Tag Archives: Chiesa Cattolica

Basilica di San Giorgio, ecco don Bisarello

23 Gen
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Don Danillo Bisarello

«Avevo il batticuore, ma ora grazie a voi, e grazie a Lei, Mons. Negri, mi è passato. Compiamo insieme questo nuovo cammino, e pregate per me». Con queste toccanti parole il nuovo parroco della Basilica di San Giorgio fuori le mura, Mons. Danillo Bisarello, ieri mattina ha concluso il proprio saluto finale davanti ai tanti fedeli accorsi per accoglierlo. Così, ora, don Bisarello, oltre a dirigere la parrocchia intitolata al Beato Tavelli da Tossignano in zona Villa Fulvia (che amministra ormai da una decina di anni), avrà anche l’onore e l’onore di essere a capo di una delle comunità diocesane più numerose e attive. Mons. Bisarello, 62enne di origini padovane, è stato ordinato sacerdote a Ferrara nel 1981, ed in passato, oltre a ricoprire la carica di Canonico della Cattedrale, è stato anche alla guida dell’Ufficio Amministrativo diocesano.

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La folla di fedeli presente

Ieri mattina, dopo la lettura del messaggio d’insediamento da parte del Cancelliere della Curia don Josè Santolaria, e la benedizione da parte del nuovo parroco, è iniziata la celebrazione. Nell’omelia l’Arcivescovo ha voluto spiegare come quella di San Giorgio sia «una comunità imponente nella diocesi, con una forte tradizione spirituale ed ecclesiale». Dopo l’abbandono da parte degli Olivetani, che hanno diretto la Parrocchia per circa sei secoli, «ho chiesto a don Danillo di prendersi questa pesante eredità. La speranza è che agisca col proprio consueto vigore giovanile». Alla comunità, invece, il Vescovo si è rivolto perché «non si chiuda nel proprio benessere, ma conservi l’impeto missionario, senza smarrire la propria identità: il mondo qua fuori, infatti, bussa alle porte delle nostre chiese, e dei nostri cuori».

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 23 gennaio 2017

Messa e festa di Natale in carcere

20 Dic
Mons. Bentivoglio durante la messa in carcere per il suo 50°

Mons. Bentivoglio in carcere (foto d’archivio)

Sabato mattina all’interno della Casa Circondariale di Ferrara si è svolta la consueta Santa Messa di Natale concelebrata dall’Arcivescovo Mons. Luigi Negri insieme al cappellano del carcere Mons. Antonio Bentivoglio, a don Domenico Bedin e a Mons. Enrico d’Urso. Presenti all’evento, un’ottantina di “fratelli ristretti” (una parte dei quali ha realizzato, insieme al cappellano, il presepe e l’albero), diversi educatori, catechisti e volontari, oltre all’Assessore alle Politiche Sociali Chiara Sapigni, al Garante dei Detenuti Marcello Marighelli, al Direttore del carcere Paolo Malato e alla Comandante di Reparto Annalisa Gadaleta. La funzione, accompagnata dal coro di Comunione e Liberazione, ha visto il saluto iniziale di Mons. Bentivoglio, che ha spiegato come «il Vangelo di Natale si affaccia sulle soglie dell’umanità, entra nella vita, permettendoci di non rimanere incastrati nel passato, per guardare noi stessi e la realtà con occhi diversi». Il Vescovo ha invece rivolto un messaggio ai detenuti: «abbandonatevi alla giustizia di Dio, che mai vi lascerà soli, e così potrete affrontare tutte le fatiche. Siate lieti, perché questo principio di vita nuova attecchisca in voi, e da voi cambi il mondo».

Altro momento natalizio in carcere è stato la “Festa di Natale”, organizzata con la collaborazione delle Associazioni Agesci, Viale K e Pastorale Diocesana, che hanno offerto un buffet. Babbo Natale (un fantastico don Bedin) ha poi consegnato ai bambini presenti i regali offerti dalla Pastorale Diocesana e i regali prodotti dal Laboratorio Detenuti. L’iniziativa ha fatto seguito all’incontro fra detenuti e famiglie, che ha luogo una volta al mese ed è gestito dal Centro Bambini e Genitori Comunale “Isola del Tesoro” e da Agesci. Presente anche il sindaco Tagliani, l’assessore Annalisa Felletti e dirigenti dell’Istruzione Vecchi e Mauro, le educatrici Siconolfi, Orsoni e Viaro.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 19 dicembre 2016

«La rivoluzione radicale di Cristo contro l’attuale crisi antropologica»

2 Dic

15284081_1544173712266564_3314015151756277832_nNell’ambito del ciclo di incontri “Cultura e Carità”, a cura del Centro Sant’Andrea, ieri sera, giovedì 1 dicembre, Marco Guzzi è intevenuto nella conferenza dal titolo “Crisi ideale dell’Occidente, critica e proposta di Papa Francesco”. L’incontro si è svolto nella Sala delle Capriate, in piazza Leon Battista Alberti, a Mantova.

