Gian Pietro Testa, morto nel gennaio 2023, oltre che giornalista affermato e scrittore originale, coltivava anche una passione per la pittura. Giorgia Mazzotti ci parla dei suoi soggetti cristici e della sua profonda e antica amicizia con Baratella
Appena due mesi prima dell’amico Paolo Baratella (e due settimane prima di Gianfranco Goberti), il 7 gennaio 2023 moriva il giornalista e scrittore ferrarese Gian Pietro Testa. In occasione dei 90 anni dalla nascita (il 24 settembre 1936) nella sua città gli viene dedicata una mostra, Far luce nel buio: Gian Pietro Testa tra giornalismo d’inchiesta, poesia e arte. A Palazzo Turchi di Bagno (corso Ercole I D’Este, 32), fino all’8 dicembre sono esposti alcuni suoi dipinti oltre a foto e documenti che delineano la sua figura eclettica di giornalista, scrittore e pittore.
La mostra è stata inaugurata il 24 novembre, il 29 ha visto un incontro di presentazione ed è visitabile tutti i giorni dalle 10 alle 18 (festivi inclusi) a ingresso gratuito. La mostra è a cura di Giorgia Mazzotti e vede testi critici di Ada Patrizia Fiorillo, Francesco Franchella, Marco Luca Pedroni, Alessandro Zangara.
La stessa Mazzotti aveva curato la mostra Gian Pietro testa, il giornalista che amava dipingere, esposta nel marzo 2024 all’Idearte Gallery di Ferrara.
IL TEMA CRISTICO
Ci soffermeremo proprio sul Testa pittore e in particolare su alcune delle sue opere con riferimenti cristici. Innanzitutto, come scrive Lucio Scardino nel catalogo della mostra del 2024 (nella quale compare anche l’opera Pannello con volti di prelati), come pittore Testa «fu allievo negli anni ’50 di Edgardo Rossaro (che gli ha insegnato il disegno e a impastare i colori sulla tavolozza)». Rossaro (Vercelli 1882-Rapallo 1972) è un amico del padre nelle vacanze estive in Liguria. «È interessante – ci spiega Mazzotti – come fra le sue opere abbiamo trovato tre immagini di Cristo da lui dipinte, oltre a immagini di povertà, come il ritratto intitolato Miseria». Uno dei due soggetti cristici è presente in mostra (tecnica mista su pannello, cm 102×66,5). Le altre due sono una crocifissione con Cristo e i due «malfattori» e il Crocifisso inedito.
Il Cristo di Testa inedito
L’INEDITO: Quel suo Cristo trovato sopra il letto
Giorgia Mazzotti a La Voce racconta per la prima volta un aneddoto sul legame di Testa con la figura di Cristo: «lo scorso 15 novembre ho compiuto un sopralluogo nella sua abitazione di via Carlo Mayr a Ferrara, per il recupero di alcune opere da esporre, su autorizzazione del figlio Enrico e con la collaborazione del nipote Paolo Sandali. Eravamo increduli alla vista di questo Cristo che teneva affisso sopra al suo letto e che – data la firma sul retro (pure dipinto) – è sempre suo…».
«Si capisce che Testa venne toccato in particolare dal tema dell’uomo e del suo dolore», scrive Mazzotti. «Una sensibilità acuita probabilmente dallo strazio e dalla visione di morti atroci di cui si è ritrovato testimone come giornalista a seguito delle stragi che raccontò e indagò tra il 1969 e il 1980. L’uomo che prende quella sofferenza su di sé è incarnato nella figura per eccellenza di colui che si carica dei peccati del mondo. Così Cristo nei suoi dipinti – pur di uomo laico e lontano da ogni credo – diventa una figura umanissima e sofferente, che assume in sé il male altrui. Una tematica condivisa con l’amico fraterno Paolo Baratella, artista affermato e in tante occasioni alle prese con i temi della cristianità».
L’AMICO BARATELLA
Come riporta sempre Mazzotti nel sopracitato volume del 2024, «all’indomani della morte di Gian Pietro, sulla sua pagina social, Baratella ricorda: “Dire che Gian Pietro Testa è stato per me un fratello non è sufficiente, è stato qualcosa di più, sembrava che i nostri pensieri fossero gemelli, ogni giorno a Milano confrontavamo le nostre opinioni sulla politica, sull’arte e sulla attualità e su ogni cosa che ci veniva in mente per farci sghignazzare sulla vita alla quale davamo un valore relativo(…). Ora è corso via in uno spazio infinito stanco di sentire uomini che non dicono la verità (…)”».
E in casa sua, Testa, «ben in vista nel salotto-studio, teneva il bozzetto preparatorio tracciato a matita proprio dal suo caro amico Baratella in preparazione dell’affresco della sagrestia del Duomo» (cm 33×48), con la figura di Cristo in croce e la dedica sul fronte “A Elettra e Gian Pietro con amore”. Elettra era Elettra Testi, scrittrice e moglie di Testa, morta nel 2022. Significativo che abbia scelto anche un particolare dell’affresco della Sacrestia di Baratella per la copertina di uno dei suoi libri, Il vestito di Taffetà (Este Edition, 2018). E in mostra a Turchi di Bagno è presente anche un ritratto di Testa realizzato da Baratella, un disegno a penna su carta, cm 15,6×21.
Andrea Musacci
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 5 dicembre 2025
90 anni fa nasceva un artista ferrarese forse ancora troppo sottovalutato: lo vogliamo ricordare in particolare nelle sue realizzazioni sacre: l’affresco per la Sacrestia del Duomo di Ferrara e il Risorto per la chiesa di Santa Francesca Romana
di Andrea Musacci
Del tempo e dell’eterno, fra le altre cose, parlava l’artista Paolo Baratella in un’intervista all’amico Gian Pietro Testa, circa 20 anni fa1. E proprio del tempo dobbiamo trattare, col tempo misurare e misurarci, ma coscienti che quest’abito artificioso, kronos, ci sta stretti, noi creature elette alla dura e sublime veste dell’Eterno. Dura finché chiusa fra le maglie terrene, noi che «ora vediamo come in uno specchio, in modo oscuro»; ma già capaci di un abbandono di quel che verrà, nel Dio vivente e veniente, attraverso forme che, pure tali, rompono il gioco del kronos: le forme dell’arte. E Baratella questo lo sapeva bene, cristiano inquieto ma capace di abbandonarsi nella dolce luce della fede.
Lo vogliamo ricordare a 90 anni dalla nascita e in occasione della mostra dedicata in questo periodo a Ferrara proprio a quel suo sopracitato e quasi coetaneo amico, Far luce nel buio: Gian Pietro Testa tra giornalismo d’inchiesta, poesia e arte. Mostra nel quale compare anche Baratella (ne parliamo a pagina 10).
Baratella ha fatto ritorno al Padre il 3 marzo 2023, quando nel Castello Estense a lui era dedicata l’apertura e la menzione alla carriera del IX premio internazionale della Fondazione VAF, alla presenza della figlia Silvia Baratella e di Vittorio Sgarbi. Nove mesi prima, il 31 maggio 2022, in Biblioteca Ariostea e introdotto da Lucio Scardino, aveva presentato il suo libro autobiografico Davanti allo specchio.
Tante le sue mostre in Italia e all’estero nel corso di una vita, ma qui vogliamo ricordare quando esattamente dieci anni prima di morire, nel 2013, aveva dipinto il Risorto nella chiesa ferrarese di Santa Francesca Romana e nel 2006 gli affreschi della sagrestia della Cattedrale.
Ma prima alcuni accenni biografici.
DALLA CITTÀ «FANTASMATICA» A MILANO (CON RITORNO)
Baratella nasce a Bologna il 5 luglio 1935 da genitori ferraresi e trascorre l’infanzia nella città felsinea, in via Lame. Il negozio del papà sarto in via Zamboni è al servizio del regio esercito. Nel 1940 con la famiglia torna a Ferrara, in via Bellaria, 10, casa dei nonni materni; così la racconterà in una poesia2: «mondo-cortile / di via Bellaria numero dieci / immensamente grande / luogo di accanite osservazioni, / sguardi, miraggi / all’interno e oltre / i tanti muri impassibili, / inaccessibili confini / di mondi-giardini / al di là. / Giardini sognati / e mai visti, / luoghi di sogni proibiti». Poco dopo, all’età di 6 anni, decide che sarà un pittore.
Nella sopracitata intervista all’amico Testa racconterà così quel turbinio ancora confuso ma vivo, vivissimo della sua infanzia e adolescenza: «La tragedia della guerra, lo sfollamento, i rifugi antiaerei, le bombe, i bengala, le buche scavate nella terra per nascondersi, le grandi passioni trasmesse dal burattinaio Forni (…), la compagnia teatrale Doriglia-Palmi con quella Passione e Morte di Cristo fatta di vapori e sangue di pomodoro con l’uomo respirante sulla croce, e Gigetto il gelataio di vicolo Ocaballetta [vicino alla chiesa di S. Spirito, ndr] con i sontuosi carri di cigni e draghi (…): realtà che negli occhi del fanciullo che ero, costituirono la valle della visione, il mondo dello stupore, la tensione delle forti emozioni legate alla lotta per la sopravvivenza: scuola di estetica, di forme e di contenuti». E ancora: «L’immensità della chiesa di S. Spirito» – dove di fronte, a Palazzo Calcagnini, civico 33, aveva abitato il giovanissimo De Pisis -, «gli addobbi per le grandi festività…stupore, estraniazione, sospensione del tempo, portati dentro come tono esistenziale nei viaggi di attraversamento della città misteriosa, schiacciata dal sole furente, fantasmatica nella nebbia profumata di bagnato, i trasalimenti per le prospettive immaginate e viste, quando cavalletto, cartone, colori e pennelli sostavo vergognoso, un po’ nascosto, là dove queste prospettive si disegnavano». E poi i maestri a Schifanoia, veri maestri della giovinezza.
