L’analisi in un Seminario UniFe-CNR: prezzi sempre più alti, ricchezza per pochi
di Andrea Musacci
Ferrara, ma non solo, è una città sempre meno attenta al diritto allo studio e sempre più privatizzata a scapito del diritto alla casa. È ciò che emerso dall’incontro dal titolo “Vivere e studiare a Ferrara”, Seminario a cura di CNR e Dipartimento di Studi umanistici dell’Università di Ferrara svoltosi l’11 marzo nella Biblioteca comunale di Casa Niccolini. Il Seminario è parte delle iniziative del progetto di public engagement (2025) focalizzato sulla sperimentazione di un’Università “fuori le mura” che si ponga a servizio della città e delle sue componenti più fragili. «La risposta di Ferrara nei confronti del suo Ateneo è debole, questo si sta deterritorializzando: andrebbe invece concretizzato il progetto di città-campus», ha detto Alfredo Alietti, docente di Sociologia Urbana di UniFe e moderatore dell’incontro. Tania Toffanin (CNR-ISMed), ha invece posto l’accento sulle sempre crescenti «logiche speculative che indeboliscono il diritto allo studio: le università italiane stanno sempre più diventando grandi aziende».
«Negli ultimi 3-4 anni vi sono state ca. 400 unità immobiliari in più usate per affitti brevi», ha invece analizzato Maurizio Ravani di Sunia CGIL Ferrara. Si tratta di «potenziali appartamenti tolti a famiglie e lavoratori». Ferrara – ha proseguito – «per essere una città piccola ha un numero alto, a livello nazionale, di redditi da investimento in fabbricati: insomma, siamo sempre più una città parassitaria», che con la rendita immobiliare fa arricchire pochi, senza creare lavoro. Senza considerare le «14mila case vuote» nel territorio estense. Per Ravani «ci vorrebbe una regolamentazione del mercato degli affitti, soprattutto di quelli brevi», perché «stiamo assistendo a un rialzo insostenibile degli stessi, che droga il mercato immobiliare: 470 euro al mese è il prezzo medio nel canone concordato, ancora più alto in quello a canone libero».
Insomma, oggi «trovare casa a Ferrara a prezzo accessibile è molto difficile, in alcuni casi impossibile». E «le residenze pubbliche sono insufficienti», con la conseguenza che «sempre più giovani e famiglie lasciano la città o rimangono ma accettando situazioni abitative pessime; da noi – ha raccontato Ravani – vengono studenti che ci mostrano le foto dei posti dove vivono: a volte sono garage o buchi con una finestrina piccola, soprattutto in zona via Oroboni». Via, questa, negli anni sempre più abitata da stranieri «e ora anche da studenti».
Per Ravani, quindi, Ferrara è sempre più una «città dell’università e non una città universitaria». Una città «non inclusiva», ma dominata dalla «gentrificazione e dalla turistificazione», nemici del diritto alla casa e del diritto alla città.
A Ferrara hanno dedicato la propria analisi anche Alex Della Monica e Giovanni Zemolini, laureandi di UniFe, che hanno svolto un’indagine fra gli studenti e le studentesse del nostro Ateneo, ricerca legata al corso di Sociologia Urbana del prof. Alietti. Fra i problemi emersi, la carenza di alloggi e i loro prezzi in aumento, gli affitti in nero, le molestie da parte di alcuni proprietari, il razzismo di alcuni di essi verso stranieri e meridionali; le aule studio non aperte in orario serale; i parcheggi spesso scomodi se gratuiti, o cari se vicino alla Facoltà; la scarsità di mense studentesche.
LA SITUAZIONE A PADOVA
Su Padova invece si è focalizzato Michelangelo Savino (UniPd): nei decenni in Italia – ha riflettuto -, le università sono gradualmente cresciute, acquistando anche sempre più strutture. «Oggi questo fenomeno, però, dopo la fase di “riassorbimento” riguarda solo le città universitarie vere e proprie». Nel tempo cresce sempre più il legame degli Atenei col territorio, soprattutto con le aziende dello stesso: sempre più, quindi, le università portano a termine «accordi affaristici» con le imprese, diventando così «questuanti», cioè “obbligate” a trovare finanziamenti per la ricerca. Ma ciò ha «serie conseguenze sull’autonomia degli Atenei». Altro aspetto analizzato da Savino è stato quello della «crescente internazionalizzazione delle città e delle università, che porta a un aumento del turismo e della cosiddetta “congressistica”». Anche qui, però, le conseguenze non sono da poco, e le subiscono gli studenti fuori sede che vedono aumentare gi affitti degli alloggi. Sulla questione abitativa studentesca, il relatore ha analizzato in particolare la città di Padova ma ciò che emerge vale in maniera molto simile per Ferrara e per le altre città universitarie: «l’aumento imponente degli iscritti alle Facoltà non è stato ancora assorbito dal tessuto cittadino, e porta l’Università a divenire la seconda azienda cittadina (dopo quella ospedaliera)».
Permane, però, il problema dei posti letto – per studenti e lavoratori – e questa domanda «è più che altro accolta dalle strutture religiose, che però sempre più son costrette a vendere a causa del calo delle vocazioni religiose o per scelte dall’alto» (anche se l’ospitalità delle parrocchie a Padova è un «fenomeno insorgente»). «Aumentano, quindi, sempre più le strutture private profit», con conseguente aumento delle rette per gli alloggi. Spesso, quindi, studenti e lavoratori sono costretti a dividere un appartamento, con i problemi però che ne conseguono, ad esempio negli orari.
IL CASO DI BOLOGNA
Della situazione di Bologna ha invece parlato Alessandro Bozzetti (UniBo): «Bologna da luogo di residenza diviene sempre più luogo di consumo» (soprattutto per turisti e fuori sede) «e di investimento finanziario» (stesso doppio destino a cui sembra destinata Ferrara). «Aumentano, così, i prezzi immobiliari e gli affitti brevi (soprattutto con Airbnb), e quindi i residenti trovano sempre meno alloggi disponibili».
A fronte della «studentificazione», anche a Bologna «scarseggiano le residenze studentesche (pubbliche o private, anche se quest’ultime sono in crescita, con prezzi molto alti)», mentre quasi la metà (il 48,1%) degli alloggi è dato da posti letti. L’analisi dei prezzi è impietosa: «il costo medio di una camera singola è di 543 euro, quello di un posto letto di 420 (e sono in aumento)».
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 20 marzo 2026
A UniFe gli interventi degli studiosi Andrea Zhok e Lorena Pensato
Spesso i “nemici” delle sacrosante battaglie a difesa delle minoranze sono proprio coloro che queste battaglie sì le combattono ma con metodi e fini sbagliati in sé e controproducenti per le battaglie stesse. Sulle radici storiche e ideologiche di tutto ciò si è riflettuto nel Seminario pubblico dal titolo Natura umana o costruzione sociale? Cultura woke, patriarcato e il nuovo bellum omnium contra omnes,organizzato dalla prof. Fulvia Signani, docente del Corso di Sociologia di genere del Dipartimento di Studi Umanistici di UniFe, lunedì 24 novembre nella sede di via Paradiso a Ferrara.
DOVE NASCE TUTTO
«L’attuale fase storica coincide con la rivoluzione neoliberale, nata negli anni ‘70 negli USA e poi arrivata nel nord Europa e quindi nel resto del nostro continente», ha esordito il primo relatore, Andrea Zhok (Professore di Filosofia morale all’Università degli Studi di Milano). Fino a quel periodo, «l’obiettivo del femminismo era l’uguaglianza fra i generi, obiettivo sostanzialmente raggiunto», nonostante contraddizioni e resti del passato; poi, il femminismo si è spostato su «una posizione “rivendicativa”, che non cerca l’uguaglianza ma la differenza». Questo cosiddetto “femminismo della differenza” «nasce dalla New Left statunitense, che non crede più «nel soggetto rivoluzionario marxiano “classico”» come soggetto di trasformazione, ma vede al suo posto «le minoranze oppresse. Il proletariato però – ha riflettuto Zhok – aveva quel tipo di ruolo perché era la classe universale di tutti coloro che lavoravano e in quanto tali erano sfruttati». Al posto dell’approccio politico, «con la New Left domina un approccio meramente rivendicativo-sindacale»: di conseguenza «il mondo maschile viene messo al posto di quello che era la classe padronale e la metà femminile vista come “classe” oppressa».
