Il lavoro tra crisi e comunità

11 Giu


Scuola di Formazione Politica. Magnani e Marchesini il 4 giugno per l’ultimo incontro

La sera dello scorso 4 giugno si è conclusa la Scuola diocesana di Formazione Politica, giunta al suo secondo anno. Protagonisti dell’ultimo incontro (svoltosi solo on line) sono stati Gianpiero Magnani, membro del CDS Cultura OdV di Ferrara, e Valentina Marchesini, figlia primogenita di Maurizio, Presidente di Marchesini Group S.p.A., e direttrice delle Risorse umane della Beauty Division (nata nel 2021), nonché membro del Cda del Gruppo. Marchesini Group, che ha sede nel bolognese, progetta e produce macchine e linee di confezionamento per l’industria farmaceutica e cosmetica. Tema della serata, “Ferrara e il lavoro. Dai dati statistici a una visione prospettica”. 

CRITICITÀ DEL TERRITORIO 

«In Italia vi sono forti disuguaglianze, non solo tra nord e sud ma anche all’interno delle stesse province», ha esordito Magnani. Caratteristica, questa, ben evidente nel Ferrarese, dov’è presente un’Area interna formata da 9 Comuni (nella parte orientale), per un totale di quasi 70mila abitanti. Area, questa, «particolarmente arretrata a livello economico e con un disagio sociale pesante». Si tratta di una delle aree più povere della Regione, assieme a certe zone montane del modenese e del reggiano: «parlare di politiche di sviluppo del territorio significa innanzitutto portare avanti queste aree arretrate», ha detto Magnani.

Tornando alla nostra provincia, il «tasso di occupazione è di oltre il 69% ma nell’Area interna crolla al 45%». Industria e manifattura nel Ferrarese sono sotto di 4 punti percentuali rispetto alla media regionale e nella nostra provincia vi è il numero più basso di imprese locali: siamo i penultimi in regione e ne ha di più anche una provincia piccola – extra regione – come quella di Mantova. Andando, poi, ad analizzare i singoli settori produttivi, a livello regionale siamo ultimi nel settore della manifattura (2mila imprese contro, ad esempio, le oltre 8mila del modenese) e anche nell’agricoltura – da sempre nostra “eccellenza”, come numero di operatori siamo appena terzi in tutta l’Emilia-Romagna. Anche il Petrolchimico presente nella nostra città è in crisi, con «forti disinvestimenti» e conseguenti «problemi in termini occupazionali, mentre a Ravenna, invece, stanno investendo molto». Note negative anche per il numero e le dimensioni delle cosiddette “grandi imprese” e  per l’export all’estero.

Non va meglio nemmeno se guardiamo i dati dell’andamento demografico, per il quale Bologna e Modena sono in aumento e Ferrara è stata da tempo superata anche da Ravenna. «Questo perché – ha commentato Magnani – a Ferrara e provincia ci sono meno opportunità di lavoro e quindi i giovani non si fermano». Non basta, dunque, la presenza di UniFe, con tanti iscritti, in crescita, in particolare fuori sede. E il calo demografico si registra soprattutto nell’Area interna nel Ferrarese. Non basta, nemmeno, a livello demografico, l’importo dell’immigrazione.

Venendo, poi, all’analisi dei Fondi europei, Magnani ha spiegato come questi «siano importantissimi, anche per lo sviluppo dei territori: come PNRR siamo terzi in regione» e i Fondi di Coesioni europee «potrebbero invertire la rotta se usati bene»: un esempio di questo buon uso dei Fondi europei, per Magnani, è il progetto del Tecnopolo di Bologna (DAMA – Tecnopolo Data Manifattura Emilia-Romagna), progetto di riconversione dell’ex Manifattura Tabacchi. Investimento che «darà vita a 2mila posti di lavoro».

«NOI METTIAMO LA PERSONA AL CENTRO»

E a proposito di lavoro, Marchesini, dopo aver brevemente presentato la propria azienda, ha detto: «il lavoro non può essere un orpello», per poi citare un passo della Regola francescana dove si invita i frati a lavorare «con fedeltà e con devozione».

«Nel mio caso – ha riflettuto Marchesini -, il prossimo è il lavoratore, colui che non ho scelto e con qui passo molto tempo della mia vita: il lavoro può quindi – per questo – essere un luogo di santità». E questo «i più giovani se lo sono scordati, e anche molti fra noi adulti». Nella «nostra azienda – ha proseguito – fondamentale è fare un lavoro che appassiona» e «farlo per un’impresa che ha dei valori. Il lavoro è parte della vita, non qualcosa di distinto da essa», ha proseguito.

L’azienda, per Marchesini, è «un luogo di comunità, quindi, dove si condividono spazi per un fine comune. E nella nostra c’è un forte sistema di welfare aziendale», welfare che «crea la comunità, con idee che spesso nascono dal basso».

Soprattutto in un’epoca in cui «i corpi intermedi stanno sparendo» e «dove tante persone sono sole», per Marchesini è importante la «cultura della cura: prendersi cura dell’altro è un atto politico». La stessa «ricerca del profitto, che è il primo obiettivo di un’azienda, va fatto senza calpestare le persone che fan parte dell’azienda stessa».

Per Marchesini è, quindi, decisivo «fare di un’azienda un luogo di cultura, anche aperto, dove si valorizzano le differenze». A tal proposito, la relatrice alla fine ha accennato alla Fondazione Marchesini ACT (Avanguardia, Cultura, Territorio), Fondazione di «supporto al territorio» nel periodo post pandemia.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 13 giugno 2025

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Guerra Israele-Palestina, il card. Pizzaballa: «Contro la logica dell’odio puntiamo sui “risorti”»

7 Giu

In un mare di odio e diffidenza crescenti, non mancano tra ebrei, cristiani e musulmani i “ponti di pace”. Il Patriarca di Gerusalemme in collegamento col Santuario del Poggetto ha analizzato la drammatica situazione. Tra miseria, rabbia e speranza

di Andrea Musacci

Unire e riunire le persone, le comunità, i popoli. Cuori e collettivi dilaniati dal dolore, attraversati dall’odio e dal rancore. Ed essere ponte di pace, fonte di perdono senza tralasciare la giustizia, chiamando il male e i responsabili col loro nome. È questo il complicatissimo lavoro che spetta ogni giorno ai cristiani, in particolare a quelli in Terra Santa, che hanno nel card. Pierbattista Pizzaballa, Patriarca di Gerusalemme, una loro guida salda e autorevole.

Nel pomeriggio dello scorso 27 maggio, Pizzaballa si è collegato on line col Santuario del Poggetto, invitato dal Rettore (e suo amico: si veda la “Voce” del 9 maggio 2025) don Giuseppe Cervesi a parlare proprio della situazione in Terra Santa. All’incontro ha partecipato, ed è intervenuto, anche don Vasyl Verbitskyy, guida ferrarese dei fedeli cattolici ucraini di rito bizantino (v. a pag. 9).

ISRAELE DIVISO E IN CRISI ECONOMICA

«Israele è da sempre una società molto composita, vivace a livello culturale e dinamica», ha spiegato il card. Pizzaballa. In essa risiedono «cittadini provenienti da varie parti del mondo». Oggi, però, la differenza principale al suo interno «è tra ebrei religiosi ed ebrei non religiosi, anche se non è sempre facile fare questa distinzione». Da una parte vi è «il mondo nazionalsionista, che sta dando l’impronta all’attuale Governo», dall’altra «quello più liberale e secolare. Due idee di ebraismo e di Stato diverse»: una divisione, questa, che «dopo il 7 ottobre si è accentuata». Come detto, al Governo vi è una «destra sionista con caratteri religiosi, che vuole un Paese con una chiara identità ebraico-religiosa», e che su Gaza pensa che bisogna «continuare la guerra a tutti i costi, con l’obiettivo di distruggere Hamas, liberare la Striscia dai palestinesi e fare in modo che il 7 ottobre non si ripeta più». Mentre l’altra parte, quella “liberale”, «vuole riportare a casa tutti gli ostaggi e finire la guerra. Due sfumature tra loro abbastanza diverse», e con «ulteriori sfumature ognuna al proprio interno». Venendo all’economia, il card. Pizzaballa ha spiegato come «parte della forza lavoro è stata richiamata alle armi dopo il 7 ottobre e ciò ha avuto conseguenze enormi sulle famiglie, sul mondo dell’impresa e del lavoro. Di quest’ultimo aspetto se ne parla poco», ma «edilizia e turismo sono fermi, e impatti si hanno anche sull’hi tech». Inoltre, prima del 7 ottobre «tanti palestinesi della Cisgiordania andavano a lavorare in Israele, e ora molto meno», anche perché il 7 ottobre «ha fatto perdere in tanti israeliani liberali la fiducia nei palestinesi». 