Ma la vita per il giovane Paolo è altrove, nel cuore del boom economico, dove il dedalo degli affari e degli scambi culturali brulicano giorno e notte: dal 1960 inizia così ad vivere e ad esporre a Milano e in altre città italiane ed europee (fra cui Londra, Parigi, Berlino). Risale al 1961 la sua prima personale nel capoluogo lombardo. Nel 1972 partecipa alla Biennale di Venezia, nel 1974 e 1994 è alla Biennale di Milano, nel 1986 e 1999 espone alla Quadriennale di Roma e nel 1992 alla Triennale di Milano. Tra la città meneghina (dove dal ’92 al 2002 sarà anche docente all’Accademia di Belle Arti di Brera) e Lucca vivrà gli ultimi anni, e a Lucca si spegnerà. Ma mai conobbe quella alterigia capace di allontanarlo dalla sua piccola città di provincia, che anzi – come accennato – arricchirà.
L’AFFRESCO NELLA SACRESTIA DELLA CATTEDRALE
L’affresco a secco realizzato nel 2006 su incarico del Capitolo della Cattedrale (allora presieduto da mons. Nevio Punginelli) nella nuova Sacrestia della Cattedrale merita di essere raccontata – per quanto possibile – a fondo e grazie anche alle voci di suoi amici, collaboratori, ammiratori. L’opera di Baratella occupa il soffitto cuspidato della Sacrestia realizzata negli anni ’90 dopo la demolizione da parte delle bombe alleate dell’antico edificio sul lato di piazza Trento e Trieste.
Nel suo testo contenuto nel libro La Storia della Salvezza di Paolo Baratella nel Duomo di Ferrara, mons. Punginelli raccontava di quando un giorno l’allora Vicario Generale diocesano mons. Giulio Zerbini gli disse, in mano un bozzetto per una vetrata istoriata: «”Cosa ne dici?, l’architetto [Caro Bassi, ndr] vorrebbe qualcosa per abbellire la Sacrestia. C’è un certo Paolo Baratella, l’architetto lo conosce, è ferrarese ed è stato mio ragazzo quando ero in Azione Cattolica. Ai campiscuola ogni tanto si isolava e lavorava con i suoi colori…è un poco estroso…maniaco della pittura ma molto bravo”». Poi la malattia, e la morte (nel 2001), colpiscono mons. Zerbini. Nel suo testo nello stesso libro3, proprio Bassi spiega: mons. Zerbini «ebbe il piacere e la consolazione di vedere le prime fasi dello studio condotte dal pittore: una piccola mostra di bozzetti fu allestita in occasione della benedizione dei locali e ne fu soddisfatto e commosso».
E lo stesso Bassi nel 2006 su Ferrara. Voci di una città dedica un altro bell’articolo all’opera di Baratella nella Sacrestia; questo un passaggio: «Il suo cielo è squassato da venti impetuosi di azzurro intenso che generano le figurazioni e danno loro sostanza quasi fosse il vento dello Spirito che soffia dove vuole e rende la forza materica della croce dominante su tutto». Sarà lo stesso Bassi a consigliare di far richiesta di accesso a un finanziamento europeo per la sistemazione della zona absidale e per la decorazione della Sacrestia.
È don Massimo Manservigi a intervistare Baratella sulla nostra Voce del 4 marzo 2006 (con servizio fotografico di Luca Pasqualini), poco prima della conclusione dell’opera: «Mons. Zerbini è rimasto subito convinto del progetto che ora si è realizzato, del quale ha potuto vedere in opera solo la vetrata», raccontava Baratella. «Il dipinto l’ho iniziato ai primi di ottobre e non posso negare che al principio è stato molto difficile, mi ha procurato ansia ed emozione (…). Quando sono arrivato per iniziare l’opera mi sono reso conto che la struttura quadripartita non funzionava più, lo spazio doveva diventare un tutt’uno, un unico atto di fede capace di abbracciare l’unico mistero della vita di Cristo in diverse tappe. Infatti la fede vuole che si creda contemporaneamente all’Annunciazione e alla Resurrezione, al valore salvifico della Croce e al peccato originale. Così ho risolto il problema trasformando il soffitto in una cupola, con alcuni accorgimenti pittorici, accentuando le linee curve per dare una sensazione di movimento e molteplicità di linee di forza».
E così descrive la sua opera: «Partirei dall’Annunciazione che resta sopra all’ingresso ed è rappresentata da una Madonna fortemente ispirata a Cosmé Tura (…). In ordine orario segue la Natività con i simboli dell’Agnello mistico, una testa di San Giovanni, San Giuseppe, l’Angelo glorificante e l’arrivo dei Re Magi (…). A seguire la Crocifissione, ai cui piedi stanno il serpente, Adamo ed Eva da un lato, e la Pietà dall’altro: la causa della crocifissione e le sue “conseguenze terrene”. L’ultimo quadro rappresenta la “conseguenza divina” della crocefissione ovvero la Resurrezione (…). Ai lati del Risorto due Angeli, specularmente, indicano con una mano il Cristo risorto e con l’altra noi, spettatori, creature terrene». Sotto il dipinto c’è una scritta: «Si tratta di stralci di una preghiera di Giovanni Paolo II a Maria. Sono stati scelti dall’architetto Bassi».
In conclusione spiega: «È la prima volta che concludendo un lavoro sento di essere “convocato all’avvenire”. Mi ritengo un privilegiato perché avverto come questo lavoro sia per i posteri».
IL MISTICISMO DI BARATELLA
Ma dove nasce in lui questo legame col sacro? «E giù a dipingere in un solaio al n. 8 di via Montebello, a parlare le notti di Kante Nietzsche, mentre turbamenti mistici continuavano a minacciare l’integrità dell’atleta ciclista, alla ricerca solitaria di Dio».
Così racconta sempre all’amico Testa4 della sua iniziazione al rapporto con Cristo: le radici – parla di sé in terza persona – «affondano lontano, quando quel ragazzo ferrarese, stupito, estraniato e sospeso, nell’odore di incenso della chiesa di S. Spirito, alla vista del Cristo morto nell’urna sotto la grande pala raffigurante il crocifisso tra panneggi viola, oro e neri della quaresima, rimuginava pensieri metafisici. Il trascendente allora prendeva forma nella fantasia (…). Mise ordine in queste suggestioni e rapimenti mistici l’allora don Giulio Zerbini, divenendo mio maestro e fratello maggiore (…). Decisi di abbandonarmi e di farmi trasportare dalla fede nella verità, nei percorsi così insidiosi, predisposti da me (…), in quella “zona” che è l’anima. Alcune volte non sono arrivato alla luce che scaturisce dal luogo più recondito della “zona”, che è la stanza dove risiede il nocciolo duro della realtà. Ma altre volte mi è accaduto di entrare e finalmente con il segno dell’immaginazione arrivare a scrivere la “cosa”: aletheia, verità. Con questo atteggiamento, sottomesso alla più grande angoscia, mi sono disposto a realizzare l’affresco nella Sacrestia della Cattedrale di Ferrara».
Questo sguardo religioso glielo riconosceva il poeta e scrittore Roberto Pazzi5, parlando dell’affresco della Sacrestia: «Si avvertiva in quelle grandiose figure l’afflato del credente, di colui che non gioca con gli elementi figurali del Cristianesimo come fossero figure dei tarocchi, indifferente alla loro più intima significazione. Non era insomma il laico a tenere in mano quel pennello, ma il convinto cristiano della nostra inquieta postmodernità».
Dello stesso affresco don Franco Patruno diceva6: «È come un roveto, lo scintillio di colori e i voluttuosi e mai circoscritti contorni (…)». E così invece descriveva Barbara Giordano questo capolavoro di bellezza7: «L’impressione è quella di una stanza illuminata dalla luce a tratti crepuscolare di un camino dimenticato acceso, solo più tardi ti accorgi che quella luce fatta colore, prende la forma di poche e decise figure, che non si lasciano indovinare dietro una fumosa cortina, ma penetrano lo spazio architettonico per disegnare una maggiore ariosità».
QUELLA PICCOLA PAROLA
È il 2013 quando Baratella realizza, nel periodo pasquale, la sua opera pittorica dedicata al Cristo Risorto nell’aula battesimale della chiesa di Santa Francesca Romana, in via XX settembre a Ferrara. Così il parroco don Andrea Zerbini, in memoria dell’amico artista, sulla Voce del 17 marzo 2023 lo ricordava: «Un grazie di vero cuore al maestro Paolo Baratella, scomparso lo scorso 5 marzo, perché continuerà a ricordarci lo splendore del Cristo Risorto e con essa quella della sua vita, il suo sentire di artista che le sue mani hanno mescolato, fissato, impresso insieme ai colori sulla grande tela del risorto dai morti (2,65 x 1,75 metri), le cui mani segnate da ferite gloriose hanno tratto fuori dallo Sheol, dal grande e irreversibile abisso, con Adamo, l’intera umanità. Era il 2013, appena terminato il restauro del battistero ad opera dell’arch. Andrea Malacarne, al maestro Baratella avevo chiesto di esprimere con una sua opera il movimento battesimale di discesa ed ascesa nel e dal fonte battesimale».
A Gian Pietro Zerbini su La Nuova Ferrara lo stesso Baratella raccontava: «Mi hanno particolarmente colpito le figure giottesche dei meravigliosi affreschi di Sant’Antonio in Polesine, il monastero che si trova a due passi dalla chiesa di Santa Francesca. Ho studiato per mesi anche il volto del Cristo che nei disegni di Sant’Antonio appaiono in trequarti, mentre a me serviva di fronte. Diciamo che mentre nella realizzazione degli affreschi della sacrestia del Duomo mi sono ispirato all’Officina ferrarese del Quattrocento, per questo quadro del Cristo ho avuto interessanti spunti dalla pittura giottesca ferrarese».
E sempre nel 2013, Baratella rilascerà per la nostra Voce del 12 aprile 2013 un’intervista a don Andrea Zerbini; così il pittore ci raccontava la sua opera: «Risorto, parola minima per dire tutta l’intensità dello sforzo umano per arrivare alla luce. Così ho pensato al Cristo che con forza sbuca dai subtettonici recessi, scardinando le porte che dividono il chiaro dallo scuro, l’inganno dalla verità, travolgendo il demonio menzognero, trascinando con sé alla luce i Padri dell’umanità. Non c’è parola più simbolica e satura di significato attivo, veniente, arrivante, risorgente, che questa piccola parola: RISORTO».
