Archivio | 08:48

Casa Cini di nuovo luogo d’arte

15 Ott

Fino al 25 ottobre in via Boccacanale di Santo Stefano a Ferrara, le opere di otto giovani artisti per la Biennale dedicata a don Franco Patruno

di Andrea Musacci

cerioli artisti 2Non un evento isolato ma un accompagnamento costante nel tempo e in profondità nel cammino artistico di givoani creativi. Da quattro anni, questo vuol essere la Biennale d’Arte per giovani artisti “don Franco Patruno”, giunta alla sua III edizione e ospitata, come prima fase espositiva, nel luogo a cui la memoria del sacerdote deceduto nel 2007 è maggiormente legata: Casa Cini. Una storia che dunque non viene solo omaggiata, ma resa ancora carne viva, attraverso cuori e mani di una nuova generazione di artisti che – è la speranza – anche da un’esperienza di questo tipo possano iniziare un proficuo iter nel mondo dell’arte. Il concorso, bandito su scala nazionale, è aperto a giovani di età compresa tra i 18 e i 30 anni, e vede la giuria tecnica composta da Gianni Cerioli e Marina Malagodi (rappresentanti della Fondazione Cassa di Risparmio di Cento), Ada Patrizia Fiorillo (storica dell’arte – Università di Ferrara), Fausto Gozzi (direttore della Pinacoteca Civica di Cento), Massimo Marchetti (critico d’arte) e Valeria Tassinari (curatrice scientifica Museo Magi 900 di Pieve di Cento). Gli artisti sono stati invitati a riflettere sul tema “Realismi”, presentando opere che spaziano dalla pittura alla scultura, dalla fotografia all’installazione fino al video. Sono otto i giovani selezionati per questa terza edizione, ognuno partecipante con un’opera, alla quale però è stato chiesto di affiancarne altre due dello stesso periodo creativo, per poter conoscere ancora meglio il percorso che il giovane sta portando avanti: Francesco Bendini (San Sepolcro,1996) con “Senza titolo”, “Pupazzo” e “L’artista nel suo studio”; Nicola Bizzarri (Bologna,1996) con “Dichiarazione 07-0.2019”, “Senza titolo (oggetto)” e “Senza titolo (Sì! Sì! Sì!)”; Carmela De Falco (Avellino, 1994) con “Walking with laced shoes”, “Untitled (to break)” e “Untitled (home sweet home)”; Andrea Di Lorenzo (Varese,1994) con “Senza titolo”, “Radure” e “Foglie di fico”; Victor Fotso Nyie (Douala, Camerun,1990) con “Bios”, “Bios 2” e “Bios 3”; Francesco Levoni (Bologna,1996) con “Variazioni” e “Untitled 2”; Lilit Tavedosyan (Yerevan – Armenia,1992) con “Senza titolo 1”; Livia Ugolini (Bologna,1989) con “Doppio legame”, “Cari saluti da” e “Lover’s eyes”. Nel tardo pomeriggio di giovedì 10 ottobre, il salone e altri ambienti del primo piano dell’Istituto di cultura di via Boccacanale di Santo Stefano, 24/26 a Ferrara, hamnno ospitato il vernissage dell’esposizione, sostenuta dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Cento, in collaborazione con il Comune di Cento e con il patrocinio della Arcidiocesi di Ferrara-Comacchio. Dopo il saluto da parte del Direttore di Casa Cini don Paolo Bovina, ha preso la parola il curatore Gianni Cerioli: “sono contento di essere riuscito a far tornare don Franco qui a Casa Cini. Questa Biennale è stata pensata da anni per essere ospitata in questo luogo – ha proseguito -, che sta tornando sempre più ad accogliere attività culturali e artistiche”. La Biennale intende essere in un certo senso “la continuazione di quel che don Franco voleva realizzare, cioè un progetto per aiutare i giovani a emergere”.

