Ferrara terra di missione: i giovani brasiliani in Diocesi si raccontano

5 Nov

Abbiamo incontrato i quattro missionari provenienti da Parauapebas, per tre mesi presenti tra il bondenese e Ferrara grazie a don Roberto Sibani: ecco come svolgono il loro servizio, tra visite alle famiglie e Mercatino solidale a San Paolo

di Andrea Musacci

Sabato 8 novembre alle ore 18 nel centro di Ferrara avrà luogo una Celebrazione Eucaristica particolare: nel Chiostro grande di San Paolo (con, per l’occasione, ingresso da via Boccaleone, 13), vi sarà infatti una Santa Messa interamente in lingua portoghese. Questa Messa verrà celebrata nell’area del “Mercatino della Fantasia” (giunto alla 26esima edizione), presente fino al 17 novembre per finanziare il 72° Progetto per Parauapebas, in Brasile: per la precisione, si tratta di aiutare il finanziamento del Centro Comunitario Parrocchiale “Lorena Lima”, un Centro educativo per la nonviolenza. Promotore della Messa, del Mercatino e del progetto solidale “Cammino di Fraternità” (che compie 30 anni) è don Roberto Sibani, parroco di Pilastri e Burana. Il Mercatino è aperto tutti i giorni dalle ore 9 alle 18 (domenica e festivi dalle 14.30 alle 18). Al Mercatino don Sibani è aiutato da diversi volontari, fra cui i quattro nuovi giovani missionari, arrivati a Pilastri da Parauapebas lo scorso 10 settembre e che rimarranno nella nostra Diocesi fino al 6 dicembre: Renan Furtado de Sousa, 33 anni; Milena Silva Souza, 21 anni; Viviane de Sousa, 32 anni; Dhayllana Alícia, 22 anni. Prima di presentarveli e di raccontarvi la chiacchierata che abbiamo avuto con loro, vi ricordiamo che anche quest’estate don Sibani è stato a Parauapebas per il suo annuale periodo missionario. Un momento particolarmente significativo si è svolto il 7 agosto nel Plenarinho della Camera Municipale di Parauapebas, con la cerimonia solenne per consegnare a don Sibani il titolo di Cittadino Onorario di Parauapebas.

CHI SONO I NUOVI MISSIONARI 

Renan Furtado de Sousa ha 33 anni, è nato a Osasco – San Paolo, e all’età di 11 anni si è trasferito con la famiglia a Parauapebas, dove vive ancora oggi con la madre e la sorella. Ha anche un fratello, Diego. «Ho iniziato a servire nella Chiesa a 8 anni come chierichetto – ci spiega -, ruolo che ho svolto fino al raggiungimento della maggiore età. In seguito sono stato catechista per i gruppi della Prima Comunione e della Cresima, coordinatore dei chierichetti, e ho fatto parte del coordinamento dei gruppi giovanili Segue-me (Seguimi, per 20-30enni) e Escalada (Scalata, per età 12-16 anni). Attualmente faccio parte della parrocchia di San Sebastiano, dove sono coordinatore della Pastorale della Comunicazione e canto durante la  Messa. Infatti, a un certo punto del mio percorso, ho scoperto di avere il dono di poter lodare Dio anche attraverso il canto. E canto anche professionalmente in cerimonie religiose come matrimoni, battesimi. Prima di venire in missione in Italia – prosegue -, ho lavorato come assistente in un centro che si prende cura di persone con disabilità, e sto concludendo il corso di Educazione Fisica e presto sarò insegnante nell’area. Ho già partecipato a questa missione nella vostra Diocesi nel 2016, insieme a Fabiana, Jordânia e Andreia».

Milena Silva Souza, 21 anni, nata a Goianésia do Pará, vive a Parauapebas e frequenta la parrocchia di San Francesco d’Assisi, nella Diocesi di Marabá. «Sono aspirante alla vita religiosa nella congregazione delle Figlie della Divina Carità», ci racconta: «è un periodo che dura due anni, ho iniziato nel febbraio 2024; e nella mia comunità religiosa viviamo in quattro: suor Joseana, suor Ana Maria, suor Salete e io. Le ho conosciute tramite un incontro vocazionale alla quale ero stata invitata e che per me è stato decisivo. Mia madre è cattolica, mentre mio padre è evangelico, e ho due sorelle. In parrocchia canto, suono la chitarra, faccio parte del coordinamento parrocchiale della pastorale giovanile e frequento anche il corso di teologia pastorale. Ho iniziato a fare la catechista all’età di 15 anni. Durante la settimana partecipo agli studi interni di formazione religiosa e seguo le lezioni di musica: ho imparato a suonare la chitarra durante il lockdown nella pandemia da Covid, tramite alcuni corsi su You Tube». Altro momento per lei importante nel suo cammino è stato, nel 2024, «la partecipazione a una settimana missionaria di giovani (eravamo circa 250) in Amazzonia, andando in diverse parrocchie e a trovare le persone e le famiglie nelle loro case».

Viviane de Sousa, 33 anni, originaria di Breu Branco, nello stato del Pará, vive a Parauapebas col fratello la sorella la nipote e suo figlio adottivo Zac Manuel. «Vengo da una famiglia cattolica, ma sono cresciuta in un’altra famiglia che mi fece frequentare la Chiesa avventista del settimo giorno. Poi a 11 anni sono tornata nella Chiesa Cattolica, ma frequentando raramente e con poca convinzione: solo all’età di 25 anni ho fatto la prima comunione e la cresima, e ho seguito il corso vocazionale col gruppo Seguimi (v. sopra, ndr), di cui faccio ancora parte. Il mio cammino di fede – ci spiega – continua e cresce ogni giorno e anche questa missione è una tappa importante di questo percorso e al tempo stesso una conferma del fatto che ho intrapreso la giusta strada. So che questa missione sarà un tempo di grande apprendimento, rafforzamento della fede e crescita spirituale. Con gioia, metto la mia vita al servizio del Vangelo, confidando che Dio continuerà a guidare ogni passo di questo cammino».

Dhayllana Alícia, 22 anni, originaria della città di São Pedro da Água Branca (MA), vive a Parauapebas con la madre e il fratello. «Faccio parte della Comunità San Benedetto, della Parrocchia di Cristo Re, dove svolgo diversi servizi pastorali: sono Coordinatrice della Pastorale Giovanile e dei chierichetti; membro dell’équipe liturgica, soprattutto come lettrice; membro della Pastorale della Comunicazione, con attività nella radio parrocchiale; vice-coordinatrice del Consiglio della Comunità. Per me, servire nella Chiesa è una missione di vita, un gesto profondo di amore verso Dio e il prossimo. Sono molto felice di partecipare a questa missione in Italia, dove sto conoscendo da vicino la realtà delle parrocchie e del popolo che cammina insieme a don Roberto».