Non poteva esserci maniera migliore per concludere il ricordo di questo artista così unico nel panorama ferrarese contemporaneo.
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NOTE
1 – Dall’intervista a G.P. Testa contenuta in La Storia della Salvezza di Paolo Baratella nel Duomo di Ferrara, a cura di Carlo Bassi,Editrice Ariostea, 2006.
2 – Dalla poesia Via Bellaria, presente nel catalogo Baratella prima di Baratella, Studio d’arte Dolcetti, 2011 (catalogo edito in occasione dell’esposizione presso il Centro Frau di Ferrara, 29 gennaio-27 febbraio 2011, a cura di Angelo Andreotti).
3 – La Storia della Salvezza di Paolo Baratella nel Duomo di Ferrara, op. cit.
4 – Idem.
5- Idem.
6 – Idem.
7 – B. Giordano, Come in una nuova Officina Ferrarese, la Voce di Ferrara-Comacchio del 4 marzo 2006.
* Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 5 dicembre 2025
Commercialista, 48 anni, frequenta la parrocchia di Santa Chiara a Ferrara: «il cammino a piedi ti cambia ma il difficile è portare il cambiamento nel quotidiano». «Con alcuni pellegrini l’amicizia diventa profonda». «Quella volta che in Spagna in un paese ci han donato il pane…».
di Andrea Musacci
Nicola Ruo, 48 anni, dottore commercialista, residente a San Pietro in Casale, da anni ogni agosto parte, zaino in spalle, e compie un pellegrinaggio. Nicola è legato a Ferrara in quanto frequenta la parrocchia di Santa Chiara perché – ci spiega – «sono attratto dalla bellezza della liturgia antica, mi aiuta a vivere con più raccoglimento la messa e la partecipazione ai sacramenti». Lo abbiamo incontrato per farci raccontare le sue esperienze in giro per l’Italia, e non solo, e il senso di tutto ciò.
Qual è il suo rapporto con la fede?
«La fede ha sempre caratterizzato la mia vita, sono nato e cresciuto in una famiglia che me l’ha trasmessa, ho continuato a frequentare la parrocchia anche dopo il catechismo perché sentivo e sento la necessità di partecipare alla Messa per ricevere con frequenza i sacramenti senza i quali il rischio di perdersi per strada è molto grande e per cercare di approfondire la parola di Dio, che riesce a dire al cuore qualcosa di nuovo ogni volta che la si riascolta».
Quando è iniziata questa sua passione per i pellegrinaggi a piedi?
«Fin da giovane sono stato incuriosito dalla storia e l’idea di poter raggiungere le grandi mete della cristianità a piedi come un pellegrino medievale mi ha sempre affascinato. Il timore di affrontare una prova che mi pareva complessa e faticosa e più grande delle mie capacità mi ha a lungo fatto desistere. Solo da adulto ho avuto il coraggio di affrontare per la prima volta il cammino…e da allora non ho più smesso».
Qual è stato il suo primo pellegrinaggio di questo tipo?
«La prima esperienza a piedi è stata verso Santiago de Compostela, raggiunto lungo il Camino Francés percorrendo quasi 800 km dai Pirenei francesi alla Galizia».
Cosa rappresenta per lei il pellegrinaggio?
«Non una prova fisica o di resistenza ma un’esperienza di fede. Anche se oggi il cammino è diventato per molti una moda, rimane un’occasione di ricerca spirituale per riflettere e interrogarsi. Mettersi in cammino è accettare di cambiare. La cosa complessa è portare il cambiamento positivo vissuto lungo il cammino nella vita di tutti i giorni. Il pellegrinaggio si può dire che sia devozione verso il santo che si venera raggiunta la meta del cammino ed è anche occasione per rendere grazie. Proprio quest’anno lungo la strada verso Roma, raggiunta Bolsena, ho visitato il Santuario di Santa Cristina nel quale è avvenuto il miracolo eucaristico che ha portato all’istituzione della festa del Corpus Domini. Durante la visita al Santuario ho incontrato un ragazzo molto giovane con una grave malformazione che poteva muoversi solamente con una carrozzina elettrica. Mi sono reso conto che è un privilegio poter compiere a piedi un pellegrinaggio e che posso farlo anche per chi non ne ha la possibilità ricordandolo e portandolo così alla meta».
Qual è il legame tra la fede come mistero da indagare e il pellegrinaggio come esperienza anche dell’imprevisto, dell’ignoto?
«Il pellegrinaggio è paradigma della vita dell’uomo, camminare verso una meta sacra ci ricorda che durante la nostra vita dobbiamo raggiungere un obiettivo ben più alto rispetto a quelli che il mondo ci fa ritenere essenziali. Quando si raggiunge la meta del cammino non si è arrivati alla vera Meta, occorre continuare. Raggiunta Santiago de Compostela, sulla facciata laterale della Cattedrale che si affaccia sulla piazza de Las Platerias è raffigurato un Crismon, il monogramma di Cristo affiancato dalle lettere greche omega e alfa, la fine e l’inizio, poste in ordine opposto rispetto a come solitamente siamo abituati a vederle rappresentate. Questo ci ricorda che il pellegrinaggio non termina alla meta, da lì si deve ripartire perché la vera Meta faticosa ed elevata è un’altra, offerta a tutti, camminatori o sedentari: la santità e il Regno dei Cieli».
E il farlo a piedi cosa rappresenta?
«Aiuta a rendersi conto di quanto la Provvidenza sia presente nella nostra vita. Spesso non ce ne accorgiamo. E camminare a piedi comporta dover ridurre il più possibile il bagaglio sulle spalle, rendendo consapevoli che ciò che prima sembrava indispensabile è divenuto inutile; l’essenziale può ridursi a così poco da essere contenuto in uno zaino leggero».
Solitamente è da solo?
«Dipende: ho camminato prevalentemente in compagnia di amici, ma a volte da solo. Può capitare che si avverta la necessità di camminare con un passo diverso da quello dei compagni di viaggio per ascoltare sé stessi oppure, in altri momenti, si avverte la necessità di procedere assieme, di parlare, di scherzare, di raccontare di sé, di pregare insieme. Inoltre se si parte da soli o in piccoli gruppi si incontrano altri pellegrini lungo la strada, si formano amicizie a volte profonde che rimangono anche dopo il cammino».
Quali sono stati i suoi pellegrinaggi più significativi?
«Certamente il cammino di Santiago, e raggiungere Roma partendo da casa, chiudendo la porta e poi iniziando a camminare, è stato particolarmente significativo. Per tre volte sono andato a Roma lungo la Francigena, nel 2013 e in occasione dei due ultimi Giubilei, quello straordinario della Misericordia nel 2016 e quest’anno. Ho raggiunto sei volte Santiago de Compostela, ho attraversato da est a ovest la penisola iberica l’anno dell’ottavo centenario del pellegrinaggio a Compostela di San Francesco d’Assisi. Nel 2020 sono stato alla Santa Casa di Loreto partendo da Ravenna e camminando lungo la riviera romagnola, nel 2021 ho camminato sulla via francigena del sud, da Roma a Benevento e nel 2023 ho percorso il cammino da Perugia all’Aquila, lungo la strada che San Bernardino da Siena fece prima di morire in cammino, per recarsi sulla tomba di San Celestino V, a Collemaggio. Lo scorso anno mi sono recato pellegrino a Loreto, questa volta percorrendo la via lauretana più classica che parte da Assisi».
Quali volti di persone incontrate lungo il cammino ricorda in modo particolare?
«Voglio ricordare un signore francese molto simpatico, 72 anni, conosciuto quest’anno in cammino verso Roma. È partito da solo da Parigi. La sua fede semplice e profonda mi ha colpito, così come la sua tenacia e forza. Camminava rapidissimo, sembrava volare sulla strada. Sul cammino si riescono a parlare tutte le lingue d’Europa o quanto meno ci si riesce a capire. O alcuni aneddoti: ad Astorga, in Spagna lungo il Camino Francés, il pane viene consegnato direttamente a domicilio alla maggioranza delle famiglie che comunemente fanno una convenzione con il fornaio di fiducia. Un furgoncino che stava distribuendo pane, quando sono passato, ha visto arrivare noi pellegrini, 5 o 6 in fila indiana all’entrata del paese. L’autista ha aperto il finestrino e a ciascuno ha dato una pagnotta. Così alle porte di Pontevedra, in Galizia, lungo il cammino portoghese, una signora di ritorno dall’orto aveva un cesto di pere appena raccolte. Ha allungato ad ogni pellegrino che passava un frutto del suo albero. Sono piccoli gesti che toccano il cuore».
Qual è stato l’ultimo pellegrinaggio che ha fatto?
«Il pellegrinaggio che ho appena concluso il 22 agosto: son partito da casa il 1° di agosto dopo aver partecipato alla Messa e ricevuto la benedizione del pellegrino e mi son diretto verso sud; raggiunta Bologna ho percorso la via Francesca della Sambuca, antica via di valico utilizzata dai pellegrini per raggiungere Pistoia, piccola Santiago italiana perché l’unica reliquia che proviene dal sepolcro di S. Giacomo a Compostela si trova lì, dove fu portata nel 1144. Da Bologna si raggiunge Pistoia. Con altre due tappe lungo lo splendido padule di Fucecchio abbiamo intercettato il percorso ufficiale della via Francigena. Si è proseguito per San Miniato, Gambassi Terme, San Gimignano, Abbadia Isola e poi Siena. Da Siena abbiamo raggiunto in tre tappe l’estremo confine sud della Toscana. Si è aperto poi il bel tratto nel Lazio e da Viterbo passando per Vetralla, Sutri e Campagnano siamo giunti alla periferia della città eterna. La domenica successiva abbiamo partecipato l’Angelus di Papa Leone: in una piazza gremita di persone dalle più disparate provenienze, ho percepito forte il senso di appartenenza alla Chiesa che è davvero cattolica, universale».
Quale e quando sarà il prossimo?
«La prossima estate, a Dio piacendo, mi piacerebbe camminare tra due santuari mariani a cavallo dei Pirenei: partire da Lourdes per dirigermi verso Saragozza al Santuario della Beata Vergine del Pilar».