opere lilit

Opera di Lilit Tavedosyan

Per l’occasione, al primo piano di Casa Cini sono state esposte una decina di opere su carta, fra le meno note, di don Patruno, realizzate negli anni ’70-’80. Massimo Marchetti, per tanti anni amico e collaboratore del sacerdote, ha spiegato come quest’ultimo, personaggio poliedrico e originale, dagli anni ’50, tutti i giorni non riusciva a rinunciare a disegnare. Abbiamo scelto di esporre queste opere, anche perché parte di un ciclo ispirato alla Divina Commedia e alla Sacra Scrittura. I prossimi appuntamenti sono in programma per venerdì 18 ottobre quando alle ore 1730, nel salone di Casa Cini, Angelo Andreotti terrà una conferenza su don Franco Patruno. In occasione del finissage il 25 ottobre alle ore 18, verrà presentato il catalogo della Biennale. Si tratta di un agevole libretto, documentativo delle opere e degli apparati con testi dell’Arcivescovo mons. Giancarlo Perego, di Ada Patrizia Fiorillo e Gianni Cerioli. L’esposizione è visitabile da lunedi a venerdì dalle 09.30 alle 12.30 e dalle 15 alle 19, sabato su prenotazione (chiamare il 347-3140278). I tre artisti vincitori riceveranno dalla Fondazione un premio-acquisto di euro 3.000 per l’opera prima classificata, di euro 1.200 per la seconda e di euro 800 per la terza. Le opere entreranno a fare parte della Collezione d’Arte della Fondazione Cassa di Risparmio di Cento. Al vincitore verrà poi affidato l’incarico di organizzare una mostra personale a Cento e a Ferrara entro il 2020, dedicata agli sviluppi della sua ricerca artistica.

Chi era don Franco Patruno

don patrunoNato a Ferrara il 29 novembe 1938, viene ordinato sacerdote da mons. Natale Mosconi nel 1966, e il suo primo incarico è di cappellano presso la parrocchia di Santa Maria Nuova-San Biagio. Per 9 anni (1966-1975) è assistente dei giovani dell’Azione cattolica e per 16 (1969-1985) direttore dell’Ufficio missionario diocesano. Dal 1971 è responsabile diocesano delle comunicazioni sociali. Il 2 febbraio 1985 è nominato responsabile dell’Istituto di cultura ”Casa Cini”: l’arcivescovo mons. Maverna affidò nel 1984 la responsabilità della Casa a lui e a don Francesco Forini; partito per le missioni in Africa quest’ultimo, don Patruno da allora ha continuato a dirigere le attività culturali dell’Istituto. Critico d’arte e cinema per l’Osservatore Romano, don Patruno ha curato per il quotidiano vaticano la rubrica ”Opinioni” per quanto riguarda le problematiche etiche della comunicazione di massa. Sempre per l’Osservatore Romano ha curato ampie interviste a personaggi del mondo della letteratura, dell’arte e dello spettacolo. Per l’emittente Raisat 2000 ha intervistato Ermanno Olmi, Dacia Maraini, Ezio Raimondi, Andrea Emiliani, Pompilio Mandelli, Aldo Borgonzoni, Franco Farina, Pupi Avati, ed altri. Ha pubblicato diversi contributi sulle problematiche estetiche nel mondo medievale, sull’estetica musicale in Sant’Agostino, sulla poetica delle Avanguardie del Cinquecento ed ha introdotto il catalogo sulle due rassegne di arte sacra in occasione del Congresso Eucaristico Nazionale di Bologna per la Casa Editrice Electa. Ha curato il catalogo della rassegna “Chagall e la Bibbia”. Come artista ha esposto in Italia e all’estero. Per i tipi della Book Editore ha pubblicato “Chagall e Matisse: due templi della spiritualità in Provenza”. Ha fatto parte della Commissione per i Beni Culturali e Artistici della Conferenza Episcopale Italiana. Don Patruno ha iniziato a esporre nel 1958 con una rassegna nel chiostro della chiesa di S. Romano di Ferrara dal titolo “Piccola città”. Dopo il periodo trascorso in seminario, ha ripreso ad esporre con tre mostre grafiche alla galleria “La linea” di Ferrara nel 1969, 1970 e 1971. Nel 1974 è stato invitato per una personale al Palazzo dei Diamanti, in occasione del centenario di Ludovico Ariosto, con “Cinquanta personaggi dell’Orlando”. Nel 2000 ha realizzato diversi lavori per l’ “Opera don Calabria” di San Zeno in Monte di Verona di cui soprattutto si ricordano due ampie vetrate per la nuova cappella dell’Adorazione. Nel 2003 fu richiesta la sua partecipazione, con una specifica vetrata, alla Biennale d’Arte Sacra “Stauros” di Santuario San Gabriele di Teramo. Don Franco è stato anche nominato monsignore nel 2006 ed una della sue ultime apparizioni in pubblico fu in quella occasione, quando vennero inaugurati gli affreschi della sacrestia del duomo, dipinti da Paolo Baratella. E’ deceduto il 17 gennaio 2007.

