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La paura va “governata”: ma in che modo? Salvatore Natoli a Ferrara

3 Feb

Il 31 gennaio all’Ariostea di Ferrara la lectio magistralis del filosofo Salvatore Natoli. Una riflessione a margine dell’incontro: se la paura nasce dalla fragilità umana, allora rispondiamo con “passioni” positive: prossimità, mediazione e mitezza

OLYMPUS DIGITAL CAMERAE’ normale avere paura della paura? Su un tema spesso banalizzato mediaticamente ma che richiama l’essenza dell’essere umano, ha riflettuto a Ferrara il filosofo Salvatore Natoli. Lo scorso 31 gennaio nella Biblioteca Ariostea di Ferrara è stato invitato dall’Istituto Gramsci e dall’Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara per aprire il ciclo di undici incontri sul tema “Sfidare le paure”. Il prossimo appuntamento è in programma alle ore 17 del 28 febbraio con Marco Bertozzi che relazionerà sul tema del ciclo, analizzando diversi pensatori, da Hobbes a Canetti. La lectio magistralis di Natoli è stata preceduta dal saluto dell’Assessore Alessandro Balboni (al posto del Sindaco Fabbri, invitato ma non presente), dall’introduzione di Anna Quarzi, alla guida dell’Istituto di Storia Contemporanea cittadino, che ha moderato l’incontro, e dal breve intervento di Fiorenzo Baratelli, Direttore dell’Istituto Gramsci di Ferrara: “la paura non va intesa solo in senso negativo – ha spiegato quest’ultimo -, ma come parte sostanziale della condizione umana, di per sé precaria: non bisogna, quindi, vergognarsi di aver paura, anche perché può essere stimolo per l’azione e per la creatività”. E’ vero, però, che la paura può anche rendere passivi, “può paralizzare”. Di sicuro – ha proseguito -, le paure peggiori sono quelle vissute nella solitudine”. La soluzione ad esse, citando anche Spinoza, può risiedere nel cercare il più possibile di usare la ragione “per comprenderne le cause, affrontandola razionalmente” e in maniera consapevole. “E’ vero – ha esordito Salvatore Natoli -, la paura è qualcosa che la natura ha predisposto per l’autoconservazione, ed è quindi un dispositivo in sé positivo”. Dopo aver brevemente riflettuto su alcune delle forme della paura – il timore, l’ansia -, Natoli si è soffermato sull’angoscia, “causata dal sentimento della nostra precarietà esistenziale, dal fatto che siamo esseri mortali, per natura esposti al nulla”. Per questo la paura “non va sottovalutata” e nemmeno, dall’altra parte, “strumentalizzata” per fini di soggezione. Riguardo a quest’ultimo aspetto, il relatore ha analizzato come il potere, nei secoli, si sia sempre servito della paura per asservire i propri sudditi: il modello hobbesiano, in particolare, è fondato sullo scambio fra la protezione che il potere sovrano concedeva ai propri cittadini (per la propria sicurezza, per la propria sopravvivenza), e l’obbedienza che questi li dovevano. Analizzando il controllo del consenso, anche in epoche più recenti, Natoli ha riflettuto su come il potere “non possa agire solo sulla paura, ma anche sulla speranza, facendo promesse: una volta, però, che le promesse si rivelano illusioni, allora il potere si autogiustifica e parallelamente ritorna a far leva sui timori delle masse”. Questo è “facilitato” anche dal fatto che i governati, vivendo lo spaesamento – non sapendo, cioè, a un certo punto chi “incolpare” delle mancate promesse non realizzate -, tendono sempre ad affidarsi all’“uomo forte”. Analizzando, poi, più nello specifico, la società contemporanea, Natoli ha accennato ai lati positivi della globalizzazione, ad esempio nel progressivo superamento delle differenze tra centro e periferie. Affrontando quindi il delicato tema delle migrazioni (e delle mistificazioni propagandistiche ad esso legate), le paure – più o meno indotte – nate in conseguenza di questa ridefinizione centro-periferia, “vanno affrontate non creando ghetti, ma attraverso l’accostamento e l’ascolto dello straniero”: la conoscenza dell’altro unita alla presenza viva e attiva degli abitanti negli spazi pubblici, con anche la trasformazione delle città sempre più in senso policentrico e a politiche neo-welfariste, sono tutti fattori che, secondo Natoli, aiutano a prevenire o comunque ad affrontare le paure legate alla convivenza col “diverso”: il concetto paradigmatico delle società del futuro, infatti, secondo il filosofo, sarà quello di “ibrido”. In conclusione, dunque, “solo un approccio razionale, scientifico collettivo” può presentarsi come l’antidoto migliore alle paure, e dar vita, unito a una “generosità” sempre più rara, a una politica che torni a essere degna di questo nome.

(Ri)scoprire in politica un’idea diversa di comunità

rete2Gli spostamenti consistenti, improvvisi e sempre più frequenti di consensi elettorali da uno schieramento all’altro, ai quali ormai da diversi anni siamo abituati (anche nelle ultime Regionali), dovrebbero farci essere più cauti nel gioirne o rammaricarcene (a seconda della propria appartenenza politica). Il discorso, infatti, è serio (con tratti di gravità) e chiama in causa le forme e le modalità stesse della creazione di comunità politiche (in senso largo) sempre meno stabili. L’aleatorietà del consenso ricorda l’immagine evangelica della casa costruita “sulla sabbia”. Interrogarsi, quindi, sul cosa possa significare oggi – in una società “liquida”, se non “gassosa” come la nostra – costruire “sulla roccia”, è più che mai necessario. Innanzitutto – senza nessuna nostalgia per organizzazioni partitiche spesso ultraverticistiche e rigide (anche se non sono state solamente questo) – si potrebbe ragionare su quali possano essere nuove forme organizzative non fondate sull’inconsistenza del volto del proprio leader (o presunto tale): volto, nella sua specificità politica, il più delle volte più virtuale che reale.