UNA “RIVOLUZIONE” CHE PIACE AL POTERE
Questa «morte della dinamica della lotta di classe» porta la lotta su un altro piano, quello «quasi del tutto intellettuale, culturale, quindi nel mondo accademico», con l’obiettivo di «convertire» l’avversario e un conseguente «rifugio nel privato» e la «politicizzazione» di quest’ultimo. Ad essere al centro del dibattito sono «i gruppi naturali», fondati sul genere e l’etnia. Ma per Zhok tutto ciò è utilissimo per le classi dirigente, «perché rende inerte il soggetto collettivo che dovrebbe criticarle, metterne in discussione la posizione dominante».
E questo spiega perché «qualcosa che nasce dentro gruppi minoritari diventa questione nazionale»: perché si sposta l’attenzione delle masse dalle tematiche che criticano strutturalmente il potere e chi ce l’ha. Si tratta, quindi, «semplicemente di una variante del liberalismo, che non ha nulla a che fare col socialismo e il comunismo».
NEMMENO PIÙ L’INDIVIDUO
A livello antropologico, il terremoto che ha provocato il passaggio da una dinamica classica a quella post moderna, è fortissimo: «per Marx il sistema liberal-capitalistico provoca alienazione e la competizione del tutti contro tutti», andando quindi «contro l’uomo e i suoi bisogni naturali, umani: c’era quindi una natura umana oggettiva da difendere». Superare tutto ciò porta invece al considerare che «non ci sia più una natura umana, cioè una base oggettiva riconosciuta», né una razionalità storica. La mancanza di una base comune riconosciuta porta la libertà ad essere meramente «negativa: il soggetto è libero se gli altri non interferiscono su quel che lui vuole; e l’unico che decide di ciò che ha valore è solo il soggetto»: siamo dunque arrivati all’«autodeterminazione individuale assoluta». Ma l’uomo, da sempre, per Zhok «è ciò che è solo all’interno di una comunità», pur nella sua libertà: «è individuo sulla base di relazioni sociali, innanzitutto quelle costitutive. Il soggetto non nasce come un fungo dal nulla: questa – che è poi la concezione liberale – a livello antropologico è una finzione». Col postmoderno «nasce quindi un individualismo che in realtà è senza individuo, perché c’è un devastante infragilimento dell’identità personale, in quanto questa se estraniata dal contesto storico e dalle forme relazionali comunitarie primarie (famiglia ecc.), si forma da altre “fonti”: ma così si ha un vuoto educativo primario».
POLITICALLY DAVVERO CORRECT?
Altro aspetto di questa nuova cultura meramente rivendicativa e ultraindividualista è «la radicale culturalizzazione e politicizzazione della sessualità, cioè la dimensione sessuale diventa un fattore in cui la componente naturale non ha nulla da dire», ha proseguito Zhok; per cui «il sesso – anzi, il genere, cioè un’identità pensata, non più naturale – diventa oggetto di opinioni e di dibattito come fosse un abito. Tutto ciò è catastrofico, perché la sessaulità è una sfera delicata e complessa». Da qui nasce il cosiddetto politically correct: «le parole considerate inappropriate diventano elementi di discredito, di ghettizzazione immediata e di aggressione politica, avvelenando drammaticamente gli ambiti per la ricerca del vero», quello giuridico e quello accademico. Di conseguenza, «molti scelgono di non parlare più per paura di essere pubblicamente distrutti».
NON TUTTO È “FEMMINICIDIO”
La seconda relatrice chiamata a riflettere su un aspetto specifico di questa visione ideologico-rivendicativa è stata Lorena Pensato, autrice del libro Non è patriarcato!, uscito lo scorso marzo, nel quale tratta dei cosiddetti «omicidi relazionali»: «più che parlare di violenza di genere – ha detto -, dovremmo parlare dei vari generi di violenza. Abbiamo abusato del termine “violenza di genere” e infatti non esiste nessuna prevenzione sugli omicidi diversi dagli omicidi nei quali è un uomo ad uccidere una donna. La “lettura di genere” – pur importantissima – non può per essere l’unico strumento» e quindi «dentro quelli chiamati “femminicidio” vengono erroneamente messi casi che vanno interpretati diversamente». L’autrice ha analizzato 200 casi di cronaca accaduti fra il 2021 e il 2023, fra i quali, ad esempio, quelli riguardanti donne uccise da altre donne, figlie uccise da madri, donne uccise durante una rapina o per motivi economici o in coppia. Non femminicidi. «Dal dibattito pubblico – ha proseguito – abbiamo quindi escluso» come cause/fattori interpretativi di omicidi che vedono vittime le donne, la complessità del disagio psico-emotivo/disturbi della personalità: «diversi sono gli studi al riguardo ad esempio sul disturbo border line di personalità, o sul disturbo paranoide»; le dipendenze dagli stupefacenti, «comprese le “droghe leggere”, come dimostrerebbe uno studio pubblicato su Rivista psichiatrica del gennaio-febbraio 2013». Oltre ai cosiddetti «”fattori precipitanti”, ad esempio un lutto o una separazione».
Ciò porta al paradosso per cui quello che viene definito “vizio di mente” «è riconosciuto dalla giustizia – articoli 88 e 89 del nostro Codice penale – ma non dalla prevenzione/informazione dominante», che appunto «non li riconosce come influenti nell’uccisione di donne». Questa visione limitante e ingiusta, secondo Pensato porta anche al fatto che «dai Centri Antiviolenza rimangano esclusi determinati soggetti come le donne maltrattate da altre donne, i figli maschi maggiorenni maltrattati, le persone disabili o quelle omosessuali».
Andrea Musacci
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 5 dicembre 2025
Giornata di Ateneo per la Cooperazione internazionale: credenti e laici per rapporti diversi tra i popoli
Pace, ecologia, difesa dei diritti umani.Temi più che mai al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica mondiale che, per essere affrontati seriamente e in profondità, necessitano di un approccio diverso fra Stati e non solo.Questo approccio si può riassumere nel termine “cooperazione”, concetto al centro della seconda Giornata di Ateneo per la Cooperazione internazionale dal titolo “Democrazia, diritti e cooperazione”, organizzata dal Centro di Ateneo per la Cooperazione allo sviluppo internazionale di UNiFe, in collaborazione con l’Istituto di Cultura Diocesana “Casa G.Cini” di Ferrara. L’iniziativa si è svolta nel pomeriggio del 20 settembre proprio a Casa Cini. L’evento è anche parte del programma “Aspettando la notte europea dei ricercatori 2024” promossa dall’Università degli Studi di Ferrara.
L’introduzione e la moderazione dei diversi interventi è stata di Alfredo Alietti, docente UniFe e direttore del Centro di Ateneo per la Cooperazione allo sviluppo internazionale).
Dopo i saluti della Prorettrice Evelina Lamma (intervenuta al posto della Rettrice Laura Ramaciotti, impossibilitata a essere presente), ha preso la parola il nostro Arcivescovo mons. Gian CarloPerego: «in una visione liberista o socialista – ha detto quest’ultimo -, il tema della cooperazione rischia di essere slegato dal tema dei diritti e della democrazia, mentre invece i tre termini van tenuti assieme». È ciò che fa la Chiesa. Mons.Perego ha quindi ripercorso la nascita del movimento cooperativo nella seconda metà del XIX secolo, in ambito socialista, anarchico o cattolico, e di quest’ultimo, ha citato in particolare il ruolo di Giovanni Grosoli. Da questo movimento popolare si è arrivati alla formulazione nella Costituzione del nostro Paese (art. 45): «La Repubblica riconosce la funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità e senza fini di speculazione privata (…)». La cooperazione rimanda quindi a un «mutuo aiuto, a una mutua solidarietà e alla democrazia dal basso».Cooperazione che, tra la fine degli anni ‘50 e gli inizi degli anni ‘60 del secolo scorso, ha caratterizzato anche il Piano Mattei, nato dopo diversi anni di studio e preparazione, e finalizzato allo sviluppo economico e democratico dell’Africa. Un modello virtuoso di cooperazione, ben diverso dal «falso Piano Mattei» proposto dall’attuale Governo italiano, «calato dall’alto e fatto per il controllo delle migrazioni e per determinati interessi economici, non certo per quelli dei Paesi africani».