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 19 ottobre 2019

http://lavoce.epaper.digital/it/news

https://www.lavocediferrara.it/

 

“Ho fatto solo ciò che era giusto”: il film su don Giovanni Minzoni

15 Ott

Gli ultimi anni della vita del parroco di Argenta – ucciso dai fascisti di Balbo dopo il rifiuto di piegarsi al regime – raccontati nella pellicola di Marco Cassini, con Stefano Muroni protagonista. Alla prima nazionale a Ferrara, circa 600 i presenti al Cinema Apollo

di Andrea Musacci

don minzoni 1A Ferrara c’è una via centralissima a lui intitolata, fra il retro di una nota catena di fast food e il Museo della Cattedrale, fra corso porta Reno e San Romano, attraversando la Galleria Matteotti. Si poteva fare di più, qualcuno potrebbe pensare, ma vedendo come ciclicamente si torni a parlare dell’intitolazione a Italo Balbo, capo dello squadrismo padano, di vie o fantomatiche sezioni di musei, forse è meglio ritenersi soddisfatti. Soddisfatti e sempre vigili, perché a qualcuno non venga in mente nemmeno di fare di don Giovanni Minzoni un “inutile” santino, indebolendone la fortissima testimonianza, cristiana e civile, fino al martirio, in difesa della libertà delle donne e degli uomini. Di sicuro, il film dedicato agli ultimi anni della sua esistenza, “Oltre la bufera”, proiettato in anteprima nazionale al Cinema Apollo di Ferrara, aiuta la propria coscienza a rimanere ben desta (nella foto in alto, un fotogramma del film con a sinistra il fascista Augusto Maran e don Giovanni Minzoni). L’opera si presenta come una lunga sequela di immagini e parole che mozzano il fiato per l’alto livello di tensione che comunicano. La sera del 10 ottobre scorso, i gestori dello storico cinema di piazza Carbone sono stati obbligati a proiettare contemporanemante in Sala 1 (520 posti) e in Sala 4 (90 posti) la pellicola scritta e diretta da Marco Cassini (e prodotta da “Controluce”), per permettere ai tantissimi presenti di poterla ammirare. Un film fra l’altro decisamente ferrarese, a partire dall’interprete del sacerdote, l’attore Stefano Muroni, e dai luoghi dov’è stato girato dal 3 al 28 aprile 2018: Ferrara (negli interni di Palazzo Crema), Mesola (in diversi luoghi fra cui Piazza Umberto I° e il Consorzio di Bonifica), Ostellato (pieve di San Vito), San Bartolomeo in Bosco (al Centro di Documentazione del MAF – Mondo Agricolo Ferrarese) e Portomaggiore (nel Teatro Concordia). “Ho fatto solo ciò che era giusto”: è questa la prima battuta pronunciata nel film da Muroni alias don Minzoni. Il riferimento è al suo servizio come cappellano militare nel primo conflitto mondiale, ma la frase profetizza in modo sconvolgente quella che sarà la sua fine. Una lotta sempre combattuta a testa alta ma non scevra di delusioni e amarezze, come quelle provocate dal mancato appoggio da parte delle gerarchie ecclesiastiche: “mi stanno lasciando solo”, si sfogherà il sacerdote, ripetutamente ammonito dall’allora Vescovo ravennate Antonio Lega che nella pellicola spiega a un proprio collaboratore: “il fascismo si sta imponendo e noi dobbiamo adeguarci”.

Ma chi era don Minzoni?