«Papa Francesco è consapevole della crisi dell’Occidente, e propone, di conseguenza, una rivoluzione radicale, la rivoluzione di Cristo, l’unica che trasforma radicalmente il cuore dell’uomo, come qualcosa, però, da incarnare, oggi, in modi diversi», ha spiegato Guzzi.

La posta in gioco è al «livello biologico, di sopravvivenza antropologica». La proposta di Papa Francesco è, dunque, quella più radicale, quella cristiana, l’unica che può fornire una via d’uscita vera dall’attuale crisi antropologica, «causata dalla negazione del primato dell’essere umano sugli altri esseri».

In questo «punto di rottura» senza precedenti nella storia, vi è «il dominio quasi assoluto del paradigma tecnocratico, e la preminenza di un soggetto egopatico e paranoico, dell’uomo egoico-bellico». Espressioni di questo paradigma sono anche il potere tecno-finanziario che uccide le democrazie, e il dominio quasi totale dell’omologazione dei mass media e dell’informazione. «Andiamo verso l’autodistruzione – ha proseguito Guzzi -, per questo serve un rincominciamento radicale, una rivoluzione culturale, un pensiero davvero globale, un nuovo pensiero comune, condiviso universalmente». Tutto ciò, però, è impensabile senza, prima, «una liberazione interiore, la rivoluzione personale di ognuno di noi, attraverso cioè una dilatazione della coscienza. Poi, noi cristiani – ha concluso il relatore – dobbiamo prendere coscienza di essere già, in quanto battezzati, l’inizio di questa nuova umanità trans-egoica, relazionale e post-bellica: dobbiamo, quindi, svolgere una doppia funzione: di denuncia e di annuncio, per un nuovo cominciamento di tipo iniziatico».

Andrea Musacci

Anche nella Cattedrale di Comacchio la liturgia per la conclusione del Giubileo

14 Nov
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I sacerdoti concelebranti

«Anche se la Porta Santa chiude, la Misericordia di Dio rimane sempre aperta, anzi spalancata per ognuno». Ieri a Comacchio nella Concattedrale di San Cassiano ha avuto luogo la cerimonia di conclusione dell’anno giubilare della Misericordia con la chiusura della Porta Santa. La S. Messa è stata presieduta da Mons. Antonio Grandini, parroco di San Giuseppe Lavoratore e canonico della Cattedrale di Ferrara, insieme al parroco don Ruggero Lucca, al vice parroco don Adrian Gabor, e a don Stefano Zanella, alla guida della Parrocchia di Lido degli Estensi. Poco prima dell’inizio, Mons. Grandini ha radunato la folla (circa 300 i presenti) per compiere insieme, per l’ultima volta, l’ entrata dalla Porta giubilare, subito dopo un momento di  riflessione sul significato della porta nel testo biblico.

Durante l’omelia, Mons. Grandini, dopo aver riflettuto sull’immagine del cuore di Dio come «porta spalancata», ha meditato sulla Provvidenza divina in merito ad eventi catastrofici, come il recente terremoto nel centro Italia.
Infine, ricordiamo che il Papa chiuderà il Giubileo a Roma domenica prossima, e che a Comacchio la Porta Santa era stata aperta da Mons. Grandini lo scorso 13 dicembre.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 14 novembre 2016

Fabrice Hadjadj: «Grazia e gratitudine contro la logica senza genealogia»

29 Ott
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Fabrice Hadjadj

“Perché dare la vita a un mortale? Essere genitori alla fine del mondo” è il nome dell’incontro pubblico tenuto dallo scrittore francese Fabrice Hadjadj lo scorso 27 ottobre nell’Auditorium Bisoffi in via Calatafimi a Verona, e organizzato da Associazione EdRes, con Gavia, Braida e ABiCi.

Dopo i saluti istituzionali con l’intervento dell’Assessore Alberto Benetti, vi è stata l’introduzione di Valeria Biasi, promotrice culturale, la quale ha definito Hadjadj «un pensatore, un cercatore, che ha trovato la fede cattolica senza cercarla».

