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Dire Dio oggi: due incontri a Ferrara con Jean Paul Hernandez e Adrien Candiard

20 Apr

Articoli di Andrea Musacci

Le nostre chiese sono luogo dell’annuncio: lo sappiamo ancora?

Jean Paul Hernandez: «porta del cielo per chi cerca Dio»

Nell’epoca dell’homo turisticus, le nostre chiese possono essere non meri spazi di fruizione ma luoghi di evangelizzazione? È la domanda che si pone da una vita Jean Paul Hernandez, gesuita classe ’68, ex docente di teologia alla Pontificia Università Gregoriana, docente alla Facoltà Teologica di Napoli e volto noto di TV2000 grazie alla trasmissione “Sulla strada“, oltre che fondatore di “Pietre Vive”. Hernandez è intervenuto on line l’11 aprile per la lezione della Scuola diocesana di teologia per laici intitolata “Ridire il kerigma attraverso l’arte”. 

GERUSALEMME TERRENA: IL TEMPIO 

Per il relatore, viviamo un kairos «antico e sempre nuovo»: la stessa prima generazione di cristiani, «usava abbondantemente il Tempio di Gerusalemme, l’architettura sacra, per parlare di Gesù, per il kerigma»: ciò è esplicitato in Giovanni e negli Atti degli apostoli. Ciò avveniva «non strumentalizzando il tempio, ma spiegando il motivo profondo per cui questo esisteva: tutto ciò – pensavano – serve a dire Gesù». C’è dunque «una sorta di connessione, di simbiosi tra kerigma pasquale di Gesù Cristo e il tempio». L’edificio sacro è «aggancio per dire che come questo rimandi ad altro, all’Indicibile, all’Irrapresentabile»: è la differenza tra icona e idolo di cui ha parlato Jean-Luc Marion: «la prima rimanda ad altro, l’idolo invece rimanda solo a sé stesso». 

DIETRO IL TURISTA, IL MENDICANTE

Venendo al presente, Hernandez ha riflettuto su come esista un fenomeno di massa senza precedenti: il boom del turismo in tutta l’Europa, in tutto il mondo: «meno si va in chiesa, più si va nelle chiese…». Il turismo di massa è dominante, «viviamo nell’epoca dell’homo turisticus», dell’uomo che vaga sapendo di tornare a casa, del mordi e fuggi di esperienze in giro per il mondo. E così è per il cibo, per le relazioni, gli affetti, la formazione. Questo modo turistico di essere, per il relatore, «descrive una nostalgia del cuore che cerca un senso, proprio perché viviamo in una società senza senso condiviso. E questo senso la gente lo cerca in testimonianze forti, in identità forti». Hernandez ha poi citato un sondaggio dell’inglese Telegraph dagli esiti sorprendenti, secondo cui la maggior parte di coloro che hanno risposto, hanno dichiarato di essere tornati o arrivati alla fede cristiana dopo aver visitato una chiesa antica.

«Noi sappiamo accogliere questa sete di Dio? Lo Spirito Santo – ha proseguito – ci manda fiumi di non credenti a casa nostra. Le opere d’arte nelle nostre chiese possono essere molto importanti per spiegare loro la nostra fede». Ma dobbiamo saperlo fare: non serve tanto la descrizione tecnica, ma l’opera «dev’essere finalizzata al kerigma, all’annuncio di Dio e della salvezza». 

PORTA DEL CIELO E DEL CUORE

Due episodi dell’Antico Testamento sono essenziali per spiegare la potenza che può avere una chiesa nel convertire i cuori delle persone. Il primo, è il sogno di Giacobbe in Genesi 28, «il primo testo fondamentale per capire l’essenza dell’arte cristiana». Anche oggi «consideriamo le nostre chiese come la pietra di Giacobbe, pietra che unisce cielo e terra. Ogni chiesa – soprattutto l’abside -, è quindi porta del cielo. Cristo è questa pietra, è l’altare, e tutta la chiesa è simbolo del Suo corpo», ha proseguito. L’episodio del roveto ardente (Esodo 3) richiama l’esperienza del fedele nel tempio: in quest’ultimo «ti accade ciò che è accaduto a Mosè: ascoltando la Parola di Dio, scopri te stesso». Nel luogo sacro, quindi, «si riceve la propria identità, si viene educati ad ascoltare dentro di sé, a fare memoria di Dio dentro di sé». Comunicare al turista, al visitatore, al pellegrino, a chiunque entra nelle nostre chiese «le spiegazioni profonde del senso di una chiesa, di un edificio sacro», serve in ultima analisi a questo. «La chiesa è un luogo per incontrare Dio, è un luogo che dice Dio, per ascoltare in ogni suo punto la dichiarazione di amore di Dio per noi: in questo modo – ha detto Hernandez -, scopri che il vero luogo sacro sei tu, che il luogo dove incontrare Dio sei tu, è la tua vita».

GERUSALEMME CELESTE: LE PIETRE

Questo continuo, essenziale rimandare a Dio si esprime anche nel richiamo alla Gerusalemme celeste (Ap 21), le cui fondamenta sono ricche di pietre preziose. Pietra che è anche simbolo del figlio, quindi la «Gerusalemme celeste rappresenta la diversità dentro il genere umano e dentro la Chiesa, e al tempo stesso la comunione tra le persone», tra i figli di Dio. E la preziosità di queste pietre colorate e sfavillanti «dice di quanto ognuno di noi sia ricercato, voluto, amato, proprio come lo è un figlio per il padre». La Gerusalemme celeste, quindi, non ha più un tempio, non ne ha più bisogno perché «non c’è più separazione tra sacro e profano: con l’Incarnazione questa distinzione non ha più senso, il Dio incarnato rende sacro anche il profano». Di conseguenza, anche quest’ultimo «diventa luogo per incontrare Dio». Tutto può dire Dio, richiamare il suo Amore per noi.

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Solo dalla conversione nasce il Regno di Dio: ci lasciamo amare?

Adrien Candiard: «il peccato è male, la scienza non salva»

C’era molta attesa nelle nostre comunità per l’arrivo a Ferrara – dopo due tappe a Milano – di Adrien Candiard, 42enne domenicano residente da anni a Il Cairo. Nel tardo pomeriggio a Casa Cini, Ferrara, circa 80 persone si sono ritrovate per ascoltarlo, oltre a una 70ina collegate on line. «Sono molto legato a Bologna ma è la prima volta che vengo a Ferrara», ha confessato con sincera emozione per l’aver potuto ammirare, pur di sfuggita, la bellezza della nostra città.

SPERANZA, NON OTTIMISMO

“Qualche parola prima dell’Apocalisse” il titolo scelto per l’incontro (lezione della Scuola diocesana di teologia eccezionalmente aperta a tutti), che richiama il suo libro uscito l’anno scorso in Italia, mentre da poco è nelle librerie la sua ultima fatica, “La grazia è un incontro. Se Dio ama gratis, perché i comandamenti?” (Lev, pp. 109, 13 euro).

E sfidando luoghi comuni purtroppo diffusi anche fra i credenti, per parlare di Apocalisse ha parlato di speranza. Innanzitutto, «per affrontare il tema della speranza – ha detto -, bisogna guardare la realtà così com’è e non rifugiarsi in un mondo spirituale». L’“andrà tutto bene” del Covid, per Candiard, «era ottimismo, non speranza cristiana. La speranza in sé non vale nulla, se non è speranza in Dio».

I motivi per disperare oggi sono tanti: guerre, minaccia nucleare, crisi climatica, secolarizzazione, abusi nella Chiesa, «che in Italia devono ancora emergere nella loro totalità». Queste crisi, ha aggiunto, «ci possono cambiare solo se le affrontiamo nella maniera giusta». Nella Bibbia, e anche in alcuni testi ebraici, esiste il genere apocalittico, da intendersi – ha specificato – «come rivelazione, non come fine del mondo», ad esempio nel libro di Daniele e naturalmente nell’Apocalisse di Giovanni. E negli stessi Vangeli sinottici, in particolare Marco 13: un brano, questo, «da molti cristiani oggi ignorato, considerato strano, disturbante», oppure erroneamente inteso come «un enigma da decifrare». Mc 13 invece «rivela il senso della storia umana». Non dobbiamo, perciò, «usare Dio per spiegare tutto l’inspiegabile del mondo, come spesso fanno i nostri cuori pagani e superstiziosi». Come, dall’altra parte, è altrettanto superstizioso «affidarsi totalmente alla scienza e ignorare il Vangelo», ha incalzato.