LA MISSIONE NEL BONDENESE

A Pilastri e Burana, infatti, i quattro missionari fanno animazione nelle Messe, hanno guidato le serate spirituali in occasione della festa di San Matteo Apostolo, patrono di Pilastri (15-19 settembre): «in queste cinque serate – dividendo Pilastri in cinque zone, ci spiega don Sibani – è stata fatta l’esposizione Eucaristica, i quattro missionari sono andati casa per casa per  annunciare l’arrivo di Gesù e invitare all’Adorazione eucaristica e alla preghiera la sera, ogni volta accolti in un luogo diverso. «Questi stessi incontri preliminari di invito – ci spiegano i quattro brasiliani -, ci han permesso di entrare nelle case di molte persone, e quindi di poter conoscere famiglie, anziani, persone malate». A Vigarano Mainarda, Vigarano Pieve e Salvatonica i missionari hanno incontrato i bimbi del catechismo. Le domeniche 9 e 16 novembre saranno, invece, nella zona di Bondeno, mentre la scorsa Giornata Missionaria Mondiale (19 ottobre) sono stati a Gavello e Scortichino e lo scorso 14 ottobre hanno animato la Veglia missionaria nella chiesa di Pilastri per le quattro parrocchie dell’UP “Madonna Pellegrina”. E ancora, sono in programma “I giorni della fraternità” con le famiglie di origine marocchina a Burana e a Pilastri: don Roberto, accompagnato dai quattro missionari, farà visita a ognuna di queste famiglie nei seguenti giorni: 27, 28, 29 novembre; 1, 2, 3 dicembre.

RIFLESSIONI SU FEDE E CHIESA

«Qui nel Ferrarese e più in generale in Italia a livello di fede la realtà è molto diversa rispetto al Brasile», riflette con “la Voce” Renan: «mi dà tristezza vedere che tanti giovani non vanno in chiesa e non partecipano alla vita delle comunità ecclesiali». Non è certo da oggi – infatti – che siamo diventati terra di missione… «In Brasile, però – prosegue – la Chiesa evangelica è in continua crescita: se dovessimo interrompere la missione fra la nostra gente, fra qualche anno ci ritroveremmo in Brasile con le chiese vuote…». «Io però – ci spiega Viviane – ho conosciuto alcuni giovani che dopo un cammino personale e comunitario, da evangelici sono diventati cattolici». «La forma di predicazione degli evangelici è più attraente, organizzano più iniziative in particolare per i giovani, come la discoteca», riprende Renan. «Noi cattolici non dovremmo fare questo ma organizzare più ritiri e più incontri spirituali per attirare i giovani, momenti nei quali poter unire la predicazione, la preghiera e la formazione sulle fondamenta della nostra fede e della nostra Chiesa». Una sfida enorme, che interpella anche noi qui in Italia.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 7 novembre 2025

Abbònati qui!

Pasolini e Assisi: storia dell’incontro tra il regista e il Cristo degli ultimi

1 Nov

A 50 anni dalla morte dell’intellettuale, il racconto della genesi del suo film Il Vangelo secondo Matteo: siamo nel ’62, Pasolini è alla Cittadella dove i Vangeli e don Giovanni Rossi gli cambiano la vita. E poi, l’incontro con le Piccole Sorelle di Gesù e Papa Giovanni…

di Andrea Musacci

«Ma lei crede in Gesù, Figlio di Dio?». 

«Per adesso no». 

«Preghi allora anche lei come il padre del lunatico alle falde del Tabor: “Signore, aiuta la mia incredulità”». 

«Questa invocazione la sceglierò come motto del mio film».

(Dialogo tra don Giovanni Rossi e Pier Paolo Pasolini, 1962)

Il 9 gennaio 1959 don Giovanni Rossi, fondatore della Pro Civitate Christiana (PCC) di Assisi, assieme ad altri volontari della PCC e al Vescovo assisano, viene ricevuto in Udienza in Vaticano da Papa Giovanni XXIII. Questi aveva un antico rapporto di amicizia con don Rossi. Ed è proprio prima di questa Udienza  che il Pontefice ha un colloquio privato col sacerdote. Un colloquio storico: «Devo dirti una bella idea. Ma tu poi la vai a dire a tutti!», dice a un certo punto il Papa. «No, no, padre santo», risponde don Rossi. E Roncalli allora gli rivela: «Questa notte mi è venuta una grande idea: di fare un Concilio Ecumenico». Don Rossi, nel pieno dell’emozione, lo invita a visitare Assisi.

LÀ FUORI IL PAPA, SUL COMODINO IL VANGELO

Quasi 4 anni dopo, il 4 ottobre ’62, Festa di San Francesco, il treno si muove dalla Stazione vaticana alle 6.30 del mattino: sopra, Papa Giovanni XXIII si mette in viaggio per Loreto e Assisi. Ricordando anche quell’incontro del ’59, ha scelto queste due località per porre sotto la protezione della Madonna e del Poverello il Concilio Vaticano II, cominciato una settimana dopo, l’11. La sera di quel 4 ottobre don Rossi torna a casa scosso dalla profonda commozione di aver visto il suo amico Papa Giovanni nella sua Assisi. La casa di don Rossi è la Cittadella, sede della PCC (elevata nel ’59 ad Associazione Primaria proprio da Giovanni XXIII). E alla sua tavola, a cena, c’è uno degli intellettuali più importanti e controversi: Pier Paolo Pasolini (PPP) (i due, in foto nel ’62). Giunto ad Assisi due giorni prima per partecipare al VII Convegno dei Cineasti sul tema Il cinema come forza spirituale del momento presente, Pasolini alloggia alla Cittadella, stanza num. 16, nella quale dormì lo stesso Roncalli un anno prima di diventare Papa. In questa stanza, quel giorno il regista si è chiuso infastidito dai rumori per l’arrivo del Pontefice: ma nel suo cuore si è aperta una breccia, che lo porterà a realizzare un capolavoro del cinema: Il Vangelo secondo Matteo. Così lo stesso regista raccontò quelle ore: «D’istinto, allungai la mano al comodino, presi il libro dei Vangeli che c‘è in tutte le camere e cominciai a leggerlo dall’inizio, cioè dal primo dei quattro Vangeli, quello secondo Matteo. E dalla prima pagina giunsi all’ultima – lo ricordo bene – quasi difendendomi, ma con gioia, dal clamore della città in festa. Alla fine, deponendo il libro, scoprii che, fra il primo brusio e le ultime campane che salutavano la partenza del Papa pellegrino, avevo letto intero quel duro ma anche tenero, così ebraico e iracondo testo che è appunto quello di Matteo. L’idea di un film sui Vangeli – prosegue PPP – m’era venuta altre volte, ma quel film nacque lì, quel giorno, in quelle ore». Quel film lo dedicò – non a caso – «Alla cara, lieta, familiare memoria di Giovanni XXIII». «A quella cara “ombra” l’ho dedicato», spiegò: «L’ombra, che è la regale povertà della fede, non il suo contrario».