“Le donne partoriscono a cavallo di una tomba”: con questa battuta di Beckett in “Aspettando Godot”, ha preso avvio la lunga, tormentata e appassionata riflessione di Hadjadj. Ha scelto di partire così, crudamente, senza fronzoli, com’è nel suo stile. «La culla, insomma, non sarebbe che un’illusione, il nascituro è come se fosse coricato in una bara. Invece – è il pensiero che Hadjadj ha cercato di portare – anche se è solo un istante, il giorno splende, il sentimento dell’assurdo non è primario. Il non-senso, infatti, lo sentiamo perché primariamente siamo destinati al senso, che lo vogliamo o no è così. Le tenebre sono mordaci solo sullo sfondo del giorno». Per il relatore, l’interrogativo sul perché procreare «apre uno spazio alla tragedia, senza per questo dimenticare lo stupore iniziale». Perché ci riproduciamo? Perché non scegliere di non riprodursi, dato che è tra le possibilità dell’essere umano? «Questa è la domanda delle domande, l’essenza stessa del perché. È questa la domanda fondamentale, non “la vita vale la pena di essere vissuta?”»

A differenza degli altri animali, non andiamo semplicemente in calore, «ma abbiamo un fervore rituale, c’è in noi una tendenza naturale che però dev’essere animata da una ragione più specifica». Storicamente, invece, bisogna considerare che «un tempo fare figli non era necessariamente un imperativo, ma uno scopo indiscutibile. Da quando il generare – ha proseguito Hadjadj – è diventato per molti un problema, allora ci siamo trovati sguarniti davanti a certe risposte». Al contrario la riproduzione della specie, «la genealogia, la fertilità sono da sempre essenziali per le religioni, fin dall’epoca primitiva», perché parte della natura umana. Con l’arrivo della filosofia antica, invece, «il filosofo si inizia a interrogare sull’origine prima del mondo, dimenticando la persona, la genealogia, la famiglia in carne e ossa. Poi, con la modernità, addirittura siamo arrivati a pensare che «la felicità sia legata al benessere, ma questa cura individualistica di sé ha arrecato molti danni alla fertilità».

Se è vero che già nel XIX secolo bisognava fare figli per la Patria, per la guerra, per il Partito o il regime di turno, così come oggi per lo Stato Islamico, ad esempio, insomma «il partorire era, ed è considerato un mezzo, non un fine in sé», oggi la situazione è ancora peggiore: «l’aborto – che è sempre un aborto della logica, della vita, una degradazione a programmazione –, la pillola, il parto senza dolore, la fecondazione in vitro, e quella medicalmente assistita, rendono la nascita non più dominio della donna ma degli ingegneri del vivente. Il dono della vita diventa diritto ad avere figli, o a non averne, o a sopprimere il feto. La nascita per via sessuale cede, quindi, il passo alla fabbricazione biogenetica, per costruire un essere adattato ai nostri progetti, fino alla “dolce morte”. Perlopiù – secondo Hadjadj – tutto ciò avviene in un contesto di crisi ecologica – dove si comprende che le risorse non sono illimitate, e quindi “conviene” anche procreare di meno – e di crisi antropologica».

L’analisi dello scrittore è spietata, perché sincera: «oggi l’essere padre o madre è considerato una degradazione, è il contrario del soggetto autonomo idealizzato dalla società attuale, chi sceglie di non avere figli viene considerato una persona che prende una scelta eticamente meno pericolosa, e il motivo che si addotta è di non avere nessun dovere di far venire al mondo degli esseri umani, che perlopiù soffriranno. Oggi chi sceglie di essere madre viene vista o come schiava sottomessa o come donna con un coraggio sovrumano. I cosiddetti “senza figli per scelta” dicono che il figlio, per farlo nascere, dovrebbe avere condizioni di vita eccellenti, ma è impossibile, quindi non se ne fanno: questa è una compassione senza passione, che pensa che quei figli, tanto, sono destinati a morire. Al contrario, un tempo le donne si gettavano a far figli senza pensarci troppo, nonostante le sofferenze e il rischio di morte legati al parto».