Nella seconda parte del suo intervento, il nostro Arcivescovo ha invece delineato a grandi linee lo sviluppo del concetto di cooperazione nel Magistero della nostra Chiesa, dalla Gaudium et spes (1965, Paolo VI) alla Fratelli tutti (2020, Francesco), passando per la Populorum Progressio (1967, Paolo VI), la Sollicitudo Rei Socialis (1987, Giovanni Paolo II) e la Caritas in veritate (2009, Benedetto XVI). Una storia che ha portato, e continua a portare, a una vera e propria «rivoluzione culturale, con un’attenzione alle persone e alle comunità, contro ogni forma di assistenzialismo». Centrale è il tema della «fraternità» e della «cittadinanza globale», contro le «strutture di peccato» che creano «povertà, disuguaglianza e nuove forme di schiavitù».
Silvia Sitti, presidente Associazione Ong Italiane (AOI), è fra i promotori della campagna “Il mondo ha fame. Di sviluppo”, portata avanti da Focsiv, AOI, CINI e Link 2007, con il patrocinio di ASVis, Caritas Italiana, Forum Nazionale del Terzo Settore e MISSIO. Fra gli obiettivi, l’introduzione nella legislazione italiana di un preciso vicolo per il raggiungimento dello 0,70% per l’aiuto pubblico allo sviluppo entro il 2030. Nel suo intervento Sitti ha riflettuto sulla legge 49/1987 dedicata proprio alla cooperazione, «legge fondamentale ma spesso non applicata, con conseguenze serie sulla democrazia. Non vi è – ha aggiunto – solidarietà senza reciproca mutualità, e ciò vale anche per la cooperazione», compresa quella internazionale. «Ma la pandemia del Covid sembra non averci insegnato nulla riguardo all’importanza della dimensione globale nell’affrontare i problemi».
L’ultimo intervento prima del dialogo col pubblico presente, è spettato ad Agostino Petrillo, docente del Politecnico di Milano: «dagli anni ’90 del secolo scorso – ha riflettuto – si è avuta una crisi dell’associazionismo e una deriva affaristica della grande cooperazione». Negli anni della globalizzazione, quindi con la trasformazione degli equilibri economico-geopolitici, «non possiamo più concepire una cooperazione come intervento esterno di un Paese verso un altro ma come reale reciproco scambio», per affrontare la nuova «questione sociale planetaria, anche attraverso il sistema universitario. Vi è dunque – ha concluso – la necessità di aprire una nuova epoca della cooperazione».
L’intervento dello psicanalista al nuovo Polo Didattico di Cona per l’inaugurazione dell’anno accademico: «la formazione sia spazio di luce, fuoco, valore del nome proprio». I disagi dei giovani
A cura di Andrea Musacci
«Quello che erediti dai tuoi padri, riguadagnatelo, per possederlo»: ha preso le mosse da queste parole di Goethe, Massimo Recalcati, noto psicoanalista e docente universitario, per la sua prolusione lo scorso 6 marzo alla cerimonia di inaugurazione dell’anno accademico 2023/24 dell’Università degli Studi di Ferrara. «Il movimento dell’eredità è sempre un movimento in avanti, pur nella fedeltà alla tradizione», ha proseguito. «Io adoro gli inizi, i battesimi, i matrimoni, lo sbocciare dei fiori, tutto ciò che prende vita. Ma affinché qualcosa possa cominciare, non deve mai smettere di incominciare», sono state ancora sue parole. Da qui, la citazione di Gentile sull’insegnare come continuo apprendere, «ricominciare ogni volta per evitare il rischio terribile della ripetizione senza sorpresa».
«NAUFRAGIO DELLA PAROLA» E NOME PROPRIO
Parafrasando, poi, un passo de “La peste” di Camus, Recalcati ha detto: «oggi l’università deve “saper restare”, essere cioè un punto di riferimento in un’epoca di forti crisi». Epoca nella quale assistiamo al «naufragio della parola», dove cioè «la parola non ha più peso». Nell’università, quindi, oltre a una necessaria «anima-dispositivo» fatta di regolamenti, burocrazia, valutazioni, algoritmi e numeri, deve avere cittadinanza il «nome proprio»: «chiamare per nome è un atteggiamento di cura», il nome – con la «singolarità storta» che rappresenta – è «eccentrico» rispetto al numero, lo eccede sempre. I luoghi della formazione così intesi non possono che essere «luoghi della luce, dove si fa esperienza della luce, dove cioè si allarga l’orizzonte del mondo».
DALLA «TOSSICOMANIA» AL RIFIUTO DELLA VITA
L’opulenta e spesso vuota società contemporanea, però, crea nel mondo giovanile due forme di disagio: una, prevalente più nell’era pre covid, che Recalcati definisce «disagio neo-libertino», causato dall’idea che «tutto è possibile», con una «sregolazione pulsionale, del consumo e l’assenza di vincoli e legami». Una «tossicomania» non solo legata al consumo di droghe ma a una vera e propria «idolatria delle cose», una «sacralizzazione degli oggetti che desacralizza la vita». A questa si è aggiunta, dopo il covid, una nuova forma di disagio, un suo «rovescio malinconico»: quello dei giovani che «rifiutano la vita, si ritirano da essa», le cui camere diventano «bunker». Una «pulsione securitaria» che fa vedere «l’altro come una minaccia, l’aperto come fonte di angoscia». D’altra parte, però, oggi assistiamo anche a un «uso inflattivo della psicologia» e a una «medicalizzazione di ogni aspetto della vita», con un «abuso della diagnosi» ad esempio in ambito scolastico, che fa anche «identificare le nuove generazioni come vittime, porgendo così ai giovani alibi per sentirsi sempre giustificati».
C’È BISOGNO DI FUOCO
I giovani, invece, hanno bisogno di «una formazione intesa non tanto come una scala da salire ma come un fuoco»: hanno bisogno, cioè, di «qualcuno o qualcosa» (un insegnante, un libro, ad esempio) «che li scotti, che li accenda», che accenda la loro passione.
Dal diritto soggettivo e i diritti umani “nati” nel passato, oggi assistiamo al proliferare dei “diritti-desiderio”, quindi dei diritti che pretendono di avere valore in sé, senza nessuna consapevolezza dei legami necessari.
Su questo piano si è mossa la riflessione di Tomaso Emilio Epidendio, Sostituto Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione, nel suo intervento tenuto lunedì 17 ottobre per l’appuntamento di Scuola di Politica dal titolo “Nuovi Diritti… Con Quale Diritto?“. L’incontro, introdotto da Riccardo Caruso, Dottorando all’Università Cattolica di Milano, si è svolto nell’Aula Magna di Palazzo Bevilacqua Costabili a Ferrara ed è stato organizzato da Fondazione Zanotti, Accademia, L’Umana Avventura, Esserci, Tempi, Confraternita Young e Student Office, e rientrava nell’ambito del progetto Wip 2.
Se il diritto soggettivo (dalla tradizione romana e da quella cristiana) e la difesa dei diritti umani sono, da sempre, argine contro il potere, il loro moltiplicarsi porta con sé conseguenze di non poco conto, arrivando a far corrispondere un diritto a ogni desiderio dell’individuo: si tratta, per Epidendio, di «un’ideologia dei diritti senza costo», senza, cioè, consapevolezza delle conseguenze sugli altri. Il “diritto-desiderio”, infatti, parte dalla concezione – errata – del “diritto mite”, senza, cioè, «un’affermazione inevitabilmente coattiva» sulla società e sulle relazioni tra le persone.
Nella sua ricca e precisa prolusione, Epidendio ha accennato al caso del cosiddetto “omicidio del consenziente” e ai “diritti del bambino”. Ma «se il diritto si sgancia dall’umano», allora – è stata la provocazione del relatore – «perché non parlare di “diritti degli animali” o di “diritti dell’eco-sistema”?».
Nell’epoca del politicamente corretto e della cancel culture, per Epidendio è importante che anche il dibattito sui diritti non si trasformi in uno scontro ideologico, ma che «prevalgano la chiarezza e la sincerità delle posizioni», in un dialogo franco ma vero.
Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 28 ottobre 2022
Rettore Zauli, l’ultimo Dpcm del Governo dà la possibilità di aumentare il numero delle lezioni in presenza fino al 50%: qual è la scelta dell’Ateneo ferrarese? «L’Università di Ferrara ha voluto prospettare in maniera chiara alle studentesse, agli studenti e alle loro famiglie quali sarebbero state le modalità didattiche per l’intero anno accademico (a.a., ndr) già con l’avvio del primo semestre. La nostra scelta si è basata su elementi precisi che ancora oggi possono essere considerati validi e attuali: l’incertezza sull’evoluzione della situazione epidemiologica, la situazione economica del Paese e gli esiti di due consultazioni sulla nostra popolazione studentesca per indagare le preferenze circa le modalità di didattica a distanza. Alla luce di queste considerazioni, abbiamo deciso di offrire una modalità di didattica “mista” per tutto l’a. a. 2020/2021, con il duplice obiettivo di garantire a tutti la continuità della formazione e tutelare al massimo la sicurezza degli studenti, delle loro famiglie e del personale. Il modello adottato nel primo semestre ha dato risultati molto positivi in termini di progressione degli studi da parte degli studenti. Inoltre, quello del 50% è un valore che avevamo preso in considerazione già all’inizio dell’a.a. in corso ma che, nel caso di Unife, in termini di capienza delle aule non garantisce il necessario distanziamento tra studenti. Dovendo purtroppo constatare che la situazione pandemica desta ancora forti preoccupazioni, crediamo non vi siano i presupposti per abbandonare il modello affinato nel corso del primo semestre. Il grande senso di responsabilità e il senso del dovere che sentiamo nei confronti della nostra comunità ci impone cautela. Attendiamo tutti il momento di vedere le nostre aule e le nostre strutture di nuovo popolate. Tuttavia in futuro la didattica mista potrà rivelarsi un’opportunità per migliorare la didattica e garantire il diritto allo studio, ad esempio, anche a studenti con difficoltà e/o studenti lavoratori».
L’Ateneo sta valutando la possibilità – come paventato dal Ministro Manfredi – di una proroga fino all’estate 2021 delle lezioni e delle sessioni di esame del secondo semestre? «Le lezioni restano fruibili per l’intero a. a.: una volta registrate, sono a loro disposizione a lungo, non solo per pochi giorni come accade in altre realtà. Riguardo all’estensione del periodo di esami, abbiamo aggiunto appelli straordinari in primavera e in estate, agosto incluso. Anche questa strategia, dati alla mano, ha consentito un avanzamento importante dal punto di vista delle carriere dei ragazzi».
Per i prossimi mesi, nel caso di un miglioramento dei contagi da Covid-19, è prevista la riapertura di un numero maggiore di sale studio dell’Ateneo, e magari un ampliamento dei loro orari di apertura? «Siamo consapevoli della necessità di mantenerle aperte, ma poniamo la massima attenzione alla sicurezza: rendiamo e renderemo accessibili solo gli spazi in cui sia possibile garantire le condizioni necessarie per la prevenzione del Covid-19. Massima attenzione alla possibilità di ricambiare l’aria e alla disponibilità di vigilanza che accerti comportamenti corretti da parte degli utenti. Ai nostri spazi si aggiungono poi le aule studio e/o le iniziative in collaborazione con le associazioni studentesche. Coscienti dell’importanza degli spazi studio sia per la socializzazione sia per il reciproco supporto, compatibilmente con l’andamento dell’epidemia, opereremo per identificare nuovi spazi, eventualmente sfruttando progressivamente anche aule che possano risultare adatte».
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“L’Università vive perché noi ci siamo”: la voce delle Associazioni studentesche
Sul tema delle lezioni in presenza e delle sale studio abbiamo interpellato anche le associazioni studentesche di Unife. Due di loro hanno scelto di risponderci. «La modalità mista lezioni in presenza e on line rappresenta una risposta equilibrata rispetto alla situazione, le lezioni videoregistrate non possono però considerarsi esaustive», commenta Student Office. «Crediamo fermamente nell’importanza di un ritorno in presenza. Per questo, per quanto l’emergenza e la capienza delle aule lo consentano, auspichiamo che la possibilità di partecipare ai focus group, laboratori e ai tutorati possano essere in presenza per tutti gli anni di corso. C’è bisogno di un tentativo che possa permetterci di tornare, senza rimandare». Inoltre, «pensiamo sia fondamentale incrementare le esercitazioni pratiche e laboratoriali di diversi corsi di laurea, tra cui Medicina, Architettura e Design». Riguardo alla riapertura degli spazi per lo studio, «Student Office in collaborazione con Unife ha organizzato qualche settimana fa delle giornate di studio presso il Dipartimento di Matematica. Ci siamo resi conto di come ciascuno di noi avesse bisogno di non trovarsi da solo ad affrontare la sessione ma di qualcuno con cui poterne condividere la fatica, di una compagnia. L’Università vive perché noi studenti ci siamo, non dimentichiamolo». Azione Universitaria, invece, commenta: «abbiamo deciso di fare alcuni sondaggi tra gli studenti», ci spiega Edoardo Luigi Manfra. «Quasi il 50% vorrebbe la metà delle lezioni in presenza e le altre on line, mentre l’altro 50% preferirebbe tutta la didattica on line. Siamo coscienti che la vita universitaria si viva meglio in presenza ma in determinate condizioni come queste è impossibile. C’è anche da dire che molti studenti hanno disdetto i contratti di affitto per gli appartamenti, essendoci quasi solo lezioni a distanza: rimetterle in presenza non significherebbe farli ritornare a Ferrara. E poi ha sbagliato l’ultimo Governo Conte a lasciare troppa libertà di scelta ai singoli Atenei: è stato uno scarico di responsabilità. Bene anche l’idea dell’Ateneo delle sessioni straordinarie degli esami: spostarle avrebbe significato lo slittamento delle lauree e quindi per molti studenti il pagamento di una rata in più. Pensiamo – conclude – di proporre la creazione di un Tavolo di lavoro tra le varie associazioni studentesche e l’Ateneo per cercare soluzioni».
A “La Voce” parla Maria Gabriella Marchetti, Prorettrice delegata alle Pari opportunità e alle disabilità: pro e contro della didattica a distanza e in presenza
di Andrea Musacci Studentesse e studenti disabili o DSA normalmente vengono associati all’Istruzione Primaria e Secondaria. Ma forse in molti non sanno che un numero considerevole di essi, e in aumento, una volta concluse le scuole superiori si iscrive all’Università. Nel nostro Ateneo le iscritte e gli iscritti con handicap (certificazione 104/92) e con disabilità sono più che raddoppiate in quattro anni, passando dalle 92 dell’anno accademico 2016/2017 alle 203 dell’a.a. in corso, di cui 54 sono matricole. Per quanto riguarda i DSA (studentesse e studenti con Disturbi Specifici dell’Apprendimento), sono passati negli stessi anni di riferimento da 52 agli attuali 349, con ben 171 matricole. Tra disabili e DSA, oltre 1 su 3 (il 38%, per la precisione) è iscritto a corsi umanistici, e il 90% alla laurea di primo livello. Un aumento esponenziale che fa riflettere, spingendoci a interpellare la prof.ssa Maria Gabriella Marchetti, Prorettrice delegata alle Pari opportunità e alle disabilità e Presidente del Consiglio di Parità dell’Ateneo estense. Con lei abbiamo analizzato anche alcuni dati emersi dal questionario di valutazione dei servizi offerti dall’Università di Ferrara alle studentesse e agli studenti con disabilità o DSA, somministrato da inizio giugno a settembre scorsi. Le chiediamo innanzitutto quali possono essere le cause dell’aumento così importante negli ultimi anni di studenti e studentesse DSA. «Dipende da due distinte cause: da un lato l’aumento complessivo delle iscrizioni ai corsi di laurea e dall’altro dal fatto che la legge sui DSA è solo di 10 anni fa. Dato che la diagnosi avviene, nella maggior parte dei casi, negli anni della scuola dell’obbligo, ne deriva che la popolazione alla partenza della legge è quella che oggi approda al percorso universitario». Riguardo alla didattica in presenza, le chiediamo quali problemi lamentano le studentesse e gli studenti disabili o DSA. «Alla domanda, che prevedeva la possibilità di indicare più di una causa, ha risposto solo il 20% dei partecipanti. Fra le difficoltà emerse, abbiamo innanzitutto problemi di concentrazione e attenzione (il 90% delle risposte), e a seguire, in misura decisamente minore, problemi di accessibilità, e problemi di mobilità verso l’Ateneo (entrambi al 15%)». Per quanto riguarda, invece, la didattica a distanza, riguardante il periodo del lockdown e buona parte di questo primo semestre, dalle risposte date da 92 studentesse e studenti interessati emerge come l’83% valuti