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“Ho fatto solo ciò che era giusto”: il film su don Giovanni Minzoni

15 Ott

Gli ultimi anni della vita del parroco di Argenta – ucciso dai fascisti di Balbo dopo il rifiuto di piegarsi al regime – raccontati nella pellicola di Marco Cassini, con Stefano Muroni protagonista. Alla prima nazionale a Ferrara, circa 600 i presenti al Cinema Apollo

di Andrea Musacci

don minzoni 1A Ferrara c’è una via centralissima a lui intitolata, fra il retro di una nota catena di fast food e il Museo della Cattedrale, fra corso porta Reno e San Romano, attraversando la Galleria Matteotti. Si poteva fare di più, qualcuno potrebbe pensare, ma vedendo come ciclicamente si torni a parlare dell’intitolazione a Italo Balbo, capo dello squadrismo padano, di vie o fantomatiche sezioni di musei, forse è meglio ritenersi soddisfatti. Soddisfatti e sempre vigili, perché a qualcuno non venga in mente nemmeno di fare di don Giovanni Minzoni un “inutile” santino, indebolendone la fortissima testimonianza, cristiana e civile, fino al martirio, in difesa della libertà delle donne e degli uomini. Di sicuro, il film dedicato agli ultimi anni della sua esistenza, “Oltre la bufera”, proiettato in anteprima nazionale al Cinema Apollo di Ferrara, aiuta la propria coscienza a rimanere ben desta (nella foto in alto, un fotogramma del film con a sinistra il fascista Augusto Maran e don Giovanni Minzoni). L’opera si presenta come una lunga sequela di immagini e parole che mozzano il fiato per l’alto livello di tensione che comunicano. La sera del 10 ottobre scorso, i gestori dello storico cinema di piazza Carbone sono stati obbligati a proiettare contemporanemante in Sala 1 (520 posti) e in Sala 4 (90 posti) la pellicola scritta e diretta da Marco Cassini (e prodotta da “Controluce”), per permettere ai tantissimi presenti di poterla ammirare. Un film fra l’altro decisamente ferrarese, a partire dall’interprete del sacerdote, l’attore Stefano Muroni, e dai luoghi dov’è stato girato dal 3 al 28 aprile 2018: Ferrara (negli interni di Palazzo Crema), Mesola (in diversi luoghi fra cui Piazza Umberto I° e il Consorzio di Bonifica), Ostellato (pieve di San Vito), San Bartolomeo in Bosco (al Centro di Documentazione del MAF – Mondo Agricolo Ferrarese) e Portomaggiore (nel Teatro Concordia). “Ho fatto solo ciò che era giusto”: è questa la prima battuta pronunciata nel film da Muroni alias don Minzoni. Il riferimento è al suo servizio come cappellano militare nel primo conflitto mondiale, ma la frase profetizza in modo sconvolgente quella che sarà la sua fine. Una lotta sempre combattuta a testa alta ma non scevra di delusioni e amarezze, come quelle provocate dal mancato appoggio da parte delle gerarchie ecclesiastiche: “mi stanno lasciando solo”, si sfogherà il sacerdote, ripetutamente ammonito dall’allora Vescovo ravennate Antonio Lega che nella pellicola spiega a un proprio collaboratore: “il fascismo si sta imponendo e noi dobbiamo adeguarci”.

Ma chi era don Minzoni?

