Causa di Dio: Egli, il Regno – insomma – illumina di luce nuova la storia, ogni aspetto e momento, relativizzandolo».

Oggi – dunque – abbiamo bisogno di «una pattuglia ecclesiale» che sappia andare dai giovani e dai giovanissimi coinvolgendolo in una sorta di «ballo collettivo nel quale ognuno mantiene la propria individualità e tutti concorrono all’armonia generale». Una «comunità che danza» dev’essere quindi la nostra Chiesa: una comunità attrattiva dove non si perde la bellezza unica del «contatto fisico».

La sfida è enorme ma, in fondo, è la sfida di ogni tempo: portare Cristo alle donne e agli uomini affamati di Eterno.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 24 ottobre 2025

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Corresponsabilità, stile essenziale dell’essere cristiani oggi

18 Ott


Prolusione del nostro Vescovo per l’inizio del nuovo anno della Scuola diocesana di teologia per laici

di Andrea Musacci 

Lo scorso 7 ottobre a Casa Cini, Ferrara, ha preso avvio il nuovo anno della Scuola diocesana di teologia per laici “Laura Vincenzi”. Come da tradizione, è stato il nostro Arcivescovo mons. Gian Carlo Perego il protagonista della prima lezione, intervenendo sul tema della corresponsabilità.

Circa 230 i partecipanti tra i presenti in sala (una 50ina) e i collegati on line.

«La moltitudine di coloro che eran venuti alla fede aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva» (At 4, 32-35): mons. Perego ha preso le mosse da questo passo degli Atti degli Apostoli per introdurre il tema della corresponsabilità che – ha esordito – «deve avere sempre al centro la missione», non essendo «una mera dinamica organizzativa». E ciò che contano, oltre all’amicizia nel Signore, «sono i processi decisionali e la costruzione condivisa dell’intero processo decisionale». Partendo dalla Lumen gentium e poi in particolare con Evangelii gaudium, da sempre nella Chiesa è centrale questo rapporto tra missione e corresponsabilità: «ognuno di noi in quanto battezzato è chiamato a evangelizzare, ma anche a farsi evangelizzare dagli altri». L’idea dev’essere sempre quella di «Chiesa-comunione, non di una Chiesa gerarchica». Da qui, l’idea del ministero al suo interno da intendere come «servizio» e non come privilegio e l’Eucarestia come «ciò che fa la Chiesa», quindi «la Celebrazione eucaristica come comunione». La corresponsabilità, poi – ha proseguito -, «non significa livellamento ma anzi valorizzazione delle diversità all’interno delle comunità ecclesiali», e «non può essere ridotta alla sola ministerialità».

Proseguendo, l’Arcivescovo ha riflettuto su come un primo ambito dove esercitare la corresponsabilità sia la liturgia, «rimettendo al centro il protagonismo di tutti, la partecipazione attiva di ogni fedele nell’assemblea celebrante». Un altro ambito è quello della catechesi, essenziale affinché «i cammini spirituali siano intrecciati alla vita umana e ai suoi aspetti più importanti». I laici possono svolgere un ruolo significativo «nell’evitare che la catechesi si riduca alla preparazione ai sacramenti, e invece sia permanente, per ogni fascia d’età». Il fine è sempre lo stesso: «che ognuno riscopra la fede, una fede viva, sempre rincominciando». La corresponsabilità è possibile viverla anche nella carità – ha proseguito il Vescovo -, che «non dev’essere schiacciata sull’assistenzialismo ma fondata sulla relazione e legata alla giustizia, perché esca dallo stagno dell’abitudine e abbia sempre più uno sguardo glocal» (sia – cioè – rivolta tanto ai vicini quanto ai lontani). Corresponsabili, poi, è importante esserlo anche nei Consigli pastorali e in quelli per gli affari economici delle nostre parrocchie e Unità pastorali. È importante che si arrivi a «una maturazione del consenso ecclesiale attraverso anche un rinnovamento delle forme partecipative e degli organismi decisionali». Ed è decisivo comprendere come «tutte le responsabilità non debbano essere a carico del parroco» e che, ad esempio, «alcune parrocchie o UP- quelle più grandi – possono dotarsi di un economo laico, come avviene a livello diocesano». E magari coinvolgendo in questo ruolo «persone finora escluse da altri incarichi o ministeri».

Continuando a riflettere sulle forme e le implicazioni della corresponsabilità, mons. Perego ha spiegato come sia uno stile che riguardi in maniera particolare le donne, «che già sono in maggioranza tra i fedeli che partecipano alla Messa, fra i catechisti e i volontari nell’ambito della carità». È dunque sempre più importante «dar loro maggiori responsabilità negli ambiti decisionali, a livello di leadership, ad esempio in determinati incarichi amministrativi (la maggior parte degli economi nelle Diocesi italiane sono già donne) o nella sfera della pastorale familiare-genitoriale». «Non si tratta di rivendicare potere per le donne, ma di creare una Chiesa giusta, evangelica, corresponsabile». Corresponsabilità che, inoltre, i laici sono chiamati a vivere anche al di fuori dell’ambito ecclesiale, impegnandosi in modi differenti in politica, «per la costruzione del bene comune». In conclusione, per il Vescovo «essere corresponsabili non significa spartirsi il potere ma mettere al centro «il servizio all’unica missione, quella dell’annuncio del Vangelo, per il presente e il futuro delle nostre comunità».

