La testimonianza del ferrarese, scampato nel ’43 alla deportazione, il 4 settembre a Ferrara in un incontro organizzato da CDEC, MEIS e ISCO
Da una vita normale, scandita dalle ore a scuola, trascorse nel caldo nido della comunità, con i propri famigliari, nel negozio del padre, fino a venire a conoscenza, dal giornale, di essere diversi, dunque degni di esclusione dal consorzio umano. E di conseguenza dover sopportare derisione, odio, l’essere considerati simili a bestie, degni di un disprezzo del quale non provar vergogna. Cesare Finzi, nato nel 1930 a Ferrara, cardiologo in pensione, faentino d’adozione, ha vissuto tutto questo, e da anni è impegnato a raccontare la sua testimonianza di vita soprattutto ai più giovani (testimonianza lasciata anche in un libro, “Il giorno che cambiò la mia vita”). Ma la commozione, il dolore traspaiono intatti dalla voce e dagli occhi.
L’ultima occasione è stata nel pomeriggio del 4 settembre scorso, quando nella Sala Estense di Ferrara si è svolto l’incontro “Pratiche formative sulla Shoah e sui diritti umani”, conferenza aperta a tutti ma pensata soprattutto per i docenti. La conferenza era parte del secondo seminario residenziale in programma in quei giorni a Ferrara, pensato per offrire a un gruppo di docenti delle scuole secondarie di secondo grado da tutta Italia gli strumenti per l’educazione alla cittadinanza attiva e il Giorno della Memoria. L’evento, introdotto e moderato dal vicepresidente della Comunità ebraica di Ferrara, Massimo Acanfora Torrefranca, è stato organizzato da The Olga Lengyel Institute for Holocaust Studies and Human Rights – TOLI e la Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea – CDEC, in collaborazione con il Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah – MEIS e con l’Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara – ISCO . “Sono nato e cresciuto in una famiglia ebraica, mio padre Enzo era ferrarese, mia madre mantovana. Una famiglia nella quale l’ebraismo era vissuto con una certa liberalità, pur essendo legata alle proprie radici. A quei tempi a Ferrara – ricorda Finzi – vi erano 4 sinagoghe, circa 700 ebrei (ancora nel ’37, mentre nel ’43 saranno la metà, e di questi, oltre 100 saranno deportati), di cui una parte rivestiva ruoli di rilievo nella pubblica amministrazione” – basti pensare ad esempio al direttore di CARIFE, del Consorzio agrario, al Podestà Ravenna, ai presidi dei Licei Scientifico e Classico. “Mio padre aveva ereditato da suo padre la profumeria in via Mazzini, la prima nella nostra città (dove oggi c’è ancora una profumeria, “Limoni”, ndr), che un tempo era anche e soprattutto una cartoleria e tabaccheria”. Enzo era uno dei tanti ebrei fieramente patriottici, riconoscenti all’Italia unita di aver loro concesso diritti e libertà. “Nel ’15 mio padre scappò di casa pur di arruolarsi nell’esercito” durante la Grande Guerra. “A Ferrara fu tra i primi a prendere la tessera del Partito fascista, un giorno la ritrovai, era la numero 12”, convinto di agire da patriota, “ma nel ’23, dopo l’omicidio di don Minzoni, scelse di uscire dal Partito”.