LA SITUAZIONE A GAZA

«Il sud della Striscia è stato livellato dai bombardamenti israeliani e anche il centronord è stato distrutto nelle sue infrastrutture ed edifici pubblici»: così il card. Pizzaballa ha sintetizzato la situazione a Gaza. «Gran parte della popolazione non ha cibo, luce, acqua né assistenza, oltre il 90% della popolazione è sfollata. I bombardamenti sono continui, gran parte della Striscia oggi è occupata dalle forze israeliane. Le scuole sono usate come rifugio e molte famiglie vivono nelle tende all’aperto». Venendo alla possibile efficacia della guerra, il cardinale ha spiegato che «Hamas come struttura militare è stata sì in gran parte decimata ma Hamas è di più, è un movimento e un’ideologia e quindi le linee arretrate son diventate quelle avanzate. Questa guerra ha causato un bacino di odio enorme negli abitanti di Gaza, e quindi tanti nuovi potenziali militanti per Hamas». Inoltre, «la maggior parte degli ostaggi è morta» ed «è molto difficile prevedere la fine della guerra».

I CRISTIANI A GAZA E CISGIORDANIA

«Sono 500 i cristiani rimasti a Gaza, cattolici e ortodossi, tutti asserragliati in parrocchia», con 6 religiosi della Famiglia religiosa del Verbo Incarnato (tre sacerdoti e tre suore), oltre a 4 Missionarie della Carità (l’ordine di Madre Teresa di Calcutta). La comunità comprende anche «una struttura per disabili gravi, in gran parte musulmani». 

«Per tenere occupati i bambini – ha proseguito Pizzaballa – facciamo qualche attività in oratorio a a scuola. Abbiamo riserve di cibo, ma stanno finendo: entro 2 settimane dobbiamo trovare una soluzione. Ad oggi nessuno può entrare al nord della Striscia». Inoltre, nella struttura «c’è un’unica cucina per tutti, con un forno a legna», legna che «prendiamo dalle case distrutte. Si cucina 1-2 volte alla settimana. Da mesi non vediamo frutta e verdura». Nonostante tutto, una nota positiva: delle 500 persone cristiane lì residenti, 100 sono bambini, 3 dei quali nati dopo il 7 ottobre 2023: insomma, «la vita nasce ancora».

Per quanto riguarda, invece, la Cisgiordania, «abbiamo una 30ina di parrocchie: i preti mi chiamano continuamente dicendo che alcuni coloni israeliani sono sempre più aggressivi, saccheggiando sempre più i contadini palestinesi: non sappiamo cosa fare, a chi chiedere giustizia, l’Autorità Nazionale Palestinese è debole e quella israeliana non interviene. Lì la situazione è disastrosa: non ci sono più pellegrini dall’estero e non è più possibile andare a lavorare in Israele». Come comunità cattolica – prosegue – stiamo cercando di inventarci piccoli lavoretti per aiutare la popolazione».

7 OTTOBRE 2023: EFFETTI DURATURI

Il card. Pizzaballa ha poi tenuto a ricordare come la guerra in corso sia solo l’ultima di un ben più storico conflitto israelo-palestinese. «Viviamo uno dei momenti più difficili qui», ha aggiunto. «Il 7 ottobre ha segnato in maniera profonda la vita di Israele: c’è un pre e un post 7 ottobre, non si tornerà più a come si era prima di quell’orribile strage che ha prodotto circa 1200 vittime, con 250 persone prese in ostaggio. Uno shock tremendo per Israele, nato per dare una casa agli ebrei, e una casa che fosse sicura». E, aspetto di cui si parla poco, «la maggior parte delle persone uccise o sequestrate quel 7 ottobre erano di sinistra, pacifiste, che quindi si son sentite tradite dai palestinesi». Per quanto riguarda quest’ultimi, «alcuni di loro giudicano il 7 ottobre una necessità, altri una strage causata dalle ingiustizie che vivono fin dal 1948. Prima del 7 ottobre – ha proseguito il Patriarca -, per molti di loro la questione palestinese era dimenticata, ed era iniziata una normalizzazione fra i Paesi arabi e Israele». Per Hamas e il resto dell’estremismo palestinese era quindi «fondamentale fermare questo processo di normalizzazione e riportare l’attenzione sulla questione palestinese».

Il 7 ottobre ha dunque «creato un solco profondo tra israeliani e palestinesi: l’odio e il disprezzo sono enormi, la sfiducia reciproca segna in maniera profonda, ma spero almeno non sia irreversibile, anche se sicuramente ci sarà per molto tempo». Ciò è evidente soprattutto «nel linguaggio, nelle espressioni di disumanizzazione dell’altro, anche nei media». E anche il dialogo interreligioso non va molto bene: «molti ebrei pensano che i cristiani non abbiano condannato abbastanza il 7 ottobre», mentre i palestinesi «si sentono additati come conniventi» dei terroristi di quella strage. Per il card. Pizzaballa «è anche difficile capire le conseguenze politiche» di questa situazione, com’è difficile «negoziare se non si hanno obiettivi precisi: tutto ciò crea una forte sensazione di sospensione e incertezza».

QUALI POSSIBILI VIE D’USCITA?

Un’analisi realistica, dunque, quella di Pizzaballa. Di quel realismo che un cristiano non può non avere, unita alla Speranza nelle persone: «oggi parlare di fiducia, di futuro sembra – a molti – parlare di aria fritta. Dare concretezza a questa verità di fede e di vita non è per nulla semplice». Com’è difficile «essere una voce libera, capace di dire la verità senza diventare parte del conflitto: non posso e non voglio essere né la voce dei palestinesi né degli israeliani, ma solo della Chiesa». Chiesa che «deve diventare la voce dell’intera comunità e del suo dolore», affinché «non cada nella facile tentazione dell’odio e della violenza», ma «impari ad ascoltare il dolore dell’altro». Dire la verità vuol dire sia essere «voce di condanna» sia «aprire orizzonti: nessuno ha il monopolio del dolore». 

A una domanda precisa di don Cervesi sul Santo Padre, il card. Pizzaballa ha poi risposto spiegando come «ora non ci sono le condizioni perché venga in Terra Santa», ma «prima o poi verrà». Diplomazia e dialogo sono ciò che serve, ma «i Paesi arabi mi sembrano più impegnati a pensare a cosa ci sarà dopo la guerra piuttosto che a pensare a come farla finire». Insomma, per ora «non si vede una via d’uscita: ci vorrebbe una leadership religiosa e una politica, ora assenti», e ci vorrebbe «un perdono che non dimentichi la giustizia, che quindi a livello collettivo chiami il male e le responsabilità coi loro nomi».

Per Pizzaballa è dunque necessario «costruire una solida narrazione alternativa, basata sulle Scritture e sulla storia, e che considera l’altro» e le sue ragioni. In questo, i cristiani «possono rivestire un ruolo molto importante, proprio perché sono “deboli”, cioè non sono una potenza. Ci sono tanti esempi, anche in questo contesto, di persone che sanno amare, che rifiutano la logica dell’odio; e non vi sono solo tra i cristiani, ma anche tra gli ebrei e i musulmani. Io li chiamo i “risorti”».

***


Ebrei, musulmani, cristiani: i numeri

In Israele sono ca. 7,5 milioni gli ebrei, 1,5 milioni gli arabi musulmani e 130mila gli arabi cristiani. E 100mila i lavoratori stranieri: tra le vittime del 7 ottobre, vi erano, infatti, anche indonesiani e filippini. Sono invece ca. 5 milioni i palestinesi, di cui 2 milioni a Gaza. Infine, a Gerusalemme vi sono 6-700mila ebrei, 300mila musulmani e 10mila cristiani.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 6 giugno 2025

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Referendum 8-9 giugno: lavoro e cittadinanza, ecco perché è importante votare

6 Giu

Alessandra Annoni e Silvia Borelli, docenti di UniFe, spiegano gli obiettivi dei 5 quesiti a cui siamo chiamati a rispondere col voto nelle urne. Tanti i temi che toccano la vita quotidiana: dai contratti precari agli incidenti sul lavoro, dai licenziamenti ai diritti civili legati all’acquisizione della cittadinanza

di Andrea Musacci

Quanto spesso nei normali discorsi fra le persone si sente – giustamente – lamentare del lavoro precario, delle cosiddette “morti bianche” (che quasi mai sono “bianche”), dei licenziamenti ingiusti (individuali o collettivi), dell’assurdità di persone – che incontriamo a scuola, al lavoro – che vivono da tanti anni nel nostro Paese e non sono riconosciuti cittadini come noi…

L’8 e il 9 giugno, ognuno di noi è chiamato a votare su 5 quesiti referendari riguardanti proprio lavoro e cittadinanza. Un’ottima occasione, quindi, per esprimere la propria opinione su temi che riguardano o potranno riguardarci direttamente, o persone a noi care, con le quali condividiamo momenti delle nostre quotidianità: i licenziamenti, i contratti a termine, la responsabilità negli appalti, la cittadinanza per gli stranieri. Le cinque schede di diverso colore rappresentano altrettanti ambiti su cui gli elettori sono chiamati a esprimersi.