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 17 ottobre 2025

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«Un rinnovato modo di porsi di fronte a Dio»: vivere la fede l’estate ai Lidi 

26 Set

La nostra intervista a padre Lorenzo Massacesi, parroco di Lido Estensi, Nazioni e Spina, e guida dell’UP “Madonna del mare”:«stabile la partecipazione alle Messe, con picchi di 600 persone a settimana». Tante le storie di chi vi ha partecipato o ha seguito gli Esercizi Spirituali, per «imparare a intendersi con Dio». Molto sentita la processione giubilare

di Andrea Musacci

L’estate non come periodo vuoto, ma di riposo e di riscoperta di alcuni dimensioni spirituali e relazionali. Per un “bilancio” di fine stagione, abbiamo intervistato padre Lorenzo Massacesi, da 3 anni Amministratore parrocchiale di Lido degli Estensi, Lido delle Nazioni e Lido di Spina e Presidente dell’Unità Pastorale della “Madonna del mare” (nata nel 2022). L’UP raggruppa le parrocchie di San Paolo (Lido degli Estensi), Immacolata Concezione (Portogaribaldi), S. Giuseppe in Bosco Eliceo (S. Giuseppe di Comacchio), S. Guido (Lido delle Nazioni), S. Francesco d’Assisi (Lido di Spina) e accoglie anche la chiesa rettoriale di S. Antonio (Lido degli Scacchi).

Padre Lorenzo, cosa possiamo dire alla fine di questi lunghi mesi estivi?

«L’attrattiva che i Lidi ferraresi hanno sia per i turisti più residenziali che per quelli transitori è un elemento che garantisce sempre un grande afflusso di persone, il che è ovviamente la caratteristica basilarmente positiva di questa stagione, ma in linea abbastanza costante anche delle precedenti. Benché ci siano ogni anno delle diversità, dettate dalla situazione economica, sociale, ecc., dal nostro punto di vista il numero delle persone che frequentano la Chiesa rimane più o meno stabile».

Le Messe son state partecipate?

«I due regolatori fondamentali della frequenza ai Lidi sono le condizioni metereologiche e l’apertura/chiusura delle scuole. Ma al di là di ciò, quest’anno, almeno qui al Lido Estensi e a Lido Spina, ho notato un aumento del numero dei fedeli. Stessa impressione anche negli altri Lidi, in particolare a Lido delle Nazioni dove opera l’instancabile don Guerrino (Maschera, ndr). In media mi è sembrato che nelle Messe principali ci fossero più di 200 persone, anche 5-600 a settimana, specie ad agosto».

Che tipo di persone non residenti ha incontrato? Giovani, anziani, coppie, famiglie ecc. E di quali nazionalità?

«La fotografia del tipo di persone che frequentano rispecchia quella generale della Chiesa italiana. I giovani sempre piuttosto pochi. Qualcosa in più per le giovani coppie che portano i loro bimbi al mare. Diversi anche gli stranieri (tedeschi, polacchi, ecc.). Forse sarebbe necessario organizzarci per offrire loro almeno qualche opportunità di Messa in lingua».

Queste persone cosa cercavano? Come vivevano questo periodo di vacanza in rapporto al loro cammino di fede?

«A seconda forse della situazione economica, il tempo delle vacanze diventa spesso limitato, per cui si è talora costretti a vivere un atteggiamento fugace. Questo in negativo determina un cercare di profittare del poco tempo soprattutto per un giusto relax. In positivo chi frequenta lo fa in maniera più intenzionale, meno abitudinaria. Talora chi abitualmente non frequenta, in questo contesto torna a farlo. In ogni caso lo stacco dal proprio ambiente, il contesto generale più tranquillo, può essere un’occasione di rinnovo di alcune dimensioni della fede. Benché la tradizione spirituale abbia sempre individuato nella solitudine e nel silenzio le condizioni ottimali della preghiera, rimane però l’elemento del cambio di ambiente, che costituisce un aiuto per scrollarsi da dosso ciò che magari ci ha impigrito, ci ha appesantito, e per ricevere nuovi stimoli, facendo così nascere un desiderio di ricominciare, di trovare un rinnovato modo di porsi di fronte a Dio, più aperto e disponibile. Aggiungo che quest’anno ho visto aprirsi anche una dimensione di ricerca vocazionale. Un ragazzo di nome Marco, proveniente da Verona, il quale portava già con sé una ricerca vocazionale, ha avuto qui ad Estensi l’opportunità di pregare e riflettere, fino a nutrire il desiderio di arrivare ad un pieno discernimento. Quest’anno inizierà il percorso seminariale a Faenza con la nostra Arcidiocesi».

Anche quest’anno ha ripetuto gli Esercizi Spirituali. Come si svolgono? E quante persone vi han partecipato?

«Fin da quando sono arrivato ho avuto il desiderio di aprire un percorso di evangelizzazione. Sfruttando il poco tempo che la gente ha, gli Esercizi durano sei giorni, dal lunedì al sabato. Prevedono un tempo di ascolto/commento di un brano biblico e un tempo personale di meditazione fatto col metodo proprio degli Esercizi ignaziani, vale a dire l’esame della preghiera. Mirano al discernimento, cioè a imparare ad intendersi con Dio, a riconoscere la sua Parola e la sua volontà. Ed è importante riuscire a portare a casa una Parola di Dio capace di illuminare almeno alcuni aspetti della propria vita. Quest’anno hanno partecipato in tutto una cinquantina di persone, in modo particolare a Lido Spina dove le persone han risposto molto bene».

Agli Esercizi che persone ha incontrato? Con quale domanda nel cuore e alla ricerca di cosa?

«Le persone si sono mosse da motivazioni diverse. Chi pungolato da un problema pressante, chi per proseguire un itinerario di impegno personale già avviato in parrocchia, chi stimolato da una domanda o una parola. In relazione a quest’ultima, ho cercato di raccordare la predicazione durante l’Eucarestia agli Esercizi, e talora è capitato che chi è stato raggiunto dalla Parola di Dio durante le Celebrazioni abbia visto nascere dentro di sé il desiderio di approfondire e di pregare».