IL PECCATO È MALE, LA STORIA NON È PROGRESSO DI BENE

Ciò che Gesù ci ha rivelato e ci rivela è innanzitutto «il vero senso del peccato», che non va inteso, in modo infantile, come meccanismo di trasgressione/punizione ma come spiegazione, semplice ma profonda, che «il male fa male a chi lo compie e agli altri, distrugge sé e gli altri». Nei confronti di Dio, perciò, «non dobbiamo né ribellarci né sottometterci, ma comprendere che Lui ci vuole liberi». Di conseguenza, «la pace del mondo non bisogna innanzitutto affidarla ai diplomatici ma costruirla affrontando il male, il peccato dentro di noi, convertendo prima di tutto i nostri cuori». Il discorso apocalittico, quindi, ci rivela innanzitutto il male. D’altronde, «Gesù non ci ha mai promesso che, nel corso della storia, saremmo andati sempre più verso il bene, anzi diceva “Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada”» (Mt 10, 34). Non ci spiega, dunque, «la storia umana come una crescita progressiva verso il Regno di Dio». Questo serve anche a confutare visioni, di certo mondo cristiano, ottimistiche, dunque in ultima analisi secolari. Gesù nel discorso apocalittico – e non solo – «ci parla del bene e del male, cioè del Regno di Dio e del nostro possibile rifiuto. Siamo pronti ad accettare il Suo amore? Questa la sfida che ci lancia ancora».

LASCIATI AMARE, IMPARA A PERDONARE

È, infatti, più difficile lasciarsi amare, che amare. «Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi» (Gv 15, 12), cioè «Amatevi con l’amore che io vi ho dato», con la Grazia, non tentando di imitarLo come fosse un modello. «Rifiutare il Suo amore – ha spiegato Candiard – è rifiutare il Regno di Dio, è il peccato, ciò che porta al male, alla distruzione anche della nostra stessa vita. La scelta davanti alla quale ci mette Gesù è dunque fra conversione o distruzione». Distruzione di noi stessi oltre che del pianeta, «che non va dominato ma nemmeno divinizzato».

Diverse le domande finali tanto dai presenti in sala quanto da quelli collegati a distanza. Una di queste, ha permesso a Candiard di tornare sul tema del peccato e del male nella chiave del perdono e della riconciliazione: «si perdona solo l’imperdonabile», ha detto. È facile, infatti, perdonare cose piccole, senza peso. Chi, invece, «tollera non perdona davvero e anzi diventa complice del male, anche se l’ha subìto». Si deve sempre partire dal proprio cuore: «riconoscere il male in me stesso mi permette di perdonare il male compiuto dagli altri». Mai dimenticando che siamo stati e siamo sempre perdonati da Dio», e tante volte anche da altre persone. Tutte piccole ma decisive rivelazioni del Regno di Dio.

Pubblicati sulla “Voce” del 19 aprile 2024

La Voce di Ferrara-Comacchio

«Educare il desiderio è la sfida dell’epoca digitale»

19 Apr

L’intervento di don Luca Peyron a Ferrara: «la tecnologia non diventi un idolo ma un mezzo di cura»

La tecnologia digitale può essere utile nell’annuncio del Vangelo?

Su questo ha riflettuto la sera dello scorso 10 aprile don Luca Peyron, sacerdote della Diocesi di Torino e specialista in teologia e spiritualità delle tecnologie, in un incontro dal titolo “Parlare di Dio nell’era digitale” svoltosi nel Cinema S. Benedetto di Ferrara, all’interno del percorso sinodale.

COSA LA TECNICA NON FA DI BUONO

Viviamo nella «condizione digitale», nell’epoca «dell’efficientismo, della cultura delle macchine», cioè ci illudiamo che queste «possano darci le risposte a molte delle nostre domande», e possano darcele in un attimo. Questo è pericoloso anche perché ci disabitua, fra l’altro, a “perdere” del tempo nel cercare. 

Ma tutto ciò, ha proseguito il relatore,  ci fa comprendere anche come «la tecnologia sia strettamente intrecciata al potere», che significa anche potere economico, sociale e culturale, sulle nostre vite e relazioni. 

La tecnologia digitale, quindi, «può solo creare connessioni fra le persone, non relazioni» vere.

COSA LA TECNICA PUÒ FARE DI BUONO

L’incontro è un’altra cosa: «è fatica, corpo, fisicità, odori. Non si tratta, quindi, di contrapporre tra loro virtuale e reale», ma di distinguerli.

Questa condizione digitale è anche, per don Peyron, «un segno dei tempi, un punto da cui ripartire, un punto di risurrezione per la Chiesa». Può, cioè, essere «generativa» e porsi «in funzione del servizio e della responsabilità nei confronti degli altri, del bene comune». Nella relazione, quindi, «il potere può diventare un prendersi cura», e anche il potere tecnologico può essere usato per quello che dovrebbe essere l’unico fine di ogni cosa: «la salvezza della persona nella sua umanità e nella sua divinità». 

Ma la tecnologia può essere «motore di speranza e di pace solo se è a disposizione di tutti». In questo, la Chiesa deve «continuare a creare pensiero» (non chiudersi), ad esempio sull’Intelligenza artificiale, «deve creare alleanze, dare risposte alla sete di senso delle persone e continuare a ridurre lo iato fra scienza e fede».

SIAMO FIGLI DELLE STELLE

«La tecnologia non ci salverà», quindi, ma ci aiuterà. Non dobbiamo farne un idolo (l’unico nostro Padre è Dio): il nostro bisogno di assoluto «non sta nel possedere le cose o le persone», ma è «il desiderio naturale di vedere Dio». È perciò necessario «educare il desiderio: questa è la grande sfida della nostra epoca digitale». Educare a comprendere come il nostro desiderio è «desiderio di Dio», non di una macchina fatta idolo. La tecnologia può aiutarci tanto «a meravigliarci di ciò che siamo, di ciò che abbiamo intorno, facendoci capire che c’è un Oltre», ha proseguito il sacerdote. Nel costruire macchine sempre più intelligenti, quindi «sempre più simili a noi», capiamo che non potranno mai essere uguali a noi. Comprendiamo, cioè, la nostra irriducibile diversità, cioè che «la differenza tra noi e la macchina non riguarda il fare ma l’essere: a differenza di una macchina, la mia carne e il mio sangue sono coscienti di sé, amano».

Andrea Musacci

(Foto Archivio don Luca Peyron)

Pubblicato sulla “Voce” del 19 aprile 2024

La Voce di Ferrara-Comacchio

Apocalisse è rivelazione profonda di Dio sulla nostra vita e sulla storia

12 Apr

“Qualche parola prima dell’Apocalisse”: Lectio Magistralis di padre Adrien Candiard il 12 aprile a Casa Cini, Ferrara. «Rimane un fatto difficilmente contestabile: Gesù ha annunciato il suo ritorno alla fine dei tempi». Ma noi cristiani pieghiamo con  letture secolari questa verità, l’unica che spiega il senso del mondo

di Andrea Musacci

L’Apocalisse è Gesù Cristo, lo svelamento, la rivelazione di ciò che fonda la realtà e di ciò che sono i nostri cuori: luoghi pronti ad accogliere l’Amore di Dio o luoghi di rifiuto dello stesso, quindi di peccato? Adrien Candiard, classe 1982, saggista e padre domenicano, rientra a pieno titolo nel gruppo di quegli scrittori francesi – contemporanei e non, da Peguy ad Hadjadj – che hanno la rara dote di raccontare la fede e di sfidare il moderno laicismo attraverso un linguaggio originale e uno stile provocatorio ma mai fine a sé stesso. “Qualche parola prima dell’apocalisse. Leggere il Vangelo in tempi di crisi” è il titolo del suo ultimo libro (Libreria Editrice Vaticana, 2023) di cui discuterà il 12 aprile alle 18.30 a Casa Cini, Ferrara, in un incontro della Scuola diocesana di teologia per laici eccezionalmente e gratuitamente aperto a chiunque voglia parteciparvi.

Candiard, dopo essersi dedicato alla politica, nel 2006 entra fra i domenicani e oggi risiede al Cairo, dove è membro dell’Institut dominicain d’études orientales (Ideo) e priore del convento del suo ordine. Si occupa di islam e ha scritto diversi saggi di spiritualità.

«Il Vangelo non è un manuale di saggezza che somministra buoni consigli per affrontare le difficoltà: esso svela il Regno di Dio». In questo senso è interamente apocalittico, cioè rivelatore. Da questo ragionamento essenziale prende le mosse Candiard nel suo libro nel quale analizza in particolare il capitolo 13 del Vangelo secondo Marco, uno dei – non pochi – testi apocalittici della Bibbia. Spiega Candiard: «curiosamente, proprio quando dovremmo drizzare le orecchie verso Gesù che parla di guerre, epidemie, carestie e catastrofi naturali, quando abbiamo più che mai bisogno di aiuto e di senso, il più delle volte preferiamo saltare la pagina e andare a cercare nel Vangelo versetti più solari». Ma Cristo o sconvolge la nostra vita o non è. Bisogna quindi «accettare di parlare un po’ della fine del mondo per ritrovare, in questo stesso mondo, un pizzico di speranza».

