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Apocalisse è rivelazione profonda di Dio sulla nostra vita e sulla storia

12 Apr

“Qualche parola prima dell’Apocalisse”: Lectio Magistralis di padre Adrien Candiard il 12 aprile a Casa Cini, Ferrara. «Rimane un fatto difficilmente contestabile: Gesù ha annunciato il suo ritorno alla fine dei tempi». Ma noi cristiani pieghiamo con  letture secolari questa verità, l’unica che spiega il senso del mondo

di Andrea Musacci

L’Apocalisse è Gesù Cristo, lo svelamento, la rivelazione di ciò che fonda la realtà e di ciò che sono i nostri cuori: luoghi pronti ad accogliere l’Amore di Dio o luoghi di rifiuto dello stesso, quindi di peccato? Adrien Candiard, classe 1982, saggista e padre domenicano, rientra a pieno titolo nel gruppo di quegli scrittori francesi – contemporanei e non, da Peguy ad Hadjadj – che hanno la rara dote di raccontare la fede e di sfidare il moderno laicismo attraverso un linguaggio originale e uno stile provocatorio ma mai fine a sé stesso. “Qualche parola prima dell’apocalisse. Leggere il Vangelo in tempi di crisi” è il titolo del suo ultimo libro (Libreria Editrice Vaticana, 2023) di cui discuterà il 12 aprile alle 18.30 a Casa Cini, Ferrara, in un incontro della Scuola diocesana di teologia per laici eccezionalmente e gratuitamente aperto a chiunque voglia parteciparvi.

Candiard, dopo essersi dedicato alla politica, nel 2006 entra fra i domenicani e oggi risiede al Cairo, dove è membro dell’Institut dominicain d’études orientales (Ideo) e priore del convento del suo ordine. Si occupa di islam e ha scritto diversi saggi di spiritualità.

«Il Vangelo non è un manuale di saggezza che somministra buoni consigli per affrontare le difficoltà: esso svela il Regno di Dio». In questo senso è interamente apocalittico, cioè rivelatore. Da questo ragionamento essenziale prende le mosse Candiard nel suo libro nel quale analizza in particolare il capitolo 13 del Vangelo secondo Marco, uno dei – non pochi – testi apocalittici della Bibbia. Spiega Candiard: «curiosamente, proprio quando dovremmo drizzare le orecchie verso Gesù che parla di guerre, epidemie, carestie e catastrofi naturali, quando abbiamo più che mai bisogno di aiuto e di senso, il più delle volte preferiamo saltare la pagina e andare a cercare nel Vangelo versetti più solari». Ma Cristo o sconvolge la nostra vita o non è. Bisogna quindi «accettare di parlare un po’ della fine del mondo per ritrovare, in questo stesso mondo, un pizzico di speranza».

ABBIAMO RESO INOFFENSIVA L’APOCALISSE DI GESÙ

Nei secoli abbiamo sempre più rimosso l’essenza apocalittica del Vangelo: «Abbiamo elaborato – scrive Candiard -, collettivamente e certo implicitamente, alcune strategie per sottrarci all’imbarazzo, per rendere inoffensivo un discorso evangelico come questo, inoffensivo al punto che non lo vediamo nemmeno più». 

Quello che dice il capitolo 13 di Marco non lo si può né ridurre a un episodio storico preciso (la distruzione del Tempio di Gerusalemme nel 70 d.C.) né spiritualizzare, leggerlo cioè come simbolo di qualcosa che riguarda la mera vita interiore: «È intrigante presentare il cristianesimo come un deismo puramente spirituale, sbarazzato da questo annuncio escatologico che può apparire bizzarro o poco ragionevole ai nostri contemporanei, ma questo comporterebbe il rischio di snaturarlo profondamente. Perché rimane un fatto difficilmente contestabile: Gesù ha annunciato il suo ritorno alla fine dei tempi, e questo ritorno è un evento per la creazione intera». Queste «strategie di neutralizzazione dell’ingombrante discorso apocalittico arrivano in pratica a vanificarsi precisamente quando la realtà ci raggiunge»: minaccia nucleare, cataclismi naturali. Noi, invece, spesso «vorremmo ridurre la fede cristiana a un esercizio di meditazione individuale, a un rivale dei metodi di sviluppo personale o a un complesso di ingiunzioni moralizzatrici sulla sessualità».

MEGLIO DIO O GLI ESPERTI?

Né «lugubri profezie» né riduzione del cristianesimo all’«insignificanza», dunque: «Il rischio che si fa correre alla Parola di Dio quando la si priva di ogni portata reale sulla marcia del mondo è quello dell’insignificanza. La fede cristiana non può essere un lusso per tempi tranquilli, un piccolo, simpatico supplemento d’anima da convocare una volta che le questioni serie siano state risolte, una volta che le minacce siano state neutralizzate grazie all’intervento dei vari esperti – geopolitici, climatologi, epidemiologi, senza trascurare gli editorialisti evidentemente dotati di tutte le competenze. Se la Parola di Dio non ha nulla da dirci nelle situazioni drammatiche quali sono i pericoli che oggi affrontiamo, allora che interesse ha?», ci sfida l’autore.

IL FINE PRIMA DELLA FINE

Il Vangelo, quindi, non è né uno strumento simili-zodiacale né un mero manuale per comprendere con criteri razionali, “mondani”, le crisi del nostro tempo. Nessuno sa quando avverrà la fine dei tempi ma «la fine è già presente come principio che agisce nel cuore della nostra storia, la quale non avanza del tutto alla cieca. La fine è presente lungo tutto il corso della storia come lo scopo verso cui essa tende», il «compimento verso cui tende tutta la storia umana». Apocalisse è, quindi, “svelamento”, “rivelazione” di «questo principio in atto, questa/o fine già all’opera nella storia». Non vi è dunque nessun «rebus da decifrare» su quando finirà il mondo, ma «un senso da accogliere». Si rivelano sbagliate, di conseguenza, le filosofie della storia che, dall’Illuminismo in poi, la leggevano come un progresso, pur discontinuo, «verso il bene, l’abbondanza, verso il trionfo della scienza, verso la società senza classi o l’abolizione del predominio di pochi». Nemmeno Gesù ci promette tempi migliori (v. Mc 13, 9-13): l’annuncio dell’amore di Dio al mondo «agisce come una rivelazione», un’apocalisse, «di ciò che avviene nel cuore di ciascuno»: vogliamo o no accogliere questo Amore? Per questo, «l’evangelizzazione del mondo non è l’espansione del club dei cristiani che va reclutando nuovi membri; è l’annuncio, a tempo opportuno e non opportuno, dell’amore di Dio per il mondo che Gesù Cristo ci ha rivelato».

ACCOGLIERE L’AMORE

Di conseguenza, «la nostra vita spirituale altro non è che l’accoglienza paziente di questo amore che un giorno si autoinvita nella nostra esistenza», mentre la nostra resistenza a questo amore è il peccato. E «più la rivelazione è chiara, meno è possibile rimanere in una confortevole ambiguità»: l’amore, se ricevuto, «fiorisce in gioia e gratitudine»; se rifiutato, diventa «letteralmente insopportabile e si cerca di sbarazzarsene con ogni mezzo». Dall’amore alla croce, appunto.

«I sistemi politici e sociali meglio pensati, i meccanismi internazionali più ingegnosi, le legislazioni più sofisticate» sono importanti ma «impotenti a intercettare il male alla radice, cosa che può fare solo la conversione personale». Conversione che non significa «adottare un’identità cristiana» ma accogliere l’amore di Dio offerto in Gesù.

CRISTO CI LIBERA E SALVA, FUORI DAI NOSTRI COMFORT 

«Salvare e rivelare»: in ciò consiste essenzialmente il Suo agire. Rivelare Dio e il male: «A cosa porta il peccato? Alla morte (…). Lasciando andare il male fino all’estremo della sua logica, Cristo ci mostra dove esso conduce», come ad esempio in Mc 5 nel racconto dell’uomo posseduto dai demoni. Cristo, quindi, «stravolge comfort acquisiti» ma spesso «inquietanti, solitudini infelici che tuttavia non tollerano di essere disturbate da una visita imprevista, rancori talmente strutturati che il perdono lascerebbe un gran vuoto in cuore. Ci sono comfort dall’odore di chiuso insopportabile che preferiamo alle correnti d’aria dello Spirito Santo». In ultima analisi, dunque, il peccato è «un rifiuto di lasciarsi amare che cresce in violenza contro di sé o contro gli altri». Così è oggi, com’è sempre stato e sempre sarà. Lo possiamo vedere ogni giorno nella nostra piccola quotidianità e, su più larga scala, nelle conseguenze della logica della guerra e di un consumo senza freni.