Dal volto alla “rete di reti” (passando per l’alveare)

Un rinnovato senso della politica non può, dunque, che ripartire da una concezione autentica del volto: un volto di cui fidarsi (quello del “rappresentante politico”, non dell’“uomo forte” come ha spiegato Natoli nel suo intervento a Ferrara, v. articolo sopra); e il volto da ascoltare e da incontrare (quello del “rappresentato”). Il contrario di ciò è l’abbandono fideistico – e, al fondo, “disperato” – al capo, ai suoi umori e ai suoi capricci, al volto di colui che decide, per tacito “assenso”, dell’inizio e della fine di un movimento politico. Un abbandono pericoloso, una deresponsabilizzazione che molto facilemente si tramuta, nelle folle, in rancore generalizzato. Un culto “paganeggiante” del capo che, inoltre, contraddice ogni sana concezione della laicità della politica intesa come riconoscimento dell’altro nella sua differenza e come azione umana, terrena, quindi di per sé non assolutizzabile, se non con il rischio di rivivere tragedie purtroppo note. Le folle sono per loro natura anonime e il loro stare insieme non è mai permanente ma sempre occasionale: sono il contrario, dunque, della prossimità e della continuità come condizioni basilari per un’azione sinodale (un noi che non soffochi il rapporto io-tu) in una società complessa e sradicata com’è l’attuale. Una corretta elaborazione collettiva del pensiero – che non elimini le sfumature, ma le mantenga come possibilità aperte, seppur momentaneamente minoritarie – è la migliore risposta a questa “alleanza” tra il capo e le folle. E’ la riscoperta del discernimento collettivo e del valore della mediazione. In “Lumen Fidei” Papa Francesco, parlando del popolo d’Israele e della Chiesa, fa un ragionamento interessante: “la mediazione – scrive – non [è] un ostacolo, ma un’apertura: nell’incontro con gli altri lo sguardo si apre verso una verità più grande di noi stessi”. Bisognerebbe, dunque, ricostruire “case”, luoghi, anche e soprattutto fisici, accoglienti, d’incontro, di dialogo, di discussione e dunque di proposta, tra simili, come alveari, come reti, più orizzontali che verticali nella loro gestione. L’essere simili è, infatti, un concetto da riscoprire, un giusto equilibrio tra l’unità e la diversità, in quanto al tempo stesso vive della tensione tra il riconoscimento di ciò che è uguale (e che quindi accomuna, rende affini) e ciò che è differente. A un livello superiore, la naturale conseguenza dovrebbe essere l’unione tra loro di queste “case”, dando così vita a una “rete di reti”: una forma federativa, pluralista e dinamica, che eviti tanto il settarismo quanto l’inconsistenza identitaria. “Il modello non è la sfera – scrive il Papa in “Evangelii Gaudium” 236 -, che non è superiore alle parti, dove ogni punto è equidistante dal centro e non vi sono differenze tra un punto e l’altro. Il modello è il poliedro, che riflette la confluenza di tutte le parzialità che in esso mantengono la loro originalità”.

Una passione mite e prudente

Naturalmente, un ragionamento di questo tipo è impensabile senza una trasformazione profonda delle relazioni interpersonali. A tal proposito, si potrebbe ripartire dalla riscoperta della prudenza (sorella della necessaria lentezza, com’era nel lentius, profundius, dulcius di Alexander Langer) – intesa come capacità di ascolto e di decantazione dei conflitti tra appartenenti la stessa “casa” o la stessa rete – e dalla mitezza, essenziale per saper mediare senza svilire nessuno dei soggetti interessati e nessun principio basilare. Come scrive Bobbio, “il mite è l’uomo di cui l’altro ha bisogno per vincere il male dentro di sé”. Prudenza e mitezza non sono per nulla sinonimi di tiepidezza, dunque non sono alternative a una rinnovata passione civica, per la vita delle persone e per il futuro delle comunità alle quali ci si dedica; uno slancio, non solo emotivo, ma che tenti il più possibile di toccare la carne degli altri, i loro sentimenti, le domande sui destini personali e collettivi. Una passione mite e prudente, dunque: possibile, anzi necessaria, e già presente. Ma quando c’è, che non va né sbandierata né svilita ma semplicemente lasciata essere e fatta fruttare.

Andrea Musacci

Pubblicati su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 7 febbraio 2020

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Cinquecento anni dalla morte di Raffaello, il genio che ha rivoluzionato la pittura

3 Feb

Martedì 4 febbraio a Ferrara conferenza del professor Andreoli per raccontare la vita e il percorso artistico del grande urbinate

La_Fornarina,_por_RafaelUn’esistenza tanto misteriosa quanto posata, una personalità – al tempo stesso raffinata e passionale – artefice di alcuni dei capolavori assoluti della storia dell’umanità.
E’ Raffaello Sanzio, morto esattamente cinque secoli fa, il 6 aprile 1520, Venerdì Santo, secondo alcuni lo stesso giorno della sua nascita 37 anni prima (tra l’altro, sempre in un Venerdì Santo, e sempre, secondo Vasari, alla stessa ora notturna). Un decesso causato da una febbre probabilmente malarica, o conseguenza di “eccessi amorosi” (sempre secondo il Vasari).
In ogni caso, non sembrano mai smisurate le parole che a Raffaello dedicò, 300 anni dopo, Eugène Delacroix quando lo definì “manifestazione terrena di un’anima che dialoga con gli dei”. Bellezza e mistero sono le cifre del “divino”: così era chiamato l’artista nato a Urbino da Màgia Ciarla e dal pittore di corte Giovanni de’ Santi, suo maestro prima di un altro “gigante” come Perugino e, di conseguenza, di Piero della Francesca. Attraverso quest’ultimo, Raffaello si impadronì di un senso spaziale razionalizzato fino all’estremo, e, attraverso il primo, di un linguaggio classicistico, anche se non ancora del tutto maturo.
Difficile non esorbitare nelle espressioni con Raffaello: a 15 anni era già un artista completo, e due anni dopo comparve con i connotati dell’artista autonomo (magister) nei documenti del contratto per la pala di san Nicolò da Tolentino destinata alla chiesa di Sant’Agostino di Città di Castello.
Bellezza e semplicità, grazia ultraterrena e armonia saranno i tratti della sua arte immortale. Quando poi, poco più che ventenne, si trasferirà prima a Firenze e poi a Roma (dove rimarrà fino alla morte), andrà oltre, ben oltre, i primi insegnamenti ricevuti: l’articolazione spaziale nelle sue opere si farà più moderna, il suo stile ancora più personale e sperimentale, attingendo, tra l’altro, da Leonardo e Michelangelo.
A 25 anni è nella Città Eterna, chiamato da Giulio II per partecipare, insieme ad altri, alla decorazione delle Stanze vaticane: sono gli anni della definitiva affermazione non solo nella contemporaneità ma nella storia, attraverso un innovativo linguaggio artistico basato su una rinnovata classicità, su un ideale di bellezza che inonderà i secoli successivi, in pittura come in architettura. L’urbinate ebbe, infatti, un ruolo decisivo nell’ispirare la nascita del Manierismo e influenzò in particolare gran parte della pittura del XVI secolo, i classicisti del ‘600 (Carracci, Reni, Caravaggio, Velázquez e Rubens), i neoclassici del ‘700 o maestri dell‘800 come Ingres e il sopracitato Delacroix, e del secolo scorso come Dalì, Picasso e De Chirico.
L’arte in Raffaello è dunque una continua ricerca compositiva aspirante al perfetto, al “Bello”: il pittore, dopo di lui, non potrà più essere un mero “imitatore” della natura, ma – attraverso la sua mente – colui che la depura dell’imperfetto per arrivare a una bellezza ideale, trascendente: l’uomo rinascimentale, insomma, è più che mai al centro dell’universo, ne è signore nel saperne delineare l’equilibro, l’ordine e la suprema – forse illusoria – armonia.

