La Cattedrale di Ferrara e i legàmi invisibili in questa grande opera collettiva

16 Dic
Immagine tratta dal documentario “Tesori nella pietra”

Si avvicina la data di riapertura del Duomo di Ferrara: il 15 dicembre nel Cinema San Benedetto la presentazione dei lavori e la proiezione del nuovo documentario “Tesori nella pietra”

Ormai si avvicina l’atteso momento della riapertura della Cattedrale di Ferrara al culto. Nel frattempo, la nostra Arcidiocesi propone all’intera comunità una serata per illustrare nel dettaglio il lungo e complesso cantiere che ha interessato per cinque anni il cuore della città di Ferrara e della nostra Chiesa locale. L’appuntamento è per venerdì 15 dicembre quando alle ore 21, nell’ambito dei “Tè Letterari”, al Cinema San Benedetto di Ferrara saranno illustrati da don Stefano Zanella, Direttore dell’Ufficio Tecnico Amministrativo Diocesano, i lavori di ripristino dei pilastri interni della Cattedrale. Sarà l’occasione per conoscere le delicate fasi del rafforzamento di queste importanti strutture, ma anche di apprezzare il prezioso intervento di restauro dei dipinti e di recupero delle parti medioevali riscoperte.

In attesa di poter visitare la Cattedrale riaperta – sono ancora in corso le operazioni di pulizia e riallestimento -, sarà poi possibile assistere in anteprima alla proiezione del documentario “Tesori nella pietra”, con ideazione, regia e montaggio di mons. Massimo Manservigi e Barbara Giordano, e musiche di Giorgio Zappaterra. Un lavoro cinematografico durato quanto il cantiere – cinque anni, dal 2018 al 2023 – che illustra in 27 minuti, come in un diario, le varie fasi di recupero dei pilastri: dallo stacco dei dipinti ottocenteschi al rafforzamento antisismico, dalla ricostruzione delle parti usurate e mancanti delle decorazioni pittoriche e scultoree fino alla narrazione della più grande scoperta archeologica avvenuta in Cattedrale, cioè il ritrovamento dei capitelli medioevali pressoché integri.

UNA GRANDE OPERA COLLETTIVA 

Per sua natura, possiamo dire, una Cattedrale è il prodotto magnifico di un lavoro collettivo durato anni: non solo quelli dell’ideazione e fondazione, ma anche di tutti i successivi lavori di consolidamento e restauro che in molti casi hanno modificato, anche in maniera significativa, il volto e il corpo dell’edificio. E così è anche per il nostro Duomo cittadino.

Una catena complessa composta da tanti anelli, ancora del tutto da riscoprire e interpretare. Una rete invisibile di legàmi – sopra e sotto quelle reti poste in alto nelle navate dopo il terremoto: legami storici, fra epoche lontane, come detto; ma anche e soprattutto legami spirituali e connessioni sentimentali con il popolo di Dio, con l’intera città e col territorio diocesano; e legami più fitti e quotidiani tra le persone nel voler ridare stabilità a questo gigante che domina il cuore della città estense. 

Questo emerge dal documentario di mons. Manservigi e Giordano: dalle immagini delle macerie nelle chiese della nostra Diocesi in seguito al sisma del 2012 (che rievocano dolore e angoscia), a un presente fatto di volti attenti e di mani operose, di menti dedite all’unico fine di rendere ancor più splendente e sicuro il nostro Duomo.

Tocca, dunque, nel documentario a don Stefano Zanella e a Valeria Virgili (alla quale è stato affidato il progetto architettonico e la Direzione Lavori del Duomo) il racconto dei giorni del sisma 2012 e una breve storia dell’edificio. Nicola Gambetti del nostro Ufficio Tecnico diocesano spiega invece la genesi dei lavori – con la scelta di chiudere l’edificio anche in seguito al crollo del Ponte Morandi dell’agosto del ’18 -, mentre Michela Boni (Leonardo srl) illustra il progetto di mappatura delle decorazioni, della ricostruzione degli intonaci originali e delle altre fasi più recenti di manutenzione, per poi iniziare il distacco degli affreschi, il loro restauro e successivo ricollocamento.

Infine, Gianluca Muratore (Leonardo srl) spiega la ricostruzione di parti mancanti o logorate di alcuni capitelli medievali e di statue sulle colonne settecentesche: riuscendo nell’intento di  recuperarne dei pezzetti, questi sono stati riassembrati e, tramite calco, è stata ricostruita la struttura. In questo modo, si sono anche potute ricostruire integralmente alcune parti simili di altri capitelli.

I legami tornano anche nelle molto concrete operazioni tecniche per rinforzare i pilastri dell’edificio: si è, infatti, legato i pilastri medievali con quelli settecenteschi: una cucitura attuata attraverso barre metalliche, per dare una maggiore stabilità. I pilastri sono stati poi avvolti da intonaco armato per creare una cerchiatura di rinforzo.

Ricordiamo come a stupire tecnici e restauratori non fu tanto il ritrovamento delle colonne medievali ma, per mancanza di documentazione, quello dei capitelli e degli affreschi che le abbelliscono. I capitelli che non rimarranno visibili (6 su 10) sono stati coperti con pannelli removibili per facilitarne le eventuali future individuazioni e analisi da parte di esperti, studiosi e tecnici.

ECCO QUALI OPERE MEDIEVALI RIMARRANNO VISIBILI

All’interno della Cattedrale rimarrà – anche dopo la riapertura al culto – una piccola area di cantiere: si tratta di una “fabbriceria” utile a indagare e ad attendere le autorizzazioni per proseguire i lavori necessari a rafforzare i due pilastri secondari nella navata sinistra dell’edificio, entrando dall’ingresso principale. 

Finora, infatti, sono stati indagati tutti i pilastri principali ma solo uno di quelli più piccoli. La nostra Cattedrale sta quindi “scoprendo” di aver bisogno di una “Fabbrica” o “fabbriceria” – com’è tradizione nella storia delle Cattedrali -, un luogo, cioè, dove poter studiare e approntare quei piccoli o grandi interventi necessari per la conservazione e tutela dell’edificio che si susseguiranno nel tempo, gestito da un ente pensato ad hoc per la manutenzione e la conservazione dell’edificio. Uno strumento che potrà essere utile anche per gli studiosi e per chi si occupa di promuovere a livello turistico la storia e la bellezza di una Cattedrale riscoperta dopo gli ultimi lavori di restauro e consolidamento.