La sera dello scorso 27 maggio nel Cinema Santo Spirito di Ferrara erano oltre 200 le persone (fra cui diversi giovani) ritrovatesi per l’incontro organizzato da alcune associazioni e movimenti ecclesiali ferraresi (Azione Cattolica, ACLI, AGESCI, MASCI, Movimento Rinascita Cristiana, Comunità Papa Giovanni XXIII, Salesiani cooperatori). Le relatrici sono state Alessandra Annoni, professoressa ordinaria di Diritto internazionale all’Università di Ferrara e Silvia Borelli, professoressa associata di Diritto del Lavoro dello stesso Ateneo. L’incontro è stato introdotto e moderato da Alberto Mion. Una forte risposta dei ferraresi per un’iniziativa di alto livello nel quale le due esperte hanno aiutato i tanti presenti a chiarire alcuni dubbi riguardanti temi sicuramente complessi. Con un appello ad andare a votare l’8-9 giugno per due motivi di fondo: per segnalare al Parlamento che questi temi interessano tutti i cittadini e le cittadine; come occasione per interrogarci sul modello cittadinanza, cioè su cosa significa essere cittadino/a italiano/a, qual è la nostra idea di popolo oggi. Popolo, lo ricordiamo, di una Repubblica democratica (dove il referendum è uno degli strumenti diretti di questa democrazia) fondata sul lavoro. Lavoro che, appunto, si vuole tutelare attraverso i primi 4 requisiti referendari.

Tante sono state anche le domande e le riflessioni dal pubblico a conclusione dell’incontro. La registrazione integrale dell’iniziativa a S. Spirito è disponibile sul canale You Tube della nostra Arcidiocesi: youtube.com/@chiesadiferraracomacchio

Vediamo ora nel dettaglio i cinque quesiti referendari attraverso l’analisi di Silvia Borelli e Alessandra Annoni.

Continua a leggere l’articolo qui.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 6 giugno 2025

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Ucraini cattolici, San Giovanni Battista nuova casa per 1 anno

5 Giu


Chiusa S. Maria dei Servi, ora riapre per loro la chiesa all’angolo via Montebello/c.so Porta Mare

di Andrea Musacci

Per una che chiude, un’altra riapre. Proseguono le tormentate vicende delle chiese ferraresi nel post sisma: il nuovo capitolo di questa storia ha come protagoniste la chiesa di Santa Maria dei Servi, in via Cosmè Tura, e quella di San Giovanni Battista. La prima, ha chiuso la scorsa settimana per i necessari lavori di restauro e consolidamento; la seconda, torna ad accogliere la vita delle nostre comunità dopo ben 4 anni. Protagonista di questo trasferimento è la comunità cattolica ferrarese di rito greco-bizantino: insomma, le nostre sorelle e i nostri fratelli ucraini.

UNA NUOVA CASA PER GLI UCRAINI

La prima Divina Liturgia, la guida della comunità cattolica ucraina ferrarese, don Vasyl Verbitskyy, l’ha presieduta per la Festa dell’Ascensione. No, non domenica 1° giugno, ma – come da tradizione – proprio il 40° giorno dopo la Pasqua di Resurrezione, giovedì 29 maggio. La prima Liturgia “ufficiale”, invece, è in programma questa domenica, Festa di Pentecoste, con anche l’accompagnamento dei Campanari Ferraresi. «I parrocchiani – ci spiega don Vasyl – ci tengono a tenere il nome della parrocchia – S. Maria dei Servi – e gli orari delle Messe, feriali e festive». Qui, se tutto andrà secondo i programmi, gli ucraini dovrebbero rimanere 1 anno, per poi tornare in via Cosmè Tura. Nel frattempo, grazie alle donne, agli uomini e ai ragazzi della parrocchia, è stato fatto il trasloco di tutte le panche, dei paramenti liturgici, delle icone (dell’iconostasi, e non), del mobilio e degli oggetti della sacrestia, dell’ufficio di don Vasyl, del coro, dei confessionali, oltre alle due sindoni, quella di Gesù e quella della Madonna. Quella di Gesù, come da tradizione del rito bizantino, è rimasta sull’altare dalla Pasqua all’Ascensione.

In attesa del 24 giugno, Festa di San Giovanni Battista, si pensa già alle attività estive, fra cui il campo del Circolo “Luce da Luce” nel quartiere Barco, con una giornata in montagna, sul lago di Cadore. E a proposito di iniziative, è stata annullata per cause di forza maggiore quella prevista in Sala Estense per il 25 giugno.

E sempre in quei giorni, per la precisione sabato 28 giugno, è in programma un avvenimento storico: un nutrito gruppo di ucraini ferraresi si recherà a Roma per il Giubileo dei fedeli della Chiesa Greco-Cattolica Ucraina.

LA STORIA RECENTE DI SAN GIOVANNI BATTISTA…

Ripercorriamo ora la storia della chiesa all’angolo tra via Montebello e corso Porta Mare. Il 2 maggio 2021 la comunità parrocchiale di Santo Spirito si congeda dall’edificio  di proprietà dell’ASP-Centro Servizi alla Persona, in vista della riapertura della vicina chiesa di Santo Spirito, avvenuta due settimane dopo, il 15 maggio. La comunità di Santo Spirito ha usufruito della chiesa di San Giovanni Battista dal settembre 2012, dopo il terremoto che ha reso inagibile il suo tempio (tra maggio e settembre 2012, si utilizzò la tensostruttura allestita nel campo da basket parrocchiale e il cinema dell’oratorio).S.Spirito fu riaperto poi parzialmente da marzo 2016 a febbraio 2020. A inizio 2020 la nuova chiusura di quest’ultima, con le celebrazioni liturgiche nella Sacrestia di Santo Spirito e a san Giovanni Battista il sabato sera e la domenica. Dal 2016, a S. Giovanni si è insediata anche la comunità ortodossa moldava, per un importante esperimento ecumenico culminato, nel maggio 2019, con una partecipazione congiunta alla solennità del Corpus Domini.

Mentre sono rimasti gli affreschi, i paramenti sacri di s.Giovanni Battista sono conservati nel Museo civico di Palazzo Schifanoia e da inizio 2021 sono state installate le copie, stampate in serigrafia di altissima qualità, di alcune delle più significative opere pittoriche originariamente alloggiate in chiesa:”San Giovanni Battista alla fonte” di Giacomo Parolini, “Lazzaro povero in terra” di Niccolò Roselli, “Decollazione di San Giovanni Battista” e “Deposizione” di Ippolito Scarsella.

…E LA SUA STORIA “ANTICA”

Stabiliti a Ferrara, i canonici regolari lateranensi tra la fine del XV secolo e l’inizio del XVI costruirono la chiesa. Un edificio unico nel suo genere in città, in quanto a pianta greca (o “a croce greca”, nella quale – cioè –  navata e transetto hanno la stessa lunghezza e si intersecano a metà della loro lunghezza): una bella coincidenza con i suoi nuovi “inquilini”, i cattolici di rito greco-bizantino. Dopo, qui ci furono i benedettini, poi i somaschi, i Catecumeni, i Cavalieri del Sovrano Ordine Militare di San Giovanni di Malta, le Orfanelle. Nel 1938 la chiesa fu restaurata e riaperta, ma, colpita dai bombardamenti, nel ’54 fu nuovamente chiusa. Nel ’70 il Comune di Ferrara, quale proprietario, la assegnò all’Azienda Pubblica Servizi alla persona e nel convento venne eretto un pensionato, affidandolo all’Opera Pia Braghini Rossetti (ancora presente: è la Casa di riposo “Beata Beatrice d’Este”, con 41 ospiti). Nonostante i tentativi nel 1975 del Gran Priore Uguccione Scroffa di ripristinarla per l’Ordine, bisognerà attendere il 1995 per i lavori di restauro e consolidamento. 