Anche la nostra città ha deciso di celebrare l’anniversario della morte di Raffaello. E’ infatti stato calendarizzato per martedì pomeriggio, 4 febbraio, un primo appuntamento, un excursus alla scoperta della sua vita e del suo percorso artistico. La conferenza tenuta da Alberto Andreoli (professore del Dipartimento di Studi Umanistici di UniFe) è in programma alle 17 nella Sala Agnelli della Biblioteca comunale Ariostea (via delle Scienze, 17 a Ferrara). L’incontro, ad ingresso libero e aperto a tutti gli interessati, è realizzato dalla Società Dante Alighieri, comitato di Ferrara.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Nuova Ferrara” del 2 febbraio 2020

Famiglia: quanti e quali modelli?

25 Nov

Tra fede e laicità, un dibattito organizzato dagli Evangelici di Ferrara il 21 novembre scorso

famigliaIl tema della famiglia, con tutto quello che comporta in termini di educazione e genitorialità, è sempre più fonte di contrasti e diversità di vedute che spesso nocciono a tutti. Anche per questo l’Associazione Evangelica Cerbi di Ferrara ha scelto di dedicare il primo di due incontri del mese di novembre a questo ambito. L’iniziativa si è svolta lo scorso 21 novembre nella Sala Agnelli della Biblioteca Ariostea. Al tavolo dei relatori, Giacomo Ciccone (Presidente dell’Alleanza Evangelica Italiana), Chiara Mantovani (Scienza&Vita Ferrara) e Paola Bastianoni (psicologa e docente dell’Università degli Studi di Ferrara, da tanti anni impegnata nella tutela, diritti e protezione dei minori). Quel che ne è venuto fuori è un dibattito schietto e ricco di argomentazioni, com’è, d’altra parte, nello stile dei relatori. Anzi, delle relatrici, in quanto sono state in particolare Mantovani e Bastianoni a confrontarsi – e a “scontrarsi” – in modo anche diretto su alcuni aspetti particolarmente controversi e delicati, come quello riguardante il rapporto tra genitorialità e generatività. Nulla comunque che non rientri nella normale dialettica, e che anzi va senz’altro a favore del chiarimento delle rispettive posizioni e del tentativo di incontro e di riconoscimento dell’altro. Dopo la presentazione da parte di Alfonso Sciasci (Associazione Evangelica CERBI di Ferrara), organizzatore delle due iniziative, ha preso la parola Ciccone, proponendo un breve excursus storico della sovranità nella modernità occidentale, e dimostrando, a suo dire, come questa si contraddistingua per una “tendenza assolutista, totalizzante o comunque verticistica, del potere”, e quindi del rapporto tra Stato e corpi intermedi. A questa visione dominante, Ciccone ha contrapposto la teoria del teologo tedesco riformato, morto nel 1638, Johannes Althusius, secondo cui la politica è sostanzialmente “relazione”, è “l’arte del consociare unità già esistenti”, una sorta di “eco-logia” che riguarda dunque non solo il potere sovrano ma anche, e soprattutto, i corpi intermedi, tra cui appunto la famiglia. Da qui – ha spiegato Ciccone – nasce la teoria della “sovranità delle sfere” o della “responsabilità differenziata”, che si distingue anche dal concetto di sussidiarietà di matrice cattolica, la quale conterrebbe “una certa dose”, negativa, “di gerarchizzazione”. La stessa idea di famiglia, nei modelli di pensiero dominanti – religiosi o laici – è anch’essa proposta come “assolutista, mentre noi, pur partendo da un’idea religiosa, siamo convinti si debba arrivare a una concezione ‘laica’ ”. La famiglia, infatti, ha spiegato il relatore, è “il nucleo fondamentale della società, un’entità pre-giuridica e pre-politica, per cui possiede diritti che non debbono essere assegnati da un sovrano superiore, ma semplicemente riconosciuti”. L’articolo 29 della Costituzione italiana (che inizia così: “La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio”) si muove appunto in quest’ottica. Dall’articolo 29 della nostra Carta Costituzionale ha preso le mosse anche Mantovani: “lo sguardo della fede, diverso da quello sociologico – ha esordito -, chiede di vedere cos’è il bene, il bene per tutti, quindi il bene comune”. Per questo ha citato due affermazioni contenute nei lavori preparatori alla Costituzione di altrettanti padri costituenti cattolici, Giuseppe Dossetti e Aldo Moro. Nello specifico, il primo parlava di “diritti primordiali della famiglia”, il secondo la definiva “limite dello Stato”. “Per questo – ha proseguito Mantovani – nelle leggi dev’esserci, anche riguardo alla famiglia e all’educazione, sempre spazio per la coscienza, per la libertà e la responsabilità individuali. La natura sociale tipica dell’uomo chiede, anche oggi, un luogo dove abitare: la famiglia non è perfetta ma rimane comunque il luogo dove possono essere possibili una vita e un’educazione buone”. Ma la libertà individuale – ha incalzato la relatrice – nell’odierna società “spesso vive un rapporto problematico con il pluralismo di idee e la frammentazione culturale”, per cui, ad esempio, “la fede viene da molti considerata come qualcosa di non-razionale, come deficitaria rispetto ad una applicazione corretta della ragione”, e quindi, a suo dire, in un certo senso “discriminata”. “Mi chiedo quindi – ha concluso -: la società di oggi vuole espellere il cristianesimo dal consesso dei sistemi di valori?”. “Il panorama è complesso, non servono semplicismi ma c’è bisogno comunque di orientarsi”, ha spiegato invece Bastianoni. “La complessità non va vista solo come una nemica, e quella riguardante i modelli famigliari è frutto soprattutto delle trasformazioni avvenute dagli anni ‘60-‘70 del secolo scorso. Trasformazioni che – ha proseguito -, hanno portato a forme di convivenza e di generatività che prima non erano possibili. Basti pensare ad esempio alla possibilità (date dall’adozione e dall’inseminazione artificiale) per coppie sterili di poter accedere a un piano generativo e quindi alla genitorialità”. Per questo, oggi “generatività e genitorialità non sono tra loro più sovrapponibili, ma sono distinte, non coincidono necessariamente”. Inoltre, ha spiegato la relatrice, “non sempre vi è la convivenza tra i membri della famiglia, e fede e appartenenza culturale non sempre sono unici nella famiglia”. Da qui, il fatto che “non esiste più un solo modello famigliare, quello ‘nucleare’, in cui tutti questi aspetti coincidevano tra loro, ma appunto una pluralità”. Si pensi ad esempio, ha proseguito, “alla presenza di una badante nell’assistenza di una persona anziana, a una donna, quindi, che non vive coi propri figli e col proprio marito, ma con un’altra famiglia”, o al caso della vedovanza, per cui succede che una donna svolga, per semplificare, “sia le funzioni di cura sia quelle normative/regolative”. Oppure, come succedeva nel periodo delle guerre mondiali, il fatto che “l’uomo di famiglia fosse al fronte e quindi toccava alla donna la totale educazione dei figli. Nessuno – sono ancora parole della Bastianoni – si sente di dire che quest’ultimo caso abbia portato a privazioni psicologiche negli stessi figli”. Un altro caso, perlopiù del presente, ma simile a quest’ultimo, è quello ad esempio di “una donna che vive sola perché non ha mai voluto sposarsi, ma ha generato dei figli: lei può avere le stesse competenze genitoriali della donna rimasta sola nel periodo di guerra. La buona genitorialità – ha proseguito – non coincide necessariamente con la generatività. La prima è la capacità di accudire e quella di regolare, di dare cioè dei limiti: questa la si apprende prima e a prescindere dall’essere generativi – è presente addirittura nei neonati -, e a prescindere dalla fede, dall’orientamento sessuale e dal ceto sociale”. La complessità, insomma, secondo Bastianoni, “spesso ci crea fatica ma è sbagliato stigmatizzare i diversi modelli famigliari, trattandoli come non idonei”, soprattutto per le “ripercussioni negative” che questo stigma “può portare alle persone, soprattutto ai figli, che vivono in queste famiglie: il riconoscimento sociale è per loro fondamentale”. L’appuntamento è a venerdì 29 novembre, stesso luogo e stessa ora, per il secondo e ultimo incontro del breve ciclo, sul tema “Credere e non credere: libertà e pluralismo nella scuola”. A confrontarsi tra loro saranno Nazareno Ulfo (insegnante ed editore), Paolo Gioachin (insegnante di religione cattolica) e Mauro Presini (insegnante e giornalista).