A questo punto Hadjadj cerca gradualmente di abbandonare la pars destruens della sua riflessione, e di concentrarsi sempre più sulla speranza e la bellezza legate al mettere al mondo dei figli. Come diceva all’inizio: “partorire sulla soglia della tomba”. «Sì, ma le tombe si apriranno, i sepolcri saranno vuoti, non generiamo per questo mondo, ciò ci insegna la fede. La Rivelazione, infatti, non è un sistema di risposte a tutto, ma qualcosa che ci chiama personalmente, e che implica una riscoperta e reinterpretazione del reale. Poi impariamo, con l’esperienza, che il sesso è legato essenzialmente allo spirito (“Il mio cuore e la mia carne esultano nel Dio vivente”, Salmo 83), e quindi mette in gioco la relazione divina, è insomma un intreccio tra ciò che c’è di più naturale e ciò che c’è di più soprannaturale». La sua meditazione è un crescendo di passione e di fede: «il semplice fatto di dare la vita contiene già in sé un piccolo barlume di speranza nella vita eterna, è evidente che il nostro sesso ci spinge naturalmente verso l’altro sesso, e che questo incontro ci apre alla procreazione, come la chiave e la serratura di una porta segreta. Per gli animali ciò è istintivo, per noi invece no, abbisogna del massimo della metafisica».

Come già accennato, parlare di nascita significa anche parlare di tragedia, di fragilità, della «nostra vulnerabilità radicale, principio di ogni vulnerabilità umana: dare la vita significa mettere al mondo una persona vulnerabile, e quindi essere all’origine della sua vulnerabilità, essere “responsabili” di ciò, e dunque anche del suo dolore. Questa vulnerabilità radicale riguarda il male subito ma soprattutto quello compiuto, è la vulnerabilità al peccato originale». Sono, questi, concetti alieni in una società come la nostra dove «si cerca la salute non la salvezza, la comodità nella tecnica non lo sforzo nella Grazia». Dove, quindi, si segue «la logica e non la genealogia»: ma «la logica diventa appunto aberrante se abbandona la genealogia, appena cioè non è più motivata per la vita, a dare la vita, se insomma vive una sorta di ipertrofia del “perché”: infatti, il perché estremo è senza perché».

«Solo la Croce – è la conclusione di Hadjadj – può illuminarci con la sua gioia, solo così la morte diventa luogo dell’offerta suprema. La “genealogica”, insomma, rompe l’impero del calcolo tecnologico attraverso il regno dell’imprevedibile, considerando la nascita come un avvenimento. Si tratta, insomma, di Grazia e di gratitudine, anche verso i propri genitori che, generandoci, ci hanno insegnato ad amare la vita. Dio ha creato il mondo per amore, cioè senza perché, in una gratuità totale. Per chi è nell’amore la gratuità è Grazia, per chi ne è fuori, è assurdità». Così, usando una delle sue infinite immagini geniali, «la mangiatoia dove fu posto Gesù bambino è la breccia nel tempo dove passa l’eterna fecondità di Dio».

Andrea Musacci

La metafisica è morta, il falso dio pure, torniamo a credere davvero in Dio: Marco Guzzi a Misano Adriatico

17 Ott
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Marco Guzzi

Nell’ambito del ciclo di incontri “Idoaltria. I miti del nostro tempo”, organizzato dalla Biblioteca Comunale di Misano Adriatico, venerdì 14 ottobre alle ore 21, il teologo Marco Guzzi è intervenuto sul tema “Religione e idolatria : il futuro del Cristianesimo”.

Una riflessione profonda, che propone una forma originale di interpretazione della speranza cristiana, per evitare di nascondersi in atteggiamenti di chiusura e di pessimismo fini a se stessi. Guzzi ha cercato di dimostrare come «oggi, nonostante viviamo un periodo di dissipazione morale, possiamo tornare a credere, proprio perché una certa immagine falsa di dio è morta».

Tornare a credere significa appunto tornare a sperare in grande, «che tutto questo non sia una vana perdita di tempo, che esista un senso trascendente ogni datità, e definitivo». Citando anche lo stesso Vattimo, proprio perché non è più possibile credere nel dio metafisico, dei filosofi, allora è possibile – davvero – (r)iniziare a credere in Dio.

Oggi tutte le religioni vivono una crisi che pare definitiva, e una reazione a ciò è una chiusura nel passato e nel fondamentalismo, speculare alla deriva nichilista e relativista che considera tutte le religioni indistinte, tra loro uguali. Ma quale dio è morto, quale religione sta per morire, si chiede Marco Guzzi. Ha cercato di spiegarlo attraverso cinque passaggi.