LA STORIA DI S. MARIA DEI SERVI

Per quanto riguarda, invece, la chiesa di via Cosmè Tura, il 17 marzo 1636 si pose la prima pietra dell’attuale edificio, costruito su disegno dell’architetto della Camera Apostolica Luca Danese. Chiesa e convento vennero perfezionati dal 1665 al 1669 da Francesco ed Angelo Santini e nel 1797, soppressi i servi di Maria chiamati anche “serviti”, chiesa e convento vennero ridotti ad uso profano. Nel 1800 vi furono poste dalla Reggenza le sorelle del Collegio di S. Orsola, le quali non lasciarono più il luogo. Queste religiose esistevano a Ferrara fin dal 22 maggio 1584 nel piccolo ritiro, con chiesa dedicata a S. Orsola, posto nella strada detta allora “di Spazzarusco” (tale comunità religiosa, divenuta ormai troppo esigua nel numero, si è fusa nel 1929 con la Congregazione delle Suore Orsoline Figlie di Maria Immacolata di Verona).

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 6 giugno 2025

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William Congdon, «l’arte è la mia carne nella certezza della resurrezione»

31 Mag

LA PITTURA COME LUOGO DELLA PRESENZA DI DIO. La storia del pittore nato negli USA nel 1912 e morto in Italia nel 1998: un racconto di conversione a Cristo e il suo continuo porre il Crocefisso al centro della tela e della propria vita

di Andrea Musacci

«Il mistero dell’incarnazione nella croce non può essere risolto dialetticamente, sembra dirci Congdon; nell’istante in cui Cristo invoca il Padre è sancita una separazione che nessun lavoro del concetto può superare». (M. Recalcati)

Ci sono storie di vite redente che è impossibile raccontare con uno stile agiografico, tanto sono complesse, tormentate, fuori da ogni schema e sovrastruttura. Una di queste è quella di William Congdon, pittore statunitense nato a Providence, Rhode Island, il 15 aprile 1912, e morto il 15 aprile (strana coincidenza) del 1998 nella Bassa Milanese. Sì, perché Congdon dopo aver lasciato la propria terra e aver viaggiato in mezzo mondo, ha deciso di vivere in Italia, pur continuando fino agli anni Settanta a esplorare Paesi lontani. Dal 29 al 31 maggio a Ferrara, all’interno del Festival della Fantasia, sarà esposta la mostra “Nel mio solco estremo. Paesaggi esteriori e interiori di W. Congdon”, a cura di Roberta Tosi. Inaugurazione il 29 alle ore 19.30 nel Salone d’Onore del Municipio, con visita guidata a cura di Rodolfo Balzarotti (Direttore Scientifico W. Congdon Foundation). Qui il programma: urly.it/319tf2

Sono quattro le mostre di Congdon a Ferrara, quand’era ancora in vita: nel 1964, nella collettiva “Gesù nell’arte contemporanea”, Palazzo Arcivescovile; 1981, “W. Congdon: Europa e America”, Galleria d’Arte Moderna, Palazzo dei Diamanti; 1986: “Congdon: opere recenti 1980-1986”, Istituto di Cultura “Casa Cini”; 1995-’96, “Congdon. Pastelli 1984-1994”, Istituto di Cultura “Casa Cini” (con in catalogo anche un testo di Angelo Andreotti).

SULL’ABISSO TRA ETERNO E NULLA

William Grosvenor Congdon nasce in un ambiente alto borghese, figlio di due facoltosi industriali. Per fuggire dal puritanesimo e dal materialismo di questo mondo, dopo gli studi, nel ’42, si arruola volontario nell’American Field Service (AFS), servizio di sanità, e come autista di ambulanze partecipa alla battaglia di El Alamein, per poi essere chiamato nel centro Italia. «La guerra mi ha aperto all’amore», dirà, in Italia «cominciavo a vivere, a riconoscermi amato». Un’altra esperienza che lo segnerà profondamente sarà quella vissuta, sempre con l’AFS, nel maggio ’45, nel campo di concentramento di Bergen Belsen appena liberato. Qui scriverà: «Questo non è un uomo / ma materia inesistente (…)». Nel ’48, a 36 anni, inizia a dipingere, va a New York, prima nella miseria del Bowery, e poi nel lusso del 30esimo piano di Park Avenue. Nel ’49 la sua fama di artista esplode grazie anche all’incontro con Peggy Guggenheim e Betty Parsons, assieme ai nuovi talenti della “Action Painting”, fra cui Pollock e Rothko. 

Nel ’50 si innamora di Venezia, dove si trasferisce: «Andai a Venezia – scrive – perché il suo aspetto fantasioso di città nell’acqua mi sembrava offrire un rifugio dal mondo materialistico che dopo la guerra mi disgustava». Ma il luogo che gli stravolge l’esistenza è Assisi, dove vi arriva, per la prima volta, nel ’51, e dove ci vivrà per quasi 20 anni, da fine anni ’50 a fine anni ’70. Qui conosce – tra gli altri – don Giovanni Rossi, fondatore e guida della Pro Civitate Christiana, associazione missionaria e centro culturale, e Paolo Mangini, membro della Pro Civitate che a sua volta gli permetterà di conoscere don Luigi Giussani, fondatore di CL (altra conoscenza decisiva). Di Assisi, scrive Congdon: «Nel convento di San Damiano cominciai a leggere i Fioretti di San Francesco dai quali non mi separai più durante gli ultimi nove anni che precedettero la mia conversione». Lo stesso anno, ad Assisi vi torna a Natale: «La spontaneità e la passione colla quale il popolo celebrò la Messa di mezzanotte e la Messa solenne di Natale mi commossero profondamente». Inizia a comprendere come «le ferite della mia infanzia» – in particolare il rapporto difficile col padre -, «il peso della colpa non potevano essere guarite dalla sola pittura». India, Grecia, Egitto, Istanbul, Santorini, ancora Venezia…e Cambogia. Il vuoto e le lacerazioni dell’anima non poteva curarle nemmeno viaggiando. Quelle ferite antiche potevano essere superate solo in un modo: «Fin dalla mia infanzia, mi si era fatto sentire il senso della colpa quando non avevo peccato. Il peccato era stato presunto per me, e la colpa imposta. Adesso che avevo veramente peccato, in un attimo mi ritrovavo senza colpa nel perdono di Cristo».

Nel ’59, infatti, torna ad Assisi e, assieme ad altri e altre giovani, riceve il battesimo dalle mani del Vescovo mons. Giuseppe Placido Nicolini. Da qui, cambia – inevitabilmente – anche la sua pittura: «Nella misura in cui il Cristo aveva salvato la mia vita dal naufragio e adesso era la mia verità, la Sua figura cominciava a prevalere su qualsiasi altra fonte di ispirazione, e a diventare tutti i paesaggi e i templi delle diverse fedi fino adesso dipinti, e il mezzo inevitabile di proclamare la mia libertà riconquistata e la mia salvezza». Alcuni suoi Crocifissi, non a caso, ricordano anche il Tau francescano, essendo la testa del Cristo a livello del costato.

Poi va a Subiaco, nel convento abbandonato del beato Lorenzo e a fine anni ‘70 si trasferisce nella Bassa milanese, a Gudo Gambaredo, in una casa-studio (o «studio-cella») annessa a un monastero benedettino, la Cascinazza: qui entrerà nei Memores Domini di CL, dopo averli conosciuti a Milano (dove vive dal ’66 al ’79). A Gudo rimarrà fino alla morte.

«È NEL MIO SPARIRE CHE L’IMMAGINE NASCE»

In occasione della sua seconda personale a Ferrara – nel 1986 a Casa Cini – Congdon scriveva: «Il Dono vuole fulminare, cancellare dalla faccia della terra ogni contaminazione di oggetto, perché emerga limpida e pura l’immagine. Agonia delle cose spogliate dallo spazio; la quale agonia, mentre cancella le cose, le restituisce risorte, come il vero spazio che è l’immagine».

Una riflessione, questa del Congdon maturo, sopraggiunta dopo tanti anni di inquieta ricerca, di assillo. Scriveva, infatti, da giovane in una delle lettere a Belle, sua cugina poetessa: «Paghiamo un caro prezzo per il fatto di giungere così vicino e poi ignorare il resto, non andando, con Dio, più oltre. Ma è questo “resto” che vorremmo creare, come compensazione. Nell’arte creiamo ciò che, di Dio, non possiamo essere. Naturalmente non ci riusciamo, e quindi siamo spinti oltre». Insomma, «creiamo nel dolore della nostra non-santità». È nel non-ancora che ci muoviamo – sembra dirci qui -, è nel non-Essere che, al tempo stesso, è brano, segno, anticipazione della Chiarità senza la quale nulla potrebbe rifulgere. Chiarità che ha dovuto impiegare molto tempo per vincere le nebbie non solo di Venezia e della Bassa, ma soprattutto del suo cuore.