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 29 novembre 2019

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Responsabilità e volto dell’altro: il pensiero di Emmanuel Levinas

11 Nov

L’8 novembre l’intervento di Giuliano Sansonetti dedicato al filosofo lituano-francese, a cavallo fra profezia ebraica e filosofia greca, fra infinito e totalità

levinasTotalità o infinito? Uno spazio chiuso, (pre) definito dell’essere o un’apertura sempre possibile tra volti, nella loro irriducibile differenza? L’ambivalenza su cui da sempre si fonda il pensiero occidentale è stata centrale nella ricerca di Emmanuel Levinas (Kaunas, Lituania 12 gennaio 1905 – Parigi, 25 dicembre 1995) (foto al centro), filosofo ebreo su cui l’8 novembre ha relazionato Giuliano Sansonetti. L’occasione era, nella Sala Agnelli della Biblioteca Ariostea di Ferrara, l’ultimo appuntamento del ciclo di incontri dedicato ai “Maestri”, a cura dell’Istituto Gramsci e dell’Istituto di Storia Contemporanea (ISCO). Sansonetti ha dedicato la prima parte del proprio intervento a Remo Bodei, scomparso il giorno prima, che a Ferrara era intervenuto nel gennaio 2016 invitato proprio dal Gramsci e dall’ISCO, nello stesso luogo, sul tema della democrazia, introdotto, come in questo caso, da Piero Stefani. Tornando a Levinas, Sansonetti ha spiegato come egli ritenesse fondamentale “trovare un punto di incontro tra l’eredità ebraica e il pensiero greco, le due tradizioni fondamentali dell’Occidente, quindi in un certo senso tra profezia e filosofia”. A tal proposito, riferendosi a Monsieur Chouchani (foto in alto a dx), ricordò come egli rese impossibile, per sempre, “un approccio dogmatico e fideistico al Talmud”, convincendosi dunque che “non esisteva uno spartiacque tra pensiero teologico e filosofico”. Ma le basi – o parte di esse – del pensiero occidentale, sono, per Levinas, la causa profonda di una concezione filosofica, quindi anche politica, dogmatica e illiberale: “Alcune riflessioni sulla filosofia dell’hitlerismo” è il titolo di un suo saggio uscito nel 1934 sulla rivista “Esprit”, edito e tradotto in Italia grazie a Giorgio Agamben. Qui Levinas analizza il pensiero filosofico classico occidentale: il nazismo, secondo il filosofo, “non è qualcosa di accidentale nella storia e nella cultura tedesca, ma le sue radici sono interne alla storia dell’Occidente”. Sua caratteristica precipua è “l’incatenamento dello spirito al corpo”, all’elemento meramente biologico, un “risveglio di sentimenti elementari”, viscerali, violenti. La causa profonda di ciò, ha proseguito Sansonetti, risiede nel fatto che per Levinas “la filosofia occidentale sia una filosofia del neutro, dell’essere, quindi di una dimensione spersonalizzante, in cui ciò che ha valore è appunto l’essere indistinto e non l’ente”, il singolo, la persona con la sua individualità. Secondo Levinas questo porta a una deresponsabilizzazione del soggetto, mentre “ognuno di noi può essere responsabile solo nei confronti dell’altro”, rappresentato simbolicamente dal “volto”. “L’etica, quindi, e non la metafisica, dev’essere considerata la filosofia prima”: la seconda, infatti, nella tradizione greca, è intesa come “pensiero della totalità, del perfettamente definibile”, a cui Levinas contrappone “l’infinito, dato appunto dal volto, concetto assente nel pensiero greco” (“Totalità e infinito” è il titolo della sua opera più celebre, edita nel 1961). “Dal concetto di totalità – sono ancora parole di Sansonetti -, nascono quindi i totalitarismi, vale a dire società organiche dove tutto è definibile, ordinabile e controllabile, società chiuse”. Il rapporto etico autentico, al contrario, in Levinas, “è il rapporto faccia a faccia”, un rapporto tra volti: “prima ancora della conoscenza dell’altro, è necessario un rapporto con lo stesso, col suo volto, per evitare che l’altro diventi una proiezione di noi stessi”, e non, come invece è, una diversità irriducibile, verso la quale è necessario innanzitutto e soprattutto “l’ascolto (l’ebraismo, non a caso, si fonda sull’ascolto della Parola di Dio), e quindi il rispondere”. Infine, il volto, per Levinas, è nella sua essenza, “sguardo”: solo dallo sguardo, che identifica ogni volto, ogni persona, “può nascere il linguaggio, quindi il discorso e la responsabilità”, che, appunto, è sempre nei confronti di un altro.

