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Corpo e parola, intreccio di contraddizioni: il film “The Grand Bolero”

26 Set

“The Grand Bolero” di Gabriele Fabbro ha vinto il recente Ferrara Film Festival. Desiderio e violenza nel rapporto tra due donne

di Andrea Musacci

«Ogni cosa e ogni luogo appaiono nella loro veste più vera, ti toccano in qualche modo più da vicino – così come sono: splendore e miseria» 

(Giorgio Agamben, “Quando la casa brucia”) 

Le mani e la bocca. L’eterno contrasto tra l’energia corporale e la forza delle parole. Due forme di relazione che possono tramutarsi in violenza e sopraffazione. Temi ancestrali ma che col diffondersi della pandemia da Covid-19 hanno assunto un significato maggiore: le mani coperte dai guanti o dal gel, la bocca coperta dalla mascherina. La difficoltà o impossibilità di toccare l’altro.

Su questo si gioca la drammatica vicenda narrata nel film “The Grand Bolero”, diretto da Gabriele Fabbro e premiato al recente Ferrara Film Festival con il premio per la miglior attrice (Lidia Vitale) e per la miglior opera d’autore. Film proiettato lo scorso fine settimana al Cinema San Benedetto e che prossimamente arriverà all’UCI Cinemas. Ambientato per gli esterni nel Santuario della Madonna della Pace alla Rocchetta (provincia di Lecco) e per gli interni nella cappella dell’ospedale di Lodi, il film racconta di una restauratrice d’organi, Roxanne (Lidia Vitale), donna di mezza età che, nonostante il lockdown del 2020, decide di proseguire il proprio lavoro, vivendo nella chiesa abbandonata, custodita solo da un sacrestano, Paolo. Ma irromperà una giovane, Lucia (Ludovica Mancini), appena cacciata, assieme al fratello, di casa dal padre, e invitata proprio da Paolo a far da assistente alla dura e cinica Roxanne. Il rifiuto ostile di quest’ultima nei confronti della giovane si tramuterà in attrazione morbosa.

Dall’indifferenza alla rivelazione

Pur nel momento più difficile della pandemia, quello iniziale, la paura di Roxanne del contatto deriva da altro, da una sua incapacità profonda di esprimere sé stessa, di lasciarsi “toccare”. Una mancanza – si capirà – legata a un rapporto difficile con la madre, e che la porta a esagerare l’aspetto verbale, fatto di toni duri e urlati. Ma lei, indifferente alle restrizioni sanitarie, oltre a non indossare la mascherina, impedirà inizialmente alla giovane ogni contatto: con lei, nemmeno nella gioia per un organo che rivive, e con i suoi amati strumenti musicali. «Non toccare il mio organo!», si sente rimproverare più volte Lucia. 

Solo dopo che quest’ultima le avrà dimostrato di poterle essere d’aiuto, l’atteggiamento della donna cambierà. Le mani di Lucia saranno strumento potenziato di comunicazione, di desiderio. Desiderio che si scatenerà in Roxanne, prorompente, cieco. Proprio mentre Lucia suona l’organo, si rivela definitivamente alla donna: quest’ultima la ammira turbata e rapita, ma non vuole mostrarlo. Allora, per la prima volta, per nascondersi indossa la mascherina, quasi a voler celare il proprio desiderio, l’affiorare dell’emozione e del turbamento sul suo volto.

Ma il rivelarsi anche fisico della passione, ben presto si tramuterà in rabbia e violenza.