Per Candiard, quindi, «la fine dei tempi» è «in corso d’opera non come evento inquietante di cui paventare l’approssimarsi, ma come realtà presente nella storia fin dal principio (…). Abbiamo bisogno di questo svelamento perché altrimenti, finché la natura del male resterà sconosciuta, si potrà beatamente credere all’efficacia di soluzioni meramente tecniche alle minacce che pesano sulle nostre esistenze». Il male, perciò, va combattuto alla radice, e a partire dalla propria vita. «Dentro di me si sta già combattendo la lotta escatologica» e «vincere, in questa lotta, è innanzitutto accettare che la vittoria è già guadagnata» grazie al sacrificio di amore del Cristo. 

Cristo che, dunque, «ci ricorda con forza come la nostra speranza non si possa limitare alla salvaguardia del mondo quaggiù, fragile e deperibile». Il mondo non va né assolutizzato né rifiutato. Essenziale, invece, è percepire «il silenzio in cui cresce il Regno di Dio, che è ciò che dà al mondo il suo senso». Tutto il resto è moralismo, secolarismo, idolatria.

Pubblicato sulla “Voce” del 12 aprile 2024

La Voce di Ferrara-Comacchio

Le donne al sepolcro e l’incontro personale col Risorto: riflessioni

20 Mar

La lezione di Annalisa Guida per la Scuola di teologia per laici diocesana

L’incontro con la Parola è sempre incontro col Risorto. Ce lo ha ricordato lo scorso 14 marzo Annalisa Guida, biblista e Docente incaricata di Esegesi del Nuovo Testamento presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale – Sezione “San Luigi” di Napoli. “«Esse uscirono e fuggirono via dal sepolcro, perché erano piene di spavento e di stupore» (Mc 16, 8)” il titolo del suo intervento (tenutosi solo on line) per l’11^ lezione della Scuola diocesana di teologia per laici. Prossimo appuntamento (sia in presenza sia on line) il 21 marzo con Francesca Pratillo su “Una lectio divina su Emmaus”.

LO SGUARDO E LA SEQUELA

Questo racconto di Marco, secondo Guida, «mette al centro figure fino ad allora marginali: le donne». Donne fin dall’inizio alla sequela di Gesù e «testimoni di eventi importanti»: la sua crocifissione, deposizione e sepoltura, e poi l’annuncio del Risorto. Donne che, lungo il Suo ministero, «Lo servivano nel senso della diaconia: nel Vangelo, la diaconia si riferisce solo alle donne e agli angeli nel deserto. Una presenza, questa delle donne, spesso silenziata nella tradizione della Chiesa». Molte, poi, in Mc 15-16 «le indicazioni di quanto le donne guardino, osservino», ad esempio quando si dice che «videro un giovane, seduto sulla destra, vestito d’una veste bianca» (Mc 16, 5). Qui si richiama anche il giovinetto che subito prima dell’arresto di Gesù era con lui al Getsemani e che quando lo arrestano, fugge via (Mc 14). E anche quel giovinetto aveva una veste bianca: «non si tratta di un angelo e assume una dimensione connotativa molto forte, fuggendo come gli altri discepoli». In Mc 16, invece, il giovinetto «la veste bianca la indossa ed è un’immagine simile a quella del Risorto». Il giovane di Mc 14, quindi, «non riesce a condividere il peso della sindone, del lenzuolo funebre, mentre in Mc 16 condivide la Gloria della Resurrezione». Inoltre, in Mc 16 «l’angelo alle donne annuncia un legame tra ciò che è appena accaduto – l’esistenza terrena di Gesù – e il suo epilogo» – «il crocifisso»: per Marco – ha aggiunto la relatrice, «è nella Croce che si rivela davvero il Figlio di Dio». «Egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto», dice, poi, l’angelo alle donne: «Cristo, nel suo ministero, le ha sempre precedute. Il Vangelo, quindi, «torna ai luoghi del “primo amore”. È, però, un’esperienza completamente nuova». E poi, l’ultimo versetto, quello centrale (Mc 16, 8). Qui, per Guida, «le donne hanno la percezione di aver vissuto qualcosa al di fuori della loro portata, quindi la loro reazione è assolutamente normale». Non seguono l’indicazione di andare a dire ciò che han visto ai discepoli e Pietro «perché erano impaurite», sono cioè «l’ultima coda di un discepolato che più volte ha avuto dubbi e paure, anche se sicuramente fino ad ora sono state più coraggiose dei discepoli». Ma ora «c’è qualcosa che supera la loro capacità di comprensione: non l’hanno capito prima e non lo capiscono ora. Il sepolcro vuoto dice loro solo assenza. Per capire veramente il Risorto, quindi – è il messaggio per ogni lettore – devo incontrarLo, non basta che me Lo annuncino». Il racconto, quindi, «ci porta oltre l’annuncio: ci invita all’incontro personale col Risorto».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce” del 22 marzo 2024

La Voce di Ferrara-Comacchio

«Un angelo ci parla del Paradiso»: la piccola Elena e la sua vita in Cristo

24 Gen

È tornata alla Casa del Padre a 17 anni la ragazza vittima di un grave incidente nel 2016. Ecco la sua esistenza spesa nella fede nel Signore, nell’amore e nella preghiera. Tante le persone che grazie a lei hanno riaperto il cuore a Gesù

di Andrea Musacci

In quel tempo Gesù disse: «Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli». (Mt 11, 25)

Elena piccola e fragile, Elena forte e matura. Elena bambina, Elena modello di fede. Elena immobile, Elena che cammina nelle vite delle persone. Elena che è morta e risorta mille volte, Elena sempre viva.

È una storia straziante e magnifica quella che ci arriva dalle porte di Ferrara: è la storia di Elena Marangon, una bambina mai diventata donna, un’anima speciale, il cui calvario, la cui forza, la cui fede genuina stanno portando a Cristo sempre più persone.

L’INCIDENTE

È il 7 settembre 2016, siamo in provincia di Rovigo: un terribile incidente stradale tra Adria e Corbola costa la vita a Gino “Angelo” Firenzuola, 72 anni, residente a Cologna vicino Berra. “Angelo” è il nonno affidatario della nostra piccola Elena, 10 anni, che nell’incidente si salva assieme ad altri due nipotini, un maschio e una femmina, e alla nonna Maria Rita Smanio (che passerà tre mesi in ospedale).

Natascia, figlia di Gino e Maria Rita, in un colpo solo rischia di perdere i genitori e una delle sue figlie in affido. Intubata e caricata a bordo dell’elicottero per essere trasportata all’Ospedale di Padova, Elena subirà diversi interventi che le salveranno la vita ma rimarrà con un forte deficit motorio fino al 20 dicembre 2023, giorno del suo ritorno alla Casa del Padre. 

Proprio nel trigesimo, sabato 20 gennaio, il nostro Arcivescovo ha presieduto la S. Messa in sua memoria nella chiesa di Santo Spirito. 

RINASCERE, SEMPRE

Natascia Firenzuola e il marito Riccardo Vassalli sono i genitori affidatari di Elena. In particolare, Natascia ha lavorato come educatrice e operatrice sanitaria con minori, anziani e disabili e oggi si occupa appunto di minori in difficoltà. Elena nasce l’11 luglio 2006 e quando ha appena 20 giorni viene affidata alla coppia: «è la cosa più bella che il Signore mi ha donato», ci racconta Natascia. 

Una grazia vera e propria, una vita appena nata ma già da far rinascere. Fin dai primi anni di vita, Elena si dimostra una bambina particolarmente affettuosa, legata ai genitori e ai nonni affidatari. «Con me – ci racconta la nonna Maria Rita – amava lavorare a maglia, cucinare, pulire, assistermi quando tiravo il collo alle galline…». Una bambina sempre obbediente e molto più matura e responsabile della sua età anagrafica. Una maturità e genuinità che le facevano dire, spesso anche agli adulti, ciò che pensava, anzi ciò che andava detto, la verità delle cose.

Poi inizia il periodo della scuola con le Materne, le Elementari e le Medie. Fino all’incidente di quel maledetto 7 settembre 2016, che segnerà la vita di Elena e della sua famiglia in maniera irreversibile. Ma che aprirà gli occhi e il cuore di tante persone. 

Elena sarà ricoverata tre settimane in terapia intensiva pediatrica all’Ospedale di Padova, poi 11 mesi al Centro San Giorgio di Ferrara per la riabilitazione, alternando alcuni periodi in pediatria. E poi, a parte due mesi di ricovero al Sant’Orsola, sarà sempre a casa, curata e amata dalla sua famiglia. 

