Paolo, nostro collaboratore dal 1967, ci ha lasciati il 20 ottobre 2024: lo ricordiamo col libro che tanto desiderava e un incontro giovedì 18 dicembre a Casa Cini
[Qui la locandina dell’iniziativa del 18 dicembre]
di Andrea Musacci
È con grande commozione che come Voce presentiamo il libro di Paolo Micalizzi dal titolo Passione cinema. Oltre un secolo di film, volti e storie, che esce come supplemento della nostra rivista. Paolo ci ha lasciati il 20 ottobre 2024 (erano giorni miti e piovosi) e fino all’ultimo è stato un fedele e costante collaboratore del nostro Settimanale.
Il libro è una sorta di antologia-testamento: raccoglie oltre 25 anni di collaborazione con la Voce, dal 1999 al 2024. Ho avuto la fortuna di curare questo volume, ma più che curatore ne sono stato co-curatore, insieme a Paolo. Questo, infatti, non è un libro dedicato a lui ma è il suo libro, il libro che lui ha desiderato, sognato, che ha ideato e organizzato, col sostegno mio, di don Massimo Manservigi e di Laura Magni.
Il volume verrà presentato – in collaborazione col Circolo della Stampa di Ferrara – giovedì 18 dicembre alle ore 17.30 a Casa Cini, Ferrara (via Boccacanale di Santo Stefano, 24 – v. locandina a pag. 5). Il volume (prezzo 15 euro) sarà acquistabile in quell’occasione o successivamente a Casa Cini (contattare il numero 350-5210797) o nella Libreria Paoline di via San Romano.
IL LIBRO: GENESI E STRUTTURA
Gli articoli contenuti in questo volume sono stati pubblicati nella rubrica settimanale Panorama Cinema, poi diventata Cinenotes. Il lavoro per la pubblicazione inizia nel 2024 con la scelta degli articoli, la correzione, il disporli in senso cronologico (il più vecchio è del giugno 1999 ed è dedicato a Mario Soldati; i più recenti sono dell’aprile 2024 e sono due articoli “religiosi”, uno sulla Cattedrale di Ferrara e l’altro sulla figura di Gesù Cristo nel cinema); e poi il dividerli per macro sezioni (Cinema italiano, Cinema internazionale, Cinema ferrarese, Cinema religioso); e le prime due macrosezioni – le più corpose – nel suddividerle a loro volta in cinque sottosezioni: Dive&Divi, Maestri della regia, Storia, arte e letteratura, Protagonisti della settima arte, Coppie: gli indivisibili. Poi vi è stata la stesura degli indici (quello generale e quello dei nomi) e la scelta delle immagini. E a proposito di queste, Paolo per la copertina mi aveva suggerito di usare una locandina del cinema dei fratelli Lumière del 1895.
(Leggi l’articolo intero e il ricordo scritto da Maurizio Villani qui).
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 12 dicembre 2025
La sottosezione di Ferrara festeggia i suoi primi 90 anni di vita: in crescita i soci e i partecipanti ai pellegrinaggi. Il ricordo delle origini, con il gruppo alla Montedison
Era gremito di volti e storie il Salone di Casa Cini lo scorso 6 dicembre in occasione dello storico Convegno dell’Unitalsi di Ferrara, che cade in occasione del 90° dalla nascita (1935-2025). Convegno a cui è seguita la Messa nella chiesa di Santo Stefano e un momento conviviale nella canonica di Santo Stefano.
A Casa Cini han preso innanzitutto la parola per un breve saluto Alberto Gardini, Vicepresidente regionale Unitalsi Emilia-Romagna – che poi ha donato all’Unitalsi di Ferrara una pergamena in ricordo del 90° anniversario – e l’Assessora di Ferrara Cristina Coletti. L’Assistente spirituale don Giovanni Pisa ha guidato la preghiera iniziale prima della relazione di Neda Barbieri, Presidente Unitalsi Ferrara: «l’Unitalsi unisce l’esperienza di fede al volontariato di tutti i giorni», ha detto, prima di presentare il libro “Quel treno per Lourdes” di Gianni Fiocchi, volontario dell’Unitalsi Ferrara e del Serra club locale, tornato al Padre lo scorso marzo (del libro parleremo in maniera più approfondita nel prossimo numero). «Le bozze del libro – ha raccontato Barbieri – ci sono state consegnate come Unitalsi da Mario Cova delSerra club ferrarese; così, abbiamo raccolto un po’ di donazioni per la stampa, avvenuta pochi giorni scorsi». A tal proposito, a seguire è intervenuto anche il ferrarese Alberto Lazzarini, alla guida del Serra club regionale, che ha illustrato il Quaderno di Fiocchi, «uomo capace di forti testimonianze di fede, semplici nella modalità ma grandi nella consistenza effettiva».
Tornando alla storia del’Unitalsi, la sottosezione di Ferrara nasce nel maggio del 1935 con primo presidente l’avv. Giuseppe Devoto (morto nel ’52). «Ma ai pellegrinaggi a Lourdes e a Loreto alcuni ferraresi partecipano fin dal 1931», ha detto Barbieri. Dalla sottosezione Unitalsi di Ferrara nacquero poi quella di Comacchio e quella alla Montecatini nella nostra città: «l’Unitalsi ai tempi era una delle poche associazioni con sottosezioni anche nelle fabbriche. A inizio anni ’50 la Montedison offriva viaggi in Francia per dipendenti meritevoli: alcuni ferraresi nel ’53 andarono a Lourdes rimanendo molto colpiti dalla fede che si respirava e dai tanti volontari». Uno degli operai disse di ritorno da Lourdes: «Abbiamo vissuto un’esperienza sconvolgente, un totale cambio di indirizzo alla nostra esistenza (…). Il Signore aveva fatto la Sua chiamata e noi come figli abbiamo risposto».
Da loro quindi iniziò il servizio per gli operai malati della Montedison, «e ancora oggi facciamo ogni Pasqua una Messa al Petrolchimico, grazie in particolare a Tonino Savadori», ha aggiunto la Presidente.
L’Unitalsi nazionale nacque invece nel 1903 grazie alla conversione di Giovanni Battista Tomassi, nobile 23enne affetto da una grave forma di artrite deformante irreversibile che lo costringeva in carrozzella da quasi dieci anni. Tomassi chiese di partecipare al pellegrinaggio con l’intenzione di togliersi la vita con un colpo di pistola davanti alla grotta di Massabielle. E invece proprio lì inizio una nuova vita, si convertì e in lui nacque il desiderio di dar vita a un’associazione, quella che sarebbe diventata l’Unitalsi.
Barbieri ha poi spiegato come Unitalsi sia presente in tutta Italia con diverse Case di accoglienza, sia attiva con la Protezione civile e col Servizio civile, e come dal 2009 sia parte del progetto Cuore di latte col quale aiuta, sempre con una Casa, bambini disabili a Betlemme.
La Presidente ha poi spiegato come il servizio di Unitalsi Ferrara si basi sulla preghiera, la formazione, l’amicizia, le vacanze condivise, le feste e altri momenti conviviali (concerti, pranzi, compleanni, ricorrenze). E la festa di Capodanno che, come da tradizione, «si svolgerà anche quest’anno». Venendo ai numeri, nel 2025 sono stati 1427 i partecipanti ai pellegrinaggi di tutte le Unitalsi della nostra Regione, di cui 123 ferraresi (dei quali 22 persone con disabilità, 39 volontari e il resto semplici pellegrini).Dati in aumento: ad esempio, nel 2024 erano stati 49 i pellegrini per Lourdes, diventati 60 quest’anno. Così come in aumento sono i soci, 211 nel 2025 (nel 2021 erano 133). Sempre nel 2025, per l’Unitalsi di Ferrara sono state 300 le uscite con accompagnamenti, oltre 100 le visite in casa o struttura, 236 i trasporti, oltre 50 le assistenze e le visite in ospedale. Ma si guarda già al futuro: per il 2026 sono previsti diversi pellegrinaggi, fra cui dal 9 al 13 febbraio, in pullman, il primo a Lourdes. Una novità per il prossimo anno riguarda, poi, di nuovo la possibilità di pellegrinaggi in treno: si tratta di quello a Lourdes del 23-28 agosto e di quello ancora a Lourdes del 23-29 settembre, quest’ultimo con anche la possibilità del pullman.
