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Tutto il Novecento nel PAC di Ferrara: in mostra la Collezione di Franco Farina

23 Dic
Warhol, Vedova, Schifano e molti altri grandi artisti esposti al Padiglione di Arte Contemporanea. Fra due anni le opere a Palazzo Massari, a breve la catalogazione delle sue lettere e fotografie. Aneddoti inediti su Farina e il suo studio. E quel misterioso bozzetto delle “Muse inquietanti” di De Chirico…
 
di Andrea Musacci
farina 2Estro, tecnica e intelligenza sono doti necessarie per un artista ma anche per chi l’arte la colleziona, la espone, la rende patrimonio della comunità. Ed estro, tecnica e intelligenza erano caratteristiche che appartenevano a Franco Farina, non solo Direttore dal 1963 al 1993 di Palazzo dei Diamanti, ma anche colui che, in questo trentennio, ha sconvolto la monumentale quiete di un Palazzo antico e di un’intera città, portando ogni anno a Ferrara i maggiori e più coraggiosi artisti internazionali contemporanei.
 
Ora, è possibile passeggiare in queste tre decadi – o meglio, nell’intero Novecento – attraverso le sale del PAC, il Padiglione d’Arte Contemporanea di Ferrara (attiguo a Palazzo Massari), in occasione della mostra “La collezione Franco Farina / Arte e avanguardia a Ferrara 1963/1993″, che raccoglie un’ampia selezione delle opere a lui donate o da lui cercate nel corso della carriera (in tutto, quasi 200 tra dipinti, disegni, sculture e opere polimateriche). Patrimonio che la scorsa primavera Lola Bonora, erede, compagna di una vita ed ex direttrice del Centro Video Arte di Diamanti, ha donato al Comune di Ferrara. Donazione che – come ha ricordato oggi, 20 dicembre, giorno dell’inaugurazione, proprio la Bonora nella conferenza stampa in Municipio – lo stesso Farina desiderava fortemente: “sono fortunato a poter avere queste opere in casa mia, ma quando non ci sarò più vogliono che tornino ai cittadini”, diceva. E così è stato. “In questa mostra c’è lui, la sua storia”, ha proseguito la Bonora.
 
“E’ stato tanto amato dalla sua Ferrara, anche dai semplici cittadini: diverse persone, fino all’ultimo, lo fermavano per strada per salutarlo”.
Così, ora, dopo almeno sei mesi di ricerca e preparazione, la mostra è realtà, grazie alla Fondazione Ferrara Arte e Gallerie d’arte moderna e contemporanea di Ferrara, con la cura di Maria Luisa Pacelli, Ada Patrizia Fiorillo, Chiara Vorrasi, Lorenza Roversi e Massimo Marchetti. In parete, capolavori di Carlo Carrà, Giorgio de Chirico, Lucio Fontana, Emilio Vedova, Robert Rauschenberg, Mimmo Rotella, Mario Schifano, ma anche Andy Warhol, Renato Guttuso, Man Ray, Mario Sironi, e, tra i ferraresi, Fabbriano, recentemente scomparso. Una collezione, quella di Farina, spiega Fiorillo nel catalogo, che nasce “dagli incontri, dagli scambi, dalle amicizie, dalla stima offerta e ricevuta, insomma da quel ‘disegno’ che non divideva l’uomo dal professionista”.
 
Prossima tappa: la catalogazione delle sue lettere e fotografie. E fra due anni le sue opere saranno a Palazzo Massari
 
OLYMPUS DIGITAL CAMERAA breve inizierà l’inventariazione dello sterminato insieme di documenti, lettere e fotografie appartenute allo stesso Farina, alcune delle quali presenti in mostra. Come spiegano a “la Voce” le curatrici Pacelli, Roversi e Vorrasi, “si tratta di oltre un centinaio di faldoni contenenti alcune migliaia di documenti. La speranza – ma è presto per dirlo – è di riuscire a concludere l’inventariazione entro sei mesi, quindi circa a metà 2020. Il nostro intento – proseguono – è anche quello di svolgere un lavoro ragionato, sottolineando ad esempio le diverse relazioni di Farina con i vari destinatari delle missive”.
 