positivamente le lezioni videoregistrate, mentre il 65% attribuisce alle lezioni in streaming live «un buon grado di positività». Queste, invece, le criticità: difficoltà di attenzione e concentrazione (58%), riduzione degli stimoli (54%), lezioni meno dinamiche (48%), problemi di connessione (38%), confusione sulle modalità di erogazione (25%), sovrapposizione di lezioni per ricalendarizzazione (11%). Gli studenti disabili o DSA, dall’altra parte, apprezzano la possibilità di seguire la lezione videoregistrata (83%), la riduzione dei problemi di mobilità (54%) e la possibilità di frequentare meglio più corsi (39%). «Il grado di soddisfazione è alto», commenta Marchetti. «Dobbiamo considerare che questo tipo di organizzazione è nato in un momento emergenziale e di estrema difficoltà. Questo vale per l’intera popolazione universitaria – studenti, personale docente e personale amministrativo – e non ha paragone col passato». A proposito del resto della popolazione universitaria, le chiediamo qual è il grado di consapevolezza dei docenti e degli altri studenti e studentesse su una presenza così consistente in Ateneo di disabili o DSA e se vi sono difficoltà nei rapporti. «Il nostro Servizio Disabilità e DSA gestisce la regolarità documentale e provvede a mettere a disposizione degli aventi diritto tutti i servizi indicati nella “Carta dei servizi per la comunità universitaria con disabilità e con DSA”. Il corpo docente è informato e a conoscenza della normativa, e dobbiamo avere consapevolezza che il rapporto didattico è comunque di diretta responsabilità del singolo docente che applica, di caso in caso e nel rispetto delle normative, le misure dispensative/compensative in funzione della specificità della materia e delle caratteristiche documentate ed oggettive del singolo discente. Le assicuro, come docente, che questo avviene con grande rispetto e sensibilità». Allo stesso modo, anche riguardo ai rapporti con gli altri iscritti e iscritte, «posso dire che con molta oggettività e sensibilità operiamo per renderli consapevoli sui loro diritti e garantendo la massima obbiettività e credibilità al loro percorso di apprendimento e di crescita». Tornando al questionario, le chiediamo quali richieste rivolte a Unife maggiormente emergono dalle risposte. «Maggiori certezze sulla possibilità di ottenimento di misure compensative/dispensative in sede d’esame e di supporto durante lezioni/laboratori previste per il proprio status. A tal fine stiamo sviluppando applicativi che consentono una semplificazione amministrativa e una velocizzazione di risposta utilizzando un’idonea piattaforma tecnologica (l’applicativo ESSE3) già in fase di prenotazione/iscrizione agli appelli. Questo comporta anche una semplificazione e una maggior immediatezza nel rapporto docente – studente/studentessa con disabilità o DSA». Infine, le domandiamo se esistono statistiche su quante di queste persone riescano a concludere il ciclo di studi. «Purtroppo non disponiamo di dati significativi e consolidati su questi temi – risponde Marchetti -, ma è in cantiere un aggiornamento informatico, come accennato prima, che comporta una “profilazione di massa” della nostra utenza dall’inizio al termine della carriera universitaria».
Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 27 novembre 2020
Ferrara è ancora una “città universitaria”? Sì, ma ormai a metà. Gli ultimi 8 mesi di emergenza sanitaria e la didattica on line l’hanno svuotata: appartamenti abbandonati, residenze universitarie mezze vuote. E si teme un ulteriore drammatico crollo nei mesi di dicembre e gennaio. Abbiamo incontrato proprietari e gestori di alloggi
di Andrea Musacci
Ferrara è Sede universitaria sin dal 1391: l’anno prossimo compirà ben 630 anni. Ma ci sono voluti oltre sei secoli perché potesse ottenere anche il “titolo” di “città universitaria”. Titolo che si è guadagnato all’incirca da una ventina d’anni, in maniera sempre maggiore: la nostra, infatti, è una città a misura di persona, non eccessivamente grande, percorribile in bicicletta e, nonostante tutto, tranquilla. Il suo Ateneo si è affermato negli anni per la qualità di diversi Corsi di laurea, riconosciuti come tale da tanti giovani provenienti dagli angoli più disparati della Penisola e non solo. Una città nella città è il mondo universitario estense, un mondo vivo, che arricchisce – si spera non solo economicamente – il tessuto urbano. Una babele di accenti e cadenze di ogni risma, un’irruzione di vitalità, giovinezza e creatività positiva, non inficiata da alcuni problemi connessi – forse in parte inevitabili – ma comunque, ci permettiamo di dire, “veniali”. Problematiche legate ad esempio alla cosiddetta Movida, con gli ormai caratteristici scontri con i residenti e le conseguenti diatribe politiche e di categoria. Un’esuberanza che, da 20 anni, si spera sempre si trasformi in valore aggiunto per Ferrara: se lo augurano spesso gli studenti stessi, almeno quelli che sognano di trasferirsi nella nostra città, perché rimasti affascinati o per scappare da terre ancor più sonnolente e prive di opportunità lavorative. E lo sperano tanti in città, che in loro vedono il futuro, o almeno una parte importante del futuro di Ferrara, località sempre più anziana, sempre meno ricca e da sempre inchiodata all’etichetta di località provinciale, assopita per sua natura, come incantata fra le nebbie e i fantasmi – e i fasti – del passato. Così si poteva ragionare, di sicuro, almeno fino a inizio 2020. Poi è arrivata quest’emergenza e una situazione drammatica che ancora sconvolge e minaccia le nostre esistenze. E allora molte studentesse e studenti che avevano scelto di trasferirsi qui per studiare e laurearsi hanno avuto paura: paura del contagio, di vivere il lockdown di marzo e il semi-lockdown attuale in totale solitudine o quasi, sicuramente lontani da famigliari e affetti radicati. E con la paura che il virus facesse diventare il sogno concreto dei loro primi vent’anni null’altro che una continua e triste preoccupazione, ad esempio, per un alloggio che costa senza essercene la necessità, o perlomeno l’urgenza, visto l’uso massiccio della Didattica a distanza. E così la paura si è insinuata in tanti di loro: i primi a partire, lo hanno fatto a fine febbraio. Fra questi, molti avevano approfittato dei giorni di intervallo tra la fine della prima sessione d’esami e l’inizio del secondo semestre, per tornare in famiglia. Il lockdown li ha obbligati a rimanere dov’erano. Altri sono tornati a Ferrara tra maggio e giugno, altri ancora in estate. E una parte non irrilevante ha fatto nuovamente rientro nella propria località d’origine nelle ultime settimane, dopo i tre Dpcm del Governo di ottobre, una volta accertata l’avvilente possibilità di nuove restrizioni, di un coprifuoco e, chissà, di un altro futuro lockdown. Scelta magari, nelle ultimissime settimane, ancor più confermata dalle chiusure di bar, locali e ristoranti alle 18: un incubo per un 20enne, abituato spesso a iniziare la serata non prima delle 21. Per la seconda parte del Focus che abbiamo scelto di dedicare al mondo universitario ferrarese (la prima è uscita nello scorso numero, l’ultima uscirà la prossima settimana), abbiamo dunque scelto di indagare sulle conseguenze sugli alloggi e le residenze di questa “fuga” degli universitari da Ferrara.
ER.GO: a ottobre 65 rinunce, 15 studenti torneranno nel 2021
Partiamo dalle residenze gestite da ER.GO, l’Azienda Regionale per il diritto agli studi Superiori, che nella nostra città si occupa direttamente dei posti letto nelle Residenze (con stanze singole, camere doppie o monolocali) in via Guido d’Arezzo, via Darsena, via Mortara, vicolo Santo Spirito (Santo Spirito e San Matteo), via Ariosto (Santa Lucia), via Savonarola e via Coramari. Con rette o tariffe, per studenti in graduatoria o ospiti (e compresi i mesi di dicembre e gennaio in cui ci sono ribassi) che vanno dai 133 ai 342 euro mensili. Elisa Bortolotti è la Responsabile per ER.GO della Gestione Graduatorie e servizi per l’accoglienza di Ferrara. Specificando che «l’assegnazione degli alloggi è un fatto dinamico e la situazione assestata potrà avvenire solo a fine anno», ci comunica che a ottobre 2020, 285 studenti sono stati assegnati nelle Residenze ER.GO di Ferrara, contro i 301 dell’ottobre 2019. «Tra marzo e aprile 2020 – prosegue – abbiamo avuto 142 studenti che sono tornati a casa e ai quali abbiamo rimborsato una mensilità; di questi, la maggior parte sono tornati in alloggio tra settembre e ottobre, ovviamente se in possesso dei requisiti economici e di merito previsti dal bando di concorso. Durante le convocazioni per le nuove assegnazioni, iniziate il 1° ottobre scorso, abbiamo avuto 65 rinunce, mentre 15 studenti hanno optato per venire in alloggio nel secondo semestre (da gennaio 2021), se ci saranno posti disponibili».
