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Tutto il Novecento nel PAC di Ferrara: in mostra la Collezione di Franco Farina

23 Dic
Warhol, Vedova, Schifano e molti altri grandi artisti esposti al Padiglione di Arte Contemporanea. Fra due anni le opere a Palazzo Massari, a breve la catalogazione delle sue lettere e fotografie. Aneddoti inediti su Farina e il suo studio. E quel misterioso bozzetto delle “Muse inquietanti” di De Chirico…
 
di Andrea Musacci
farina 2Estro, tecnica e intelligenza sono doti necessarie per un artista ma anche per chi l’arte la colleziona, la espone, la rende patrimonio della comunità. Ed estro, tecnica e intelligenza erano caratteristiche che appartenevano a Franco Farina, non solo Direttore dal 1963 al 1993 di Palazzo dei Diamanti, ma anche colui che, in questo trentennio, ha sconvolto la monumentale quiete di un Palazzo antico e di un’intera città, portando ogni anno a Ferrara i maggiori e più coraggiosi artisti internazionali contemporanei.
 
Ora, è possibile passeggiare in queste tre decadi – o meglio, nell’intero Novecento – attraverso le sale del PAC, il Padiglione d’Arte Contemporanea di Ferrara (attiguo a Palazzo Massari), in occasione della mostra “La collezione Franco Farina / Arte e avanguardia a Ferrara 1963/1993″, che raccoglie un’ampia selezione delle opere a lui donate o da lui cercate nel corso della carriera (in tutto, quasi 200 tra dipinti, disegni, sculture e opere polimateriche). Patrimonio che la scorsa primavera Lola Bonora, erede, compagna di una vita ed ex direttrice del Centro Video Arte di Diamanti, ha donato al Comune di Ferrara. Donazione che – come ha ricordato oggi, 20 dicembre, giorno dell’inaugurazione, proprio la Bonora nella conferenza stampa in Municipio – lo stesso Farina desiderava fortemente: “sono fortunato a poter avere queste opere in casa mia, ma quando non ci sarò più vogliono che tornino ai cittadini”, diceva. E così è stato. “In questa mostra c’è lui, la sua storia”, ha proseguito la Bonora.
 
“E’ stato tanto amato dalla sua Ferrara, anche dai semplici cittadini: diverse persone, fino all’ultimo, lo fermavano per strada per salutarlo”.
Così, ora, dopo almeno sei mesi di ricerca e preparazione, la mostra è realtà, grazie alla Fondazione Ferrara Arte e Gallerie d’arte moderna e contemporanea di Ferrara, con la cura di Maria Luisa Pacelli, Ada Patrizia Fiorillo, Chiara Vorrasi, Lorenza Roversi e Massimo Marchetti. In parete, capolavori di Carlo Carrà, Giorgio de Chirico, Lucio Fontana, Emilio Vedova, Robert Rauschenberg, Mimmo Rotella, Mario Schifano, ma anche Andy Warhol, Renato Guttuso, Man Ray, Mario Sironi, e, tra i ferraresi, Fabbriano, recentemente scomparso. Una collezione, quella di Farina, spiega Fiorillo nel catalogo, che nasce “dagli incontri, dagli scambi, dalle amicizie, dalla stima offerta e ricevuta, insomma da quel ‘disegno’ che non divideva l’uomo dal professionista”.
 
Prossima tappa: la catalogazione delle sue lettere e fotografie. E fra due anni le sue opere saranno a Palazzo Massari
 
OLYMPUS DIGITAL CAMERAA breve inizierà l’inventariazione dello sterminato insieme di documenti, lettere e fotografie appartenute allo stesso Farina, alcune delle quali presenti in mostra. Come spiegano a “la Voce” le curatrici Pacelli, Roversi e Vorrasi, “si tratta di oltre un centinaio di faldoni contenenti alcune migliaia di documenti. La speranza – ma è presto per dirlo – è di riuscire a concludere l’inventariazione entro sei mesi, quindi circa a metà 2020. Il nostro intento – proseguono – è anche quello di svolgere un lavoro ragionato, sottolineando ad esempio le diverse relazioni di Farina con i vari destinatari delle missive”.
 