È poi intervenuto il nostro Arcivescovo mons. Gian Carlo Perego che ha riflettuto a partire dall’Esortazione Dilexi te di Papa Leone XIV (ma iniziata da Papa Francesco): «la qualità della fede cristiana dipende dalla qualità dell’amore cristiano», ha detto.«La carità cristiana non è nell’orizzonte della beneficenza, ma della Rivelazione», scrive il Papa: «in ogni gesto d’amore, infatti, facciamo nostro l’amore che Dio ha avuto e ha per noi». La preferenza per i poveri e i malati «non è esclusiva, cioè non esclude tutti gli altri, ma anzi è inclusiva, cioè è la base di partenza per l’amore verso ogni persona». IlVescovo ha poi ripercorso brevemente il ruolo della Chiesa, delle sue donne e dei suoi uomini nei secoli a favore dei poveri, compresa la nascita del primo nucleo dell’Ospedale Sant’Anna a Ferrara nel 1443 grazie al Vescovo Tavelli.E ha quindi parlato del forte impegno, anche oggi, delle varie associazioni cattoliche e dei diversi ordini religiosi della nostra Chiesa – locale e non – nell’ambito dell’assistenza e dell’accompagnamento ai malati.
Nell’omelia della Messa a S.Stefano ha invece detto in un passaggio: «Il Bollettino ufficiale della nostra Arcidiocesi del maggio del 1935, mentre augurava al Consiglio “fecondo lavoro di pace e di bene” ricordava che il primo Consiglio era formato dal Presidente, avv. Devoto Giuseppe e di consiglieri: avv. Maffei Giuseppe, Marta Nonato Castellani, Maria Bottoni, Avv. Filippo Lodi e dall’assistente ecclesiastico don Antonio Abetini. Era l’anno in cui l’Arcidiocesi festeggiava solennemente l’VIII centenario della dedicazione della Cattedrale. Da allora, in questi 90 anni l’Unitalsi ha superato il tornante di una guerra, con la distruzione e la morte di molti concittadini, la ricostruzione e la Democrazia, le crisi economiche, le migrazioni, il covid che hanno segnato profondamente le famiglie, la riforma sanitaria e l’accompagnamento dei malati, i giubilei e i pellegrinaggi a Lourdes e nei diversi santuari. Un patrimonio di umanità nasce da questi 90 anni dell’Unitalsi, di gratuità, di consolazione, di festa».
Andrea Musacci
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 12 dicembre 2025
Romeo Farinella (urbanista di UniFe) è intervenuto per la presentazione del libro Spazi pubblici, usi privati di Italia Nostra: «così non c’è futuro»
di Andrea Musacci
Una città senza visione, quindi senza futuro, dove le società private la fanno sempre più da padrone, a scapito del governo pubblico e del ruolo della partecipazione dei cittadini.
È un’analisi dura ma necessaria quella emersa lo scorso 4 dicembre dall’incontro svoltosi nella Sala Agnelli della Biblioteca Ariostea di Ferrara, incontro dal titolo Spazi pubblici, usi privati: l’impatto dei grandi eventi sui luoghi storici e naturali.
Il titolo è lo stesso del libro (ed. La Carmelina) presentato per l’occasione, curato da Lucia Bonazzi, promosso da Italia Nostra – Sezione di Ferrara, e uscito lo scorso giugno. Proprio Bonazzi ha dialogato con Romeo Farinella, urbanista dell’Università degli Studi di Ferrara, mentre le introduzioni sono state affidate a Giuseppe Lipani, presidente della sezione ferrarese di Italia Nostra, e a Patrizio Bianchi, titolare della Cattedra Unesco “Educazione, crescita, uguaglianza” dell’Università degliStudi di Ferrara.
FARINELLA: «SERVE PIÙ SINERGIA E RUOLO DEL PUBBLICO»
«Si parla tanto di partecipazione, ma la vera partecipazione è un gioco di attori, deve riguardare tanto la cittadinanza attiva quanto le istituzioni»: così Romeo Farinella fin dalle prime battute del suo intervento ha messo il dito nella piaga di una delle contraddizioni o meglio, mistificazioni, dell’ambito del confronto pubblico nella nostra città. «Se manca l’interlocuzione tra queste parti», se – cioè – la partecipazione è solo quella dal basso, dei cittadini, «è a senso unico, è meramente formale, burocratica», ha aggiunto. Partecipazione che significa anche «conflitto, elemento essenziale nelle democrazie».
Altro punto importante toccato da Farinella riguarda «l’importanza di ragionare in termini sinergici tra città, tra realtà locali: Ferrara purtroppo lo fa poco». Ad esempio, «gli Atenei di Ferrara, Modena e Bologna, pur vicini, non dialogano e collaborano tra loro» (considerando anche il fatto che «Ferrara è una città con l’università ma non ancora una città universitaria»). In questo, la gestione dei grandi eventi è emblematica, essendo «all’insegna della competizione fra le città».
Nella nostra città – ha proseguito Farinella – «il Progetto Mura e dell’Addizione verde invece di essere considerati un punto di ripartenza, e quindi un laboratorio per ripensare la città e i suoi spazi pubblici, sono stati e sono vissuti come un punto di arrivo». Insomma, anche negli attuali amministratori pubblici di Ferrara «manca un progetto di città, una visione, una strategia; anzi, una strategia c’è ed è proprio quella che l’attuale Amministrazione sta attuando: sempre più parcheggi, anche in centro e in luoghi tutelati come la Certosa, e un aumento dell’accesso dei veicoli nel centro storico». Servirebbero invece «più treni invece di pensare al rafforzamento delle strade». Una critica Farinella l’ha rivolta anche in merito a un recente incontro pubblico: «alcuni giorni fa all’iniziativa in Municipio in occasione dei 30 anni dal riconoscimento UNESCO per Ferrara e il Delta, non si è parlato di quest’ultimo e non vi sono stati interventi riguardanti i problemi di Ferrara e della sua urbanistica».
«Perché – si è chiesto ancora il relatore – UniFe non ha dato vita a un laboratorio sulla città?»: questo è un altro esempio di mancata sinergia/dialogo tra le istituzioni.E vale anche per le precedenti Amministrazioni comunali». E a proposito di dialogo e di partecipazione, per Farinella risulta «imbarazzante» che nella nostra città «non esista più un Urban Center», cioè l’organismo che fino a pochi mesi fa svolgeva funzioni cruciali come «attività di ascolto, informazione, analisi di casi, accompagnamento delle comunità, supporto alla promozione delle iniziative», oltre alla gestione degli strumenti online e al coordinamento del Gruppo di lavoro “Beni comuni”.
Altrettanto «imbarazzante» è il fatto che «non esista un Museo della Città di Ferrara, altro segno della mancanza di strategia di chi ci amministra», oltre alla «scarsa manutenzione dello spazio pubblico, all’interno di un serio “Piano del verde”. Ma anche di questo, a livello delle istituzioni non se ne parla…».
Le riflessioni conclusive di Farinella sono state più generali, ancor più profonde e han riguardato «il venir meno, negli ultimi decenni, di una dimensione comunitaria, e di un crescere di quella individualistica». A ciò si affianca sempre più il problema del «modello di sviluppo» delle nostre società, nelle quali «il governo pubblico dei processi è sempre più debole», ad esempio «nell’assumere sempre meno professionisti» nello stesso pubblico, «delegando a privati attività un tempo a carico dell’Amministrazione pubblica»; mentre sempre più potere – si veda riguardo alla stessa scelta e gestione dei grandi eventi – «lo hanno società private». Senza pensare al fatto che «quando una città esalta i grandi eventi come volàno di sviluppo, vuol dire – appunto – che è una città senza visione, quindi senza futuro».
GLI ALTRI INTERVENTI: NUOVE REGOLE E MAGGIOR TUTELA DEI BENI COMUNI
«Come Italia Nostra ci auspichiamo che si arrivi a un Regolamento ufficiale, quindi nei termini di legge, su cosa si può fare e cosa no al Parco Urbano di Ferrara», ha detto Lucia Bonazzi: «quali e quanti eventi, con quanti spettatori, con quanti decibel».E «chiediamo che il Parco Urbano sia maggiormente tutelato, o attraverso un vincolo paesaggistico o rendendolo zona di protezione speciale della Rete UE “Natura 2000″», nato appunto per la conservazione della biodiversità. Per i grandi eventi, andrebbe invece «valorizzata l’area nella zona meridionale della città».
Lipani ha invece auspicato nella nostra città un «guardare in maniera integrata»: sviluppo e tutela possono andare assieme» e lo sviluppo, quindi, «non segua la mera logica del mercato». Se i beni comuni sono «il patrimonio ereditato dai padri», la loro tutela «non può non essere partecipata»: non vanno quindi considerati come «un insieme di risorse da consumare», ma beni per cui «mettere a disposizione le proprie competenze e conoscenze». Lavorare assieme, insomma, «all’insegna della reciproca responsabilità», una «co-produzione di conoscenze che diventa co-progettazione».
Sprazzi utili per la riflessione li ha regalati anche Bianchi, trattando innanzitutto della partecipazione da intendere come «capacità di sentire individualmente e collettivamente la responsabilità», o del «rapporto tra patrimonio e sviluppo, da ridefinire considerando non solo il patrimonio tangibile, ma soprattutto quello intangibile, immateriale». E infine, l’accento sull’importanza di «tornare a ragionare sul lungo periodo, anche riguardo ai grandi eventi», e «pensando a tutte le possibili ricadute, considerando la città tutta assieme, non a comparti separati».