Inoltre, Pacelli ha spiegato come non ci si limiterà al pur ottimo catalogo già disponibile, ma “il lavoro continuerà – con lo stesso gruppo di ricercatori – per realizzare prossimamente un vero e proprio libro”.
Chiediamo alla Pacelli se Palazzo Massari al momento della riapertura a fine lavori – prevista nel 2022 – potrà ospitare una sezione con le opere della Collezione Farina. “Non è questa l’idea che abbiamo – ci spiega -, ma quella di arricchire con anche le opere appartenute a Farina, la futura Sezione del Museo dedicata al Novecento”. Parole che, ancora di più, permettono di assaporare questa “piccola” ma intensa mostra al PAC come un anticipo di quello che sarà al Massari.
 
Il misterioso bozzetto delle “Muse” dechirichiane
 
antolini-farina-brunelli-copiaDi De Chirico in mostra si può ammirare l’opera “Due cavalli” (tempera su cartoncino degli anni ’50). Non abbiamo trovato, invece, un bozzetto delle “Muse inquietanti”, che nel novembre 2015 – in contemporanea con la mostra “De Chirico a Ferrara. Metafisica e avanguardie” -, la Maria Livia Brunelli Home Gallery aveva esposto per alcune settimane. Si tratta di un olio su tela forse del 1918 donato da De Chirico a Farina. Chi scrive, insieme alla Brunelli, aveva tentato di “indagarlo”: analizzando avevo scoperto come il bozzetto, rispetto all’originale, non presenti la statua-manichino e la scatola “esoterica” nella parte destra in ombra. Questo fa pensare che probabilmente il bozzetto sia una delle prime intuizioni del dipinto del 1918, e non una delle repliche realizzate successivamente all’opera, a scopo di vendita. L’intuizione potrebbe essere confermata dal fatto che l’opera non è firmata (non presenta nessuna scritta) e quindi non finalizzata al mercato. Lola Bonora ha voluto conservare questo bozzetto nella propria collezione personale, scegliendo quindi di non donarlo al Comune.
Tra l’altro, fu quella sera del 21 novembre 2015 che Farina, nella MLB home gallery di corso Ercole I d’Este annunciò: “dopo la mia morte tutte le opere della mia Collezione andranno al Comune di Ferrara”.
 
L’opera su tessuto nel suo studio, nell’aria profumo di mandorle e champagne
 
La vita di una persona è composta dagli aneddoti più originali, spesso più utili di tante parole a descrivere una personalità, come nel caso di Farina.
Il critico e curatore Lucio Scardino a “la Voce” sottolinea come egli fosse “attentissimo alla moda e al mercato, avendo un fiuto straordinario per le tendenze e le innovazioni artistiche. Era intelligente anche perché spesso – e nella mostra si nota – si faceva donare dagli artisti che esponeva a Diamanti, l’opera scelta per essere inserita sul manifesto dell’esposizione stessa”. Scardino ci regala anche un aneddoto – “ ‘Tu sei un feticista’, mi diceva scherzando, per il mio intenso interesse per gli artisti ferraresi” – e ricorda la sua collaborazione, durata alcuni anni, con Farina per la schedatura delle oltre 8mila opere d’arte del Comune di Ferrara. “L’opera ‘Interrogazioni sull’arte’, una stampa su tessuto di oltre 3 metri realizzata da Léa Lublin – ci racconta ancora Scardino -, ricordo che Franco l’aveva appesa nel proprio studio dietro la scrivania dove siedeva, donando alla vista una forte impressione”.
Anche la Pacelli, nel corso della conferenza stampa, ha ricordato le numerose visite nello studio di Farina, dove insieme mangiavano mandorle salate e bevevano champagne. Particolare, questo, ricordato a “la Voce” anche da Maria Livia Brunelli: “a chi lo andava a trovare negli anni d’oro nel suo studio a Palazzo dei Diamanti, offriva sempre un bicchiere di champagne”. Inoltre, “indossava spesso una tunica e aveva un pappagallo bianco che gli si posava sulla spalla”.
“Farina era una figura evanescente, in lui il concetto, il pensiero dominavano sulla materialità, sulla fisicità”, ha ricordato invece Vittorio Sgarbi, Presidente di Ferrara Arte. “La curiosità, il sapersi creare rapporti con i musei più importanti, i legami con i mercati ‘laici’, nel senso di privi di pregiudizi, erano le caratteristiche” che gli permisero di far diventare Diamanti quel che è diventato: in quel periodo immortale, in quei “30 anni di ‘dittatura’ farininana” – sono ancora parole di Sgarbi – nei quali egli, con la sua “produzione compulsiva” e con il suo “gusto impersonale (finalizzato soprattutto a testimoniare il contemporaneo in questa città)”, ha rivoluzionato la mistica e assonnata Ferrara.
 