Ricordiamo come nel dicembre 2020 vennero alla luce frammenti di alcune delle colonne medievali – con capitelli e fregi -, che sostenevano l’antico matroneo prima della ristrutturazione settecentesca (1712-1728) guidata da Francesco Mazzarelli. Opere più o meno conservate (alcune sono state rovinate dai lavori svolti nel XVIII secolo), raffiguranti leoni, grifoni e figure antropomorfe, che verranno analizzate, e di cui non si conserva alcuna documentazione storica.

Alcuni mesi fa è riemerso un ulteriore capitello medievale, inglobato nel pilastro secondario più vicino al presbiterio, sul lato destro (guardando dall’ingresso principale): si tratta di un telamone, una cariatide maschile con funzione di sostegno. Altre tre figure simili sono riemerse dai capitelli medievali negli anni scorsi, altre due del XII secolo si trovano nel protiro, e altrettante nell’atrio.

In tutto, saranno quattro (su undici scoperte) le opere medievali riemerse dai pilastri settecenteschi centrali che rimarranno visibili al pubblico (gli altri capitelli verranno coperti con pannelli rimovibili): nel terzo e nel quarto pilastro sulla destra, entrando dall’ingresso principale, verranno lasciati in vista gli archi gotici e le porzioni dei capitelli bassi (testa di leone e giovane che porta un peso) visibili dal lato meridionale (p.zza Trento e Trieste). In questo modo si ripropone, pur parzialmente, la visuale che poteva avere un fedele che entrava dalla Porta dei Mesi. Nel terzo pilastro a sinistra entrando dall’ingresso principale, verrà lasciato in vista un capitello policromo; infine, rimarrà visibile anche la porzione di capitello sulla destra rivolta verso il presbiterio e raffigurante un uomo adulto che regge un peso.

Alcuni di essi sono colorati, e anche questo ha fatto dire con certezza ai tecnici che il Duomo originariamente era policromo; altri invece sono monocromi, al massimo hanno qualche ombreggiatura.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce” del 15 dicembre 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

L’umiltà, cuore di Papa Giovanni Paolo I

8 Dic

L’intervento del card. Beniamino Stella alla Sacra Famiglia di Ferrara: un ricordo personale

«La mia vita è stata tutta legata a lui»: con queste parole commosse, il card. Beniamino Stella ha ricordato a Ferrara il Beato Giovanni Paolo I (Albino Luciani) nel 45° anniversario del suo ritorno al Padre.

L’occasione è stato l’invito all’interno della Festa della Dedicazione della chiesa della Sacra Famiglia a Ferrara e il primo anniversario di erezione del Santuario del Cuore Immacolato di Maria.

Sabato 2 dicembre nella chiesa di via Bologna, il card.Stella ha presieduto nel tardo pomeriggio la S. Messa a cui è seguita una sua breve conferenza/testimonianza sul “Papa del sorriso”. Il giorno dopo, il card.Stella ha presieduto, sempre alla Sacra Famiglia, la S.Messa delle ore 10, durante la quale è stato anche presentato alla comunità il nuovo Consiglio Pastorale.

CHI È IL CARDINAL STELLA

Il card. Stella è una personalità rilevante nella nostra Chiesa: Prefetto emerito della Congregazione per il Clero, da Papa Francesco è stato creato Cardinale nel 2014. Dopo aver lavorato nelle nunziature apostoliche a Santo Domingo, Zaire e Malta, nel 1987 Giovanni Paolo II lo nomina Nunzio Apostolico nella Repubblica Centrafricana, Ciad e Repubblica del Congo. Nel 1992 diventa Nunzio Apostolico a Cuba e dal 1999 guida la rappresentanza diplomatica vaticana in Colombia. Nel 2020 il Santo Padre lo promuove all’Ordine dei Vescovi, assegnandogli il Titolo della Chiesa Suburbicaria di Porto-Santa Rufina.

Ma dicevamo del suo forte legame con Albino Luciani. È stato quest’ultimo, infatti, nel 1966 – quand’era Vescovo della sua Diocesi di origine, Vittorio Veneto – a consentirgli di iniziare gli studi alla Pontificia Accademia Ecclesiastica. E proprio in questa Accademia dove si formano gli ecclesiastici al servizio diplomatico della Santa Sede, Stella è tornato dal 2007 al 2013 con l’incarico di Presidente.

UNA VITA NELL’UMILTÀ

È l’umiltà il tratto che maggiormente ha contraddistinto l’esistenza terrena di Albino Luciani. Non a caso, Humilitas fu il motto che scelse sul soglio petrino e la virtù a cui dedicò la sua prima Udienza generale.

Ma l’umiltà è Cristo: «imparate da me, che sono mite e umile di cuore» (Mt 11, 29) E papa Giovanni Paolo I «l’ha saputa vivere e testimoniare con eroismo. Pensava col cuore che tutto sia merito della Grazia di Dio, della Sua immensa Misericordia. Erano parole davvero incarnate nel suo spirito», ha spiegato il relatore. «Piccoli passi davanti a Dio» è l’immagine di Luciani per descriverne al meglio il senso dell’umiltà, «piccoli passi come quelli di un bambino davanti alla sua mamma».

Un’umiltà che in lui si esplicava innanzitutto nel volto e poi «nel tono familiare del parlare, nella semplicità e nella chiarezza delle parole che tante critiche attirarono dai “sapienti”». Una forma semplice che, però, «si poggiava su una forte sostanza teologica. Uno stile dolce, il suo, quindi, perché la verità dev’essere proposta soavemente, in modo adeguato a ciò che si annuncia».

Umiltà e semplicità si esprimevano in Luciani anche nella nostalgia del cosiddetto «apostolato spicciolo» e in quella ricerca continua «della più forte unità all’interno della Chiesa. Lui che – ha proseguito il card.Stella – «fin da giovane aveva imparato il valore dell’obbedienza», non poteva non considerare «la continua comunione ecclesiale come valore fondamentale».