E riguardo ai campi estivi, cosa ci può dire?

«Unitamente alle parrocchie di S. Giuseppe e Porto Garibaldi è stato organizzato un campo estivo per ragazzi a Loiano, curato in modo particolare da don Edwin (Garcia Castillo, ndr) e dai bravi animatori che lo hanno supportato. Buona la partecipazione. La pecca è che vorremmo dedicare più tempo e spazio a queste iniziative, ma è difficile combinarle con gli impegni pressanti della parrocchia nel periodo estivo».

Riguardo invece agli incontri giubilari?

«Il 2 agosto abbiamo organizzato un pellegrinaggio penitenziale da Lido Spina a Lido Estensi. Avevo previsto il solito gruppetto, invece con sorpresa hanno aderito molte persone. La serata è culminata con l’Eucarestia agli Estensi seguita da un momento di festa. Ho avuto dei riscontri molto positivi dalle persone che hanno davvero gustato questo momento di preghiera giubilare».

Un’ultima domanda: tre anni fa è nata l’Unità Pastorale “Madonna del mare”: a quale punto del cammino è? Quali le difficoltà incontrate e quali invece le note positive?

«L’UP è una realtà piuttosto estesa e anche varia. Difficile pensare a un corpo uniforme. Alcune iniziative comuni sono in atto, come appunto i campi estivi, i corsi prematrimoniali. Tuttavia le realtà parrocchiali, avendo ancora quasi tutte l’assistenza di un proprio parroco (don Guerrino, don Edwin, padre Massimiliano Degasperi, e il sottoscritto) conservano ciascuna una positiva autonomia. Ulteriori dimensioni di unione e collaborazione potranno essere pensate ad esempio in relazione al tempo estivo che è un ambito nel quale proposte e idee sono sempre utili ad una migliore organizzazione ed efficacia pastorale».

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 26 settembre 2025

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(Foto: Messa a Lido Estensi – agosto 2025)

Nicola Ruo, pellegrino: «sempre in cammino, verso la vera Meta»

17 Set

Commercialista, 48 anni, frequenta la parrocchia di Santa Chiara a Ferrara: «il cammino a piedi ti cambia ma il difficile è portare il cambiamento nel quotidiano». «Con alcuni pellegrini l’amicizia diventa profonda». «Quella volta che in Spagna in un paese ci han donato il pane…».

di Andrea Musacci

Nicola Ruo, 48 anni, dottore commercialista, residente a San Pietro in Casale, da anni ogni agosto parte, zaino in spalle, e compie un pellegrinaggio. Nicola è legato a Ferrara in quanto frequenta la parrocchia di Santa Chiara perché – ci spiega – «sono attratto dalla bellezza della liturgia antica, mi aiuta a vivere con più raccoglimento la messa e la partecipazione ai sacramenti». Lo abbiamo incontrato per farci raccontare le sue esperienze in giro per l’Italia, e non solo, e il senso di tutto ciò.

Qual è il suo rapporto con la fede? 

«La fede ha sempre caratterizzato la mia vita, sono nato e cresciuto in una famiglia che me l’ha trasmessa, ho continuato a frequentare la parrocchia anche dopo il catechismo perché sentivo e sento la necessità di partecipare alla Messa per ricevere con frequenza i sacramenti senza i quali il rischio di perdersi per strada è molto grande e per cercare di approfondire la parola di Dio, che riesce a dire al cuore qualcosa di nuovo ogni volta che la si riascolta».

Quando è iniziata questa sua passione per i pellegrinaggi a piedi? 

«Fin da giovane sono stato incuriosito dalla storia e l’idea di poter raggiungere le grandi mete della cristianità a piedi come un pellegrino medievale mi ha sempre affascinato. Il timore di affrontare una prova che mi pareva complessa e faticosa e più grande delle mie capacità mi ha a lungo fatto desistere. Solo da adulto ho avuto il coraggio di affrontare per la prima volta il cammino…e da allora non ho più smesso». 

Qual è stato il suo primo pellegrinaggio di questo tipo? 

«La prima esperienza a piedi è stata verso Santiago de Compostela, raggiunto lungo il Camino Francés percorrendo quasi 800 km dai Pirenei francesi alla Galizia».

Cosa rappresenta per lei il pellegrinaggio? 

«Non una prova fisica o di resistenza ma un’esperienza di fede. Anche se oggi il cammino è diventato per molti una moda, rimane un’occasione di ricerca spirituale per riflettere e interrogarsi. Mettersi in cammino è accettare di cambiare. La cosa complessa è portare il cambiamento positivo vissuto lungo il cammino nella vita di tutti i giorni. Il pellegrinaggio si può dire che sia devozione verso il santo che si venera raggiunta la meta del cammino ed è anche occasione per rendere grazie. Proprio quest’anno lungo la strada verso Roma, raggiunta Bolsena, ho visitato il Santuario di Santa Cristina nel quale è avvenuto il miracolo eucaristico che ha portato all’istituzione della festa del Corpus Domini. Durante la visita al Santuario ho incontrato un ragazzo molto giovane con una grave malformazione che poteva muoversi solamente con una carrozzina elettrica. Mi sono reso conto che è un privilegio poter compiere a piedi un pellegrinaggio e che posso farlo anche per chi non ne ha la possibilità ricordandolo e portandolo così alla meta».

Qual è il legame tra la fede come mistero da indagare e il pellegrinaggio come esperienza anche dell’imprevisto, dell’ignoto? 