Il corpo vince

La lotta finale tra le due è, infatti, un intreccio inestricabile di amore e sopraffazione, attrazione e repulsione. Tutto, in quegli istanti, è detto dal corpo – dalla mimica facciale, dalle mani, dall’intera corporeità. Portate all’estremo, forza e dolcezza sembrano annullarsi a vicenda. Ma non è così: come scrive Luce Irigaray (“Elogio del toccare”), e lo possiamo applicare tanto per Roxanne quanto per Lucia, ognuno di noi resta diviso «tra Dioniso e Apollo (…), tra una divinità fedele alla propria naturale energia, ma che non sa come incarnarla e oscilla tra una sua mancanza e un suo eccesso, e un’altra divinità che preferisce confinarsi in un’apparente bellezza, all’interno di una forma ideale», in questo caso musicale. Nel film le parole sono perlopiù rade e fredde. Quelle sincere non possono essere udite dallo spettatore, sono come silenziate dalla distanza, forse a significare la loro mancanza di positività. È il corpo ad avere la meglio. 

Ma nel film emerge anche un altro senso.

Nessuna illusione

Non c’è posto, in questa chiesa sconsacrata ma ugualmente carica di sacralità, mistero e bellezza, per la vita medicalizzata. Lì le passioni sono quelle di sempre: amore, gelosia, violenza, desiderio dell’altro. La carne e il sangue riprendono, dunque, il sopravvento sulla razionalità, sulla volontà di dominare tutto – corpi, spazi, parole. L’unica distanza davvero reale, nel film, è tra mondi diversi, l’estraneo è quello che irrompe e stravolge, senza bisogno di parole, nella solitudine melanconica e sovraterrena di una chiesa abbandonata.

Nel film non si può illudere, e autoilludersi, che “andrà tutto bene”. Ognuno dei protagonisti è solo, e rimarrà solo: solo con i propri mostri, col proprio passato, solo nella lotta tanto contro i propri impulsi quanto contro il desiderio di Altro. Il toccare fisicamente l’altro, pur avvenendo, si rivelerà, dunque, un atto “impossibile”: Roxanne non uscirà forse mai del tutto dallo schema del possesso, e la stessa Lucia rimarrà sola. Sola ma più libera e consapevole.

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 30 settembre 2022

Bartolucci, l’omaggio commosso del mondo del cinema

6 Ago

Il “Dario Argento Tour Locations” di Torino sarà dedicato a Giovanni Bartolucci. A Lonigo il ricordo per l’ultima mostra sul cinema veneto

3. Giovanni Bartolucci

Giovanni Bartolucci

Il piccolo cumulo annerito di reperti cinematografici accatastato in piazzetta f.lli Bartolucci rimarrà non solo una delle immagini simbolo della tragedia di venerdì mattina, ma anche della volontà di recuperare memorie e di rendere omaggio a Giovanni Bartolucci, grande cinefilo e collezionista.

2. Giovanni Bartolucci e Francis Ford Coppola

Con Francis Ford Coppola

È proprio questa sua grande passione per la settima arte che lo ha fatto conoscere a grandi interpreti e organizzatori di film e rassegne in tutta Italia. Un esempio è l’omaggio che gli hanno dato ieri anche a Torino.  La settima edizione del “Dario Argento Tour Locations Torino” sarà dedicata proprio a lui, il cinefilo ucciso dal padre Galeazzo. Lo hanno deciso Stefano Oggiano e Davide Della Nina, organizzatori della manifestazione in programma nel capoluogo piemontese il 3 settembre. «Giovanni – ricordano – appassionato cinefilo e proprietario di un’importante collezione di film in pellicola (andata distrutta nell’incendio della casa), era da anni in contatto con gli organizzatori e con molti dei partecipanti abituali del DATLTo, con i quali quotidianamente scambiava opinioni sul cinema nei gruppi Facebook dedicati alla settima arte. Quest’anno, finalmente, Giovanni avrebbe preso parte al DATLTo, e sarebbe stata l’occasione per conoscerlo dal vivo. Purtroppo non ci sarà questa possibilità».

Oggiano sul proprio profilo Facebook ricorda così la vittima: “Addio Giovanni! Dovevamo incontrarci il mese prossimo al Dario Argento Tour Locations Torino. Era tua intenzione partecipare per scambiarci finalmente senza il filtro dei tasti, insieme a tutti i ragazzi, tutta la nostra voglia di celluloide! Eri un numero uno. Il Tour di quest’anno è dedicato a te! Buon Viaggio!”.