L’invito conclusivo è conseguente a tutto ciò: «cerchiamo parole e gesti umili, belli e semplici nel nostro vivere quotidiano». Un appello a chiunque e in modo particolare «a chi nella Chiesa ha una qualche autorità». 

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce” dell’8 dicembre 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

Come attendiamo il Signore? Il Ritiro di Avvento dell’AC diocesana

7 Dic

Un’attesa, una veglia, che sia piena dello sguardo del Signore su ognuno di noi. Di questo ha riflettuto l’Azione Cattolica diocesana nel tradizionale Ritiro di Avvento svoltosi nel pomeriggio del 3 dicembre all’interno del Seminario di Ferrara. I circa 60 partecipanti hanno riflettuto assieme partendo dal versetto di Isaia 21, 11 –  “Sentinella, a che punto è la notte?” – e dal Vangelo del giorno, dal discorso escatologico di Marco.

Nella meditazione che ha anticipato il discernimento nei gruppi, don Mauro Ansaloni ha riflettuto sulla veglia come «attesa di qualcosa di importante che deve accadere», o «della persona amata».Nel caso del Signore, di «Qualcuno che deve ancora venire ma che è già venuto». Il rischio, però, nell’attesa del Suo ritorno è di addormentarci, di perderci, percependo dunque questa nuova venuta come lontana. Ma Gesù disse ai suoi discepoli: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28, 20). Tutti i giorni, anche ora, grazie all’azione dello Spirito. Ineliminabile, però, è anche «l’attesa di quelle notti, cioè di quei momenti di dolore, perdita, di smarrimento, nelle prove, nel nostro peccato». Per vivere l’attesa di Lui come attesa viva bisogna quindi «vigilare sempre, in ogni momento». A questo ci invita Gesù: «a fare attenzione, a non essere né distratti né superficiali ma ad avere uno sguardo concentrato, capace di discernimento e di giudizio sulla realtà». Uno sguardo che nasce da «una lucidità interiore, da un saper fare vuoto nella testa e nel cuore, da una capacità critica e di presenza nella storia, da una capacità di cura integrale», ha proseguito don Ansaloni. Ma questo «sguardo di cura e attenzione» è possibile solo se, in ultima analisi, i nostri occhi – il nostro cuore – sono fissi sulSignore, se «è su di Lui che vigiliamo. Solo un cuore in sintonia col cuore di Gesù, può percepire i segni nella vita di ogni giorno». Questa veglia attiva si attua, dunque, nella quotidianità, «nella ferialità del tempo. Davanti a Dio, il futuro si conquista col presente, con ciò che siamo oggi, ora», nel tempo che sempre dovrebbe essere pieno dell’invocazione “Maranathà”, “vieni, Signore!”. 

Altro appuntamento importante per la nostra AC diocesana sarà la tradizionale Festa dell’Adesione l’8 dicembre nelle parrocchie, anticipata la sera del 7 alle ore 21 nella chiesa di Tresigallo con la Veglia presieduta dal nostro Arcivescovo. 

Andrea Musacci

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Percorso formativo “Vite a contatto” per gli Adulti dell’AC diocesana, anno pastorale 2023-2024: ecco le prossime tappe

* Mercoledì 17 gennaio, ore 21, Porotto: II^ tappa adulti, sul tema “Pienezza”.

* Domenica 21 gennaio, ore 15.30, Ferrara (sede di via Montebello, 8): II^ tappa Adultissimi.

* Domenica 25 febbraio,ore 15.30, Seminario di Ferrara, Ritiro di Quaresima.

* Domenica 10 marzo, ore 15.30, Ferrara (sede di via Montebello, 8): III^ tappa Adultissimi.

*Mercoledì 20 marzo, ore 21, parrocchia di Vigarano Mainarda: III^ tappa Adulti, sul tema “Oltre”.

* Domenica 14 aprile, ore 15.30, Ferrara (sede di via Montebello, 8):IV^ tappa Adultissimi.

*Mercoledì 17 aprile, ore 21, parrocchia dell’Addolorata, Ferrara:IV^ tappa Adulti, sul tema “Cura”.

* Maggio:Convegno Adulti (luogo e data da definire).

*Estate: Campo estivo (luogo e data da definire). 

Pubblicato sulla “Voce” dell’8 dicembre 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

Esperienza escatologica, l’abbiamo sostituita con le cose del mondo?

6 Dic

Essere cristiani significa vivere un’esperienza spirituale piena, una comunione in Dio. Don Nuvoli per la Scuola di teologia per laici

Senza un’esperienza spirituale intesa come esperienza di Dio dentro di me, non è possibile nessuna reale comunione né alcuna concettualizzazione di Dio che non sia fine a se stessa. Don Ruggero Nuvoli è stato il protagonista della sesta lezione della Scuola diocesana di teologia per laici, intervenendo lo scorso 30 novembre a Casa Cini sul tema “Immaginazione sacramentale”. Docente FTER (Facoltà Teologica regionale), don Nuvoli è a capo della Pastorale Vocazionale nella Diocesi di Bologna e dirige “La via di Emmaus”, progetto per giovani con sede nella “Casa di Emmaus” a S. Lazzaro di Savena.

RICONOSCERE OLTRE IL VELO

«Riconoscere il Mistero nel velo dell’Eucarestia, della Parola, dei sacramenti, nel velo della nostra umanità, è riconoscere Cristo», ha esordito. È un dono di grazia, «Dio che sceglie di farci partecipi, di farsi riconoscere. In Cristo, il velo cade, si consuma, si assottiglia». L’approdo della nostra vita è dentro «la promessa che Lui ha fatto a ognuno di noi». Una promessa che va riscoperta, riscoprendo «il momento in cui nella nostra vita si è palesato l’amore di Dio. Il primo palpito, il primo incontro con Lui: solo da questo dono ricevuto, può sbocciare la più intima gratitudine».

DALL’INDIVIDUO ALLA PERSONA

E solo quest’incontro ci fa uscire da una dimensione «individuocentrica» per farci diventare «persona» e dunque entrare in una vita «comunionale» (cristologica ed ecclesiologica):«loSpirito Santo ci dona la vita di Dio costituendoci corpo di Cristo». «Molte delle nostre pastorali – secondo don Nuvoli – non funzionano innanzitutto perché non riescono a far passare la coscienza dall’individuo alla persona».