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 19 settembre 2025
L’importante progetto espositivo nella chiesa della Conversione di San Paolo in piazzetta Schiatti a Ferrara. Il 14 giugno un centinaio i presenti per omaggiare il maestro 96enne Giorgio Celiberti: protagonisti, la commozione e la gratitudine
Erano un centinaio i presenti nel pomeriggio di sabato 14 giugno nella chiesa di San Paolo a Ferrara che, sfidando il caldo e l’orario, hanno partecipato all’inaugurazione del progetto espositivo “I volti della Passione”, con opere di Giorgio Celiberti, artista udinese di 96 anni di fama internazionale. La mostra è stata organizzata dallo Studio Giorgio Celiberti assieme all’Arcidiocesi di Ferrara-Comacchio e alla chiesa della Conversione di San Paolo. L’intenso pomeriggio ha visto i saluti del nostro Arcivescovo mons. Gian Carlo Perego e gli interventi di mons. Massimo Manservigi, Vicario Generale e Presidente dell’UP San Paolo-S. Stefano, mons. Stefano Zanella, Direttore Ufficio Tecnico Amministrativo Diocesano, dello stesso Celiberti (visibilmente commosso) e di Romeo Pio Cristofori, Conservatore del Museo della Cattedrale. A seguire, vi è stata la proiezione del documentario “Come il primo giorno” di mons. Manservigi, realizzato con la fondamentale collaborazione di Giovanni Dalle Molle e Giovanni Zardinoni.
Nel documentario, il fil rouge è la commozione davanti ai dolori e alle grazie dell’esistenza: in esso, Celiberti, ad esempio, racconta commosso dello zio pittore Angilotto Modotto, figura centrale nella sua vita, del gatto morto 6 mesi prima perché avvelenato, del libro con i pensieri dei bimbi di Terezin. dell’incontro nel ’48 alla Biennale di Venezia alla quale partecipò, con l’allora Presidente della Repubblica Luigi Einaudi, che lo salutò e incoraggiò. Su tutto, il Cristo che sempre l’ha accompagnato e il cui sacrificio «sempre sento vicino»: insomma, una figura «che ho sempre con me, sempre».
IL PATRIARCA E LA CROCE
«Giorgio è il nostro patriarca: ci precede tutti, sia come età sia come spirito e voglia di vivere», ha detto mons. Manservigi parlando di Celiberti. Celiberti che – ha rivelato poi mons. Manservigi – «sta lavorando a una personale interpretazione della Croce di Gerusalemme, con l’intenzione di donarla a Papa Leone XIV il giorno del suo compleanno, il 14 settembre, Festa dell’Esaltazione della Santa Croce». La Croce di Gerusalemme è anche il simbolo dell’Ordine equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme, Ordine che ha visto il 14 giugno a San Paolo la presenza di alcuni suoi rappresentanti da Bologna.
LA MOSTRA
La mostra nella chiesa di San Paolo è visitabile fino al prossimo 6 gennaio il sabato dalle ore 16 alle 19 e la domenica dalle 10 alle 12. Da metà luglio, anche il venerdì, in orari da definire.
L’esposizione, dislocata nei diversi spazi dell’edificio, è pensata come una Via Crucis nelle navate laterali, con 8 bacheche ognuna contenente tre opere raffiguranti il Cristo Crocefisso. Inoltre, all’altare della Madonna del Carmelo vi è il Grande Libro e, nel coro dietro l’altare principale, le 12 Stele (finestre) tra cui alcune dedicate a Terezin.
ANEDDOTO DEL VESCOVO E INTERVENTO DI DON ZANELLA
Il nostro Arcivescovo, prima del suo intervento (v. il testo integrale a dx) ha raccontato di quando nei primi anni 2000, quand’era Responsabile Area Nazionale per Caritas Italiana, andò a Udine per ritirare un’incisione di Celiberti donata proprio a Caritas Italiana.
Ha preso poi la parola mons.Zanella che ha spiegato come «questa mostra è un’occasione per dimostrare come il nostro Ufficio (Tecnico Amministrativo, che si occupa anche di Beni Culturali, ndr) non è solo un ufficio burocratico ma luogo vivo di idee». In questo «scrigno di arte e architettura, mi auguro che le opere di Celiberti parlino al cuore dei fedeli e dei visitatori». Una mostra, quindi, «che può far vedere a ognuno come ancora sia possibile un dialogo tra Dio, l’arte e la persona».
CRISTOFORI: «CI FA INCONTRARE LA PASSIONE DI CRISTO»
«Celiberti è un artista straordinario, unico», ha poi commentato Cristofori del Museo della Cattedrale. «Se nel silenzio – ha riflettuto – guardiamo con la memoria, la coscienza, l’anima, allora lo sguardo cambia, il cammino ci conduce al volto del Cristo, volto sofferente e carico di dignità, volto che è presenza, volto familiare che sempre ci guarda, che ci è vicino». L’arte, come la fede – ha aggiunto -, ha bisogno di luoghi dove accadere:in questa chiesa, l’opera di Celiberti trova una nuova profondità, si fa memoria, non spettacolo, non racconta ma evoca, ci fa incontrare la Passione», attraverso «un’interrogazione rivolta anche al presente».
In Celiberti, quindi, «c’è la volontà di trasformare la Storia in segno, in atto poetico», atto che «cerca profondità, tra il segno e la sua resurrezione».
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 20 giugno 2025
Le ultime memorie di partigiani cattolici italiani uccisi dai nazifascisti: «alla fine rimane solo ciò che è santo e si implora Dio»
di Andrea Musacci
«Avevamo vent’anni e oltre il ponte
oltre il ponte ch’è in mano nemica
vedevam l’altra riva, la vita
tutto il bene del mondo oltre il ponte.
Tutto il male avevamo di fronte
tutto il bene avevamo nel cuore
a vent’anni la vita è oltre il ponte
oltre il fuoco comincia l’amore».
(“Oltre il ponte”, I. Calvino, S. Liberovici, 1959)
Dai dati dell’Atlante delle stragi naziste e fasciste in Italia (www.straginazifasciste.it) risultano 5.862 gli eccidi nazifascisti commessi in Italia fra l’8 settembre ’43 e il 25 aprile ‘45, nei quali hanno perso la vita 24.384 persone (53% civili, 30% partigiani). Fra i tanti resistenti antifascisti giustiziati in questi 20 mesi, non pochi sono i cristiani (perlopiù cattolici e alcuni valdesi della Valle del Pellice). Perlopiù inquadrati nelle Brigate “Fiamme Verdi”, i partigiani che alla Fede in Gesù Cristo univano quella in una patria terrena fondata sulla fraternità, la libertà e la giustizia portano con sé memorie di eroismi che a noi paiono davvero d’altri tempi. Il beato Teresio Olivelli, il beato e Giusto tra le Nazioni Odoardo Focherini, entrambi morti nel Campo di concentramento tedesco di Hersbruck, sono alcuni dei laici martiri più noti, oltre a tanti nomi di partigiani cattolici famosi come Giuseppe Dossetti, Tina Anselmi, Enrico Mattei, solo per citarne alcuni.
Ma rileggendo le Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana(prima edizione: Einaudi, 1952) sono tanti i nomi di giovani cattolici che consapevolmente han dato la vita affinché il male radicale incarnato dal nazifascismo non dominasse l’avvenire della propria patria.
Qui ne citeremo – per mere ragioni di spazio – solo alcuni. Uomini (e una donna) che già pregustavano l’Eternità, l’incontro col Signore della vita e della morte. Loro, quasi tutti giovani contadini, operai, studenti, che anche quando scelsero come luogo di azione politica le brigate comuniste o socialiste, mai persero la fede in Cristo.
UNA GRANDE CERTEZZA
Meccanico 20enne torinese, Armando Amprino viene fucilato il 22 dicembre ’44; scrive poco prima di morire: «Vado alla morte tranquillo assistito dal Cappellano delle Carceri che, a momenti, deve portarmi la Comunione (…). Dietro il quadro della Madonna, nella mia stanza, troverete un po’ di denaro. Prendetelo e fate dire una Messa per me. La mia roba, datela ai poveri del paese».
Mario Bettinzoli (Adriano Grossi, nome di battaglia, e così d’ora in poi per i nomi tra partentesi), perito industriale bresciano di 22 anni, lascia nella sua missiva: «spero mi perdonerete come il Signore mi ha perdonato qualche minuto fa per mezzo del suo Ministro. Domattina prima dell’esecuzione della condanna farò la Santa Comunione e poi…Ricordatemi ai Rev. Salesiani e ai giovani di A.C. affinché preghino per me».
32enne bibliotecario originario de L’Aquila, Giulio Biglieri viene invece fucilato a Torino il 5 aprile ’44. Due giorni prima, scrive all’amico Borasio: «Un amico mi ha convinto a prendere i sacramenti. Mi sono già confessato, tra poco mi comunicherò. Lo faccio non tanto perché sia giunta finalmente la fede che tu hai. No, purtroppo, ma dal profondo dell’anima il gesto di umiltà e di pace ha riguadagnato le sfere della coscienza. Ne sono lieto e muoio tranquillo: se Dio c’è, Esso non potrà scacciarmi lontano».
È stato invece fucilato il 3 marzo 1945 a Torino Alessandro Teagno (Luciano Lupi), perito agronomo di 23 anni, che al papà scrive: «Abbi fede anche tu in Dio. Io non l’ho avuta per lungo tempo. Ma ora ho la certezza che una Giustizia Suprema deve esistere!».
«UN LUOGO PIÙ BELLO, PIÙ GIUSTO E PIÙ SANTO»
Studente romano in ingegneria, Mario Batà ha 26 anni quando viene fucilato dai tedeschi a Macerata. Scrive poco prima ai genitori: «Pensate che non sono morto, ma sono vivo, vivo nel mondo della verità. (…). La mia anima sta per iniziare una nuova vita nella nuova era. Desidero che la mia stanza rimanga com’è…io verrò spesso».
«Quello che io sto per passare è niente in confronto di tutto ciò che a passato e sofferto Gesù Cristo per noi, e sono contento che in questo momento ce qui il sacerdote che mi assiste e mi consola»: così scrive alla madre Paolo Casanova, umile fornaio 21enne di Altamura, fucilato a Verona il 9 febbraio ‘45.