ABBIAMO RESO INOFFENSIVA L’APOCALISSE DI GESÙ

Nei secoli abbiamo sempre più rimosso l’essenza apocalittica del Vangelo: «Abbiamo elaborato – scrive Candiard -, collettivamente e certo implicitamente, alcune strategie per sottrarci all’imbarazzo, per rendere inoffensivo un discorso evangelico come questo, inoffensivo al punto che non lo vediamo nemmeno più». 

Quello che dice il capitolo 13 di Marco non lo si può né ridurre a un episodio storico preciso (la distruzione del Tempio di Gerusalemme nel 70 d.C.) né spiritualizzare, leggerlo cioè come simbolo di qualcosa che riguarda la mera vita interiore: «È intrigante presentare il cristianesimo come un deismo puramente spirituale, sbarazzato da questo annuncio escatologico che può apparire bizzarro o poco ragionevole ai nostri contemporanei, ma questo comporterebbe il rischio di snaturarlo profondamente. Perché rimane un fatto difficilmente contestabile: Gesù ha annunciato il suo ritorno alla fine dei tempi, e questo ritorno è un evento per la creazione intera». Queste «strategie di neutralizzazione dell’ingombrante discorso apocalittico arrivano in pratica a vanificarsi precisamente quando la realtà ci raggiunge»: minaccia nucleare, cataclismi naturali. Noi, invece, spesso «vorremmo ridurre la fede cristiana a un esercizio di meditazione individuale, a un rivale dei metodi di sviluppo personale o a un complesso di ingiunzioni moralizzatrici sulla sessualità».

MEGLIO DIO O GLI ESPERTI?

Né «lugubri profezie» né riduzione del cristianesimo all’«insignificanza», dunque: «Il rischio che si fa correre alla Parola di Dio quando la si priva di ogni portata reale sulla marcia del mondo è quello dell’insignificanza. La fede cristiana non può essere un lusso per tempi tranquilli, un piccolo, simpatico supplemento d’anima da convocare una volta che le questioni serie siano state risolte, una volta che le minacce siano state neutralizzate grazie all’intervento dei vari esperti – geopolitici, climatologi, epidemiologi, senza trascurare gli editorialisti evidentemente dotati di tutte le competenze. Se la Parola di Dio non ha nulla da dirci nelle situazioni drammatiche quali sono i pericoli che oggi affrontiamo, allora che interesse ha?», ci sfida l’autore.

IL FINE PRIMA DELLA FINE

Il Vangelo, quindi, non è né uno strumento simili-zodiacale né un mero manuale per comprendere con criteri razionali, “mondani”, le crisi del nostro tempo. Nessuno sa quando avverrà la fine dei tempi ma «la fine è già presente come principio che agisce nel cuore della nostra storia, la quale non avanza del tutto alla cieca. La fine è presente lungo tutto il corso della storia come lo scopo verso cui essa tende», il «compimento verso cui tende tutta la storia umana». Apocalisse è, quindi, “svelamento”, “rivelazione” di «questo principio in atto, questa/o fine già all’opera nella storia». Non vi è dunque nessun «rebus da decifrare» su quando finirà il mondo, ma «un senso da accogliere». Si rivelano sbagliate, di conseguenza, le filosofie della storia che, dall’Illuminismo in poi, la leggevano come un progresso, pur discontinuo, «verso il bene, l’abbondanza, verso il trionfo della scienza, verso la società senza classi o l’abolizione del predominio di pochi». Nemmeno Gesù ci promette tempi migliori (v. Mc 13, 9-13): l’annuncio dell’amore di Dio al mondo «agisce come una rivelazione», un’apocalisse, «di ciò che avviene nel cuore di ciascuno»: vogliamo o no accogliere questo Amore? Per questo, «l’evangelizzazione del mondo non è l’espansione del club dei cristiani che va reclutando nuovi membri; è l’annuncio, a tempo opportuno e non opportuno, dell’amore di Dio per il mondo che Gesù Cristo ci ha rivelato».

ACCOGLIERE L’AMORE

Di conseguenza, «la nostra vita spirituale altro non è che l’accoglienza paziente di questo amore che un giorno si autoinvita nella nostra esistenza», mentre la nostra resistenza a questo amore è il peccato. E «più la rivelazione è chiara, meno è possibile rimanere in una confortevole ambiguità»: l’amore, se ricevuto, «fiorisce in gioia e gratitudine»; se rifiutato, diventa «letteralmente insopportabile e si cerca di sbarazzarsene con ogni mezzo». Dall’amore alla croce, appunto.

«I sistemi politici e sociali meglio pensati, i meccanismi internazionali più ingegnosi, le legislazioni più sofisticate» sono importanti ma «impotenti a intercettare il male alla radice, cosa che può fare solo la conversione personale». Conversione che non significa «adottare un’identità cristiana» ma accogliere l’amore di Dio offerto in Gesù.

CRISTO CI LIBERA E SALVA, FUORI DAI NOSTRI COMFORT 

«Salvare e rivelare»: in ciò consiste essenzialmente il Suo agire. Rivelare Dio e il male: «A cosa porta il peccato? Alla morte (…). Lasciando andare il male fino all’estremo della sua logica, Cristo ci mostra dove esso conduce», come ad esempio in Mc 5 nel racconto dell’uomo posseduto dai demoni. Cristo, quindi, «stravolge comfort acquisiti» ma spesso «inquietanti, solitudini infelici che tuttavia non tollerano di essere disturbate da una visita imprevista, rancori talmente strutturati che il perdono lascerebbe un gran vuoto in cuore. Ci sono comfort dall’odore di chiuso insopportabile che preferiamo alle correnti d’aria dello Spirito Santo». In ultima analisi, dunque, il peccato è «un rifiuto di lasciarsi amare che cresce in violenza contro di sé o contro gli altri». Così è oggi, com’è sempre stato e sempre sarà. Lo possiamo vedere ogni giorno nella nostra piccola quotidianità e, su più larga scala, nelle conseguenze della logica della guerra e di un consumo senza freni.

Per Candiard, quindi, «la fine dei tempi» è «in corso d’opera non come evento inquietante di cui paventare l’approssimarsi, ma come realtà presente nella storia fin dal principio (…). Abbiamo bisogno di questo svelamento perché altrimenti, finché la natura del male resterà sconosciuta, si potrà beatamente credere all’efficacia di soluzioni meramente tecniche alle minacce che pesano sulle nostre esistenze». Il male, perciò, va combattuto alla radice, e a partire dalla propria vita. «Dentro di me si sta già combattendo la lotta escatologica» e «vincere, in questa lotta, è innanzitutto accettare che la vittoria è già guadagnata» grazie al sacrificio di amore del Cristo. 

Cristo che, dunque, «ci ricorda con forza come la nostra speranza non si possa limitare alla salvaguardia del mondo quaggiù, fragile e deperibile». Il mondo non va né assolutizzato né rifiutato. Essenziale, invece, è percepire «il silenzio in cui cresce il Regno di Dio, che è ciò che dà al mondo il suo senso». Tutto il resto è moralismo, secolarismo, idolatria.

Pubblicato sulla “Voce” del 12 aprile 2024

La Voce di Ferrara-Comacchio

Le donne al sepolcro e l’incontro personale col Risorto: riflessioni

20 Mar

La lezione di Annalisa Guida per la Scuola di teologia per laici diocesana

L’incontro con la Parola è sempre incontro col Risorto. Ce lo ha ricordato lo scorso 14 marzo Annalisa Guida, biblista e Docente incaricata di Esegesi del Nuovo Testamento presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale – Sezione “San Luigi” di Napoli. “«Esse uscirono e fuggirono via dal sepolcro, perché erano piene di spavento e di stupore» (Mc 16, 8)” il titolo del suo intervento (tenutosi solo on line) per l’11^ lezione della Scuola diocesana di teologia per laici. Prossimo appuntamento (sia in presenza sia on line) il 21 marzo con Francesca Pratillo su “Una lectio divina su Emmaus”.