UN’ESPERIENZA SPIRITUALE

Un incontro con una Persona, dunque, quella del Cristo, nella quale rivela «una vita divina relazionale, una comunione piena. Cristo non è un saggio – ha proseguito il relatore -, non ha mai voluto fondare una religione». Cristo rivela Dio come realtà comunionale e trinitaria: «nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre mio» (Gv 6, 65). Per questo, «ognuno di noi può stare nella Chiesa o come mero atto tradizionale, come in un qualsiasi contesto sociale, oppure vivendola come vera esperienza spirituale, come incontro col Mistero, nella Presenza del Risorto». È il mistero della nostra divinizzazione:«non posso indagare Dio come oggetto fuori da me, ma come esperienza reale dentro di me». Solo dopo questa esperienza, sono possibili una spiritualizzazione e una concettualizzazione. Non il contrario: «è sempre errato partire dai concetti», ha specificato. La verità è, dunque, comunionale, e così non può non essere l’azione del cristiano, mentre la  razionalità moderna pone l’individuo isolato al centro.

SPERANZA ESCATOLOGICA

Questa esperienza spirituale è sempre «eucaristica», è sempre un’esperienza che «perfora tempo e spazio, passando dal segno alla realtà, cioè alla pienezza di vita in Dio: siamo continuamente vivificati e immersi nella vita di Dio, nella vita del futuro». Questa esperienza escatologica pone al cuore della nostra fede, quindi, non solo la comunione ma anche la «speranza».

NON APPLAUSI MA PAROLE DI VITA ETERNA

«Ma questa esperienza dov’è nella nostra vita?», ha incalzato don Nuvoli. «Spesso abbiamo sostituto questa speranza escatologica con le cose del mondo, ci siamo creati un’idea delle cose di Dio».Ma il cristianesimo «non è un insieme di idee o di ideali, né una teoria o una morale che divide chi va premiato e chi va punito: in questo modo, il mondo magari ci applaude, ma non ci segue, così facendo non siamo interessanti per nessuno». È ciò che sta accadendo. Dobbiamo, poi, «celebrare non solo la Pasqua di Gesù in Palestina ma anche e soprattutto la Pasqua eterna e la stessa pedagogia e catechesi debbono «educare al compimento, alle cose ultime, alla promessa della fine, a quell’atto aurorale che nasce dal cuore, all’approdo, al destino eterno della nostra vita. Qual è la differenza tra noi e un partito o associazione qualsiasi, se non parliamo della promessa della vita eterna?». Una domanda da porci senza infingimenti.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce” dell’8 dicembre 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

Don Minzoni, incontro col Vescovo a Libraccio

5 Dic

Far luce su uno dei delitti che hanno segnato il periodo dello squadrismo fascista nel nostro territorio. Lo scorso 1° dicembre la libreria Libraccio di Ferrara ha ospitato la presentazione del libro “Un delitto di regime. Vita e morte di Don Minzoni, prete del popolo”, di Girolamo De Michele, che per l’occasione ha dialogato col nostro Arcivescovo mons. Gian Carlo Perego e con Paolo Veronesi.

Una 40ina i presenti in un incontro introdotto proprio dal nostro Vescovo: quello vissuto da don Minzoni – ha detto – è «odio nei confronti della fede», verso quegli uomini e quelle donne per cui «la fede è strettamente legata alla vita». E don Minzoni ha fatto «della vita della gente la ragione della propria missione, soprattutto verso i più poveri». Don Minzoni – così lo ha definito il Vescovo – è un esempio di «prete sociale», assieme a figure come quelle di don Milani e don Mazzolari. Mons. Perego ha quindi sottolineato la formazione del prete ravennate nella Scuola sociale di Bergamo, il suo forte legame col magistero sociale della Chiesa e il suo grande interesse per l’ambito educativo, in particolare attraverso lo scoutismo. Da qui, «l’importanza della libertà educativa – oltre a quelle politiche e civili – ancora oggi, per poter guardare al futuro con occhi diversi».

Occhi che possono essere illuminati solo se la luce proviene anche dal passato. Ed è questo che ha tentato di fare De Michele nel suo libro e nel suo intervento a Libraccio, dove ha ripercorso la vita del sacerdote, sottolineando innanzitutto il suo  forte legame col popolo: quello del territorio argentano assegnatogli, che raggiungerà – viste le lunghe distanze – in bicicletta (fatto anomalo per un prete di quell’epoca); o quello mandato a combattere sul fronte nel primo conflitto mondiale, che seguirà arruolandosi, «pur non essendo un guerrafondaio». Ma la reazione al cosiddetto “biennio rosso” (per De Michele più correttamente da individuare tra il ’20 e il ’21), fu quello squadrismo fascista sostenuto in ogni modo dal mondo agrario anche ferrarese:a tal proposito, per De Michele «il “metodo Balbo” venne inaugurato proprio ad Argenta con l’omicidio Gaiba», consigliere comunale socialista, avvenuto  nel maggio ’21.

De Michele ha quindi accennato ad alcune vicende riportando, a tratti, anche particolari inediti: fra le curiosità, la presenza accertata di un deputato ferrarese, Vico Mantovani, nel gruppo di squadristi che hanno disturbato l’inaugurazione della sede scout argentana e il ruolo di Augusto Maran (capo fascista locale e mandante dell’omicidio di don Minzoni), nella cui casa ha accolto i due assassini del sacerdote subito dopo l’omicidio, e prima di farli nascondere a casa di un suo parente. 

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce” dell’8 dicembre 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

Siamo tutti legati (per fortuna): relazioni e fraternità nella Chiesa

1 Dic

La quinta lezione della Scuola diocesana di teologia con Simona Segoloni: comunità, gioia e femminile

Siamo tutti legati in reti invisibili ma fondamentali, che intessono la nostra essenza personale, la nostra esistenza. Su questo lo scorso 23 novembre ha riflettuto a Ferrara la teologa Simona Segoloni, intervenuta a Casa Cini per la quinta lezione dell’anno della Scuola diocesana di teologia per laici. Tema, “Fratelli tutti! La comunità espressione di gioia”. Il prossimo appuntamento sarò il 14 dicembre con “Sacramenti tra il dire e il fare, paradossi celebrativi”, relatore don Manuel Belli. Poi la Scuola rinizierà il 22 febbraio con don Paolo Bovina e “Le sette chiese, una lettura pastorale di Apocalisse”.