Il Rav Chouchani: chi era costui?

Nell’incontro dell’8 novembre in Biblioteca Ariostea, Piero Stefani ha brevemente relazionato su uno dei maestri di Levinas, il rabbino e filosofo Monsieur Chouchani, o Shushani (9 gennaio 1895 – Montevideo, 26 gennaio 1968), personaggio la cui vita è in buona parte avvolta in aura di leggenda, a partire dal nome, forse di fantasia. Non avendo nemmeno mai pubblicato, le scarse notizie su di lui si hanno grazie ai suoi allievi, i più importanti dei quali sono lo stesso Levinas ed Elie Wiesel: fatto, questo, che nella storia ha dei precedenti alquanto celebri – Gesù di Nazareth e Socrate su tutti -, ma che è alquanto inusuale nell’Occidente del Novecento. Una leggenda, la sua, probabilmente mischiata a elementi di realtà, e nella quale rientra anche il fatto che avesse una memoria assolutamente straordinaria, tanto da permettergli di imparare l’intero Talmud. “La possibilità di conservare e tramandare la tradizione ebraica dopo la Shoah – secondo Stefani -, il riuscire a far parlare questo patrimonio antico nella modernità, ha sicuramente aiutato il nascere della leggenda” intorno alla sua persona.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 15 novembre 2019

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“Nel dialogo emerge ciò che siamo”

2 Apr

Il 28 marzo in Biblioteca Ariostea Giuliano Sansonetti ha riflettuto sull’essenza del linguaggio

dialogoGiovedì 28 marzo nella Sala Agnelli della Biblioteca comunale Ariostea di Ferrara ha avuto luogo la conferenza di Giuliano Sansonetti (docente di Unife), parte del ciclo di incontri dal titolo “I colori della conoscenza. La lingua e i linguaggi”, a cura dell’Istituto Gramsci e dell’Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara. Introdotto da Daniela Cappagli, il relatore ha cercato di spiegare, soprattutto attraverso alcuni grandi filosofi del Novecento, perché il linguaggio sia uno degli aspetti fondamentali che distingue l’essere umano dagli animali. “I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo”, diceva Ludwig Wittgenstein, o, per dirla con Martin Heidegger, siamo da sempre “immersi” nel linguaggio. “Linguaggio che – ha spiegato Sansonetti – deve dire ciò che è, tenta cioè il più possibile di dire la cosa, cercando i termini più ’adatti’, che meglio si adattino a ciò che si intende esprimere”. In un certo senso si può dire che “il linguaggio istituisce il mio mondo, la realtà: se il mondo non riusciamo a dirlo, è come se non ci fosse. E’ quindi il nostro parlare che fa essere il mondo, è il linguaggio che porta significato alle cose, tenta di significare una determinata realtà”. Per questo motivo, come accennato sopra, solo l’essere umano ha propriamente un linguaggio, e non una mera emissione di suoni, “solo dell’uomo è il parlare, il bisogno di comunicare ciò che si è concepito. Questa capacità di articolazione di significati è propriamente il linguaggio”. Scrive Heidegger in “La poesia di Hölderlin”: “Noi siamo un colloquio, e questo vuol dire: possiamo ascoltarci l’un l’altro. […] Ma l’unità di un colloquio consiste nel fatto che di volta in volta nella parola essenziale è manifesto quell’uno e medesimo su cui ci troviamo uniti, sul fondamento del quale siamo uniti e siamo quindi autenticamente noi stessi. Il colloquio, con la sua unità, sorregge il nostro esserci”. Il filosofo austriaco arriverà ad affermare che “è il linguaggio stesso a parlare, in noi”. Per dar vita un colloquio, dunque, c’è bisogno di qualcosa che tenga unita i dialoganti. Così lo spiegava Hans-Georg Gadamer: “ciò che viene in luce nella sua verità è il Lógos stesso, che non è mio, né tuo, e che perciò sta al di là di ogni opinare soggettivo degli interlocutori, al punto che anche colui che guida il dialogo rimane sempre uno che non sa”. “Come nel gioco – ha proseguito Sansonetti -, dove, seppur l’obiettivo dei singoli giocatori può essere la vittoria, ciò che lo rende possibile sono le regole, cioè una base comune senza la quale il gioco non può esistere”. Questo ragionamento è fondamentale perché permette di comprendere come il partecipare a un dialogo autentico significa prendere consapevolezza che “chi dialoga non può non uscirne trasformato lui stesso, al di là che cambi o meno opinione”, per il fatto, come detto sopra, che il linguaggio istituisce, quindi trasforma il reale, quindi anche il soggetto, lo fonda, permettendoci così di “considerare seriamente le ragioni del nostro interlocutore”. È nel colloquio, dunque, nel dia-logos, nel “parlare-tra” che consiste l’autentico essere dell’uomo. Mai dimenticando, per concludere, che il linguaggio non può esprimere tutto (l’essenziale non è esprimibile), ma tutto ciò che può essere espresso, lo è attraverso il linguaggio.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 05 aprile 2019

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Perché si parla poco di Maddalena e delle altre discepole di Gesù?