«Il pellegrinaggio è paradigma della vita dell’uomo, camminare verso una meta sacra ci ricorda che durante la nostra vita dobbiamo raggiungere un obiettivo ben più alto rispetto a quelli che il mondo ci fa ritenere essenziali. Quando si raggiunge la meta del cammino non si è arrivati alla vera Meta, occorre continuare. Raggiunta Santiago de Compostela, sulla facciata laterale della Cattedrale che si affaccia sulla piazza de Las Platerias è raffigurato un Crismon, il monogramma di Cristo affiancato dalle lettere greche omega e alfa, la fine e l’inizio, poste in ordine opposto rispetto a come solitamente siamo abituati a vederle rappresentate. Questo ci ricorda che il pellegrinaggio non termina alla meta, da lì si deve ripartire perché la vera Meta faticosa ed elevata è un’altra, offerta a tutti, camminatori o sedentari: la santità e il Regno dei Cieli».

E il farlo a piedi cosa rappresenta? 

«Aiuta a rendersi conto di quanto la Provvidenza sia presente nella nostra vita. Spesso non ce ne accorgiamo. E camminare a piedi comporta dover ridurre il più possibile il bagaglio sulle spalle, rendendo consapevoli che ciò che prima sembrava indispensabile è divenuto inutile; l’essenziale può ridursi a così poco da essere contenuto in uno zaino leggero». 


Solitamente è da solo? 

«Dipende: ho camminato prevalentemente in compagnia di amici, ma a volte da solo. Può capitare che si avverta la necessità di camminare con un passo diverso da quello dei compagni di viaggio per ascoltare sé stessi oppure, in altri momenti, si avverte la necessità di procedere assieme, di parlare, di scherzare, di raccontare di sé, di pregare insieme. Inoltre se si parte da soli o in piccoli gruppi si incontrano altri pellegrini lungo la strada, si formano amicizie a volte profonde che rimangono anche dopo il cammino». 


Quali sono stati i suoi pellegrinaggi più significativi? 

«Certamente il cammino di Santiago, e raggiungere Roma partendo da casa, chiudendo la porta e poi iniziando a camminare, è stato particolarmente significativo. Per tre volte sono andato a Roma lungo la Francigena, nel 2013 e in occasione dei due ultimi Giubilei, quello straordinario della Misericordia nel 2016 e quest’anno. Ho raggiunto sei volte Santiago de Compostela, ho attraversato da est a ovest la penisola iberica l’anno dell’ottavo centenario del pellegrinaggio a Compostela di San Francesco d’Assisi. Nel 2020 sono stato alla Santa Casa di Loreto partendo da Ravenna e camminando lungo la riviera romagnola, nel 2021 ho camminato sulla via francigena del sud, da Roma a Benevento e nel 2023 ho percorso il cammino da Perugia all’Aquila, lungo la strada che San Bernardino da Siena fece prima di morire in cammino, per recarsi sulla tomba di San Celestino V, a Collemaggio. Lo scorso anno mi sono recato pellegrino a Loreto, questa volta percorrendo la via lauretana più classica che parte da Assisi».

Quali volti di persone incontrate lungo il cammino ricorda in modo particolare? 

«Voglio ricordare un signore francese molto simpatico, 72 anni, conosciuto quest’anno in cammino verso Roma. È partito da solo da Parigi. La sua fede semplice e profonda mi ha colpito, così come la sua tenacia e forza. Camminava rapidissimo, sembrava volare sulla strada. Sul cammino si riescono a parlare tutte le lingue d’Europa o quanto meno ci si riesce a capire. O alcuni aneddoti: ad Astorga, in Spagna lungo il Camino Francés, il pane viene consegnato direttamente a domicilio alla maggioranza delle famiglie che comunemente fanno una convenzione con il fornaio di fiducia. Un furgoncino che stava distribuendo pane, quando sono passato, ha visto arrivare noi pellegrini, 5 o 6 in fila indiana all’entrata del paese. L’autista ha aperto il finestrino e a ciascuno ha dato una pagnotta. Così alle porte di Pontevedra, in Galizia, lungo il cammino portoghese, una signora di ritorno dall’orto aveva un cesto di pere appena raccolte. Ha allungato ad ogni pellegrino che passava un frutto del suo albero. Sono piccoli gesti che toccano il cuore».


Qual è stato l’ultimo pellegrinaggio che ha fatto? 

«Il pellegrinaggio che ho appena concluso il 22 agosto: son partito da casa il 1° di agosto dopo aver partecipato alla Messa e ricevuto la benedizione del pellegrino e mi son diretto verso sud; raggiunta Bologna ho percorso la via Francesca della Sambuca, antica via di valico utilizzata dai pellegrini per raggiungere Pistoia, piccola Santiago italiana perché l’unica reliquia che proviene dal sepolcro di S. Giacomo a Compostela si trova lì, dove fu portata nel 1144. Da Bologna si raggiunge Pistoia. Con altre due tappe lungo lo splendido padule di Fucecchio abbiamo intercettato il percorso ufficiale della via Francigena. Si è proseguito per San Miniato, Gambassi Terme, San Gimignano, Abbadia Isola e poi Siena. Da Siena abbiamo raggiunto in tre tappe l’estremo confine sud della Toscana. Si è aperto poi il bel tratto nel Lazio e da Viterbo passando per Vetralla, Sutri e Campagnano siamo giunti alla periferia della città eterna. La domenica successiva abbiamo partecipato l’Angelus di Papa Leone: in una piazza gremita di persone dalle più disparate provenienze, ho percepito forte il senso di appartenenza alla Chiesa che è davvero cattolica, universale».

Quale e quando sarà il prossimo?

«La prossima estate, a Dio piacendo, mi piacerebbe camminare tra due santuari mariani a cavallo dei Pirenei: partire da Lourdes per dirigermi verso Saragozza al Santuario della Beata Vergine del Pilar».