  1. «Ciò che sembra in crisi definitiva è una maniera millenaria di vivere la fede, di religioni che spesso si sono dimostrate poteri schiaccianti, che toglievano la libertà, l’idea cioè di un “dio controllore”, arcigno e violento, che chiede sacrifici di sangue, e che va sempre d’accordo con gli oppressori e i potenti. Quindi ci stiamo liberando di un dio fatto a immagine dell’aspetto peggiore dell’uomo, della sua natura bellica». Questa immagine di dio è, secondo Guzzi, per fortuna già morta, perché era una forma di idolatria. L’idolo, infatti, è un’immagine di dio fatta dall’uomo, che viola il primo comandamento (v. Esodo 24). «Tutte le rappresentazioni crudeli e liberticide di dio, quindi false, stanno crollando. Si ha una crisi delle rappresentanzioni egoiche di dio. Da qui emerge un’esigenza sempre più forte di vivere il divino, il Mistero, di realizzare la libertà e l’amore: insomma, un bisogno nudo del vero divino».
  2. Questa falsa immagine, che «ha prodotto tanta violenza sacrale (che in sé è satanica), rappresenta anche la fine della metafisica, cioè la crisi della rappresentazione egoica dell’essere, dell’illusione di poter spiegare razionalmente l’Essere, cioè Dio». Questa fine della metafisica è chiamata anche nichilismo o secolarizzazione, e questi ultimi due termini possono avere anche un’accezione positiva se si intendono appunto come «crollo delle false rappresentazioni di dio, ed emersione di un Dio molto più intimo. Si comprende sempre più – ha proseguito Guzzi – che è solo la dimensione umana quella in cui l’Essere accade, in cui il divino si rivela: così l’ermeneutica è davvero la filosofia post-metafisica del dialogo tra l’io e l’Essere». Insomma, così inteso il nichilismo è solo una fase della rivelazione del divino nella sua essenza vera, «che è intrinsecamente dialogica con l’uomo: infatti, Dio si incarna nell’uomo, nella carne. Siamo quindi in un’epoca particolare, in una fase della storia della salvezza, del mistero cristico. Così inteso, il nichilismo quindi purifica il cristianesimo, e fa evolvere la Chiesa nel suo cammino». Dio non lo incontriamo più in astratte concezioni metafisiche, né in un’immagine di sopraffazione, ma «in un dialogo fisico, un corpo a corpo, terribile data la nostra mortalità e fragilità, ma necessario».
  3. Possiamo, e dobbiamo, quindi, tornare a credere in «un Mistero divino più vivo, cioè in un’intimità assoluta tra Dio e l’umano: Dio è qua nella (nostra) Parola oppure non esiste. Dio non è il controllore della libertà, ma è la Libertà» (“Il Signore è lo Spirito e dove c’è lo Spirito del Signore, c’è libertà” 2 Corinzi 3, 17). Dio è il mistero stesso dell’io e dell’essere, e, ha proseguito nuovamente Guzzi, «accade di continuo incarnandosi dentro di me. Il mistero dell’Incarnazione ci è stato rivelato, e pian piano lo stiamo comprendendo, la storia dell’uomo dopo Cristo è la storia del continuo tentativo di comprendere sempre più il Mistero di Dio».
  4. Vi è la necessità quindi anche per noi di superare un’immagine di Cristo non solo metafisica e coercitiva, ma anche “vittimaria”: «Cristo invece si incarna per svelare il nesso tra violenza e sacro, per far comprendere che Dio non vuole il sacrificio, non vuole la morte di nessuno, ma è Lui a “morire”, a sacrificarsi per noi. Questo passo è importante per arrivare a un’umanità più libera, più cristica, questa è la vera nuova evangelizzazione».
  5. È dunque importante prendere coscienza sempre più che «è il divino creatore a rivelarsi e a creare di continuo, anche se cioè è difficile da comprendere: questa è una vera e propria rivoluzione antropologica. L’io cristico si nutre di pensiero iniziatico, cioè quello consapevole del fatto che per svilupparsi e per cambiare la realtà, ha bisogno di una mutazione continua del soggetto che pensa». Il cristianesimo, quindi, non è una religione ma «una forma nuova di umanità che cresce continuamente, ed è perciò sempre più libera». Infine, tutto questo, senza sopraffazione e superbia, deve portare però anche, inevitabilmente, a «una nuova civilizzazione, fondata sulla superiorità del dono».

Andrea Musacci

wwww.marcoguzzi.it – http://www.darsipace.it

«A quanto e a che cosa sono disposto a rinunciare per dimostrare che ciò in cui credo è vero?»