Arriverà, ad esempio, in uno scritto del 1975, così ad esporre la sua matura riflessione teologico-esistenziale: «L’opera d’arte nasce, sgorga da un incontro fra me-artista e una qualche cosa, vista, che mi afferra, e che mi chiama per nome; o meglio: mi chiama con la promessa di darmi il nome». Questa promessa è «amore». In un oggetto visto, e che si vuole rappresentare, è necessario quindi «partire dal segno» che «risveglia di sé come Presenza in me, perché è questa Presenza nella mia esistenza che io dipingo», e non l’oggetto in sé. Questa Presenza è Cristo, Dio-Amore e quindi il pittore nel dipingere l’oggetto è lui stesso «rigenerato nell’essere, egli stesso dipinto da esso – dal mistero». Proprio «come – prosegue Congdon – nella santa comunione noi mangiamo, sì, il corpo del Signore, ma per essere assimilati, consumati in Lui. È Cristo, in fondo, che “mangia” noi». Per questo motivo, l’artista deve cercare «la trasparenza della povertà di Spirito! È nel mio sparire, nel mio perdermi (…) – “morire” – che l’immagine nasce». Quello “sparire” per far posto a Cristo di cui ha parlato anche Papa Prevost nella sua prima omelia del 9 maggio scorso.

Per Congdon, quindi, «l’artista è sacerdote in quanto trasfigura la realtà, la materialità della nostra vita in alleanza, e in quanto la offre proclamando che il significato esauriente di tutto è Cristo». E così posso riconoscere che «il Cristo sulla croce è me stesso; che è il mio peccato inchiodato alla croce», e quindi per Congdon i suoi Crocifissi dipinti – dice – sono «la mia propria carne che dipingo con dentro la certezza della resurrezione». La “conclusione”, per Congdon non può quindi che essere questa presa di coscienza piena dopo l’abisso nel quale era vissuto, nella lontananza da Dio-Misericordia: «Io, morto, Dio mi fece rigenerare me stesso dal male, partorendo con questi quadri l’immagine della sua morte e resurrezione! Mi fece risorgere: immagine io stesso di Cristo con il mio proprio dono!».

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FONTI

U. Casotto (a cura di), “William Congdon. L’essenziale è visibile agli occhi” (Dario Cimorelli ed., 2024).

M. Recalcati, “W. Congdon. La poetica del crocefisso”, in “Il mistero delle cose. Nove ritratti di artisti” (Feltrinelli ed., 2016).

F. Patruno, “William G. Congdon: Lo splendore è sempre sofferenza”, in “L’Osservatore romano”, maggio 1995.

W. Congdon, “Arte-Persona-Cristo”, in “Communio”, 1975.

W. Congdon, “Nel mio disco d’oro. Itinerario a Cristo” (Pro Civitate Christiana, 1961).

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IMMAGINI

In alto: Congdon (da: https://lc.cx/Y2gJrK).

Sotto: Crocefisso, 1b, 1960. 

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Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 30 maggio 2025

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Pastorale per le persone LGBT: dialogo e discernimento nella chiarezza dottrinale

28 Mag

“Esperienze e testimonianze per una pastorale del dialogo e della speranza con persone LGBT”: questo il titolo dell’ultima lezione dell’anno 2024-25 della Scuola diocesana di teologia “Laura Vincenzi”. Lo scorso 22 maggio a Casa Cini, Ferrara, sono intervenuti don Gabriele Davalli, responsabile dell’Ufficio per la Pastorale familiare della Diocesi di Bologna; don Cristobal Rodriguez Hernandez, prete spagnolo diocesano della Diocesi di Tenerife (Canarie), in Italia presso la Diocesi di Bologna come prete fidei donum per la collaborazione con l’Ufficio famiglia;Pietro e Francesco, un uomo e un ragazzo bolognesi, che hanno raccontato la propria esperienza personale all’interno del “Gruppo in Cammino”, gruppo di persone LGBT cattoliche all’interno della Diocesi bolognese.

Di questo gruppo ha parlato don Davalli, da quando è nato 40 anni fa (nel dicembre ’84) nella città felsinea, «prima dal basso per poi incontrarsi con la Diocesi». Enacque da una domanda: «è possibile essere cristiani e omosessuali?». Allora, come oggi, ragazze e ragazzi furono «accolti da sacerdoti e frati bolognesi» e iniziarono a organizzare incontri di preghiera, confronto e spiritualità, «per un’esperienza di interiorizzazione della fede. IVescovi Biffi e Caffarra sono sempre stati a conoscenza dell’esistenza del gruppo ma non sono mai intervenuti: il loro silenzio lo abbiamo sempre interpretato come importante per il prosieguo di questa esperienza». Il card. Zuppi, invece, da Vescovo ha deciso di porre il gruppo sotto la Pastorale familiare diocesana. Lo stesso card. Zuppi, nella prefazione al libro “Un ponte da costruire. Una relazione nuova tra Chiesa e persone LGBT” di padre James Martin (Marcianum press, 2018) scrive dopo aver ripreso il titolo: «Il non far niente (…) rischia di generare tanta sofferenza, fa sentire soli e, spesso, induce ad assumere posizioni di contrapposizione ed estreme». Sono poi nati anche i gruppi delle “Famiglie in cammino”, per i genitori di persone omosessuali, e il gruppo “Copia e incolla”, per le coppie omosessuali cristiane. Del “Gruppo in Cammino”, come detto, fan parte Pietro e Francesco, che hanno raccontato a Casa Cini la propria esperienza. Pietro, 42 anni, cresciuto in una famiglia cattolica praticante – che, «pur con alcune difficoltà mi ha accolto nella mia scelta, così come due sacerdoti» – ha spiegato: «la scoperta della mia omosessualità è stata uno stimolo per approfondire il mio rapporto con la fede». Al “Gruppo in Cammino” è approdato dopo un’esperienza in Arcigay, dove però – ha spiegato – «nessuno promuoveva una qualche forma di relazione amorosa stabile». Francesco, invece, che insegna in una Scuola Primaria salesiana, ha raccontato di essere Capo scout e di essere entrato negli scout quando aveva 8 anni: «nel “Gruppo in Cammino” mi sento accettato per quel che sono. L’amore di Dio non è avere un piano per la persona, ma darle una speranza».

Don Hernandez ha invece spiegato le basi di una «Pastorale di inclusione delle persone LGBT, viste le ancora forti difficoltà ad accettare questo tipo di periferia esistenziale»; difficoltà «causata perlopiù – nei laici e nei ministri delle nostre Chiese – da una mancanza di educazione emotiva». «Ciascuno ha il proprio dono da Dio, chi in un modo, chi in un altro», ha proseguito citando S.Paolo (1Cor 7). «La sessualità umana è da intendersi come relazione e bene fra le persone», quindi in senso positivo, come «amore e dono a sé e all’altro. Il mutuo sostegno fino al sacrificio di sé in diverse coppie omosessuali è innegabile. La persona – sono ancora sue parole – va riconsiderata in tutta la sua ampiezza e complessità, non riducendola all’aspetto sessuale».

«Questa inclinazione [omosessuale], oggettivamente disordinata, costituisce per la maggior parte» delle persone che la vivono «una prova. Perciò devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione». Così recita il Catechismo della Chiesa Cattolica al n. 2358, non riducendo la persona agli atti «intrinsecamente disordinati». Riprendendo, poi, diversi passi di Amoris laetitia (n. 250, ad es.), don Hernandez ha sottolineato l’importanza di accompagnare dentro la Chiesa le persone LGBT nella «crescita nella comprensione del Vangelo, nel discernimento dello Spirito e nell’amore per la Chiesa: insomma, si tratta di una vera e propria pastorale del discernimento». Cinque sono, secondo il relatore, i passi di questa pastorale: «guardare la persona e riconoscerla per quel che è; rifiutare ogni forma di violenza; ascoltare rispettosamente per comprenderla meglio, senza pregiudizi ideologici; promuovere un’etica del rispetto; proporre un’educazione all’amore, da una prospettiva cristiana». Insomma, «partire dalla persona per portarle Gesù Cristo».