Fondamentale sarà anche l’aiuto della fisioterapista Barbara Bellagamba, che ha seguito la ragazza per sei anni. Elena, piccola guerriera, continuerà a rimanere sempre lucida, consapevole, comunicando solo con gli occhi. All’inizio, grande è il dolore e lo shock in tanti amici e conoscenti: il suo allenatore di pallavolo, ad esempio, dopo quell’episodio decide di non allenare più. Dopo due anni di sosta obbligata, Elena riprende anche gli studi, concludendo le Medie e iscrivendosi a un Istituto Superiore di Ferrara, dove sta collegata in dad 4 ore al giorno per seguire le lezioni. Lo scorso ottobre, Elena ha fatto in tempo ad andare a visitare i propri compagni di classe, appena due mesi prima di morire: «avrebbe dovuto starci 15 minuti – ci racconta Natascia -, ma alla fine è rimasta lì 1 ora e mezza, tante erano le domande e tanto l’affetto dei compagni». 

Ora riposa nel cimitero di Mezzogoro (paese d’origine dei genitori naturali), ma una sua foto è stata posta nella cappella della famiglia di Natascia, di fianco all’amato nonno Gino.

TESTIMONE DELLA FEDE

Una bambina avvolta dalla grazia era Elena. «Sempre altruista – ci racconta Natascia -, portava a scuola due merende, una per sé e una per una sua compagna, nel caso questa non l’avesse avuta». A 5 anni i genitori scoprono la sua celiachia: «desiderava fare l’Istituto alberghiero per aiutare le persone che come lei soffrivano di questa malattia». 

Ma tanti cuori, Elena, ha toccato anche con quel suo naturale senso religioso, quell’inclinazione, che sembra innata, alla preghiera: «diverse persone grazie al suo esempio – prosegue Natascia – hanno ricominciato ad andare a Messa, a comunicarsi. Persone che da tanti anni avevano perso la fede o non l’avevano mai avuta, hanno riaperto i loro cuori a Gesù». Per la sua Prima Confessione il parroco le diede, come da tradizione, un libricino per imparare a recitare il Santo Rosario. Elena se ne innamorò: fu, quella, una delle fonti della sua grande forza. «Aveva fatto sua l’importanza della preghiera», prosegue Natascia. «Nei momenti di sconforto andava a pregare davanti a una grande statua con la Madonna e Gesù Bambino». Si tratta di una scultura lignea – un tronco intero in noce – scolpita da Fratel Giuseppe Piccolo (morto nel 2021, Direttore della Città del Ragazzo dal 2000 al 2003), posta nel porticato della casa dei nonni Maria Rita e Gino. Una statua strappata all’abbandono essendo stata trovata nel cortile dell’ex studentato in via Borsari a Ferrara fino ad allora gestito dall’Opera “Don Calabria”. 

Un bisogno di un dialogo col Signore, quello di Elena, che la seguiva ovunque: «Nel 2016, qualche giorno prima dell’incidente, si ruppe un braccio in piscina: nel tragitto verso l’ospedale pregava la Madonna invece di piangere e urlare», come avrebbe fatto qualsiasi bambino. «Oppure, quando andavamo in gita, se in macchina passavamo davanti a una chiesa si voleva sempre fermare per entrare e accendere una candela, dire una preghiera. E sgridava i propri compagni se in chiesa non cantavano», lei che adorava cantare per il Signore. «Una bambina di altri tempi, insomma». 

LUCENTEZZA DIVINA

Elena nei suoi 17 anni di vita ha sofferto tutte le sofferenze immaginabili: emotive, psicologiche, fisiche. Un vero e proprio calvario, il suo. «Ma mai – proseguono Natascia e Maria Rita – le è venuta meno la voglia di vivere e la fede in Dio». Elena non solo convertirà, grazie al suo esempio, diverse persone ma spingerà molti a pregare per lei: il gruppo di preghiera del suo paese dieci giorni dopo l’incidente organizza un pellegrinaggio al santuario di Chiampo, nel vicentino; per un lungo periodo, sempre dopo l’incidente, la mattina alle 7 a casa di Natascia si recita il Santo Rosario, con diverse persone presenti fra cui il parroco. E don Alessandro Denti, a inizio 2017, poco prima di morire, l’ultima Messa la celebra proprio per Elena e nonno Gino. La stessa Elena, pochi giorni prima di tornare al Padre, riceve la Comunione a Cona, dove trascorrerà due giorni ricevendo la visita, fra gli altri, dell’allora cappellano don Andrea Martini e dei medici di famiglia Francesco Turrini e Matilde Turchetti. Anche il nostro Vescovo mons. Perego prenderà a cuore la vicenda di Elena, incontrandola più volte sia a casa sia in ospedale.

Ciò che rimane come segno dell’Eterno è «la purezza e lucentezza negli occhi di Elena, pietra scartata che è diventata pietra d’angolo», aggiunge Natascia fra quelle lacrime che però non le tolgono il sorriso nel ricordare il suo «angelo». «Elena è ancora molto presente, col suo spirito è sempre con noi». Continua la sua “opera” con le tante conversioni e con le testimonianze di chi ha imparato la gioia vera, imperitura grazie al suo sorriso, alla sua fede semplice e inscalfibile. «Elena ora ci assiste da Lassù e ci dice che il Paradiso esiste». I suoi occhi ne erano una dolce anticipazione.

S. Messa e testimonianze a Santo Spirito

Sabato 20 gennaio a Santo Spirito Elena ha radunato tante persone, segno dell’amore che ha sparso in tanti cuori: le compagne e i compagni delle Elementari, delle Medie e delle Superiori, oltre alle maestre, agli insegnanti, ai presidi e dirigenti scolastici. Alcuni di loro hanno accompagnato la liturgia – celebrata da mons. Gian Carlo Perego assieme a don Giacomo Granzotto – con le chitarre e un flauto e le letture sono state curate da persone che l’hanno conosciuta, mentre la liturgia è stata accompagnata dal coro parrocchiale dove ha vissuto. Dopo la Messa, un grande pallone con una pergamena contenente le firme dei suoi ex compagni è stato fatto volare sopra la chiesa e a seguire, il Cinema parrocchiale ha ospitato un filmato con diverse foto e video di Elena, realizzato da un suo ex compagno di scuola assieme a Natascia e ad alcune mamme, nel quale si racconta la vita della ragazza dalla nascita fino alle ultime settimane di vita. 

A fine Messa, in chiesa sono stati letti alcuni ricordi, fra cui quello della sorella di Elena: «il tuo ricordo mi terrà compagnia nelle notti insonne, resterà la tua anima ad amarmi». E ancora: «grazie a te mi sono ritrovata quando mi ero persa, con te mi sentivo a casa». Un’altra lettera molto toccante è quella scritta da una persona che ha voluto bene ad Elena, immaginando fosse proprio la ragazza a scriverla alla mamma Natascia: «Tu mi hai insegnato a parlare, a camminare, a ridere. Mi hai insegnato a vivere», è un passaggio. «Ma soprattutto mi hai insegnato che cosa significhi volere bene, e che per farlo, a volte, è necessario mettersi da parte». «Elena per me è stato un fiore di grazia, una grande testimonianza di come la verità nasca dalla carne», scrive invece Francesco Turrini. «È stata mia paziente nel suo ultimo anno di vita, nel mio primo anno come Medico di Famiglia a Ferrara. Il mio caso più “complesso”. Sono stato spesso a casa di Elena e tutta la sua famiglia. Ho avuto il privilegio di stare di fronte alla sua “carne”, vederla, toccarla e ascoltare il suono di quei polmoni che vibravano di una risonanza che è quella del nostro corpo segno dell’Infinito che porta dentro». 

«Elena non è stata guarita fuori – ha detto il Vescovo in un passaggio dell’omelia -, ma è stata guarita e liberata dentro da tutto ciò che allontana. Elena è stata purificata dall’amore di Dio e dall’amore dei familiari, del prossimo. Cari fratelli e sorelle, guardando ad Elena, oggi nella casa del Padre, ma in comunione con noi, impariamo a desiderare sempre qualcosa di più dalla nostra vita».

Pubblicato sulla “Voce” del 26 gennaio 2024

La Voce di Ferrara-Comacchio

Come essere «satolli di Dio»? Riflessioni sulle Beatitudini

17 Nov

Scuola di teologia per laici: il 9 novembre la comunità dei beati al centro della relazione di Valeria Poletti

“Maestro cosa devo fare per essere felice?” è il titolo della terza lezione della Scuola diocesana di teologia per laici “Laura Vincenzi”, svoltasi a Casa Cini lo scorso 9 novembre. Relatrice, la docente e teologa Valeria Poletti. Le rimanenti lezioni di novembre sono in programma (ore 18.30, Casa Cini o in streaming) il 16 con don Paolo Mascilongo che relazionerà su “Immagini di sequela dal vangelo di Marco”; il 23 con Simona Segoloni su “Fratelli tutti! La comunità espressione di gioia”; il 30 con don Ruggero Nuvoli su “Immaginazione sacramentale”.