“Fino all’anno scolastico 1937-’38 frequentai la scuola ebraica di via Vignatagliata”, ha proseguito. “Per sostenere l’esame di accesso al 4° anno delle Elementari (una volta funzionava così) andai dunque in una scuola pubblica. Ma il 3 settembre 1938, tornando a casa, aprii il quotidiano e lessi: ‘Insegnanti e studenti ebrei esclusi dalle scuole governative e pareggiate’. Capii il concetto ma non il perché. Mio padre rimase frastornato. Ricordo ancora quando, nel giugno ’40, sentii il celebre discorso di Mussolini (“Vincere! E vinceremo!”): ne rimasi sconvolto”. Nella scuola di via Vignatagliata, fra gli insegnanti Finzi ebbe Giorgio e Matilde Bassani, Primo Lampronti (campione di boxe) e Riccardo Veneziani. “Nel ’43 andai a presentarmi alla scuola media di via Borgo dei Leoni, per sostenere gli esami conclusivi. Insieme a me vi era Nello Rietti, che morirà il 13 marzo ’45 nel campo di Buchenwald. Quel giorno a scuola vennero chiamati tutti i bambini presenti, ma non noi due. Chiedemmo allora spiegazioni al Preside: i nostri nomi erano in fondo ai fogli, nell’ultima pagina. Una volta fatti entrare nell’aula, ci isolarono dagli altri, i quali, una volta saputo che eravamo ebrei, iniziarono a ridere, a fischiarci, a sbeffeggiarci. Era ‘normale’, dopo 5 anni che sentivano e leggevano che gli ebrei non erano del tutto umani, considerati più simili a bestie”. Ma l’assurdità dell’ideologia antiebraica aveva intaccato anche l’umanità degli adulti, anche di persone laureate: “all’improvviso una giovane insegnante dice a me e Nello: ‘tanto non attaccherete la malattia’. ‘Quale malattia?’, chiesi. ‘Come, voi ebrei non avete la coda?’, rispose serafica, credendo davvero in quel che diceva”.
Poi nel luglio ’43 cadde il regime, ma le leggi razziali, anche con Badoglio, rimasero in vigore, e furono riprese dalla Repubblica Sociale Italiana: “per questo è corretto chiamarle non solo ‘leggi fasciste’ ma ‘leggi italiane’ ”. La notte dell’8 settembre dello stesso anno, subito dopo la firma dell’armistizio, il cugino 17enne di Cesare, Alberto, residente con la famiglia a Bolzano, esce a festeggiare. Viene riconosciuto, arrestato col padre, Renzo Carpi, portati nel carcere di Bolzano. Furono i primi ebrei italiani presi dai fascisti e consegnati ai tedeschi. La zia di Cesare, Lucia Rimini e la cugina Germana, di 16 anni, non vollero scappare. Furono presi con gli altri ebrei dell’Alto Adige la notte fra il 15 e 16 settembre. L’intera famiglia venne di fatto riunita nel campo di concentramento di Reichenau, e lì rimase fino al febbraio del ’44 quando vennero caricati su uno dei treni della morte. Solo di un’altra cuginetta, Olimpia, 3 anni e mezzo, era noto il destino: fu uccisa il giorno stesso dell’arrivo ad Auschwitz, il 7 marzo ’44, gasata e bruciata. “Grazie a un altro mio parente, lo zio Renato – ha proseguito il racconto Finzi -, io e i miei famigliari di Ferrara ci salvammo, perché scappò e venne da noi per avvisarci. La notte fra il 13 e il 14 novembre del ’43 io, lui e mio padre con una fune ci calammo dalla finestra nel cortile del vicino per scappare da fascisti e carabinieri che erano venuti a prenderci. Andammo a Gabicce – dove una persona riuscì a farci avere documenti falsi, privi del timbro di appartenenza alla razza ebraica – poi Mondaino, e poi sulle colline di Montefiore Conca. Una volta finita la guerra, sono tornato a scuola, al terzo anno del Liceo Scientifico: i miei nuovi compagni mi hanno accettato come se fossi sempre stato loro amico: è anche grazie a questo che sono riuscito ad arrivare fino ad oggi”. E’ questo il ricordo più intenso – che ancora lo fa commuovere, spezzandogli la voce –, insieme a quello della cuginetta: “ogni mattina, da 75 anni, appena mi sveglio penso alla piccola Olimpia e ai miei cari che non ci sono più”.