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Con Gloria Guida

Dal 12 maggio al 25 giugno scorsi a Lonigo (Vicenza) Bartolucci aveva realizzato un suo sogno curando la mostra “Viaggio tra cinema e letteratura nei luoghi dei set veneti”, alla quale avevano presenziato, tra gli altri, anche Vittorio Sgarbi, Oliviero Toscani, Antonio Caprarica, don Antonio Mazzi, e, soprattutto, Gloria Guida, per la quale Giovanni nutriva una particolare passione, e che aveva già avuto modo di conoscere in passato. I documenti in mostra – una selezione di manifesti, locandine e fotografie originali – appartenevano quasi interamente alla sua collezione. Giuseppe di Bella, architetto veronese, ha curato la mostra insieme a lui. I due erano da alcuni anni molto amici. «L’ultima volta ci ho parlato una settimana fa», ci racconta.

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Bartolucci a Lonigo con Gloria Guida e Giuseppe Di Bella

«Era molto umile, lavorava sempre lontano dai riflettori, era una persona seria e affidabile. Mi disse che era in cerca di una nuova sistemazione per l’enorme mole di materiale che possedeva – continua -, e mi parlò anche dello sfratto, che avrebbe dovuto cambiare casa. Non parlava mai dei genitori né pareva preoccupato di un possibile gesto di follia. La vita non gli ha dato tanto: anche per questo sto pensando di organizzare qualcosa per omaggiarlo». Un’altra persona che l’aveva conosciuto bene era Paolo Spada, venditore ambulante che ogni prima domenica del mese allestisce sul Listone la propria bancarella dove vende anche locandine di film. «Giovanni era mio cliente, chiacchieravamo sempre, era gentile e garbato. Una decina di volte sono stato a casa sua», ci racconta. «Avevo conosciuto anche i suoi genitori, sembravano una famiglia unita».

Elisabetta Antonioni: grave perdita per la città

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Elisabetta Antonioni e Giovanni Bartolucci

Particolarmente commossa della tragedia anche Elisabetta Antonioni, nipote del regista Michelangelo: «Giovanni l’ho conosciuto quest’anno al Ferrara Film Festival [svoltosi tra il 21 e il 26 marzo scorsi, ndr], e anche recentemente ci siamo sentiti in chat su Facebook. Pensi che, proprio in occasione della rassegna ferrarese di cinema, avevo allestito una mostra dedicata a mio zio e lui molto cortesemente stava illustrando ai visitatori l’esposizione. Sono stata molto contenta nel vederlo, e quando mi sono presentata mi ha dimostrato grande umiltà, dicendo che la mia presenza era per lui un onore. Avevo chiesto notizie su una macchina da presa e in quell’occasione abbiamo cominciato a darci del “tu”, dicendo che la cosa lo rendeva felice e onorato. Commentava anche molte cose che postavo sui social. Quando usciva per seguire le rassegne cinematografiche incontrava attori e registi famosi e aveva la passione di collezionare le loro firme sui cartelloni cinematografici. Era molto più di un hobby. Lo ricordo come un uomo timido e mite ancora più del padre. Educato, rispettoso e mai invadente. È una grande perdita per Ferrara, non solo per il patrimonio che deteneva in pellicole, ma anche per la sua grande cultura cinematografica».

«Il padre Galeazzo – prosegue Elisabetta Antonioni – invece, lo conoscevo da tempo, era mite, amabile, sempre col sorriso, disponibile e riservato. Andavo nel suo negozio di antiquariato. Davvero inspiegabile questa sua reazione così cruenta e drammatica. È un tragedia che mi ha sconvolto veramente».