Segoloni è Docente invitata al Pontificio Istituto Teologico Giovanni Paolo II per le Scienze del Matrimonio e della Famiglia, e insegna anche alla Facoltà teologica del Triveneto, alla Pontificia Facoltà teologica San Bonaventura (Roma) e alla Facoltà teologica pugliese. Nella sua lezione a Casa Cini, ha preso le mosse dalla «sostanziale vulnerabilità degli esseri umani, dal loro essere toccati dalla realtà»: questa loro «apertura fondamentale» permette di legarsi, di «dar vita a legami». In questo, l’essere umano si scopre «a immagine di Dio, che è relazione, è un Dio che stringe legami, crea alleanze». Ed è un Dio che, come si nota nelle Scritture, «viene toccato dal grido dell’uomo, dalle sue sofferenze». Dio, quindi, si fa conoscere come «un legato, come uno che stringe legami, non come uno sciolto da questi, assoluto».

Di conseguenza, l’annuncio del Vangelo, cuore della fede cristiana, determina «un noi, l’essere tutti legati dalla Parola crea legami tra le persone e tra queste e Dio, l’Assente che si fa Presente e che ci vuole salvare assieme, come Suo popolo». Questi legami, questo popolo è il solo «che ci fa sperimentare una gioia vera, cioè quella data dal legame col Risorto». L’Eucarestia, gesto centrale della nostra fede, non a caso «è un gesto che non si può non fare assieme agli altri, perché è un gesto di comunità, di condivisione». Ma incontrare il Risorto significa «cercare di comprenderLo secondo il suo stile», che è quello indicato ad esempio in Matteo 18, con il «se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli», con la parabola della pecorella smarrita e con quella del servo malvagio. In sintesi, quindi, con la necessità dell’umiltà, con l’importanza del custodire i legami e di saper perdonare.

L’ultima parte della propria riflessione,Segoloni ha deciso di dedicarla a un ambito che le sta particolarmente a cuore e al quale ha dedicato diverse pubblicazioni: quello del femminile e della sua condizione all’interno della Chiesa e della società. Un aspetto, dunque, per nulla secondario quando si parla di legami e di fraternità. Ed è proprio sul linguaggio, che spesso (come appunto nel caso del termine “fraternità”) appiattisce, o ingloba, il femminile nel maschile, che la relatrice si è soffermata, spiegando come non sia una questione di lana caprina, ma come il modificare il linguaggio sia importante «per dare la legittima visibilità alle donne, valorizzandone i carismi e custodendo quindi i legami» anche all’interno delle nostre comunità.

Quasi tutte le domande rivolte dai presenti alla relatrice, si sono concentrate proprio sul tema del rapporto femminile-maschile (ad esempio, in termini di disuguaglianze, di ministeri nella Chiesa, di violenza), a dimostrazione di quanto la questione sia sentita – dalle donne e dagli uomini – e quindi diventi necessario creare momenti ad hoc di discussione e confronto. 

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce” del 1° dicembre 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

Speranza, «desiderio che ha un rapporto totale con la realtà». I giovani ce l’hanno?

29 Nov

Sabato 25 novembre 180 ragazze e ragazzi si sono ritrovati nella parrocchia di San Benedetto per l’appuntamento annuale con la GMG diocesana: sperare è una «nostalgia del futuro». Intervista a don Paolo Bovina, co-responsabile Pastorale giovanile, sul suo aiuto ai giovani

Quali paure avete nei vostri giorni? E quali speranze alimentano la vostra vita?

Le domande fondamentali che abitano il cuore di ogni persona vanno sempre ascoltate e mai rimosse.A maggior ragione in una fase delicata e decisiva della vita com’è l’adolescenza. E su queste domande, circa 180 ragazze e ragazzi hanno riflettuto assieme il pomeriggio e la sera del 25 novembre scorso.Occasione, la GMG diocesana svoltasi tra il cinema e l’oratorio di San Benedetto a Ferrara, proprio alcune ore prima dell’evacuazione e del disinnesco della bomba nell’ex convento.

Come detto, dopo l’accoglienza a cura di Agesci, è stato il teatro-cinema parrocchiale a ospitare i tanti giovani accompagnati da educatori, sacerdoti e con la presenza anche di alcuni insegnanti di religione.

Nel cinema, dopo i saluti e la presentazione da parte di don Paolo Bovina, co-responsabile diocesano della Pastorale giovanile assieme a don Adrian Gabor, sono state due ragazze della comunitàShalom, Sara e Chiara a intonare e suonare il canto “Invochiamo la tua presenza”, prima della lettura da parte del giovane diacono Vito Milella del brano di Emmaus.

A seguire, è intervenuto fra Francesco Ravaioli, francescano conventuale in servizio nella Diocesi di Parma, impegnato in particolare nella pastorale giovanile e universitaria, che ha riflettuto sul tema della Giornata e lanciato le provocazioni per le riflessioni nei 12 gruppi in cui si sono successivamente divisi i presenti, prima della S. Messa e della cena comunitaria. 

«Voi vi sentite nella speranza?», ha esordito fra Francesco. «Sperare significa sentire che ciò che desideri di bene entri nel reale. È una sorta di nostalgia del futuro, di un bene che si può realizzare».

Dopo un’analisi delle macro-preoccupazioni del nostro presente (economia, migrazioni di massa, crisi ambientale, guerra, violenza contro le donne), fra Francesco ha lanciato questa provocazione: «sembra che vogliano rubarci la speranza, viviamo in un mondo che vampirizza la nostra speranza».

Le emozioni o sentimenti dell’«anti-speranza», per fra Francesco sono tre: la paura, la tristezza e l’angoscia. Queste si possono sconfiggere solo con una speranza vera, quel desiderio, cioè, che «ha un rapporto totale con la realtà, un rapporto vero con la vita».Altrimenti è mera «illusione, e questa porta solo alla delusione». Ma noi non possiamo avere il pieno controllo sulla realtà: «dove non arriviamo noi, arriva sempre Gesù: facciamoci quindi prendere per mano da Lui, nel nostro cammino, come i discepoli di Emmaus».