ALLA RICERCA DEL VOLTO DI GESÙ

In una delle mie visite ad Assisi, alloggiando alla Cittadella ho avuto modo di parlare con Anna Nabot, storica volontaria lì residente, nonché Direttrice della Galleria d’arte contemporanea della struttura, e arrivata alla PCC proprio nel 1962. Galleria che è parte dell’Osservatorio Cristiano, centro di documentazione e studio sulla figura e l’opera di Gesù. «Osservatorio – mi spiega Anna – che conserva la sceneggiatura originale del Vangelo di Pasolini, donata da don Andrea Carraro (biblista della PCC, ndr), che ne scrisse le correzioni su richiesta dello stesso Pasolini». E nella Fonoteca dell’Osservatorio, PPP «scelse anche le musiche per il suo Vangelo e consultò le copie di diverse immagini sacre presenti nella “Sezione iconografica”, divisa per fasi della vita di Gesù». Interessante – inoltre – l’intuizione che PPP ha in quel luogo per il volto del Gesù del suo film, «ispirato anche al Gesù del Miserere di Rouault» (Parigi 1871-1958), serie di 58 incisioni lì conservate. E nel febbraio ’64 un giovane militante comunista spagnolo, Enrique Irazoqui, è a Roma per raccogliere soldi per la causa antifranchista: «bussa alla porta di Pasolini per chiedere un aiuto economico e in lui il regista vede subito il volto del suo Gesù». «Nel ’62 – prosegue Nabot – fu un giovane volontario della Cittadella ad andare a casa di PPP a Roma per invitarlo al Convegno dei cineasti del 2-3 ottobre dello stesso anno». E in quei giorni «Pasolini visita anche San Damiano e l’Eremo delle carceri, accompagnato da Bernardini, giovane volontario della PCC ed esperto di cinema muto e dal fratello Tony, anche lui volontario qui ed esperto di arte, autore di alcune pubblicazioni, anche sul Miserere di Rouault». 

VANGELO SOFFERTO

Proprio nella sede dell’Osservatorio della Cittadella è conservato il comodino con la copia dei Vangeli che PPP consultò. Il Vangelo di Pasolini uscirà nelle sale proprio due anni dopo la sua ideazione ad Assisi, il 2 ottobre ‘64. Ma sempre nel novembre del ’62 PPP torna ad Assisi dall’amico don Rossi (che morirà il 27 ottobre ’75, sei giorni prima di lui): «Io non credo in Dio», dice il regista al sacerdote. «Però, di un fatto devo tener conto: la lettura del Vangelo mi ha veramente sconvolto (…). Voglio farne un film, con il vostro aiuto». La sceneggiatura viene completata in due mesi: alcune obiezioni sono di principio, come quella di Guardini sull’impossibilità di fare un film su Gesù. Crudeli, invece, sono le critiche a don Rossi e Pasolini provenienti da parte del mondo cattolico. Nel marzo ’63, il sacerdote scrive al regista per tranquillizzarlo: «Caro Pier Paolo! Sono molto addolorato per la Sua sofferenza. Prego per Lei e per la sua cara mamma. Spero e di gran cuore le auguro che presto un bel sole cristiano splenda sopra la sua anima».

Due mesi dopo l’uscita del film, Pasolini torna alla Cittadella assieme alla mamma Susanna, donna di grande fede. La notte di Natale i due partecipano alla Messa nella cappella della Cittadella. Un’ora prima, PPPP ha un colloquio privato con don Rossi nel suo studio; in una lettera del 27 dicembre all’amico sacerdote, lo ringrazia per le parole pronunciate in quell’incontro: «sono state il segno di una vera e profonda amicizia, non c’è nulla di più generoso che il reale interesse per un’anima altrui (…) ricorderò sempre il suo cuore di quella notte». E dopo PPP conclude con una confessione drammatica e commovente: «Sono “bloccato”, caro don Giovanni, in un modo che solo la Grazia potrebbe sciogliere. La mia volontà e l’altrui sono impotenti. E questo posso dirlo solo oggettivandomi, e guardandomi dal suo punto di vista. Forse perché io sono da sempre caduto da cavallo; non sono mai stato spavaldamente in sella (come molti potenti della vita, o molti miseri peccatori): sono caduto da sempre, e un mio piede è rimasto impigliato nella staffa, così che la mia corsa non è una cavalcata, ma un essere trascinato via, con il capo che sbatte sulla polvere e sulle pietre. Non posso né risalire sul cavallo degli Ebrei e dei Gentili, né cascare per sempre sulla terra di Dio».

Non meno triste e fonte di profonde riflessioni è il racconto che Pasolini fa della morte improvvisa nel febbraio del ‘69 di don Andrea Carraro, sacerdote della Cittadella (sopracitato, che nel ’64 lo aveva accompagnato nei sopralluoghi in Israele e Giordania e che fu consulente anche per Uccellacci e uccellini), la cui salma va a visitare in una delle stanze: «contadino povero, come il suo buon Papa Giovanni», che al regista pare insegnare – lì disteso senza vita, in attesa della vita vera – un certo abbandono all’Assoluto, che forse PPP allora non coglie (ancora?) del tutto: «Si è rassegnato» alle umiliazioni subite per le sue umili origini, «e ha sorriso. Ha messo tutto nelle mani del suo Signore».