18 Mar

Una lettura di genere su chi seguiva il “Maestro” Gesù: Piero Stefani e Silvia Zanconato ne hanno discusso in Biblioteca Ariostea

donne vangeloSeguire e servire, ma anche saper ascoltare e soprattutto comprendere a pieno la parola del Cristo. In questi atti fondamentali, forse, le donne erano maggiormente capaci rispetto ai maschi. Sì, perché alla Sua sequela non vi erano solo uomini. E’ questa la provocazione centrale dell’incontro dal titolo “I discepoli e le discepole di Gesù”, che ha visto Piero Stefani e Silvia Zanconato confrontarsi tra loro venerdì 15 marzo nella Sala Agnelli della Biblioteca comunale Ariostea di Ferrara. L’appuntamento, moderato da Francesco Lavezzi, rientra nel ciclo di incontri dal titolo “Maestri” a cura dell’istituto Gramsci e dell’Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara.

La chiamata

“Due, innanzitutto – ha esordito Stefani – sono i tipi di chiamata di Gesù: la prima, nel Vangelo di Marco, rivolta ai primi quattro discepoli (due coppie di fratelli, Simone e Andrea, Giacomo e Giovanni), avviene all’inizio, nel primo capitolo (Mc 1, 14-20: “Seguitemi, vi farò diventare pescatori di uomini”), e i chiamati “lo seguono solamente, senza rispondergli a parole, anche se Lui li invita a seguirlo pur non avendo alcuna autorità dimostrata”. I quattro, quindi, “escono dalla propria condizione lavorativa, di pescatori, dalle proprie ‘strutture etiche’” (lavoro e famiglia). Nel Vangelo di Luca, invece, successivo come elaborazione a quello di Marco, “è come se chi scrive sentisse maggiormente la necessità di accreditare Gesù come autorità. Per questo, la chiamata dei quattro avviene dopo la cosiddetta ‘pesca miracolosa’”(Lc 5, 1-11). In entrambi i casi, comunque, “il luogo della predicazione è aperto, pubblico e non sacrale”. Riguardo alle discepole, invece, ha spiegato la Zanconato, i loro nomi, al contrario dei maschi, “non sono ben attestati, ma oggi si può dire con sicurezza che vi erano anche donne alla sequela di Cristo, anche se i Vangeli non riportano la loro chiamata in modo esplicito”. Oltre che in Luca (Lc 8, 1-3), è soprattutto nel capitolo 15 del Vangelo di Marco che si parla di donne che “facevano parte a pieno titolo della cerchia di Gesù”: “C’erano anche alcune donne, che stavano ad osservare da lontano, tra le quali Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo il minore e di Ioses, e Salome, che lo seguivano e servivano quando era ancora in Galilea, e molte altre che erano salite con lui a Gerusalemme” (Mc 15, 40-41). “Si può dire che fossero discepole – ha spiegato la Zanconato – perché si usano i termini tipici del discepolato ebraico, ‘seguire’ e ‘servire’. Inoltre, è scritto che sono con Lui fin dalla Galilea, “quindi dall’inizio della sua predicazione”, e fino a Gerusalemme: “è Gesù stesso a chiedere ai discepoli, e solo a loro, di seguirlo fino a lì”.

La non-comprensione

Ma il seguirlo fisicamente non è sempre accompagnato a una piena comprensione. “Una non-comprensione, quella delle parole di Gesù – ha spiegato Stefani – da parte dei discepoli, che si accentua soprattutto col preannuncio della passione, morte e Resurrezione. Il loro è quindi un non-comprendere innanzitutto chi è davvero Gesù”. Quest’ultimo, comunque, a parziale “discolpa” dei discepoli “era anti-dogmatico, itinerante, a volte dava interpretazioni spiazzanti della Legge”, ha invece commentato la Zanconato: insomma, “non era semplice essere suoi discepoli, starci dietro implicava un allenamento esistenziale non irrilevante”. Inoltre, Gesù usa spesso le parabole, “forme comunicative non sempre così chiare nel loro significato”, ma utili per “‘costringere’ chi lo ascolta a sperimentare nuovi metodi di ragionamento, di comprensione del reale non scontati. Il discepolo/la discepola deve quindi allenarsi a osservare la realtà da più punti di vista, a porsi domande, a farsi sollecitare dagli interrogativi di Gesù”. Una sola volta, però, nei Vangeli, non è Lui a insegnare o a porre domande, ma un’altra persona, donna e pagana, che gli chiede di guarire la figli indemoniata: “Egli rispose: ‘Non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cagnolini. ‘È vero, Signore, disse la donna, ma anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni’” (Mt 15,21-28). Insomma, la donna, perlopiù ‘pagana’, risponde a tono a Gesù “perché comprende il significato profondo delle sue parole – ha proseguito la relatrice -, e in un certo senso gli fa cambiare idea, facendo emergere la Sua Misericordia. Gesù è quindi capace di flessibilità mentale, dimostando davvero di credere in ciò che insegna”. “La sua itineranza, inoltre – ha aggiunto Stefani -, implica insufficienza, sentirsi bisognosi dell’aiuto degli altri, perlopiù delle donne”.