Nella sua lezione, Poletti ha analizzato nel dettaglio le Beatitudini (Mt 5,1-12 e Lc 6,20-23), ponendo innanzitutto l’accento sul fatto che Gesù «è venuto a parlare a tutti, a dar vita a una comunità completamente nuova», annunciando che «il Regno di Dio è già ora, si può sperimentare già nel presente». Ma com’è possibile ciò, in questa “valle di lacrime” che è l’esistenza umana?

Gesù quando ci chiede di essere poveri, «non ci chiede tanto di spogliarci, ma di vestire gli altri, di prenderci cura di chi è nel bisogno. “Signore”, quindi, è chi dà agli altri, e lo fa ora, perché il dare mi rende felice, beato già ora», ha spiegato Poletti.

Questo donarsi agli altri è anche il consolare chi è nel pianto, cioè «chi ha un dolore talmente grande da non poterlo tenere dentro. Costui è beato perché mostrandolo può essere consolato, aiutato dalla sua comunità. E la consolazione è già in sé un’azione liberante». È questa la chiave di tutto: il comprendere che «si è felici, beati solo quando si dà, la comunità di persone felici è tale quando non volta la testa dall’altra parte» davanti ai bisogni dei fratelli e delle sorelle.

Allo stesso modo – e proseguendo nell’analisi delle Beatitudini -, «i giusti sono coloro che hanno fame e sete di giustizia». Ma per giustizia non si intende tanto l’osservanza delle norme, ma «è qualcosa che va oltre la legge, e porta anche a subire la persecuzione». La beatitudine sta dunque «nell’essere sazi, satolli di giustizia, quindi di Dio: si sazia la propria fame saziando quella degli altri».

Questa misericordia, questo «chinarsi sull’altro sofferente per rialzarlo», non è dunque un mero sentimento ma «un’azione» concreta. Ed è una purezza del cuore, quindi non solo esteriore ma «interiore, completa, tipica di chi possiede quell’inquietudine che lo porta a giocarsi la propria pace per gli altri, per la pace della propria comunità». Una pace dunque in fieri, un Regno da costruire, vivendo così la propria figliolanza e somiglianza al Padre.

Da qui, solo da qui, può nascere quella «comunità dei felici, dei beati nel Signore», dei «satolli di Dio». 

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce” del 17 novembre 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

A Comacchio 500 persone per la Festa del Corpo e Sangue di Cristo

12 Giu

La Diocesi unita in processione: Il racconto di una serata indimenticabile. Una marea di persone, i momenti salienti, le preghiere delle comunità, i volti  della Chiesa

di Andrea Musacci

Pane di vita, pane frutto della terra, pane che illumina il mondo e lo redime. Corpo e Sangue che passa per le vie della città, fra i canali, portando speranza fra le angustie della gente, nelle sofferenze e nei rimpianti nascosti dietro gli usci delle case. 

Quelle case della città di Comacchio che la sera dell’8 giugno scorso ha accolto, dopo tanti anni, la Festa diocesana del Corpus Domini. Una luce nelle tenebre del mondo, nelle vie – segnate dai ceri degli oltre 500 presenti – di una città che fa della bellezza e dell’orgoglio della sua storia la sua cifra, nonostante le contraddizioni. Ma che ancora una volta ha dimostrato un profondo senso di comunità e una forte devozione.

SANTA MESSA NELLA CONCATTEDRALE

La serata è iniziata con il corteo dei sacerdoti (una 70ina, oltre a una 20ina fra diaconi e accoliti) dal teatrino parrocchiale fino alla Concattedrale dove mons. Gian Carlo Perego ha presieduto la Solenne Concelebrazione prima dell’inizio della processione. Un’organizzazione complessa per un evento preparato nei minimi dettagli sotto la supervisione di don Giuliano Scotton aiutato in particolare da due giovani parrocchiani, Giulia Stella e Fabio Bellotti, che hanno anche fatto le due letture della Messa.

Messa che vedeva nelle prime file, oltre alle autorità militari (e due carabinieri in alta uniforme in rappresentanza davanti all’altare), il Comandante della Capitaneria di porto di Porto Garibaldi, l’Assessora di Comacchio Rosanna Cinti, la Sindaca di Goro Maria Brugnoli, rappresentanti di varie associazioni, come la Consulta Popolare San Camillo, “Insieme per l’infanzia” (che gestisce la Materna del Duomo), Conferenza femminile S. Vincenzo de Paoli, Unitalsi Comacchio, Unitalsi Ferrara, Azione Cattolica, Orsoline del Duomo e le sorelle dell’Opus Mariae Reginae della Parrocchia del Rosario. Il servizio liturgico è stato curato da un gruppo di ministranti del Duomo e da Carlo Leone e Aronne Feletti, accoliti della parrocchia. La Celebrazione ha visto i canti del Coro San Cassiano della Concattedrale e di alcuni coristi di altre parrocchie.

I tanti sacerdoti presenti sono stati distribuiti soprattutto nelle due cappelle laterali all’altare (davanti agli altari della Madonna del Buon Consiglio e di San Giuseppe).

LA PROCESSIONE E LE PREGHIERE

Dopo la Messa, al via il lungo corteo col Santissimo portato dall’Arcivescovo sotto il baldacchino sostenuto dagli Scout Europa – gruppo Comacchio 1 di Aula Regia. La processione, scandita dalle musiche della Banda di Cona, ha visto le letture dei testi ripresi dal Congresso Eucaristico di Matera dello scorso settembre, letti dai delegati diocesani che hanno partecipato al Congresso stesso.

Durante il corteo, che ha visto la presenza di numerosi drappi rossi alle finestre, ci sono state tre “fermate”, nelle quali mons. Perego ha impartito la benedizione: al mare e alle valli di Comacchio (dal ponte di San Pietro venendo da via Spina), alla città di Comacchio (dai Trepponti), e davanti al Municipio, luogo simbolo della comunità.

Ricordiamo che il corteo ha attraversato le vie Zappata, Spina, Trepponti, p.tta Barboncini, via Agatopisto, della Pescheria, Muratori, piazza V. Folegatti, p.tta U. Bassi, piazza XX Settembre.

Per l’occasione, è stato chiesto a ogni gruppo, associazione e movimenti presente nella nostra Arcidiocesi di scrivere un’intenzione di preghiera da leggere durante la processione.

Le intenzioni di preghiera sono state redatte per l’occasione da alcune associazioni e movimenti della nostra Arcidiocesi: Associazione “Suor M. Veronica del SS. Sacramento”, MASCI, AGESCI, Comunione e Liberazione, CVX SS. Pietro e Paolo. Fra le preghiere, quella per i giovani («perché con coraggio prendano in mano la loro vita, mirino alle cose più belle e più profonde e conservino sempre un cuore libero»), per i movimenti («possano crescere nell’amore a Cristo, nella fedeltà alla Chiesa, nella testimonianza di fede»), i governanti, per la Chiesa «popolo in cammino».

LE PAROLE DEL VESCOVO

La festa dell’8 giugno ha rappresentato anche la conclusione del cammino del Biennio Eucaristico nella nostra Diocesi, iniziato il 28 marzo 2021 con l’apertura dell’anno giubilare a S. Maria in Vado in occasione del 850° anniversario del miracolo eucaristico del Sangue prodigioso. Lo ha ricordato lo stesso mons. Perego nella sua omelia, nella quale così ha riflettuto: «La nostra vita vede troppe relazioni già segnate dalla fretta, dall’improvvisazione, dall’occasionalità. L’adorazione eucaristica ci ricorda che a tavola, in Chiesa con il Signore e con i fratelli e le sorelle siamo a casa, in famiglia. Regaliamoci questi incontri di adorazione. È stato un dono che questo biennio sia stato attraversato dalla pandemia – ha proseguito -, in cui anche la lontananza dall’Eucaristia in alcune occasioni ci ha ridato il gusto del pane di vita, aiutandoci a sentire ancora più presente il Signore e a soffrire la sua assenza. Ora continuiamo il nostro cammino sulle strade del mondo, nelle nostre città e nei nostri paesi in compagnia del Signore, facendo nostro l’invito dei primi cristiani: “senza la Domenica non possiamo vivere”, “senza l’Eucaristia non possiamo vivere”, in attesa della Domenica senza tramonto, della vita eterna».