Un sacerdote, don Aldo Mei, 32 anni originario di Lucca, fucilato il 4 agosto ’44 nella sua città, scrive, invece, ai propri cari: «Dio non muore. Non muore l’Amore! (…). Raccomando a tutti la carità. Regina di tutte le virtù. Amate Dio in Gesù Cristo, amatevi come fratelli. Muoio vittima dell’odio che tiranneggia e rovina il mondo – muoio perché trionfi la carità cristiana».
Il ragusano Antonio Brancati, studente 23enne, è una delle vittime dell’eccidio di Maiano Lavacchio (GR): «Dispiacente tanto se non ci rivedremo su questa terra», scrive ai genitori; «ma ci rivedremo lassù, in un luogo più bello, più giusto e più santo».
SOCIALCOMUNISTI E INSIEME CRISTIANI
È un’umile casalinga savonese di 25 anni, Franca Lanzone, la partigiana comunista che così scrive al marito Mario prima di essere uccisa il 1° novembre ‘44: «Dio solo farà ciò che la vita umana non sarà in grado di adempiere». E un altro giovane comunista, Pietro Binetti (Boris), meccanico 20enne genovese, fucilato il 1° febbraio ’45, scrive: «Ciò che ho fatto è dovuto al mio fermo carattere di seguire un’idea e per questo pago così la vita, come già pagarono in modo ancora più orrendo ed atroce migliaia di seguaci di Cristo la loro fede».
Quinto Bevilacqua, operaio mosaicista di 27 anni nato a Marmorta (BO), scrive alla madre: «Tuo figlio è innocente dell’accusa che gli hanno fatto, perché accusato di terrorismo (…) ed invece non era che un semplice socialista che ha dato la sua vita per la causa degli operai tutti». Ma poi aggiunge rivolto a entrambi i genitori: «se dall’al di là è possibile venirvi a trovare non mancherò».
MISERICORDIA DI DIO E PERDONO DEGLI UOMINI
Aveva appena 23 anni, invece, Attilio Martinetto (foto), finanziere astigiano fucilato il 25 aprile 1945 (!) a Cuneo. Alla sua fidanzata Anna Maria (alla quale donò la vita facendosi arrestare al suo posto affinché lei fosse liberata) scrive, poche ora prima della morte: «Sai Anna Maria cosa rimane all’ultimo di tutto? Solo quello che è santo e puro della vita. (…). Anna Maria, sapessi mai cos’è la vita vista dalla soglia dell’eternità, quale miseria (…). La fede ci fa provare orrore, ma nell’istante stesso, ci dice che Dio è infinitamente grande. E allora si implora la sua misericordia».
E il vivere la misericordia di Dio può portare persino a perdonare i propri carnefici: il torinese Giovanni Mecca Ferroglia, elettricista di 18 anni, fucilato l’8 ottobre ’44 a Torino, scrive riprendendo alcune delle parole di Gesù sulla croce: «Quelli che mi hanno condannato li perdono perché non sanno quel che si fanno».
Come Giancarlo Puecher Passavalli (20enne dottore in legge, milanese, fucilato il 21 dicembre ’43 a Erba): «Perdono a coloro che mi giustiziano perché non sanno quello che fanno e non sanno che l’uccidersi tra fratelli non produrrà mai la concordia». E così scrive il 52enne possidente e studioso Gian Raniero Paulucci de Calboli Ginnasi, forlivese fucilato il 14 agosto ’44 nella sua terra: «Abbiate fede e sappiate perdonare, tutto e tutti».
Ecco il più grande lascito umano che questi uomini e queste donne ci han donato: far nascere un mondo nuovo all’insegna della comunione, della fede e della libertà, dove non vinca il rancore, la competizione, il disprezzo. Siamo stati capaci di esserne degni eredi?
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 18 aprile 2025
L’artista Giorgio Celiberti dialoga con don Masssimo Manservigi: “Come il primo giorno” è il titolo del documentario-conversazione sull’eterna lotta tra luce e tenebre. Ne emerge un ritratto toccante del 95enne udinese
di Andrea Musacci
Provate a immaginare il primo giorno in cui un bambino inizia con le proprie mani a creare un abbozzo di opera d’arte: immaginatene lo stupore, magari ancora confuso nella potenza dell’emozione, e la primissima consapevolezza di poter “ascoltare” la realtà con gli occhi e darle nuova vita, farla emergere dal sempre incombente abisso del nulla.
Questo «spalancato dolore» – che solo la luce del Volto di Cristo può illuminare e redimere – è quello raccontato magistralmente da don Massimo Manservigi nel suo documentario “Come il primo giorno” dedicato all’artista udinese Giorgio Celiberti, proiettato per la prima volta la sera del 25 marzo scorso nel Cinema Santo Spirito di Ferrara. Si è trattato del primo dei tre incontri del ciclo “Ti ho ascoltato con gli occhi”, dedicato al cinema di don Manservigi. Il 25 marzo è stato proiettato anche un altro mediometraggio, “Nzermu. Accesa è la notte”, dedicato a padre Anselmo Perri sj. Due opere realizzate grazie alla fondamentale collaborazione di Giovanni Dalle Molle.
«Due documentari uniti da un grande senso religioso che ci aiutano a respirare profondamente», ha commentato il nostro Arcivescovo mons. Perego a fine serata. Gli altri due incontri (inizio ore 21, ingresso gratuito) sono in programma il 29 aprile con una versione inedita del film “L’unica via” dedicato a don Santo Perin, con scene dal backstage. La sera stessa il Cinema S. Spirito ospiterà due piccole mostre dedicate a don Perin, una delle quali inedita e realizzata dall’Ufficio Comunicazioni Sociali della nostra Arcidiocesi. Don Perin (Trissino – VI 3 settembre 1917 – Bando di Argenta, 29 aprile 1945), muore assieme al giovane Giuseppe Filippi per lo scoppio di una mina nel tentativo di recuperare il corpo di un soldato tedesco, per dargli una degna sepoltura. Infine, il 13 maggio, “Laboratorio di immagini. Come nasce un documentario tra narrazione e realtà”.
IN GIRO PER IL MONDO. MA IL CUORE SI È FERMATO A TEREZÍN
Celiberti nasce a Udine nel 1929 e comincia giovanissimo a dipingere. Una passione, la sua per il disegno, che ha fin da quando era bambino e gli insegnanti notano questa sua “ossessione” e ne rendono partecipi i genitori. L’iscrizione, poi, al Liceo Artistico di Venezia, dove conoscerà quello che diventerà un suo amico e maestro: Emilio Vedova. A 19 anni partecipa alla Biennale di Venezia del 1948, la prima del dopoguerra. A inizio anni ‘50 si trasferisce a Parigi, dove entra in contatto con i maggiori rappresentanti della cultura figurativa d’oltralpe, e nel ‘56 vince la borsa di studio del Ministero della Pubblica Istruzione che gli consente di soggiornare a Bruxelles. Dal 1957 al 1958 è a Londra e poi soggiorna negli USA, in Messico, a Cuba, in Venezuela. Al rientro in Italia si trasferisce a Roma, dove frequenta gli artisti di punta del panorama italiano. Verso la metà degli anni ’70, il ritorno a Udine. «Quando ho lasciato Roma – dice nel documentario -, il mio studio l’ho dato a Guttuso». Nel 1965, un episodio che gli cambia la vita: la visita al lager di Terezín, vicino Praga, dove migliaia di bambini ebrei, prima di essere trucidati dai nazisti hanno lasciato testimonianze della loro tragedia in graffiti, disegni, brevi frasi di diario e in un libretto di poesie: «quando sono tornato, ero un’altra persona», dice ancora a don Manservigi. «Terezín è stato uno dei maestri più grandi della mia vita. Lì ho capito cos’è il dolore».
Nel ‘75 realizza i Muri Antropomorfi e in questo periodo si dedica soprattutto alla scultura, anche se la sua attività creativa si caratterizza sempre più per un’originale simbiosi tra espressione plastica e pittorica. Poi, la scultura abbandonerà l’impostazione di grandiosità monumentale per intessere un colloquio privato con le tracce di un passato ancestrale. Celiberti ha partecipato alle più significative manifestazioni d’arte in Italia e all’estero e ha inanellato oltre un centinaio di mostre personali, molte delle quali in diverse capitali europee, oltre che a Tel Aviv e Gerusalemme. Nel 2000, Anno giubilare, realizza una croce di 3 metri nella chiesa di Fiumesino (Pordenone). Nel 2009 sue grandi mostre sono al Museo Ebraico di Venezia, a Roma, all’Abbazia di Rosazzo e a Monaco di Baviera.
VITA INTERIORE DI UN ARTISTA
«Ha 95 anni ma lavora come se ne avesse 35-40. E dimostra una forte sintonia con l’umano in forza della fede, caratteristica che condivide con padre Anselmo Perri». Così don Manservigi nell’illustrare la personalità di Celiberti. L’opera che gli ha dedicato, ci tiene a specificare che più che un documentario è una «conversazione: volevo che si raccontasse in forma di testamento, lasciando in eredità anche parole che non aveva detto a nessuno». Così è stato. Parole incorniciate dalla mitezza del volto e dalla volizione delle mani, dalla dolcezza dei sorrisi, dalle lacrime, magnifiche nella loro umanissima immediatezza.
Nel documentario, la voce di Celiberti si alterna con letture – da parte di Alberto Rossatti (voce storica di Rai Radio 3) – di alcuni brani tratti dal libro di Massimo Recalcati, “Il mistero delle cose. Nove ritratti di artisti” (Feltrinelli, 2016), in cui lo psicanalista dedica un capitolo proprio a Celiberti. «Gli anziani – ha aggiunto don Manservigi a S. Spirito – sono per noi uno stimolo per guardare al futuro con speranza: quest’Anno Santo ce lo ricorda con forza. E a Celiberti ho chiesto proprio di parlarmi della sua speranza».