LE PICCOLE SORELLE, «QUESTO CRISTIANESIMO NASCOSTO…»

Come detto, Pasolini nel ’62 arriva ad Assisi il 2 ottobre, con l’intenzione di non rimanerci più di 24 ore. Ma don Rossi lo convince a fermarsi di più, per una serata di letture di alcune sue poesie. Pasolini accetta. Nel pomeriggio del 2, assieme ad alcuni volontari della Cittadella (Lucio Caruso, Paolo Scappucci e Guido De Guidi) gira per Assisi visitando anche San Damiano. A un certo punto i quattro si dirigono a un casolare lì vicino, dove dal ’53 abitano le Piccole Sorelle di Gesù (dopo oltre 70 anni sono ancora lì presenti), fraternità nata in Francia 25 anni prima grazie a suor Magdeleine di Gesù e ispirata al messaggio di Charles de Foucauld. Qui entrano nella cappella, situata nella stalla. «Voglio vedere qualcuna di queste sorelle, fatemele vedere», prega PPP. Una di loro, Paola (allora responsabile italiana e unica consacrata del gruppo), arriva assieme alla Piccola Sorella Diomar (brasiliana) e alle postulanti Giovanna Carla e Fulvia; Paola spiega a un turbato Pasolini: «Noi lavoriamo col sottoproletariato, cerchiamo di dare una mano ai non garantiti, ai più esclusi». La sera stessa, confida a Caruso il suo turbamento per l’incontro con quelle umilissime discepole di Cristo: «Quelle Piccole Sorelle… (…). Ecco uno dei motivi di fascino che ancora mi attirano al cristianesimo. Questo cristianesimo da scoprire senza che si esibisca e ti faccia perdere il gusto e la pena di cercarlo…Questo cristianesimo nascosto, senza uffici stampa, senza televisione, senza cinema…». 

Quel cristianesimo vissuto nel deserto come luogo mistico della contemplazione di Dio, e che della cura dei deserti dei cuori fa la propria missione. Lo stesso deserto nell’irrisolto “teorema” del nostro fratello Pasolini: «Ah, miei piedi nudi, che camminate sopra la sabbia del deserto! Miei piedi nudi, che mi portate là dove c’è un’unica presenza e dove non c’è nulla che mi ripari da nessuno sguardo! (…) Come già per il popolo d’Israele o l’apostolo Paolo, il deserto mi si presenta come ciò che, della realtà, è solo indispensabile. O, meglio ancora, come la realtà di tutto spogliata fuori che della sua essenza (…). Io sono pieno di una domanda a cui non so rispondere».

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 31 ottobre 2025

Abbònati qui!

Vivere la fede in Cristo fuori dai rifugi, nella bella e difficile complessità: don Fabio Rosini a Ferrara

1 Nov

Il 12 novembre alle ore 21 il sacerdote romano sarà nel Cinema San Benedetto per presentare il suo libro appena uscito, “Ma anche no”.Una sfida ai luoghi comuni

di Andrea Musacci

Rischio ricorrente nell’animo umano è quello dell’autoillusione, di crearsi narrazioni di comodo, il tendere «naturalmente alla proiezione, alla sovrapposizione delle nostre paure o delle nostre aspettative, spalmandole sopra la realtà» e sopra l’immagine – autoprodotta – del nostro dio. Di questo – e di molto altro – riflette don Fabio Rosini nel suo ultimo libro, “Ma anche no. La sfida della complessità e l’arte dell’et-et…per salvarsi dalle assolutizzazioni e dalle banalizzazioni” (San Paolo Edizioni, 21 ottobre 2025, 18 euro). Libro che presenterà lui stesso a Ferrara la sera del 12 novembre nel Cinema San Benedetto di via Tazzoli (inizio alle ore 21). 

Don Rosini è volto noto nella nostra Chiesa: romano, biblista, docente di comunicazione e trasmissione della fede alla Pontificia Università della Santa Croce, è molto seguito in particolare dai giovani. Ma questo libro si rivolge a tutti, perché le autoillusioni non conoscono età; e l’effetto di questo meccanismo è porre il bene in noi e il male negli altri, riproponendo a livello relazionale la dinamica schmittiana dell’amico-nemico. Non v’è dubbio: è molto più facile vedere il male (reale o non) nell’altro che non in noi stessi. Così purtroppo è anche nella Chiesa, cioè nei suoi membri quando scelgono di essere del mondo: «È triste constatare – scrive don Rosini – che in molti ambienti ecclesiali, pure i più evoluti, ci sia sempre un nemico contro cui combattere; qualcuno da cui distinguersi, a cui opporsi. Persone da condannare. Per non identificarsi…». Gesù invece sapeva che la propria missione era di stare coi malati, i difettosi, i peccatori (Mt 9,10-13): che la loro miseria (la nostra) aveva bisogno della Sua Misericordia (si ricordi a tal proposito la Lettera Apostolica Misericordia et misera di Papa Francesco, uscita nel 2016 a conclusione del Giubileo). «Rimasero soltanto loro due: la misera e la misericordia», scrisse Sant’Agostino riflettendo sull’incontro di Gesù con l’adultera (Gv 8,1-11). «Le persone oneste non si lasciano bagnare dalla grazia», scriveva Peguy: «ciò che si definisce morale è uno strato che rende l’uomo impermeabile alla grazia».

Leggi l’articolo completo qui.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 31 ottobre 2025

Abbònati qui!

(Foto: Pexels – Whicdhemein One)

Anelito alla solidarietà: il grido della ragione etica in Horkheimer

31 Ott

Proseguono nella Camera del Lavoro (CGIL) di Ferrara gli incontri dedicati al marxismo occidentale, o meglio ai marxismi occidentali, per loro natura eterodossi.

Lo scorso 20 ottobre Davide Ruggieri (Università di Padova) ha relazionato sul tema “Max Horkheimer: la teoria critica tra marxismo e pessimismo”. Il relatore è stato introdotto dalla giovane studentessa dell’Università di Padova, Lucia Run Hui Li (i due nella foto), per l’iniziativa promossa da Istituto Gramsci Ferrara in collaborazione con CGIL Ferrara, SPI CGIL Ferrara, ISCO Ferrara e il Laboratorio per la Pace dell’Università degli Studi di Ferrara, con il patrocinio del Comune di Ferrara.

Parlare di Horkheimer vuol dire parlare innanzitutto della Scuola di Francoforte di cui lo studioso faceva parte, cioè di quel luogo prediletto del pensiero critico dove si era «con Marx e oltre Marx», e dove alla critica del totalitarismo nazista si affiancava la critica al totalitarismo sovietico, al neopositivismo e alle forme di dominio del capitalismo, in un’unione feconda tra politica, filosofia, sociologia, cultura e psicanalisi.

Due sono gli amori di una vita di Horkheimer: uno del pensiero, Schopenhauer; l’altro del cuore, totale, la moglie Rosa Riekher, che «lo apre al senso di solidarietà tra le persone», che non nasce dalla miseria materiale ma «dalla comune condizione umana segnata dal limite e dalla morte».