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 06 agosto 2017

Musica e cinema, miei articoli sul sito de la Nuova Ferrara (21, 22 e 23 marzo 2017)

23 Mar

Ferrara Film Festival, lungometraggi accessibili ai pazienti di Cona in emodialisi

23 Mar

alizè e max

Alizè Latini e Maximilian Law

Saranno una quarantina i pazienti in emodialisi che da stasera fino a domenica potranno vedere nove proiezioni del Ferrara Film Festival, durante gli orari che dedicano settimanalmente alla terapia. È questo il progetto all’insegna dell’accessibilità ideato da Maximilian Law e Alizè Latini, rispettivamente Direttore e vice Direttrice del Festival, e proposto nei mesi scorsi all’Azienda Ospedaliero-Universitaria ferrarese. Protagonista dell’accordo è EasyDial, multinazionale californiana tra i maggiori sponsor del festival, che ha finanziato l’installazione di due maxischermi nella sala dialisi del reparto di nefrologia del Polo Ospedaliero di Cona.

presenti

I presenti alla conferenza stampa

Un progetto, come spiegato ieri dal Direttore Sanitario dell’Azienda Ospedaliera Eugenio Di Ruscio, «che permette di rendere le sedute di dialisi un po’ più leggere, anche attraverso una selezione dei film, evitando quelli particolarmente drammatici».
«Il tempo della dialisi – ha prosegutito Alda Storari, Direttrice del Reparto Nefrologia e Dialisi – se da una parte salva la vita, dall’altra è vissuta come una schiavitù, un tempo perso, noioso. In questo modo, invece, lo facciamo diventare tempo guadagnato, speso in modo utile in senso culturale e ricreativo: è insomma, un’opportunità alla quale non potevamo rinunciare». Proposta alla quale, come confermato da Law, «l’Azienda Ospedaliera ha dato immediata disponibilità, per questo esperimento che, nei prossimi anni, vorremmo estendere ad altre realtà». Un ruolo decisivo per l’accordo è stato svolto da Luca Severi, collega di Law, Responsabile comunicazione per EasyDial, rappresentata ieri da Luca Tommasi, responsabile europeo dell’azienda.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 21 marzo 2017

“Like a Butterfly”: la vita tra sogni effimeri e incubi reali

15 Giu
Ed-WillTra i film presentati in anteprima nazionale al recente Ferrara Film Festival (01-05 giugno 2016) c’èra anche Like a Butterfly, film breve (27′) prodotto dallo stesso regista Eitan Pitigliani (romano classe 1986, che ho avuto la fortuna di conoscere durante il Festival ferrarese), Falcon Productions, in collaborazione con Rai Cinema. Il film ha fatto la prima mondiale al 21st Palm Beach International Film Festival a fine marzo scorso.
Nel cast il pluripremiato ai Golden Globe Ed Asner (Radici, Mary Tyler Moore, Lou Grant, voce protagonista in Up, Papa Giovanni XXIII), Will Rothhaar (Killing Kennedy), Cindy Pickett (Una pazza giornata di vacanza), Brad Greenquist (The Mentalist), Rita Raider e Michael G. London.
La durata ridotta della pellicola permette al regista di delineare i contorni della storia con poche pennellate, rendendo particolarmente intenso il quadro esistenziale al centro della narrazione. Nicholas Slater (Will Rothaar) è un giovane aspirante attore  di Los Angeles, il cui sguardo triste denuncia una disillusione profonda verso la vita.

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Eitan Pitigliani

Recatosi in ospedale per controlli a causa di una persistente tosse, Nicholas vivrà in sogno il rapporto con un attore anziano ricoverato, Joe Gillis (Ed Asner), alcolista e solo. La presa di coscienza della propria malattia (esistenziale, non fisica), quindi del senso del limite e della riscoperta degli aspetti essenziali , farà “risvegliare” Nicholas dal torpore effimero della propria esistenza passata.