«L’Eucaristia è un dono, un dono da non sprecare», ha detto in un altro passaggio. «Troppe volte l’abitudine di accostarci all’Eucaristia non ci aiuta a coglierne l’importanza “per la vita del mondo”. Il mondo ha fame. Non manca solo il pane sulla tavola a tante persone, ma manca anche la consapevolezza del dono del pane di Vita.  L’Eucaristia è pane di vita».

«L’Eucaristia – sono state ancora sue parole – non è un dono esclusivo, ma per tutti, per tutti coloro che desiderano incontrarlo, ma anche per tutti coloro che restano lontani. Nella processione eucaristica ricordiamo questo desiderio del Signore di incontrare tutti. L’Eucaristia educa la Chiesa e noi cristiani ad essere veramente “cattolici”, cioè capaci di essere aperti a tutti. L’Eucaristia è una porta aperta sul mondo».

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 16 giugno 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

Rock’n’roll theology: Springsteen e la fede

10 Mag

In vista dello storico concerto di Bruce Springsteen a Ferrara il 18 maggio, scopriamo come in molti dei suoi testi siano presenti le domande della fede: vita e peccato, morte e redenzione, comunione e salvezza. Un viaggio nell’umano

di Andrea Musacci

Spesso si riduce a un gioco ozioso il voler attribuire etichette di “cristianità” a scrittori, registi, cantanti. La bellezza nell’indagare la loro spiritualità spesso non dichiarata, d’altra parte, porta alla luce come l’immaginario biblico (neo e vetero testamentario) sia così radicato nelle nostre vite da non poterlo eludere. Ed è una forza, la sua, non derivante da veri o presunti “indottrinamenti” ma dalla radicalità di come l’umano e il divino vengano, in ogni pagina della Bibbia, sviscerati, dando una risposta alla sete di verità e di assoluto insita in ogni persona.

Questa premessa per dire di come anche la poetica di un grande cantautore come Bruce Springsteen – che il prossimo 18 maggio si esibirà al Parco Urbano di Ferrara con la sua E Street Band – sia infarcita di parole e immagini legate al tema della colpa, della salvezza, della comunione.

Ne parla ad esempio Luca Miele, giornalista di “Avvenire”, nel suo libro “Il vangelo secondo Bruce Springsteen” (Claudiana ed., 2017), che l’autore presenterà il 13 maggio alle ore 18 nella sede di “Accademia” (chiostro chiesa di San Girolamo, accesso da via Savonarola), nell’incontro dal titolo “Everybody’s Got A Hungry Heart. Un viaggio alla riscoperta di sé nella musica di Bruce Springsteen”.

È lo stesso Miele a chiedersi innanzitutto se nel caso di Springsteen si possa parlare di “rock’n’roll theology”, o meglio di teologie (al plurale) nei suoi brani, vista l’ambivalenza e la frammentazione del tema religioso in esse contenuto. Di certo c’è, ad esempio, il legame con la “teologia nera” contenuta nei gospel e negli spiritual. 

CATTURARE LA VITA

E come nella musica del riscatto e della redenzione dei neri, è l’esistenza concreta, di carne e sangue, a essere imprescindibile. La sua ricerca, insomma, si muove sempre coi piedi per terra, pur con uno sguardo capace di rivolgersi verso l’alto. Springsteen – scrive Miele nel libro – sa «muoversi, senza rotture, con disinvoltura, tra i campi del secular e del religious. Infondere, catturare la vita – esprimere le sue cadute, le sue speranze quotidiane – dentro e con un tessuto di simboli, immagini, figure trasparentemente religiose. Springsteen, però, non decide né per l’uno né per l’altro, la sua scrittura si muove in quello spazio di indistinzione tra secular e religious, tende gli orli di secular e religious fino a farli toccare, li spinge a sconfinare, a ibridarsi, contaminarsi. Uno restituisce, specchiando, l’altro. La liberazione è qui, è ora». E ancora: «Lo storytelling di Springsteen non mira a svelare il mistero, ma a incarnarlo nelle vite che canta. Non mira a sciogliere il secular e il religious, ma a rendere trasparente la loro cucitura». 

IL PADRE E LA CASA: AMBIVALENZE

A Freehold, nel New Jersey, dove visse l’infanzia e l’adolescenza, Bruce frequentò la primaria nell’istituto della sua parrocchia, la St. Rose of Lima, per poi trasferirsi alla Freehold High School dove si diplomò nel 1967. L’approccio del giovane con la scuola cattolica fu difficile, in quanto non accettò la disciplina imposta dalle suore. A questo, si aggiunse il difficile rapporto col padre Douglas, costretto a cambiare vari lavori per mantenere la famiglia (Bruce ha due sorelle), e malato di depressione. Proprio il tema del padre torna spesso nei suoi brani, in una continua lotta con questa figura, nel tentativo di allontanarla, di comprenderla e infine di riconciliarla a sé. 

Un percorso lungo, questo, che passa nelle sue canzoni dall’immagine del peccato ereditato, nelle forme della malattia mentale (la depressione, appunto) e della malattia dell’anima (l’incapacità di amare): «la catena dell’amore è la catena del peccato», è una «de-generazione», scrive ancora Miele. Il lavoro – simbolo della figura paterna – è vissuto, esso stesso come colpa da espiare.

«Molte delle mie canzoni hanno a che fare con l’ossessione del peccato», ha riconosciuto lo stesso Springsteeen. Da questo abisso, ne uscirà solo con l’amore per una donna e per il loro figlio, diventando quindi egli stesso padre. 

Ma lo stesso luogo domestico, protetto e pieno di calore, può nascondere fantasmi che ritornano, mali mai del tutto sconfitti: «posso sentire la soffice seta della tua camicetta / e quelle leggere emozioni nella nostra piccola casa divertente / poi le luci si spengono e siamo solo noi tre / io, te e tutte quelle cose di cui abbiamo paura (…) / Un uomo incontra una donna e questi si innamorano / ma la casa è infestata» (Tunnel of love, 1987). O ancora: «Stasera il nostro letto è freddo / Sono perso nel buio di un amore / Dio abbia misericordia dell’uomo che dubita delle sue certezze» (Brilliant Disguise, 1987).

La casa è quindi infestata dall’ospite del male. E dalla certezza che è un ospite sempre inatteso, sempre indesiderato: «Io non riesco a capire neppure ciò che faccio», scrive San Paolo: «infatti non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto. Ora, se faccio quello che non voglio, io riconosco che la legge è buona; quindi non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. Io so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene; c’è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio» (Romani 7, 15-19).

NELLA COMUNITÀ, OLTRE LA COMUNITÀ

Come uscire dalle sabbie mobili in cui il male ci trascina, dalla sua mano che non ci lascia la gola? «La salvezza individuale, o qualcosa che le si avvicina, esiste veramente?», si è chiesto alcuni anni fa Bruce Springsteen. «O non è forse che nessuna salvezza individuale è possibile, e che qualsiasi forma di salvezza si realizza soltanto stando insieme? Dopo tutti questi anni sono convinto che la risposta sia chiara: non c’è salvezza senza unità». È la comunità, è l’altro a salvarci, ogni volta. In un altro brano, Land of hope and dreams (2001), scrive Miele, «è la comunità intera a essere il luogo in cui si fa, in cui si tenta, in cui ci si approssima, in cui si incarna la liberazione. La comunità è il farsi stesso dell’evento liberazione». Nulla di astratto, di vanamente idilliaco, quindi. Ma nemmeno qualcosa che possa ridurre tutto alla fragilità dell’esistere terreno. Ancora Miele: «Nelle canzoni di Wrecking Ball (2012, ndr), la giustizia è insopprimibilmente legata a un rinvio, si situa in un altro orizzonte, rimanda a una eccedenza, si disloca. Questo orizzonte, questa eccedenza, è la trascendenza». L’inappagabile può essere appagato solo da qualcosa di incommensurabile.

LA RISURREZIONE, L’ASCESA VERSO “L’ALTRO MONDO”

In The Rising, l’album dedicato agli attentati dell’11 settembre 2001, sempre presente è la tensione fra quell’abisso di polvere, fantasmi, corpi straziati (quel Nothing man, uomo annullato nel suo corpo, nella sua speranza), e l’urgenza di «articolare l’inarticolabile, trasformare il grido in dolore, il dolore in rappresentazione, la rappresentazione di ciò che sfugge alla presa di ogni rappresentazione – il vuoto, la perdita, la morte – in senso». La morte, quindi, non è l’ultima parola, sembra dirci il cantautore. Nella sua autobiografia, è lui stesso a scrivere: «Tra le tante immagini tragiche di quella giornata, ce n’era una in particolare che non riuscivo a togliermi dalla testa: quella dei soccorritori che salivano mentre gli altri scendevano di corsa per salvarsi. Quale senso del dovere, quale coraggio c’era dietro quell’ascesa verso…che cosa? L’immagine religiosa dell’Ascensione, il superamento del confine tra questo mondo, un mondo fatto di sangue, lavoro, famiglia, figli, fiato nei polmoni, terra sotto i piedi, tutto ciò che è vita, e…l’altro mondo (…). Insieme alla rabbia, al dolore e al lutto, la morte apre una finestra di possibilità per i vivi, rimuovendo il velo che “l’ordinario” ci posa delicatamente sullo sguardo. Aprirci gli occhi è l’ultimo, amorevole dono del martire».