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 12 dicembre 2025
Gian Pietro Testa, morto nel gennaio 2023, oltre che giornalista affermato e scrittore originale, coltivava anche una passione per la pittura. Giorgia Mazzotti ci parla dei suoi soggetti cristici e della sua profonda e antica amicizia con Baratella
Appena due mesi prima dell’amico Paolo Baratella (e due settimane prima di Gianfranco Goberti), il 7 gennaio 2023 moriva il giornalista e scrittore ferrarese Gian Pietro Testa. In occasione dei 90 anni dalla nascita (il 24 settembre 1936) nella sua città gli viene dedicata una mostra, Far luce nel buio: Gian Pietro Testa tra giornalismo d’inchiesta, poesia e arte. A Palazzo Turchi di Bagno (corso Ercole I D’Este, 32), fino all’8 dicembre sono esposti alcuni suoi dipinti oltre a foto e documenti che delineano la sua figura eclettica di giornalista, scrittore e pittore.
La mostra è stata inaugurata il 24 novembre, il 29 ha visto un incontro di presentazione ed è visitabile tutti i giorni dalle 10 alle 18 (festivi inclusi) a ingresso gratuito. La mostra è a cura di Giorgia Mazzotti e vede testi critici di Ada Patrizia Fiorillo, Francesco Franchella, Marco Luca Pedroni, Alessandro Zangara.
La stessa Mazzotti aveva curato la mostra Gian Pietro testa, il giornalista che amava dipingere, esposta nel marzo 2024 all’Idearte Gallery di Ferrara.
IL TEMA CRISTICO
Ci soffermeremo proprio sul Testa pittore e in particolare su alcune delle sue opere con riferimenti cristici. Innanzitutto, come scrive Lucio Scardino nel catalogo della mostra del 2024 (nella quale compare anche l’opera Pannello con volti di prelati), come pittore Testa «fu allievo negli anni ’50 di Edgardo Rossaro (che gli ha insegnato il disegno e a impastare i colori sulla tavolozza)». Rossaro (Vercelli 1882-Rapallo 1972) è un amico del padre nelle vacanze estive in Liguria. «È interessante – ci spiega Mazzotti – come fra le sue opere abbiamo trovato tre immagini di Cristo da lui dipinte, oltre a immagini di povertà, come il ritratto intitolato Miseria». Uno dei due soggetti cristici è presente in mostra (tecnica mista su pannello, cm 102×66,5). Le altre due sono una crocifissione con Cristo e i due «malfattori» e il Crocifisso inedito.
Il Cristo di Testa inedito
L’INEDITO: Quel suo Cristo trovato sopra il letto
Giorgia Mazzotti a La Voce racconta per la prima volta un aneddoto sul legame di Testa con la figura di Cristo: «lo scorso 15 novembre ho compiuto un sopralluogo nella sua abitazione di via Carlo Mayr a Ferrara, per il recupero di alcune opere da esporre, su autorizzazione del figlio Enrico e con la collaborazione del nipote Paolo Sandali. Eravamo increduli alla vista di questo Cristo che teneva affisso sopra al suo letto e che – data la firma sul retro (pure dipinto) – è sempre suo…».
«Si capisce che Testa venne toccato in particolare dal tema dell’uomo e del suo dolore», scrive Mazzotti. «Una sensibilità acuita probabilmente dallo strazio e dalla visione di morti atroci di cui si è ritrovato testimone come giornalista a seguito delle stragi che raccontò e indagò tra il 1969 e il 1980. L’uomo che prende quella sofferenza su di sé è incarnato nella figura per eccellenza di colui che si carica dei peccati del mondo. Così Cristo nei suoi dipinti – pur di uomo laico e lontano da ogni credo – diventa una figura umanissima e sofferente, che assume in sé il male altrui. Una tematica condivisa con l’amico fraterno Paolo Baratella, artista affermato e in tante occasioni alle prese con i temi della cristianità».
L’AMICO BARATELLA
Come riporta sempre Mazzotti nel sopracitato volume del 2024, «all’indomani della morte di Gian Pietro, sulla sua pagina social, Baratella ricorda: “Dire che Gian Pietro Testa è stato per me un fratello non è sufficiente, è stato qualcosa di più, sembrava che i nostri pensieri fossero gemelli, ogni giorno a Milano confrontavamo le nostre opinioni sulla politica, sull’arte e sulla attualità e su ogni cosa che ci veniva in mente per farci sghignazzare sulla vita alla quale davamo un valore relativo(…). Ora è corso via in uno spazio infinito stanco di sentire uomini che non dicono la verità (…)”».
E in casa sua, Testa, «ben in vista nel salotto-studio, teneva il bozzetto preparatorio tracciato a matita proprio dal suo caro amico Baratella in preparazione dell’affresco della sagrestia del Duomo» (cm 33×48), con la figura di Cristo in croce e la dedica sul fronte “A Elettra e Gian Pietro con amore”. Elettra era Elettra Testi, scrittrice e moglie di Testa, morta nel 2022. Significativo che abbia scelto anche un particolare dell’affresco della Sacrestia di Baratella per la copertina di uno dei suoi libri, Il vestito di Taffetà (Este Edition, 2018). E in mostra a Turchi di Bagno è presente anche un ritratto di Testa realizzato da Baratella, un disegno a penna su carta, cm 15,6×21.
Andrea Musacci
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 5 dicembre 2025
90 anni fa nasceva un artista ferrarese forse ancora troppo sottovalutato: lo vogliamo ricordare in particolare nelle sue realizzazioni sacre: l’affresco per la Sacrestia del Duomo di Ferrara e il Risorto per la chiesa di Santa Francesca Romana
di Andrea Musacci
Del tempo e dell’eterno, fra le altre cose, parlava l’artista Paolo Baratella in un’intervista all’amico Gian Pietro Testa, circa 20 anni fa1. E proprio del tempo dobbiamo trattare, col tempo misurare e misurarci, ma coscienti che quest’abito artificioso, kronos, ci sta stretti, noi creature elette alla dura e sublime veste dell’Eterno. Dura finché chiusa fra le maglie terrene, noi che «ora vediamo come in uno specchio, in modo oscuro»; ma già capaci di un abbandono di quel che verrà, nel Dio vivente e veniente, attraverso forme che, pure tali, rompono il gioco del kronos: le forme dell’arte. E Baratella questo lo sapeva bene, cristiano inquieto ma capace di abbandonarsi nella dolce luce della fede.
Lo vogliamo ricordare a 90 anni dalla nascita e in occasione della mostra dedicata in questo periodo a Ferrara proprio a quel suo sopracitato e quasi coetaneo amico, Far luce nel buio: Gian Pietro Testa tra giornalismo d’inchiesta, poesia e arte. Mostra nel quale compare anche Baratella (ne parliamo a pagina 10).
Baratella ha fatto ritorno al Padre il 3 marzo 2023, quando nel Castello Estense a lui era dedicata l’apertura e la menzione alla carriera del IX premio internazionale della Fondazione VAF, alla presenza della figlia Silvia Baratella e di Vittorio Sgarbi. Nove mesi prima, il 31 maggio 2022, in Biblioteca Ariostea e introdotto da Lucio Scardino, aveva presentato il suo libro autobiografico Davanti allo specchio.
Tante le sue mostre in Italia e all’estero nel corso di una vita, ma qui vogliamo ricordare quando esattamente dieci anni prima di morire, nel 2013, aveva dipinto il Risorto nella chiesa ferrarese di Santa Francesca Romana e nel 2006 gli affreschi della sagrestia della Cattedrale.
Ma prima alcuni accenni biografici.
DALLA CITTÀ «FANTASMATICA» A MILANO (CON RITORNO)
Baratella nasce a Bologna il 5 luglio 1935 da genitori ferraresi e trascorre l’infanzia nella città felsinea, in via Lame. Il negozio del papà sarto in via Zamboni è al servizio del regio esercito. Nel 1940 con la famiglia torna a Ferrara, in via Bellaria, 10, casa dei nonni materni; così la racconterà in una poesia2: «mondo-cortile / di via Bellaria numero dieci / immensamente grande / luogo di accanite osservazioni, / sguardi, miraggi / all’interno e oltre / i tanti muri impassibili, / inaccessibili confini / di mondi-giardini / al di là. / Giardini sognati / e mai visti, / luoghi di sogni proibiti». Poco dopo, all’età di 6 anni, decide che sarà un pittore.