“La tua vita dev’essere un sogno, no?”, le chiede un’infermiera dopo aver saputo della sua professione attoriale. Nicholas sa che non è così, ma la svolta sarà rappresentata dall’incontro con quel sè stesso futuro, disilluso e mendicante di rapporti umani autentici, che è Joe. “Il successo rovina tutto”, gli dice quest’ultimo, altro che sogno…Il monito, dunque, è colto, il finale schiarisce e rinfranca, l’insegnamento è da tenere sempre a mente.
Andrea Musacci

«Valorizzare i giovani talenti». Michele Placido a Ferrara

5 Giu

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Da sinistra, Luca Severi, Michele Placido, Giovanni Labadessa, Maximilian Law e Alizè Latini

«Sono rimasto affascinato dal progetto di questo film, ispirato a quel personaggio straordinariamente contemporaneo che è Ulisse». Con queste parole Michele Placido ieri a Ferrara ha presentato il nuovo progetto cinematografico da lui co-prodotto e le cui riprese inizieranno fra tre settimane nella desolata area di Salton Sea, in California, un tempo luogo prediletto della Hollywood classica.

Per un evento come il Ferrara Film Festival, ideato e diretto da due giovani – Maximilian Law e Alizè Latini – si è scelto di chiamare una grande figura come Michele Placido per presentare un film, “Calipso”, ideato, scritto, girato e co-prodotto da alcuni giovani: Michelangelo Placido, figlio di Michele, con la casa di produzione Charlot srl, insieme allo sceneggiatore Giovanni Labadessa, e  Luca Severi, regista e co-produttore con la casa Ibiscus media  di cui è socio, quest’ultimi due al fianco di Placido ieri per la presentazione pubblica.  ll 26 giugno prenderanno avvio le riprese di questo film autofinanziato, ispirato alla storia immortale di Ulisse e Calipso, reinterpretata in chiave moderna, immaginando in particolare il periodo del rapporto non raccontato da Omero.

«Ero a Los Angeles con mio figlio Michelangelo – ha raccontato Placido – il quale mi ha parlato dell’idea di questo progetto, ideato con Severi e Labadessa. In un luogo ora abbandonato, ma che è stata zona privilegiata della Hollywood anni ’50, quindi in un’ambientazione del nuovo mondo verrà girata una storia del vecchissimo mondo». La riflessione di Michele Placido si è poi allargata al tema più generale, di fondo, della valorizzazione dei giovani talenti italiani del cinema. «Io mi farò da parte, perché rischierei di diventare ingombrante. Lascerò quindi la necessaria indipendenza artistica a questi ragazzi. Purtroppo in Italia la burocrazia uccide tante iniziative cinematografiche, soprattutto di giovani. Io invece mi auguro che questo film sia l’inizio  di un lungo viaggio, come quello di Ulisse, perché in giro vedo molte proposte come questa che vanno aiutate».

Un progetto «folle e molto ambizioso», come l’ha definito Labadessa, dunque, che nasce dalla sinergia di personalità differenti a cavallo tra l’Italia e la California, dall’esperienza e dalla passione di Placido (e, naturalmente, in parte dai suoi finanziamenti), e dal talento e l’intraprendenza di giovani registi, produttori e sceneggiatori italiani, emigrati negli Stati Uniti, che vogliono gettare ponti tra gli Usa e il nostro Paese, che è poi, anche, l’obiettivo del Ferrara Film Festival.

Luca Severi da sette anni vive e lavora proprio in California, a Los Angeles, come Giovanni Labadessa, Maximilian Law e Alizè Latini. Nel 2013 Severi ha girato un cortometraggio di poco più di un minuto, facente parte del film collettivo “Venice 70: Future Reloaded”, per i 70 anni della Biennale di Venezia, nel quale Placido parlava proprio del futuro del cinema italiano, spiegando la necessità e l’urgenza di dare futuro ai talenti italiani, soprattutto giovani. Una promessa mantenuta, dunque, la sua.