«Disegno ancora molto volentieri – racconta l’artista nella “conversazione” -, di fianco al mio letto ho sempre della carta, perché anche di notte faccio qualche schizzo o appunto che poi durante la giornata porto avanti col colore». Una vera e propria febbre, la sua, ulteriormente alimentata dall’insonnia. «Sono molto vitale: dipingo, disegno, faccio sculture. Dalle 10 del mattino alle 6 di sera sono nel mio studio a creare: non ho tempo per annoiarmi. Ho ancora necessità di capire, di imparare. Sono fortunato». E in lui se c’è poco tempo per il sonno e nessuno per la noia, non ce n’è nemmeno per il risentimento: «non ho abbastanza tempo per amare, men che meno ne ho per provare rancore». Una sensibilità per il reale, la sua, che assume anche una piega inaspettata: «per me i gatti sono compagni di viaggio eccezionali», a cui non a caso ha dedicato innumerevoli sculture: nel documentario le prime lacrime sgorgano proprio nel ricordare il suo ultimo felino, morto avvelenato.
Questa spontaneità che emerge dall’intero suo essere, non ammette ombre: in lui, forte è la «lotta incessante tra la luce e le tenebre», la sua insonnia – scrive Recalcati – è resistenza «alla tentazione dell’annullamento». Ma una farfalla appare in un suo dipinto, è possibile quindi estrarre luce dalle tenebre, recuperare la possibilità della redenzione dalla notte, dall’orrore. In lui, «è solo la poesia che resiste alla morte», «il frutto buono dell’insonnia, dell’alba che viene»1. «La sua pittura – scrive ancora Recalcati – è interamente aspirata dal senso del sacro, intrisa dell’anelito verso l’assoluto; è pittura pura del volto del santo». «Il Cristo è il tema più bello della mia vita», dice Celiberti. «Cristo lo sento sempre vicino quando lavoro». Questa è l’unica alternativa possibile «alla notte senza speranza del grido», all’«abisso senza fondo della vita». Dipingere è rifiutare «il buio senza speranza della notte», farsi luce, divenire strumento, vaso di argilla vivente che accoglie l’unica Luce.
NOTA
1 ilmanifesto.it/linsonnia-creativa
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Immagini: Giorgio Celiberti; una sua opera su Cristo (immagini tratte dal documentario di don Massimo Manservigi, “Come il primo giorno”)
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 4 aprile 2025
“Qualche parola prima dell’Apocalisse”: Lectio Magistralis di padre Adrien Candiard il 12 aprile a Casa Cini, Ferrara. «Rimane un fatto difficilmente contestabile: Gesù ha annunciato il suo ritorno alla fine dei tempi». Ma noi cristiani pieghiamo con letture secolari questa verità, l’unica che spiega il senso del mondo
di Andrea Musacci
L’Apocalisse è Gesù Cristo, lo svelamento, la rivelazione di ciò che fonda la realtà e di ciò che sono i nostri cuori: luoghi pronti ad accogliere l’Amore di Dio o luoghi di rifiuto dello stesso, quindi di peccato? Adrien Candiard, classe 1982, saggista e padre domenicano, rientra a pieno titolo nel gruppo di quegli scrittori francesi – contemporanei e non, da Peguy ad Hadjadj – che hanno la rara dote di raccontare la fede e di sfidare il moderno laicismo attraverso un linguaggio originale e uno stile provocatorio ma mai fine a sé stesso. “Qualche parola prima dell’apocalisse. Leggere il Vangelo in tempi di crisi” è il titolo del suo ultimo libro (Libreria Editrice Vaticana, 2023) di cui discuterà il 12 aprile alle 18.30 a Casa Cini, Ferrara, in un incontro della Scuola diocesana di teologia per laici eccezionalmente e gratuitamente aperto a chiunque voglia parteciparvi.
Candiard, dopo essersi dedicato alla politica, nel 2006 entra fra i domenicani e oggi risiede al Cairo, dove è membro dell’Institut dominicain d’études orientales (Ideo) e priore del convento del suo ordine. Si occupa di islam e ha scritto diversi saggi di spiritualità.
«Il Vangelo non è un manuale di saggezza che somministra buoni consigli per affrontare le difficoltà: esso svela il Regno di Dio». In questo senso è interamente apocalittico, cioè rivelatore. Da questo ragionamento essenziale prende le mosse Candiard nel suo libro nel quale analizza in particolare il capitolo 13 del Vangelo secondo Marco, uno dei – non pochi – testi apocalittici della Bibbia. Spiega Candiard: «curiosamente, proprio quando dovremmo drizzare le orecchie verso Gesù che parla di guerre, epidemie, carestie e catastrofi naturali, quando abbiamo più che mai bisogno di aiuto e di senso, il più delle volte preferiamo saltare la pagina e andare a cercare nel Vangelo versetti più solari». Ma Cristo o sconvolge la nostra vita o non è. Bisogna quindi «accettare di parlare un po’ della fine del mondo per ritrovare, in questo stesso mondo, un pizzico di speranza».
ABBIAMO RESO INOFFENSIVA L’APOCALISSE DI GESÙ
Nei secoli abbiamo sempre più rimosso l’essenza apocalittica del Vangelo: «Abbiamo elaborato – scrive Candiard -, collettivamente e certo implicitamente, alcune strategie per sottrarci all’imbarazzo, per rendere inoffensivo un discorso evangelico come questo, inoffensivo al punto che non lo vediamo nemmeno più».
Quello che dice il capitolo 13 di Marco non lo si può né ridurre a un episodio storico preciso (la distruzione del Tempio di Gerusalemme nel 70 d.C.) né spiritualizzare, leggerlo cioè come simbolo di qualcosa che riguarda la mera vita interiore: «È intrigante presentare il cristianesimo come un deismo puramente spirituale, sbarazzato da questo annuncio escatologico che può apparire bizzarro o poco ragionevole ai nostri contemporanei, ma questo comporterebbe il rischio di snaturarlo profondamente. Perché rimane un fatto difficilmente contestabile: Gesù ha annunciato il suo ritorno alla fine dei tempi, e questo ritorno è un evento per la creazione intera». Queste «strategie di neutralizzazione dell’ingombrante discorso apocalittico arrivano in pratica a vanificarsi precisamente quando la realtà ci raggiunge»: minaccia nucleare, cataclismi naturali. Noi, invece, spesso «vorremmo ridurre la fede cristiana a un esercizio di meditazione individuale, a un rivale dei metodi di sviluppo personale o a un complesso di ingiunzioni moralizzatrici sulla sessualità».
MEGLIO DIO O GLI ESPERTI?
Né «lugubri profezie» né riduzione del cristianesimo all’«insignificanza», dunque: «Il rischio che si fa correre alla Parola di Dio quando la si priva di ogni portata reale sulla marcia del mondo è quello dell’insignificanza. La fede cristiana non può essere un lusso per tempi tranquilli, un piccolo, simpatico supplemento d’anima da convocare una volta che le questioni serie siano state risolte, una volta che le minacce siano state neutralizzate grazie all’intervento dei vari esperti – geopolitici, climatologi, epidemiologi, senza trascurare gli editorialisti evidentemente dotati di tutte le competenze. Se la Parola di Dio non ha nulla da dirci nelle situazioni drammatiche quali sono i pericoli che oggi affrontiamo, allora che interesse ha?», ci sfida l’autore.
IL FINE PRIMA DELLA FINE
Il Vangelo, quindi, non è né uno strumento simili-zodiacale né un mero manuale per comprendere con criteri razionali, “mondani”, le crisi del nostro tempo. Nessuno sa quando avverrà la fine dei tempi ma «la fine è già presente come principio che agisce nel cuore della nostra storia, la quale non avanza del tutto alla cieca. La fine è presente lungo tutto il corso della storia come lo scopo verso cui essa tende», il «compimento verso cui tende tutta la storia umana». Apocalisse è, quindi, “svelamento”, “rivelazione” di «questo principio in atto, questa/o fine già all’opera nella storia». Non vi è dunque nessun «rebus da decifrare» su quando finirà il mondo, ma «un senso da accogliere». Si rivelano sbagliate, di conseguenza, le filosofie della storia che, dall’Illuminismo in poi, la leggevano come un progresso, pur discontinuo, «verso il bene, l’abbondanza, verso il trionfo della scienza, verso la società senza classi o l’abolizione del predominio di pochi». Nemmeno Gesù ci promette tempi migliori (v. Mc 13, 9-13): l’annuncio dell’amore di Dio al mondo «agisce come una rivelazione», un’apocalisse, «di ciò che avviene nel cuore di ciascuno»: vogliamo o no accogliere questo Amore? Per questo, «l’evangelizzazione del mondo non è l’espansione del club dei cristiani che va reclutando nuovi membri; è l’annuncio, a tempo opportuno e non opportuno, dell’amore di Dio per il mondo che Gesù Cristo ci ha rivelato».
ACCOGLIERE L’AMORE
Di conseguenza, «la nostra vita spirituale altro non è che l’accoglienza paziente di questo amore che un giorno si autoinvita nella nostra esistenza», mentre la nostra resistenza a questo amore è il peccato. E «più la rivelazione è chiara, meno è possibile rimanere in una confortevole ambiguità»: l’amore, se ricevuto, «fiorisce in gioia e gratitudine»; se rifiutato, diventa «letteralmente insopportabile e si cerca di sbarazzarsene con ogni mezzo». Dall’amore alla croce, appunto.
«I sistemi politici e sociali meglio pensati, i meccanismi internazionali più ingegnosi, le legislazioni più sofisticate» sono importanti ma «impotenti a intercettare il male alla radice, cosa che può fare solo la conversione personale». Conversione che non significa «adottare un’identità cristiana» ma accogliere l’amore di Dio offerto in Gesù.
CRISTO CI LIBERA E SALVA, FUORI DAI NOSTRI COMFORT
«Salvare e rivelare»: in ciò consiste essenzialmente il Suo agire. Rivelare Dio e il male: «A cosa porta il peccato? Alla morte (…). Lasciando andare il male fino all’estremo della sua logica, Cristo ci mostra dove esso conduce», come ad esempio in Mc 5 nel racconto dell’uomo posseduto dai demoni. Cristo, quindi, «stravolge comfort acquisiti» ma spesso «inquietanti, solitudini infelici che tuttavia non tollerano di essere disturbate da una visita imprevista, rancori talmente strutturati che il perdono lascerebbe un gran vuoto in cuore. Ci sono comfort dall’odore di chiuso insopportabile che preferiamo alle correnti d’aria dello Spirito Santo». In ultima analisi, dunque, il peccato è «un rifiuto di lasciarsi amare che cresce in violenza contro di sé o contro gli altri». Così è oggi, com’è sempre stato e sempre sarà. Lo possiamo vedere ogni giorno nella nostra piccola quotidianità e, su più larga scala, nelle conseguenze della logica della guerra e di un consumo senza freni.