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 19 settembre 2025

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Come “comunicare” Dio? Le sfide della cultura diocesana nel nuovo anno

5 Set

Abbiamo intervistato Marcello Musacchi, alla guida dell’Ufficio diocesano Cultura e dell’Istituto “Casa Cini”. Tanti i relatori che nell’anno 2025/2026 interverranno a Ferrara, fra cui Riccardo Manzi, Paolo Cotignola, Linda Pocher e don Alberto Ravagnani. Ecco i nuovi progetti

Direttore, anno (pastorale) nuovo, vita nuova anche per la cultura diocesana. Quali le novità più rilevanti?

«Già la parola Direttore, che mi rivolgi, vista la straordinaria tradizione di Casa Cini, mi fa pensare ad un cortocircuito dello Spirito Santo, sul tipo della Genesi di Gucciniana memoria. In ogni caso, battute a parte, con il gruppo di amici che anima l’attività del nostro Istituto, stiamo osservando come la vita della Diocesi sia sempre più ricca di iniziative. Casa Cini vorrebbe inserirsi in questa vitalità generativa e variegata, con la modalità di un playmaker e con l’intento di dare respiro al gioco di squadra. Il pensiero va più ad una rete che ad una struttura piramidale. Per questo abbiamo scelto l’immagine delle tre porte: teologica, spirituale e culturale. Si tratta di punti di passaggio, aperti in entrata e in uscita. Casa Cini non vuole monopoli sulle proposte. Prediligiamo un sano meticciato culturale tra le diverse realtà cittadine, comprese ovviamente quelle diocesane».   

Soffermiamoci sulla Scuola di Teologia, che ogni anno richiama tanti iscritti e iscritte. Perché quest’anno è stato scelto il tema della comunicazione?

«La comunicazione è una specializzazione particolare della teologia. Ne costituisce l’esito finale. Dopo la ricerca, l’interpretazione, la storia con le sue dialettiche, la vita spirituale del teologo, la dottrina, la sistematica, tutto questo enorme patrimonio giunge a noi, alla cultura del nostro tempo, ma anche a tutte le sottoculture, che ogni giorno costruiamo all’interno delle comunità. La contemporaneità del messaggio cristiano, la sua carica di provocazione è opera dello Spirito che si imbatte nell’«invenzione del quotidiano» (cfr. De Certeau). Lo Spirito accompagna il caos delle nostre esistenze, delle domande che ci poniamo, dei nostri dubbi… una teologia che ignori tutta questa “vita” è un ideale accademico astratto, destinato a non comunicarsi. Il rischio opposto è quello di sostituire al Vangelo le mode culturali imperanti, smettendo di denunciare ingiustizie, disumanità, economie di scarto, tutti contesti dove davvero è difficile sperimentare l’amore di Dio. Bisogna tenere in tensione fede e vita. La comunicazione teologica si esprime nell’annuncio, nell’arte, nel dialogo, nelle simboliche, nelle narrazioni, persino nei silenzi. È rischio, messa in gioco di se stessi, ascolto, accoglienza, cambiamento».

Ci può anticipare i nomi della prossima Scuola di Teologia e, in generale, perché si è scelto di coinvolgerli?

«Sarà con noi, come ogni anno il nostro Arcivescovo, mons. Gian Carlo Perego con una prolusione sul senso della corresponsabilità nella gestione delle risorse. La cosiddetta accountability (trasparenza gestionale) costituisce una delle sfide sinodali e un punto di credibilità fortissimo della proposta cristiana. In sostanza, ci attende una stagione di prove generali decisive, con al centro la futura visita pastorale: un evento di grazia! Poi i giovani e il loro modo di dire Dio; saremo guidati da Giordano Goccini. L’IA e la robotica con l’intervento di Riccardo Manzi dell’Unicatt. Il linguaggio della cura e dell’accompagnamento pastorale, con Valentino Bulgarelli. Le difficoltà del linguaggio relazionale nella Bibbia, ovvero la fraternità minacciata, col nostro Paolo Bovina. Un momento davvero importante sarà quello del dialogo tra un regista (Massimo Manservigi) e un Montatore Cinematografico (Paolo Cotignola, vincitore del David di Donatello) sul senso del linguaggio della “settima arte” e sulla capacità di reinventare creativamente narrazioni. Nella seconda parte, incontreremo Linda Pocher, la prima donna Prefetto di un Dicastero Vaticano, che ci parlerà di come le ambiguità del potere possano inquinare anche le relazioni nella Chiesa. Poi un gruppo di teologi-filosofi di alto livello ci aiuteranno, partendo da Nicea, a rileggere la fede verso nuovi orizzonti (Cristina Simonelli, Panaghiotis Ar Yfantis, Matteo Bergamaschi). Sempre per la Sacra Scrittura tornerà a trovarci Annalisa Guida. Probabilmente, l’ultimo, a chiudere le danze, sarà Marco Lorenzo Gallo, di recente nominato preside della Facoltà di Liturgia di Parigi».    

Nel 2026 tornerà anche la Scuola di Politica: cosa possiamo anticipare?

«Posso dire ancora poco. Giorgio Maghini sta facendo, col gruppo di progettazione (che comprende associazioni e movimenti), un grande lavoro di confronto e coordinamento. La Scuola di formazione politica è per volontà stessa del Consiglio pastorale diocesano e del nostro Vescovo una realtà della Chiesa Locale. In questo senso, Casa Cini è solo uno dei soggetti impegnati nell’iniziativa. Credo che in gioco ci sia davvero molto. Le ultime Settimane Sociali di Trieste e lo stesso Magistero iniziale di Leone XIV chiedono ai cattolici di costruire insieme percorsi orientati dalla dottrina sociale della Chiesa. Il mondo cerca testimonianze, che aprano a forme di umanità “diversa” e la comunità cristiana può essere un importante laboratorio di solidarietà evangelica. La speranza deve trovare segni concreti, per ispirare le generazioni future». 