Inoltre, Pacelli ha spiegato come non ci si limiterà al pur ottimo catalogo già disponibile, ma “il lavoro continuerà – con lo stesso gruppo di ricercatori – per realizzare prossimamente un vero e proprio libro”.
Chiediamo alla Pacelli se Palazzo Massari al momento della riapertura a fine lavori – prevista nel 2022 – potrà ospitare una sezione con le opere della Collezione Farina. “Non è questa l’idea che abbiamo – ci spiega -, ma quella di arricchire con anche le opere appartenute a Farina, la futura Sezione del Museo dedicata al Novecento”. Parole che, ancora di più, permettono di assaporare questa “piccola” ma intensa mostra al PAC come un anticipo di quello che sarà al Massari.
 
Il misterioso bozzetto delle “Muse” dechirichiane
 
antolini-farina-brunelli-copiaDi De Chirico in mostra si può ammirare l’opera “Due cavalli” (tempera su cartoncino degli anni ’50). Non abbiamo trovato, invece, un bozzetto delle “Muse inquietanti”, che nel novembre 2015 – in contemporanea con la mostra “De Chirico a Ferrara. Metafisica e avanguardie” -, la Maria Livia Brunelli Home Gallery aveva esposto per alcune settimane. Si tratta di un olio su tela forse del 1918 donato da De Chirico a Farina. Chi scrive, insieme alla Brunelli, aveva tentato di “indagarlo”: analizzando avevo scoperto come il bozzetto, rispetto all’originale, non presenti la statua-manichino e la scatola “esoterica” nella parte destra in ombra. Questo fa pensare che probabilmente il bozzetto sia una delle prime intuizioni del dipinto del 1918, e non una delle repliche realizzate successivamente all’opera, a scopo di vendita. L’intuizione potrebbe essere confermata dal fatto che l’opera non è firmata (non presenta nessuna scritta) e quindi non finalizzata al mercato. Lola Bonora ha voluto conservare questo bozzetto nella propria collezione personale, scegliendo quindi di non donarlo al Comune.
Tra l’altro, fu quella sera del 21 novembre 2015 che Farina, nella MLB home gallery di corso Ercole I d’Este annunciò: “dopo la mia morte tutte le opere della mia Collezione andranno al Comune di Ferrara”.
 
L’opera su tessuto nel suo studio, nell’aria profumo di mandorle e champagne
 
La vita di una persona è composta dagli aneddoti più originali, spesso più utili di tante parole a descrivere una personalità, come nel caso di Farina.
Il critico e curatore Lucio Scardino a “la Voce” sottolinea come egli fosse “attentissimo alla moda e al mercato, avendo un fiuto straordinario per le tendenze e le innovazioni artistiche. Era intelligente anche perché spesso – e nella mostra si nota – si faceva donare dagli artisti che esponeva a Diamanti, l’opera scelta per essere inserita sul manifesto dell’esposizione stessa”. Scardino ci regala anche un aneddoto – “ ‘Tu sei un feticista’, mi diceva scherzando, per il mio intenso interesse per gli artisti ferraresi” – e ricorda la sua collaborazione, durata alcuni anni, con Farina per la schedatura delle oltre 8mila opere d’arte del Comune di Ferrara. “L’opera ‘Interrogazioni sull’arte’, una stampa su tessuto di oltre 3 metri realizzata da Léa Lublin – ci racconta ancora Scardino -, ricordo che Franco l’aveva appesa nel proprio studio dietro la scrivania dove siedeva, donando alla vista una forte impressione”.
Anche la Pacelli, nel corso della conferenza stampa, ha ricordato le numerose visite nello studio di Farina, dove insieme mangiavano mandorle salate e bevevano champagne. Particolare, questo, ricordato a “la Voce” anche da Maria Livia Brunelli: “a chi lo andava a trovare negli anni d’oro nel suo studio a Palazzo dei Diamanti, offriva sempre un bicchiere di champagne”. Inoltre, “indossava spesso una tunica e aveva un pappagallo bianco che gli si posava sulla spalla”.
“Farina era una figura evanescente, in lui il concetto, il pensiero dominavano sulla materialità, sulla fisicità”, ha ricordato invece Vittorio Sgarbi, Presidente di Ferrara Arte. “La curiosità, il sapersi creare rapporti con i musei più importanti, i legami con i mercati ‘laici’, nel senso di privi di pregiudizi, erano le caratteristiche” che gli permisero di far diventare Diamanti quel che è diventato: in quel periodo immortale, in quei “30 anni di ‘dittatura’ farininana” – sono ancora parole di Sgarbi – nei quali egli, con la sua “produzione compulsiva” e con il suo “gusto impersonale (finalizzato soprattutto a testimoniare il contemporaneo in questa città)”, ha rivoluzionato la mistica e assonnata Ferrara.
 