Alla fine, il relatore ha annunciato le tre domande su cui i giovani hanno riflettuto nei gruppi:«Riguardo al futuro, di cosa parli coi tuoi amici?»; «Quali paure o tristezze ti attraversano più spesso in questa fase della tua vita?»; «Nel tuo presente, c’è qualcuno che ti aiuta a riaccendere la speranza?». Aogni adulto, spetta chiedersi come poterli aiutare nel loro discernimento.

«È forte la domanda di senso dei giovani: che risposta diamo?». Don Paolo Bovina e il suo accompagnamento alle ragazze e ai ragazzi: «mi chiedono colloqui personali o cammini di fede in gruppo. È la mia missione»

«La mera ricerca di una soddisfazione personale non può fondare un’esistenza, lascia insoddisfatti. Per questo è importante dare risposte alla domanda di senso dei giovani».

Le parole di don Paolo Bovina, co-responsabile della Pastorale giovanile diocesana, maturano non solo da una profonda riflessione personale, ma da un’esperienza di anni a contatto con tante ragazze e ragazzi del nostro territorio. Da 10 anni sacerdote della nostra Arcidiocesi, don Bovina è anche co-responsabile della Pastorale Universitaria, Assistente Settore Giovani dell’Azione Cattolica diocesana e Vicario Parrocchiale dell’UP Borgovado. Nel 2017 ha conseguito la licenza in Scienze Bibliche e Archeologia presso lo “Studium Biblicum Franciscanum” di Gerusalemme e prima del cammino religioso ha conseguito la laurea in Astronomia presso l’Università di Bologna. 

Gli chiediamo cosa significhi, nel concreto, la sua vocazione all’accompagnamento dei giovani: «importante – ci spiega – è il ricordarsi che si hanno davanti persone e non una categoria. Partendo da qui, mi metto al loro servizio, di ascoltarli, cercando di capire i loro bisogni e di rispondere alle loro domande». Una «vera missione», la definisce, «non un lavoro». Perché le domande dei giovani, anche quando noi adulti tendiamo a liquidarle come “ingenue” o “pretestuose”, in realtà, in filigrana, ci mostrano molto di più: una profonda domanda di senso. 

«I giovani – ci spiega ancora don Bovina – sono molto attirati dal divertimento, dal sensazionale, da ciò che dà loro piacere, ma spesso manca la consapevolezza di ciò che si fa, del perché e del per chi si agisce in un certo modo». In ultima analisi, quindi, anche al fondo di ogni divertimento «c’è la ricerca di un motivo per cui vivere».

Gli chiediamo, quindi, se i giovani di oggi li percepisce come particolarmente fragili. «Non saprei», ci risponde. «Forse i giovani sono fragili per definizione, ma oggi il problema non sono tanto loro quanto noi adulti che non sempre riusciamo a essere testimoni autentici, a dir loro qualcosa di significativo». A essere veri educatori: «spesso sono gli adulti i primi a essere fragili».

Gli chiediamo, infine, di raccontarci più nello specifico come avviene l’incontro con i giovani che aiuta. «Alcuni di loro non hanno nessun interesse ad avere a che fare con un prete, altri invece mi cercano, e altri ancora vedono la Chiesa come un mero servizio sociale, un luogo dove giocare e basta. Fra quelli che mi cercano, c’è chi mi chiede un colloquio personale, chi di aiutarlo a trovare un gruppo dove poter vivere un cammino di fede, oppure chi mi chiede un aiuto pratico, come ad esempio un appartamento se sono studenti universitari». 

In ogni caso, per don Bovina, «se è vero che il proselitismo non serve a nulla, è vero anche che all’ascolto devono seguire una risposta e una proposta, che per noi non può non essere incentrata sul messaggio di Gesù Cristo».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce” del 1° dicembre 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

Brilla famelica l’Attesa Novità che la Scienza ci promette

27 Nov

di Andrea Musacci

(Joaquim Mir, “L’abisso”, 1901)

Il tutto fin da principio è un incubo così lucido. Uno spot pubblicitario con protagonisti tre sperduti giovinastri, così, già nelle viscere della nostra amata città. Si ritrovano – pensate un po’ – per raggiungere una cittadina nemmeno troppo vicina.

Questo mostro sformato, privo di pilota e d’anima, ha larghe e stravaccate postazioni che affondano la terra, fendenti giusto sopra il magma. Ha grandi tavoli accoglienti, longilinei corridoi a dividerli, e connessioni, prese di luce, artifici di rete, virtualità inimmaginate.

È una notte così greve la fuori, lassù insomma, ma questa può essere, per loro tre, per chiunque lo desideri, spazzata via, resa viva dove luce non c’è, dove una cappa di bagliore d’artificio la spezza.

Ah, è così facile scivolare, anche qui, nella tua città, dentro il dolce metrò. Scendi qualche lieve e spazioso gradino, e, come in un sogno, nulla più dell’informe reale puoi vedere: castelli, ciminiere, autostrade, ingorghi, patimenti, nebbiose calure.

In pochi minuti respiri tra le viscere di Milano, o, perché no, di Parigi o New York.

L’inaugurazione, però, di questo nostro bel mondo che ci unisce, restituendocelo, al globo tutto, avviene di giorno, ebbene sì, nella noiosa luminosità. Ma ecco, quale delle sue cento gloriose fermate si è deciso di battezzare? Quella davanti alla storica struttura che in un magnetico e frugale abbraccio, nel suo consumabile, nel nostro consumabile, desiderio, dà forma alle nostre spendibili personalità: il Centro Commerciale Unificato Ferrarese (CCUF).

Lì s’attende, ognuno attende.

Un Assessore infervorato, impettito e stralunato, suda muovendo i piedi mentre li cela, le suole sul volgare suolo, superficie gretta di quell’utero di terra, del buio che fu, ora illuministico vanto dei nostri tecnici dagli sguardi che abbagliano.

“Ma quante transenne, nastri adesivi e divieti!” si lamentano i furiosi, s’indignano nel loro nulla i faziosi. Sono quelli, lo so, che abitano il melmoso rancido acciottolato del centro, che abitano case, chiese e botteghe, insomma le vere fogne, diciamolo! Ma non vedono quel fascio di luce che sprigiona dal cunicolo nostro amato! Oh sì, noi lo vediamo, Assessore, noi sì, loro no, sono ciechi.