Altri progetti in programma?

«Un’aula studio per universitari (ne stiamo parlando con i responsabili della Pastorale giovanile ed universitaria), un aggiornamento per i giornalisti della regione (sono già avviati contati con Lucia Capuzzi di Avvenire e con Giuseppe Riggio di Aggiornamenti Sociali). Poi c’è tutta la questione della Porta Spirituale, sostenuta da un fantastico gruppo di lavoro, coordinato da Marco Berti, che vedrà il percorso per educatori e per giovani tenuto dalla Prof.ssa Chiara Scardicchio (Università di Bari). Altri tre appuntamenti spirituali saranno aperti a tutti coloro che vorranno partecipare. Sono opportunità importanti. Il 21 novembre, in collaborazione con Sovvenire e nell’ambito del Festival della Vita, sarà nostro ospite don Alberto Ravagnani. Tema: “La rete dall’altra parte della barca; evangelizzazione e social, un binomio possibile!”.  Infine…sogno nel cassetto: una serie di cantieri, organizzati e gestiti dai giovani. Cosa pensano i giovani di loro stessi? Come si vedono? Parliamo spesso dei giovani, lo facciamo secondo le nostre categorie mentali, magari di saggi 70enni. Avvertiamo il problema della loro assenza, ma sarebbe interessante almeno ascoltarli». 

Infine, una riflessione più generale: da alcuni anni la nostra Diocesi ha ripensato l’ambito culturale (che ha come cuore Casa Cini). Quali frutti si sono visti? Perché è fondamentale che la Chiesa punti sulla formazione e sul dialogo?

«Direi che il ripensamento nasce da una Chiesa che si è messa in stato di missione permanente. Questo fatto cambia tutti i paradigmi pastorali e formativi. Quando ci si lascia provocare dallo Spirito, accadono cose davvero straordinarie. I frutti del cambiamento forse li vedranno le generazioni future, difficilmente noi. È questa la grandezza della Chiesa: digerisce lentamente, non ha fretta. Ciò che è fondamentale è stare con decisione nel dialogo. Dialogo, non finta tolleranza. La tolleranza è sempre una realtà, che nasce da posizioni di superiorità. Il dialogo prende sul serio l’interlocutore, lo studia appunto, vuole comprenderlo, anche, al limite, per contestarne le posizioni. Il dialogo è davvero rispettoso dell’altro. Sta qui, a mio modestissimo avviso, il discrimine tra una Chiesa sinodale e una comunità che cambia tutto, per non cambiare nulla».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 5 settembre 2025

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(Foto: Casa Cini, incontro con Candiard, aprile 2024)

«Chiesa e società spaccate: gli USA sono sull’orlo di una guerra civile»

25 Giu

Massimo Faggioli, noto storico delle religioni, è intervenuto il 16 giugno nella sua Ferrara: «tra ultraconservatori ed estremisti di sinistra, America divisa come non mai». Il possibile, fondamentale ruolo di Papa Prevost nella sua terra

di Andrea Musacci

Un’America spaccata e ultraideologizzata, che spesso fa della fede cristiana un’arma politica. È questa l’amara analisi che Massimo Faggioli, storico delle religioni e docente alla Villanova University (da settembre a Dublino, v. box sotto) ha proposto lo scorso 16 giugno a Ferrara, nella Sala del coro del Monastero del Corpus Domini. Faggioli – ferrarese d’origine e in vacanza con la famiglia nella sua amata città d’origine – è intervenuto sul tema “Papa Leone XIV e l’America nella Chiesa e nel mondo oggi”, introdotto da Piero Stefani e Francesco Lavezzi, per un incontro organizzato da UP Borgovado, Istituto Gramsci Ferrara, SAE Ferrara, CEDOC Santa Francesca Romana. Incontro che, nonostante le forti piogge, ha visto un’ampia partecipazione di pubblico. Ricordiamo che Faggioli è stato negli ultimi anni più volte intervistato – o recensito – dalla “Voce”: l’ultima, lo scorso 16 maggio, proprio sull’elezione di Papa Leone XIV.

Dopo il «tumultuoso papato del gesuita Francesco», è stato eletto un papa agostiniano, ha esordito Faggioli. E un Papa statunitense, «una novità assoluta e inaspettata». Questa scelta del Conclave «ha rotto un tabù, in quanto si dava per scontato che un cittadino di una grande “potenza coloniale” non potesse essere papa perché ciò avrebbe significato un’inconcepibile sovrapposizione». Un papa, dunque, «non europeo, non mediterraneo ma con anche sangue creolo e africano». Un aspetto, questo, per Faggioli decisivo «perché è un modo del Conclave di dare una risposta a questo particolare periodo della storia americana», dominata dal trumpismo.

IL NUOVO INTEGRALISMO ULTRACONSERVATORE

Periodo in cui la «svolta politica e ideologica della destra USA – per Faggioli – ha rimpiazzato quell’evangelicalismo» tipico di certe Chiese della galassia protestante. Si tratta di una forma di integralismo portata avanti, però, soprattutto non da «blogger che lo fanno a tempo perso ma da persone che magari hanno la cattedra ad Harvard»…Intellettuali, insomma, docenti universitari. O meglio, anche da tante persone semplici e ceto medio, ma guidati da professori accademici che han dato vita a vere e proprie «teologie integraliste» e che hanno nel vicepresidente JD Vance il loro punto di riferimento. Il cattolicesimo USA, quindi, «è diventato anche questo», e si differenzia dal «conservatorismo cattolico USA tradizionale, che aveva un’idea forte di democrazia, che anzi per loro andava non solo difesa ma esportata, anche con le armi».