Per Candiard, quindi, «la fine dei tempi» è «in corso d’opera non come evento inquietante di cui paventare l’approssimarsi, ma come realtà presente nella storia fin dal principio (…). Abbiamo bisogno di questo svelamento perché altrimenti, finché la natura del male resterà sconosciuta, si potrà beatamente credere all’efficacia di soluzioni meramente tecniche alle minacce che pesano sulle nostre esistenze». Il male, perciò, va combattuto alla radice, e a partire dalla propria vita. «Dentro di me si sta già combattendo la lotta escatologica» e «vincere, in questa lotta, è innanzitutto accettare che la vittoria è già guadagnata» grazie al sacrificio di amore del Cristo.
Cristo che, dunque, «ci ricorda con forza come la nostra speranza non si possa limitare alla salvaguardia del mondo quaggiù, fragile e deperibile». Il mondo non va né assolutizzato né rifiutato. Essenziale, invece, è percepire «il silenzio in cui cresce il Regno di Dio, che è ciò che dà al mondo il suo senso». Tutto il resto è moralismo, secolarismo, idolatria.
La lezione di Annalisa Guida per la Scuola di teologia per laici diocesana
L’incontro con la Parola è sempre incontro col Risorto. Ce lo ha ricordato lo scorso 14 marzo Annalisa Guida, biblista e Docente incaricata di Esegesi del Nuovo Testamento presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale – Sezione “San Luigi” di Napoli. “«Esse uscirono e fuggirono via dal sepolcro, perché erano piene di spavento e di stupore» (Mc 16, 8)” il titolo del suo intervento (tenutosi solo on line) per l’11^ lezione della Scuola diocesana di teologia per laici. Prossimo appuntamento (sia in presenza sia on line) il 21 marzo con Francesca Pratillo su “Una lectio divina su Emmaus”.
LO SGUARDO E LA SEQUELA
Questo racconto di Marco, secondo Guida, «mette al centro figure fino ad allora marginali: le donne». Donne fin dall’inizio alla sequela di Gesù e «testimoni di eventi importanti»: la sua crocifissione, deposizione e sepoltura, e poi l’annuncio del Risorto. Donne che, lungo il Suo ministero, «Lo servivano nel senso della diaconia: nel Vangelo, la diaconia si riferisce solo alle donne e agli angeli nel deserto. Una presenza, questa delle donne, spesso silenziata nella tradizione della Chiesa». Molte, poi, in Mc 15-16 «le indicazioni di quanto le donne guardino, osservino», ad esempio quando si dice che «videro un giovane, seduto sulla destra, vestito d’una veste bianca» (Mc 16, 5). Qui si richiama anche il giovinetto che subito prima dell’arresto di Gesù era con lui al Getsemani e che quando lo arrestano, fugge via (Mc 14). E anche quel giovinetto aveva una veste bianca: «non si tratta di un angelo e assume una dimensione connotativa molto forte, fuggendo come gli altri discepoli». In Mc 16, invece, il giovinetto «la veste bianca la indossa ed è un’immagine simile a quella del Risorto». Il giovane di Mc 14, quindi, «non riesce a condividere il peso della sindone, del lenzuolo funebre, mentre in Mc 16 condivide la Gloria della Resurrezione». Inoltre, in Mc 16 «l’angelo alle donne annuncia un legame tra ciò che è appena accaduto – l’esistenza terrena di Gesù – e il suo epilogo» – «il crocifisso»: per Marco – ha aggiunto la relatrice, «è nella Croce che si rivela davvero il Figlio di Dio». «Egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto», dice, poi, l’angelo alle donne: «Cristo, nel suo ministero, le ha sempre precedute. Il Vangelo, quindi, «torna ai luoghi del “primo amore”. È, però, un’esperienza completamente nuova». E poi, l’ultimo versetto, quello centrale (Mc 16, 8). Qui, per Guida, «le donne hanno la percezione di aver vissuto qualcosa al di fuori della loro portata, quindi la loro reazione è assolutamente normale». Non seguono l’indicazione di andare a dire ciò che han visto ai discepoli e Pietro «perché erano impaurite», sono cioè «l’ultima coda di un discepolato che più volte ha avuto dubbi e paure, anche se sicuramente fino ad ora sono state più coraggiose dei discepoli». Ma ora «c’è qualcosa che supera la loro capacità di comprensione: non l’hanno capito prima e non lo capiscono ora. Il sepolcro vuoto dice loro solo assenza. Per capire veramente il Risorto, quindi – è il messaggio per ogni lettore – devo incontrarLo, non basta che me Lo annuncino». Il racconto, quindi, «ci porta oltre l’annuncio: ci invita all’incontro personale col Risorto».
È tornata alla Casa del Padre a 17 anni la ragazza vittima di un grave incidente nel 2016. Ecco la sua esistenza spesa nella fede nel Signore, nell’amore e nella preghiera. Tante le persone che grazie a lei hanno riaperto il cuore a Gesù
di Andrea Musacci
In quel tempo Gesù disse: «Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli». (Mt 11, 25)
Elena piccola e fragile, Elena forte e matura. Elena bambina, Elena modello di fede. Elena immobile, Elena che cammina nelle vite delle persone. Elena che è morta e risorta mille volte, Elena sempre viva.
È una storia straziante e magnifica quella che ci arriva dalle porte di Ferrara: è la storia di Elena Marangon, una bambina mai diventata donna, un’anima speciale, il cui calvario, la cui forza, la cui fede genuina stanno portando a Cristo sempre più persone.
L’INCIDENTE
È il 7 settembre 2016, siamo in provincia di Rovigo: un terribile incidente stradale tra Adria e Corbola costa la vita a Gino “Angelo” Firenzuola, 72 anni, residente a Cologna vicino Berra. “Angelo” è il nonno affidatario della nostra piccola Elena, 10 anni, che nell’incidente si salva assieme ad altri due nipotini, un maschio e una femmina, e alla nonna Maria Rita Smanio (che passerà tre mesi in ospedale).
Natascia, figlia di Gino e Maria Rita, in un colpo solo rischia di perdere i genitori e una delle sue figlie in affido. Intubata e caricata a bordo dell’elicottero per essere trasportata all’Ospedale di Padova, Elena subirà diversi interventi che le salveranno la vita ma rimarrà con un forte deficit motorio fino al 20 dicembre 2023, giorno del suo ritorno alla Casa del Padre.
Proprio nel trigesimo, sabato 20 gennaio, il nostro Arcivescovo ha presieduto la S. Messa in sua memoria nella chiesa di Santo Spirito.
RINASCERE, SEMPRE
Natascia Firenzuola e il marito Riccardo Vassalli sono i genitori affidatari di Elena. In particolare, Natascia ha lavorato come educatrice e operatrice sanitaria con minori, anziani e disabili e oggi si occupa appunto di minori in difficoltà. Elena nasce l’11 luglio 2006 e quando ha appena 20 giorni viene affidata alla coppia: «è la cosa più bella che il Signore mi ha donato», ci racconta Natascia.
Una grazia vera e propria, una vita appena nata ma già da far rinascere. Fin dai primi anni di vita, Elena si dimostra una bambina particolarmente affettuosa, legata ai genitori e ai nonni affidatari. «Con me – ci racconta la nonna Maria Rita – amava lavorare a maglia, cucinare, pulire, assistermi quando tiravo il collo alle galline…». Una bambina sempre obbediente e molto più matura e responsabile della sua età anagrafica. Una maturità e genuinità che le facevano dire, spesso anche agli adulti, ciò che pensava, anzi ciò che andava detto, la verità delle cose.
Poi inizia il periodo della scuola con le Materne, le Elementari e le Medie. Fino all’incidente di quel maledetto 7 settembre 2016, che segnerà la vita di Elena e della sua famiglia in maniera irreversibile. Ma che aprirà gli occhi e il cuore di tante persone.
Elena sarà ricoverata tre settimane in terapia intensiva pediatrica all’Ospedale di Padova, poi 11 mesi al Centro San Giorgio di Ferrara per la riabilitazione, alternando alcuni periodi in pediatria. E poi, a parte due mesi di ricovero al Sant’Orsola, sarà sempre a casa, curata e amata dalla sua famiglia.
Fondamentale sarà anche l’aiuto della fisioterapista Barbara Bellagamba, che ha seguito la ragazza per sei anni. Elena, piccola guerriera, continuerà a rimanere sempre lucida, consapevole, comunicando solo con gli occhi. All’inizio, grande è il dolore e lo shock in tanti amici e conoscenti: il suo allenatore di pallavolo, ad esempio, dopo quell’episodio decide di non allenare più. Dopo due anni di sosta obbligata, Elena riprende anche gli studi, concludendo le Medie e iscrivendosi a un Istituto Superiore di Ferrara, dove sta collegata in dad 4 ore al giorno per seguire le lezioni. Lo scorso ottobre, Elena ha fatto in tempo ad andare a visitare i propri compagni di classe, appena due mesi prima di morire: «avrebbe dovuto starci 15 minuti – ci racconta Natascia -, ma alla fine è rimasta lì 1 ora e mezza, tante erano le domande e tanto l’affetto dei compagni».
Ora riposa nel cimitero di Mezzogoro (paese d’origine dei genitori naturali), ma una sua foto è stata posta nella cappella della famiglia di Natascia, di fianco all’amato nonno Gino.
TESTIMONE DELLA FEDE
Una bambina avvolta dalla grazia era Elena. «Sempre altruista – ci racconta Natascia -, portava a scuola due merende, una per sé e una per una sua compagna, nel caso questa non l’avesse avuta». A 5 anni i genitori scoprono la sua celiachia: «desiderava fare l’Istituto alberghiero per aiutare le persone che come lei soffrivano di questa malattia».