Nato a Ravenna il 1° luglio 1885, una volta ordinato sacerdote viene destinato ad Argenta, dove fin da subito dimostra solidarietà ai tanti e poveri braccianti agricoli. Cappellano militare volontario nella prima guerra mondiale, decorato di medaglia d’argento, al termine del conflitto torna ad Argenta divenendo parroco. Promuove la costituzione di cooperative sia di braccianti sia di operaie del laboratorio di maglieria, caso quest’ultimo, di una cooperativa femminile, rivoluzionaria per il mondo cattolico dell’epoca, in quanto strumento di emancipazione e di autonomia per le donne tramite il lavoro. In ambito educativo dà vita al doposcuola, al teatro parrocchiale, alla biblioteca circolante, a circoli maschili e femminili. Ma la libertà e l’amore resi carne e sangue da un testimone di Cristo sono considerati “eretici” dall’asfissiante e ottusa ideologia fascista: don Minzoni si oppone alle violenze delle “squadracce”, sostenute dai proprietari terrieri e capeggiate da Italo Balbo, ostili alle più elementari rivendicazioni salariali dei lavoratori agricoli. Nel 1923 sono proprio loro a uccidere il sindacalista socialista Natale Gaiba, amico del parroco argentano. Parroco che nel 1923 rende esplicita la propria adesione al Partito Popolare Italiano, divenendo ancor più punto di riferimento degli antifascisti di Argenta, ma, più in generale, esempio civile per l’intero paese (“chi mi conosce sa che il mio amore è per tutti”, sono sue parole), grazie anche all’idea di fondare un gruppo scout in parrocchia, scelta considerata “sovversiva” dalle belve in camicia nera, trattenute ma in realtà sempre difese da Balbo. Ma alla violenza endemica degli squadristi, dirà don Minzoni, “rispondiamo con una sola arma: il nostro cuore”. La sera del 23 agosto 1923, intorno alle 22:30, mentre stava rientrando in canonica in compagnia del giovane parrocchiano Enrico Bondanelli, don Minzoni è vittima di un agguato teso da due squadristi di Casumaro, Giorgio Molinari e Vittore Casoni, facenti capo proprio a Balbo, responsabile morale dell’assassinio. Poco prima della morte, don Minzoni scrive: “a cuore aperto, con la preghiera che mai si spegnerà sul mio labbro per i miei persecutori, attendo la bufera, la persecuzione, forse la morte per il trionfo delle causa di Cristo”. I responsabili materiali verranno condannati solo nel 1947 per omicidio preterintenzionale, ma gli imputati superstiti saranno scarcerati in seguito all’amnistia. Il film è, come detto, percorso da una profonda tensione etica, in lotta costante contro le tentazioni del male – della violenza, della resa all’odio e al potere -, tensione che è nettamente dominante nei volti e nei corpi, più che nei luoghi radi, asfittici, mai messi a fuoco né “esplorati” dall’occhio del regista. Dall’inizio nel quale in modo deciso è ribadita la volontà di fare il bene, nonostante tutto, la pellicola si conclude col passaggio del testimone a quei giovani che tanto ha amato e cercato di tutelare: “i nostri figli dovranno illuminare questa terra”, dirà don Minzoni, frase che richiama il passo evangelico di Matteo: “Voi siete la luce del mondo […]. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli” (Mt 5, 14-16).

cast alla fineEmozione per la presentazione a Ferrara

Alla fine della proiezione a Ferrara, sul palco, oltre al regista, a Muroni e a Valeria Luzi della casa di produzione, sono saliti diversi attori e altri protagonisti di questo progetto artistico. “Prima che un antifascista, don Minzoni era un educatore”, ha spiegato Muroni. “Siamo qui per lui, per fare memoria”. “Don Minzoni ha saputo dire ‘no’ in un momento molto difficile”, sono state invece le parole del regista Cassini. “La sua storia la sentivo profondamente, per questo ho voluto fare il film”. Film che non ha avuto vita facile, non riuscendo all’inizio a reperire i finanziamenti necessari, poi arrivati grazie anche a un finanziamento collettivo. Un coinvolgimento “popolare” vi è stato anche durante la preparazione e le riprese, tanto che lo stesso Muroni lo ha definito “un film del territorio”. E a proposito di territorio, dopo la proiezione, dal pubblico è intervenuto anche il parroco di Argenta, don Fulvio Bresciani, “successore di don Minzoni”: “il vostro merito più grande è quello di aver mostrato i suoi veri valori. Il suo ‘no’ al fascismo è stato un ‘sì’ a Dio”.

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 18 ottobre 2019

http://lavoce.epaper.digital/it/news

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Il fascino delle dive di Hollywood rivive al Cinema Apollo

2 Giu

“Moda diva. Come vestiva Hollywood” è il nome dell’esposizione di abiti americani femminili da sera 1940/1950 ammirabile nell’atrio del Cinema Apollo (in Piazza Carbone) in occasione del Ferrara Film Festival. La mostra è curata da Maurizia Farinelli.