Nella sopracitata intervista all’amico Testa racconterà così quel turbinio ancora confuso ma vivo, vivissimo della sua infanzia e adolescenza: «La tragedia della guerra, lo sfollamento, i rifugi antiaerei, le bombe, i bengala, le buche scavate nella terra per nascondersi, le grandi passioni trasmesse dal burattinaio Forni (…), la compagnia teatrale Doriglia-Palmi con quella Passione e Morte di Cristo fatta di vapori e sangue di pomodoro con l’uomo respirante sulla croce, e Gigetto il gelataio di vicolo Ocaballetta [vicino alla chiesa di S. Spirito, ndr] con i sontuosi carri di cigni e draghi (…): realtà che negli occhi del fanciullo che ero, costituirono la valle della visione, il mondo dello stupore, la tensione delle forti emozioni legate alla lotta per la sopravvivenza: scuola di estetica, di forme e di contenuti». E ancora: «L’immensità della chiesa di S. Spirito» – dove di fronte, a Palazzo Calcagnini, civico 33, aveva abitato il giovanissimo De Pisis -, «gli addobbi per le grandi festività…stupore, estraniazione, sospensione del tempo, portati dentro come tono esistenziale nei viaggi di attraversamento della città misteriosa, schiacciata dal sole furente, fantasmatica nella nebbia profumata di bagnato, i trasalimenti per le prospettive immaginate e viste, quando cavalletto, cartone, colori e pennelli sostavo vergognoso, un po’ nascosto, là dove queste prospettive si disegnavano». E poi i maestri a Schifanoia, veri maestri della giovinezza.
Ma la vita per il giovane Paolo è altrove, nel cuore del boom economico, dove il dedalo degli affari e degli scambi culturali brulicano giorno e notte: dal 1960 inizia così ad vivere e ad esporre a Milano e in altre città italiane ed europee (fra cui Londra, Parigi, Berlino). Risale al 1961 la sua prima personale nel capoluogo lombardo. Nel 1972 partecipa alla Biennale di Venezia, nel 1974 e 1994 è alla Biennale di Milano, nel 1986 e 1999 espone alla Quadriennale di Roma e nel 1992 alla Triennale di Milano. Tra la città meneghina (dove dal ’92 al 2002 sarà anche docente all’Accademia di Belle Arti di Brera) e Lucca vivrà gli ultimi anni, e a Lucca si spegnerà. Ma mai conobbe quella alterigia capace di allontanarlo dalla sua piccola città di provincia, che anzi – come accennato – arricchirà.
L’AFFRESCO NELLA SACRESTIA DELLA CATTEDRALE
L’affresco a secco realizzato nel 2006 su incarico del Capitolo della Cattedrale (allora presieduto da mons. Nevio Punginelli) nella nuova Sacrestia della Cattedrale merita di essere raccontata – per quanto possibile – a fondo e grazie anche alle voci di suoi amici, collaboratori, ammiratori. L’opera di Baratella occupa il soffitto cuspidato della Sacrestia realizzata negli anni ’90 dopo la demolizione da parte delle bombe alleate dell’antico edificio sul lato di piazza Trento e Trieste.
Nel suo testo contenuto nel libro La Storia della Salvezza di Paolo Baratella nel Duomo di Ferrara, mons. Punginelli raccontava di quando un giorno l’allora Vicario Generale diocesano mons. Giulio Zerbini gli disse, in mano un bozzetto per una vetrata istoriata: «”Cosa ne dici?, l’architetto [Caro Bassi, ndr] vorrebbe qualcosa per abbellire la Sacrestia. C’è un certo Paolo Baratella, l’architetto lo conosce, è ferrarese ed è stato mio ragazzo quando ero in Azione Cattolica. Ai campiscuola ogni tanto si isolava e lavorava con i suoi colori…è un poco estroso…maniaco della pittura ma molto bravo”». Poi la malattia, e la morte (nel 2001), colpiscono mons. Zerbini. Nel suo testo nello stesso libro3, proprio Bassi spiega: mons. Zerbini «ebbe il piacere e la consolazione di vedere le prime fasi dello studio condotte dal pittore: una piccola mostra di bozzetti fu allestita in occasione della benedizione dei locali e ne fu soddisfatto e commosso».
E lo stesso Bassi nel 2006 su Ferrara. Voci di una città dedica un altro bell’articolo all’opera di Baratella nella Sacrestia; questo un passaggio: «Il suo cielo è squassato da venti impetuosi di azzurro intenso che generano le figurazioni e danno loro sostanza quasi fosse il vento dello Spirito che soffia dove vuole e rende la forza materica della croce dominante su tutto». Sarà lo stesso Bassi a consigliare di far richiesta di accesso a un finanziamento europeo per la sistemazione della zona absidale e per la decorazione della Sacrestia.
È don Massimo Manservigi a intervistare Baratella sulla nostra Voce del 4 marzo 2006 (con servizio fotografico di Luca Pasqualini), poco prima della conclusione dell’opera: «Mons. Zerbini è rimasto subito convinto del progetto che ora si è realizzato, del quale ha potuto vedere in opera solo la vetrata», raccontava Baratella. «Il dipinto l’ho iniziato ai primi di ottobre e non posso negare che al principio è stato molto difficile, mi ha procurato ansia ed emozione (…). Quando sono arrivato per iniziare l’opera mi sono reso conto che la struttura quadripartita non funzionava più, lo spazio doveva diventare un tutt’uno, un unico atto di fede capace di abbracciare l’unico mistero della vita di Cristo in diverse tappe. Infatti la fede vuole che si creda contemporaneamente all’Annunciazione e alla Resurrezione, al valore salvifico della Croce e al peccato originale. Così ho risolto il problema trasformando il soffitto in una cupola, con alcuni accorgimenti pittorici, accentuando le linee curve per dare una sensazione di movimento e molteplicità di linee di forza».
E così descrive la sua opera: «Partirei dall’Annunciazione che resta sopra all’ingresso ed è rappresentata da una Madonna fortemente ispirata a Cosmé Tura (…). In ordine orario segue la Natività con i simboli dell’Agnello mistico, una testa di San Giovanni, San Giuseppe, l’Angelo glorificante e l’arrivo dei Re Magi (…). A seguire la Crocifissione, ai cui piedi stanno il serpente, Adamo ed Eva da un lato, e la Pietà dall’altro: la causa della crocifissione e le sue “conseguenze terrene”. L’ultimo quadro rappresenta la “conseguenza divina” della crocefissione ovvero la Resurrezione (…). Ai lati del Risorto due Angeli, specularmente, indicano con una mano il Cristo risorto e con l’altra noi, spettatori, creature terrene». Sotto il dipinto c’è una scritta: «Si tratta di stralci di una preghiera di Giovanni Paolo II a Maria. Sono stati scelti dall’architetto Bassi».
In conclusione spiega: «È la prima volta che concludendo un lavoro sento di essere “convocato all’avvenire”. Mi ritengo un privilegiato perché avverto come questo lavoro sia per i posteri».
IL MISTICISMO DI BARATELLA
Ma dove nasce in lui questo legame col sacro? «E giù a dipingere in un solaio al n. 8 di via Montebello, a parlare le notti di Kante Nietzsche, mentre turbamenti mistici continuavano a minacciare l’integrità dell’atleta ciclista, alla ricerca solitaria di Dio».
Così racconta sempre all’amico Testa4 della sua iniziazione al rapporto con Cristo: le radici – parla di sé in terza persona – «affondano lontano, quando quel ragazzo ferrarese, stupito, estraniato e sospeso, nell’odore di incenso della chiesa di S. Spirito, alla vista del Cristo morto nell’urna sotto la grande pala raffigurante il crocifisso tra panneggi viola, oro e neri della quaresima, rimuginava pensieri metafisici. Il trascendente allora prendeva forma nella fantasia (…). Mise ordine in queste suggestioni e rapimenti mistici l’allora don Giulio Zerbini, divenendo mio maestro e fratello maggiore (…). Decisi di abbandonarmi e di farmi trasportare dalla fede nella verità, nei percorsi così insidiosi, predisposti da me (…), in quella “zona” che è l’anima. Alcune volte non sono arrivato alla luce che scaturisce dal luogo più recondito della “zona”, che è la stanza dove risiede il nocciolo duro della realtà. Ma altre volte mi è accaduto di entrare e finalmente con il segno dell’immaginazione arrivare a scrivere la “cosa”: aletheia, verità. Con questo atteggiamento, sottomesso alla più grande angoscia, mi sono disposto a realizzare l’affresco nella Sacrestia della Cattedrale di Ferrara».
Questo sguardo religioso glielo riconosceva il poeta e scrittore Roberto Pazzi5, parlando dell’affresco della Sacrestia: «Si avvertiva in quelle grandiose figure l’afflato del credente, di colui che non gioca con gli elementi figurali del Cristianesimo come fossero figure dei tarocchi, indifferente alla loro più intima significazione. Non era insomma il laico a tenere in mano quel pennello, ma il convinto cristiano della nostra inquieta postmodernità».