Ma tanti cuori, Elena, ha toccato anche con quel suo naturale senso religioso, quell’inclinazione, che sembra innata, alla preghiera: «diverse persone grazie al suo esempio – prosegue Natascia – hanno ricominciato ad andare a Messa, a comunicarsi. Persone che da tanti anni avevano perso la fede o non l’avevano mai avuta, hanno riaperto i loro cuori a Gesù». Per la sua Prima Confessione il parroco le diede, come da tradizione, un libricino per imparare a recitare il Santo Rosario. Elena se ne innamorò: fu, quella, una delle fonti della sua grande forza. «Aveva fatto sua l’importanza della preghiera», prosegue Natascia. «Nei momenti di sconforto andava a pregare davanti a una grande statua con la Madonna e Gesù Bambino». Si tratta di una scultura lignea – un tronco intero in noce – scolpita da Fratel Giuseppe Piccolo (morto nel 2021, Direttore della Città del Ragazzo dal 2000 al 2003), posta nel porticato della casa dei nonni Maria Rita e Gino. Una statua strappata all’abbandono essendo stata trovata nel cortile dell’ex studentato in via Borsari a Ferrara fino ad allora gestito dall’Opera “Don Calabria”.
Un bisogno di un dialogo col Signore, quello di Elena, che la seguiva ovunque: «Nel 2016, qualche giorno prima dell’incidente, si ruppe un braccio in piscina: nel tragitto verso l’ospedale pregava la Madonna invece di piangere e urlare», come avrebbe fatto qualsiasi bambino. «Oppure, quando andavamo in gita, se in macchina passavamo davanti a una chiesa si voleva sempre fermare per entrare e accendere una candela, dire una preghiera. E sgridava i propri compagni se in chiesa non cantavano», lei che adorava cantare per il Signore. «Una bambina di altri tempi, insomma».
LUCENTEZZA DIVINA
Elena nei suoi 17 anni di vita ha sofferto tutte le sofferenze immaginabili: emotive, psicologiche, fisiche. Un vero e proprio calvario, il suo. «Ma mai – proseguono Natascia e Maria Rita – le è venuta meno la voglia di vivere e la fede in Dio». Elena non solo convertirà, grazie al suo esempio, diverse persone ma spingerà molti a pregare per lei: il gruppo di preghiera del suo paese dieci giorni dopo l’incidente organizza un pellegrinaggio al santuario di Chiampo, nel vicentino; per un lungo periodo, sempre dopo l’incidente, la mattina alle 7 a casa di Natascia si recita il Santo Rosario, con diverse persone presenti fra cui il parroco. E don Alessandro Denti, a inizio 2017, poco prima di morire, l’ultima Messa la celebra proprio per Elena e nonno Gino. La stessa Elena, pochi giorni prima di tornare al Padre, riceve la Comunione a Cona, dove trascorrerà due giorni ricevendo la visita, fra gli altri, dell’allora cappellano don Andrea Martini e dei medici di famiglia Francesco Turrini e Matilde Turchetti. Anche il nostro Vescovo mons. Perego prenderà a cuore la vicenda di Elena, incontrandola più volte sia a casa sia in ospedale.
Ciò che rimane come segno dell’Eterno è «la purezza e lucentezza negli occhi di Elena, pietra scartata che è diventata pietra d’angolo», aggiunge Natascia fra quelle lacrime che però non le tolgono il sorriso nel ricordare il suo «angelo». «Elena è ancora molto presente, col suo spirito è sempre con noi». Continua la sua “opera” con le tante conversioni e con le testimonianze di chi ha imparato la gioia vera, imperitura grazie al suo sorriso, alla sua fede semplice e inscalfibile. «Elena ora ci assiste da Lassù e ci dice che il Paradiso esiste». I suoi occhi ne erano una dolce anticipazione.
S. Messa e testimonianze a Santo Spirito
Sabato 20 gennaio a Santo Spirito Elena ha radunato tante persone, segno dell’amore che ha sparso in tanti cuori: le compagne e i compagni delle Elementari, delle Medie e delle Superiori, oltre alle maestre, agli insegnanti, ai presidi e dirigenti scolastici. Alcuni di loro hanno accompagnato la liturgia – celebrata da mons. Gian Carlo Perego assieme a don Giacomo Granzotto – con le chitarre e un flauto e le letture sono state curate da persone che l’hanno conosciuta, mentre la liturgia è stata accompagnata dal coro parrocchiale dove ha vissuto. Dopo la Messa, un grande pallone con una pergamena contenente le firme dei suoi ex compagni è stato fatto volare sopra la chiesa e a seguire, il Cinema parrocchiale ha ospitato un filmato con diverse foto e video di Elena, realizzato da un suo ex compagno di scuola assieme a Natascia e ad alcune mamme, nel quale si racconta la vita della ragazza dalla nascita fino alle ultime settimane di vita.
A fine Messa, in chiesa sono stati letti alcuni ricordi, fra cui quello della sorella di Elena: «il tuo ricordo mi terrà compagnia nelle notti insonne, resterà la tua anima ad amarmi». E ancora: «grazie a te mi sono ritrovata quando mi ero persa, con te mi sentivo a casa». Un’altra lettera molto toccante è quella scritta da una persona che ha voluto bene ad Elena, immaginando fosse proprio la ragazza a scriverla alla mamma Natascia: «Tu mi hai insegnato a parlare, a camminare, a ridere. Mi hai insegnato a vivere», è un passaggio. «Ma soprattutto mi hai insegnato che cosa significhi volere bene, e che per farlo, a volte, è necessario mettersi da parte». «Elena per me è stato un fiore di grazia, una grande testimonianza di come la verità nasca dalla carne», scrive invece Francesco Turrini. «È stata mia paziente nel suo ultimo anno di vita, nel mio primo anno come Medico di Famiglia a Ferrara. Il mio caso più “complesso”. Sono stato spesso a casa di Elena e tutta la sua famiglia. Ho avuto il privilegio di stare di fronte alla sua “carne”, vederla, toccarla e ascoltare il suono di quei polmoni che vibravano di una risonanza che è quella del nostro corpo segno dell’Infinito che porta dentro».
«Elena non è stata guarita fuori – ha detto il Vescovo in un passaggio dell’omelia -, ma è stata guarita e liberata dentro da tutto ciò che allontana. Elena è stata purificata dall’amore di Dio e dall’amore dei familiari, del prossimo. Cari fratelli e sorelle, guardando ad Elena, oggi nella casa del Padre, ma in comunione con noi, impariamo a desiderare sempre qualcosa di più dalla nostra vita».
Scuola di teologia per laici: il 9 novembre la comunità dei beati al centro della relazione di Valeria Poletti
“Maestro cosa devo fare per essere felice?” è il titolo della terza lezione della Scuola diocesana di teologia per laici “Laura Vincenzi”, svoltasi a Casa Cini lo scorso 9 novembre. Relatrice, la docente e teologa Valeria Poletti. Le rimanenti lezioni di novembre sono in programma (ore 18.30, Casa Cini o in streaming) il 16 con don Paolo Mascilongo che relazionerà su “Immagini di sequela dal vangelo di Marco”; il 23 con Simona Segoloni su “Fratelli tutti! La comunità espressione di gioia”; il 30 con don Ruggero Nuvoli su “Immaginazione sacramentale”.
Nella sua lezione, Poletti ha analizzato nel dettaglio le Beatitudini (Mt 5,1-12 e Lc 6,20-23), ponendo innanzitutto l’accento sul fatto che Gesù «è venuto a parlare a tutti, a dar vita a una comunità completamente nuova», annunciando che «il Regno di Dio è già ora, si può sperimentare già nel presente». Ma com’è possibile ciò, in questa “valle di lacrime” che è l’esistenza umana?
Gesù quando ci chiede di essere poveri, «non ci chiede tanto di spogliarci, ma di vestire gli altri, di prenderci cura di chi è nel bisogno. “Signore”, quindi, è chi dà agli altri, e lo fa ora, perché il dare mi rende felice, beato già ora», ha spiegato Poletti.
Questo donarsi agli altri è anche il consolare chi è nel pianto, cioè «chi ha un dolore talmente grande da non poterlo tenere dentro. Costui è beato perché mostrandolo può essere consolato, aiutato dalla sua comunità. E la consolazione è già in sé un’azione liberante». È questa la chiave di tutto: il comprendere che «si è felici, beati solo quando si dà, la comunità di persone felici è tale quando non volta la testa dall’altra parte» davanti ai bisogni dei fratelli e delle sorelle.
Allo stesso modo – e proseguendo nell’analisi delle Beatitudini -, «i giusti sono coloro che hanno fame e sete di giustizia». Ma per giustizia non si intende tanto l’osservanza delle norme, ma «è qualcosa che va oltre la legge, e porta anche a subire la persecuzione». La beatitudine sta dunque «nell’essere sazi, satolli di giustizia, quindi di Dio: si sazia la propria fame saziando quella degli altri».
Questa misericordia, questo «chinarsi sull’altro sofferente per rialzarlo», non è dunque un mero sentimento ma «un’azione» concreta. Ed è una purezza del cuore, quindi non solo esteriore ma «interiore, completa, tipica di chi possiede quell’inquietudine che lo porta a giocarsi la propria pace per gli altri, per la pace della propria comunità». Una pace dunque in fieri, un Regno da costruire, vivendo così la propria figliolanza e somiglianza al Padre.
Da qui, solo da qui, può nascere quella «comunità dei felici, dei beati nel Signore», dei «satolli di Dio».
Mi chiamo Andrea Musacci.
Da aprile 2014 sono Giornalista Pubblicista, iscritto all’Ordine dei Giornalisti dell’Emilia-Romagna.
Sono redattore e inviato del settimanale "la Voce di Ferrara-Comacchio" (con cui collaboro dal 2014: http://lavoce.e-dicola.net/it/news - www.lavocediferrara.it), e collaboro con Filo Magazine, Periscopio e Avvenire.
In passato ho collaborato con La Nuova Ferrara, Listone mag e Caritas Ferrara-Comacchio.
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"L'unica cosa che conta è l'inquietudine divina delle anime inappagate."
(Emmanuel Mounier)