Nello specifico della critica alle fondamente della visione capitalista, Horkheimer vede con chiarezza come «nella società borghese tutto – anche la libertà – è mercificato», e quindi sia in atto una vera e propria «catastrofe, conseguente al fallimento della ragione nel suo senso etico, universale, contrapposta alla ragione tecnicistica e strumentale e individualistica del neopositivismo», che ha dato vita ad una «società totalmente amministrata e fondata sullo sfruttamento della maggioranza delle persone». Marx va quindi «superato» in diversi punti, ma per questo non può essere messo da parte e non può venir meno la critica radicale all’illuminismo inteso come «movimento culturale che produce un impulso alla distruzione», da noi conosciuto in particolare nei conflitti mondiali. Il «sistema dell’amministrazione totale» occidentale è quindi una forma di «totalitarismo», che si può combattere – oltre che con la teoria critica – rivalutando «elementi irrazionali» e riscoprendo «temi legati alla religione e alla trascendenza, che il mondo totalmente amministrato sta tentando di eliminare». Fra questi, Horkheimer individua la «compassione», la «gioia compassionevole», lo «spirito del Vangelo». Per far rinascere – prima nel cuore di ognuno, poi a livello collettivo – un «forte anelito alla solidarietà».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 31 ottobre 2025

Abbònati qui!

Francesco e quel suo Cantico tanto materiale quanto divino

30 Ott


La relazione di Stefani il 22 ottobre in Ariostea: «molte le ambivalenze»

Il Cantico delle creature è testo arcinoto ma forse proprio per questo “sottovalutato” nelle sue mille e una ambivalenze e originalità. Un’analisi in questo senso è stata compiuta lo scorso 22 ottobre nella Biblioteca Ariostea di Ferrara dal biblista Piero Stefani per la conferenza sul tema “Il sole, la terra e la tribolazione. A 800 anni dal Cantico delle creature di Francesco di Assisi”. A cura dell’Istituto Gramsci Ferrara in collaborazione con ISCO Ferrara e Biblia, la conferenza ha visto l’introduzione di Nicola Alessandrini – alla guida dell’Istituto Gramsci Ferrara – che ha citato alcuni passaggi delle Lettere e dei Quaderni del carcere di Gramsci in cui il politico e filoosfo cita il Poverello di Assisi.

Francesco scrive il Cantico nel 1225 mentre si trova presso il Monastero di San Damiano e quando ormai è quasi del tutto cieco: «Francesco – ha spiegato Stefani – era in una condizione di tribolazione, profondamente malato soprattutto negli occhi, residuo del suo viaggio in Oriente. Era quindi bendato anche di notte, perché non sopportava nemmeno la luce delle lampade». Stefani ha voluto iniziare con una necessaria precisazione: «Francesco non vedeva la natura ma il creato, cioè un’azione diretta di Dio, mentre “natura” richiama un’autonomia delle cose; quindi tutti gli usi “ecologisti” del Cantico sono strumentali». 

Una delle fonti più accreditate su Francesco è la cosiddetta “Leggenda perugina”, secondo cui il Cantico è composto in tre blocchi: il primo, di lode; il secondo, sul perdono; il terzo, sulla morte. Il primo è «visivo e scritto nella tribolazione di chi non poteva vedere: quindi in esso egli loda ciò che ricorda, ciò che non può più vedere». Ma anche il perdono richiama una sua «tribolazione», quella di venire a conoscenza dello «scontro violento tra il Vescovo e il Podestà di Assisi: la tribolazione stava non solo nel litigio, nella mancanza di perdono ma anche nel fatto che nessuno interveniva per riconciliarli. Questa seconda parte aiuterà la riconciliazione tra i due potenti». E poi vi è la lassa della sorella morte: «Francesco si identifica a tal punto col Cantico da metterci anche la propria morte», ha spiegato il relatore. Francesco – ha proseguito Stefani – conosceva i Salmi non perché possedesse una Bibbia (ai tempi era molto difficile averla) ma perché aveva un breviario, oltre ai Vangeli: «il suo Cantico ricorda il Salmo 148 nell’invito alle creature a lodare il Signore». La lode è quindi «linguaggio umano che non esprime solo sé stesso ma si allarga a tutte le creature». Ma rispetto al modello biblico, il Cantico ha anche differenze, quattro in particolare: «in esso non sono presenti gli angeli, perché vuole radicarsi nella materialità, forse per rispondere ai grandi avversari di questo Cantico, cioè i catari»; «vi è l’espressione “mio”»; «le creature sono indicate come “fratello” e “sorella”: l’universo è quindi un grande convento, un “convenire”. Siamo tutti fratelli e sorelle perché siamo tutti creature, abbiamo lo stesso Padre».Infine, «nel Cantico Francesco non nomina gli animali».

Ma sul “fratello” e “sorella” vi sono «due complicazioni»: una celeste, per cui nel Cantico «il sole è mio fratello ma anche “mio signore”, cioè simbolo di Dio. Il sole è luce, testimonianza dell’azione diretta del Signore». E poi c’è una complicazione riguardante la terra, «che è a un tempo madre e sorella» e vi è l’anomala presenza «dei fiori – oltre che dei frutti -, quindi anche della bellezza, della gratuità».

Infine, la lassa finale, quella dedicata alla morte, anzi alle “morti”: quella corporale, «che è sorella quindi creatura»; e la «seconda morte», che invece «si può evitare facendo la volontà di Dio». «Questo Cantico – quindi – che ha così tanto di materiale, finisce con l’invisibile, con una realtà oltre la morte».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 31 ottobre 2025

Abbònati qui!

«IA e robot non potranno mai comprendere la complessità e imprevedibilità dell’umano»

29 Ott

Federico Manzi (UniCatt) è intervenuto alla Scuola diocesana di teologia su linguaggio umano e non

Lo scorso 23 ottobre a Casa Cini si è tenuta la terza lezione del nuovo anno pastorale della Scuola diocesana di teologia per laici. Federico Manzi ha relazionato su “Linguaggio e linguaggi (Gen 11,1)”. Manzi è Ricercatore in Psicologia dello Sviluppo e dell’Educazione alla Cattolica di Milano e Co-direttore dell’Unità di Ricerca in Psicologia e Robotica nel Ciclo di Vita.

«Agenti conversazionali come Chat GPT – ha riflettuto – sono sempre più utilizzati: a volte le risposte di queste “macchine” ci sembrano simil umane, ma è un’illusione, queste macchine non possono davvero comprendere ciò che abbiamo loro domandato». Non di rado la macchina «ci dà la risposta giusta ma essa è già stata addestrata attraverso i dati che contiene, già raccolti. Quindi in realtà non può davvero comprendere cosa c’è dietro la domanda che le poniamo».

Allora – si è chiesto il relatore – perché dovremmo fidarci di questi strumenti? In base a che cosa dovremmo riporre fiducia in essi? Innanzitutto, «la familiarità con questi strumenti può evitarci un approccio catastrofistico, pur conservando il senso critico nei loro confronti».