Dello stesso affresco don Franco Patruno diceva6: «È come un roveto, lo scintillio di colori e i voluttuosi e mai circoscritti contorni (…)». E così invece descriveva Barbara Giordano questo capolavoro di bellezza7: «L’impressione è quella di una stanza illuminata dalla luce a tratti crepuscolare di un camino dimenticato acceso, solo più tardi ti accorgi che quella luce fatta colore, prende la forma di poche e decise figure, che non si lasciano indovinare dietro una fumosa cortina, ma penetrano lo spazio architettonico per disegnare una maggiore ariosità».
QUELLA PICCOLA PAROLA
È il 2013 quando Baratella realizza, nel periodo pasquale, la sua opera pittorica dedicata al Cristo Risorto nell’aula battesimale della chiesa di Santa Francesca Romana, in via XX settembre a Ferrara. Così il parroco don Andrea Zerbini, in memoria dell’amico artista, sulla Voce del 17 marzo 2023 lo ricordava: «Un grazie di vero cuore al maestro Paolo Baratella, scomparso lo scorso 5 marzo, perché continuerà a ricordarci lo splendore del Cristo Risorto e con essa quella della sua vita, il suo sentire di artista che le sue mani hanno mescolato, fissato, impresso insieme ai colori sulla grande tela del risorto dai morti (2,65 x 1,75 metri), le cui mani segnate da ferite gloriose hanno tratto fuori dallo Sheol, dal grande e irreversibile abisso, con Adamo, l’intera umanità. Era il 2013, appena terminato il restauro del battistero ad opera dell’arch. Andrea Malacarne, al maestro Baratella avevo chiesto di esprimere con una sua opera il movimento battesimale di discesa ed ascesa nel e dal fonte battesimale».
A Gian Pietro Zerbini su La Nuova Ferrara lo stesso Baratella raccontava: «Mi hanno particolarmente colpito le figure giottesche dei meravigliosi affreschi di Sant’Antonio in Polesine, il monastero che si trova a due passi dalla chiesa di Santa Francesca. Ho studiato per mesi anche il volto del Cristo che nei disegni di Sant’Antonio appaiono in trequarti, mentre a me serviva di fronte. Diciamo che mentre nella realizzazione degli affreschi della sacrestia del Duomo mi sono ispirato all’Officina ferrarese del Quattrocento, per questo quadro del Cristo ho avuto interessanti spunti dalla pittura giottesca ferrarese».
E sempre nel 2013, Baratella rilascerà per la nostra Voce del 12 aprile 2013 un’intervista a don Andrea Zerbini; così il pittore ci raccontava la sua opera: «Risorto, parola minima per dire tutta l’intensità dello sforzo umano per arrivare alla luce. Così ho pensato al Cristo che con forza sbuca dai subtettonici recessi, scardinando le porte che dividono il chiaro dallo scuro, l’inganno dalla verità, travolgendo il demonio menzognero, trascinando con sé alla luce i Padri dell’umanità. Non c’è parola più simbolica e satura di significato attivo, veniente, arrivante, risorgente, che questa piccola parola: RISORTO».
Non poteva esserci maniera migliore per concludere il ricordo di questo artista così unico nel panorama ferrarese contemporaneo.
*
NOTE
1 – Dall’intervista a G.P. Testa contenuta in La Storia della Salvezza di Paolo Baratella nel Duomo di Ferrara, a cura di Carlo Bassi,Editrice Ariostea, 2006.
2 – Dalla poesia Via Bellaria, presente nel catalogo Baratella prima di Baratella, Studio d’arte Dolcetti, 2011 (catalogo edito in occasione dell’esposizione presso il Centro Frau di Ferrara, 29 gennaio-27 febbraio 2011, a cura di Angelo Andreotti).
3 – La Storia della Salvezza di Paolo Baratella nel Duomo di Ferrara, op. cit.
4 – Idem.
5- Idem.
6 – Idem.
7 – B. Giordano, Come in una nuova Officina Ferrarese, la Voce di Ferrara-Comacchio del 4 marzo 2006.
* Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 5 dicembre 2025
A UniFe gli interventi degli studiosi Andrea Zhok e Lorena Pensato
Spesso i “nemici” delle sacrosante battaglie a difesa delle minoranze sono proprio coloro che queste battaglie sì le combattono ma con metodi e fini sbagliati in sé e controproducenti per le battaglie stesse. Sulle radici storiche e ideologiche di tutto ciò si è riflettuto nel Seminario pubblico dal titolo Natura umana o costruzione sociale? Cultura woke, patriarcato e il nuovo bellum omnium contra omnes,organizzato dalla prof. Fulvia Signani, docente del Corso di Sociologia di genere del Dipartimento di Studi Umanistici di UniFe, lunedì 24 novembre nella sede di via Paradiso a Ferrara.
DOVE NASCE TUTTO
«L’attuale fase storica coincide con la rivoluzione neoliberale, nata negli anni ‘70 negli USA e poi arrivata nel nord Europa e quindi nel resto del nostro continente», ha esordito il primo relatore, Andrea Zhok (Professore di Filosofia morale all’Università degli Studi di Milano). Fino a quel periodo, «l’obiettivo del femminismo era l’uguaglianza fra i generi, obiettivo sostanzialmente raggiunto», nonostante contraddizioni e resti del passato; poi, il femminismo si è spostato su «una posizione “rivendicativa”, che non cerca l’uguaglianza ma la differenza». Questo cosiddetto “femminismo della differenza” «nasce dalla New Left statunitense, che non crede più «nel soggetto rivoluzionario marxiano “classico”» come soggetto di trasformazione, ma vede al suo posto «le minoranze oppresse. Il proletariato però – ha riflettuto Zhok – aveva quel tipo di ruolo perché era la classe universale di tutti coloro che lavoravano e in quanto tali erano sfruttati». Al posto dell’approccio politico, «con la New Left domina un approccio meramente rivendicativo-sindacale»: di conseguenza «il mondo maschile viene messo al posto di quello che era la classe padronale e la metà femminile vista come “classe” oppressa».
UNA “RIVOLUZIONE” CHE PIACE AL POTERE
Questa «morte della dinamica della lotta di classe» porta la lotta su un altro piano, quello «quasi del tutto intellettuale, culturale, quindi nel mondo accademico», con l’obiettivo di «convertire» l’avversario e un conseguente «rifugio nel privato» e la «politicizzazione» di quest’ultimo. Ad essere al centro del dibattito sono «i gruppi naturali», fondati sul genere e l’etnia. Ma per Zhok tutto ciò è utilissimo per le classi dirigente, «perché rende inerte il soggetto collettivo che dovrebbe criticarle, metterne in discussione la posizione dominante».
E questo spiega perché «qualcosa che nasce dentro gruppi minoritari diventa questione nazionale»: perché si sposta l’attenzione delle masse dalle tematiche che criticano strutturalmente il potere e chi ce l’ha. Si tratta, quindi, «semplicemente di una variante del liberalismo, che non ha nulla a che fare col socialismo e il comunismo».
NEMMENO PIÙ L’INDIVIDUO
A livello antropologico, il terremoto che ha provocato il passaggio da una dinamica classica a quella post moderna, è fortissimo: «per Marx il sistema liberal-capitalistico provoca alienazione e la competizione del tutti contro tutti», andando quindi «contro l’uomo e i suoi bisogni naturali, umani: c’era quindi una natura umana oggettiva da difendere». Superare tutto ciò porta invece al considerare che «non ci sia più una natura umana, cioè una base oggettiva riconosciuta», né una razionalità storica. La mancanza di una base comune riconosciuta porta la libertà ad essere meramente «negativa: il soggetto è libero se gli altri non interferiscono su quel che lui vuole; e l’unico che decide di ciò che ha valore è solo il soggetto»: siamo dunque arrivati all’«autodeterminazione individuale assoluta». Ma l’uomo, da sempre, per Zhok «è ciò che è solo all’interno di una comunità», pur nella sua libertà: «è individuo sulla base di relazioni sociali, innanzitutto quelle costitutive. Il soggetto non nasce come un fungo dal nulla: questa – che è poi la concezione liberale – a livello antropologico è una finzione». Col postmoderno «nasce quindi un individualismo che in realtà è senza individuo, perché c’è un devastante infragilimento dell’identità personale, in quanto questa se estraniata dal contesto storico e dalle forme relazionali comunitarie primarie (famiglia ecc.), si forma da altre “fonti”: ma così si ha un vuoto educativo primario».
POLITICALLY DAVVERO CORRECT?
Altro aspetto di questa nuova cultura meramente rivendicativa e ultraindividualista è «la radicale culturalizzazione e politicizzazione della sessualità, cioè la dimensione sessuale diventa un fattore in cui la componente naturale non ha nulla da dire», ha proseguito Zhok; per cui «il sesso – anzi, il genere, cioè un’identità pensata, non più naturale – diventa oggetto di opinioni e di dibattito come fosse un abito. Tutto ciò è catastrofico, perché la sessaulità è una sfera delicata e complessa». Da qui nasce il cosiddetto politically correct: «le parole considerate inappropriate diventano elementi di discredito, di ghettizzazione immediata e di aggressione politica, avvelenando drammaticamente gli ambiti per la ricerca del vero», quello giuridico e quello accademico. Di conseguenza, «molti scelgono di non parlare più per paura di essere pubblicamente distrutti».