Riguardo a quest’anima cattolica ultraconservatrice, secondo Faggioli, gli USA «non stanno vivendo un normale passaggio di governo» ma «un cambio di regime, che non sappiamo dove porterà il Paese. Due mesi fa – ha spiegato Faggioli – mi è stato sconsigliato di lasciare gli USA per venire in Italia e in ogni caso di scegliere bene l’aeroporto dal quale partire, evitando ad esempio quello di Atlanta, viste le dure politiche antimmigrazione di quel Distretto». E tutto ciò, nonostante «io viva negli USA da molti anni e abbia un lavoro stabile». E sulla polemica fra Trump e l’Università di Harvard riguardante i fondi governativi e i visti per gli studenti stranieri, Faggioli ha criticato il giornalista Federico Rampini che – a suo dire – avrebbe sottovalutato questa “minaccia” di Trump: la sua, invece, è una scelta molto grave perché è anche «un messaggio che manda a tutte le Università americane: “se non assumete determinate posizioni politiche, potreste subire conseguenze di questo tipo”». In America, quindi, «si attende una voce forte come quella del Papa», che «ricordi agli USA cosa vuol dire – nel profondo – essere America». Insomma, Prevost «è atteso a mandare certi messaggi, anche agli USA. Per ora è prudente, ma se Trump continuerà così, potrebbe esporsi maggiormente». Molti fra gli stessi Vescovi statunitense «han creduto che Trump fosse meglio di Kamala Harris, non immaginando il suo peggioramento a livello democratico». Questo peggioramento «sta portando quindi molti di loro a non sostenere più Trump».

UN’AMERICA CHE NON CREDE PIÙ IN SÉ STESSA

Papa Leone XIV è «cosciente di quanto sia enormemente complicata questa situazione», con un’America «molto divisa» e addirittura «in certe zone sull’orlo della guerra civile». Ciò “costringerà” il Papa ad «affrontare in modo diverso il suo rapporto con gli USA e col mondo cattolico statunitense». USA che ha come propria essenza un intreccio originale e complesso tra politica e religione, e che «storicamente sono anticattolici», dalle origini fino alla diffidenza di molti verso Kennedy. Stati Uniti che invece oggi sono «sempre più cattolici e sempre più secolarizzati, e sempre meno protestanti. Negli ultimi decenni le chiese si sono svuotate e i luoghi di espressione della fede sono diventati i partiti politici», dominati da «un purismo ideologico totale». 

USA, come detto, che stanno vivendo «un momento di coalizzazione ideologica e religiosa che non si vedeva dai tempi della guerra civile sulla questione della schiavitù» e più pericolosi persino di «momenti simili vissuti negli anni ’60, con le battaglie per i diritti civili, e negli anni ’90 con gli scontri razziali». In entrambi questi momenti – ed è questa per Faggioli la differenza radicale – tutti avevano una forte fede negli Stati Uniti d’America», perché «l’America è sostanzialmente un atto di fede nell’America». Oggi, invece, «il problema della secolarizzazione non riguarda solo il fatto che la gente non va più in chiesa ma che non crede proprio più nell’America». Le lotte politico-ideologiche di questi anni «contro il colonialismo, lo schiavismo, il patriarcato hanno convinto molti giovani che gli USA sono un errore» in quanto tali, fin dalla loro nascita. Queste lotte, insomma, «erodono alle fondamenta la ragione profonda di esistere di una civiltà che invece da sempre si presenta come plurale, aperta, difenditrice della libertà e della democrazia».

UN’AMERICA E UNA CHIESA SPACCATE

Papa Leone XIV ha dunque in carico un’America che vive «una crisi fondamentale di fede in sé stessa», e che quindi «non ha più fede nell’essere una nazione cristiana civile». Oggi negli USA il cristianesimo, e nello specifico il cattolicesimo, per Faggioli «è trasformato in ideologia politica» ed è «spaccato in due, destra e sinistra»: la prima è «integralista, ultraconservatrice, etnonazionalista e dominata da un cinismo assoluto», la seconda si presenta invece come «inclusiva e tollerante», ma i “cattolici democratici” «sono quasi scomparsi o spesso tengono segreto il loro essere cattolici». Molti cattolici, inoltre – ha analizzato Faggioli – «negli USA sono impauriti da certo estremismo ideologico di parte della sinistra», soprattutto sui temi legati all’ideologia gender: secondo quest’ultima, infatti, «i bambini possono scegliere il loro genere ed è successo che in alcuni casi, pur ancora rari, se i genitori hanno obiettato contro questa scelta prematura, sono stati denunciati. Io dunque vedo anche questo estremismo», non solo quello fondamentalista di Vance&co. 

«Vedremo quindi – ha proseguito Faggioli – se tra queste due anime della Chiesa USA vi sarà una soluzione». Per ora, l’unica cosa certa è che si tratta di «due visioni diverse di Chiesa sulla teologia, la catechesi, la pastorale; due movimenti diversi che convivono a fatica». Oggi dunque «la questione statunitense, del futuro della sua democrazia è anche «un tema teologico. Fino a 30 anni fa, invece, si poteva contare sul fatto che gli USA avessero imparato il dna della democrazia, dei diritti, mentre oggi vi sono voci autorevoli che dicono “abbiamo avuto troppa democrazia, troppa libertà, bisogna sfalciare un po’, iniziando dagli immigrati”». «Non so – ha detto poi – se negli USA ci sarà una guerra civile, ma storicamente in questo Paese questa è sempre stata vista come positiva», sull’idea di base che «i conflitti vanno prima o poi risolti per via armata».