Placido è arrivato a Ferrara nella mattinata di ieri, ha pranzato al ristorante “Max” in Piazza della Repubblica. Nel pomeriggio, prima dell’dell’incontro pubblico, ha assistito al Cinema Apollo alla proiezione del corto “Scarner” dello stesso Severi. Stamattina ripartirà.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 05 giugno 2016

Il fascino delle dive di Hollywood rivive al Cinema Apollo

2 Giu

“Moda diva. Come vestiva Hollywood” è il nome dell’esposizione di abiti americani femminili da sera 1940/1950 ammirabile nell’atrio del Cinema Apollo (in Piazza Carbone) in occasione del Ferrara Film Festival. La mostra è curata da Maurizia Farinelli.

Andrea Musacci

La realtà industriale distorta nelle opere di Lunardi

2 Giu

Ieri pomeriggio, in occasione del Ferrara Film Festival, allo Spazio d’arte l’Altrove di Francesca Mariotti in via de’ Romei, 38 è stato proiettato il video “The edge” (dedicato agli attentati di Parigi del 13 novembre scorso) del video-artista Marcantonio Lunardi, in occasione della sua mostra “Industrial”, a cura della Mariotti e visitabile a l’Altrove fino al 10 giugno.

Il progetto di Lunardi parte dalla scoperta di un difetto dell’applicazione Google Earth che in un posizionamento dell’inquadratura distorce l’immagine rendendola ancora più surreale. Foto digitali, quindi, che sembrano dipinte, immagini deformate, distorte, a tratti come disciolte. Dieci foto di grandi dimensioni su carta cotone che rappresentano la prima parte di un progetto più grande, dove protagonista è l’archeologia industriale dei luoghi più disparati, da Porto Marghera a Los Angeles. Un reportage virtuale nel quale domina la solitudine, l’assoluta assenza della figura umana.

Andrea Musacci

Il genio di Symeoni in mostra per il Ferrara Film Festival

2 Giu

Sotto alcune immagini dell’esposizione.

Alcuni grandi manifesti originali di film di registi del calibro di Pier Paolo Pasolini e Marco Ferreri saranno esposti fino a domenica 5 nello Spazio d’Arte l’Altrove in via de’ Romei, 38 a Ferrara. Si tratta di opere realizzate dall’artista Sandro Symeoni (al secolo Alessandro Simeoni), nato a Ferrara nel 1928 e morto nel 2008. La mostra “Sandro Simeoni: Pittore cinematoGrafico” è curata da Luca Siano in occasione del Ferrara Film Festival.

All’Altrove si possono ammirare i manifesti di grandi dimensioni dei film “Accattone” (1961) e “I racconti di Canterbury” (1972) di Pasolini, “La grande abbuffata” (1973) di Marco Ferreri, oltre a sei serigrafie, dodici locandine (di film di vari generi, tra cui western, horror e poliziesco) e alcune cover di dischi.

Sandro Simeoni (1928-2008), ha dipinto per quasi mezzo secolo, disegnando affissioni cinematografiche (e non solo) per le più importanti case di produzione italiane e straniere. “Per Un Pugno Di Dollari”, “La Dolce Vita”, “L’Avventura” e “Profondo Rosso”, sono solo alcuni dei circa 3.000 titoli che Symeoni (che firmava con la Y per rendere più facile la pronuncia del suo cognome agli americani) ha dipinto per il cinema. Un grande artista sempre pronto ad evolversi e a trasformare il suo linguaggio ed il suo stile pittorico in grafico.

Andrea Musacci

I dipinti di Natalia Lobes in mostra per il Ferrara Film Festival

2 Giu

Natalia Lobes è la talentuosa pittrice russa protagonista della mostra “I volti del cinema” esposta in occasione del Ferrara Film Festival fino a domenica 5 giugno.

L’esposizione, a cura di Enrico Ravegnani, è visitabile a Palazzo della Racchetta in via Vaspergolo dalle ore 10 alle 19, ingresso euro 3.

Andrea Musacci