NON TUTTO È “FEMMINICIDIO”
La seconda relatrice chiamata a riflettere su un aspetto specifico di questa visione ideologico-rivendicativa è stata Lorena Pensato, autrice del libro Non è patriarcato!, uscito lo scorso marzo, nel quale tratta dei cosiddetti «omicidi relazionali»: «più che parlare di violenza di genere – ha detto -, dovremmo parlare dei vari generi di violenza. Abbiamo abusato del termine “violenza di genere” e infatti non esiste nessuna prevenzione sugli omicidi diversi dagli omicidi nei quali è un uomo ad uccidere una donna. La “lettura di genere” – pur importantissima – non può per essere l’unico strumento» e quindi «dentro quelli chiamati “femminicidio” vengono erroneamente messi casi che vanno interpretati diversamente». L’autrice ha analizzato 200 casi di cronaca accaduti fra il 2021 e il 2023, fra i quali, ad esempio, quelli riguardanti donne uccise da altre donne, figlie uccise da madri, donne uccise durante una rapina o per motivi economici o in coppia. Non femminicidi. «Dal dibattito pubblico – ha proseguito – abbiamo quindi escluso» come cause/fattori interpretativi di omicidi che vedono vittime le donne, la complessità del disagio psico-emotivo/disturbi della personalità: «diversi sono gli studi al riguardo ad esempio sul disturbo border line di personalità, o sul disturbo paranoide»; le dipendenze dagli stupefacenti, «comprese le “droghe leggere”, come dimostrerebbe uno studio pubblicato su Rivista psichiatrica del gennaio-febbraio 2013». Oltre ai cosiddetti «”fattori precipitanti”, ad esempio un lutto o una separazione».
Ciò porta al paradosso per cui quello che viene definito “vizio di mente” «è riconosciuto dalla giustizia – articoli 88 e 89 del nostro Codice penale – ma non dalla prevenzione/informazione dominante», che appunto «non li riconosce come influenti nell’uccisione di donne». Questa visione limitante e ingiusta, secondo Pensato porta anche al fatto che «dai Centri Antiviolenza rimangano esclusi determinati soggetti come le donne maltrattate da altre donne, i figli maschi maggiorenni maltrattati, le persone disabili o quelle omosessuali».
Andrea Musacci
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 5 dicembre 2025
“Vicinanza, cura, accompagnamento” è stato il titolo della lezione della Scuola diocesana di teologia per laici, tenuta da don Valentino Bulgarelli, Direttore dell’Ufficio Catechistico Nazionale e sottosegretario della CEI.
«La comunicazione è importante ma anche per quanto riguarda la Chiesa, non lo è per motivi tecnico-strumentali, non si tratta cioè di essere aggiornati a livello digitale: se non hai nulla da dire, non lo hai nemmeno sui social», ha fin da subito incalzato. D’altra parte, il rischio dentro la Chiesa è di una «comunicazione autoreferenziale, arida e sterile, che non impatta la realtà». Ad esempio, significativo era quando «alcuni parroci nell’omelia usavano il dialetto, lingua del popolo: la Chiesa può comunicare col mondo solo se è qualcosa di vivo, non di formale, di museale». Ma essere viva non significa «organizzare tante iniziative» ma fare in modo che le persone «ripongano fiducia in essa: è nella fiducia che tutto cresce, vive, germoglia». Oggi invece viviamo dentro una «crisi di fiducia antropologica, nessuno si fida più di nessuno, degli altri, delle istituzioni,Chiesa compresa».
Al contrario, l’esperienza cristiana «si è sempre basata sulla fiducia, sul fidarsi di un altro, in una catena di trasmissione di fiducia, di fede, che oggi sta venendo meno». Ma «il primo a fidarsi di noi è Dio, sempre pronto a darci un’altra possibilità». Senza fiducia, «non ci si può mettere in ricerca, si vive nel continuo sospetto, non si coltivano dubbi, non si fanno domande. Ed è Gesù a cercare continuamente di creare fiducia nei propri confronti fra i discepoli.Si dovrà, però, scontrare con diverse resistenze, come ad esempio si vede nel brano della figlia di Giàiro (Mc 5, 21-43) dell’emorroissa (Mc 5, 25-34): in questo racconto invece Gesù vuole sapere chi è stato a toccare le sue vesti, proprio l’opposto del concetto di folla, del noi impersonale. L’esperienza della fiducia non è solo proposta, ma è una dimensione esistenziale, concreta.
L’arresto di Gesù segnerà il punto di rottura delle resistenze dei suoi discepoli»: la «straordinarietà» della Buona Novella consiste nel fatto che «nella Resurrezione Gesù continua a esserci fedele, a dirci che si può perdonare, si può sempre ricominciare.« La comunità cristiana, quindi, è quello «”strumento” creato da Dio per creare connessioni fra Lui e ogni donna e uomo».
L’atto di fede è fatto «di alti e bassi, come tutte le cose vive, che non sono mai piatte, lineari». Come cristiani è dunque «naturale avere dubbi, porsi domande, vivere momenti di sfiducia». Ciò che bisogna evitare sono «gli intimismi, gli spiritualismi», quindi mai dimenticare che Dio «è il Dio della storia, è un Dio che si incarna».
Di conseguenza, per don Bulgarelli «annuncio, liturgia e fraternità sono le tre grandi dimensioni che rendono la Chiesa viva: un annuncio che non è solo il catechismo per i bambini, una liturgia che non è solo Messa domenicale, una fraternità che non è solo distribuzione di alimenti per i poveri».
Essere Chiesa viva significa, dunque, «”restituire” umanità al mondo, vedere ogni persona come capace di cambiamento/conversione, interrogarsi sulla formazione delle coscienze».E ancora: significa «valorizzare l’importanza del dialogo e delle domande e riconoscere libertà – come dono di Dio – e autorità – come ciò che permette la crescita – come necessarie».
Andrea Musacci
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 28 novembre 2025
La guerra come «nuova modalità geopolitica per ridisegnare gli equilibri»: la denuncia di Bersani (Stop Rearm Europe) e Pugliese (Rete pace E-R) a Ferrara
di Andrea Musacci
I numeri se isolati dalla realtà hanno il limite di non farla percepire nella sua drammaticità. Ciò è ancor più vero quando le cifre snocciolate sono quelle riguardante le spese per gli armamenti nel nostro continente e nel mondo. Il duro panorama del nostro presente ce l’hanno spiegato lo scorso 21 novembre Pasquale Pugliese (Rete Pace e Nonviolenza Emilia-Romagna) e Marco Bersani (Campagna Stop Rearm Europe), invitati dalla Rete per la Pace Ferrara nella Sala della Musica (via Boccaleone) e moderati da Elena Buccoliero, della stessa Rete, per l’incontro “Per la pace, per la nonviolenza, contro il riarmo”.
BERSANI: «IL GRANDO INGANNO DEL PIANO UE PRESERVING PEACE»
«Quelle contraddizioni già presenti nel 2001, anno dell’invasione USA dell’Afghanistan – ora sono venute al pettine,» ha spiegato Bersani: «siamo in una fase della storia che in futuro verrà studiata, col declino dell’impero USA e il culmine delle contraddizioni del sistema capitalistico»: sempre più forti disuguaglianze sociali, crisi ecologica, bolle speculative sono i fattori principali di «un modello di società non in grado di reggere», con l’Unione Europea che è «l’esempio principale del fallimento di tutte le politiche neoliberiste». Inoltre, come Europa non abbiamo più nessun rapporto con i Paesi del Mediterraneo, e non usiamo più la diplomazia».
«Se vivessimo in un mondo realmente democratico – ha proseguito -, faremmo decine di migliaia di assemblee ovunque per decidere del nostro futuro». Invece «le potenze politiche, economiche e finanziarie fan di tutto per mantenere questo sistema, anche se rispetto a 25 anni fa non hanno più il coraggio di dire che questo è il migliore dei mondi possibili, ma sanno che è l’unico possibile per loro».