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 30 maggio 2025

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«Senza partecipazione siamo già in una post-democrazia»: Pizzolato per la Scuola di Politica

27 Mag

Non esiste democrazia senza partecipazione attiva di tutti.Questa provocazione è risuonata forte lo scorso 23 maggio a Casa Cini nelle parole di Filippo Pizzolato, docente di Istituzioni di diritto pubblico all’Università di Padova, intervenuto nell’ambito della Scuola di Formazione Politica. Scuola che ha in programma altri due incontri: 28 maggio, ore 20.30, “Laboratorio politico. Quale visione della città e lavoro nel nostro territorio? Una riflessione col metodo della conversazione sinodale”; 4 giugno, ore 20.30, “Ferrara e il lavoro. Dai dati statistici a una visione prospettica”, con interventi di Valentina Marchesini, imprenditrice, e Giampiero Magnani, CDS Cultura OdV.

La nostra Costituzione – ha spiegato Pizzolato è considerata «trasformativa», cioè non punto di arrivo di una determinata fase, non «Costituzione-bilancio» ma «Costituzione-programma». Impegna dunque istituzioni e cittadini ad un compito grande, ad avviare una trasformazione: è una Costituzione «polemica nei confronti del presente». Espressione forse più grande di questo, è il comma 2 dell’art. 3: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese». La «fioritura dell’umano» è il compito, quindi, della nostra Repubblica, che però non si può raggiungere senza la «partecipazione attiva e consapevole» delle cittadine e dei cittadini, in particolare attraverso il lavoro (inteso – oggi più che mai – nelle sue molteplici forme). Dal ’48 ad oggi – e il rischio forse aumenta sempre più – abbiamo perduto, dimenticato questo orizzonte “penultimo”. Anzi, la maggior parte delle persone – quando non sono indifferenti – concepiscono la democrazia come «mera procedura» e «rituale» delle urne (quest’ultimo aspetto è esso stesso sempre più in crisi). La nostra, insomma, è sì una democrazia anche rappresentativa, dove un ruolo importante è rivestito dalla delega, ma ancor più importante è la partecipazione diretta, effettiva e concreta di ogni cittadino/a ai rapporti sociali, economici (si pensi all’art. 1) e politici. 

La finta alternativa – sempre più in essere soprattutto negli ultimi 30 anni – è l’antipolitica dal basso e dall’alto, la «tecnocrazia», il «governo degli eletti».Anche a livello europeo: «non si può sempre agitare lo spettro dei sovranismi per giustificare il mancato coinvolgimento dei cittadini europei su questioni fondamentali come quella del riarmo», ha detto Pizzolato. Una «torsione oligarchica sempre presente nella logica del potere», che in Italia – e non solo – continua a produrre una sempre maggiore ricerca del leader forte (anche a livello locale) parallelamente a un sempre maggiore svuotamento dei corpi intermedi (in primis, i partiti). In questa visione distorta e formalistica della democrazia, per Pizzolato rientrano anche i discorsi sulle cosiddette Riforme costituzionali, che «sganciano la seconda parte della Costituzione dalla prima: in Italia siamo già alla post-democrazia». 

Insieme a una riscoperta del senso autentico della sussidiarietà («spesso usata per privatizzare»), vanno ripensati i partiti politici (e la loro democraticità interna), che per decenni hanno avuto «solide radici sociali, economiche e culturali nei territori», mentre oggi sono ridotti a essere «strutture galleggianti sul niente», non trasformando più «l’energia sociale per portarla nelle istituzioni». Si tratta, quindi, di «organizzare la fragilità», di «cooperare» per trasformare la società. Se la politica non fa questo, la Costituzione rimane solo sulla carta. Con le conseguenze che già sono sotto i nostri occhi.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 30 maggio 2025 

Chiesa San Paolo, antiche gemme di bellezza ora ammirabili da tutti

21 Mag

Il progetto di Assorestauro portato avanti con la nostra Arcidiocesi grazie alla storica dell’arte Barbara Giordano e a mons. Massimo Manservigi: affreschi del XIV e XV sec. nascosti dietro la parete occidentale e ora visibili grazie alla Virtual Reality Experience

di Andrea Musacci

Affreschi finora inaccessibili che ora, invece, possono essere fruiti da tutti. Sono le opere d’arte riscoperte nella chiesa della Conversione di san Paolo a Ferrara (piazzetta Schiatti), presenti sull’antico muro (costruito fra il XIII e il XIV sec.) dell’edificio; dopo il terremoto del 1570, però, venne costruito dall’architetto Alberto Schiatti il nuovo edificio a tre navate con cappelle absidate (prima era a una navata), con un nuovo muro a poche decine di centimetri da quello antico, che quindi ha sempre reso molto difficile il poter analizzare gli antichi affreschi. Stiamo parlando del lato occidentale della chiesa, quello che affaccia sul primo dei due chiostri del complesso, il maggiore. 

Dallo scorso gennaio, la nostra Arcidiocesi – nelle persone di Barbara Giordano, storica dell’arte e membro dell’UCS–Ufficio Comunicazioni Sociali diocesano, e mons. Massimo Manservigi, parroco di san Paolo e Direttore dell’UCS – ha collaborato a un interessante progetto di valorizzazione promosso da Assorestauro, in collaborazione anche con la parrocchia di San Paolo e finanziato dal Ministero della Cultura tramite fondi PNRR. Grazie a tecnologie digitali avanzate, ricostruzioni 3D e narrazione storica, ora viene restituito alla città – e non solo – un patrimonio di bellezza senza prezzo. L’esperienza VR (Virtual Reality Experience – Esperienza di Realtà Virtuale) è disponibile in loco all’interno della chiesa, tramite visori di ultima generazione posizionati nella navata di destra, all’altezza della quinta cappella rispetto all’ingresso principale.  Un’esperienza, inoltre, accessibile a tutti, incluse persone con disabilità. Al monitor presente, è inoltre possibile vedere il video esplicativo, con immagini degli affreschi e video interviste ai protagonisti del progetto, oltre a un “trailer” di 20 secondi. 

QUALI SONO GLI AFFRESCHI PROTAGONISTI DEL PROGETTO 

Nel 1991, durante controlli preliminari effettuati dai restauratori della Direzione dei Musei Civici d’Arte Antica in previsione dei lavori di restauro architettonico all’intero complesso, ci si è imbattuti, nella parete della chiesa in confine col chiostro maggiore, in una serie di tracce estremamente complesse e in una tomba collocata in un vano di risulta fra il muro antico e le absidi laterali. Il lavoro eseguito ha, infatti, permesso di vedere – dai sottotetti o da parti accessibili dal chiostro adiacente – tutte le fasi decorative assieme. «Una parete straordinaria – spiega Barbara Giordano -, perché attraversa l’intera parabola storica e artistica della chiesa di san Paolo».

Partendo quindi dall’attuale ingresso principale della chiesa, se ci dirigiamo verso la navata destra, dietro l’attuale parete, all’incirca fra la prima e la seconda cappella, vi è quella che la stessa Giordano definisce «la scoperta più incredibile»: una “Madonna annunciata” databile al 1476, probabilmente eseguita da un allievo di Piero della Francesca.

Proseguendo, sempre dietro l’attuale parete, su quella più antica, all’altezza più o meno tra la seconda e terza cappella, vi è l’ormai noto affresco del “miracolo della gamba” dei Santi Cosma e Damiano, scoperto e presentato nel 1991. Così ne scriveva, nel ’94, Anna Maria Visser Travagli, allora Direttrice dei Civici Musei d’Arte Antica di Ferrara, su “Ferrara. Voci di una città”: «La visione, piena di dettagli, ha quasi un valore didascalico, con l’iscrizione illustrativa dell’avvenimento diligentemente riportata ai piedi del letto; non c’è dolore, non c’è sofferenza, non c’è sangue nella scena, tutto si svolge con naturalezza. Il malato dorme ignaro, quasi sorridendo, mentre i due Santi, sontuosamente abbigliati, maneggiano con disinvoltura gli arti che con virtù taumaturgiche stanno sostituendo. La stanza è inondata di luce e trasmette una calma tranquillità; accanto al letto vediamo il mobile coperto con una tovaglia ricamata, con la bottiglia d’acqua e il bicchiere per la notte; sulla finestra semiaperta s’intravede un vaso con una pianta verde e sulle testata del letto sono mescolati agli oggetti della stanza gli attributi dei Santi: le scatole con i medicamenti, l’ampolla con l’unguento, i libri con le prescrizioni mediche, resi con lo stesso ordine compositivo delle coeve tarsie lignee. Con questa scena, con quella successiva del gruppo di nobildonne mirabilmente acconciate e con l’immagine di uno dei santi lapidato – secondo la versione del martirio riportata da Jacopo da Varagine alla fine del XIII secolo – siamo lontani dalle astruserie, dal simbolismo e dai contorcimenti dei grandi maestri della scuola ferrarese del Quattrocento; qui c’è una chiarità inusitata di derivazione pierfrancescana; il miracolo è tale proprio per la naturalezza con la quale si manifesta; siamo più vicini all’area toscana come sensibilità e come stile e forse la mano è di un maestro di formazione o di cultura fiorentina, come di origine fiorentina poteva essere forse il committente: Baldinus, un mastro vetraio che, nel 1476, dedica una cappella in San Paolo ai Santi Cosma e Damiano, il cui culto è particolarmente radicato a Firenze».