Manzi ha poi brevemente illustrato gli sviluppi della robotica nella storia, nella tecnica e nell’arte: sono diversi i tipi di robot, sempre più sofisticati e antropomorfizzati, fino ad arrivare agli androidi, ideati dall’uomo. A dominare è stato, nella storia, perlopiù, «una visione distopica, negativa». Ma il nostro approccio è mutato all’incirca intorno all’anno 2010».

Oggi strumenti come Chat GPT pur potenti «sono incapaci di entrare nella complessità dell’umano e delle relazioni umane: l’umano è estremamente imprevedibile e complicato nelle sue capacità relazionali, speculative e comunicative».

Riguardo all’utilizzo dell’intelligenza artificiale nelle scuole e nell’ambito educativo, Manzi ha poi spiegato come innanzitutto «bisognerebbe coinvolgere gli insegnanti in eventuali scelte di questo tipo, ragionando con loro su come si trasformerebbe il ruolo dell’educatore». Poi vi è l’ambito dell’applicazione della robotica per gli anziani, che può essere utile «per la loro riabilitazione sociale e cognitiva».

Insomma, il rapporto tra l’uomo e robot e tra uomo e intelligenza artificiale «deve mettere al centro l’umano. per fare ciò, vi è la necessità di una formazione profonda al riguardo, anche se siamo ben lontani dal dominio dei robot e dell’intelligenza artificiale».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 31 ottobre 2025

Abbònati qui!

«La passione per Cristo sempre lo accompagnava»

25 Ott

Padre Silvio Turazzi: pomeriggio di riflessioni e testimonianze su questo «grande uomo di Dio», che nella gioia ha riscoperto «il crudo del Vangelo»

Emozionante pomeriggio quello dello scorso18 ottobre a Casa Cini, Ferrara, per la presentazione del volume “Missionis Gaudium. La gioia del Vangelo” (Quaderni CEDOC SFR, 55), raccolta di scritti di padre Silvio Turazzi, missionario saveriano, deceduto nel 2022. La relazione centrale è spettata a don Andrea Zerbini (Direttore CEDOC SFR ed ex Direttore Ufficio Missionario Diocesano), che ha raccolto e ordinato in vari capitoli la maggior parte degli scritti di padre Silvio in questo libro. L’incontro è stato introdotto e moderato da Roberto Alberti, Direttore del nostro Centro Missionario diocesano.

Padre Armando Coletto, Rettore deiSaveriani di Parma ed ex missionario ha spiegato come «Ferrara dev’essere grata per aver avuto una figura come padre Silvio Turazzi. Ricordo i suoi occhi profondi, il suo sguardo bello: era una persona sempre accogliente, capace di donarti qualcosa che ti rimaneva nel cuore». A seguire, mons. Massimo Manservigi ha introdotto la visione del video dedicato a padre Turazzi, con anche scene di un documentario girato nel ’98 dallo stesso mons.Manservigi a Vicomero, con stralci di intervista allo stesso padre Silvio, a sua sorella Gianna, ai suoi fratelli don Andrea e Armando, a Pierre Kabeza, attivista congolese residente a Milano, che aveva conosciuto bene padre Silvio. Quest’ultimo ha spiegato come padre Silvio abbia «veramente amato l’Africa e soprattutto il Congo.Era un congolese di fatto». Le parole di padre Silvio spiegano bene la sua spiritualità: «la Croce ci permette di scoprire le radici più profonde della nostra esistenza» e «Il Dio che io seguo è quel Dio crocifisso, che cammina con noi». «Sono stato – spiega in un altro passaggio – toccato dal Vangelo di Gesù. Il Risorto mi ha toccato e quindi ho pensato di condividere quest’incontro, non certo di fare proselitismo».

Don Andrea Zerbini ha iniziato la propria relazione riflettendo sul lato «profetico» della figura di padre Turazzi nel «mettere al centro del suo servizio i poveri», e sulla «mistica della missione»: la sua è stata «una fede ostinata e sorridente, una fedeltà innamorata», grazie alla quale è evidente «il passaggio dall’etica alla mistica, cioè dal fare-per all’essere-con». E padre Silvio «sapeva farsi compagno di strada a coloro che cercano una risposta, grazie a un forte senso della pietà e della giustizia sociale, nata – questa – proprio dal suo misticismo». Per comprendere Cristo e sapere dove trovarlo, «per lui sono sempre stati centrali il Padre Nostro e le Beatitudini».Da qui «la speranza e la gioia» in lui così accese, «la semplicità del saper essere amico, l’apertura fraterna e l’imprevedibile libertà». Il suo era – richiamando Battisti – i«l canto di un cristiano libero». Ma questa gioia – lo sappiamo – non poteva non essere sempre «imperfetta e minacciata»: «Io non so, ma Tu sai», scriveva padre Silvio, allora «la gioia è nascosta nel gemito, la vera gioia non è a buon mercato ma a caro prezzo». Nella gioia, dunque, si riscopre «il crudo del Vangelo», diceva ancora padre Silvio, che proseguiva: «il ministero di chi accompagna nel dolore più di tutti manifesta il Mistero pasquale». 

A seguire è intervenuto un altro missionario saveriano che ben aveva conosciuto padre Turazzi, padre Paolo Tovo: «con lui ho collaborato dal ’94 al 2001.Non era un navigatore solitario ma ha vissuto quel che la Chiesa viveva. Anche di fronte ad eventi dolorosi mai perdeva la mansuetudine, la sua fede profonda, la passione per la missione.Amava Teilhard de Chardin e la montagna e la sua passione per Cristo lo accompagnava sempre. Ed era un figlio del Concilio Vaticano II, grazie al quale aveva compreso che la missione è Dio, quindi che la Chiesa esiste per la missione, non il contrario», contro ogni tentazione colonialista o di porsi da parte della Chiesa come «società perfetta contro gli infedeli». Insomma, la missione «è come una mietitura, si tratta di mietere qualcosa che c’è già», non di portarlo dall’esterno:l’altro non è un ricettore passivo ma «un interlocutore, in lui la Grazia di Dio è già presente». Al tempo stesso, «si porta Cristo e Lo si scopre fra le genti».