Oggi «la ristrutturazione a livello globale si fa sui rapporti di forza» ed è la guerra «la nuova modalità geopolitica per ridisegnare gli equilibri». Siamo «Paesi combattenti, anche se non ancora con i soldati». In Europa, la corsa al riarmo da poco più di un mese prende il nome del Piano Preserving Peace – Defence Readiness Roadmpap 2030 (ex ReArm Europe ed ex Readiness 2030). Il Piano parte dall’idea che «come popoli europei siamo sotto una perenne minaccia,» di conseguenza sono previsti missili, sistemi d’artiglieria, munizioni, droni, uno Scudo Aereo Europeo, uno Scudo Spaziale di Difesa, senza parlare della cosiddetta “guerra elettronica”. Ma non solo: «corsi di formazione per i formatori» (leggi: propagandisti), «ingresso nelle scuole e nelle università con corsi ad hoc, esercitazioni». Il tutto per far diventare «consuetudine per ognuno la frequentazione delle Forze Armate». Un piano, questo, che vale più di mille miliardi di fondi pubblici, ed entro il 2035 – fra spese UE e spese dei singoli Stati – saranno investiti «circa 6.800 miliardi di euro nella difesa, di cui il 50% per quella effettiva», come detto un mese fa dal Commissario UE alla Difesa Andrius Kubilius. Sempre entro il 2035, l’Italia arriverà a una spesa pari a 700 miliardi per difesa, armi e settore industriale ad esse legate.
Tutto ciò, inoltre, permettendo – eccezionalmente – «anche all’Italia di spendere questi soldi una volta uscita dalla procedura d’infrazione – ma non per le spese sociali – e, per tutti gli Stati, con prestiti dall’UE che li indebiteranno in maniera consistente. Oltre all’utilizzo per armi e difesa anche di fondi strutturali UE e degli investimenti della Banca europea per gli investimenti, grazie a una recente modifica dello Statuto». Riguardo alla UE, Bersani ha anche accennato al cosiddetto “Pacchetto Omnibus sulla sostenibilità”, un’iniziativa di deregolamentazione radicale (v. anche art. sotto). In parole povere, «in nome della solita battaglia contro la burocrazia si eliminano vincoli sociali e ambientali che regolano il commercio delle armi». Ma non finisce qui: lo scorso luglio la Commissione Von der Leyen ha proposto un nuovo Bilancio dell’UE per il periodo 2028-2034 che prevede 131 miliardi destinati a difesa e spazio, «cinque volte più» del Bilancio 2021-2027.
Dietro questi numeri e queste realtà concrete c’è una propaganda non meno pericolosa: quella secondo cui «gli altri sono armati e noi non abbastanza per difenderci da loro», anche se la realtà dice che «l’UE oggi è il continente più armato del mondo e senza contare il Preserving Peace, non ancora partito…».
Nel finale, una nota positiva, quella delle mobilitazioni di massa degli ultimi mesi, movimento dal quale «credo stia nascendo una nuova generazione politica». E a proposito, l’incontro è partito con la proiezione del Documentario La strada più lunga del 2001, racconto di quel movimento pacifista rinato dopo l’invasione USA dell’Afghanistan, con la regia di Simone Diegoli, Cristina Squarzoni e Barbara Diolaiti. Nel video, i volti e le voci protagoniste in quel periodo nel Tendone del Forum Permanente per la Pace di Ferrara dell’autunno 2001 e in altri incontri nel centro cittadino con ospiti italiani ed internazionali, animato da quell’arcipelago di gruppi, movimenti, partiti e singoli cittadine/i da cui nacque la Rete per la Pace Ferrara.
PUGLIESE: «LA RETE PACE E NONVIOLENZA EMILIA-ROMAGNA»
«Oggi in armi si spende più del doppio rispetto al biennio 2001-2003, con l’annessa ideologia bellicista, secondo cui non la pace ma la guerra è l’obiettivo degli Stati: una “logica della deterrenza” che in realtà è un pensiero magico…», ha spiegato Pugliese. «Il sistema capitalistico europeo sta preparando questo scenario, mai così tragico dalla seconda guerra mondiale in poi. La nostra per la pace dev’essere una risposta strategica, organizzata, continuativa». E fondamentale: «tutti i diritti e le libertà sono possibili solo se c’è la pace». Un grido più che mai necessario, in un mondo con 185 conflitti armati e in cui le spese per le armi hanno raggiunto il record storico di 2719 miliardi di dollari, in aumento da anni e destinate ancora a crescere.
Pugliese si è poi concentrato sulla nostra Regione dove da febbraio 2022 (invasione russa dell’Ucraina) le reti pacifiste si sono mobilitate e unite il 5 ottobre dello stesso anno nella Rete Pace e Nonviolenza Emilia-Romagna. Fra le proposte, quello di un Assessorato regionale alla pace, oltre all’impegno assiduo – solo per citare le voci principali – per la nonviolenza come metodo e primo principio valoriale, per la costruzione e diffusione di una cultura della pace e la trasformazione nonviolenta dei conflitti; per lo stare, nei conflitti, sempre e solo dalla parte delle vittime – tutte –, degli obiettori di coscienza e dei disertori. E per proseguire la lotta contro l’uso del territorio regionale per basi militari e industrie belliche, col parallelo rafforzamento dell’alleanza coi sindacati come la CGIL.
Insomma, le battaglie di 25 anni fa, di 50 anni fa. Con una piccola differenza: un’altra catasta di morti e feriti nelle guerre, e una nuova ossessione dei potenti di tutto il mondo, non solo dell’Occidente. Un’ossessione che potrebbe avere un costo molto alto, per tutti.
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 28 novembre 2025
Dal suo epistolario negli anni 1943-45 emerge forte la figura del Pastor et defensor di Ferrara, alle prese con le autorità locali, con quelle d’occupazione, con i preti e altre personalità (Schönheit, Cadorna…): ecco le ricerche di Rossi e Piffanelli
di Andrea Musacci
“Questioni private” e affari pubblici. Aneddoti feriali, aspetti ameni e controversie gravi, drammatiche. È davvero un intero universo quello che emerge dall’epistolario di mons. Ruggero Bovelli (Vescovo dell’Arcidiocesi di Ferrara dal 1929 al 1954), in parte presente nel “Fondo Bovelli” conservato nel nostro Archivio storico diocesano.
Alcune di queste missive sono state al centro dell’incontro pubblico svoltosi nel pomeriggio dello scorso 17 novembre nella sede dell’Istituto di Storia Contemporanea (ISCO) di Ferrara. L’incontro dal titolo Un vescovo tra guerra e liberazione: Ruggero Bovelli “Pastor et defensor” nel 150° della nascita, curato da ISCO e promosso dalla Sezione di Ferrara dell’Associazione Nazionale Partigiani Cristiani (ANPC), ha visto la presenza di oltre 50 persone e gli interventi dello storico e Consigliere nazionale ANPC Andrea Rossi e di Riccardo Piffanelli (foto piccola)dell’Archivio storico diocesano. L’iniziativa è stata introdotta dalla Direttrice ISCO Anna Quarzi («è un mio sogno – ha detto – quello di mettere il nome di Bovelli nel Giardino dei Giusti a Gerusalemme») e dal Vicario Generale diocesano mons. Massimo Manservigi: «Bovelli – ha spiegato – fino all’ultimo è stato un uomo molto attivo. Ricordo anche il suo legame con don Calabria e il suo ruolo nella nascita della Città del Ragazzo. Sapeva sempre fare le scelte giuste e mantenere vive le comunità a lui affidate».
TELEFONO, BICI E PNEUMATICI
«Il Fondo Bovelli – ha spiegato Piffanelli – è composta da 54 cartelle (buste) su 8 metri lineari. È quindi un fondo corposo, ma discontinuo, non sempre lineare».
Padre polacco e madre indiana Lakota-Sioux, Anna nel ’44 in un campo di prigionia nazista incontra il bondenese Nessauro “Sauro” Benassi, che diventerà suo marito e col quale vivrà a Burana e Ferrara. Il figlio Carlo (morto nel 2020) ha raccontato la storia in un libro ora curato dalla vedova Magda Beltrami. Un’epopea tra impegno politico e fede, spaccato agrodolce del secolo breve
di Andrea Musacci
A 5 anni dalla scomparsa di Carlo Benassi, primo Segretario della Funzione Pubblica CGIL di Ferrara e Dirigente del Comune della stessa città, è stato pubblicato il libro da lui redatto dedicato alla madre Anna Kolodziejczak, di origini per metà polacche e per metà indiane d’America. Una storia affascinante che unisce Paesi diversi, che parla di guerra e del riscatto dell’amore, della politica come liberazione e del potere come oppressione. Il volume dal titolo “Anna. Le quattro dimensioni di una donna” è stato curato dalla vedova di Benassi, Magda Beltrami, docente di Fisica Ambientale, ricercatrice, saggista e curatrice di mostre documentarie e fotografiche. La pubblicazione promossa da SPI CGIL Ferrara (con testo di presentazione di Delfina Tromboni) viene presentata il 18 novembre nella sede della CGIL Ferrara (Camera del Lavoro di piazza Verdi) con inizio alle ore 17 e saluto di Sandro Arnofi (Segretario Generale SPI CGIL Ferrara), introduzione di Mara Guerra (insegnante), moderazione di Mario Mascellani (volontario SPI CGIL Ferrara) e presentazione a cura di Magda Beltrami.