Antisemitismo ieri e oggi
Dopo la proiezione di un video sulla storia dell’ebraismo italiano (normalmente proiettato al MEIS), il 4 settembre nella Sala Estense hanno preso la parola Simonetta Della Seta, Direttore del MEIS, la quale ha posto l’attenzione sull’importanza di ripercorrere tutta la storia dell’antisemitismo, le cui radici sono molto lontane, e Anna Quarzi, Presidente dell’ISCO (Istituto di Storia Contemporanea) di Ferrara. Quest’ultima ha ripercorso la storia degli insediamenti ebraici in Emilia-Romagna: i primi si registrano fra l’XI e il XX secolo d. C. fra Ravenna e Rimini, ma è nel XIV secolo che l’immigrazione ebraica aumenta nella nostra Regione, dal sud Italia e dal centro-nord Europa. Anche a Ferrara, per secoli gli ebrei hanno vissuto pacificamente, in particolare furono ben accolti nel periodo di Ercole I° d’Este. I ghetti a Ferrara come in altre città emiliano-romagnole (in tutto 32 località) verranno creati successivamente, sotto lo Stato Pontificio (a Ferrara, nel 1627). Proseguendo, durante i moti risorgimentali e poi con l’unità d’Italia molti ebrei furono in prima linea, sentendosi a pieno titolo italiani, cittadini, partecipando anche in massa al primo conflitto mondiale. Fino ad arrivare, appunto, all’antisemitismo di Stato, già anticipato da una campagna d’odio e, nella nostra città, nel ’37, da una schedatura degli ebrei residenti, anticipazione, grazie all’“intraprendenza” dei funzionari locali, delle leggi razziali (o, meglio, razziste). Dopo l’intervento di Cesare Finzi e prima delle relazioni di cinque docenti formati da TOLI – Fondazione CDEC – ISCO, ha preso la parola la professoressa di Pedagogia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano Milena Santerini, che ha affrontato il tema specifico dei discorsi d’odio oggi, in particolare sul web. Antisemitismo, antigitanismo, maschilismo, islamofobia, odio contro i migranti, razzismo, sono forme d’intolleranza tra loro correlate, e vanno quindi combattute insieme: “non è vero che la scelta di un capro espiatorio mette ‘al sicuro’ altre categorie. Vale invece la logica dei vasi comunicanti, per cui l’odio si riverbera su ogni categoria considerata ‘altra’, ‘diversa’ ”, ‘inferiore’, attraverso parole e discorsi d’odio che, la storia ce lo insegna (ma spesso, come si dice, non ha allievi…), preparano le azioni. È importante dunque prevenire, non solo reprimere legalmente e legare i discorsi d’odio del passato a quelli del presente.
Andrea Musacci
Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 13 settembre 2019
http://lavoce.e-dicola.net/it/news
La costruzione di un’Unità Pastorale è un cammino lento e lungo, non scevro da fatiche e frustrazioni. Lo sanno bene gli oltre 50 parrocchiani che il 6, 7 e 8 settembre si sono riuniti nei tre monasteri presenti dentro il territorio dell’Unità Pastorale Borgovado (della quale sono instancabili promotori), per la Tre giorni di inizio anno. Il primo compleanno della prima UP di Ferrara e dell’Arcidiocesi è stato festeggiato nel modo migliore: spendendo buona parte del fine settimana a pregare e discernere insieme sul presente e il futuro di una comunità tutta da inventare. Dopo gli incontri di venerdì 6 (dalle Carmelitane) e di sabato 7 (dalle Benedettine) – di cui parliamo nel box e nell’articolo qui a fianco -, nel pomeriggio di domenica 8 il Monastero del Corpus Domini di via Campofranco ha ospitato il momento unitario dell’Assemblea (per la sintesi dei gruppi di discussione), preceduto dall’ora media e al termine del quale si è condiviso la Messa per la festa di S. Gregorio Magno. La scarsità di giovani, e – autocritica ricorrente – la mancanza di proposte per loro (oltre che per le giovani famiglie, in particolare quelle in difficoltà) è stato uno dei temi maggiormente dibattuti. I giovani, però, si è riflettuto “vanno innanzitutto incontrati e ascoltati nei luoghi che abitualmente frequentano, anche al di fuori dell’UP e confrontandoci con quei loro coetanei che già hanno esperienza di organizzazione di iniziative”. Pensando invece ai più piccoli, è emersa l’importanza di superare gradualmente le rigide