In conclusione del pomeriggio – molto partecipato – è intervenuta Edda Colla, storica collaboratrice di padre Silvio: «sapeva farsi amare – ha detto – perché amava tanto le persone che incontrava. L’ho conosciuto nel ’66, insieme abbiamo vissuto a Roma fra i baraccati, e lavoravamo per mantenerci.Ricordo, ad esempio, quando nelle baracche di notte c’era un uomo con problemi mentali che a volte urlava: padre Silvio allora si alzava e con pazienza andava a calmarlo». A Roma era stato anche Cappellano al Centro handicappati, in servizio fra i detenuti, coi bimbi  di strada e aveva fatto campagne per la pace e contro le tasse inique. E ancora: «al Centro di riabilitazione in seguito al grave incidente da lui subito, ha potuto conoscere meglio il mondo operaio e i suoi problemi, essendo lì ricoverati anche diversi infortunati sul lavoro. Era un grande uomo di Dio, al tempo stesso con una dolcezza infinita e una grande forza e determinazione». 

L’incontro si è concluso con un breve saluto del fratello mons. Andrea Turazzi, Vescovo emerito di San Marino-Montefeltro e con la testimonianza di Luisa Flisi, missionaria fidei donum per la Diocesi di Parma, da quasi 40 anni a Goma, in Congo, dove ha conosciuto padre Silvio che – ha detto – «ha sempre amato gli ultimi, era in comunione col Padre e sempre al servizio di tutti, portando la Croce con serenità».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 24 ottobre 2025

Abbònati qui!

Una «pattuglia ecclesiale» per portare Dio a chi oggi Lo cerca

23 Ott


L’intervento di don Goccini alla Scuola diocesana di teologia: «come Gesù torniamo sulla strada per cercare gli ultimi e invitarli al nostro ballo collettivo»

Sembra paradossale ma le riflessioni intraecclesiali sull’annuncio e l’evangelizzazione, cioè su nuovi modi di comunicare la fede sono…vecchi. È un tema, infatti, che dal Vaticano II ha attraversato tutte le generazioni di educatori, laici e religiosi. Oggi, però, andrebbe affrontato con uno stile differente.

Su questo ha riflettuto a Ferrara don Giordano Goccini – parroco di Novellara (RE) e componente del Comitato scientifico dell’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo -, relatore della seconda lezione del nuovo anno della Scuola diocesana di teologia per laici “Laura Vincenzi”.

Tema, “La tradizione” (Ger 1,6): «fra le nuove e le vecchie generazioni la comunicazione si è interrotta, noi adulti non siamo più capaci di trasmettere la fede», ha esordito. Insomma, assistiamo al «grande divorzio tra da una parte una forte richiesta di fede da parte delle nuove generazioni, una loro ricerca spirituale; e, dall’altra, un sostanziale disinteresse nei confronti di ciò che la Chiesa dice e fa». Molti giovani oggi non hanno più «un pregiudizio ideologico contro la religione» ma al tempo stesso «non gli interessa sentire annunciare un Dio della verità».

Inoltre, come Chiesa continuiamo a essere strutturati sulla triade parrocchia-campanile-tempo della festa.Ma «questi luoghi e la divisione tra tempo feriale e tempo festivo è ormai estranea alle nuove generazioni». Questa forza ancora presente della «mediazione ecclesiale (e sacramentale) – e di quella della Vergine Maria» – contrasta col bisogno di tanti di «un incontro diretto con Dio». Disintermediazione, questa – potremmo aggiungere – in un certo qual modo sorella del rifiuto di ogni mediazione politico-partitico-istituzionale. Questa disintermediazione ecclesiale si accompagna a una “disintermediazione” temporale: «se un tempo la salvezza era la vita eterna (per la quale valeva la pena fare sacrifici nel presente), oggi invece si pensa a un Dio che salva qui e ora, perché la sua promessa di felicità è per il presente». L’incontro con Dio è, quindi, per molti giovani, con un Dio «che chiama per nome», che mi conosce e riconosce. La Chiesa – dunque – dovrebbe «tornare a cercare i giovani uno a uno, mettendo in dubbio la propria pastorale ordinaria». Ciò non significa «buttare via integralmente la tradizione ma tornare a Gesù». Proprio Gesù che non può che essere il nostroModello: Lui, infatti, «si era smarcato tanto dall’esperienza religiosa del suo tempo quanto da coloro che rifuggivano la “città” per andare a vivere in una comunità di puri». Gesù, invece, «va lungo la strada per incontrare gli ultimi, i peccatori, avendo ben presente la Causa di Dio: Egli, il Regno – insomma – illumina di luce nuova la storia, ogni aspetto e momento, relativizzandolo».

Oggi – dunque – abbiamo bisogno di «una pattuglia ecclesiale» che sappia andare dai giovani e dai giovanissimi coinvolgendolo in una sorta di «ballo collettivo nel quale ognuno mantiene la propria individualità e tutti concorrono all’armonia generale». Una «comunità che danza» dev’essere quindi la nostra Chiesa: una comunità attrattiva dove non si perde la bellezza unica del «contatto fisico».

La sfida è enorme ma, in fondo, è la sfida di ogni tempo: portare Cristo alle donne e agli uomini affamati di Eterno.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 24 ottobre 2025

Abbònati qui!

Kafka e quella vergogna che apre alla solidarietà

21 Ott


A Ferrara la tesi di Ernesto C. Sferrazza Papa: «niente assurdo, lo scrittore è un iperrealista»

“Le promesse della vergogna. Esperimenti su Kafka” (Rosenberg & Sellier, Torino 2025) è il nome del saggio dello studioso Ernesto C. Sferrazza Papa (Università di Roma “La Sapienza”), da lui presentato lo scorso 16 ottobre in Biblioteca Ariostea a Ferrara.La conferenza organizzata da Istituto Gramsci e Isco Ferrara ha visto la presentazione a cura di Micaela Latini (Università di Ferrara) e l’introduzione di Filippo Domenicali (Istituto Gramsci Ferrara).

Proprio quest’ultimo ha riflettuto su come dal libro di Sferrazza Papa emerga un Kafka «illuministico – nel senso di Adorno e Horkheimer – e demistificator»e.Insomma, il suo non è pessimismo ma «teoria critica», e quindi la vergogna nei suoi scritti è «progressista, apre a una speranza possibile».

«Kafka è uno dei pochi autori a poter “vantare” il fatto di esser diventato un aggettivo, “kafkiano” – ha detto l’autore -, che richiama un’oppressione assurda operata da un potere contro il quale è difficile ribellarsi». Un aggettivazione, quindi, che richiama «un’assenza di speranza, una resa al mondo così com’è». Ma quest’aspetto, pur presente, per Sferrazza Papa «non esaurisce l’opera di Kafka»: vi è in lui, infatti, «un moto di rivalsa nei confronti del potere, un’istanza critica», soprattutto ne Il processo. È, infatti, «attraverso la vergogna che Kafka attacca il potere». Quella vergogna che, nella nota Lettera al padre (mai recapitata al destinatario) è «effetto di una strutturale incapacità del figlio a rispondere alle aspettative del padre, quest’ultimo simbolo della legge e del potere come struttura colpevolizzante». Ne Il processo è «come se la vita non potesse non essere di per sé colpevole». Il tribunale segreto che giudica il protagonista, per l’autore «ricorda la Santa Vehme», tribunale nato nella Germania medievale, parallelo a quello ordinario e che «si autoattribuiva la facoltà di condannare a morte persone sfuggite al sistema giudiziario ordinario».