2 Ott
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Gianfranco Amato a Cento

“Famiglia: creazione dell’uomo o progetto di Dio?” è il titolo dell’incontro pubblico svoltosi la sera di giovedì scorso, 29 settembre, al Centro Pandurera di Cento. Gianfranco Amato, Presidente dei “Giuristi per la vita” e Segretario Nazionale del “Popolo della Famiglia” ha relazionato per alcune ore davanti a circa un centinaio di persone, per questo incontro organizzato dalla Zona Pastorale della Città di Cento in collaborazione con Giuristi per la vita, Popolo della Famiglia, ProVita, Circolo La Croce di Cento, Vita è, Il Timone.

«Siamo all’attacco finale alla famiglia», ha esordito l’avv. Amato. Per mettere subito alcuni paletti precisi, innanzitutto «la famiglia non è il frutto di una moda, di una teoria o di una dottrina religiosa, ma è un dato pregiuridico e prepolitico, e quindi è sottratto alla disponibilità del potere umano. La famiglia è un dato strettamente correlato alla natura dell’uomo», è un progetto di Dio, qualcosa quindi che preesiste a qualsiasi ordinamento civile, statale, religioso (anche cristiano).

Se è vero, infatti, che il cristianesimo propone una visione integrale e piena riguardo alla famiglia e al matrimonio, è anche vero che civiltà e culture precristiane, seguendo la ragione aderente alla natura, già possedevano una concezione corretta di famiglia. Nella cultura ebraica, in quelle romana e greca antiche, infatti, è già presente l’idea di famiglia come «formazione naturale formata da madre, padre e figlio/figli, e intesa come cellula base della società. Anche per questo – ha proseguito il relatore – ogni qual volta nella storia si è cercato di attaccare la famiglia, i tentativi sono sempre falliti». Basti pensare, ad esempio, alle teorizzazioni del bolscevismo russo, in particolare del leninismo.

Due testi fondamentali del vivere civile moderno riprendono la concezione naturale della famiglia. L’articolo 16 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo recita: “La famiglia è il nucleo naturale e fondamentale della società e ha diritto ad essere protetta dalla società e dallo Stato”. La stessa Costituzione della Repubblica italiana all’articolo 29 spiega come “La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio”. Durante i lavori dell’Assemblea Costituente, Aldo Moro spiegò che la famiglia è “un ordinamento autonomo dallo Stato”, Giorgio La Pira che è “un ordinamento di diritto naturale”, e Mortati parlò dell’“autonomia originaria della famiglia”.

Venendo al presente, la famigerata legge Cirinnà, ha spiegato Amato, istituisce di fatto, al di là del nome, il matrimonio omosessuale. Ad esempio, nell’art. 29 si parla addirittura di “vita famigliare”. Alcune conseguenze di questa legge, oltre agli effetti pedagogici caratteristiche di ogni atto legislativo, saranno che nei moduli di autodichiarazione vi saranno solo le indicazioni “genitore 1” e “genitore 2”, e che nell’educazione civica presente nel percorso scolastico si dovrà parlare anche di matrimonio omosessuale.

Il discorso si è, quindi, inevitabilmente spostato sulle varie forme dell’ideologia gender, che tende a relativizzare tendenzialmente all’infinito la naturale divisione dei sessi, proponendo una sessualità totalmente fluida, priva di alcuna strutturazione biologica, ma lasciata integralmente in balia dei desideri, degli errori, dei capricci del momento.

Papa Francesco anche ieri, 1° ottobre, durante l’incontro con i sacerdoti, i religiosi e le religiose nella Cattedrale di S. Maria Assunta a Tbilisi, ha spiegato come oggi «un grande nemico» del matrimonio sia «la teoria del gender. Oggi c’è una guerra mondiale per distruggere il matrimonio…ma non si distrugge con le armi, si distrugge con le idee», sono le «colonizzazioni ideologiche che distruggono»: perciò occorre «difendersi dalle colonizzazioni ideologiche».

Colonizzazioni che avvengono, ad esempio, in molteplici programmi tv (uno per tutti, “Bambine transgender” sul canale Real Time) o attraverso molti libri di testo per asili e scuole materne (per fare alcuni esempi, “Più ricchi di un re”, “Perché hai due papà?”, “Io sono un cavallo”, “Nei panni di Zaff”).