In questo immolarsi risuona il grido della Croce presa su di sé per la salvezza, in quella salita che è, insieme, al Golgota (alla morte) e al Cielo. Contro le macerie del male, il desiderio è di innalzarsi verso quella luce che non muore.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 12 maggio 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

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Roberto, fan da quando aveva 10 anni: «un incontro che mi ha cambiato la vita»


Roberto Mela (a sinistra) assieme a due amici (Caterina Maggi e Francesco Turrini) nel 2016 al concerto di Bruce Springsteen al Circo Massimo di Roma

«Undici anni fa lo vidi per la prima volta in concerto: quel giorno mi cambiò la vita». Roberto Mela ha 26 anni, è praticante commercialista e ha una passione smisurata per tutto ciò che riguarda Bruce Springsteen. Il 18 maggio, naturalmente, sarà uno degli oltre 50mila presenti al Parco Urbano. Gli abbiamo rivolto alcune domande.

Come e quando hai conosciuto Springsteen?

«A casa mia abbiamo sempre “respirato” la musica di Springsteen:mio padre è andato a sentirlo nel suo primo concerto in Italia, lo storico San Siro del 1985, e da allora non ha mai smesso. Nel 2007, lo ricordo bene tornare a casa dal negozio di dischi con il cd nuovo: qualche giorno dopo l’ho ascoltato da solo. L’album si apre con Radio Nowhere: rimasi folgorato da quell’intro».

Il primo concerto, invece?

«Fu l’indimenticabile notte di Firenze del 10 giugno 2012: ha piovuto tutto il tempo, tornai a casa fradicio ma con il cuore pieno. Quella sera vidi sul palco un uomo che dava veramente tutto per ciò che amava fare. Quante volte nel lavoro ti capita di incontrare gente così? Quel giorno mi cambiò la vita, fu uno dei miei primi concerti e se da allora sono andato a più di cento live di artisti diversi, in Italia e all’estero, è solo per ritrovare quel che ho visto quella sera in lui».

Quali altri suoi concerti hai visto?

«Nel 2013 a Padova e a Milano, nel 2016 a Roma e di nuovo a Milano. E dopo Ferrara, il prossimo 16 giugno andrò a sentirlo a Birmingham…».

Cosa ti ha colpito la prima volta della sua musica?

«Dei suoi testi mi colpisce come sia capace di trattare i temi della vita di tutti i giorni, dagli amori ai dolori, dalla famiglia al lavoro, con un tono che esalta la realtà dei personaggi».

Immagino sia difficile, ma se dovessi scegliere una sua canzone…

«Thunder Road. Springsteen l’ha sempre definita come “un invito” e per questo l’ha messa come prima traccia dell’album Born To Run».

I suoi testi sprigionano religiosità. Come definiresti la sua fede?

«Nell’autobiografia Springsteen parla chiaramente della sua fede, di come la sua formazione cattolica non l’abbia mai lasciato. In un’intervista disse:”Io frequentavo una scuola cattolica. L’anima non è un’astrazione per un bambino. È molto reale. La prendi alla lettera. E l’immaginario cattolico, così come la Bibbia, è un modo straordinario di esprimere il viaggio dell’uomo, dello spirito umano. Io ritorno a quelle immagini d’istinto”. In un’altra, in merito al disco The Rising, ha affermato:”Penso che le canzoni facciano appello a una sovrapposizione sfumata di queste idee: il religioso e la vita quotidiana devono in certo qual modo fondersi”, per cui egli afferma di muoversi “verso un immaginario religioso per spiegare l’esperienza”. E nel 1988, prima di un concerto, introducendo la canzone Born To Run disse: “Alla fine ho capito che la libertà individuale finisce per non significare nulla se non è collegata a degli amici, a una famiglia e a una comunità”. È la stessa concezione di libertà individuale che ho incontrato nella compagnia della Chiesa, nella fraternità di CL».

Un’identità chiara, quindi, la sua…

«Sì. Anni fa, nei suoi spettacoli a Broadway, ripeteva: “Una volta che diventi cattolico, non puoi più uscirne”. E in quell’occasione, per 256 serate ha concluso i concerti recitando il Padre Nostro al pubblico».

Tre sue canzoni dove il tema religioso è più marcato, che vuoi condividere con noi? 

«Penso, fra le tante, a “Jesus Was an Only Son” e ad altre due in particolare: “Land of Hope and Dreams”, nella quale c’è una terra promessa a cui si può tendere insieme, che prende dentro tutti e questo dà senso alla comunione. La salvezza non è individuale ed è per tutti. E poi, “My City Of Ruins”, dell’album The Rising, scritto dopo l’attentato alle Torri Gemelle, in cui nel testo arriva a pregare il Signore per avere la forza di risorgere».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 12 maggio 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

«Per gli ucraini il disarmo vorrebbe dire piena distruzione»: Massimo Faggioli sulla guerra

3 Apr

«La pace viene dopo aver fatto la resistenza, la resistenza non è la pace». Sbaglia, quindi, chi in Italia, compresi molti cattolici, «vorrebbe il disarmo dell’Ucraina contro l’invasore russo: significherebbe una resa, e porterebbe a una distruzione dell’Ucraina». Così Massimo Faggioli, storico delle religioni e docente dell’Università di Villanova (Pennsylvania, USA), intervenendo il 31 marzo all’incontro “Guerra ucraina e cristianesimo”, per il ciclo “Anatomia della pace”. L’incontro, svoltosi on line, è stato organizzato da Istituto Gramsci Ferrara e Isco Ferrara, ed è reperibile sulla pagina Facebook dello stesso Istituto Gramsci.

Secondo Faggioli – intervistato da Francesco Lavezzi -, «spesso nel dibattito all’interno del cattolicesimo italiano non si è colta la rottura che questa guerra ha portato, e che invece ha fatto emergere la rielaborazione della memoria della Resistenza in Italia sotto l’emblema della pace. Ma la resistenza – ha proseguito – vuol dire anche resistenza attiva, con l’uso della forza quando non ci sono altre risorse». Tanti cattolici, invece, propongono il disarmo anche per gli ucraini, «una soluzione velleitaria, che significherebbe la distruzione» del Paese. La stessa Chiesa cattolica, secondo Faggioli, deve continuare a «essere operatrice di dialogo e di pace», ma «a volte non ci sono alternative: la resa dell’Ucraina sarebbe una sorta di suicidio collettivo». I laici cattolici «devono prendere decisioni», a volte «le meno peggio», spesso dolorose. Ma «il primo dovere è quello di difendere chi non si può difendere». Da notare, inoltre, come l’Ucraina negli ultimi decenni «abbia fatto molto più i conti col proprio passato, anche filonazista», rispetto alla Russia che, al contrario, «glorifica il proprio passato imperiale». Oggi l’Ucraina è guidata da Zelensky, «un presidente ebreo», ed è «sempre più multiculturale».

Il dibattito nella Chiesa

Faggioli ha anche ragionato su come la guerra russo-ucraina stia spaccando tanto il mondo cattolico quanto quello ortodosso. «Si tratta di un evento che rompe una certa situazione, o illusione, sull’Europa, che anche il mondo cattolico si era fatto: quello di un quadro stabile e pacificato». Quadro che aveva portato anche alla «de-europeizzazione e de-occidentalizzazione» tipica del papato di Francesco. «La guerra russo-ucraina – secondo Faggioli – sicuramente sta facendo ragionare molti cardinali su quale pontificato possa essere il più adatto» nel post Francesco, «viste anche le difficoltà di quest’ultimo a volte nell’interpretare il conflitto».

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 7 aprile 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

(Foto Francesca Brancaleoni)

«La fede è dei testimoni: ecco il mio don Milani». Intervista a Marina Salamon

24 Mar
Don Lorenzo Milani con alcuni dei suoi ragazzi di Barbiana

Sono gli incontri che cambiano la vita, che ci riaprono allo Spirito. Marina Salamon ci racconta della fede giovanile, e di quella ritrovata da adulta. Una fede più che mai incarnata

di Andrea Musacci

Per chi nutre ancora dubbi sulla possibilità, in una sola anima, di unire un forte senso del sacro con una mentalità imprenditoriale, uno slancio all’Assoluto con le ultime statistiche demografiche, si ricreda. 