Ah, l’Assessore stralunato! La sua stessa valigia quadrata attende al margine della folla l’imbarco ufficiale. E lui in testa ha già il discorso, ricorderà nel vanto suo solito e appiccicoso, “d’aver Innovato, che quelle colonne han sverginato, progressivamente e con l’avvallo della Scienza Nostra Grande, il vetusto suol non più infame che ora accoglie i nostri avi, perché la terra è Innovazione, si è scoperto, la terra profonda è là nel Futuro che ci attende radioso e magnifico. Perché noi teniamo alla nostra storia!, così tanto alle radici che le strappiamo dal loro soffocante lacciuolo. Così ci chiedete voi, così noi vi immergiamo…ehm…vi accontentiamo”.

Persone con enormi buste escono dal CCUF per lenire il triviale insopportabile tarlo del perire affamati, emozionati come bimbi accorrono, impiastrati nel loro appiccicoso innato infastidirsi, diretti verso il Sogno (ah, senza terrore!), s’avvicinano, si tendono, sembra loro di sfiorarlo quando non è, e poi è un attimo, lo ghermiscono o quasi, è un fremito il passo…è nulla.

Tace l’uterino crepaccio, tace l’inutile voragine. Fuori l’infuocata nebbia inghiotte i delusi, li rapisce ingrata.

Così poco s’intravede di quell’infernale vuoto che han sognato. Dove entrare, dove liberarsi, dove scendere, Assessore?

Lo intervisto l’Assessore, nuovamente impettito e sudato, che nega, scuote e zampilla come mai lo vidi scuotersi e zampillare, distratto e impaurito, distaccato e minacciato.

Nega che la valigia quadrata fosse stata in attesa. E allora? È svanito, nulla. Eppure.

Eppure un povero anziano col sorriso furtivo rideva già pensando al fragore dei suoi cari, degli applausi che sarebbero seguiti al suo racconto del metrò, che magico doveva sembrare seppur reale. Si tuffava lui, giovinetto, via il pane, la terra, la polvere e gli sputi, il vino che ama, la carne che consola. Lui si getta lì, nel Grande, nel Nuovo, nel Bello Sempre Atteso. E nulla. Poi nulla.

Risucchiato. Sì, ma dove? Nessuno sa, chiunque tace.

Una bici s’accosta come in una presa insolente, in un’indicibile vacuità, nell’acciottolata via, nel vil rilievo, verticale sì, ma in direzione sbagliata.

Nella vertigine bigotta e antiquata, polverosa di carne, sudore, che meschinità quei corpi mai filtrati, quel sole che bagna come un lago quando c’abbracciamo, noi nudi e fetidi nelle nostre vite cattive.

Persino sui palazzi quella polvere! Nei nostri anfratti sporchi! E quante colpe abbiamo negli occhi, quante preghiere da far affiorare, noi stupidi riluttanti al Libero Potere!

Nel metrò di notte non c’è polvere, né anfratto da scovare, rifugio da lenire, pertugio da godere. Tutto, si dice, scivola brillante e famelico. Ecco perché i nostri tre ragazzi non vogliono riaffiorare, sono ancora laggiù, disperati e mai vergini, alla ricerca di un’anima inodore da poter presto scordare.

(Scritto nel giugno 2015)

«Negli anziani incontro sempre il Signore»

24 Nov

Don Andrea Zerbini da una vita punto di riferimento per gli anziani e i malati

Era ancora bambino, don Andrea Zerbini, quando prese la buona abitudine di andare regolarmente a far visita agli anziani ospiti del “Betlem”. E questa «pastorale del quotidiano» la vive ancora oggi.

Don Zerbini quest’anno ha compiuto 70 anni e proprio 40 anni fa è diventato parroco di Santa Francesca Romana, da 5 anni parte dell’Unità Pastorale Borgovado da lui stesso guidata e che comprende anche Santa Maria in Vado, Madonnina e San Gregorio. Ordinato sacerdote nel 1977, don Andrea è stato prima cappellano a Santa Maria Nuova-San Biagio (per 1 anno), poi tre anni a Roma per concludere la Licenza e il Dottorato, quindi docente in Seminario fino a ottobre 1983. In passato è stato, fra l’altro, Direttore dell’Istituto di Scienze Religiose e dell’Ufficio Missionario e oggi è responsabile del Centro di Documentazione–CEDOC DI Santa Francesca Romana, di cui cura anche i Quaderni consultabili online.

VOCAZIONE DI UNA VITA

«Da bambino abitavo di fianco al Santuario del SS. Crocifisso di San Luca, quindi di fronte al Betlem, e andavo spesso a trovare gli anziani lì ospitati», ci racconta. A S. Francesca Romana, grazie allo storico parroco don Carlo Borgatti (1945-1989) i giovani, negli anni Settanta, iniziarono a interessarsi dei problemi degli anziani non solo in parrocchia ma nell’intera città. Questa loro ricerca confluì in un Bollettino, “L’anziano protagonista”, oggetto di attenzione da parte dell’Amministrazione comunale e di studio per il Consiglio pastorale diocesano. «Quando nel 1983 fui mandato a Santa Francesca come amministratore parrocchiale – prosegue don Andrea -, in aiuto a don Carlo, Giordano Banzi, un parrocchiano, mi portò subito a conoscere tutti i malati della parrocchia e, successivamente, mi accompagnò all’Ospedale Sant’Anna, dove andammo spesso insieme. Al sabato invece andavamo a celebrare la Messa nella cappella del Nosocomio di via Ghiara. Fu per me quell’inizio – sono ancora sue parole -, una benedizione e il dono di una bussola, per inserirmi in un cammino di pastorale e di evangelizzazione già tracciato da don Carlo».

Tracciato dall’ex parroco don Carlo e che ha due testimoni importanti fra i santi: la prima è proprio Santa Francesca Romana (1384-1440) – fondatrice della comunità delle Oblate di Tor de’ Specchi -, che i malati andava a cercare nei tuguri, negli ospedali, ovunque si trovassero, non solo per far loro visita, ma per fasciare le loro ferite, lavare, cucire e profumare i loro panni sudici. L’altro è San Camillo de Lellis (1550-1614), che due secoli dopo, sempre a Roma, replicò questo servizio integrale ai malati. Con la devoluzione di Ferrara al papato (1598-1796), la chiesa della Madonnina passò proprio ai religiosi dell’Ordine di San Camillo de Lellis, i Camilliani, detti Ministri degli Infermi, che da sempre si occupano dell’assistenza ai malati negli ospedali.