Fra Pietro e Maria Maddalena

Su queste due figure in particolare si sono concentrati i due relatori nella parte finale dell’incontro. “Pietro è sicuramente presentato, fra i dodici, come il primo – sono parole di Stefani -, ma non è indicato in modo chiaro come successore. Inoltre, è colui che maggiormente non-comprende le parole di Gesù, il quale lo chiama addirittura ‘Satana’ (‘tentatore’)”. “Interessante sarebbe riflettere meglio sul primato – quasi mai riconosciuto – di Maria Maddalena”, ha proseguito invece la Zanconato. Questa donna era insieme a Maria e a san Giovanni sotto la Croce (Gv 19,25-27), ed è la prima a vederlo risorto (Gv 20,11-18). “Nella storia però si è tentato purtroppo di etichettarla come prostituta, come peccatrice, rimuovendone volontariamente il primato”. Recentemente è stato il Santo Padre a riconoscere, anche se in parte, il suo ruolo fondamentale: il 3 giugno 2016 la Congregazione per il Culto Divino ha infatti pubblicato un decreto con il quale, “per espresso desiderio di papa Francesco”, la celebrazione di santa Maria Maddalena (che ricorre il 22 luglio), memoria obbligatoria, è stata elevata al grado di festa liturgica. Un passo decisivo, anche se di strada ce n’è ancora tanta da fare.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 22 marzo 2019

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“Soltanto l’amore può credere”

25 Feb

“E’ come se io potessi trovare consolazione soltanto nel riconoscimento della mia miseria”, scriveva Ludwig Wittgenstein, genio nato a Vienna 130 anni fa. Logico, matematico e ingegnere con l’ossessione per l’Assoluto

wittgensteinIl diario di una sofferenza, potremmo definirlo, di un’anima misticamente irrequieta, ben lontana dall’immagine costruitagli addosso nei decenni. Ludwig Wittgenstein (Vienna 1889 – Cambridge 1951), logico e filosofo del linguaggio (oltre che ingegnere), considerato fra i geni del Novecento (e forse non solo) ha subito, e forse subisce in parte ancora, le conseguenze dell’enorme fraintendimento riguardante soprattutto il celebre aforisma “Su ciò di cui non si è in grado di parlare, si deve tacere”. Uno dei suoi grandi meriti, infatti, è stato il tentativo di non ridurre l’etica, il discorso sul senso dell’esistenza e la fede a mere dispute teologiche, a svilenti scontri fra asserzioni, se non addirittura a semplici analisi scientifiche. Un approccio radicalmente antipositivistico, con forti echi kierkegaardiani, il suo, che emerge in particolare nei suoi diari degli anni ’30, in Italia raccolti in “Movimenti del pensiero. Diari 1930-1932/1936-1937” (Edizioni Quodlibet).

“Un granello d’oro puro in mezzo al sudicio”

La riflessione religiosa del filosofo austriaco (i cui nonni erano ebrei convertiti al protestantesimo, mentre i suoi genitori impartirono a lui e ai suoi fratelli e sorelle un’educazione cattolica)è sempre, e innanzitutto, riflessione su di sè. Come vedremo, il bisogno profondo di un senso trascendente parte sempre dalla condizione umana, precaria ma santa: “Conosco ogni possibile miseria – scrive -, la più piccola come la più grande, perché io stesso l’ho incontrata”. Nonostante la riservatezza del testo, la sua ben nota schiettezza non manca mai: “Conosci te stesso, e vedrai che tu sei comunque e sempre un povero peccatore. Ma io non voglio essere un povero peccatore e cerco in ogni modo di scappare (mi valgo di tutto come di una porta per sfuggire a questo giudizio)”. Così la scelta è sofferta ma decisa, e diventerà sempre più forte col passare degli anni: nel “piano religioso [..] mi rifugio dalle sporche bassezze del mio piacere e del mio dispiacere”. “A volte mi immagino gli uomini come biglie – scrive ancora -: una tutta d’oro puro; l’altra, uno strato di materiale senza valore, e sotto oro; la terza una doratura ingannevole ma falsa, sotto: oro. Un’altra ancora dove sotto la doratura c’è sudicio, e un’altra dove in mezzo a questo sporco c’è di nuovo un granello d’oro puro. Eccc., ecc. Io credo che l’ultima biglia forse sono io”.

“Stanno solo su un altro versante”

Al tempo stesso, nei suoi tormentati e divini ragionamenti – nella pur, umana, crudezza – vi è sempre l’attenzione nei confronti dell’altro – “sono triste al pensiero di non poter aiutare M. Sono molto debole e lunatico”- ma sempre accompagnato dalla richiesta di un soccorso non umano: “se, con l’aiuto di Dio, resto forte, forse così potrò darle una mano. […] Possa Dio darmi ciò che mi occorre”, o “…alla fine ci si deve affidare a Dio”. Un uomo spavaldo è stato sempre descritto Wittgenstein dai suoi biografi. Ma di sicuro non un uomo insensibile alla durezza del reale che tutti accomuna: “una coscienza gravata di colpa potrebbe facilmente confessarsi; l’uomo fatuo non si può confessare”, scrive, richiamando, ad esempio, Peguy quando scrive: “ciò che si definisce morale è uno strato che rende l’uomo impermeabile alla grazia”. “Ho visto – scrive ancora nei suoi diari Wittgenstein – le foto con facce di briganti corsi e ho pensato: queste facce sono troppo dure, e la mia troppo morbida perché il cristianesimo vi possa incidere. Le facce di questi briganti sono terribili da vedere, senza cuore, in un certo senso fredde e indurite; eppure non per questo sono più lontane di me dalla vita giusta, stanno solo su un altro versante, distanti dal giusto”.

“Non è per nulla comprensibile, è solo non incomprensibile”