Marina Salamon, nella sua personale esperienza incarna questa aspirazione. O almeno ci prova, data l’umiltà che dimostra pur avendo alle spalle una vita di successo nel mondo dell’impresa: nata nel 1958 a Tradate (Varese), è diventata imprenditrice quand’era ancora universitaria, fondando “Altana”, azienda leader nel settore di abbigliamento per bambini. Nei primi anni ’90 assume il controllo della società di ricerche di mercato “Doxa” mentre nel 2014 diventa azionista di maggioranza di “Save the Duck”, azienda che produce piumini senza fare uso di penne d’oca. Oggi tutte le sue attività fanno parte della holding “Alchimia”, impresa che opera nel settore della compravendita immobiliare. Nel ’94, per qualche mese, ha fatto anche parte della Giunta di Venezia guidata da Massimo Cacciari. Salamon ha quattro figli (da due padri diversi), una figlia in affido e attualmente assieme al marito Paolo Gradnik (col quale vive a Verona) ospita due famiglie ucraine. 

Giovedì 30 marzo alle ore 20.30 interverrà a Casa Cini a Ferrara (via Boccacanale di Santo Stefano, 24) per il terzo e ultimo incontro della “Cattedra dei credenti” coordinata da Piero Stefani con la Scuola di teologia per laici “Laura Vincenzi”. Tema dell’incontro, “Un’imprenditrice alla scuola di don Milani”.

L’abbiamo contattata per rivolgerle alcune domande.

Marina, com’è nata la sua fede cristiana, dove ha attinto? 

«Vengo da una famiglia non credente, ma grazie a mia nonna, che amavo molto, feci comunque i sacramenti. Quel che però ha fatto la differenza, è stata la mia esperienza negli scout, a partire dai 10 anni. Mio padre Ennio teneva ai valori dello scoutismo, perché anche lui era stato uno scout cattolico, anche se poi è diventato agnostico. È stata un’esperienza meravigliosa, fondante sia per la mia fede che per i miei valori: mi ha insegnato a riconoscere Dio nella creazione, mi ha tenuta attaccata a Dio attraverso San Francesco d’Assisi, anche negli anni in cui sono stata lontana dalla Chiesa. Poi, tra i 14 e i 16 anni, ho frequentato Gioventù Studentesca (movimento interno a CL, ndr), un’altra esperienza per me importante, grazie anche a molti amici di CL che mi sono rimasti amici dopo la mia uscita dal movimento. Le loro testimonianze di vita, legate alla missionarietà, mi hanno aiutato molto». 

Da adulta, invece, quali testimoni l’hanno accompagnata nella fede?

«Ne ho incontrati diversi, ma ne cito tre su tutti, in ordine cronologico: mons. Gianfranco Ravasi, che ho conosciuto grazie a mio padre, il quale non sempre ha condiviso le mie scelte di vita come imprenditrice. Parlò di me a mons. Ravasi, che iniziò a invitarmi a presentare i suoi libri. Un giorno mi disse: “penso che tu non sia così male…”».

Il secondo testimone?

«A un incontro del Forum Ambrosetti, nei primi anni del 2000, fu invitato l’allora card. Joseph Ratzinger. Ci arrivai carica di pregiudizi, ma con dentro una forte domanda sulla fede. Sono rimasta assolutamente affascinata dalla sua intelligenza – proprio nel senso di saper leggere oltre l’apparenza – e dalla sua umiltà. In vita mia non avevo mai visto una combinazione così dei due aspetti: da lui, il carisma usciva prepotentemente, smontando tutto quel che avevo dentro». 

Per quale motivo in particolare? 

«Nel mio mondo imprenditoriale, spesso ciò che conta è esibirsi ed esibire. Ratzinger, invece, era come un monaco eremita del Medioevo…». 

L’ultimo testimone che voleva citare?

«Salvatore Martinez (Presidente di Rinnovamento nello Spirito Santo, ndr), a capo di un movimento a cui non appartengo e non ho appartenuto, ma che in periodi di crisi della mia vita, ad esempio per la separazione col mio ex marito, mi ha preso per mano, invitandomi ad alcuni pellegrinaggi: io, “irregolare” in quanto divorziata, partii quindi con loro a Gerusalemme, poi a Lourdes. Insomma, nell’epoca delle beauty farm e della new age, tutti abbiamo bisogno di qualcuno che ci prenda per mano e ci accompagni. Senza rigide appartenenze ecclesiali». 

Marina Salamon

In una recente intervista, parla dei momenti di studio e preghiera che si ritaglia nella sua pur intensissima vita, per affrontare quelle «ardue domande che si fanno strada in ognuno di noi ed esigono risposta»: a cosa si riferiva?

«Le ardue domande non riguardano l’esistenza di Dio, su cui non ho dubbi, ma il come riuscire a tenere insieme l’insegnamento del Vangelo con le scelte di lavoro, con la famiglia e la vita in genere. Appena riesco, quindi, mi “prenoto situazioni” per poter meditare e studiare: pellegrinaggi, ritiri spirituali o periodi in conventi dove vado senza pc, solo con libri, quaderno e penna. Sono stata, ad esempio, a Bose e a Camaldoli. E sono iscritta, assieme a mio marito, all’Istituto di Scienze Religiose di Verona – dove sto lavorando a una tesi su don Milani -, oltre a frequentare un Master in dialogo interreligioso a Venezia».

Riguardo a don Lorenzo Milani, che cosa della sua testimonianza l’ha colpita e ancora considera importante?

«Avevo 10 anni quando trovai in casa la prima edizione di “Lettera a una professoressa”: già da giovane mi provocava in ciò che mi era più scomodo, è questo era per me commovente, sapeva davvero muovermi il cuore. Capii che non potevo accontentarmi dei miei privilegi, che erano stati soprattutto culturali, venendo da una famiglia colta e aperta al mondo. Don Milani sa invece essere duro come il Vangelo del giovane ricco». 

Come iniziò a concretizzarsi questo suo bisogno di cambiamento?

«Facendo caritativa con CL: andavamo a casa degli immigrati meridionali, case senza pavimento e coi bagni in bugigattoli esterni. Anni dopo conobbi Pietro Ichino (noto giuslavorista, ndr), citato da don Milani come “pierino”, perché i due si conobbero quando Pietro era piccolo. Anche lui mi raccontò come il sacerdote gli cambiò la vita».

“Un’imprenditrice alla scuola di don Milani”: che cos’ha imparato, e che cosa, ancora, impara da lui?

«L’amore per la vita e la valorizzazione di ogni persona. Nel mio caso, soprattutto nelle mie aziende. L’economia, però, si è pesantemente finanziarizzata, e questo ha avuto un impatto su tante scelte delle mie aziende, che a volte ho vissuto con grande angoscia, come una ferita». 

Non è possibile trovare un punto di equilibrio tra persona e finanza? 

«Lo sto cercando in ogni mia scelta. Mi son sempre sentita un genitore nei confronti di tutte le persone che lavorano con me: genitore nei termini di responsabilità nei loro confronti. Ma nei prossimi anni – ne sono convinta, basta leggere le statistiche – l’Italia andrà in crisi, con forti ripercussioni sociali. Il calo demografico è troppo forte, non c’è possibilità di invertire questa tendenza, se non in futuro».

A livello educativo, di trasmissione della fede e dei valori, qualcosa però si può sempre fare. Su questo, cosa può dirci don Milani oggi?

«Don Milani era ed è un profeta e quindi va ascoltato: da giovanissima pensavo fosse troppo “di sinistra”, ma dopo capii che mi sbagliavo. Quando, ad esempio, ai sindacalisti diceva che, una volta conclusa la lotta al fianco dei lavoratori, sarebbe tornato nella sua chiesa, intendeva dire che i valori della fede vanno ben oltre quelli secolari, politici. Dovremmo quindi ripartire da valori forti e chiari, scomodi ma profetici: la Chiesa innanzitutto ha questo compito, questa grande responsabilità educativa».

La Chiesa, però, è sempre più minoranza…

«Non è un problema, anzi può essere positivo: il mondo viene cambiato dalle idee e dai testimoni che le incarnano».

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 24 marzo 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

Laura Vincenzi e il suo sguardo sempre fisso sul Regno

13 Mar

Il 17 marzo a Santo Spirito la Via Crucis con i testi di Laura Vincenzi. Il testamento di un’anima nella prova ma sempre, profondamente, radicata nella fede 

di Andrea Musacci

«Tutta la vita è bellezza nella sua trepida attesa. Nulla nella vita delude, nulla ci inganna, perché la vita non tanto deve darci qualcosa, quanto piuttosto deve far crescere nel cuore dell’uomo la speranza, perché, crescendo la speranza, il cuore dell’uomo si renda capace sempre più, si dilati sempre più ad accogliere un Bene che rimanga infinito. Così l’anima si proporziona al dono di Dio».  (don Divo Barsotti)

La postura della fede è l’abbraccio. L’abbraccio come gesto semplice, così profondamente umano, nel quale l’abbandono non è sinonimo di dispersione di sé, ma di un ritrovarsi, “perdendosi” nell’Altro.