Nel terzo affresco, dietro la quarta-quinta cappella della navata destra, vi è un enorme arcone tamponato, sottolineato da una fascia dipinta a partiture, con l’immagine del Cristo Redentore benedicente e di San Pietro con le chiavi in mano entro cornici polilobate, databile alla fine del Trecento. Nello stesso punto, più in basso, è stata rinvenuta un’altra Madonna, col manto blu, “picchiettata”, «che – spiega Barbara Giordano – ci ricorda soprattutto che c’era una grande devozione alla Madonna del Carmelo». 

Nella cappella successiva, sopra la tomba, c’è invece un affresco del XIV secolo raffigurante una “Madonna con bambino”, «ascrivibile – spiega sempre Giordano – al Terzo Maestro di Sant’Antonio in Polesine. Una figura molto delicata, con la fronte alta e lo sguardo affusolato, tipico della metà del XIV secolo».

San Paolo, quindi, ora diventa anche un laboratorio aperto, con queste meraviglie artistiche ancora tutte da analizzare e interpretare.

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Esperti da tutto il mondo per vedere i nostri tesori

La visita per ammirare, grazie alla realtà virtuale, gli affreschi nascosti. Solo l’ultima tappa di un lungo processo di valorizzazione

Lo scorso 15 maggio, nell’ambito del Salone del Restauro svoltosi a Ferrara, per la prima volta dopo oltre quattro secoli oltre 70 restauratori da tutto il mondo hanno potuto ammirare in anteprima questi affreschi nascosti. Doppio appuntamento in quella giornata storica: nel primo pomeriggio, in Fiera (Sala Antonioni), presentazione del progetto di Realtà Virtuale sulla chiesa di San Paolo e di quello simile sul Museo di Palazzo Schifanoia. Per l’occasione, sono intervenuti Andrea Griletto (Assorestauro), don Massimo Manservigi, Barbara Giordano, Antonino Libro (Agenzia Regionale Ricostruzioni), Matteo Fabbri (Tryeco 2.0 – Nuove ricostruzioni storiche di Palazzo Schifanoia), Alex Cayuela e Marco Usuelli (Elaborazione in Virtual Reality degli affreschi di San Paolo). Sono stati anche proiettati i documentari a cura del regista Fabio Martina. Replica, dentro San Paolo, nel tardo pomeriggio, per ammirare la splendida chiesa e vedere di persona la postazione con monitor e provare i visori per l’esperienza virtuale.

APRILE 2024: RIAPERTURA CHIESA DI SAN PAOLO

Risalente, nel suo primo nucleo, al X secolo, l’edificio di epoca tardo rinascimentale si trova all’angolo tra corso Porta Reno e piazzetta Alberto Schiatti, nome dell’architetto che ne progettò la rinascita tra il 1573 ed il 1611, dopo il terremoto cinquecentesco.

San Paolo viene considerata il pantheon della città in quanto ospita le sepolture di illustri personaggi di cultura, tra cui le tombe del poeta Guarino Veronese, il compositore Luzzasco Luzzaschi, di Alberto Lollio e di Giovan Francesco de Grossi (detto Siface). La chiesa – che ha annessi l’ex convento dei Carmelitani e i chiostri rinascimentali – è altresì nota per i tanti artisti che l’hanno impreziosita, tra cui Bastianino, Girolamo da Carpi, Domenico Mona e Scarsellino. A tal proposito, il Ministero dei beni culturali ha assegnato alla Soprintendenza 600mila euro per il restauro delle opere artistiche di grande pregio e degli altari laterali e delle pale per poter ospitare nuovamente i quadri (fin da subito messi in deposito).

La riqualificazione e il restauro dell’edificio ha comportato un doppio stanziamento, per un totale complessivo di 3,8 milioni di euro (3 milioni di finanziamento ministeriale del Ducato Estense e 850 mila di fondi regionali post sisma). In base a una specifica convenzione, per poter realizzare gli interventi, il Comune di Ferrara è stato stazione appaltante. All’imponente edificio di piazzetta Schiatti/corso Porta Reno e al cantiere interno ed esterno terminato il 31 gennaio 2024, l’UCS-Ufficio Comunicazioni Sociali della nostra Arcidiocesi ha dedicato un video dal titolo “L’oro e il mistero” curato da mons. Massimo Manservigi (parroco di san Paolo e Direttore dell’UCS) e Barbara Giordano; l’oro è l’originario colore dominante all’interno della chiesa, riemerso grazie ai lavori di restauro, segno dell’importanza ricoperta nei secoli dalla chiesa. La chiesa è stata ufficialmente riaperta il 27 aprile 2024 con la S. Messa presieduta da mons. Gian Carlo Perego e animata dal “Coro e Orchestra Immacolata”. Ricordiamo che la chiesa di san Paolo era chiusa dal 2006, e la sua stabilità si era aggravata col sisma del 2012. Dal settembre 2023, la parrocchia di San Paolo fa parte, assieme alla parrocchia di Santo Stefano, di un’Unità Pastorale  guidata da mons. Massimo Manservigi.

I TESORI RIEMERSI NEGLI ULTIMI ANNI

Durante i lavori di questi anni (iniziati a gennaio 2022 e realizzati dal raggruppamento temporaneo di imprese composto dalle ditte Leonardo Srl – Direttore cantiere, Andrea Natalucci – e Lolli Raffaele impianti Srl di Bologna), innanzitutto è riemersa la colorazione dorata dei pilastri e delle pareti (ad esempio nella Cappella del Carmine, nella navata di sinistra), ma anche, sotto alcune delle tinte del secolo scorso, alcuni magnifici affreschi rinvenuti nei catini absidali nelle navate laterali, raffigurazioni significative forse databili al XVI secolo, antecedenti al sisma del 1570. La speranza è di far riemergere ancora di più questi straordinari volti e figure, come alcuni rifacimenti ottocenteschi nel catino absidale. Altre scoperte riguardano firme di pittori, soprattutto del XIX secolo, intervenuti soprattutto nelle volte della navata centrale, e in quelle del transetto. Artisti a noi sconosciuti ma che proverebbero come tutta la pittura seicentesca, iniziata dopo il sovracitato terremoto, sia stata molto rimaneggiata nell’Ottocento. E ultimo, ma di certo non meno interessante, nella navata destra, in uno spazio di servizio dov’era stata progettata una scala di accesso al sottotetto, è stata rinvenuta una nicchia sotto l’intonaco: al di là di questa, è stata scoperta una tomba con resti umani, uno stupendo soffitto stellato e sulle pareti laterali un affresco di pregio raffigurante una città – molto probabilmente Gerusalemme -, e un albero della Vita con la crocifissione.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 23 maggio 2025

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Che cosa oggi ci rende ancora comunità?

17 Mag

Padre Giuseppe Riggio a Casa Cini ha ragionato sull’importanza di riscoprire le ragioni profonde dei nostri legami

In ogni forma di consorzio umano, il pericolo maggiore non risiede tanto nella possibilità – scontata – di conflitto tra i membri ma nel perdere quel “fuoco sacro” che ha trasformato un gruppo di persone in una comunità. Su questo quid che trascende le singolarità e le contingenze ha riflettuto lo scorso 6 maggio a Casa Cini, Ferrara, padre Giuseppe Riggio s.j., Direttore responsabile di “Aggiornamenti sociali”, per la penultima lezione del 2024-25 della Scuola diocesana di teologia per laici. “Che cosa ci tiene uniti? Per una grammatica della partecipazione” il titolo dell’incontro, lo stesso del suo ultimo libro edito da “Il Pellegrino ed.”.

Partecipazione, comunità e missione sono le tre parole al centro del recente Sinodo universale: «da un’adesione personale all’annuncio del Vangelo ognuno è chiamato a dare il proprio contributo», ricordando che la missione non è necessariamente l’andare in un altro luogo ma «la testimonianza viva che tocca tutti», ha riflettuto p. Riggio. In tutto ciò, decisivo è «il senso di appartenenza», che rende «più forte, viva e attrattiva una comunità».

Oggi, però, viviamo in un tempo in cui le paure dominano: «tante delle promesse in cui abbiamo creduto (la pace, il benessere, ad esempio), oggi non sono più così salde», ha proseguito il relatore. Senza pensare alla «paura dell’altro» inteso come colui che viene da fuori, da un’altra realtà geografica, a cui si risponde innanzitutto con «la volontà di proteggersi», con «un accentuarsi delle dinamiche di polarizzazione, di conflitto e individualistiche».