LO SGUARDO E LA SEQUELA

Questo racconto di Marco, secondo Guida, «mette al centro figure fino ad allora marginali: le donne». Donne fin dall’inizio alla sequela di Gesù e «testimoni di eventi importanti»: la sua crocifissione, deposizione e sepoltura, e poi l’annuncio del Risorto. Donne che, lungo il Suo ministero, «Lo servivano nel senso della diaconia: nel Vangelo, la diaconia si riferisce solo alle donne e agli angeli nel deserto. Una presenza, questa delle donne, spesso silenziata nella tradizione della Chiesa». Molte, poi, in Mc 15-16 «le indicazioni di quanto le donne guardino, osservino», ad esempio quando si dice che «videro un giovane, seduto sulla destra, vestito d’una veste bianca» (Mc 16, 5). Qui si richiama anche il giovinetto che subito prima dell’arresto di Gesù era con lui al Getsemani e che quando lo arrestano, fugge via (Mc 14). E anche quel giovinetto aveva una veste bianca: «non si tratta di un angelo e assume una dimensione connotativa molto forte, fuggendo come gli altri discepoli». In Mc 16, invece, il giovinetto «la veste bianca la indossa ed è un’immagine simile a quella del Risorto». Il giovane di Mc 14, quindi, «non riesce a condividere il peso della sindone, del lenzuolo funebre, mentre in Mc 16 condivide la Gloria della Resurrezione». Inoltre, in Mc 16 «l’angelo alle donne annuncia un legame tra ciò che è appena accaduto – l’esistenza terrena di Gesù – e il suo epilogo» – «il crocifisso»: per Marco – ha aggiunto la relatrice, «è nella Croce che si rivela davvero il Figlio di Dio». «Egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto», dice, poi, l’angelo alle donne: «Cristo, nel suo ministero, le ha sempre precedute. Il Vangelo, quindi, «torna ai luoghi del “primo amore”. È, però, un’esperienza completamente nuova». E poi, l’ultimo versetto, quello centrale (Mc 16, 8). Qui, per Guida, «le donne hanno la percezione di aver vissuto qualcosa al di fuori della loro portata, quindi la loro reazione è assolutamente normale». Non seguono l’indicazione di andare a dire ciò che han visto ai discepoli e Pietro «perché erano impaurite», sono cioè «l’ultima coda di un discepolato che più volte ha avuto dubbi e paure, anche se sicuramente fino ad ora sono state più coraggiose dei discepoli». Ma ora «c’è qualcosa che supera la loro capacità di comprensione: non l’hanno capito prima e non lo capiscono ora. Il sepolcro vuoto dice loro solo assenza. Per capire veramente il Risorto, quindi – è il messaggio per ogni lettore – devo incontrarLo, non basta che me Lo annuncino». Il racconto, quindi, «ci porta oltre l’annuncio: ci invita all’incontro personale col Risorto».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce” del 22 marzo 2024

La Voce di Ferrara-Comacchio

«Sentire il dolore dell’altro»: il card. Pizzaballa a Ferrara

6 Mar

L’intervento del Patriarca Latino di Gerusalemme nel Monastero del Corpus Domini: «a Gaza la situazione è indescrivibile e in Israele e Palestina servono nuove leadership. La Chiesa non si fa strumentalizzare da nessuno. Le mie comunità mi danno gioia» 

Un silenzio colmo di rispetto e attenzione ha dominato l’ora abbondante nella quale il card.Pierbattista Pizzaballa,Patriarca Latino di Gerusalemme, ha risposto alle domande di Cristiano Bendin (Caposervizio “Il Resto del Carlino” di Ferrara). L’occasione è stato il primo incontro dell’Ottavario di S.Caterina: la sera del 1° marzo oltre cento persone si sono ritrovate nel coro del Monastero del Corpus Domini di Ferrara, ospiti delle Sorelle Clarisse.

VIVERE NELLA MISERIA

Il card. Pizzaballa è punto di riferimento dei cattolici nei territori palestinesi:«circa un migliaio sono i cristiani, compresi gli ortodossi, nella striscia di Gaza, mentre alcuni abitano a Rafah», ha spiegato. La situazione a Gaza è «indescrivibile», ha aggiunto:«tutti i cristiani hanno perso la propria casa e ora la difficoltà principale è avere viveri e acqua. Come cristiani siamo fortunati perché abbiamo un pozzo, anche se scarseggia il gasolio per farlo funzionare, ma l’acqua inquinata sta iniziando a portare malattie». E non molto tempo fa «1 kg di pomodori era arrivato a costare l’equivalente di 150 euro, ora si fa fatica a trovare». E mancano medicinali. «Molte persone vivono nelle tende, ma tante altre vivono proprio per strada. E non esiste più un ordine pubblico». Questa la realtà nella Striscia di Gaza.

IL DOLORE DELL’ALTRO

Se il cristianesimo è «uno stile di vita prima che una religione», ha poi aggiunto, la fede cristiana deve «parlare alla vita, deve far comprendere come la pace non significa vittoria sull’altro, sconfiggerlo, farlo tacere o sparire», ma «inclusione dell’altro, suo coinvolgimento, sentirlo parte di sé, sentire anche il suo dolore. Come cristiani abbiamo nel cuore tanto gli israeliani quanto i palestinesi. L’altro, invece – sono ancora parole del cardinale -, qui è percepito come causa del proprio dolore:ciò rende impossibile ogni dialogo.Parlare con l’altro è interpretato come tradimento». Invece, a noi cristiani, la Croce «continua ad insegnarci che il male si vince amando gratuitamente: non è utopia, incontro persone che lo vivono». Qui, invece, «stiamo affogando nell’odio veicolato anche da un linguaggio che deumanizza l’altro».

QUALE FUTURO PER I DUE POPOLI?

Riguardo al futuro dei due popoli, in Israele – ha detto il card.Pizzaballa – «esiste una procedura democratica che porterà a nuove elezioni, mentre in Palestina non è così»: di certo, «Abu Mazen non è il futuro della Palestina, e dentro la stessa popolazione palestinese  c’è il desiderio di un forte cambiamento di leadership. L’ANP dev’essere ricostruita e di certo il Governo israeliano ha grosse responsabilità nel tenerla divisa». 

Non si può tornare alla situazione pre 7 ottobre, di questo il card.Pizzaballa ne è certo: «ciò che è accaduto non si può ripetere». 

Per quanto riguarda poi i possibili attori internazionali, gli Stati Uniti come i Paesi arabi «sicuramente avranno un ruolo importante, mentre l’Europa no. Molti palestinesi continuano a dirmi: “vogliamo ricostruire con chi si è dimostrato vicino a noi in questi tempi”. E una cosa simile la dicono anche gli israeliani».

ANTISEMITISMO, DIALOGO ED EQUIDISTANZA

Alla domanda sull’aumento dell’antisemitismo, soprattutto in Europa, il cardinale l’ha definito «una forma di deumanizzazione, un problema serio. Non tutti gli ebrei sono responsabili delle scelte di Netanyahu». Per quanto riguarda, invece, i rapporti tra le confessioni cristiane, «sono ottimi, c’è più vicinanza rispetto al passato:è quindi uno stereotipo che in Terra Santa  le Chiese si facciano la guerra». E così, lo stesso dialogo interreligioso in questa zona, «deve partire dai rispettivi rappresentanti e dalla situazione concreta». Una situazione non sempre facile anche per chi, come il cardinale, si trova a svolgere un ruolo spesso di mediazione fra le parti.E non di rado viene strumentalizzato. Un recente episodio di questo tipo è stato lui stesso a raccontarlo: riguarda l’aver indossato la kefiah (simbolo del nazionalismo palestinese) in occasione della S.Messa di Natale a Betlemme lo scorso 25 dicembre: «me l’hanno fatta indossare i palestinesi per polemizzare contro la mia scelta di incontrare, il giorno precedente, il Presidente israeliano» Herzog. Un’immagine, quella di Pizzaballa con la kefiah, che a sua volta ha scatenato le critiche dell’Assemblea Rabbinica e di Noemi Di Segni, presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane (Ucei).

«La Chiesa, però, non può entrare dentro l’agone, non può sposare nessuna delle due parti: è solo sposa di Cristo. Rifiuto, quindi, letture parziali da una parte e dall’altra». Dopo gli oltre 100 morti a Gaza City nella calca durante l’assalto a camion con aiuti umanitari, di sicuro «il dialogo è venuto meno» ma, in generale – ha aggiunto -, «non credo si arriverà a uno scontro di civiltà. Le civiltà, invece, devono venir fuori in tutta la loro forza e bellezza». Sicuramente – ha proseguito -, «in Palestina c’è stato un aumento della radicalizzazione, Hamas viene vista come la miglior espressione di resistenza e del desiderio di autodeterminazione, ma ci vuole una leadership diversa in grado di neutralizzare queste derive radicali».

«LA MIA ESPERIENZA DI PASTORE»

Infine, le parole del card.Pizzaballa sul proprio servizio in Terra Santa, dove si trova da 34 anni:«nel tempo – ha spiegato – ho acquisito uno sguardo più carico di misericordia, più capace di perdono e di pazienza per gli errori degli altri, anche a causa degli errori che io stesso compio». I momenti più belli «del mio servizio sono le visite pastorali che svolgo tutti i fine settimana, a volte anche a metà settimana: è commovente vedere come la gente vive la propria fede e la vicinanza agli altri». Una nota di speranza nell’inferno.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce” dell’8 marzo 2024

La Voce di Ferrara-Comacchio

Duomo, trasformazione nel solco della tradizione

23 Feb

Il 23 marzo riapertura della Cattedrale con processione dall’Arcivescovado. A Santo Spirito serata con 200 persone per rivivere questi anni di attesa e iniziare a pensare al futuro. I prossimi lavori su protiro, Campanile, Madonna delle Grazie e facciate laterali

Alle ore 21 del 13 febbraio, al Cinema Santo Spirito ci sono solo posti in piedi. Quasi 200 persone si sono ritrovate in via della Resistenza a Ferrara mosse dal desiderio di ammirare le bellezze, nascoste e non, della loro casa: il Duomo. L’occasione era la proiezione del documentario “Tesori nella pietra”, con ideazione, regia e montaggio di mons. Massimo Manservigi e dott.ssa Barbara Giordano, e musiche di Giorgio Zappaterra. Oltre alla proiezione (già avvenuta lo scorso 15 dicembre nel Cinema di San Benedetto), è intervenuto il Direttore dell’Ufficio Tecnico-Amministrativo diocesano don Stefano Zanella per une relazione sui lavori in Cattedrale. Un evento, quello del 13 febbraio, molto atteso in sé e ancor più per il recente annuncio della riapertura della Cattedrale il prossimo 23 marzo, quando alle 17.30 vi sarà la Processione delle Palme dal Palazzo Arcivescovile al Duomo e subito dopo, proprio in Duomo, il nostro Arcivescovo presiederà la Santa Messa nella Domenica della Passione del Signore.