Ferrara centro nazionale dell’arte fotografica?
 
E’ questa la proposta, e al tempo stesso la sfida alla città lanciata, sempre il 20 dicembre in Municipio, da Sgarbi. Nel presentare la mostra “La fotografia ha 180 anni! Il libro illustrato dall’incisione al digitale / Italo Zannier fotografo innocente” (in programma tra febbraio e marzo ’20 al MART di Rovereto e il prossimo autunno al PAC di Ferrara), il presidente di Ferrara ha raccontato la propria esperienza, nel ’74, come assistente di Zannier: “così, grazie a lui, quasi per caso, ho scoperto la fotografia”. Dunque, l’annuncio: “in Italia, quindi anche a Ferrara, c’è bisogno di un ‘terremoto fotografico’, attraverso la nascita di centri. Ferrara può diventare uno di questi centri della fotografia, è un dovere storico. Sarebbe importante che questa rivalutazione assolutamente necessaria dell’arte fotografica partisse da Ferrara, com’è stato – ha proseguito – il progetto del MEIS. Insomma, speriamo che Ferrara possa essere all’avanguardia nel riconoscimento della fotografia come arte fondamentale della modernità, della contemporaneità e della vita quotidiana di ognuno”.
Presenti in Municipio, per l’occasione, lo stesso Zannier, l’Assessore alla Cultura Marco Gulinelli e Gianfranco Maraniello, Direttore del MART di Rovereto.
 
 
Pubblicato su http://www.lavocediferrara.it

Il Fondo Antonioni vent’anni dopo l’acquisto: «Catalogazione del materiale ormai giunta al termine»

28 Giu

Nell’archivio storico comunale sono custoditi circa 47mila oggetti appartenuti al premio Oscar

Michelangelo-Antonioni-El-artista-de-la-lenteA metà anni Novanta l’amministrazione comunale acquistò da Michelangelo Antonioni e Enrica Fico (la moglie) materiali appartenenti al cineasta ferrarese (sceneggiature, pellicole, foto, riviste, documenti) con un obiettivo: realizzare un museo a lui dedicato. Questi materiali costituirono, e costituiscono tuttora, il cosiddetto Fondo Antonioni. Era 1995, anno in cui al regista venne consegnato l’Oscar alla carriera e in cui uscì Al di là delle nuvole, il suo ultimo lungometraggio.

Il museo inaugurò in quello stesso anno negli spazi di Corso Ercole I d’Este 17, a Ferrara, con una selezione di dipinti del maestro e di alcuni manifesti dei suoi film. L’acquisto venne poi formalizzato nel 1998 con l’arrivo a Ferrara dei restanti materiali documentari e artistici facenti parte del Fondo. Sono circa quarantasettemila i pezzi in esso contenuti, di cui oltre ventisettemila fotografie, sia stampe sia negativi, oltre a opere, oggetti e documenti dall’inizio della carriera fino a metà anni Novanta. I suoi film e documentari, le sceneggiature originali e le fotografie di scena, la biblioteca, la discoteca (con musica dei generi più svariati, dalla classica alla leggera italiana – Bennato e Vanoni, ad esempio – ma anche, tra i tanti, Bob Dylan, Michael Jackson, musica cinese, spagnola, e molti dischi jazz), gli oggetti personali e professionali simboli delle sue passioni (ad esempio, le rassegne stampe sui suoi film, che lui o alcuni suoi collaboratori realizzavano), l’epistolario intrattenuto con alcuni tra i maggiori protagonisti della vita culturale del secolo scorso, da Roland Barthes a Luchino Visconti, da Federico Fellini ad Andrej Tarkovsky e Giorgio Morandi. È tutto lì anzi, è tutto qui: a Ferrara.

Nel 2006 il museo venne chiuso perché lo spazio che lo ospitava non era conforme alle normative che regolano l’apertura al pubblico di luoghi a destinazione museale. È stato quindi elaborato un progetto di messa a norma e di riallestimento; progetto che, per mancanza di risorse, non ebbe seguito. In quello stesso momento si è iniziato a discutere del restauro di Palazzo Massari e dell’opportunità di collocarvi anche il museo Antonioni, assieme agli altri nuclei collezionistici che compongono il patrimonio delle Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea. Nel 2010 ha preso il via uno studio sistematico dei materiali del fondo che ha trovato sbocco nella mostra Lo sguardo di Michelangelo. Antonioni e le arti, volta a celebrare il centenario della nascita di regista, e nell’impostazione del progetto di inventariazione e catalogazione informatizzata.

La mostra è stata presentata al Palazzo dei Diamanti Ferrara nel 2013, con sei mesi di ritardo rispetto a quanto programmato a causa del terremoto, per poi viaggiare in altre prestigiose sedi europee, il Bozar di Bruxelles, la Cinémathèque Française a Parigi e, infine, l’Eye Filmmuseum di Amsterdam. Nell’ottobre 2013, a causa dell’inagibilità di Palazzo Massari, gran parte del fondo è stato depositato presso l’Archivio Storico Comunale in via Giuoco del Pallone per la catalogazione e consultazione. Si tratta di 139 metri lineari complessivi di scaffalatura. Le pellicole sono conservate presso la Cineteca di Bologna, mentre nel Deposito d’Arte Moderna (Dam), facente parte del complesso di Palazzo Massari, sono rimaste le opere pittoriche del regista (in totale sono 371 dipinti realizzati su carta con varie tecniche, dall’olio alla tempera, dall’acquerello al collage e alla china, e di soggetto prevalentemente astratto), oltre alle locandine originali delle sue pellicole, ai premi e agli oggetti personali. Fatta eccezione per i mesi critici immediatamente successivi al sisma e alla chiusura di Palazzo Massari, il materiale del fondo, anche durante la catalogazione, è sempre stato disponibile alla consultazione, che avviene su appuntamento, inviando la richiesta all’indirizzo: artemoderna@comune.fe.it. Nel dicembre 2014 è poi stato affidato l’intervento di inventariazione archivistica e catalogazione alla cooperativa Le Pagine, che ormai ha concluso, dopo due anni e mezzo, l’arduo e affascinante compito.


La soddisfazione della Pacelli, direttrice delle Gallerie d’arte moderna di Ferrara Dieci anni senza il grande regista: in autunno una serie di iniziative per ricordarlo

«Siamo alle battute finali del progetto di catalogazione del Fondo Antonioni, che verrà portato a termine in concomitanza con il decennale dalla scomparsa del regista (30 luglio, ndr), mentre ci vorranno ancora alcuni anni per concludere la digitalizzazione dei documenti». Dopo sette anni dall’inizio dello studio dei materiali contenuti nel Fondo Antonioni, «Fondo peculiare ed eterogeneo», ora si è prossimi a mettere la parola “fine” alla catalogazione degli oltre quarantasettemila documenti appartenuti al cineasta. Per questo Maria Luisa Pacelli, direttrice delle Gallerie d’arte moderna e contemporanea di Ferrara, ha detto di ritenersi più che soddisfatta.

Quali sono state le tappe principali del progetto?

«Dal 2010 insieme allo studio sui materiali si è proceduto all’individuazione dello strumento catalografico più adatto, individuato nella piattaforma X-dams, fornitaci dall’Istituto per i beni artistici culturali e naturali della Regione Emilia-Romagna, e usata per i documenti e le foto. La fase successiva ha riguardato un ulteriore approfondimento dei materiali finalizzato alla ricostruzione della storia degli stessi e di come essi fossero stati organizzati in origine dal regista e dai suoi collaboratori. Grazie a una borsa di studio finanziata da Lions Ferrara Host e Lions Ferrara Diamanti, questa ricerca è stata affidata a Francesco Di Chiara, studioso di storia del cinema, che si è potuto avvalere delle testimonianze di Enrica Fico e Carlo di Carlo. Di Chiara ha mappato i tanti appunti sparsi, manoscritti e dattiloscritti, a volte copiati e incollati dallo stesso regista in altri taccuini. Il suo lavoro, durato 11 mesi, è stato molto utile per i catalogatori».

E dopo è iniziato il processo di catalogazione?

«Sì, è stato costruito il bando di gara, vinto dalla cooperativa Le Pagine, in cui si è delineato il progetto di catalogazione, con la schedatura dei singoli pezzi e la loro messa in sicurezza da un punto di vista conservativo. Terminata questa fase, abbiamo formulato un’ipotesi di riordinamento generale virtuale che è stata poi sottoposta all’approvazione della Soprintendenza Archivistica. Ora la catalogazione è praticamente conclusa, stiamo apportando solo lievi modifiche alla struttura generale del catalogo. Una volta inserite queste ultime correzioni alle schede generali dell’inventario, attenderemo l’approvazione della Soprintendenza per poi procedere alla messa online dei materiali sul sito di Ibc».

Quali sono state le difficoltà riscontrate?

«Le principali sono state determinate dalla grande eterogeneità dei materiali: non esistendo modelli archivistici preconfezionati per catalogare oggetti e documenti tanto diversi, ci siamo trovati a dover cucire un abito su misura, fatto che ha comportato un certo grado di sperimentalità. A operazioni concluse possiamo dire che il risultato raggiunto grazie alla messa in campo di una pluralità di competenze, è il punto di forza dell’intero progetto, anche se non è stato sempre facile trovare una visione comune».

Continuerà la digitalizzazione del Fondo?

«Negli anni, per diverse ragioni, una su tutte la mostra itinerante, il Fondo è stato oggetto, seppur non in maniera sistematica, di interventi di digitalizzazione. Abbiamo a disposizione oltre 700 immagini tra documenti, foto, oggetti e oltre 200 delle opere pittoriche. Continueremo, ci vorranno anni per finire la digitalizzazione, ma l’importante è che il lavoro non si interrompa. La vera sfida che ci attende è di rendere consultabile il materiale digitalizzato all’interno del catalogo online dell’Ibc, in modo che sia accessibile a studiosi e appassionati di tutto il mondo».

Per il decennale della morte di Antonioni vi sono eventi in programma?

«Stiamo lavorando ad una iniziativa, probabilmente in autunno, e sono al vaglio diverse possibilità, non appena la proposta sarà definita l’annunceremo».

E che novità ci sono sul museo Antonioni?

«Non sarà ospitato nella precedente sede accanto a Palazzo dei Diamanti, ma integrato nel complesso di Palazzo Massari insieme agli altri nuclei collezionistici e agli altri archivi. I lavori però sono appena iniziati e non è possibile indicare una data di riapertura credibile. Il museo Antonioni dovrebbe essere collocato dove, prima del sisma, si trovavano le collezioni del ’900, quindi al piano terreno e oltre ad alcune sale che ospiteranno l’archivio, sono previste aree con materiale esposto a rotazione, per problemi conservativi che si possono immaginare, e per mantenere vivo il museo dando risalto a più documenti possibile. Sarà un museo diverso da quello chiuso nel 2006: l’idea è di dare conto non solo dell’opera pittorica del regista, ma anche di offrire la possibilità di conoscerne la vita e l’attività, oltre che di studiare i collegamenti tra la sua opera e le arti visive, in particolare l’influenza del suo cinema sull’arte contemporanea».


ENRICO SPINELLI, DIRETTORE DEL SERVIZIO BIBLIOTECHE E ARCHIVI DI FERRARA

Il Servizio biblioteche e archivi (Sba) del Comune da ottobre 2013 ospita, nella sede dell’Archivio storico comunale, buona parte dei materiali del Fondo Antonioni. «Siamo molto contenti di aver dato una mano al progetto in quanto depositari, anche se momentanei», spiega il direttore Enrico Spinelli. La possibilità di ospitare il Fondo «dà ancora più risalto al nostro progetto di valorizzazione della Ferrara del ’900. Tutto ciò ci ha aiutato anche a capire come l’Archivio storico comunale non debba ospitare solo i materiali dell’amministrazione territoriale ma debba esser archivio della città». L’archivio Lanfranco Caretti, quello della Cgil ferrarese, il Saracco Riminaldi, il Giglioli ed il Tumiati Ravenna sono solo alcuni tra quelli conservati in via Giuoco del Pallone. Tanto che Spinelli dice: «Il ’900 ferrarese è tutto qui!».


L’ASSESSORE ALDO MODONESI RIGUARDO AL MUSEO ANTONIONI

«Ad oggi è ancora quasi impossibile prevedere quando potrà avvenire la riapertura di Palazzo Massari, quindi anche del Museo Antonioni – è realistico l’assessore ai lavori pubblici Aldo Modonesi -. Sicuramente ci stiamo muovendo per dare una certa consequenzialità ai lavori: appena si conclude un cantiere, subito ne viene aperto un altro per avviare la fase successiva. La dislocazione del Museo Antonioni al Massari? Il progetto preliminare potrebbe essere confermato in toto, parzialmente o stravolto, non possiamo dirlo. Ma avendo ricevuto il vaglio della Soprintendenza, resta un punto di riferimento».

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 27 giugno 2017

Questi i link dei miei articoli (con alcune immagini di Filippo Rubin) sul sito de la Nuova Ferrara:

 

Alla scoperta dell’Ariosto che realizzò il Furioso

23 Set

[Qui alcune mie immagini in anteprima della mostra]

Presentata la mostra di Palazzo Diamanti, inaugurazione oggi. Medaglia d’onore del Presidente Mattarella al sindaco Tagliani

14355794_1464335220250414_1295043005063235763_n«Felicità e ottimismo per un ambizioso progetto espositivo, un sogno sull’Ariosto che si realizza». Grande l’entusiasmo degli organizzatori e significativa la partecipazione di pubblico ieri pomeriggio nel Salone d’Onore di Palazzo dei Diamanti per la presentazione della mostra “Orlando furioso 500 anni. Cosa vedeva Ariosto quando chiudeva gli occhi”, che viene ufficialmente inaugurata oggi alle 18 alla presenza del Ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini, e sarà visitabile fino all’8 gennaio, tutti i giorni dalle 9 alle 19. L’esposizione, a cura di Guido Beltramini e Adolfo Tura, è organizzata da Ferrara Arte e dal Ministero dei Beni Culturali.

500 anni e non sentirli: il 22 aprile 1516 in una tipografia di Ferrara venivano stampate le prime copie dell’immortale poema ariostesco, e ora, nel quinto centenario questa mostra permette di ammirare dipinti, sculture e disegni, ma anche arazzi, libri, manoscritti miniati, strumenti musicali, ceramiche invetriate, armi e rari manufatti. Il tutto per cercare di ricreare l’ambientazione mentale di Ludovico Ariosto mentre componeva il Furioso.

L’importante lavoro, portato avanti dai curatori insieme a Maria Luisa Pacelli e Barbara Guidi, rispettivamente Direttrice e Curatrice di Palazzo dei Diamanti, e al comitato scientifico, permette di contemplare capolavori di grandi artisti, da Paolo Uccello (San Giorgio e il drago, c. 1440) ad Andrea Mantegna (Minerva caccia i Vizi dal Giardino delle Virtù, 1497-1502), da Leonardo da Vinci (Scena di battaglia, c. 1517-18) a Michelangelo (Leda e il cigno, copia, post 1530), e Tiziano (Il baccanale degli Andrii, c. 1523-26, che torna a Ferrara dopo più di 400 anni), oltre a tanti altri.

Una mostra d’arte, ma non solo: grazie al sostegno dei maggiori musei, saranno esposte opere e oggetti preziosi noti al poeta, o coerenti col suo stile: oltre alla copia dell’Orlando furioso datata 22 aprile 1516, dalla British Library di Londra, ad esempio vi sarà l’olifante dell’XI secolo, che leggenda vuole sia il corno di Orlando che risuonò a Roncisvalle.

Ieri durante la presentazione Maria Luisa Pacelli ha presentato, tra l’altro, tre pubblicazioni legate alla mostra: una di Luigi Dal Cin, un’altra curata da Elisa Curti con testo di Calcagnini, che verranno presentati in Biblioteca Ariostea rispettivamente il 5 ottobre e il 18 novembre, oltre a una di illustrazioni e di fumetti in collaborazione col Liceo Dosso Dossi.

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Un momento della presentazione di ieri

Altre iniziative di contorno sono state illustrate da Martina Bagnoli, direttrice della Pinacoteca Nazionale: visite guidate, manifestazioni musicali organizzate col Conservatorio, spettacoli, e una maratona di lettura del Furioso in programma tra il 2 e il 3 dicembre prossimi.

Tiziano Tagliani, sindaco di Ferrara, ha elogiato  l’esposizione come «straordinaria, utile per rivivere ciò che Ariosto rielaborava quando si chiudeva nelle sue stanze». A ulteriore dimostrazione dell’importanza della rassegna, il Prefetto Michele Tortora all’inizio della conferenza ha consegnato al sindaco una medaglia d’onore a nome del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

L’Assessore alla Cultura Massimo Maisto, raggiante per l’evento, ha anche illustrato il progetto del “Cantiere Ludovico Ariosto” ospitato nel virtuale“MuseoFerrara”. Infine, i curatori Adolfo Tura e Guido Beltramini hanno illustrato nel dettaglio il percorso espositivo.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 23 settembre 2016

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Riscoprire gli albori della Videoarte a Palazzo dei Diamanti

26 Set
Da sinistra, Concetta G. Saba, Carlo Ansaloni, Lola Bonora e Maria Luisa Pacelli

Da sinistra, Concetta G. Saba, Carlo Ansaloni, Lola Bonora e Maria Luisa Pacelli

Un’esposizione per riscoprire gli albori della Videoarte e un omaggio al Centro d’avanguardia presente per vent’anni, fino a metà anni ’90, nella nostra città. La mostra “Videoarte a Palazzo dei Diamanti. 1973-1979 – Reenactment” è stata presentata alla stampa ieri mattina e poi inaugurata pubblicamente alle 18. Una mostra nostalgica, che vuol rinfrescare la memoria su cos’ha rappresentato il Centro Video Arte, ma essere anche pungolo per riprendere quel discorso interrotto vent’anni fa. Sono le due Sale Benvenuto Tisi da Garofalo ad accogliere videoinstallazioni, documenti e oggetti per questa mostra visitabile fino al 18 ottobre, e nata grazie a Fondazione Ferrara Arte e Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea di Ferrara.

Maria Luisa Pacelli ha elogiato il lavoro compiuto dai laboratori La Camera Ottica e CREA del DAMS di Gorizia – Università di Udine per mettere in sicurezza le numerose opere di quegli anni. Si tratta, infatti, di creazioni, presenti in mostra, di artisti come Fabrizio Plessi, Christina Kubisch, Claudio Cintoli, Maurizio Bonora, Gianfranco Goberti (questi due presenti ieri insieme a Claudio Zoccola), Guidi Sartorelli, e tanti altri tra i quali, naturalmente, Lola Bonora e Carlo Ansaloni, fondatori del Centro Video Arte. Bonora ha sottolineato come nella mostra sia «rispettato l’aspetto poetico delle immagini, quel clima», mentre Ansaloni ha aggiunto come «in un mondo troppo digitalizzato come l’attuale, molti sentano il desiderio di  riscoprire questo lavoro fatto di competenza e puntigliosità».