TRA GLI INDIANI E LA POLONIA
Le origini di Anna sono complesse e affascinanti: suo padre Stanislaw, polacco di origini cosacche, era emigrato con la famiglia in America a inizio Novecento per sfuggire alle persecuzioni prussiane. Stanislaw sposa la giovane Theodosia, figlia di un guerriero indiano della tribù dei Lakota-Sioux, ucciso dall’esercito USA. I due hanno sette figli: la primogenita è Anna, nata a South Heart, nel Nord Dakota, nel 1917 e battezzata nella chiesa cattolica di San Bernardo a Belfield. La narrazione dei soprusi subiti dalla famiglia materna e dagli altri indiani nella terra natia non si interromperà mai nei suoi racconti.
Quando lei è adolescente, si trasferisce con la famiglia a Danzica, in Polonia. Qui, il cortile della fattoria della sua famiglia viene invaso il 3 settembre 1939 da due camionette di soldati tedeschi che requisiscono la casa e i terreni. La madre Theodosia è costretta a rimanere lì col figlio più piccolo per servire gli occupanti, il padre è mandato alla frontiera russa per lavori militari, i fratelli a lavorare in fabbrica in Germania, Anna a lavorare come domestica a Danzica in una famiglia benestante; dopo due anni viene portata nel vicino campo di lavoro nazista di Zoppot-Gdynia, dove rimarrà quattro anni. Conoscendo bene l’inglese, il polacco e il tedesco, almeno viene usata non solo per duri lavori manuali ma anche come traduttrice: quest’aspetto le salverà la vita, mentre molti muoiono per la fame e le vessazioni.
L’AMORE NELL’ORRORE
Viene quindi trasferita nel campo di Oliwa (Stalag XX-B, a Marienburg-Danzica, sottocampo di Stutthof) e la fanno lavorare in Waggonfabrik, fabbrica per costruire motosiluranti per il Reich: è qui che conosce Nessauro Benassi, detto Sauro, militare (uno degli IMI – Internati Militari Italiani) fatto prigioniero a Scutari, in Albania l’8 settembre 1943, dopo aver combattuto in Grecia. Classe 1920, nato a Burana vicino Bondeno, viene arruolato giovane; e prima di Oliwa passerà per altri 5-6 campi, fra cui Thorn (Stalag XX-A) e Konigsberg. Scriverà: «Usciti dal campo di concentramento non eravamo più né uomini né donne, avevamo perso il senso, sia ben chiaro non eravamo più essere umani…». Nell’estate del ’44 i bombardamenti alleati su Danzica e dintorni mettono a repentaglio anche la vita dei due giovani. «Sauro lascia sempre ad Anna qualche piccolo segno del suo passaggio come quel berretto di lana che lei calcherà sulla testa per nascondere gli occhi ai bagliori delle bombe», scrive il figlio Carlo. A inizio ’45 i due sono tra i sopravvissuti dell’incendio delle baracche dove vivono causato dai tedeschi in fuga. Si salvano mangiando patate bollite e marmellata trafugata. Poi scappano insieme diretti verso la casa di lei, a Danzica, a 50 km, ma per prudenza si fermano prima, a Tczew: si muovono con «un carretto dissestato al quale Sauro sostituisce due ruote con quelle di una motocicletta abbandonata e sottrae ai tedeschi un cavallo ferito».
NOZZE SPECIALI
Poi riescono ad arrivare nella casa di Anna, abbandonata e depredata, dove ritrovano parte della sua famiglia. Sauro visita una città lì vicino, Bydgoszcz, finalmente libero di girare, «sulla manica della giubba un’appariscente bandiera italiana» da lui assemblata e cucita. Grazie a diversi soldati italiani, la casa-fattoria di Anna viene ristrutturata, «si riprende la lavorazione della terra e si produce wodka fermentando patate e crusca», wodka che usano come mezzo di baratto. Nel settembre ’45 Anna e Sauro si sposano nel Campo Internazionale Prigionieri Liberati n. 163 della Croce Rossa Italiana, a Bydgoszcz. Il celebrante è don Pierino Alberto, Cappellano militare del 6° Reggimento Alpini, Brigata “Val Chiese”: «i loro abiti sono stati confezionati con tendaggi e vecchie coperte tedesche», il pranzo nuziale è «servito su tavoli assemblati con porte e finestre». Questo il menù: «tagliatelle cucinate da italiani, capriolo cacciato nei boschi vicini ed abilmente scuoiato e cucinato da Theodosia, torta preparata con moltissimo burro recuperato per l’occasione e decorata con gusto e tanta, tanta wodka».
NUOVE GIOIE, NUOVE LOTTE
Nel gennaio ’46 Anna e Sauro vanno a vivere in Italia, con loro «quattro capienti valigie di legno» da lui costruite; partono il 4 gennaio, il 22 sono a Burana: Anna si segna nel diario tutte le tappe del viaggio; ma per lei ora iniziano nuove difficoltà: «non parla italiano ed è solo “la polacca”. Questo appellativo marcherà la diffidenza nei suoi confronti e ne dichiarerà la marginalità».
Intanto il marito diventa funzionario della CGIL, lavorando a Ferrara (nel ’48 diventa primo Segretario dei pensionati CGIL) e in Sicilia, negli anni del bandito Giuliano («passa le notti in luoghi sempre diversi e tiene una pistola sotto il cuscino»), fino all’aprile del ’48, quando nasce suo figlio Carlo. Anna non solo non si abbatte nonostante la solitudine e le diffidenze della gente, ma sceglie di impegnarsi, di essere una donna attiva, soggetto di trasformazione: così, nel 1947 aderisce al Partito Socialista Italiano. Ma la Guerra Fredda e la rigidità del regime polacco le danno ulteriori motivi di sofferenza: «La corrispondenza con i genitori è censurata, spesso non parte o neppure arriva e se arriva è aperta, violata», quindi «si riduce allo scambio di banali informazioni e alla trasmissione di fotografie. A lei ormai cittadina italiana è negato il permesso di ingresso in Polonia per gli undici anni successivi». Nella sua patria, il padre Stanislaw aderisce al Partito Unificato Contadino (ZSL), satellite obbligato del Partito Operaio Unificato Polacco, ma che nel 1989, in nome di un socialismo agrario non stalinista, appoggia Solidarnosc.
La resistenza attiva di Anna continua – nel ’50 il Tribunale di Ferrara la nomina interprete ufficiale per la lingua polacca, a metà anni ’50 si trasferiscono a Ferrara – ma l’aver contatti con un Paese sovietico e l’esser moglie di un sindacalista le faranno perdere il lavoro. Tornerà quindi alla fatica nei campi e nel ’57, grazie alla CGIL, riuscirà a compiere un viaggio in Polonia col figlio: Sauro è già lì, partito con una delegazione sindacale in visita al Paese. La famiglia trascorre alcuni mesi felici. Lei negli anni tornerà più volte nella sua patria, ora triste e senza libertà. Nel ’65 avrà l’onore di poter fare la traduttrice in occasione delle celebrazioni per il gemellaggio tra l’Università di Ferrara e quella polacca di Torun.
QUELLA MADONNA NERA
Nel ’46 un giovane li aveva accompagnati nel viaggio, fino a Udine, aiutando Anna con le pesanti valigie: indossava la divisa dell’esercito italiano, si diceva istriano, parlava varie lingue ma male l’italiano. Molti anni dopo, l’allora parroco di Bondeno mons. Guerrino Ferraresi «porge a Sauro i saluti di un alto prelato che viveva in Vaticano»: era quel misterioso ragazzo, un russo in fuga dal suo Paese per farsi prete. Sauro allora lo incontra a Roma: l’emozione è grande.
Il tempo passa, nel ’76 il figlio Carlo si sposa, e ad Anna e Sauro sono riconosciute onoreficenze: entrambi ricevono il diploma d’onore di Combattenti per la Libertà d’Italia 1943-1945 e lei anche quello di Deportata Politica non Collaborazionista. Ma una malattia invade il corpo e la mente di Anna: schizofrenia senile: allora «prega la Madonna nera di Czestochowa, trova conforto e si sente meno sola»: “Una cura serve più di una candela accesa davanti alla Madonna?”, si chiede.
Una domanda che facciamo nostra.
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 21 novembre 2025
Mi chiamo Andrea Musacci.
Da aprile 2014 sono Giornalista Pubblicista, iscritto all’Ordine dei Giornalisti dell’Emilia-Romagna.
Sono redattore e inviato del settimanale "la Voce di Ferrara-Comacchio" (con cui collaboro dal 2014: http://lavoce.e-dicola.net/it/news - www.lavocediferrara.it), e collaboro con Filo Mag, Avvenire, La Fionda, Vino Nuovo.
In passato ho collaborato con La Nuova Ferrara, Listone mag e Caritas Ferrara-Comacchio.
-------------
"L'unica cosa che conta è l'inquietudine divina delle anime inappagate."
(Emmanuel Mounier)