DON VIALI: «UN TESORO DA CUSTODIRE E VALORIZZARE»

Ad aprire la serata è stato il parroco di Santo Spirito don Francesco Viali, neo canonico del Capitolo della Cattedrale (era presente anche il terzo neo canonico, don Roberto Solera): «Oggi per noi di S. Spirito è un giorno importante perché celebriamo la solennità della dedicazione della nostra chiesa parrocchiale avvenuta il 13 febbraio 1656», ha detto don Viali. «Anche qui c’è stato un cantiere dopo i gravi danni causati dal terremoto e nel maggio del 2022 abbiamo potuto riappropriarci della nostra casa di preghiera. Sono contento che la stessa sorte si realizzi anche per la nostra chiesa madre, la Cattedrale che, come abbiamo appreso, riaprirà al culto sabato 23 marzo con la celebrazione della Domenica delle Palme. Sappiamo che nonostante la chiusura degli ultimi anni essa è rimasta, come scrive mons. Franceschi nella lettera pastorale “Amiamo questa Chiesa”, “presenza nel cuore della città … qualcosa di più di un documento e di un messaggio che ci viene dalla lontananza dei secoli […] appello a riconfermare, oggi, la tradizione assumendola con tutta la carica di nuove responsabilità che essa domanda. Una presenza gratificante e impegnativa insieme”. Questa serata – ha concluso – vuole essere l’occasione per riconoscere il tesoro che siamo chiamati a custodire e valorizzare con impegno, assieme, come comunità diocesana».

DON ZANELLA: «UNA BELLEZZA CHE SEMPRE CI STUPISCE. I LAVORI CONTINUERANNO»

«Tante sono le richieste, le domande, le critiche che le persone mi hanno rivolto in questi anni in cui la Cattedrale è stata chiusa». Don Stefano Zanella, Direttore dell’Ufficio Tecnico-Amministrativo diocesano (e neo canonico del Capitolo della Cattedrale assieme a don Viali e don Solera) è stato uno dei protagonisti della ricostruzione post sisma in Diocesi, e dei lavori nel nostro Duomo cittadino. «A Ferrara – ha proseguito – siamo sempre stati convinti di non essere zona sismica, e quindi non eravamo preparati a questo evento. Ricordo la notte di quel 20 maggio 2012. La mattina in bici come primo giro sono andato a vedere come fossero messi i tre monasteri di clausura cittadini. Poi, con l’allora Vescovo Rabitti, sono entrato in Duomo: a prima vista l’edificio non sembrava aver subito gravi danni. Erano caduti solo alcuni stucchi e candelabri». La realtà, però, era ben diversa, seppur non immediatamente visibile. «Alcuni materiali usati erano poveri, consumati. E pensare che appena pochi giorni prima, ignari di tutto, «erano state fatte perlustrazioni nel sottotetto dell’edificio per rafforzare la struttura…».

La nostra Cattedrale, «possiamo dire che non la conoscevamo così bene come la conosciamo ora». Da un dramma, un bene. Da un evento incontrollabile, la possibilità di conoscere, che è una forma maggiore di controllo e di consapevolezza sulla realtà. «Adesso – sono ancora parole di don Zanella – conosciamo meglio alcuni suoi segreti e come strutturalmente dall’impianto romanico sia stata nei secoli trasformata, fino a diventare come la vediamo oggi. E allora, quand’è stata costruita» (ma nemmeno nel XVIII secolo), «non c’era certo la documentazione che abbiamo oggi…».

Entrando poi più nel dettaglio, don Zanella ha spiegato come le lanterne – di circa 200 kg l’una – sulla facciata principale, «scoprimmo che erano sostenute da colonne in marmo consumate, con barre in ferro arrugginite. Con circa 500mila euro abbiamo dunque messo su il primo, necessario, ponteggio sulla facciata principale. Lo smog, il clima che cambia, il passaggio di mezzi pesanti davanti e di fianco al Duomo hanno anch’essi influito sulla stabilità dell’edificio». Edificio per cui ci vorrebbe «un Piano di manutenzione annuale». Arriviamo quindi al dicembre 2019, nove mesi dopo la chiusura dell’edificio: «il volto di un grifone appare dietro un mattone di un pilastro», mattone appena tolto da un muratore. «La qualità di questo volto è impressionante, sembra appena scolpito. Il muratore si commosse» davanti a questa scoperta, a questa epifania. «Poi facemmo le indagini sugli altri pilastri, scoprendo altri dieci capitelli, tesoro del nostro Duomo, che ci permettono di riscoprire la nostra storia: ad esempio che nel Medioevo il nostro Duomo era luminoso, colorato, policromo. Altro che secolo buio…».

Il Duomo, sempre per don Zanella, «è lo scrigno più bello della nostra storia e in futuro continuerà a regalarci nuove sorprese». E quello del 23 marzo «non sarà un evento solo per noi cristiani ma per l’intera città. Al bello non ci si abitua mai abbastanza», ci stupisce e sconvolge sempre: «nella nostra Cattedrale potremmo assaporare i capitelli riscoperti, rivivere i luoghi della nostra infanzia e trovare pace nella preghiera. Con la Madonna delle Grazie che ci sostiene e protegge sempre», ha aggiunto.

Pensando al futuro, «i lavori che proseguiranno nei pilastri “minori” non porteranno – ha chiarito alla fine don Zanella – a una nuova chiusura della Cattedrale. Oltre questo, i lavori proseguiranno  con due lotti coi fondi post-sisma: il primo riguardante il transetto della Madonna delle Grazie con un orizzontamento utile a rinsaldare il legame tra facciata monumentale ed il corpo della Basilica; l’altro cantiere, invece, riguarderà tutte le superfici pittoriche delle volte della navata principale e laterali, a carico dell’Ufficio Tecnico Amministrativo diocesano». Altri cantieri, curati dal Comune di Ferrara, riguardano il restauro delle facciate esterne e interne del Campanile, che dovrebbe partire entro la fine del 2024 e la facciata principale con il protiro, ancora in fase di studio ed elaborazione oltre alle facciate laterlali del Duomo, su via Adelardi e piazza Trento e Trieste. Insomma, il Duomo avrà bisogno di continui lavori».

DON MANSERVIGI: «IL CANTIERE METAFORA DELLA CHIESA»

«Troverete una Cattedrale più o meno come l’avevamo lasciata». Ha spiazzato un po’ tutti don Massimo Manservigi nel suo intervento prima della proiezione del documentario di cui è autore. Ma il senso delle sue parole è chiaro: il lungo cantiere avviato nel 2018 ha lasciato intatta la bellezza dell’edificio. «In questo risiede la ragione del documentario», ha proseguito. In questi anni c’è stato comunque un evento di trasformazione, una “distruzione” e “ricostruzione”, questo alveare di operai e restauratori che ricorda quello di secoli fa», quando le Cattedrali le costruivano. «Il documentario firmato da me e Barbara Giordano, con musiche di Giorgio Zappaterra – sono ancora sue parole – ci dice che questo cantiere è anche metafora della Chiesa: ognuno fa la propria parte e tante cose buone, tanto bene non si vede», o non subito. Proprio per questo, «nel documentario abbiamo fatto parlare i protagonisti del cantiere, scegliendo quindi di non inserire una voce narrante». Infine, un’ultima parola sulla mostra “Il Cantiere della Cattedrale”, inaugurata il 27 ottobre 2022 e rimasta visitabile fino alla nuova, temporanea chiusura dell’edificio, del 29 ottobre scorso: «La mostra rimarrà nelle transenne che ancora divideranno la navata sinistra da quella centrale».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce” del 23 febbraio 2024

La Voce di Ferrara-Comacchio

(L’immagine è tratta dalla clip di annuncio della giornata del 23 marzo: https://www.youtube.com/watch?v=15Vi5hYE0Hs)

Unità e responsabilità: l’AC diocesana ha eletto il nuovo Consiglio 

12 Feb

Domenica 11 febbraio nella storica sede di Casa Bovelli a Ferrara erano presenti una 70ina di persone: eletti 20 consiglieri su 105 candidati.Gli interventi del Presidente uscente Martucci, del nostro Arcivescovo e del Delegato nazionale Francesco Vedana

Di responsabilità si è parlato lo scorso 11 febbraio a Casa Bovelli a Ferrara in occasione della 18^ Assemblea elettiva del nuovo Consiglio diocesano di Azione Cattolica.E di senso di responsabilità, nei fatti, ne abbiamo vista tanta in questi anni dentro l’AC. Responsabilità che significa gioia ma anche fatica, fraternità e sacrificio. Memoria e futuro. Proprio alla fine del pomeriggio dell’11 in via Montebello a Ferrara, veniamo a sapere il nome della tesserata AC di Ferrara-Comacchio più anziana: è Ada Cecchi, detta Nives, di Porotto. Non una semplice curiosità ma la testimonianza di come si possa vivere l’adesione all’Azione Cattolica come momento imprescindibile pur nei differenti periodi della propria vita.