Alloggi ACER: 84 disdette e nuove prenotazioni giù dell’80%
Il netto calo degli studenti che hanno scelto di abitare nella nostra città emerge in maniera ancora più netta dai dati fornitici da Marco Cassarà, referente dei rapporti con gli studenti all’interno dell’Area commerciale di Acer. L’Azienda Casa Emilia-Romagna, infatti, in convenzione con ER.GO, mette a disposizione alloggi per studenti universitari e ricercatori “fuori sede” nella Residenza “Le Corti di Medoro” (188 alloggi in una parte dell’ex Palazzo degli Specchi in zona Beethoven con canoni di mensili dai 370 ai 590 euro mensili), nella Residenza Putinati (53 posti letto nell’omonima via, tra i 250 e i 290 euro mensili) e in dieci bilocali su corso Porta Mare, in via Darsena, via Boiardo, via Recchi e via Fabbri, con affitti tra i 205 e i 330 euro al mese. «Su gli oltre 250 tra alloggi e posti letto, quest’anno abbiamo gestito 84 fra disdette e mancati rinnovi contrattuali». Quasi uno su tre. Per la precisione, le disdette o i mancati rinnovi sono stati 14 nel mese di marzo, 21 ad aprile, 21 a maggio, 5 a giugno e ben 23 a ottobre. La maggior parte riguardano le Corti di Medoro (76), mentre 3 a Putinati e 5 negli appartamenti. Le nuove prenotazioni per l’a.a. 2020/2021 sono state 20: un quinto in meno rispetto a un anno fa, quand’erano state 97.
Fondazione Zanotti: chiuso il Cenacolo, in via Mortara metà dei posti è vuota Non lasciano spazio a dubbi nemmeno i dati che ci vengono forniti dalla Fondazione Enrico Zanotti: per quanto riguarda il Campus Universitario “Collegio Don Calabria” di via Borsari, «le stanze singole per 24 studenti – ci spiega Nicoletta Vallesi – sono piene al 75%, e i nuovi utenti sono appena 4. Gli anni scorsi le riempivamo tutte senza problemi, anzi le richieste superavano tranquillamente le nostre disponibilità». Qui, durante il lockdown, «solo 7-8 studenti erano rimasti, gli altri erano tornati a casa». Per quanto riguarda, invece, la vicina Residenza Universitaria “Enrico Zanotti” in via Mortara, i monolocali con parti in comune hanno visto solo «1/5 degli studenti rimanere durante il lockdown, mentre adesso dei 24 posti solo la metà è occupata. E dei 12 attualmente presenti, solo due sono matricole». Epilogo ancor più triste per la Residenza “Il Cenacolo” di via Fabbri, chiuso per mancanza di richieste: appena 5 per 40 posti disponibili. Una situazione diventata insostenibile.
Camplus: 1 posto letto su 3 è rimasto vuoto Camplus Apartments in città gestisce gli appartamenti della Residenza Darsena, vicino al Polo Tecnologico, e dislocati in centro e nella zona del Polo Biomedico. Roberto Marinelli, Responsabile Camplus a Ferrara, ci spiega come su 600 posti letto totali, circa 200 sono vuoti. «Dal lockdown di marzo tanti studenti non sono tornati a Ferrara o han scelto di non trasferirsi. Quello che più temiamo è che, dopo i recessi tra luglio e ottobre, ci sia un’ulteriore forte ondata di disdette dei contratti di affitto tra dicembre e gennaio. Abbiamo questa spada di Damocle che incombe: per noi sarebbe una disfatta».
ASPPI e Sunia: dimezzati i contratti per gli studenti «Per noi settembre è sempre stato il mese dei tanti contratti d’affitto per gli universitari. Quest’anno, però, nulla a che vedere con gli altri anni: registriamo un dimezzamento dei nuovi contratti per studenti, e perlopiù di matricole, incentivate dalla Didattica in presenza». A parlare a “La Voce” è Ippolita Domeneghetti dell’ASPPI – Associazione Sindacale Piccoli Proprietari Immobiliari di Ferrara. Per venire in contro alle situazioni difficili di tanti studenti e delle loro famiglie – prosegue – «abbiamo avuto diversi casi di rinegoziazioni di contratti esistenti, con diminuzioni, ad esempio, di affitti da 600 a 450 euro mensili. E ipotizziamo altre disdette e richieste di rinegoziazione anche nei prossimi mesi». Parole simili ci arrivano da Marcello Ravani di Sunia-CGIL: «rispetto a un anno fa abbiamo avuto un calo del 49-50%: 45 asseverazioni (certificazioni di contratti a canone concordato tra privati, ndr) contro le oltre 90 del 2019». Stabili i contratti direttamente stipulati, 10 contro i 13 dell’anno scorso. Contratti che, comunque, sono tendenzialmente sempre più brevi, e sui quali, ci spiega Ravani, «ci richiedono rinegoziazioni sul canone anche del 20-30% in meno». Una prima conferma ci arriva anche da Vittorio Zanghirati, Presidente provinciale Confabitare: «sicuramente c’è stato un calo dei contratti di locazione per studenti, spesso i proprietari hanno difficoltà a riempire tutte le stanze degli appartamenti, o alcuni rimangono proprio vuoti».
RUA-UDU: “meglio contratti di 6 mesi. Insufficiente il bando del Comune di Ferrara” Chi si è occupato della questione affitti è stata l’Associazione studentesca RUA-UDU. «Il 31 marzo come RUA-UDU – ci spiega Maria Antonietta Falduto – abbiamo rilasciato un comunicato dove notificavamo la necessità, strettamente urgente, di avviare nette azioni di sostegno agli affitti per tutti quei nuclei familiari colpiti da violente contrazioni di reddito a seguito dell’emergenza Covid. Ma il solo intervento che ne è risultato è stato la delibera comunale legata all’erogazione di contributi per il pagamento dei canoni locativi (ne parliamo nel box, ndr)». Bando che, per RUA, «oltre a stanziare un cifra irrisoria per fronteggiare la questione, risarciva solo i casi di “morosità incolpevole” risultando impraticabile per chi, magari pure con sforzi, aveva fin lì onorato le clausole contrattuali di locazione». Ma RUA è andata oltre, dando vita nelle ultime settimane a un sondaggio fra gli studenti dell’Ateneo ferrarese: «dai dati si evince come molti studenti abbiano optato per disdire il proprio contratto di locazione mentre tanti altri in ingresso, malgrado l’iscrizione attiva presso Unife, hanno cassato la possibilità di prendere casa entro le mura cittadine». Questo a causa della Didattica a distanza e «dei termini temporali tipici dei contratti locativi per studenti che, vedendo la scadenza a un anno dalla prima firma, poco si sposa con il regime d’incertezza che caratterizza il periodo. Molto più ragionevole e d’aiuto – conclude Falduto – potrebbe essere garantire locazioni semestrali attendendo l’evolversi della situazione».
Gli iscritti a Unife
Su un totale di 132.463 residenti nel Comune di Ferrara (dato al 31/12/2019, fonte: ”Annuario Statistico Demografico 2019”), gli iscritti all’Università di Ferrara attualmente sono 22.010. I dati fornitici dall’Ateneo si riferiscono al 28 ottobre 2020, ma le immatricolazioni saranno chiuse il prossimo 15 aprile. Il dato, inoltre, riguarda gli iscritti ai Corsi di studio ovvero lauree triennali, magistrali e magistrali a ciclo unico. Il dato definitivo dell’a.a. 2019/2020 registrava 24.229 iscritti all’Ateneo della nostra città.
Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 6 novembre 2020
Utile per l’emergenza ma non può diventare abitudine: parlano le associazioni studentesche di Unife
A cura di Andrea Musacci In parte perché già preparata, in parte perché incline alla prudenza, l’Università degli Studi di Ferrara sta garantendo, con l’inizio del nuovo anno accademico dopo l’estate, in modo discretamente efficace la didattica online. Una modalità che, se i numeri dell’emergenza sanitaria continueranno a galoppare, tornerà, come nel periodo da fine febbraio a maggio, l’unico modo per le studentesse e gli studenti del nostro Ateneo di accedere alla vita universitaria. Uno scenario desolante all’interno di una drammatica pandemia. Ma se la didattica a distanza (in streaming e/o tramite registrazioni) si è presentata e potrebbe ripresentarsi come necessaria, la paura di molti studenti e dei loro rappresentanti è che diventi norma, una cattiva abitudine anche nel nostro Ateneo.
Le scelte di Unife A metà luglio scorso, l’Università ferrarese dirama un comunicato riguardante lezioni e laboratori: le attività didattiche di tutte le lauree triennali, magistrali e magistrali a ciclo unico saranno video-registrate o erogate in streaming. Nello specifico, per gli studenti iscritti al primo anno (di ogni corso), si organizzeranno approfondimenti didattici in presenza sugli argomenti svolti durante le lezioni online per consentire di interagire con il docente e fra di loro. Per gli altri anni di corso e per il post laurea, le attività di didattiche saranno svolte con modalità a distanza, seguite da approfondimenti didattici, se possibile in presenza o in alternativa in streaming. In ogni caso, ai singoli Dipartimenti è data libertà di gestire la situazione. Le attività di laboratorio potranno essere svolte in presenza a gruppi e potranno essere precedute e/o integrate da videoregistrazioni di attività pratiche. Questo sulla carta. Nella realtà la situazione è in parte diversa: non tutti i laboratori sono in presenza, molte lezioni sono registrate e non in streaming, e in alcuni casi sono solo audioregistrate, senza nemmeno la possibilità di vedere il volto del docente. Nella settimana in cui incontriamo le quattro principali associazioni studentesche di UniFe, sono usciti a breve distanza i due Dpcm del Governo (quelli del 13 e del 18 ottobre), che, pur non imponendo nuove disposizioni per gli Atenei, aumentano il livello di allerta e la conseguente preoccupazione in molti, spingendo, al di là delle singole norme, a una sempre maggiore prudenza. La situazione, infatti, è quella di un continuo ed esponenziale aumento dei contagi, dei decessi e di persone in terapia intensiva per il Covid-19. In ogni caso, in molti si chiedono perché Unife non abbia permesso che molte più lezioni potessero avvenire in presenza, pur con tutte le limitazioni necessarie.
Link. “La ripartenza del Paese deve avvenire dai luoghi del sapere” Le falle della didattica online, DSA e disabili, la crescita integrale dello studente
C’è un concetto che torna sempre nel corso della nostra chiacchierata, quello della centralità della relazione diretta, “in presenza”, fra gli studenti e con i loro docenti, e la critica, invece, di rapporti umani inautentici, dominati da forme di «alienazione» di cui le nuove tecnologie di comunicazione sono una causa importante. Incontriamo due giovani studentesse, Virginia Mancarella, III° anno di Chimica e Gabriella Angelillis, II° anno di Biotecnologie mediche, rappresentanti di LINK, Coordinamento Universitario nato dal movimento studentesco l’Onda dell’autunno 2008. Già a fine febbraio «Unife si è attivata subito e bene per la Didattica a distanza (Dad)», ma «non sempre il materiale didattico – slide, libri ecc. – era facilmente reperibile per colpe e negligenze di una parte dei docenti. Sicuramente – proseguono – il lockdown ha evidenziato ancora di più il ruolo importante delle associazioni degli studenti e dei loro rappresentanti». Nei mesi scorsi, invece, sia a livello regionale sia comunale «abbiamo provato a ottenere risultati per calmierare i costi degli abbonamenti dei treni e gli affitti» per studenti con maggiori difficoltà economiche. Riguardo agli affitti «qui a Ferrara il contributo erogato dal Comune di Ferrara è stato insufficiente, perché l’ISEE non può essere uno strumento aggiornato di valutazione dell’effettivo calo di reddito sopraggiunto quest’anno in molte famiglie». Riguardo alla didattica, «i Dipartimenti sono deserti in questo periodo. Il fatto che molte lezioni siano a distanza, addirittura videoregistrate, può portare per molti studenti un calo dell’attenzione, a perdersi. Per ora solo alcune lezioni di approfondimento sono in presenza, ma non è sufficiente». «Per noi la Dad può essere utilissima se affiancata a quella in presenza, perché magari molti studenti non riescono a seguire perché lavorano o abitano lontano. D’altra parte, però, molti di loro hanno una connessione debole o problemi a seguire con calma le lezioni perché vivono con familiari o coinquilini». E poi ci sono problematiche legate ai singoli Dipartimenti, come quello di Gabriella, dove i laboratori in presenza verranno attivati solo a partire dal secondo semestre. «E ci chiediamo: perché Unife ha scelto di fare la Dad in presenza solo per le matricole?». «Per moltissimi studenti si perde il contatto col docente, non c’è possibilità di confronto e discussione con gli altri studenti, e anche in streaming non sempre c’è la possibilità di porre domande». Un uso eccessivo della Dad «rischia di far diventare ancor più distaccata la figura del docente, di ridurlo quasi a una voce, senza possibilità di relazione e di confronto con gli studenti». Invece, «non ci può essere sapere senza dialogo». Un capitolo di questa discussione, quasi mai trattato a livello mediatico e di rappresentanza, lo inaugura Virginia, direttamente impegnata su questo tema anche in quanto membro del Consiglio di Parità d’Ateneo: è quello riguardante gli studenti disabili o con disturbi specifici di apprendimento (DSA): «per loro, se manca la didattica in presenza, è una difficoltà ancora maggiore. Il nostro Ateneo è attento alle loro esigenze, ma diversi docenti non li riconoscono come persone da aiutare, e con una loro diversità, ma li ignorano e li discriminano». In generale manca – continuano -,«l’idea dell’università come luogo di crescita integrale della persona, e non invece solo in vista di un futuro professionale, che non fa che accentuare di anno in anno la settorializzazione del sapere, perdendo l’idea dello studente soprattutto come persona e cittadino. Importante è quindi «che la pandemia non diventi una scusa per modellare diversamente la società, eliminando momenti e luoghi di relazione in presenza, anche riguardo alla Dad».
Student Office. “Non ci riconosciamo in un’università dove si impara solo una professione, senza poter vivere pienamente luoghi e relazioni”
Elena Ferrucci, III° anno di Scienze della Comunicazione e Filippo Tiozzo Bon, studente di Fisioterapia, sono i due membri di Student Office che accettano di parlare con noi di didattica e futuro dell’Ateneo. «Durante il lockdown, Unife, nonostante le normali difficoltà iniziali, ha risposto bene. Con la Dad vengono però meno la socialità, molte dinamiche di relazione, spesso si è soli davanti al computer a seguire una lezione. Il lockdown è stato comunque, per quanto ci riguarda, un periodo attivo, molti studenti ci contattavano per avere aiuto, informazioni sulla didattica e non solo. Questo ci ha fatto sentire in maniera ancora più forte l’importanza di stare di fronte alle esigenze di tutti. Avevamo anche aperto un profilo su Instagram, “The Place”, dove raccogliere e condividere idee, citazioni, riflessioni di artisti e letterati. Abbiamo quindi cercato di usare bene il tempo, senza rimanere passivi». «La pandemia – proseguono – ci ha insegnato molto, facendoci vedere le cose in modo diverso, a non darle per scontate». Una volta conclusa la quarantena, «abbiamo riflettuto insieme dentro Student Office, condividendo l’idea che l’università dovesse tornare, se possibile, luogo di incontro, senza accontentarci di seguire la lezione e ricevere un voto». Centrale – proseguono – è la possibilità «di incontrarci per approfondire alcune materie studiate» e in generale il senso del vivere l’università, «per avere uno sguardo più ampio sulle cose». Così anche i tradizionali pre-test estivi – ai quali hanno partecipato una 60ina di matricole, equamente distribuiti tra Medicina e Architettura, – «abbiamo scelto di farli in presenza, per l’importanza, soprattutto per una matricola, della conoscenza diretta con gli altri studenti, in particolare in questo periodo difficile». Con la ripresa delle attività, sono ancora parole di Elena e Filippo, «sentivamo quindi in maniera forte la voglia di tornare a vivere l’università insieme, a pieno, condividendo esperienze» con amici e colleghi. E poi -, aggiunge Elena – «anche solamente in una lezione vi può essere l’inaspettato, come, banalmente, la domanda di un tuo collega che ti spiazza. C’è quindi la possibilità di crescere, di essere educati come persone». Purtroppo nei corsi ai quali sono iscritti come durante la quarantenale le lezioni sono ancora registrate, non in streaming. «La lezione in diretta, pur a distanza, almeno permette a docenti e studenti un approccio immediato, di avere dei riscontri, mentre nella lezione registrata – in tanti casi nemmeno video, ma composta solo dall’audio e dalle slide del docente – c’è molto meno coinvolgimento».