Ferrara centro nazionale dell’arte fotografica?
 
E’ questa la proposta, e al tempo stesso la sfida alla città lanciata, sempre il 20 dicembre in Municipio, da Sgarbi. Nel presentare la mostra “La fotografia ha 180 anni! Il libro illustrato dall’incisione al digitale / Italo Zannier fotografo innocente” (in programma tra febbraio e marzo ’20 al MART di Rovereto e il prossimo autunno al PAC di Ferrara), il presidente di Ferrara ha raccontato la propria esperienza, nel ’74, come assistente di Zannier: “così, grazie a lui, quasi per caso, ho scoperto la fotografia”. Dunque, l’annuncio: “in Italia, quindi anche a Ferrara, c’è bisogno di un ‘terremoto fotografico’, attraverso la nascita di centri. Ferrara può diventare uno di questi centri della fotografia, è un dovere storico. Sarebbe importante che questa rivalutazione assolutamente necessaria dell’arte fotografica partisse da Ferrara, com’è stato – ha proseguito – il progetto del MEIS. Insomma, speriamo che Ferrara possa essere all’avanguardia nel riconoscimento della fotografia come arte fondamentale della modernità, della contemporaneità e della vita quotidiana di ognuno”.
Presenti in Municipio, per l’occasione, lo stesso Zannier, l’Assessore alla Cultura Marco Gulinelli e Gianfranco Maraniello, Direttore del MART di Rovereto.
 
 
Pubblicato su http://www.lavocediferrara.it

Le mani e i volti di La Rocca, resistenze al consumismo

18 Apr

Mio articolo uscito su “la Nuova Ferrara” del 18 aprile, dedicato alla retrospettiva di Ketty La Rocca ospitata nel Padiglione di Arte Contemporanea di Ferrara fino al 3 giugno 2018 per la Biennale Donna.

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Fotogiornalismo dal mondo al PAC di Ferrara

4 Ott

Fino al prossimo 23 ottobre al PAC – Padiglione d’Arte Contemporanea di Ferrara (in c.so Porta Mare, 5) è possibile visitare la collettiva fotografica “World Press Photo 2016”, ambito premio internazionale di fotogiornalismo.

La mostra è visitabile al PAC da martedì a domenica nei seguenti orari: 9.30 – 13.00 / 15.00 – 19.00. Lunedì chiuso.

Andrea Musacci

La realtà raccontata per immagini a Palazzo Massari

29 Set

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Un uomo che di notte fa passare un neonato attraverso il filo spinato del confine serbo-ungherese è la fotografia scelta come immagine per la collettiva fotografica che viene inaugurata oggi e sarà visitabile da domani al PAC – Padiglione d’Arte Contemporanea di Ferrara. La foto di Warren Richardson, “Hope for New Life” scattata il 28 agosto 2015 e simbolo dei drammi delle migrazioni contemporanee, è stata scelta in quanto vincitrice del World Press Photo 2016, ambito premio internazionale di fotogiornalismo a cui è dedicato il progetto espositivo esposto in occasione del Festival di Internazionale.

Dopo la XVI Biennale Donna con la collettiva “Silencio vivo” esposta la scorsa primavera, è dunque ora il turno di World Press Photo 2016, promossa da Comune di Ferrara, Assessorato alla Cultura, Ferrara Arte in collaborazione con il 10b photography di Roma, la World press photo Foundation di Amsterdam e Internazionale a Ferrara. Il Premio World Press Photo è uno dei più importanti riconoscimenti nell’ambito del fotogiornalismo. Ogni dodici mesi, da 59 anni, una giuria indipendente formata da esperti internazionali è chiamata a esprimersi su migliaia di domande di partecipazione inviate alla Fondazione di Amsterdam da fotogiornalisti da tutto il mondo. Per questa edizione le immagini sottoposte alla giuria del concorso World Press Photo sono state 82.951, inviate da 5.775 fotografi di 128 nazionalità. La giuria, che ha suddiviso i lavori in otto categorie, ha premiato 42 fotografi provenienti da 21 paesi.

La World Press Photo Foundation, nata nel 1955, è un’istituzione internazionale indipendente per il fotogiornalismo senza fini di lucro. Il 10b photography, partner della fondazione World Press Photo, è un centro polifunzionale interamente dedicato alla fotografia professionale.