E così, a Casa Bovelli, in un pomeriggio finalmente illuminato dal sole dopo due giorni di pioggia, si sono ritrovate una 70ina di persone, fra cui una 15ina di giovani.Fra i presenti, 57 avevano anche diritto di voto per scegliere, tra i 105 candidati, i 20 membri del nuovo Consiglio diocesano.Consiglio che darà l’indirizzo alla vita associativa, che poi a sua volta eleggerà chi dirigerà l’associazione durante il prossimo mandato (2024-2027) e andrà a comporre la Presidenza diocesana. Di solito l’Assemblea elettiva diocesana si svolge ogni tre anni, ma questa volta, eccezionalmente, si è svolta dopo quattro anni dall’ultima in quanto, causa Covid, quella nazionale è stata rimandata e  quindi, a cascata, tutte quelle locali.

DON ZECCHIN E FANTINATO: «RIPARTIRE DA CRISTO»

L’Assistente Unitario don Michele Zecchin ha introdotto la giornata con un commento di At 10,34-43:«la Chiesa è sempre il suo farsi – ha riflettuto -, non è mai qualcosa di già definito. E importante per l’AC è «il continuo rifarsi al suo fondamento,cioè a Cristo e alla sua storia, senza perdersi nelle discussioni sulle strutture e sull’organizzazione. In tanti, anche nella nostra città, nei nostri territori, aspettano da noi l’annuncio del Vangelo». Riflessione ripresa nel suo breve intervento da Chiara Fantinato, vice Presidente diocesana uscente e Presidente dell’Assemblea di domenica 11: «è necessario ripartire dalla centralità della Parola, da Lui», ha detto.«Corresponsabilità è il nostro concetto di base, come AC e come Chiesa», tema ancora più importante in un contesto di «crisi motivazionale del servizio dentro l’AC e di crisi di adesioni» alla stessa Associazione.

VEDANA: «TESSERE RAPPORTI DI COMUNIONE»

E proprio di responsabilità ha parlato Francesco Vedana, delegato del Centro nazionale di AC e originario della Diocesi di Belluno-Feltre. Il responsabile di AC, ha riflettuto, «tesse continui rapporti di comunione con tutti e fa trasparire sul territorio il valore dell’Associazione come esperienza comunitaria». Inoltre, si occupa di «conservare l’unità» nell’Associazione, evitando sia lo spontaneismo quanto la burocratizzazione della stessa. «Lavora assieme agli altri sapendo di non essere indispensabile, valorizza l’intergenerazionalità e la scelta democratica». Da due sondaggi istantanei tra i presenti all’Assemblea è emerso poi come la responsabilità dentro l’AC possa far paura perché richiede «fatica», sacrificio e non per il timore di essere giudicati: quest’ultimo è senz’altro segno del rispetto e della fiducia che domina tra i membri dell’Associazione.Le parole più usate dai presenti per descrivere, invece, la bellezza della responsabilità in AC sono state, non a caso, “cura”, “dono”, “sfida” e “relazione”.

MARTUCCI: «FARE IL PRESIDENTE È UNA SCUOLA DI UMILTÀ»

Non poteva che essere sentito e commosso l’intervento di Nicola Martucci, Presidente diocesano uscente di AC dopo quattro, difficili anni: «ho sempre vissuto l’AC come luogo di crescita e di nutrimento spirituale. In questi quattro anni mi sono lasciato guidare, ho intessuto legami, favorito la comunione, ascoltato», ha detto. Il ruolo del Presidente diocesano è «una grande scuola di umiltà». Un mandato, quello di Martucci, iniziato con «l’uragano» della pandemia da Covid, che «ci ha insegnato la preziosità del tempo, che le relazioni sono il centro della nostra vita, che gli strumenti digitali non solo non possono sostituire il contatto umano ma che possono diventare gabbie dorate nelle quali nascondersi».

Non dimentichiamo, invece – ha proseguito – «che dietro ogni persona si celano domande di senso e una grande sete di infinito a cui dare risposte. E poi – ha incalzato i presenti -, «siamo capaci di farci sorprendere da chi non fa parte dei nostri soliti circuiti?». In questi quattro anni, ha riflettuto, «abbiamo provato a porci in ascolto, a interrogarci e ad essere interlocutori di tutti. È comunque sempre necessaria una seria rilettura della propria presenza nella Chiesa e nel mondo e della propria vocazione».

AlConsiglio entrante Martucci ha quindi rivolto queste parole: «serve il coraggio di scegliere quale futuro costruire assieme, abbandonando quel modello a cui siamo affezionati ma che ormai appartiene a una minoranza». Vi è, poi, la «necessità di vivificare le nostre AC parrocchiali e delle Unità pastorali: senza queste, l’AC diocesana entra in crisi.Senza questo cammino concreto nelle parrocchie e nelle UP, perdiamo il contatto con la realtà, rischiamo di essere generici. Occorre, quindi, una proposta, un “vieni e vedi”».A tutti, parroci compresi, ha quindi rivolto un appello: «c’è bisogno dell’AC, di un associazionismo solido, che formi le persone alla corresponsabilità ecclesiale. Essere responsabili e prendersi cura è bello: questo ho imparato».

MONS. PEREGO: «GUARDIAMO ALLA CITTÀ»

«Ci tengo a ribadire l’importanza di camminare insieme.Continuiamo a confrontarci per guardare meglio il cammino da intraprendere, e tendiamo la mano a chi ha bisogno, che significa anche vivere concretamente la responsabilità, sempre nel contatto diretto con le persone, per capire chi sono, sentire la loro presenza, donare loro uno sguardo di compassione». Così mons. Gian Carlo Perego nel suo intervento conclusivo all’Assemblea. Importante è, poi, lo «sguardo alla città, luogo fatto di sempre più anziani, di tanti giovani che vengono da fuori, e di bambini. Grazie – sono state le sue parole finali rivolte all’AC -, perché in questi anni vi ho sentito vicino».

Prima della proclamazione degli eletti (v. box a fianco), sono intervenuti anche Miriam Turrini per ricordare la Causa di beatificazione della Serva di Dio Laura Vincenzi, e Matteo Duò per parlare della neonata Associazione “La pulce nel cuore”, da lui presieduta, per la cura della Casa di Loiano (ne abbiamo parlato sulla “Voce” dello scorso 9 febbraio).

Ricordiamo, infine, che il prossimo 25 aprile tutta l’Azione Cattolica italiana si troverà in piazza San Pietro insieme con Papa Francesco.L’incontro aprirà idealmente la XVIII Assemblea nazionale dell’associazione (“Testimoni di tutte le cose da Lui compiute”), che proseguirà da venerdì 26 fino a domenica 28 aprile.

***

Ecco i 20 Consiglieri eletti. Diversi i giovani presenti

VICARIATI

Vicariato S.Caterina de Vigris: Chiara Fantinato e Francesco Ferrari. 

Vicariato SanMaurelio: Giacomo Forini e Aurora Righi. 

Vicariato Beato Tavelli: Elena Orsini e Fausto Tagliani. 

Vicariato San Giorgio: Emanuela Celeghini e Maria Cecilia Gessi. 

Vicariato Sant’Apollinare: Marina Guidoboni e SaverioAnsaloni. 

Vicariato San Cassiano: Cecilia Cinti e Luca Bianchi. 

Vicariato San Guido: nessun eletto. 

Vicariato urbano Madonna delle Grazie: Monia Minghini e Sara Ferioli.

Per l’ACR sono stati eletti Matteo Duò e Cristina Scarletti. 

Per i Giovani, Paolo Luciano Ferrari e Claudia Vannella. 