Il linguaggio e il suo rapporto col mondo è sempre stato il cruccio del pensatore viennese. Riflessione che ha cercato di scandagliare in ogni direzione, anche in rapporto alla fede. “Una proposizione può apparire assurda – scrive – e l’assurdità della sua superficie può venire inghiottita dalla profondità che si trova per così dire dietro di essa. Ciò può essere applicato all’idea della resurrezione dei morti e ad altre a essa strettamente legate. Ciò che però la rende profonda è l’applicazione: la vita che conduce colui che vi crede. Perché questa proposizione può essere per esempio l’espressione della più grande responsabilità”. Si nota, così, in maniera forte, l’impossibilità, per Wittgenstein, di scindere fede e vita, pensiero e carne, coerente con la sua visione del mondo, a suo dire composto di fatti, di eventi, non di cose. La verità, dunque, non può non rivelarsi nella carne, nell’esserci, e non negli inganni e nelle confusioni del linguaggio, nei labirinti delle teorie (che nient’altro sono se non cose “oggettivate”). “La Bibbia non è nient’altro che un libro davanti a me. Ma perché dico ‘nient’altro che un libro’? ho davanti a me un libro, un documento che, se resta isolato, non può aver più valore di qualsiasi altro documento. (…) Questo documento non può, in sé, ‘legarmi’ a nessuna fede nelle dottrine che esso contiene, – tanto poco quanto un qualsiasi altro documento che mi fosse capitato fra le mani […]. La predica può essere la condizione preliminare della fede, ma tramite ciò che in essa avviene, non può voler mettere in moto la fede […]. La fede comincia con la fede. Si deve cominciare con la fede; da parole non segue nessuna fede”. Uno dei pensatori che ha speso buona parte della propria esistenza a tentare di scovare i fondamenti della logica e della matematica, in realtà, è chiaro, cercava i fondamenti del reale stesso, l’Essere. E in questa ricerca si immergeva nell’esistenza: “se una beatitudine eterna non significa qualche cosa per la mia vita, il mio modo di vivere, allora non mi ci devo rompere la testa; se posso a buon diritto rifletterci, ciò che penso deve allora avere un rapporto preciso con la mia vita, altrimenti, ciò che penso è una scemenza”. Nello specifico del cristianesimo, il fatto che Dio esiste e ha scelto di incarnarsi in un uomo – (si) domanda – “non deve quindi avere per te un ‘significato decisivo’? Intendo: questo non deve avere conseguenze per la tua vita, obbligarti a qualche cosa? Voglio dire: non devi entrare con lui in un rapporto etico?’”. Però, prosegue poi, “la mia fede è troppo debole. Voglio dire la mia fede nella provvidenza, il mio sentire: ‘accade tutto per volontà di Dio’. E questa non è un’opinione – neppure una convinzione, ma un atteggiamento di fronte alle cose e a ciò che accade. Possa io non diventare frivolo!”.

“E questa è la fede”

Col tempo, nelle pagine del diario fortunatamente pervenuteci, sembra farsi sempre più pressante la meditazione sul senso della vita e del credere. “Io posso ben rifiutare – sono ancora sue parole – la soluzione cristiana del problema della vita (redenzione, risurrezione, giudizio, cielo, inferno), ma con ciò certo il problema della mia vita non è risolto, poiché io non sono né buono né felice. Io non sono redento”. Si dipana così una continua – seppur frastagliata, spesso incerta – preghiera, nel tentativo, coscientemente assurdo, di dire l’indicibile: “questo tendere all’assoluto, che fa apparire troppo gretta ogni felicità terrena, volge lo sguardo in alto e non guarda orizzontalmente, alle cose, mi appare come qualcosa di splendido, di sublime, ma io stesso punto il mio sguardo alle cose terrene; a meno che ‘Dio’ mi ‘visiti’ e mi sopravvenga quello stato in cui ciò non è possibile. Io credo […] e ciò posso farlo in quella fioca illuminazione dall’alto”. “Questa vita [nella fede] deve, per così dire, tenerti sospeso su questa terra”, scriverà ancora con parole sublimi. “Cioè quando vai sulla terra non poggi più sulla terra, ma sei sospeso in cielo; sei tenuto su dall’alto, non sorretto dal basso. Questa vita però è l’amore, l’amore umano per colui che è perfetto. E questa è la fede”.


Vivere nel bene e nella bellezza

Il 21 febbraio si è tenuto un incontro in Biblioteca Ariostea: il “Tractatus”, l’amicizia con Russell, l’importanza dell’etica e della religione

“Era forse l’ esempio più perfetto del genio così come lo si immagina”, scrisse di lui l’amico e collega Bertrand Russell, definendolo “appassionato e profondo, intenso e dispotico”. Un legame, quello di Wittgenstein col filosofo inglese (foto a destra), che sarà fondamentale per l’evoluzione del suo pensiero e per il fatto che sarà proprio Russell a convincerlo a dare alle stampe quella che sarà l’unica sua opera edita, il “Tractatus Logico-Philosophicus”. Di questo e non solo, lo scorso 21 febbraio nella Biblioteca Ariostea di Ferrara ha parlato Nicola Alessandrini. L’incontro, introdotto da Sandra Carli Ballola, fa parte del ciclo dal titolo “I colori della conoscenza – La lingua e i linguaggi” a cura dell’Istituto Gramsci e dell’Istituto di Storia Contemporanea. Il pensiero che nasce dalla vita, si diceva. E a tal proposito, il relatore ha subito citato le parole che Wittgenstein scrisse dal fronte il 7 ottobre 1914: “potrei morire fra un’ora, potrei morire fra due ore, fra un mese oppure fra un paio d’anni; non posso saperlo e non posso farci nulla, pro o contro: così è la vita. Ma allora come devo vivere per sopravvivere in ognuno di questi momenti? Vivere nel bene e nella bellezza fino a quando la vita non giunga da sé al termine”. “Proprio mentre vive uno dei momenti più bui della propria vita e più nichilisti del mondo – ha spiegato Alessandrini -, scrive il libro che cambierà, forse per sempre, il pensiero logico e filosofico”, il “Tractatus”, appunto, “tentando così in un certo senso di riordinare il mondo”. Il mondo, per Wittgenstein è, come accennato, un insieme di fatti, di eventi, non di cose isolate, ma “che esistono solo se analizzate nel loro contesto, nelle loro relazioni”. Riguardo al rapporto tra linguaggio e mondo, la sua tesi è quella dell’isomorfismo (“stessa forma”), per cui pensiero e linguaggio non sono la realtà, ma hanno delle strutture in comune con questa. “Su ciò di cui non si è in grado di parlare, si deve tacere”, è l’ultima delle sette proposizioni del libro. “Con questo ‘imperativo’ – ha proseguito il relatore – sembra voglia metterci in silenzio, quasi in modo mistico”, spiegando come “il linguaggio ha dei limiti, non tutto è esprimibile”. “Il mio lavoro – scrisse lo stesso Wittgenstein – consiste di due parti: di quello che ho scritto ed inoltre di tutto quello che non ho scritto. E proprio questa seconda parte è quella importante”: etica e religione – ciò di cui “non si può parlare” – “sono quindi più importanti delle scienze empiriche”. Infine, la seconda fase del suo pensiero segnerà l’abbandono dell’idea di un linguaggio idealmente unico e perfetto, a favore del linguaggio ordinario o quotidiano, e dei suoi molteplici usi, introducendo il concetto di “gioco linguistico”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 1° marzo 2019

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