COSA CI SI ASPETTA DA PAPA LEONE XIV

Tornando a Papa Leone XIV, Faggioli ha spiegato come «viene da un retroterra molto particolare», lui che è stato ordinato prima diacono e poi prete «da due Vescovi considerati molto progressisti»: viene quindi da «una Chiesa molto sociale». E Papa Prevost «conosce molto bene la Chiesa USA, non ha bisogno di farsela spiegare, interpretare, tradurre», anche perché negli anni «ha sempre mantenuto con questa contatti molto stretti». A breve avrà nomine importanti e delicate da fare, come quella dell’Arcivescovo di New York, «nomina di grandissimo peso», e quella del «nuovo Nunzio apostolico negli Stati Uniti, che soprattutto in questo contesto politico è un ruolo molto importante».

È importante – ha spiegato ancora Faggioli –  «che Papa Leone XIV non sia identificato come rappresentante di una Chiesa fascista, razzista, sessista, come invece molti oggi vedono la Chiesa cattolica negli USA» e il cattolicesimo à la Vance. In ogni caso, si trova in una fase politica e ideologica molto delicata. La storia gli ha assegnato, fra i vari compiti, uno complicatissimo: ricostruire l’unità in tutta la Chiesa universale, e in particolare in quella della sua terra.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 27 giugno 2025

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(Foto Sergio Flores – AFP/SIR)

FAGGIOLI A DUBLINO

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Il 12 giugno il Loyola Institute del Trinity College di Dublino ha annunciato la nomina di Massimo Faggioli a Professore di Ecclesiologia Storica e Contemporanea. Faggaioli lascia quindi gli USA (dove viveva dal 2008) e la Villanova University, dove ha iniziato a insegnare nel 2016.

«Fra 1 anno torno in servizio a Ferrara-Comacchio»: l’annuncio di don Emanuele Zappaterra

24 Giu

Abbiamo intervistato il nostro missionario: «il 27 giugno celebrerò la Messa con Papa Leone XIV. La missione mi ha fatto uscire dalle mie sicurezze»

Quando è iniziato e quando terminerà il tuo periodo a Ferrara?

«Sono arrivato la notte del 28 maggio e ripartirò nella mattina del 2 luglio. Questa volta la mia permanenza si è prolungata per più di un mese. Un buon tempo».

Quali incontri hai fatto e farai in queste settimane in Diocesi?

«I primi sono stati con la mia famiglia, poi con i sacerdoti alla Tre giorni del clero e con l’Arcivescovo, con il quale ho avuto anche un colloquio personale. Dopodiché con le comunità parrocchiali del Gesù, del Perpetuo Soccorso che festeggia i suoi 100 anni di fondazione, con l’Unità pastorale Sant’Agostino-Corpus Domini, con Masi San Giacomo e Malborghetto di Boara. E ancora mancano le parrocchie di Rero e Tresigallo dove sarò la mattina della domenica 29 di giugno; lo stesso giorno nel pomeriggio celebreremo la Messa con la comunità latino-americana nel Santuario del Poggetto. Mentre le comunità religiose finora visitate sono quelle delle Suore della Carità e delle Carmelitane Scalze; mancano ancora le Benedettine e le Clarisse. Mi sono riservato poi il pellegrinaggio a San Pietro in Roma, in occasione del Giubileo dei sacerdoti, il giorno del Sacro Cuore, nel quale concelebrerò la Messa con il Papa Leone XIV».

Come le persone che stai incontrando qui nella nostra Diocesi percepiscono i tuoi racconti della missione? 

«Prima di tutto con stupore, soprattutto riguardo le dimensioni del territorio a me affidato e i tanti chilometri da percorrere. Poi con interesse soprattutto riguardo l’impegno missionario dei laici, che reggono le comunità delle cappelle sia dal punto di vista pastorale che amministrativo senza la presenza costante del sacerdote. Sorprende anche il continuo uscire per le strade, passare per le porte delle case con l’immagine di Maria e animare cenacoli domestici di preghiera; questo lo fanno persone adulte, giovani, adolescenti e bambini, che fin da piccoli imparano che la Chiesa è missionaria per sua natura: trovarsi in parrocchia o in comunità e uscire a evangelizzare sono le due facce della stessa medaglia».

E come invece le persone che hai conosciuto in Argentina hanno accolto la tua presenza come missionario?

«Devo dire che gli adulti erano già abituati al missionario anche perché nella parrocchia più grande, Villa Paranacito, c’erano stati missionari italiani della Consolata per molti anni e questo ha reso più facili le cose. Piccola curiosità, è un missionario della Consolata, Padre Giovanni Dutto che mi ha accompagnato nel discernimento vocazionale missionario fin dai tempi del Seminario. Poi certo, non è mancato da parte loro l’abituarsi ai miei modi da straniero, il superare gli ostacoli delle differenze culturali. Però la loro indole aperta all’accoglienza e l’eredità della storia di queste terre, con l’arrivo nei secoli passati di tanti immigrati – che, pur provenienti da diverse nazioni, hanno saputo costruire insieme una nuova società – ha fatto sì che i loro cuori mi accogliessero tanto da sentirmi uno di loro. Questo ha mosso in me un interrogativo: siamo altrettanto aperti nelle nostre comunità parrocchiali all’accoglienza di un sacerdote non italiano? Che esperienza vivono nel loro cuore i sacerdoti stranieri in servizio nella nostra Diocesi? Io devo dire che mi sento un privilegiato».

(Intervista a cura di Andrea Musacci)

(28^ testimonianza – Rubrica mensile “Un ferrarese in Argentina”)

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 27 giugno 2025

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(Foto: 10 giugno 2025: Messa concelebrata a Sant’Agostino con don Zecchin in occasione del suo 30° di sacerdozio e del 30° di diaconato di don Zappaterra)