Tutto ciò fa particolarmente riflettere sull’importanza per ogni comunità – ecclesiale o civile che sia – di «essere periodicamente rinnovata», di «ricordare e ripensare i motivi profondi per cui si sta insieme, si è comunità, e quindi per cui bisogna parteciparvi attivamente». Altrimenti, «i legami si attenuano e si sfaldano». Ma «la cura», la “manutenzione” di questi legami – non bisogna dimenticarlo – richiede sia «tempo» sia «luoghi per ritrovarsi e ragionarci assieme». Luoghi non solo fisici ma intesi – in senso ampio – come «condizioni di incontro, di ospitalità e dialogo».

Oggi, quindi, dobbiamo chiederci: nelle nostre comunità che cosa ci tiene uniti? Intendendo l’unità non come «uniformità», non come conformismo ma come quella – esempio storicamente particolarmente rilevante – messa in atto dall’Assemblea costituente che ha dato vita alla Carta Costituzionale della Repubblica italiana. Insomma, la comunità – e più in generale la società – «nascono quando l’altro passa dall’essere un pericolo a essere qualcuno di cui prendersi cura». Non è una differenza da poco.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 16 maggio 2025

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Dialogo, umiltà e concretezza: le parole della buona politica

16 Mag


Scuola diocesana di formazione. Due amministratori del territorio, Isabella Masina ed Elia Cusinato, hanno risposto alle domande di alcune giovani liceali di Ferrara

Chi l’ha detto che i giovani considerano la politica qualcosa a loro aliena?

La sera dello scorso 7 maggio Casa Cini, Ferrara, ha ospitato il secondo incontro della Scuola diocesana di formazione politica. Virginia Balboni, Anna Battaglini e Sofia Righetto, in rappresentanza della loro classe, la V^ N del Liceo Ariosto di Ferrara, aiutate dal loro prof. di Religione Nicola Martucci, hanno elaborato una serie di domande che han posto a due amministratori del nostro territorio: Isabella Masina,Vicesindaca Comune di Voghiera, in politica da 16 anni, Vicepresidente nazionale di “Avviso Pubblico”; ed Elia Cusinato, Consigliere Comune di Ferrara per il PD (alla sua seconda esperienza in questo ruolo), originario di Francolino, dov’è anche catechista in parrocchia. 

Ricordiamo che il primo incontro della Scuola si è svolto il 30 aprile con gli interventi dell’urbanista di UniFe Romeo Farinella e di Chiara Sapigni (Ufficio Statistica Provincia) sul futuro di Ferrara. Il prossimo incontro, previsto per il 14 maggio, è stato spostato al 4 giugno: relatori saranno Valentina Marchesini, imprenditrice, e Gianpiero Magnani, CDS Cultura OdV su “Ferrara e il lavoro. Dai dati statistici a una visione prospettica”. Il prossimo incontro è in programma il 23 maggio sul tema “Per una democrazia trasformativa: la democrazia come diritto di tutti i cittadini”.Interverrà Filippo Pizzolato, Docente di Istituzioni di diritto pubblico, Cattolica Milano. A seguire, il 28 maggio, “Laboratorio politico. Quale visione della città e lavoro nel nostro territorio?”, una riflessione col metodo della conversazione sinodale.

CHE COS’È IL BENE COMUNE?

La sera del 7 maggio, innanzitutto le ragazze hanno cercato di dare una definizione – per quanto inevitabilmente sommaria – della politica: «un confronto critico e costruttivo per risolvere i problemi della società, in cui tutti hanno gli stessi strumenti e sono ugualmente coinvolti». Oggi, però, «dominano la disillusione e il disincanto».

Alla prima domanda, su cos’è il bene comune, Masina ha innanzitutto risposto richiamando il rischio che la politica, «dopo tanti anni che la si fa, diventi routine.La politica – ha poi aggiunto – non è solo risoluzione dei problemi ma anche occasione di crescita per tutti». È fondamentale, quindi, innanzitutto avere la «capacità di riconoscere l’altro», quindi «sentirsi parte di una comunità». La politica è «lavorare per costruire un futuro assieme, non è innanzitutto il trovare soluzioni ma è dialogo, per poi arrivare alle soluzioni». E richiede quindi «umiltà nel confronto e nel dialogo».

Andare incontro ai bisogni della comunità e dare risposti a questi bisogni»: questo è il bene comune per Cusinato. «Ascolto e dialogo sono quindi fondamentali per il bene comune».

È SEMPRE NECESSARIO SCHIERARSI NELLE QUESTIONI POLITICHE?

«Le radici, l’appartenenza non sono sempre negative, a meno che ci impediscano di vedere con onestà la realtà», ha risposto Masina. «Com’è nel mio caso, essere “civici” significa fare politica nei territori senza prendere ordini dai partiti. La differenza – quindi – la fanno le persone più che l’appartenenza politica. 

Per Cusinato, è «necessario e inevitabile che chi fa politica debba prendere una posizione». Ma ci vuole «più rispetto, sia da parte di chi governa, sia da parte della minoranza», nei confronti degli avversari. La crescente mancanza di rispetto è causata dalla «sempre più diffusa mancanza di professionalità» da parte di chi fa politica e dal «dare sempre più importanza alla spiccia comunicazione social».

È POSSIBILE FARE OPPOSIZIONE IN MODO COERENTE E COSTRUTTIVO?

«È difficile non solo fare un’opposizione costruttiva ma anche essere maggioranza in maniera costruttiva», ha risposto Masina. Per questo – ha ribadito -, innanzitutto c’è bisogno di un dialogo politico che sia costruttivo». Masina ha poi riflettuto sul delicato rapporto tra la propria coscienza e indole personale e le scelte del proprio gruppo: «a volte mi capita, al suo interno, di essere in disaccordo su alcune scelte. Ma è importante avere l’umiltà di riconoscere le ragioni altrui, o anche quando un semplice cittadino ti propone un’idea migliore, nonostante non abbia esperienza politica».

Cusinato ha invece riflettuto sulla «non semplice posizione di chi fa opposizione nel trovare sempre proposte alternative a quelle della maggioranza, soprattutto quando si ha a che fare con molti aspetti tecnici come nel caso del bilancio comunale».

RAPPRESENTANZA E PARTITO SONO CONCETTI ANCORA ATTUALI?

«È necessario ci sia una qualche organizzazione – partito o movimento che sia -, una qualche strutturazione, soprattutto per preparare i propri rappresentanti nelle istituzioni», è l’opinione di Masina. Compito, appunto, un tempo assunto dai partiti.«Per amministrare un territorio, infatti, non basta la buona volontà. Personalmente, parte della mia formazione politica l’ho fatta grazie a “Avviso Pubblico”. Sicuramente, esistono tanti bravi amministratori, esiste la buona politica, anche se spesso i media non ne parlano».

«Mi viene da chiedermi: i rappresentanti sono davvero rappresentativi?», ha invece detto Cusinato. Ed è importante che soprattutto i partiti «scelgano persone responsabili e preparate».

PERCHÉ GIOVANI DI 18 ANNI DOVREBBERO INTERESSARSI ALLA POLITICA?

Masina ha scelto di rispondere ricordando la drammatica situazione di tanti giovani che anche dal nostro territorio decidono di emigrare in altre parti d’Italia o spesso all’estero, abbandonando soprattutto i piccoli paesi. «Ma io sento il bisogno di far vivere il mio paese: per questo, dobbiamo fare in modo che i giovani restino». Come farlo?«Coinvolgendoli in politica». Rendendoli, cioè, protagonisti e responsabili della loro comunità. «Anche se spesso il problema è rappresentato da alcuni adulti, da genitori che li viziano e li deresponsabilizzano», ha aggiunto.

«La prima volta che mi sono candidato – nel 2019 – avevo 18 anni: scelsi di farlo – e di rifarlo l’anno scorso – come servizio alla mia comunità», ha raccontato invece Cusinato. «È importante che i giovani si impegnino in politica, hanno la mente più dinamica e più idee rispetto a una persona più anziana. E questa loro dinamicità dev’essere canalizzata. Un altro motivo per impegnarsi – ha aggiunto Cusinato – è quello di essere, poi, orgogliosi di far parte del proprio territorio, di sentirsene parte in maniera attiva. È, però, importante creare sempre più ricchezza nel Ferrarese, affinchéi ragazzi e le ragazze non scelgano di trasferirsi altrove, e quelli che sono emigrati, ritornino».

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 16 maggio 2025

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