appartenenze parrocchiali all’interno dell’UP, facendoli sentire a casa anche nelle altre “vecchie” comunità di Borgovado. Fra le proposte – nate dalla volontà comune di creare momenti informali di dialogo, conoscenza e fraternità – quella del pranzo domenicale mensile in cui ritrovarsi come comunità dell’Unità Pastorale, della Messa comunitaria o della recita insieme, in date stabilite, dei vespri; o, ancora, di organizzare cineforum, sia ad hoc per i giovani sia per tutti, o incontri con testimoni di impegno civile e di fede, ad esempio sul tema della mafia, della droga o dell’ecologia. Condivisa anche l’idea che una fascia d’età “trascurata” sia quella dei 40enni-50enni, persone spesso da tempo lontane dalla comunità ecclesiale, ma delle quali si può, anzi si deve tentare di intercettare il bisogno spirituale e di relazioni autentiche. Ciò che è emerso, e che si nota frequentando questa comunità, è di come nell’arco di questo primo anno di vita, tanti nuovi legami siano nati e tanti altri si siano rinsaldati o approfonditi. E ancora, come alcuni parrocchiani che un anno fa si erano allontanati, in quanto contrari al cambio di sacerdoti, siano ritornati. Anche questi sono da considerarsi in un certo senso “lontani”, e quindi nuovamente da coinvolgere. Un lavoro, questo verso i “lontani”, e in generale quello di una comunità ecclesiale, che richiede, come dicevamo, costanza e pazienza, non formule preimpostate da applicare su un “corpo” già definito. I fedeli di Borgovado ne sono consapevoli, convinti che ciò che più conta non è un’ottima organizzazione ma “l’amore reciproco, l’ascolto, il chiedere al Signore di cambiarci il cuore”. Per evitare di cambiare tutto per non cambiare nulla.
Ha riflettuto sugli stili di vita cristiana dentro la comunione missionaria il diacono Marcello Musacchi, invitato dall’UP Borgovado a intervenire nel pomeriggio di sabato 7 settembre nel Monastero di Sant’Antonio in Polesine. Dopo l’ora media e prima che i gruppi di discussione dei laici si riunissero, Musacchi ha relazionato sul tema del nuovo anno pastorale, in attesa della Lettera dell’Arcivescovo. “Per tanto tempo nella Chiesa – sono parole di Musacchi – si è pensato che prima bisognava costruire la ‘cittadella’ della parrocchia, quindi fare comunione, per poi proporre la missione”. Col tempo si è compreso come invece l’atteggiamento giusto sia l’esatto contrario: “prima dobbiamo trascendere i nostri egoismi e le nostre abitudini (fare missione, ndr), per poi camminare insieme, creando comunione. La dimensione popolare non si struttura dalla delimitazione dei confini, ma dal vivere le stesse esperienze, nel comune discernimento e alla luce della Parola”. “La missione, infatti – ha proseguito -, è costitutiva dell’essere Chiesa, non è un angolino della pastorale. Non si tratta quindi di fare manutenzione ma di esplorare un nuovo stile di vita, un nuovo modo di essere, partendo dalle situazioni particolari per cercare in ognuna di mettere la Parola. Bisogna superare ogni forma di proselitismo e di autoreferenzialità e mettersi con le persone, nella loro singolarità, sulla loro strada, come Gesù con i discepoli di Emmaus”. Senza dimenticare che la missione ha anche un altro versante, oltre a quello dell’ad gentes: quello dell’intra gentes, cioè “l’attenzione anche all’interno delle nostre comunità”. Tutto ciò deve quindi farci riflettere su “quali sono le nostre vocazioni” e se riusciamo a convertirci, di continuo, “ripensando l’importanza del nostro sacramento del battesimo. Se i laici sono corresponsabili dell’evangelizzazione, allora tutto ciò che vivono diventa elemento di evangelizzazione. Anche in questa UP servono laici sostenuti davvero dalla grazia di Dio, ognuno con la propria vocazione, portatori di misericordia e di speranza, dove speranza non c’è”. In conclusione, dunque, “l’Unità Pastorale non significa spostare semplicemente i paletti dei confini, ma avere diverse risorse da usare per la missione, attraverso la quale la Chiesa si ricostituisce” in modo dinamico. Riprendendo un’espressione di Evangelii Gaudium 87, “l’UP dev’essere una ‘carovana solidale’ ”.