Infine, per gli Adulti, Chiara Ferraresi e Bernardetta Forini.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce” del 16 febbraio 2024

La Voce di Ferrara-Comacchio

(Foto Pino Cosentino)

Tutto del Signore e della sua gente: ritratto di don Giuseppe Crepaldi

7 Feb

87enne parroco di Masi Torello, sempre al fianco di chi ha bisogno

«Con Gesù ritornano più facili e sereni i rapporti con i fratelli; si fa viva la responsabilità dei doveri quotidiani; ci si apre alle necessità di famiglie, di poveri e di infermi». La lunga vita di don Giuseppe Crepaldi (per tutti, Dongiu) si può riassumere così, con le sue stesse parole affidate al nostro Settimanale “La Voce” il 20 maggio 2020, alla fine del primo doloroso lockdown anti covid. 

La storia di don Crepaldi è la storia di un’esistenza totalmente consacrata al Signore nella carità quotidiana ai fratelli e alle sorelle…

Leggi l’articolo integrale qui.

Pubblicato anche sulla “Voce” del 9 febbraio 2024

La Voce di Ferrara-Comacchio

«Un angelo ci parla del Paradiso»: la piccola Elena e la sua vita in Cristo

24 Gen

È tornata alla Casa del Padre a 17 anni la ragazza vittima di un grave incidente nel 2016. Ecco la sua esistenza spesa nella fede nel Signore, nell’amore e nella preghiera. Tante le persone che grazie a lei hanno riaperto il cuore a Gesù

di Andrea Musacci

In quel tempo Gesù disse: «Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli». (Mt 11, 25)

Elena piccola e fragile, Elena forte e matura. Elena bambina, Elena modello di fede. Elena immobile, Elena che cammina nelle vite delle persone. Elena che è morta e risorta mille volte, Elena sempre viva.

È una storia straziante e magnifica quella che ci arriva dalle porte di Ferrara: è la storia di Elena Marangon, una bambina mai diventata donna, un’anima speciale, il cui calvario, la cui forza, la cui fede genuina stanno portando a Cristo sempre più persone.

L’INCIDENTE

È il 7 settembre 2016, siamo in provincia di Rovigo: un terribile incidente stradale tra Adria e Corbola costa la vita a Gino “Angelo” Firenzuola, 72 anni, residente a Cologna vicino Berra. “Angelo” è il nonno affidatario della nostra piccola Elena, 10 anni, che nell’incidente si salva assieme ad altri due nipotini, un maschio e una femmina, e alla nonna Maria Rita Smanio (che passerà tre mesi in ospedale).

Natascia, figlia di Gino e Maria Rita, in un colpo solo rischia di perdere i genitori e una delle sue figlie in affido. Intubata e caricata a bordo dell’elicottero per essere trasportata all’Ospedale di Padova, Elena subirà diversi interventi che le salveranno la vita ma rimarrà con un forte deficit motorio fino al 20 dicembre 2023, giorno del suo ritorno alla Casa del Padre. 

Proprio nel trigesimo, sabato 20 gennaio, il nostro Arcivescovo ha presieduto la S. Messa in sua memoria nella chiesa di Santo Spirito. 

RINASCERE, SEMPRE

Natascia Firenzuola e il marito Riccardo Vassalli sono i genitori affidatari di Elena. In particolare, Natascia ha lavorato come educatrice e operatrice sanitaria con minori, anziani e disabili e oggi si occupa appunto di minori in difficoltà. Elena nasce l’11 luglio 2006 e quando ha appena 20 giorni viene affidata alla coppia: «è la cosa più bella che il Signore mi ha donato», ci racconta Natascia. 

Una grazia vera e propria, una vita appena nata ma già da far rinascere. Fin dai primi anni di vita, Elena si dimostra una bambina particolarmente affettuosa, legata ai genitori e ai nonni affidatari. «Con me – ci racconta la nonna Maria Rita – amava lavorare a maglia, cucinare, pulire, assistermi quando tiravo il collo alle galline…». Una bambina sempre obbediente e molto più matura e responsabile della sua età anagrafica. Una maturità e genuinità che le facevano dire, spesso anche agli adulti, ciò che pensava, anzi ciò che andava detto, la verità delle cose.

Poi inizia il periodo della scuola con le Materne, le Elementari e le Medie. Fino all’incidente di quel maledetto 7 settembre 2016, che segnerà la vita di Elena e della sua famiglia in maniera irreversibile. Ma che aprirà gli occhi e il cuore di tante persone. 

Elena sarà ricoverata tre settimane in terapia intensiva pediatrica all’Ospedale di Padova, poi 11 mesi al Centro San Giorgio di Ferrara per la riabilitazione, alternando alcuni periodi in pediatria. E poi, a parte due mesi di ricovero al Sant’Orsola, sarà sempre a casa, curata e amata dalla sua famiglia. 

Fondamentale sarà anche l’aiuto della fisioterapista Barbara Bellagamba, che ha seguito la ragazza per sei anni. Elena, piccola guerriera, continuerà a rimanere sempre lucida, consapevole, comunicando solo con gli occhi. All’inizio, grande è il dolore e lo shock in tanti amici e conoscenti: il suo allenatore di pallavolo, ad esempio, dopo quell’episodio decide di non allenare più. Dopo due anni di sosta obbligata, Elena riprende anche gli studi, concludendo le Medie e iscrivendosi a un Istituto Superiore di Ferrara, dove sta collegata in dad 4 ore al giorno per seguire le lezioni. Lo scorso ottobre, Elena ha fatto in tempo ad andare a visitare i propri compagni di classe, appena due mesi prima di morire: «avrebbe dovuto starci 15 minuti – ci racconta Natascia -, ma alla fine è rimasta lì 1 ora e mezza, tante erano le domande e tanto l’affetto dei compagni». 

Ora riposa nel cimitero di Mezzogoro (paese d’origine dei genitori naturali), ma una sua foto è stata posta nella cappella della famiglia di Natascia, di fianco all’amato nonno Gino.

TESTIMONE DELLA FEDE

Una bambina avvolta dalla grazia era Elena. «Sempre altruista – ci racconta Natascia -, portava a scuola due merende, una per sé e una per una sua compagna, nel caso questa non l’avesse avuta». A 5 anni i genitori scoprono la sua celiachia: «desiderava fare l’Istituto alberghiero per aiutare le persone che come lei soffrivano di questa malattia». 

Ma tanti cuori, Elena, ha toccato anche con quel suo naturale senso religioso, quell’inclinazione, che sembra innata, alla preghiera: «diverse persone grazie al suo esempio – prosegue Natascia – hanno ricominciato ad andare a Messa, a comunicarsi. Persone che da tanti anni avevano perso la fede o non l’avevano mai avuta, hanno riaperto i loro cuori a Gesù». Per la sua Prima Confessione il parroco le diede, come da tradizione, un libricino per imparare a recitare il Santo Rosario. Elena se ne innamorò: fu, quella, una delle fonti della sua grande forza. «Aveva fatto sua l’importanza della preghiera», prosegue Natascia. «Nei momenti di sconforto andava a pregare davanti a una grande statua con la Madonna e Gesù Bambino». Si tratta di una scultura lignea – un tronco intero in noce – scolpita da Fratel Giuseppe Piccolo (morto nel 2021, Direttore della Città del Ragazzo dal 2000 al 2003), posta nel porticato della casa dei nonni Maria Rita e Gino. Una statua strappata all’abbandono essendo stata trovata nel cortile dell’ex studentato in via Borsari a Ferrara fino ad allora gestito dall’Opera “Don Calabria”. 

Un bisogno di un dialogo col Signore, quello di Elena, che la seguiva ovunque: «Nel 2016, qualche giorno prima dell’incidente, si ruppe un braccio in piscina: nel tragitto verso l’ospedale pregava la Madonna invece di piangere e urlare», come avrebbe fatto qualsiasi bambino. «Oppure, quando andavamo in gita, se in macchina passavamo davanti a una chiesa si voleva sempre fermare per entrare e accendere una candela, dire una preghiera. E sgridava i propri compagni se in chiesa non cantavano», lei che adorava cantare per il Signore. «Una bambina di altri tempi, insomma». 

LUCENTEZZA DIVINA

Elena nei suoi 17 anni di vita ha sofferto tutte le sofferenze immaginabili: emotive, psicologiche, fisiche. Un vero e proprio calvario, il suo. «Ma mai – proseguono Natascia e Maria Rita – le è venuta meno la voglia di vivere e la fede in Dio». Elena non solo convertirà, grazie al suo esempio, diverse persone ma spingerà molti a pregare per lei: il gruppo di preghiera del suo paese dieci giorni dopo l’incidente organizza un pellegrinaggio al santuario di Chiampo, nel vicentino; per un lungo periodo, sempre dopo l’incidente, la mattina alle 7 a casa di Natascia si recita il Santo Rosario, con diverse persone presenti fra cui il parroco. E don Alessandro Denti, a inizio 2017, poco prima di morire, l’ultima Messa la celebra proprio per Elena e nonno Gino. La stessa Elena, pochi giorni prima di tornare al Padre, riceve la Comunione a Cona, dove trascorrerà due giorni ricevendo la visita, fra gli altri, dell’allora cappellano don Andrea Martini e dei medici di famiglia Francesco Turrini e Matilde Turchetti. Anche il nostro Vescovo mons. Perego prenderà a cuore la vicenda di Elena, incontrandola più volte sia a casa sia in ospedale.