La mostra è visitabile al PAC – Palazzo Massari in c.so Porta Mare, 5 fino al prossimo 23 ottobre, da martedì a domenica nei seguenti orari: 9.30 – 13.00 / 15.00 – 19.00. Lunedì chiuso. In occasione di Internazionale, questi gli orari del 30 settembre e 1 ottobre: 10.00-22.00; 2 ottobre: 10.00-19.00. Tariffe biglietti: intero euro 4,00; Ridotto euro 2,00 fino a 18 anni e over 65; Gratuito 0-6 anni e portatori di handicap.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 29 settembre 2016

Silencio Vivo, ovvero volti, sangue e suoni di donne dal Sud America

18 Apr

[Qui le mie foto della mostra sul sito de la Nuova Ferrara]

Teresa-Margolles-Pesquisas-5-2016

Teresa Margolles, Pesquisas (part.), 2016

Il sangue della vita, il sangue della morte. La bocca impossibilitata a parlare, a urlare. La terra vergine, l’asfalto sporco, e poi il fuoco, le uova, l’odore e il suono del silenzio, dell’omertà e dell’eterno dolore.

Una grande esposizione dove regna il silenzio di una terra sterminata e sterile, dove l’essere umano, con la propria essenziale corruzione, con la propria connaturata violenza, domina incontrastato, senza alcun timore di Dio.

Silencio Vivo. Artiste dall’America Latina è la mini-collettiva inaugurata sabato nel Padiglione d’Arte Contemporanea riaperto per l’occasione su c.so Porta Mare, dietro Palazzo Massari. La mostra, curata da Lola Bonora e Silvia Cirelli e organizzata da UDI Ferrara e Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea, è anche il ritorno della Biennale Donna, per la sua XVI edizione, dopo la pausa imposta, nel 2014, dal terremoto.

Quattro artiste sud americane – Ana Mendieta (Cuba), Anna Maria Maiolino (Brasile), Teresa Margolles (Messico) e Amalia Pica (Argentina) – lanciano un grido al Cielo e a ogni uomo, sul troppo sangue femminile innocente versato nelle loro terre martoriate.

Ana Mendieta (L’Avana, Cuba, 1948 – New York, USA, 1985):

  • Untitled (Volcano Series #2, 1979-1999): la terra madre, generatrice di vita e di morte, con la sua forma al tempo stesso vaginale e tombale.
  • Anima, Silueta de Cohetes (Firework Piece, 1976): l’anima che brucia fino a esaurirsi.
  • Untitled (Body Tracks, 1974-2012): le mani sporche di sangue, la violenza consumata.
  • Moffitt Building Piece (1973): una chiazza di sangue davanti a un uscio, l’indifferenza dei passanti. L’opera si ispira alla tragica morte della studentessa Sarah Ann Ottens, compagna della Mendieta all’università, morta in seguito a un violentissimo stupro.

Anna Maria Maiolino (Scalea, Italia, 1942):

  • Entrevidas (Between Lives, 1981-2010): le uova, una tensione continua, la fragilità essenziale dell’uomo, non solo in rapporto al Potere.
  • E’ o que Sobra (What Is Left, 1974-2010).
  • In-Out (Antropofagia, 1973-2000): bocche impossibilitate a parlare.
  • Untitled (2014-2015), tre sculture e un’installazione.

Teresa Margolles (Culiacan, Messico, 1963):

  • Pesquisas (Investigations, 2016): i tanti volti di giovani scomparse.
  • Aire (Air, 2003): l’odore della morte.
  • Installazione: con un telo stato assorbito il sangue del corpo di una donna assassinata, e poi questo telo è stato mondato nelle acque di Ferrara.
  • Sonidos de la muerte (Sounds of Death, 2008): registrazione dei suoni del silenzio, dell’indifferenza verso la violenza subita da molte donne.

Amalia Pica (Neuquén, Argentina, 1978):

  • On Education (2008): menzogna e verità.
  • Palliative for Chronic Listeners #1 (2012): chiusi all’ascolto, chiusi all’altro.
  • Switchboard (2011-2012).
  • The Wireless Way in Low Visibility (Recreation of the First System for non Cable Transmission, as seen on TV, 2013).

Andrea Musacci

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Anna Maria Maiolino, Entrevidas, 1981-2010