Insomma, «Kafka non è come normalmente si pensa un narratore dell’assurdo ma anzi un iperrealista: egli sa, infatti, che esiste una razionalità nascosta, occulta».

Ed è proprio nella scena finale del Processo che si accenna a questa vergogna che sembra dover «sopravvivere» al protagonista Josef K., poco prima che questi venga giustiziato. In Kafka, dunque, la vergogna «ha un valore dialettico»: da una parte, c’è la vergogna «passiva, che chiude in sé stessi», cioè quella «davanti agli altri, causata dal loro sguardo giudicante»; dall’altra, esiste la vergogna «attiva, che trasforma il mondo», quella «per gli altri», cioè il vergognarsi di ciò che gli altri dicono o compiono. Quella di cui si accenna nel finale del romanzo è questo secondo tipo di vergogna, forse da attribuire a quella misteriosa figura umana che si sporge dalla finestra di fronte. La finestra, certo, già di per sé «simbolo di un oltre, di un’apertura verso qualcun altro, apertura che squarcia il reale inteso come mera manifestazione,  apertura a un altrove». Finestra, quindi, come simbolo di «un interessarsi al mondo, di un affacciarsi al mondo per partecipare alla realtà, senza isolarsi». Simbolo, insomma, «di emancipazione, di solidarietà», richiamo all’esistenza di un testimone che può testimoniare. Testimone attivo «che è – che può essere – ogni persona che legge il romanzo».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 24 ottobre 2025

Abbònati qui!

Corresponsabilità, stile essenziale dell’essere cristiani oggi

18 Ott


Prolusione del nostro Vescovo per l’inizio del nuovo anno della Scuola diocesana di teologia per laici

di Andrea Musacci 

Lo scorso 7 ottobre a Casa Cini, Ferrara, ha preso avvio il nuovo anno della Scuola diocesana di teologia per laici “Laura Vincenzi”. Come da tradizione, è stato il nostro Arcivescovo mons. Gian Carlo Perego il protagonista della prima lezione, intervenendo sul tema della corresponsabilità.

Circa 230 i partecipanti tra i presenti in sala (una 50ina) e i collegati on line.

«La moltitudine di coloro che eran venuti alla fede aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva» (At 4, 32-35): mons. Perego ha preso le mosse da questo passo degli Atti degli Apostoli per introdurre il tema della corresponsabilità che – ha esordito – «deve avere sempre al centro la missione», non essendo «una mera dinamica organizzativa». E ciò che contano, oltre all’amicizia nel Signore, «sono i processi decisionali e la costruzione condivisa dell’intero processo decisionale». Partendo dalla Lumen gentium e poi in particolare con Evangelii gaudium, da sempre nella Chiesa è centrale questo rapporto tra missione e corresponsabilità: «ognuno di noi in quanto battezzato è chiamato a evangelizzare, ma anche a farsi evangelizzare dagli altri». L’idea dev’essere sempre quella di «Chiesa-comunione, non di una Chiesa gerarchica». Da qui, l’idea del ministero al suo interno da intendere come «servizio» e non come privilegio e l’Eucarestia come «ciò che fa la Chiesa», quindi «la Celebrazione eucaristica come comunione». La corresponsabilità, poi – ha proseguito -, «non significa livellamento ma anzi valorizzazione delle diversità all’interno delle comunità ecclesiali», e «non può essere ridotta alla sola ministerialità».

Proseguendo, l’Arcivescovo ha riflettuto su come un primo ambito dove esercitare la corresponsabilità sia la liturgia, «rimettendo al centro il protagonismo di tutti, la partecipazione attiva di ogni fedele nell’assemblea celebrante». Un altro ambito è quello della catechesi, essenziale affinché «i cammini spirituali siano intrecciati alla vita umana e ai suoi aspetti più importanti». I laici possono svolgere un ruolo significativo «nell’evitare che la catechesi si riduca alla preparazione ai sacramenti, e invece sia permanente, per ogni fascia d’età». Il fine è sempre lo stesso: «che ognuno riscopra la fede, una fede viva, sempre rincominciando». La corresponsabilità è possibile viverla anche nella carità – ha proseguito il Vescovo -, che «non dev’essere schiacciata sull’assistenzialismo ma fondata sulla relazione e legata alla giustizia, perché esca dallo stagno dell’abitudine e abbia sempre più uno sguardo glocal» (sia – cioè – rivolta tanto ai vicini quanto ai lontani). Corresponsabili, poi, è importante esserlo anche nei Consigli pastorali e in quelli per gli affari economici delle nostre parrocchie e Unità pastorali. È importante che si arrivi a «una maturazione del consenso ecclesiale attraverso anche un rinnovamento delle forme partecipative e degli organismi decisionali». Ed è decisivo comprendere come «tutte le responsabilità non debbano essere a carico del parroco» e che, ad esempio, «alcune parrocchie o UP- quelle più grandi – possono dotarsi di un economo laico, come avviene a livello diocesano». E magari coinvolgendo in questo ruolo «persone finora escluse da altri incarichi o ministeri».

Continuando a riflettere sulle forme e le implicazioni della corresponsabilità, mons. Perego ha spiegato come sia uno stile che riguardi in maniera particolare le donne, «che già sono in maggioranza tra i fedeli che partecipano alla Messa, fra i catechisti e i volontari nell’ambito della carità». È dunque sempre più importante «dar loro maggiori responsabilità negli ambiti decisionali, a livello di leadership, ad esempio in determinati incarichi amministrativi (la maggior parte degli economi nelle Diocesi italiane sono già donne) o nella sfera della pastorale familiare-genitoriale». «Non si tratta di rivendicare potere per le donne, ma di creare una Chiesa giusta, evangelica, corresponsabile». Corresponsabilità che, inoltre, i laici sono chiamati a vivere anche al di fuori dell’ambito ecclesiale, impegnandosi in modi differenti in politica, «per la costruzione del bene comune». In conclusione, per il Vescovo «essere corresponsabili non significa spartirsi il potere ma mettere al centro «il servizio all’unica missione, quella dell’annuncio del Vangelo, per il presente e il futuro delle nostre comunità».

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 17 ottobre 2025

Abbònati qui!