Ciò che rimane come segno dell’Eterno è «la purezza e lucentezza negli occhi di Elena, pietra scartata che è diventata pietra d’angolo», aggiunge Natascia fra quelle lacrime che però non le tolgono il sorriso nel ricordare il suo «angelo». «Elena è ancora molto presente, col suo spirito è sempre con noi». Continua la sua “opera” con le tante conversioni e con le testimonianze di chi ha imparato la gioia vera, imperitura grazie al suo sorriso, alla sua fede semplice e inscalfibile. «Elena ora ci assiste da Lassù e ci dice che il Paradiso esiste». I suoi occhi ne erano una dolce anticipazione.

S. Messa e testimonianze a Santo Spirito

Sabato 20 gennaio a Santo Spirito Elena ha radunato tante persone, segno dell’amore che ha sparso in tanti cuori: le compagne e i compagni delle Elementari, delle Medie e delle Superiori, oltre alle maestre, agli insegnanti, ai presidi e dirigenti scolastici. Alcuni di loro hanno accompagnato la liturgia – celebrata da mons. Gian Carlo Perego assieme a don Giacomo Granzotto – con le chitarre e un flauto e le letture sono state curate da persone che l’hanno conosciuta, mentre la liturgia è stata accompagnata dal coro parrocchiale dove ha vissuto. Dopo la Messa, un grande pallone con una pergamena contenente le firme dei suoi ex compagni è stato fatto volare sopra la chiesa e a seguire, il Cinema parrocchiale ha ospitato un filmato con diverse foto e video di Elena, realizzato da un suo ex compagno di scuola assieme a Natascia e ad alcune mamme, nel quale si racconta la vita della ragazza dalla nascita fino alle ultime settimane di vita. 

A fine Messa, in chiesa sono stati letti alcuni ricordi, fra cui quello della sorella di Elena: «il tuo ricordo mi terrà compagnia nelle notti insonne, resterà la tua anima ad amarmi». E ancora: «grazie a te mi sono ritrovata quando mi ero persa, con te mi sentivo a casa». Un’altra lettera molto toccante è quella scritta da una persona che ha voluto bene ad Elena, immaginando fosse proprio la ragazza a scriverla alla mamma Natascia: «Tu mi hai insegnato a parlare, a camminare, a ridere. Mi hai insegnato a vivere», è un passaggio. «Ma soprattutto mi hai insegnato che cosa significhi volere bene, e che per farlo, a volte, è necessario mettersi da parte». «Elena per me è stato un fiore di grazia, una grande testimonianza di come la verità nasca dalla carne», scrive invece Francesco Turrini. «È stata mia paziente nel suo ultimo anno di vita, nel mio primo anno come Medico di Famiglia a Ferrara. Il mio caso più “complesso”. Sono stato spesso a casa di Elena e tutta la sua famiglia. Ho avuto il privilegio di stare di fronte alla sua “carne”, vederla, toccarla e ascoltare il suono di quei polmoni che vibravano di una risonanza che è quella del nostro corpo segno dell’Infinito che porta dentro». 

«Elena non è stata guarita fuori – ha detto il Vescovo in un passaggio dell’omelia -, ma è stata guarita e liberata dentro da tutto ciò che allontana. Elena è stata purificata dall’amore di Dio e dall’amore dei familiari, del prossimo. Cari fratelli e sorelle, guardando ad Elena, oggi nella casa del Padre, ma in comunione con noi, impariamo a desiderare sempre qualcosa di più dalla nostra vita».

Pubblicato sulla “Voce” del 26 gennaio 2024

La Voce di Ferrara-Comacchio

Caino e Abele tra sangue e peccato, vendetta e perdono

17 Gen

Conferenza di Piero Stefani lo scorso 13 gennaio in Biblioteca Ariostea a Ferrara: «la fratellanza qui si intende come luogo della responsabilità, del prendersi cura»

Un’oscura forza esterna che fa scorrere sangue fraterno, sangue di uomo per la prima volta nella storia dell’umanità. È il racconto di Caino e Abele, oggetto di un’interessante e originale conferenza dal titolo “Caino e Abele nella Bibbia e nel Corano”, ideata e tenuta dal biblista ferrarese Piero Stefani la mattina del 13 gennaio nella Sala Agnelli della Biblioteca comunale Ariostea di Ferrara. 

L’incontro, a cura di “Biblia” (Associazione laica di cultura biblica di Firenze di cui Stefani, studioso dei rapporti tra ebraismo, cristianesimo e islam, è presidente), Istituto Gramsci e Gruppo SAE di Ferrara, può essere rivisto anche sul canale You Tube “Archibiblio web”.

NELLA BIBBIA

«Abele è il primo umano che sperimenta la finitezza, la morte, non solo nel senso di mortale ma di uccidibile», ha spiegato Stefani analizzando il capitolo 4 di Genesi. «Dal punto di vista etico, l’uccisione di Abele da parte di Caino sta a significare che ogni omicidio è un fratricidio, per la comunanza fra le creature. Dal punto di vista dell’antropologia culturale, invece, emerge la reciproca sottrazione tra le due figure, in quanto una, Caino, agricoltore, è sedentario e custodisce, mentre l’altra, Abele, in quanto pastore è mobile e “invadente”».

Inoltre, è in questo capitolo che «per la prima volta nella Bibbia appare il termine peccato» («il peccato è accovacciato alla tua porta», Gen 4,7). E appare in riferimento a Caino. In questo senso, quindi, per Stefani, «il peccato non significa una trasgressione della legge ma una forza che dall’esterno rispetto al soggetto lo spinge a compiere un’azione violenta, lo minaccia costringendolo a resistervi».

Questa minaccia porterà, dunque, Caino a compiere il noto fratricidio: Stefani ha quindi proseguito spiegando come in questo capitolo di Genesi il termine “fratello” ricorra sette volte e sempre in riferimento a Caino. «La fratellanza qui si intende come luogo della responsabilità, si manifesta cioè nell’atto di prendersi cura dell’altro» («Dov’è Abele, tuo fratello?». Egli rispose: «Non lo so. Sono forse il guardiano di mio fratello?»). Il non prendersi cura, inoltre, non porta solo all’omicidio ma, in relazione al concetto di sangue, «all’eliminare la potenziale discendenza della vittima».

E un’ulteriore conseguenza di questo atto, oltre all’uccisione in sé – ha proseguito Stefani – sta anche «nel disperare dopo, come fa Caino, di ottenere perdono» («Troppo grande è la mia colpa per ottenere perdono!», grida).

NEL CORANO

Di Caino e Abele si narra anche nel testo sacro dell’Islam, per la precisione nella sura V dal titolo “La tavola imbandita”.

«A differenza della Bibbia – ha proseguito il relatore -, qui Abele parla, cerca cioè di contrapporre alla violenza fisica del fratello la parola, anche se inutilmente. Non risponde, quindi, alla violenza con la violenza ma si appella al giudizio, alla punizione di Dio».Un concetto, questo, particolarmente valorizzato da certi pensatori – molto minoritari – della nonviolenza islamica, fra cui Jawdat Said, autore di “Vie islamiche alla nonviolenza”.

NELL’ICONOGRAFIA

Dopo i due testi, Stefani ha deciso di concludere la propria riflessione analizzando due opere artistiche raffiguranti le vicende legate a Caino e Abele.

La prima, presente nello “scalone dei morti” della Sacra di San Michele a Sant’Ambrogio di Torino, è un capitello raffigurante Caino che sta per uccidere il fratello: «in questa raffigurazione – ha spiegato Stefani -, il bastone di Caino non tocca la testa di Caino, forse a voler simboleggiare un’uccisione potenziale, quell’ultimo decisivo istante in cui ci si può arrestare, in cui la violenza può non essere compiuta». 

La seconda immagine scelta è quella della lastra “Morte di Caino” realizzata da Wiligelmo nel XII secolo e conservata nel Duomo di Modena: «qui – sono ancora parole del relatore – si riprende un’interpretazione secondo cui Caino sarà vendicato alla settima generazione. La logica della vendetta non viene quindi del tutto espunta, ma solo rimandata, dalla tradizione cristiana». 

Ma parole di speranza sono state pronunciate da don Andrea Zerbini nel suo intervento introduttivo alla relazione di Stefani: «in questa vicenda – ha detto – c’è sì la violenza ma anche il riaprire alla vita e all’alleanza creaturale di Caino. Insomma, c’è sempre un’alternativa alla violenza» (v. Gen 4, 17-26).

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce” del 19 gennaio 2024

La Voce di Ferrara-Comacchio