Forte è la tentazione di cedere al pessimismo, alla paura ma, come diceva don Bosco, “se Dio è con noi, siamo la maggioranza”. In ogni caso, chiunque non intende abdicare all’uso della ragione e alla difesa della Verità, ha concluso Amato, deve chiedersi: «A quanto e a che cosa sono disposto a rinunciare per dimostrare che ciò in cui credo è vero?»

Andrea Musacci

“Un’altra sfida emerge da varie forme di un’ideologia, genericamente chiamata gender, che «nega la differenza e la reciprocità naturale di uomo e donna. Essa prospetta una società senza differenze di sesso, e svuota la base antropologica della famiglia. Questa ideologia induce progetti educativi e orientamenti legislativi che promuovono un’identità personale e un’intimità affettiva radicalmente svincolate dalla diversità biologica fra maschio e femmina. L’identità umana viene consegnata ad un’opzione individualistica, anche mutevole nel tempo». E’ inquietante che alcune ideologie di questo tipo, che pretendono di rispondere a certe aspirazioni a volte comprensibili, cerchino di imporsi come un pensiero unico che determini anche l’educazione dei bambini. Non si deve ignorare che «sesso biologico (sex) e ruolo sociale-culturale del sesso (gender), si possono distinguere, ma non separare». D’altra parte, «la rivoluzione biotecnologica nel campo della procreazione umana ha introdotto la possibilità di manipolare l’atto generativo, rendendolo indipendente dalla relazione sessuale tra uomo e donna. In questo modo, la vita umana e la genitorialità sono divenute realtà componibili e scomponibili, soggette prevalentemente ai desideri di singoli o di coppie». Una cosa è comprendere la fragilità umana o la complessità della vita, altra cosa è accettare ideologie che pretendono di dividere in due gli aspetti inseparabili della realtà. Non cadiamo nel peccato di pretendere di sostituirci al Creatore. Siamo creature, non siamo onnipotenti. Il creato ci precede e dev’essere ricevuto come dono. Al tempo stesso, siamo chiamati a custodire la nostra umanità, e ciò significa anzitutto accettarla e rispettarla come è stata creata”.

(Papa Francesco, Amoris Laetitia, punto 56)

Oggi Messa per gli operatori del Diritto

9 Giu

10593583Oggi alle ore 18.30 presso il Santuario della Crispa a Pontegradella (via Pioppa, 280) sarà celebrata la Santa Messa per gli operatori del diritto dall’Arcivescovo Mons. Luigi Negri e Mons. Massimo Manservigi. Il consueto appuntamento mensile si è deciso di svolgerlo in questo luogo dimenticato, per “ripresentarlo” alla cittadinanza. Il Santuario, edificato nel 1650 e ampliato nel 1877 con l’aggiunta del coro, apparteneva al convento di San Lazzaro, dove venivano accolti i malati e i pellegrini. È stato chiamato dai paesani che lo frequentavano “Oratorio della Crispa” (dal nome degli antichi proprietari, i conti Crispi), ma in realtà è sorto dedicato alla Natività della Beata Vergine Maria. A testimonianza diretta di ciò, un antico quadro posto sopra uno degli altari laterali rappresentante S. Anna con Maria bambina.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 09 giugno 2016

Dramma in Siria sotto le bombe dell’ISIS

29 Apr

La testimonianza del Vescovo di Aleppo: è in atto un genocidio contro i cristiani, in 4 anni in fuga oltre 100mila persone

Negri, Audo, Monteduro

Mons. Luigi Negri, Mons. Antoine Audo e Alessandro Monteduro

«Ad Aleppo l’80% della popolazione è senza lavoro, manca acqua ed elettricità, e temiamo che ISIS arrivi presto anche qui». È l’ennesimo grido d’aiuto quello che ieri mattina nel Seminario di via G. Fabbri, Mons. Antoine Audo, vescovo caldeo di Aleppo e presidente della Caritas siriana, ha rivolto ai sacerdoti e indirettamente a tutta la cittadinanza. Per la sua tappa ferrarese, Audo è stato invitato da Mons. Luigi Negri con l’organizzazione della onlus “Aiuto alla Chiesa che soffre” (Acs), con la quale la Diocesi ferrarese collabora da alcuni mesi, e per la quale era presente il Direttore della sezione italiana Alessandro Monteduro.