PROSSIMITÀ FISICA E SPIRITUALE

Oggi più che mai quella di S. Francesca Romana, e l’intera UP Borgovado, è come tante una parrocchia con sempre più anziani, per cui il bisogno di una presenza è sempre fondamentale. «Spesso – ci racconta ancora don Andrea – sono i famigliari a contattarmi se un anziano è ricoverato in ospedale o infermo in casa. Con il covid si erano dovute interrompere le mie visite a domicilio e nelle case di riposo: in quel periodo rimanevo in contatto con loro tramite telefonate e messaggi WhatsApp: ogni giorno inviavo loro il saluto mattutino, un saluto semplice accompagnato da un incoraggiamento, una foto e il commento al Vangelo del giorno. Poi le mie visite sono riprese, anche se più lentamente. Quando vado a trovarli, li ascolto, sto un po’ lì con loro, è importante anche solo che sentano la presenza di qualcuno. Dopo 40 anni che sono parroco di Santa Francesca Romana, li conosco tutti o quasi, a volte li visito anche solo per sapere come stanno».

La prossimità spirituale di don Andrea agli anziani e ai malati non si interrompe mai: «Nelle mie preghiere quotidiane prego sempre per coloro che sono ricoverati in ospedale, nelle case di riposo e nei centri ADO della città e della provincia. E ogni giovedì celebriamo la S. Messa per i malati. Per me andare a trovarli è come incontrare il Signore», scandisce don Andrea. «Loro, senza dirlo, ti comunicano il senso del vivere, del vivere la malattia, la sofferenza e la loro fede. Non incontro, quindi, solo la persona anziana ma in quella persona incontro anche il Signore».

ANZIANI IN PRIMA LINEA

Nella parrocchia di Santa Francesca Romana, però, alcuni anziani sono ancora fondamentali per la vita della comunità: alcuni di loro sono attivi nel Centro di Ascolto dell’Unità Pastorale, altri nel doposcuola, nella scuola di taglio e cucito, altri sono Ministri Straordinari dell’Eucarestia. E assieme ad altri parrocchiani organizzano varie iniziative, fra cui il pranzo comunitario dell’UP una domenica al mese, partecipano ai concerti di musica sacra, spendendosi anche nell’organizzazione di incontri. Un esempio, unico ma emblematico, è quello di Raffaele Lucci, 101 anni, che regolarmente tiene incontri di storia dell’arte.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce” del 24 novembre 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

Discepoli, ovvero il ripartire grazie a Lui

22 Nov

La quarta lezione della Scuola diocesana di teologia per laici: don Paolo Mascilongo ha relazionato sul tema “Immagini di sequela dal Vangelo di Marco”. Come essere Suoi discepoli anche oggi?

Proseguono le lezioni del nuovo anno della Scuola diocesana di teologia per laici “Laura Vincenzi”.

Lo scorso 16 novembre a Casa Cini, Ferrara, don Paolo Mascilongo (Referente per l’Apostolato Biblico della Diocesi di Piacenza-Bobbio) ha riflettuto sul tema “Immagini di sequela dal Vangelo di Marco”.

«A metà del Vangelo, prima dell’annuncio della morte  a Gerusalemme (Mc 10) – ha spiegato il relatore dopo una breve introduzione del testo – c’è un episodio spartiacque»: «”Chi dice la gente che io sia?”. Ed essi gli risposero: “Giovanni il Battista, altri poi Elia e altri uno dei profeti”. Ma egli replicò: “E voi chi dite che io sia?”. Pietro gli rispose: “Tu sei il Cristo”» (Mc 8, 27-29).

Il Vangelo secondo Marco, secondo don Mascilongo, «narra non solo di Gesù ma anche dei suoi discepoli: leggerlo, quindi, in questo modo può aiutarci nella nostra aspirazione a essere, oggi, suoi discepoli». Fra i discepoli, ha sottolineato più volte il relatore, c’erano anche delle donne;un fatto anomalo, questo, che in quel periodo storico delle donne non fossero relegate all’ambito domestico ma addirittura seguissero in questo modo un maestro come Gesù. 

Ma come si fa a riconoscerLo? E perché Pietro Lo riconosce? Fra i discepoli, naturalmente ci sono i 12 apostoli, scelti dallo stesso Gesù (Mc 3,14-15):«Ne costituì Dodici – che chiamò apostoli -, perché stessero con lui e per mandarli a predicare con il potere di scacciare i demòni».Questa apparente contraddizione tra lo “stare” e l'”andare” si può spiegare o considerando che «nella missione di Gesù i due aspetti coincidono», oppure come fosse (e sia) necessario «una prima fase a contatto con Lui (con la sua Parola, con la Sua presenza) per poi andare missionari», in una lontananza fisica ma non spirituale.

La passione e morte di Gesù (capitoli 14 e 15) rappresentano «il  culmine» di questo rapporto coi Suoi discepoli: dalla «comunione fortissima» durante l’ultima cena al dramma subito dopo vissuto nel Getsemani con l’arresto e la fuga dei 12, il loro «abbandono». L’antitesi, quindi, di quello “stare” con Lui sopracitato, «il fallimento» della loro missione. Cristo apparentemente morirà solo: sarà solo prima un centurione (un estraneo) a riconoscerlo, poi «alcune delle donne» e Giuseppe d’Arimatea, mai citati prima da Marco. Non i 12, lontani da Lui e ora non solo fisicamente.

«Ma egli [il giovane vestito di bianco] disse loro: “Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l’avevano posto. Ma andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro: ‘Egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto’ “» (Mc 16, 6-7). «L’ultima Sua parola per i discepoli è quindi, per don Mascilongo, «non di fallimento ma per una nuova chiamata, al di là dei loro meriti. Essere un bravo discepolo non significa non fallire mai, perché si può sempre ripartire: e solo Gesù può farci davvero riniziare ogni volta».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce” del 24 novembre 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio