“Francesco e l’infinitamente piccolo”: dalle Clarisse un racconto divino
Gran finale l’8 marzo nel Monastero del Corpus Domini per la conclusione degli eventi dell’Ottavario in preparazione alla Festa di Santa Caterina Vegri (9 marzo). Nel pomeriggio di domenica si è svolta la lettura teatrale “Francesco e l’infinitamente piccolo” con Miriam Gotti (voce e canto) e Vittorio Mazzocchi (pianoforte), e testi tratti dall’omonimo libro di Christian Bobin (foto piccole).
Partecipati anche gli altri incontri: il 1° marzo la testimonianza di Gian Andrea Franchi e Lorena Fornasir della cura dei migranti a Trieste; il 6 “Chi sei Tu? Che sono io?”, incontro per giovani con Claudia Baldassari (teologa e psico-drammatista); il 7 incontro con fr. Pietro Maranesi (cappuccino e teologo).
Tornando all’iniziativa di domenica 8, questa è stata un poetico e narrativo viaggio nella vita di San Francesco d’Assisi, fin dalla sua nascita: «le madri reggono l’Eterno che regge il mondo e gli uomini», è iniziato il racconto. E lui, cresciuto «di latte e di sogni» ma che poi si perderà, diventerà venditore di drappi e stoffe, amerà la ricchezza e lo sperpero. Ma già in quei momenti inizia ad affiorare «il sorriso di Dio», «l’infinitamente piccolo». Sì, perché «l’amore di sé sta all’amore di Dio come il grano giovane sta al grano maturo». Così, nella conversione Francesco troverà «la sua vera natura, la sua vera casa, il luogo d’elezione», dopo la prigionia e la malattia. E poi c’è il suo sogno delle tre donne a Spoleto («Francesco, ritorna a casa!»), che gli permetterà di abbandonare i suoi progetti di conquista militare. Francesco tentenna, indugia, ma «canta sempre di più», il suo cuore si sta liberando, «spera ormai in un godimento più grande dell’essere giovane». Poi sparisce, esce dalla città, va tra i poveri e i mendicanti, «cerca quell’abbondanza che il denaro non gli può donare», perché «la verità è un tesoro che nemmeno la morte può levarci». Ma la povertà «nella sua nudità materiale lo attirava e al tempo stesso lo sconvolgeva». Poi avviene l’incontro col lebbroso: «in quel momento nel suo sguardo riconobbe gli occhi di Dio». Sì, perché «solo l’infinitamente piccolo può chinarsi con così tanta grazia».
Ora, può e deve avvenire il distacco “scandaloso” dal padre, per andare «a monte di tutto». Dice Francesco: «vado da mia madre terra, mia madre cielo», io che sono «folle di dolcezza»: «me ne vado nudo come un filo d’erba», «vado verso la vita». Ma Francesco non può evitare l’incontro con un’altra donna: Chiara, «chiarissima di spirito». Lei e Francesco ci aiutano a comprendere che ciò che conta è solo «l’oggi eterno dei viventi, l’oggi amoroso dell’Amore». In Francesco e Chiara, infatti, vi è la «noncuranza del domani, l’attenzione a ogni vita (…), la meraviglia per ogni presenza». La vera gioia sta quindi nell’«essere ovunque nel mondo sentendosi nel ventre di Dio». Dio, appunto: «l’infinitamente piccolo, divenuto infinitamente altissimo».
Andrea Musacci
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 13 marzo 2026
Gian Andrea Franchi e Lorena Fornasir: «i corpi dei migranti, torturati e ingombranti»
Nella Piazza del Mondo di Trieste, un gruppo di donne ricama su un enorme lenzuolo i nomi dei migranti morti durante i viaggi per sfuggire alla violenza, in cerca di una vita migliore.È il lenzuolo della memoria “Madri di frontiera”. Un “velo pietoso” che non nasconde il dolore ma lo mostra, e ne mostra le cause. È il dolore dei migranti che a migliaia arrivano o transitano a Trieste, provenienti perlopiù da Afghanistan, Pakistan, Siria, Iraq Iran e Bangladesh.
Lo scorso 1° marzo nel Monastero del Corpus Domini di Ferrara sono intervenuti i coniugi Gian Andrea Franchi e Lorena Fornasir, fondatori dell’Associazione “Linea d’ombra” che a Trieste soccorre queste persone in arrivo dalla rotta balcanica. I due sono stati intervistati da Massimo Cipolla, avvocato già consulente legale, tra gli altri, del Centro Servizi Integrati per l’Immigrazione dei Comuni della provincia di Ferrara. Un centinaio i presenti all’incontro.
«Sono, i nostri, a livello globale, tempi atroci, fatti di guerre e genocidi», ha esordito Franchi. Le domande “Chi sei Tu?Che sono io?” del ciclo di incontri per l’Ottavario «mi portano a domandarmi “Chi siamo noi”». L’io-tu, quindi, come embrione del noi. «I migranti a Trieste – nei loro Paesi vittime del colonialismo e della crisi ecologica – mi hanno in qualche modo aiutato a rispondere». Trieste, dove da anni incontriamo «migranti ai limiti della sopravvivenza, più volte abbiamo dovuto chiamare l’ambulanza: e allora abbiamo compreso che non potevamo non fare nulla. Curiamo le loro ferite e diamo loro da mangiare: ecco cosa facciamo. Ma il nostro intento è anche politico, inteso come qualcosa che modifica la polis.Non accettiamo – ha proseguito – questo mondo di indifferenza prima e di violenza poi. Aiutiamo queste persone affinché possano essere libere di andare dove vogliono, contro il potere degli Stati e dell’Unione Europea che li bloccano o li uccidono coi loro dispositivi di controllo e di morte». È il potere istituzionale di un Occidente dominato «dall’indifferenza, dall’individualismo e dalla competizione/guerra, che fa dell’altro un nemico. Cerchiamo, invece, di creare forme comunitarie di vita:è questo il “comunismo della cura” che dà il titolo a un mio libro», dove comunismo, appunto, è sinonimo «di cura e di relazioni necessarie affinché ci sia la vita». Insomma, «è solo la comunità a poter salvare la vita».
«I migranti – ha esordito poi Fornasir – coi loro sguardi ci insegnano a vedere noi stessi, il nostro trauma». Loro, «sporchi di fango, con l’odore di marcio e le piaghe nei piedi». Loro che, però, «spesso arrivano sorridenti e mi chiedono “Come stai?”». Insomma, «sono loro a curare noi. A volte mi dicono “sono salvo ma non sono vivo”»: si sentono morti dentro per tutta la violenza che han subito e alla quale hanno assistito. Come quel migrante che, alla frontiera tra Grecia e Turchia, ha visto un poliziotto uccidere un bimbo piccolo in braccio alla mamma con un colpo di pistola in testa e gettarlo nel fiume solo perché il suo pianto lo disturbava. «Ho visto i segni sui corpi di alcune persone migranti delle torture subite: io mi chino su di loro per curare le loro ferite», e «come posa di sovvertimento della posizione di potere che normalmente noi bianchi abbiamo nei confronti degli altri popoli. “Dio mio, perché mi è stato fatto tutto questo?” è il grido che spesso leggo negli occhi di queste persone» che arrivano a Trieste. Tra loro, «sempre più minori: arrivano di sera o di notte, e la mattina dopo prendono il primo treno diretto verso il nord Europa» e così proseguono il loro game, gioco (così lo chiamano), fatto di tappe, di livelli. Una sfida, però, molto, troppo reale. Molti migranti dormono nel silos, vecchio edificio abbandonato vicino alla Stazione dei treni. «Corpi ingombranti», da “sfrattare”, come quelli degli abitanti del nostro Grattacielo. Il potere, si diceva.Che è anche quello che amministra Trieste in questi anni e che contro questi migranti «ha chiuso i bagni pubblici e i sottopassi, messo reticolati, fatto sgomberi di massa». Ma alcuni anche giovani, lì sono morti per il freddo e le violenze subìte.
“Linea d’ombra” è una presenza di carità e non è solo un gruppo di triestini che ogni giorno li soccorre, ma una rete nazionale fatta anche da tanti “Fornelli resistenti”, gruppi che dalle varie città cucina e poi porta il cibo a Trieste (sono oltre 55 in tutta Italia).Un “Fornello resistente” esiste anche a Ferrara e per l’occasione l’ha brevemente presentato Gaetano Zanghirati. Sono gruppi che portano anche beni alimentari confezionati oltre che vestiti, scarpe e coperte. Diversi, sono, anche nella nostra città, i mercatini di autofinanziamento che ciclicamente tornano durante l’anno. Il prossimo viaggio di ferraresi è l’11 e 12 marzo, guidato da Domenico Bedin.
Andrea Musacci
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GLI ALTRI INCONTRI DELL’OTTAVARIO AL CORPUS DOMINI
Il secondo appuntamento, venerdì 6 marzo alle 20.45, avrà come destinatari privilegiati i giovani, offrendo loro la possibilità di “incontrare” Francesco in modo esperienziale, proprio a partire dalla sua domanda “Chi sei Tu? Che sono io?”. Claudia Baldassari (teologa e psico-drammatista) attraverso la metodologia dello psicodramma (parola composta da psyché, anima e drama, azione) accompagnerà i partecipanti a sperimentare in gruppo l’incontro con questo personaggio storico.
Sabato 7 marzo alle 16 sarà fr. Pietro Maranesi (cappuccino e teologo) ad intrattenere con la sua competenza e amicizia appassionata per il Poverello. Ci aiuterà ad individuare i cardini dell’esperienza cristiana di Francesco d’Assisi e a riconoscere come il suo desiderio e la sua esperienza di Dio, pur portati fino alla dimensione più estrema possibile ad un uomo, possano essere alla portata anche di ciascuno di noi, di quanti intendano vivere da discepoli.
Infine, domenica 8 alle ore 16 avremo modo di sostare in ascolto di “Francesco e l’infinitamente piccolo”, una lettura teatrale con Miriam Gotti (voce e canto) e Vittorio Mazzocchi (pianoforte) con testi tratti dall’omonimo libro di Christian Bobin. Sarà un viaggio poetico attraverso i sentieri luminosi dell’anima di Francesco d’Assisi. Non segue l’ordine cronologico della vita di Francesco, ma indugia su alcuni momenti cruciali, illuminandoli con la sua prosa poetica. “Francesco e l’Infinitamente Piccolo” diventa un invito a riflettere, a interrogarci sul senso della nostra esistenza, sul nostro posto nel mondo e sul nostro legame con il Tu di Dio. La vera felicità, ci ricorda l’autore, non risiede nei beni materiali, ma nell’amore, nella gioia e nella semplicità.
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 6 marzo 2026
SUOR MARZIA CESCHIA. Un momento di preghiera e di riflessione condivisa il 15 febbraio dalle Clarisse: «senza i poveri non possiamo capire il Vangelo»
Gesù Cristo è una continua provocazione alle nostre certezze, alle nostre superbie, alle nostre pigrizie. Abbatte gli idoli che ci illudono di essere ricchi e sazi, padroni. Cristo è, invece, l’immagine piena della povertà che ci ricorda l’essenziale, che ci ricentra, affinché non ci perdiamo.
Su questo, attraverso San Francesco d’Assisi, si è riflettuto nel tardo pomeriggio dello scorso 15 febbraio nel Monastero del Corpus Domini di Ferrara. Nel contesto delle celebrazioni per l’8° centenario del transito di San Francesco, il Circolo Laudato si’, il MASCI e le Clarisse del Monastero hanno organzizato un incontro di preghiera e riflessione , “Sulla via di Francesco. Il canto della povertà: un respiro di libertà”.
L’incontro iniziato coi Vespri, ha visto poi l’intervento di suor Marzia Ceschia, docente di teologia spirituale presso la Facoltà Teologica del Triveneto di Padova, che ha proposto una riflessione davanti a una 50ina di persone.
«La proposta di S. Francesco è molto attuale, ci provoca ancora con forza oggi», ha esordito. In lui, la povertà ha «un significato ampio, soprattutto spirituale: non si tratta tanto di avere o no qualcosa, ma di pretendere di essere proprietari di qualcosa, anche nei legami con gli altri». Essere proprietari «crea e divide chi ha da chi non ha», dando potere al primo e non al secondo. Per S.Francesco, quindi, la povertà è «necessaria per depotenziare i giochi di potere», è «una sfida al potere».
In Marco 10,43 Gesù ci propone un principio particolarmente impegnativo: «(…) non è così tra di voi; anzi, chiunque vorrà essere grande fra voi sarà vostro servitore». La povertà è quindi innanzitutto una «questione di cuore, che si radica nel cuore», è «il nostro modo di valutare le cose e le persone», e il metodo che usiamo per valutare le cose purtroppo spesso «è lo stesso di quello che usiamo per valutare le persone». Ma i poveri «ci provocano, disturbano le nostre ricchezze, le nostre certezze, la nostra tranquillità». La vera povertà, dunque, non è tanto rinunciare a qualcosa di materiale ma «il passare dall’appropriarsi all’essere liberi». Liberi per ricevere e per donare, ricordandoci che «nessuno è sufficiente a sé stesso, nessuno è il perno della propria vita». La vera sfida sta dunque nel «passare dalla logica della conquista alla logica del dono, dalla logica del merito a quella della gratuità». Non vivere a misura del proprio io, del proprio egoismo, ma «abbandonare l’illusione di potersi conquistare uno spazio ruotando attorno a sé stessi, per poi ritrovarsi da soli». La povertà è quindi necessaria per «accogliere davvero la vita, per non vivere solo frammenti ma la vita in tutta la sua grandezza». È quindi povero «chi sa perdere», ed è povero «chi sa perdere obbedendo». La prima obbedienza è «quella alla vita, cioè ascoltare profondamente l’altro: è questo il vero sacrificio». Ciò che ognuno deve sacrificare è, ad esempio, «il desiderio di diventare proprietari di un ruolo, che ci fa sentire potenti e autosufficienti». L’icona contro ciò è quella della lavanda dei piedi, immagine «dell’abbassarsi e del servire. Devo chiedermi: perché voglio o pretendo questo ruolo?».
Un altro sentimento che ci allontana dalla povertà, quindi dalla vera libertà è, secondo sr Marzia, oltre all’ira, «l’invidia», che per S. Francesco è una «bestemmia», in quanto desiderio di appropriarsi del bene e dell’altro e quindi «giudicare Dio nel Suo distribuire i beni secondo la Sua volontà».
Liberiamoci, quindi, «dalle nostre autocentrature, dalle nostre autoreferenzialità», diventiamo «poveri di spirito», partiamo non dal nostro sé ma dalla «gratitudine», cioè «dal non dare nulla per scontato, essendo grati nel ricevere gratuitamente e nel saper donare. La persona povera è, dunque, «quella autenticamente umana», e sta in questa gratuità la sua «superiorità» nel creato; superiorità non di potere ma di «responsabilità», un ruolo «da vivere con gioia perché libero e liberante». Nulla, insomma, che faccia pensare alla “miseria”. «La libertà di chi vede tracce di Dio nel creato, di chi non si lascia turbare, di chi non lavora per avere potere, di chi sa vivere la vera semplicità, cioè un modo umile di guardare il mondo senza pensare di essere noi il parametro di tutto, è la capacità di guardare gli altri con spirito di accoglienza, senza pretendere, senza ansia, superficialità o aggressività».
La povertà, quindi, «ci cura dai nostri egoismi, dalle nostre autocentrature», quindi occuparci dei poveri è «fare penitenza, scegliere la persona e la sua storia come priorità, consolare e soccorrere la fragilità dell’altro». Nulla che si possa fare «a distanza», ma «concreta condivisione», in quel «realismo» che ci fa accettare la persona così com’è.
Per tutti questi motivi, i poveri sono i «destinatari privilegiati del Vangelo, non possiamo prescindere da loro per capire il Vangelo».Dobbiamo dunque «imparare da loro, da loro farci curare, per capire la sacralità dell’altro e del creato». La povertà – ha concluso suor Marzia – «ci dona quindi la capacità di poter vedere la vera bellezza».
L’incontro si è concluso con un momento di condivisione durante il quale diversi presenti sono intervenuti per riflettere sui temi trattati durante la meditazione. Fra le provocazioni raccolte, sono emerse l’importanza del discernimento nel scegliere l’essenziale, di accettare le proprie fragilità, di perdere il superfluo, di abbandonare un’ottica utilitaristica, del riscoprire un’idea di limite, di non perdere lo sguardo sull’altro e di non dimenticarci che la nostra vita non la possediamo mai del tutto.
Andrea Musacci
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 20 febbraio 2026
Le parole di Piero Stefani il 15 novembre dalle Clarisse
Il tema dei complessi rapporti fra la Chiesa Cattolica e il mondo ebraico sono stati al centro della relazione di Piero Stefani, intervenuto lo scorso 15 novembre nella Sala del coro del Monastero del Corpus Domini di Ferrara per l’incontro dal titolo “La Chiesa e gli Ebrei dal Vaticano II a Gaza”. Organizzato da SAE Ferrara, Istituto Gramsci Ferrara e ISCO Ferrara nel 60° anniversario della Dichiarazione conciliare Nostra Aetate, e parte delle Giornate in memoria di Piergiorgio Cattani, l’incontro è stato introdotto da Francesco Lavezzi che ha riflettuto su come «il Concilio Vaticano II è stato tutt’altro che una passeggiata, ma l’inizio di una fase di svolte, che portò a non pochi contrasti». EdalConcilio emerse l’idea del dialogo da intendersi «non come tattica o strumento» ma come «conversione del cuore che riguarda tutti».
SHOAH E COLONIALISMO
Stefani ha preso le mosse dalla Shoah e dal suo legame col colonialismo, entrambi «ombre dell’Occidente».Il sionismo – ha riflettuto – «nasce prima della Shoah e non può quindi essere spiegato solo con questa» e dall’altra parte «il colonialismo ha riguardato anche il Medio Oriente, a partire dalla Dichiarazione di Balfour del 1917, e dalla Nakba conseguente alla nascita dello Stato di Israele». Fino ad arrivare al «neoconialismo di oggi portato avanti dal Governo Netanyahu, che arriva addirittura ad assegnare la responsabilità decisiva della Shoah al mondo islamico (al Gran Muftì di Gerusalemme)», posizione «senza fondamento» speculare a quella secondo cui «oggi gli ebrei coi palestinesi si stanno comportando come i nazisti 80 anni fa».
In tutto ciò, la Nostra Aetate rappresenta «una svolta nella posizione della Chiesa nei confronti degli ebrei, non più «perfidi» (da intendersi comunque non come malvagi ma come «coloro che non hanno fede in Gesù Cristo»), ma con cui bisogna «dialogare». Alcune particolarità della Nostra Aetate riguardano il fatto che in essa «non si citi mai in modo esplicito la Shoah, e in nessun modo il termine “Israele”».
ANTISEMITISMO E ANTISIONISMO
Il relatore si è poi concentrato su un altro termine discusso, “antisemitismo”, in particolare oggi, quando «i suoi confini sono diventati così vaghi». Al riguardo, due sono le espressioni storicamente rilevanti usate da Pio XI nei confronti degli ebrei: la prima, nel 1928, in riferimento all’Associazione Amici Israël (che verrà sciolta per altri motivi): «…la Santa Sede – scrisse -, condanna l’odio contro un popolo già eletto da Dio, quell’odio cioè che oggi volgarmente suole designarsi col nome di antisemitismo»;la seconda, 10 anni dopo, a Castelgandolfo in occasione di un incontro coi cattolici belgi: «L’antisemitismo non è compatibile con il pensiero e le realtà sublimi che sono espresse in questo testo. È un movimento antipatico, al quale non possiamo, noi cristiani, avere alcuna parte… Per Cristo e in Cristo, noi siamo discendenza di Abramo. No, non è possibile ai cristiani partecipare all’antisemitismo. Noi riconosciamo a chiunque il diritto di difendersi, di utilizzare i mezzi per proteggersi contro tutto quanto minaccia i propri interessi legittimi. Ma l’antisemitismo è inammissibile. Noi siamo spiritualmente semiti». Da qui, fino ad arrivare ad esempio alle importanti parole di Giovanni Paolo II nel ’97 contro «le radici dell’antigiudaismo in ambiente cristiano». Antigiudaismo che per Stefani ha «fiaccato le coscienze agevolando l’antisemitismo o l’indifferenza» nei suoi confronti. La Nostra Aetate ha il merito invece di non considerare l’ebraismo come «mera religione non cristiana», ma di «sottolineare il legame particolare che esiste tra la Chiesa e il popolo ebraico».
Legame che si esplicherà anche nel 1993 con l’Accordo fondamentale tra la Santa Sede e lo Stato di Israele, nel quale si sottolinea la «natura unica delle relazioni tra la chiesa cattolica e il popolo ebraico». Dall’altra parte, la Chiesa negli anni ha fatto importanti passi avanti anche nel riconoscimento della Palestina, dall’accordo con l’OLP nel 2000 a quello con lo Stato di Palestina nel 2015. Da 10 anni, quindi, «per la Santa Sede esistono due popoli e due stati». Ma ciò ha peggiorato i rapporti della Santa Sede con l’attuale governo israeliano, che nel febbraio 2024 ha ricevuto un ampio consenso dalla Knesset (99 voti su 120) per una dichiarazione simbolica contro il “riconoscimento unilaterale” dello Stato palestinese da parte della comunità internazionale.
Andrea Musacci
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 21 novembre 2025
Don Camillotti per la seconda catechesi dalle Clarisse sul Vangelo lucano: «Dio esce dai nostri schemi»
«Non esiste la misericordia teorica, pensata ma l’esperienza che ne fa una persona o comunità». Da questa semplice ma spesso dimenticata verità ha preso avvio la sera dello scorso 4 aprile don Roberto Camillotti, presbitero della Diocesi di Vittorio Veneto, intervenuto nel Monastero ferrarese del Corpus Domini per la seconda catechesi del ciclo di incontri “In due atti” dedicato al Vangelo e agli Atti di Luca.
Ricordiamo che l’iscrizione al ciclo di incontri è gratuita ma è necessario richiederla scrivendo un’email all’indirizzo indueatti@gmail.com . L’iniziativa è nata grazie alla sinergia tra Apostolato Biblico Diocesano, Monache Clarisse del Corpus Domini, Unità Pastorale Borgovado e Santuario del Prodigioso Sangue.
Il prossimo incontro è in programma l’11 aprile, sempre con inizio alle ore 20.45 e sempre nel Monastero del Corpus Domini, con relatore fra’ Nicola Verde, frate Cappuccino di Imola e missionario.
«In Gesù la misericordia diventa particolarmente visibile», ha proseguito don Camillotti. Sei le tappe da lui proposte del cammino della misericordia nel Vangelo secondo Luca, attraverso alcuni Misteri. Si parte dalla «sorpresa che dà gioia», dall’importanza di «non perdere la capacità di stupirci. Dio non può star dentro i nostri calendari liturgici, dentro le nostre organizzazioni, non agisce dentro le nostre strutture. L’iniziativa del Signore va oltre le nostre previsioni: mi piace immaginare un cristianesimo che lascia più spazio alla fantasia del Signore, oltre le nostre tradizioni».
E Dio ci sorprende «facendoci notare come il suo agire coinvolge soprattutto i poveri», a partire da quei pastori allora considerati come categoria “poco raccomandabile”, fino al ladro, al malfattore sulla croce. La radice di questa sua misericordia sta «nel Suo cuore», al centro del Suo essere, come nel caso del buon samaritano, del padre del figliol prodigo, che col figlio «esagera, è eccedente, non razionale e forse nemmeno corretto a livello pedagogico».
Vi è poi la strada, luogo dove «Gesù rivela la volontà di Dio». Così è con Zaccheo e con i due discepoli di Emmaus: il primo, Gesù «lo guarda dal basso» (non dall’alto), agli altri due «si affianca», in ogni caso «si fa prossimo». Come il pastore che porta su di sé il peso della pecora smarrita, o della donna che cerca la moneta perduta, la misericordia, essendo molto concreta, «costa fatica, dolore, sacrificio». Ha un prezzo alto, fino a quello della Croce. Ma quest’idea di «un Dio assolutamente misericordioso fatica, da sempre, a stare dentro gli schemi di noi credenti», che a volte sembriamo il “Grande inquisitore” raccontato da Dostoevskij. La misericordia, al contrario, «libera, sconquassa i nostri schemi»: il bacio come «segno di pace e comunione» sarà quello che Gesù darà all’inquisitore dostoevskijano. «Ognuno di noi – ha concluso il relatore – provi a essere un piccolo, imperfetto discepolo che sta “vicino a Dio nella sua sofferenza”(Bonhoeffer, ndr), come Lui sta vicino a ognuno di noi nelle nostre tribolazioni».
Andrea Musacci
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” dell’11 aprile 2025
Giornata diocesana povertà: in cammino assieme e la storia di Annalena Tonelli
«Solo l’amore fa respirare, crescere, fiorire»: questa frase di Annalena Tonelli, missionaria uccisa in Somalia nel 2003, è l’immagine migliore per raccontare la Giornata diocesana dedicata alle diverse forme di povertà dello scorso 9 marzo.
Circa 150 i presenti totali alle diverse tappe del pomeriggio comunitario: nella sede della Caritas diocesana in via Brasavola a Ferrara, alcuni operatori e volontarie hanno accolto ilVescovo e i presenti per un primo momento di preghiera. A seguire, cammino potenziale dietro una semplice croce di legno della Basilica di Santa Maria in Vado, essa stessa immagine di povertà, di umiltà. Poi, l’arrivo nella Basilica stessa per la liturgia penitenziale comunitaria e infine nel Monastero del Corpus Domini per lo spettacolo-testimonianza “Quell’incontro”della Compagnia forlivese teatrale “Quelli della via”, dedicato proprio ad Annalena Tonelli (all’interno dell’Ottavario di S. Caterina Vegri).
A S.M. in Vado è stato donAndrea Zerbini, Presidente dell’UP Borgovado, a leggere la traccia per l’esame di coscienza scritto dagli Uffici pastorali diocesani assieme ai responsabili dei Vicariati cittadini.
ANNALENA, «VERITÀ SCOMODA»
È il 5 ottobre 2023 quando, al rientro dopo la visita serale agli ammalati, Annalena Tonbelli viene uccisa da due sicari con un colpo alla nuca. Aveva 60 anni. Nel tardo pomeriggio del 9 marzo era strapieno il coro della chiesa del Monastero del Corpus Domini per lo spettacolo a lei dedicato, con una decina di ragazze e ragazzi della Compagnia “Quelli della via” e Andrea Saletti, nipote di Annalena Tonelli. Suor Paola Bentini delle Clarisse ha raccontato:«ho conosciuto personalmente Annalena, e quindi mi comuovo a ricordarla. Ci insegna l’importanza di imparare a sperare e di insegnare a sperare». Mons.Perego ha poi ricordato di averla conosciuta nel 2002 in Caritas italiana: «ricordo una donna che ti faceva sempre riflettere, provocando profondamente la tua fede a essere autentica».
Letture, testimonianze, aneddoti e riflessioni si sono alternate a danze, musiche, canti africani e coreografie semplici e festose.
«La sua vita – ha detto il nipote Andrea – è un mistero e come tutti i misteri appartiene a Dio». È a 19 anni che scopre gli ultimi degli ultimi, quei «brandelli di un’umanità ferita», come li chiamava. È scesa nella terza classe dell’umanità, di fianco a coloro che nessuno voleva». Dopo l’esperienza nel brefotrofio di Forlì, a 27 anni parte per il Kenya dove fin da subito è al fianco di bimbi ciechi, sordi o dei cosiddetti bambini-ragno. «Diventa loro madre», fa nascere la “Fraternità della gioia” e apre scuole e ospedali. «Non voglio che esistano anonimi fra i poveri», diceva. «Annalena riusciva a vedere il fiore che saresti potuto diventare», è la testimonianza di una keniota da lei salvata all’età di 6 anni.E poi sarà in Somalia, con lo stesso spirito, e al fianco anche dei malati di tubercolosi: «da soli non fioriranno mai, hanno bisogno che qualcuno li aiuti», diceva dei suoi poveri. «Prima di lei, nessuno sapeva il mio nome», testimoniò un altro bambino da lei salvato. Ma in Somalia iniziano anche le accuse da parte dei potenti, le minacce.Emanuele Capobianco, allora giovane medico Unicef, raccontò: «era libera nella propria radicalità» , «una verità scomoda», «elegante come un airone e forte come l’acciaio».
Queste le altre Giornate giubilari inDiocesi: 12 aprile coi giovani nella Concattedrale di Comacchio; 7 giugno nella chiesa di Tresigallo Veglia diocesana di Pentecoste; 14 settembre nella chiesa di Gavello Giornata dedicata agli anziani.
(Foto Roberto Fordiani)
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Lasciarci andare al Mistero, oltre le nostre logiche: Chiara Scardicchio al Corpus Domini
Dopo gli incontri del 1° marzo – “Dio non dorme”, con Joy Ezekiel e sr Rita Giaretta – e del 2 marzo – con l’arpista Chiara Conato e le letture di Luigi Dal Cin -, la sera del 7 è stata Chiara Scardicchio, nota pedagogista e autrice, la protagonista del nuovo incontro nel Monastero delle Clarisse. Nel calendario degli incontri dell’Ottavario di Santa Caterina Vegri (che ha visto anche lo spettacolo su Annalena Tonelli il 9, v. art. sopra), Scardicchio – partendo dal suo libro “La ferita che cura. Il dolore e la sua collaterale bellezza” (ed. AnimaMundi) – ha meditato sull’eterna domanda di Giobbe – di ogni persona («Perché il dolore?»). «Il giorno in cui sono caduta nell’abisso – ha detto Scardicchio – cercavo di resistere, di combattere, cercavo una logica». Questo perché «siamo abituati a immaginare Dio come l’appagatore dei nostri desideri, a nostra immagine e somiglianza». Ma «il Signore ci invita a lasciare, a lasciar andare, a non possedere, a contemplare, cioè a non giudicare – l’atto più difficile da compiere»; quindi, «a fare spazio al Suo avvento, che tutto scompiglia».
Ciò, per arrivare alla consapevolezza che anche «il buio è necessario alla luce» e infatti «è dall’abisso» – dagli inferi – «che Dio risorge». Il dolore «o ci atterrisce o ci rivoluziona: le nostre morti quotidiane sono ricapitolazioni, scuotono il nostro ordine», mentre quest’ultimo «non muove, non crea. È dallo scorticamento che nasce una vita più nuova». «La custodia di Nostro Signore – ha poi concluso – è il sacro, il Mistero, ciò che non si può possedere né consumare». Né lamento né cinismo, quindi, ma abbandono a questo Mistero che sempre ci oltrepassa, insegnandoci quel limite che ci è necessario per essere davvero umani.
Andrea Musacci
Pubblicati sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 14 marzo 2025
La storia di Joy Ezekiel, 31enne nigeriana, salvata dall’inferno della prostituzione. La sua testimonianza dalle Clarisse a Ferrara assieme a suor Rita Giaretta
«Ero diventata una merce, gli uomini mi compravano dopo avermi chiesto “quanto costi?”. Poi, grazie a suor Rita, sono rinata, ho rivisto la luce e ho capito che Dio era sempre stato con me».
Un centinaio di persone lo scorso 1° marzo nel coro del Monastero del Corpus Domini di Ferrara ha assistito commosso alla testimonianza di Joy Ezekiel, giovane nigeriana salvata da suor Rita Giaretta e dalla sua comunità dall’inferno della prostituzione. È stato l’incontro di apertura dell’Ottavario di santa Caterina Vegri, nel quale è intervenuta anche suor Giaretta e ha moderato Piera Murador (ComunitàPapa Giovanni XXIII).
JOY: DALL’INFERNO A QUELL’ABBRACCIO CHE LIBERA
«Portare la mia testimonianza in giro per l’Italia è un gesto missionario, per dare speranza a più persone possibili!, ha raccontato Joy, sempre col sorriso e con un’energia coinvolgente.
«Non voglio essere compatita ma dire “ce l’ho fatta io, puoi farcela anche tu, ci si può sempre rialzare”. Ero arrivata a un punto della mia vita che ero molto arrabbiata con Dio, perché era troppa la sofferenza che avevo vissuto. Ma dopo 1 anno di torture e violenze subite, ho conosciuto suor Rita che mi ha permesso di aprire la finestra e di vedere una vita nuova». Ora Joy ha 31 anni, ma nel 2016 ha lasciato il suo Paese, la Nigeria, «perché ingannata dalla mia famiglia e dalla pastora di una Chiesa nigeriana, amica di famiglia. Mi aveva proposto di venire in Italia per lavorare come badante. Non potevo rifiutare l’offerta, mi avrebbero isolata in tutto il villaggio dove vivevo». Inizia l’inferno del viaggio e «capisco che è tutto un inganno: arrivo prima in Niger poi in Libia, poi attraverso il mare in Italia. Prima della Libia attraverso con altri il deserto, dove la sabbia cade come pioggia e ti entra in bocca a causa del vento.E dove le persone a volte venivano buttate giù dalle auto e lasciate morire lì da sole.Intorno a me non vedevo via d’uscita. La notte era fredda, non avevamo cibo e bevevamo solo acqua salata. Non ero più nulla. Non potevo nemmeno lamentarmi altrimenti mi avrebbero uccisa». Poi l’arrivo nel lager di Tripoli, dove «non c’era nulla», solo disperazione e grida, migliaia di persone rinchiuse, donne e uomini insieme:«a volte, di notte, si sentivano le grida di donne che venivano stuprate, e non potevi fare nulla per difenderle. Sono stata 4 mesi lì dentro. Si è affezionata a me, e io a lei, una ragazzina di 13 anni, Grace.Un giorno, noi due e altre 8 donne siamo state rapite da 7 arabi, legate e stuprate tutta la notte. Sentivo le urla di Grace, pensavo a lei, non a me». Grace che poi è morta fra le sue braccia, il suo corpo non ha retto le violenze. Le sue ultime parole a Joy sono state: «Prega per me». «Mi sono chiesta: “Perché lei e non io?”. Non so nemmeno dov’è stata seppellita. E così sul gommone, una madre aveva il suo bimbo di appena 2 giorni, e anche lui non ha resistito, è morto in mare e sua madre sollevandolo al cielo gridava: “Dio, dove sei?Salvaci!”». Poi l’arrivo a Bari, l’incontro con la madre della pastora del villaggio nigeriano. Che la porta a Castel Volturno e le dice: «mi devi ripagare il debito di 35mila euro per il tuo viaggio». Da lì un altro inferno, ancora peggiore: «le violenze che ho subito in Libia quella notte le ho subite tante notti a Castel Volturno.Ero diventata una merce, solo una merce.Gli uomini, tanti uomini, ogni notte si fermavano e mi chiedevano “quanto costi?”. Un giorno scoprii anche di essere rimasta incinta di uno di loro ma chi mi sfruttava mi obbligò ad abortire. Ero solo una bambola, e il bancomat di quella madame che mi sfruttava. Al secondo tentativo di fuga, sono riuscita nel mio intento e la polizia mi ha poi portato a “Casa Rut” a Caserta. Ero spaventata ma suor Rita mi si è avvicinata e mi ha abbracciato. Finalmente, una persona mi ha abbracciato non per avere sesso ma per aiutarmi. Mi ha fatto il segno della croce sulla fronte e mi ha detto “benvenuta!”». Poi il primo pasto nella nuova casa – «il brodo», ricorda ancora – «ed ero incredula: di notte, nessuno mi svegliava per andare sulla strada! Dio non dorme, era sempre stato lì con me. Dio non è né lento néveloce: è sempre in orario».
Dio – ha proseguito Joy – ha trasformato la mia sofferenza in gioia, e io sono tornata a utilizzare il mio nome, dato che quando mi facevano prostituire mi obbligavano a chiamarmi Jessica. Ogni dolore, anche piccolo, è una porta», sono state ancora sue parole: «qualcuno da fuori può bussare per voler entrare ed aiutarti».
Joy ha poi raccontato la sua nuova vita nella luce:una volta salvata, «volevo farmi suora, ma suor Rita mi ha detto “aspetta e fai il tuo percorso, poi capirai a cosa sei chiamata dal Signore”. Ho fatto la terza media, poi un tirocinio nella cooperativa “New Hope” fondata da suor Rita, lavorando in una sartoria tecnica. Poi nel 2022 mi son trasferita a Roma con lei, vivendo nella “Casa Magnificat” (sempre da lei fondata, ndr), ho preso un primo diploma come mediatrice culturale, lavorato in una rete antitratta, ho fatto 1 anno di Servizio Civile nel Comune di Roma, poi mi sono diplomata come OSS e fatto un tirocinio in ospedale. Ora lavoro, tramite una cooperativa e con un contratto a tempo indeterminato, a domicilio nell’assistenza di persone anziani o disabili. E lo scorso autunno mi sono sposato in chiesa con Andrea, che ho conosciuto grazie a un ascensore rotto…».
SUOR RITA: «IMPARIAMO AD AMARE PER DIFENDERE L’UMANO»
Joy e tante come lei «sono giovani donne derubate della loro dignità. Il male schiaccia queste persone, e c’è chi lo provoca.Per questo, dobbiamo alzare la voce. I cristiani, che dovrebbero incarnare il Vangelo, non devono tacere ma recuperare il coraggio di una voce forte a difesa della dignità infinita delle persone». Così suor Rita Giaretta nel suo appassionato intervento al Corpus Domini di Ferrara.
«A forza di silenzio, però, il mondo sta marcendo. Il Vangelo è sovversivo, rovescia le nostre logiche. Oggi, invece, c’è la tendenza a mercificare tutto, l’altro è solo mezzo per il mio interesse e il mio godimento», ha proseguito. Joy è «segno di speranza. Joy – ha poi detto rivolgendosi alla ragazza -, fai in modo che le nostre vite non restino come prima! Lei ci chiede l’autenticità di essere cristiani. Decidiamo, quindi, da che parte stare, scegliamo di stare dalla parte di chi ha bisogno, della dignità, dalla parte del Vangelo».
Ognuno «nel cuore di Dio è pensato come una meraviglia», ha proseguito suor Rita. «Non si tratta tanto di “fare” ma soprattutto e innanzitutto di voler bene, di amare, per far risorgere, per dare una vita nuova» alle ragazze come Joy. “Non ho mai ricevuto il bacio della buonanotte”, mi ha detto una volta una giovane accolta dopo esser stata costretta a prostituirsi. Facciamo dunque una resistenza per difendere ciò che è umano. Niente pietismo o assistenzialismo ma far sentire queste persone speciali, far fiorire quel fiore che è dentro il loro cuore».
*** Gli altri incontri Il 2 marzo dalle Clarisse, per l’Ottavario, vi è stato un momento di ascolto dal titolo“Aria di speranza, per Arpa – Chiara Conato – e narrazioni – Luigi dal Cin – parole private dette in pubblico”. Venerdì 7 marzo, ore 21, invece, la pedagogista Chiara Scardicchio coinvolgerà in un percorso molto particolare. Il punto di partenza sarà uno dei suoi ultimi libri, “La ferita che cura”, il dolore e la sua collaterale bellezza. Non sarà una conferenza, ma un momento di contemplazione, un esperimento che ha assunto la forma di piccolo teatro di narrazione. Amore, dolore e bellezza è ciò che ha segnato anche l’esperienza di Annalena Tonelli, che di ferite ne ha curate tante e con un’unica ferita – una pallottola nel capo – ha sigillato la sua testimonianza tutta spesa per i poveri. Sulla sua vita domenica 9 marzo, ore 17.30, la compagnia teatrale “Quelli della via” di Forlì proporrà uno spettacolo-testimonianza.
(Foto Roberto Targa)
Andrea Musacci
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 7 marzo 2025
L’intervento del Patriarca Latino di Gerusalemme nel Monastero del Corpus Domini: «a Gaza la situazione è indescrivibile e in Israele e Palestina servono nuove leadership. La Chiesa non si fa strumentalizzare da nessuno. Le mie comunità mi danno gioia»
Un silenzio colmo di rispetto e attenzione ha dominato l’ora abbondante nella quale il card.Pierbattista Pizzaballa,Patriarca Latino di Gerusalemme, ha risposto alle domande di Cristiano Bendin (Caposervizio “Il Resto del Carlino” di Ferrara). L’occasione è stato il primo incontro dell’Ottavario di S.Caterina: la sera del 1° marzo oltre cento persone si sono ritrovate nel coro del Monastero del Corpus Domini di Ferrara, ospiti delle Sorelle Clarisse.
VIVERE NELLA MISERIA
Il card. Pizzaballa è punto di riferimento dei cattolici nei territori palestinesi:«circa un migliaio sono i cristiani, compresi gli ortodossi, nella striscia di Gaza, mentre alcuni abitano a Rafah», ha spiegato. La situazione a Gaza è «indescrivibile», ha aggiunto:«tutti i cristiani hanno perso la propria casa e ora la difficoltà principale è avere viveri e acqua. Come cristiani siamo fortunati perché abbiamo un pozzo, anche se scarseggia il gasolio per farlo funzionare, ma l’acqua inquinata sta iniziando a portare malattie». E non molto tempo fa «1 kg di pomodori era arrivato a costare l’equivalente di 150 euro, ora si fa fatica a trovare». E mancano medicinali. «Molte persone vivono nelle tende, ma tante altre vivono proprio per strada. E non esiste più un ordine pubblico». Questa la realtà nella Striscia di Gaza.
IL DOLORE DELL’ALTRO
Se il cristianesimo è «uno stile di vita prima che una religione», ha poi aggiunto, la fede cristiana deve «parlare alla vita, deve far comprendere come la pace non significa vittoria sull’altro, sconfiggerlo, farlo tacere o sparire», ma «inclusione dell’altro, suo coinvolgimento, sentirlo parte di sé, sentire anche il suo dolore. Come cristiani abbiamo nel cuore tanto gli israeliani quanto i palestinesi. L’altro, invece – sono ancora parole del cardinale -, qui è percepito come causa del proprio dolore:ciò rende impossibile ogni dialogo.Parlare con l’altro è interpretato come tradimento». Invece, a noi cristiani, la Croce «continua ad insegnarci che il male si vince amando gratuitamente: non è utopia, incontro persone che lo vivono». Qui, invece, «stiamo affogando nell’odio veicolato anche da un linguaggio che deumanizza l’altro».
QUALE FUTURO PER I DUE POPOLI?
Riguardo al futuro dei due popoli, in Israele – ha detto il card.Pizzaballa – «esiste una procedura democratica che porterà a nuove elezioni, mentre in Palestina non è così»: di certo, «Abu Mazen non è il futuro della Palestina, e dentro la stessa popolazione palestinese c’è il desiderio di un forte cambiamento di leadership. L’ANP dev’essere ricostruita e di certo il Governo israeliano ha grosse responsabilità nel tenerla divisa».
Non si può tornare alla situazione pre 7 ottobre, di questo il card.Pizzaballa ne è certo: «ciò che è accaduto non si può ripetere».
Per quanto riguarda poi i possibili attori internazionali, gli Stati Uniti come i Paesi arabi «sicuramente avranno un ruolo importante, mentre l’Europa no. Molti palestinesi continuano a dirmi: “vogliamo ricostruire con chi si è dimostrato vicino a noi in questi tempi”. E una cosa simile la dicono anche gli israeliani».
ANTISEMITISMO, DIALOGO ED EQUIDISTANZA
Alla domanda sull’aumento dell’antisemitismo, soprattutto in Europa, il cardinale l’ha definito «una forma di deumanizzazione, un problema serio. Non tutti gli ebrei sono responsabili delle scelte di Netanyahu». Per quanto riguarda, invece, i rapporti tra le confessioni cristiane, «sono ottimi, c’è più vicinanza rispetto al passato:è quindi uno stereotipo che in Terra Santa le Chiese si facciano la guerra». E così, lo stesso dialogo interreligioso in questa zona, «deve partire dai rispettivi rappresentanti e dalla situazione concreta». Una situazione non sempre facile anche per chi, come il cardinale, si trova a svolgere un ruolo spesso di mediazione fra le parti.E non di rado viene strumentalizzato. Un recente episodio di questo tipo è stato lui stesso a raccontarlo: riguarda l’aver indossato la kefiah (simbolo del nazionalismo palestinese) in occasione della S.Messa di Natale a Betlemme lo scorso 25 dicembre: «me l’hanno fatta indossare i palestinesi per polemizzare contro la mia scelta di incontrare, il giorno precedente, il Presidente israeliano» Herzog. Un’immagine, quella di Pizzaballa con la kefiah, che a sua volta ha scatenato le critiche dell’Assemblea Rabbinica e di Noemi Di Segni, presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane (Ucei).
«La Chiesa, però, non può entrare dentro l’agone, non può sposare nessuna delle due parti: è solo sposa di Cristo. Rifiuto, quindi, letture parziali da una parte e dall’altra». Dopo gli oltre 100 morti a Gaza City nella calca durante l’assalto a camion con aiuti umanitari, di sicuro «il dialogo è venuto meno» ma, in generale – ha aggiunto -, «non credo si arriverà a uno scontro di civiltà. Le civiltà, invece, devono venir fuori in tutta la loro forza e bellezza». Sicuramente – ha proseguito -, «in Palestina c’è stato un aumento della radicalizzazione, Hamas viene vista come la miglior espressione di resistenza e del desiderio di autodeterminazione, ma ci vuole una leadership diversa in grado di neutralizzare queste derive radicali».
«LA MIA ESPERIENZA DI PASTORE»
Infine, le parole del card.Pizzaballa sul proprio servizio in Terra Santa, dove si trova da 34 anni:«nel tempo – ha spiegato – ho acquisito uno sguardo più carico di misericordia, più capace di perdono e di pazienza per gli errori degli altri, anche a causa degli errori che io stesso compio». I momenti più belli «del mio servizio sono le visite pastorali che svolgo tutti i fine settimana, a volte anche a metà settimana: è commovente vedere come la gente vive la propria fede e la vicinanza agli altri». Una nota di speranza nell’inferno.
Il 20 ottobre nel Monastero ferrarese del Corpus Domini il primo dei tre incontri organizzati dal Circolo Laudato si’: una trentina le persone presenti (due soli maschi) per pregare assieme e condividere timori, idee, progetti e speranze
Il venir meno dell’equilibrio naturale, della pace fra gli uomini e col resto del creato. E, parallelamente, il venir meno di una consapevolezza sulle conseguenze che determinate scelte di vita – personali e collettive – possono avere sull’esistenza di ognuno, compresa quella delle generazioni che verranno.
È così, senza infingimenti, che la sera del 20 ottobre scorso si è svolto il primo incontro di preghiera e condivisione proposto dal Circolo diocesano “Laudato si’” in collaborazione con le Sorelle Clarisse. I restanti incontri si svolgeranno il 9 febbraio sul tema “La sobrietà” e il 19 aprile su “La cura”. Tema del primo incontro (alla presenza di 30 persone), invece, è stato “L’urgenza”.
Al Monastero del Corpus Domini di Ferrara è stato un alternarsi di silenzi e parole parche, profonde, sincere. Ed è emerso come l’urgenza stia anche nel bisogno di condividere timori, progetti, speranze, domande. Tutti frutti sani di un’importante risonanza interiore.
L’incontro è iniziato coi vespri in chiesa, durante la quale si è svolta anche una piccola processione in cui alcuni partecipanti hanno portato davanti all’altare tre immagini emblematiche delle conseguenze dell’azione nociva dell’uomo sul creato. A seguire, vi è stato un momento di condivisione nel coro. Diversi gli interventi alternati a letture di brani tratti dalla “Laudato si’” e dalla “Laudate Deum” di Papa Francesco. «Dobbiamo farci carico della nostra casa comune e divenire consapevoli della nostra meschinità, piccolezza, delle tante vite usurpate, rovinate», è stato un primo intervento. «Che in noi possa crescere la consapevolezza della brevità del tempo che ci rimane». Da qui, l’urgenza di agire: «il tempo si è fatto breve, non possiamo più dormire».
«A me colpisce tanto l’indifferenza verso questi problemi e verso i più poveri, nonostante i segni dell’emergenza siano sempre di più», è invece la preoccupazione di un’altra persona. «Forse, questa, è una tendenza a rimuovere il problema per continuare a vivere serenamente. Vorrei che fossimo capaci di cambiamento, anche attraverso questo nostro piccolo Circolo Laudato si’».
Ma – è emerso da altri interventi – «come posso pormi io davanti all’enorme drammaticità di questi problemi? Oltre ai nostri piccoli passi, quali passi significativi fare insieme?». Considerando, anche, come questa consapevolezza ecologica «è relativamente recente». Ora però, «c’è molta più attenzione su questi temi e più atti concreti». Serve «perseveranza», «costanza», non solo il compiere azioni, ma renderle anche durature, dare loro continuità. E serve non dimenticare il peso dei piccoli gesti personali, perché anche dall’unione di questi nasce quella «massa critica» fondamentale per cambiare le nostre società. Ma perché tutto ciò non si riduca a mera pulizia all’interno del nostro universo di benessere, serve fare due passi innanzitutto dentro di sé: «tornare a stupirsi davanti alla bellezza e riuscire ad ascoltare il lamento del prossimo». Senza questo, quindi senza la Grazia di Dio, si rischia di rimanere nell’ambito mondano della pura rivendicazione.
Riconoscere la differenza ontologica che distingue la persona dalle altre creature, ma non dimenticando la responsabilità dell’uomo nei confronti del creato. Su questo non semplice crinale si è mossa suor Roberta Vinerba, direttrice dell’Istituto Superiore di Scienze religiose di Assisi, nel suo intervento la sera del 15 settembre nel Monastero ferrarese del Corpus Domini. “Dominare e custodire. Dominare o custodire. Approcci umani di tessitura ecologica” il tema dell’incontro all’interno del programma del Tempo del Creato.
Il 30 settembre, invece, avrà luogo una visita alla scoperta del Bosco di Porporana, guidata dai volontari di A.R.E.A. (Associazione Recupero Essenze Autoctone). Il ritrovo sarà alle ore 17 ai piedi dell’argine del Po, alla fine di via Palantone. Ricordiamo anche che c’è tempo fino al 15 ottobre nella Cappella dei Sacchi del Duomo di Comacchio per visitare la mostra collettiva dal titolo “Che la Giustizia e la Pace scorrano”.
Una fitta rete relazionale
Una 50ina i presenti dalle Clarisse per ascoltare la relazione di suor Vinerba. «Dio ama tutto ciò che ha creato, dunque tutto ciò che esiste è un suo dono», ha spiegato la relatrice. E se la persona è relazione (con Dio, con sé stessa, con gli altri, col resto del creato), allora Dio l’ha posto nella «fitta rete relazione della creazione, un sistema non fisso ma in movimento». Un sistema «vocazionale». Ogni ente, infatti, «ha una sua vocazione, essendo destinato a giungere al Cristo totale che tutto riassume in sé». L’uomo deve diventare consapevole di questa sua posizione nel creato, che gli permette anche di poter cogliere la bellezza intesa come «profondità del mistero di ciò che esiste». In quanto creato da Dio, ogni ente «non può non essere di per sé bello e buono», quindi «indispensabile per la vita personale», dell’uomo, e non utile (o inutile), com’è invece per la mentalità tecnocratica oggi dominante.
Ma all’interno della rete relazionale del creato, l’uomo è l’unico ente che può «porsi coscientemente davanti a Dio», rispondendo così alla sua vocazione. L’uomo è, dunque, «l’interlocutore di Dio». Detto ciò, ogni cosa creata è per Dio (a Lui deve fare ritorno), non per l’uomo, e quindi «noi siamo in cammino – dunque in comunione – con ogni altra creatura», verso Dio.
Appurata questa «alleanza di reciprocità», esiste però – ha proseguito suor Vinerba – una «differenza ontologica e valoriale», in quanto l’uomo è stato creato da Dio in maniera diversa, pur «nell’uguaglianza di dignità» con le altre creature. Non riconoscere questa differenza sostanziale porta a «un egualitarismo errato» e a una «sacralizzazione pagana della natura». Come scritto in Genesi, l’uomo da una parte è chiamato a “dominare” e “soggiogare” la terra, e dall’altra a “custodirla” e “coltivarla”, anzi a «custodirla coltivandola». La vocazione originaria dell’uomo è dunque il lavoro, da cui deriva tutto ciò che definiamo come “cultura” e “giustizia”: una concezione, quindi, antitetica, come accennato, a quella tecnocratica che considera ogni cosa manipolabile, «preda della volontà di potenza dell’uomo». Il concetto di “sacralità” di conseguenza si applica solo alla persona vivente (non a tutto il creato) ma questo comporta una «responsabilità» dell’uomo – assegnatagli da Dio – nei confronti di ogni ente.
Mi chiamo Andrea Musacci.
Da aprile 2014 sono Giornalista Pubblicista, iscritto all’Ordine dei Giornalisti dell’Emilia-Romagna.
Sono redattore e inviato del settimanale "la Voce di Ferrara-Comacchio" (con cui collaboro dal 2014: http://lavoce.e-dicola.net/it/news - www.lavocediferrara.it), e collaboro con Filo Mag, Avvenire, La Fionda, Vino Nuovo.
In passato ho collaborato con La Nuova Ferrara, Listone mag e Caritas Ferrara-Comacchio.
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"L'unica cosa che conta è l'inquietudine divina delle anime inappagate."
(Emmanuel Mounier)