Si avvicina l’attesa Via Crucis prevista per venerdì 17 marzo alle ore 17.45 nella chiesa di Santo Spirito a Ferrara, sul tema “Abbracciare la Croce = Vivere l’Avventura”. Una Via Crucis particolare per percorrere le Stazioni con le meditazioni tratte dalle lettere della Serva di Dio Laura Vincenzi al fidanzato (nella foto, i due insieme), nella chiesa in cui la giovane amava rifugiarsi nei momenti più difficili della malattia che l’ha segnata, temprata, santificata. Quella Croce, appunto, su cui Laura ha saputo non perdersi ma ritrovare, con ancora più forza e intensità, Dio, quell’Assoluto vicino che l’ha accompagnata, sorretta, abbracciata nelle drammatiche fasi che ha iniziato a vivere ancora 21enne: la scoperta di un rigonfiamento nel piede sinistro, l’operazione, la chemio, l’amputazione dell’arto, il calvario che continua, fino al ritorno alla Casa del Padre il 4 aprile 1987. Un calvario fatto di dubbi, paure, di «acque nere», come le chiama lei, ma sempre irrimediabilmente attraversate dalla fede, dall’abbandono dentro quell’abbraccio con l’Eterno. Una lotta nella gioia, la sua, che cercheremo qui di ripercorrere brevemente attingendo ad alcune sue riflessioni contenute nella Via Crucis.

PIANGERE CON CHI PIANGE

«Non ci si perde, non si affonda, Egli ci ama, l’uomo non scompare. Dio mi ama; quanto più mi ama, tanto più io sono. Se mi perde, Dio perde sé stesso, perché se ama, Egli è più in colui che ama che in Sé». (don Divo Barsotti)

Nel luglio 1984 a Laura compare un piccolo rigonfiamento nel piede sinistro che i medici diagnosticano come semplice cisti. In poche settimane però il numero dei noduli cresce. Un chirurgo del Traumatologico di Bologna decide di operarla ritenendo che si tratti di “sarcoma sinoviale”. L’esame istologico conferma purtroppo la diagnosi. Comincia la dura prova della ragazza di Tresigallo. «Bisogna – scrive lei stessa – che il Signore mi aiuti a tenere sotto controllo la situazione perché io non voglio essere schiava della paura, ma al limite, tutt’al più, convivere con il male, che significa Amare nonostante il male». Ma la tentazione di disperare, di non perdersi nell’abbraccio col Dio-Amore ma nel vuoto dello sconforto, a tratti è grande. «Non è facile tenere sotto controllo le “acque nere”», sono ancora sue parole. «Sento che ci sarà molto da imparare nel campo della pazienza, che c’è tutto un altro aspetto della serenità da coltivare (…), per essere di aiuto agli altri».

Essere di aiuto agli altri: nel pieno dello smarrimento, Laura riesce a vedere oltre a sé, a trovare nel cuore l’abbraccio del Signore nel Suo essere sempre Presente, sempre attesa di noi. «Lo sguardo al Crocifisso Le ha insegnato il valore del pianto», scrive mons. Perego nella prefazione alla Via Crucis. «Piangere con chi piange ha fatto uscire la sofferenza di Laura dall’individualismo e dal ripiegamento su sé stessa, l’ha aiutata a superare i tempi della Quaresima per aprirsi allo stupore e alla gioia della Pasqua».

SERENA FINO ALLA MORTE

Spesso «più che l’immortalità, noi desideriamo la sopravvivenza» ma «in realtà la vita eterna è Dio medesimo, perché Egli solo è la vita e l’eternità. Ed è difficile accettarla. Non si può di fatto senza morire a noi stessi». (don Divo Barsotti)

«Signore fa’ che i miei occhi rimangano sempre attratti da ciò che veramente conta, e che è la certezza del Regno, dell’eternità insieme a te». Ripenso a queste parole scritte da Laura nel suo testamento spirituale pochi giorni di rendere l’anima a Dio. E mi torna in mente un’immagine che Guido Boffi, il suo fidanzato, evoca nelle riflessioni contenute in “Lettere di una fidanzata” (ed. AVE, 2018): le ultime ore di Laura trascorse assieme a lui, ai fratelli e ai genitori a guardare un film in televisione. «Attimi di comunione profonda tra tutti noi», scrive Guido. «Vivere la morte non passivamente ma nella fede e nell’amore, è la presenza stessa della resurrezione», scrive don Barsotti, che ho voluto mettere in dialogo con Laura. Parole che sembrano disegnate sulla vita della giovane: una parola – detta e insieme vissuta – per ognuno di noi, su come si possa «vivere l’Avventura».

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(I brani di don Divo Barsotti sono tratti dal suo libro “Credo nella vita eterna”, ed. San Paolo, 2006)

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 17 marzo 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

Quel desiderio di verità nell’uomo: fede e ragione, quale rapporto?

28 Feb

Al via il Seminario “Il cuore non basta”: nel primo incontro, Anna Bianchi ha riflettuto sulla “Fides et ratio” di Giovanni Paolo II

Sta nell’essenza della ragione di desiderare di spingersi sempre al di là, sempre oltre sé stessa. Ma questo non può non portare allo scontro/incontro col mistero dell’Essere, con qualcosa che la supera infinitamente. Lì entra in gioco la fede. Questa riflessione ha tanto diviso filosofi e pensatori nel corso dei secoli e rimane, anche nella società dell’ultrarazionalismo e del relativismo, un pungolo inevitabile.

E proprio al rapporto fede-ragione è dedicato il Seminario di tre incontri organizzato dalla Scuola di teologia per laici della nostra Arcidiocesi, dal titolo “Il cuore non basta. Filosofia e fede oggi: un legame da riscoprire”. Il coordinatore del Seminario, Maurizio Villani, ha introdotto il primo dei tre incontri svoltosi on line il 23 febbraio. Sul tema “Fides et ratio: una sfida per la filosofia? Considerazioni a margine dell’Enciclica di Giovanni Paolo II” è intervenuta Anna Bianchi, Docente presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

È il concetto di verità quello centrale per indagare, come viene fatto nell’enciclica, il rapporto tra ragione e fede: se è vero che «la fede è recepita dal soggetto non passivamente, ma attraverso appunto la ragione», dall’altra parte la Rivelazione «è la base del rapporto tra fede e ragione»: la ragione, quindi, «non è autosufficiente, ma arriva a verità fondamentali attraverso la Rivelazione». 

Da qui la critica nell’enciclica a una «filosofia separata» tipica dell’età moderna e contemporanea, che ha, cioè, abdicato a ricercare una dimensione soprannaturale. 

Bianchi ha poi spiegato come nel testo si riflette su come «la ragione può comprendere l’ordine razionale della realtà, il suo aspetto ontologico, andando oltre gli aspetti empirici, cercando quindi la verità: se la filosofia vuol essere un pensiero autentico, deve cercare la conoscenza di ciò che è vero sempre, della realtà in sé, deve trascendere il piano fattuale ed empirico per attingere ai principi primi e universali dell’essere». Questa «capacità metafisica» della filosofia, per san Giovanni Paolo II è una sorta di «filosofia perenne e destoricizzata, una filosofia implicita attraverso i secoli», ma ancora oggi molto dibattuta in ambito filosofico. 

La relazione di Bianchi si è poi concentrata sull’aspetto antropologico, quindi sul soggetto-persona nel quale fede e ragione si incontrano. Nell’enciclica l’uomo è definito «come colui che cerca la verità e come colui che vive di credenza»: da una parte, quindi, il «desiderio di verità appartiene alla natura dell’uomo, quindi non può essere del tutto inutile e vano», dall’altra parte, insito nell’uomo vi è anche il bisogno di «abbandonarsi fiduciosamente all’altro, se riconosciuto come testimone credibile». Ciò avviene, in maniera simile, nell’ambito della fede.

Ma l’unione di questi due desideri – della ricerca della verità e dell’abbandono – come spiegò ad esempio San Tommaso d’Aquino, «derivano da una comune origine, Dio». Solo nel supremo Creatore, quindi, possiamo ritrovare, ancora, la risposta a ogni anelito di trascendenza, sia nella forma della ragione, sia in quella della fede.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 3 marzo 2023

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