Nato a Ravenna il 1° luglio 1885, una volta ordinato sacerdote viene destinato ad Argenta, dove fin da subito dimostra solidarietà ai tanti e poveri braccianti agricoli. Cappellano militare volontario nella prima guerra mondiale, decorato di medaglia d’argento, al termine del conflitto torna ad Argenta divenendo parroco. Promuove la costituzione di cooperative sia di braccianti sia di operaie del laboratorio di maglieria, caso quest’ultimo, di una cooperativa femminile, rivoluzionaria per il mondo cattolico dell’epoca, in quanto strumento di emancipazione e di autonomia per le donne tramite il lavoro. In ambito educativo dà al doposcuola, al teatro parrocchiale, alla biblioteca circolante, a circoli maschili e femminili. Ma la libertà e l’amore resi carne e sangue da un testimone di Cristo sono considerati “eretici” dall’asfissiante e ottusa ideologia fascista: don Minzoni si oppone alle violenze delle “squadracce”, sostenute dai proprietari terrieri e capeggiate da Italo Balbo, ostili alle più elementari rivendicazioni salariali dei lavoratori agricoli. Nel 1923 sono proprio loro a uccidere il sindacalista socialista Natale Gaiba, amico del parroco argentano. Parroco che nel 1923 rende esplicita la propria adesione al Partito Popolare Italiano, divenendo ancor più punto di riferimento degli antifascisti di Argenta, ma, più in generale, esempio civile per l’intero paese (“chi mi conosce sa che il mio amore è per tutti”, sono sue parole), grazie anche all’idea di fondare un gruppo scout in parrocchia, scelta considerata “sovversiva” dalle belve in camicia nera, trattenute ma in realtà sempre difese da Balbo. Ma alla violenza endemica degli squadristi, dirà don Minzoni, “rispondiamo con una sola arma: il nostro cuore”. La sera del 23 agosto 1923, intorno alle 22:30, mentre stava rientrando in canonica in compagnia del giovane parrocchiano Enrico Bondanelli, don Minzoni è vittima di un agguato teso da due squadristi di Casumaro, Giorgio Molinari e Vittore Casoni, facenti capo proprio a Balbo, responsabile morale dell’assassinio. Poco prima della morte, don Minzoni scrive: “a cuore aperto, con la preghiera che mai si spegnerà sul mio labbro per i miei persecutori, attendo la bufera, la persecuzione, forse la morte per il trionfo delle causa di Cristo”. I responsabili materiali verranno condannati solo nel 1947 per omicidio preterintenzionale, ma gli imputati superstiti saranno scarcerati in seguito all’amnistia. Il film è, come detto, percorso da una pronda tensione etica, in lotta costante contro le tentazioni del male – della violenza, della resa all’odio e al potere -, tensione che è nettamente dominante nei volti e nei corpi, più che nei luoghi radi, asfittici, mai messi a fuoco né “esplorati” dall’occhio del regista. Dall’inizio nel quale in modo deciso è ribadita la volontà di fare il bene, nonostante tutto, la pellicola si conclude col passaggio del testimone a quei giovani che tanto ha amato e cercato di tutelare: “i nostri figli dovranno illuminare questa terra”, dirà don Minzoni, frase che richiama il passo evangelico di Matteo: “Voi siete la luce del mondo […]. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli” (Mt 5, 14-16).

cast alla fineEmozione per la presentazione a Ferrara

Alla fine della proiezione a Ferrara, sul palco, oltre al regista, a Muroni e a Valeria Luzi della casa di produzione, sono saliti diversi attori e altri protagonisti di questo progetto artistico. “Prima che un antifascista, don Minzoni era un educatore”, ha spiegato Muroni. “Siamo qui per lui, per fare memoria”. “Don Minzoni ha saputo dire ‘no’ in un momento molto difficile”, sono state invece le parole del regista Cassini. “La sua storia la sentivo profondamente, per questo ho voluto fare il film”. Film che non ha avuto vita facile, non riuscendo all’inizio a reperire i finanziamenti necessari, poi arrivati grazie anche a un finanziamento collettivo. Un coinvolgimento “popolare” vi è stato anche durante la preparazione e le riprese, tanto che lo stesso Muroni lo ha definito “un film del territorio”. E a proposito di territorio, dopo la proiezione, dal pubblico è intervenuto anche il parroco di Argenta, don Fulvio Bresciani, “successore di don Minzoni”: “il vostro merito più grande è quello di aver mostrato i suoi veri valori. Il suo ‘no’ al fascismo è stato un ‘sì’ a Dio”.

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 18 ottobre 2019

http://lavoce.epaper.digital/it/news

https://www.lavocediferrara.it/