Uno degli oggetti in mostra

Uno degli oggetti in mostra

L’Assessore alla Cultura Massimo Maisto ha, quindi, precisato l’importanza «tanto della tutela quanto della valorizzazione», e il dovere di sfruttare al meglio gli spazi pubblici cittadini. Oltre a due rappresentanti della Fondazione Pianori, che ha permesso questa mostra, è intervenuta Cosetta G. Saba, coordinatrice del progetto. Infine, come ci ha spiegato Lisa Parolo, fra i curatori insieme a Chiara Vorrasi, «per alcune opere abbiamo compiuto soltanto le prime due fasi di conservazione, ossia la migrazione – l’upgrade del contenuto su un supporto digitale – e la video-preservazione, vale a dire la ricostruzione dell’opera. Per altre, invece, abbiamo compiuto anche il restauro digitale».

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 26 settembre 2015

Fondo Antonioni, importanti novità

11 Ott

Tavola rotonda Fondo

Ieri alle 16.30 nella Biblioteca Ariostea ha avuto luogo la tavola rotonda dedicata alle prospettive sul Fondo Antonioni, incontro conclusivo del Piano Michelangelo Antonioni, moderato dal coordinatore del Piano Leonardo Delmonte. Il Vicesindaco e Assessore alla Cultura Massimo Maisto ha iniziato il dibattito con due importanti annunci: innanzitutto che “fra qualche settimana il Fondo Antonioni sarà incorporato nell’Archivio storico comunale”, sito in via Giuoco del Pallone. Inoltre, che per il futuro vi è “l’idea di ricollocare il Museo Antonioni nel complesso di Palazzo Massari-Palazzina Cavalieri di Malta.”

Il progetto di catalogazione informatizzata del Fondo è, invece, stato al centro della relazione della Direttrice delle Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea Maria Luisa Pacelli, la quale ha ricordato anche il contributo, nella catalogazione di parte del Fondo, da parte del dott. Francesco di Chiara, anch’esso intervenuto nel dibattito.

Il Presidente dell’Associazione “Amici della Biblioteca Ariostea” Paola Zanardi ha usato un’immagine calzante, definendo il Fondo “il cuore di Antonioni”, risorsa che – come ha detto Enrico Spinelli, Dirigente del Servizio Biblioteche e Archivi – “si ha il dovere di conservare e tramandare.” Il docente di Storia del Cinema Alberto Boschi ha, invece, ricordato i due contributi di UniFe all’anno di Antonioni, vale a dire il convegno internazionale del dicembre 2012 e il corso da lui tenuto dedicato al grande regista. Sono, inoltre, intervenuti il Direttore del Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università di Ferrara Matteo Galli e Doris Cardinali, coordinatrice del Piano. In conclusione, Delmonte ha presentato il nuovo sito del Piano Antonioni, “strumento necessario per passare, dopo le celebrazioni del centenario, ad una nuova fase”, rivolta a tutta la cittadinanza, soprattutto ai giovani, anche attraverso la produzione artistica.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara l’11 ottobre 2013

(nella foto, da sx: Paola Zanardi, Maria Luisa Pacelli, Leonardo Delmonte, Enrico Spinelli, Massimo Maisto)

Oggi si conclude il lungo ciclo di incontri del “Piano Michelangelo Antonioni”

10 Ott

Il “Piano Michelangelo Antonioni. La ricerca di un posto nel paesaggio” è un ciclo di iniziative – organizzato dall’Associazione Michelangelo Antonioni e da Basso Profilo – iniziate nel settembre 2012 e che si conclude oggi alle 16.30 nella Biblioteca Ariostea con una tavola rotonda sulle prospettive del Fondo Antonioni. Interverranno il Vicesindaco e Assessore alla Cultura Massimo Maisto, la Direttrice delle Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea Maria Luisa Pacelli, il Presidente dell’Associazione “Amici della Biblioteca Ariostea” Paola Zanardi, il Direttore del Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università di Ferrara Matteo Galli, il docente di Storia del cinema di UniFe Alberto Boschi, nonché Francesco di Chiara, Assegnista di ricerca sempre a UniFe, e i curatori e coordinatori del Piano Doris Cardinali e Leonardo Delmonte. L’incontro sarà introdotto da Enrico Spinelli, Dirigente Servizio Biblioteche e Archivi.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 10 ottobre 2013