Andrea Musacci

“Il mondo magico” di Schettino arriva al Cinema Apollo

2 Giu

index«La vera magia è rappresentata dalla semplicità delle relazioni umane nel mondo contadino, un mondo ormai scomparso». In occasione della prima nazionale del film “Il mondo magico” al Ferrara Film Festival, in programma oggi alle 19 al Cinema Apollo, abbiamo incontrato Raffaele Schettino, regista e attore protagonista. Schettino, di formazione teatrale, vive integralmente la sua appartenenza al cinema, essendo anche fondatore e amministratore unico della Groucho Cinema s.r.l., con cui ha prodotto il film, già premiato col Platinum Remi Award al WorldFest di Houston e col Merit Award per la miglior regia al Rome Web Awards.

In che senso la magia è il tema centrale del film?

C’è un duplice senso, uno negativo dove la magia è la maledizione esoterica, come quella che sembra subire il protagonista Gianni. Ma c’è anche la magia dell’umanità della civiltà contadina, l’intersezione delle relazioni umane nelle antiche società rurali, ormai sparite. Nel film racconto anche questo passaggio al mondo industriale.

Alcuni miei maestri come Akira Kurosawa, Ettore Scola e Mario Monicelli mi hanno insegnato a raccontare la semplicità delle relazioni umane con un impianto narrativo complesso: infatti, “Il mondo magico” è ambientato in tre territori diversi dell’Italia e in un periodo storico dilatato.

Come ha vissuto nella triplice veste di produttore, regista e attore?

Questo triplice ruolo mi è stato possibile grazie all’esperienza maturata nel teatro, dove ho imparato la gestione di più compiti e l’importanza di un rapporto diverso tra attore e regista, in cui il primo non è passivo ma ha un ruolo propositivo. Ho imparato, insomma, a stare al tempo stesso dentro e fuori il ruolo attoriale.

Nella sua esperienza personale, qual è il trait d’union fra teatro e cinema?

Nel teatro miei modelli sono stati Peter Brook, Jean-Paul Denizon, Dario Fo e Franca Rame, dai quali ho imparato l’organicità del movimento, il lavoro sulla verosimiglianza della recitazione, che anche nel cinema si basa su una certa credibilità realistica. Naturalmente molte sono le differenze tra i due mondi, ad esempio nell’azione vocale.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 02 giugno 2016

Ferrara Film Festival, “un’idea folle per far tornare Ferrara città del cinema”

31 Mag
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Alberto Squarcia, Simona Fabian, Massimo Maisto, Alizè Latini e Maximilan Law

Stamattina nella Sala dei Comuni del Castello Estense si è svolta la conferenza stampa di presentazione della I° edizione del Ferrara Film Festival (FFF).

Erano presenti Maximilian Law (ideatore e Direttore del FFF), Alizè Latini (Vice Direttore del FFF), Alberto Squarcia e Simona Fabian (rispettivamente Presidente e Vice Presidente della Ferrara Film Commission), e Massimo Maisto (Assessore alla Cultura del Comune di Ferrara).

2Si parte oggi alle 17 con l’inaugurazione delle quattro esposizioni a Palazzo della Racchetta (in via Vaspergolo) (“Gli occhi di Michelangelo Antonioni”,  “King-Kong, Alien, ET – Le Creature”, “I volti del cinema” e “Pop-Decollages”, visitabili fino a domenica 05), e la presentazione del “Dragone d’oro”, l’ambito premio del Festival che verrà assegnato domenica 05 giugno, serata conclusiva, alle 21.30 al Teatro Nuovo in Piazza Trento e Trieste.

Alle 19 al Cinema Apollo (in Piazza del Carbone) le prime due proiezioni: la prima europea del corto “Day One” di Henry Hughes (2015) e la prima mondiale di “Life on the Line” di David Hackl (2015), con John Travolta e Sharon Stone.

E’ previsto un unico ospite d’onore: l’attore e regista Michele Placido, che sabato alle 18 sarà a Palazzo della Racchetta.

Per maggiori informazioni: http://www.ferrarafilmfestival.com/.

Andrea Musacci

 

Troppo degrado in Piazzetta del Carbone

18 Gen

La denuncia partita da Paolo Volta della Galleria del Carbone

Foto P. Volta, 10 gennaio '16 (angolo chiesa)

I cassonetti di fianco all’entrata del Cinema Apollo (foto scattata da Paolo Volta 10 giorni fa)

Un luogo storico del centro usato come pattumiera, latrina e parcheggio “anarchico”. Da questa penosa situazione nella quale versa da alcuni anni la Piazzetta del Carbone, parte la denuncia di alcuni residenti ed esercenti, tra cui Paolo Volta della Galleria del Carbone.