«Ad Aleppo la situazione è davvero tragica, la più drammatica in tutta la Siria, sia per gli attacchi dei gruppi armati islamici, sia per i bombardamenti dell’esercito ufficiale», ha spiegato Mons. Audo. «C’è un calo vertiginoso della popolazione, quindi la cosa più importante è che non ci sia più un esodo dei cristiani: in quattro anni d’assedio due terzi di loro hanno abbandonato la città, passando da 150mila a 50mila». Le notizie degli ultimi giorni parlano dell’esercito dell’ISIS a nord di Aleppo, e ciò, per Audo, significa «che si rischia, come a Mosul, di arrivare alla fine della presenza millenaria dei cristiani». È un vero e proprio genocidio quello ai danni di questa minoranza, che dimostra, secondo il vescovo di Aleppo, «l’enorme problema dell’Islam nel sovrapporre politica e religione, usando Dio solo per volontà di dominio». Le testimonianze di fede ad Aleppo, come in Iraq, però, non mancano, «ogni giorno – ha spiegato Audo – firmo molti certificati di battesimo e di matrimonio». Oggi in Siria, come in tutto il Medio-Oriente, «sarebbe fondamentale una convivenza pur nella diversità tra le varie fedi ed etnie».

Sono state una decina le domande rivolte a Mons. Audo da parte dei sacerdoti presenti, a dimostrazione del profondo interesse della Chiesa ferrarese verso la situazione della popolazione siriana. Alcune delle domande, in particolare, hanno riguardato il rapporto con i musulmani presenti nel nostro Paese, e le possibili modalità di aiuto concreto.

Ricordiamo come dal 2014, sopra l’entrata principale del Palazzo Arcivescovile su c.so Martiri della Libertà, sia stato esposto il marchio con l’iniziale di “Nassarah” (Nazareno), e un anno e mezzo fa sia stato formalizzato il gemellaggio tra la nostra Diocesi e quella di Erbil in Iraq, con una raccolta fondi. Inoltre, una settimana fa al Cinema S. Spirito sono intervenuti Rodolfo Casadei (giornalista inviato in Siria e Iraq) e p. Rebwar Audish Bassa, sacerdote iracheno. Infine, ricordiamo che oggi alle 20 mons. Audo interverrà all’evento organizzato da Acs a Roma, durante il quale verrà illuminata di rosso la Fontana di Trevi in ricordo dei martiri cristiani. Per info e aiuti all’Associazione visitare il sito http://www.acs-italia.org.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 29 aprile 2016

Gotti Tedeschi: «La Chiesa ultimo argine contro le degenerazioni della modernità»

17 Mar
Gotti Tedeschi_

Ettore Gotti Tedeschi a Casa Cini

«La Chiesa è l’unico argine rimasto contro le degenerazioni della modernità e a difesa della vita». È stato un intervento breve ma coraggioso e incisivo quello tenuto giovedì scorso, 10 marzo, dall’economista ed ex Presidente IOR Ettore Gotti Tedeschi durante un incontro a Casa Cini. “Difendiamo la vita. Per comprendere il presente e progettare il futuro” era il nome dell’evento pensato in vista della VI Marcia per la Vita in programma l’8 maggio a Roma. L’incontro, organizzato dalla Diocesi, ha visto l’introduzione da parte di Virginia Coda Nunziante, portavoce e organizzatrice dell’evento pro-life.
Parte da quelle che, secondo lui, sono le basi dell’attacco alla vita, Gotti Tedeschi, dai fondamenti teorici che rintraccia nello gnosticismo, ovvero «nell’idea demoniaca di promettere la conoscenza assoluta senza nessun bisogno della grazia divina», quindi della rivelazione cristiana. Da qui, la critica alla teoria del gender, a quella neo-malthusiana, all’ambientalismo e all’animalismo, responsabili, secondo l’economista, di proporre una «svalutazione della dignità umana, rendendo di conseguenza la vita sfruttabile economicamente».

Gotti Tedeschi

Ettore Gotti Tedeschi

Le eresie che si sono susseguite nel corso della storia sfociano, quindi, in diverse forme negative di modernismo, che tendono a «creare un uomo manipolabile tecnologicamente ed economicamente, e a relativizzare la fede e la dottrina della Chiesa, ormai unica autorità morale rimasta contro questa deriva». In particolare, Gotti Tedeschi ha citato come fondamentali due testi, Caritas in Veritate di Benedetto XVI e Lumen fidei di Papa Francesco.
Infine, Mons. Negri ha concluso puntualizzando come non si possa «vivere la fede senza difendere sempre la vita nel suo valore assoluto, non subordinando, dunque, la novità del cristianesimo alla mentalità mondana».

Andrea Musacci