Le ultime foto di denuncia scattate da Volta risalgono a domenica scorsa, ma i problemi sono sempre gli stessi: escrementi di ogni tipo, rifiuti abbandonati vicino ai cassonetti – scatoloni (lasciati non dagli esercenti della Piazzetta), mobiletti, sedie, preservativi usati e cartacce, spesso lasciate anche davanti alla facciata della Chiesa di San Giacomo Apostolo, ora sala 4 del Cinema Apollo, edificio in stile romanico dell’XI secolo spesso usato per il bivacco serale. Per non parlare poi dei parcheggi “liberi” delle auto, soprattutto dopo le 19, spesso lasciate, anche in doppia fila, davanti alla Chiesa e alla Galleria, impedendo o rendendo difficile l’entrata nella stessa, oppure davanti ai cassonetti di fianco all’entrata del Cinema e sul lato della Chiesa. Il tutto rende difficile il semplice passaggio dei pedoni e soprattutto di carrozzine di disabili o passeggini.

Foto P. Volta maggio '14 (doppia fila)

Parcheggio “anarchico” davanti al Cinema Apollo (foto di Paolo Volta)

Lo scorso giugno Volta ha segnalato alla Polizia Municipale gli abusi, e tra agosto e settembre ha fatto una raccolta firme di denuncia. Nello stesso periodo la Galleria ha ospitato la mostra “Un disegno per Piazza del Carbone”, e il ricavato della vendita delle opere (ancora acquistabili) servirà per il restauro del portale della Chiesa. Il progetto, che riguarda anche la riqualificazione della piazza, è stato eseguito gratuitamente dallo studio Techno (dello stesso Volta, insieme a Stefania Frabetti e Federica Tartari), e a breve sarà presentato in consiglio comunale e alla Soprintendenza regionale.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 18 gennaio 2016

Armeni, il genocidio dimenticato

4 Ott

Tabù rimosso a lungo in Turchia, ora nasce una nuova coscienza

Da sinistra, Cengiz Aktar, Antonia Arslan, Bernard Guetta e Andrea Pipino

Da sinistra, Cengiz Aktar, Antonia Arslan, Bernard Guetta e Andrea Pipino

Un genocidio che ha tentato di distruggere una cultura millenaria, un crimine per troppi decenni rimosso. Il terribile biennio 1915-’16 nel quale circa 1,5 milioni di armeni morirono per mano dei famigerati “Giovani Turchi”, è stato al centro dell’incontro “Una ferita ancora aperta”, svoltosi ieri mattina nella Sala 1 del Cinema Apollo di Ferrara.

Andrea Pipino di Internazionale ha introdotto spiegando come la Turchia «non abbia del tutto ancora fatto i conti con quella tragedia». Prima ha negato, poi “incolpato” le stesse vittime di aver provocato il genocidio, grazie al quale la componente armena «è quasi interamente scomparsa, e la cui memoria collettiva è stata quasi del tutto eliminata».

Antonia Arslan, scrittrice armena nota soprattutto per “La masseria delle allodole”, ha posto l’attenzione sull’uso, spesso fuori luogo, del termine “genocidio”, coniato nel ‘44 dall’ebreo polacco Raphael Lemkin in riferimento al nazismo. Davanti alla «distruzione non solo fisica ma anche di una cultura millenaria», ha proseguito la Arslan, «non servono discorsi astratti, ma ricordare e denunciare eventuali nuovi casi».

È quindi intervenuto Cengiz Aktar, scrittore e politologo turco, il quale ha messo in evidenza come «negli ultimi anni la società turca abbia rimesso in discussione questo tabù del genocidio, che è alla base del moderno stato». Spesso sono giovani, musulmani, accademici ed editori a riaprire il dibattito: «il revisionismo ufficiale fatica ormai a stare in piedi».

Sta rinascendo, insomma, «una fierezza armena, un ritorno alle radici» che, ha aggiunto Bernard Guetta, di France Inter, può aiutare la Turchia a comprendere che «per salvaguardare la propria unità nazionale deve riconoscere la molteplicità delle radici e delle identità».

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 04 ottobre 2015