Rua-Udu. “Attività via web peggiorate e non rese sostenibili”. La malagestione di Unife
«L’impressione che permane è che, per quanto all’inizio Unife si sia dimostrata reattiva nell’organizzare la Dad, si sia poi adagiata sugli allori, facendo fattivamente poco, o nulla, perché l’esperienza telematica ne uscisse implementata e sostenibile». Non usa giri di parole Mariantonietta Falduto, iscritta al III° anno di Biotecnologie della salute, che incontriamo come rappresentante di RUA (Rete Universitaria Attiva) – UDU. «La Dad si è dimostrata di grande aiuto ma non può sostituire la vita universitaria canonica. Fare lezione in presenza, studiare in biblioteca, poter condurre attività laboratoriali a pieno ritmo sono tutte esperienze che la telematica non permette. Parecchio svilente e preoccupante, invece – prosegue -, rimane la gestione personale delle relazione umane, duramente inficiata dagli eventi e certamente non sanata dall’esperienza online per sua definizione solitaria». Capitolo ancora peggiore quello degli esami: «dopo una partenza tardiva – ci spiega – si è pensato di sopperire le prime confuse sessioni scritte andando ad istituire appelli straordinari. Questi ultimi, però, essendo a discrezione del docente, sono rimasti spesso un miraggio». Per non parlare dei tirocini, inizialmente sospesi e poi svolti «in discutibili modalità online per gli studenti prossimi al conseguimento del titolo». Con l’avvio dell’anno accademico 2020/2021, ben pochi sono rimasti i momenti in presenza. Scelta questa – continua Mariantonietta – presa dall’Ateneo anche in conseguenza delle «sregolate aperture dei numeri universitari» attuate negli ultimi anni da Unife, «più per una questione di entrate nelle casse d’Ateneo», ma con «poca attenzione per la qualità didattica». Critiche RUA le rivolge anche ai «pochi laboratori settimanali, in realtà momenti cruciali, accompagnati da qualche focus groups, a prenotazione fino a esaurimento posti, concordato sull’asse docente/studenti». E, prosegue Mariantonietta, «le tesi di laurea triennali vengono ancora discusse online con la proclamazione ridotta a una mail recante il voto di laurea». Le sedi dei Dipartimenti, ci testimonia anche lei, sono diventate deserte, prive di tante attività quotidiane e non: «tutti quelli che erano punti focali d’aggregazione come mense, aule studio, biblioteche e corridoi ora non sono altro che spenti fabbricati di muratura. Per noi è soprattutto cambiato il modo di fare rappresentanza e, nel momento in cui gli studenti avevano più bisogno facessimo da ponte tra loro e i professori, abbiamo dovuto cambiare completamente il nostro modo di approcciarci: i social, rapidamente, hanno visto accresciuto il loro ruolo andando a sostituire stand, banchetti, workshop e apertitivi che era nostra abitudine organizzare».
Azione Universitaria. “Il lockdown periodo buio per molti fuori sede. Ma noi c’eravamo”
Edoardo Luigi Manfra, Gianpaolo Zurma, Giulio Braccioni, iscritti a Giurisprudenza, sono i tre ragazzi che incontriamo come portavoce di Azione universitaria (AU). «Unife ha gestito bene l’emergenza iniziale, è stato uno dei primi atenei a chiudere (l’ultima settimana di febbraio, ndr) e a organizzare le lezioni online. Noi e altre associazioni studentesche abbiamo distribuito mascherine negli studentati. E in generale abbiamo cercato di sopperire alle difficoltà degli studenti, ad esempio legati alla connessione internet, o agli esami, realizzando anche una guida per l’emergenza». «Anche personalmente abbiamo sentito di diversi casi di depressione tra gli studenti universitari. Molti fuori sede, ad esempio, sono rimasti a Ferrara, spesso magari in appartamento da soli. Ci chiamavano spesso, quindi l’assistenza di noi rappresentanti è stata ancora più importante durante il lockdown. In generale in città, soprattutto per le matricole, purtroppo mancano amcora luoghi di aggregazione». In estate, invece – proseguono – «abbiamo organizzato alcuni eventi anche su tematiche non strettamente universitarie, come il concerto di Skoll, abbiamo realizzato e diffuso una guida per le matricole e raccolto firme per aiutare gli studenti in affitto, raccogliendone molte». A maggio il Comune ha stanziato 36mila euro per studenti con morosità incolpevole, valutando l’ISEE sotto i 35mila euro come criterio principale di accesso al fondo». Con l’inizio del nuovo anno accademico, di positivo c’è che dal «15 ottobre, pur con le limitazioni, sono state riaperte biblioteche d’ateneo, importanti luoghi di ritrovo per gli studenti». Per il resto, «la vita universitaria è molto cambiata, ci sono meno punti di ritrovo, con conseguente perdita di molti contatti tra le persone». «Come AU siamo per la didattica in presenza – sono ancora loro parole -, in quanto possibilità di convivialità, ma accettiamo queste regole come necessarie, e così è per molti studenti». Guardando al futuro, l’auspicio è che «si ritorni alla normalità, alle lezioni in presenza e magari per i corsi molto frequentati dagli studenti si assicuri lo streaming, utile soprattutto per i fuori sede. Negli ultimi Dpcm del Governo – riflettono con amarezza – purtroppo non si parla di università, mentre ad esempio nel Consiglio Nazionale Studenti Universitari, AU e altre associazioni hanno avanzato diverse proposte concrete».
Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 30 ottobre 2020
Intervista al prof. Enrico Deidda Gagliardo: “nel nostro Ateneo abbiamo iniziato nel 2012 col telelavoro. Lo smart working non dev’essere uno strumento solo emergenziale ma può diventare un’opportunità strutturata”. Le proposte per affrontarne le criticità, fra cui il diritto alla disconnessione e quelle legate ai rischi per la salute, soprattutto in un periodo come questo
a cura di Andrea Musacci
Questa lunga fase emergenziale, di cui conosciamo l’inizio ma non ancora la fine, come tutte le crisi sta mostrando in maniera forte virtù e contraddizioni del nostro sistema sociale, produttivo e comunicativo. Al tempo stesso, sta accelerando la conoscenza e l’utilizzo di strumenti e pratiche, come ad esempio lo smart working, o lavoro agile, erede del telelavoro. Padre Francesco Occhetta su “Civiltà Cattolica” del febbraio 2017 spiegava: “Il lavoro agile non è semplicemente lavorare a casa, ma consiste nell’orientare la prestazione al risultato e non ‘al tempo’, garantire che il lavoratore cresca nella conoscenza, proteggere il professionista indipendente”. L’intento sarebbe dunque quello di “restituire al lavoratore autonomia, flessibilità e responsabilità sui risultati, mentre al datore di lavoro è richiesto di dare fiducia e ripensare le modalità del controllo”. Lo smart working in Italia è stato introdotto proprio tre anni fa, grazie alla Legge 81. La Direttiva 2/2020 della Funzione Pubblica, nata durante l’attuale emergenza, ha innovato profondamente il quadro, definendo il lavoro agile come “modalità ordinaria di svolgimento della prestazione lavorativa”. In questo contesto eccezionale e in un certo senso obbligato, lo smart working ha raggiunto picchi elevati.
Per capire meglio di cosa si tratta e, nello specifico, come già da tempo viene utilizzato nell’Università degli Studi di Ferrara, abbiamo rivolto alcune domande al prof. Enrico Deidda Gagliardo, ordinario del Dipartimento di Economia e Management del nostro Ateneo, oltre che Prorettore Vicario e Prorettore delegato al bilancio, semplificazione organizzativa e valorizzazione delle risorse umane.
Professore, ci spieghi innanzitutto quali sono secondo lei i vantaggi dello smart working.
Lo smart working è una modalità agile, intelligente e innovativa di organizzazione del lavoro, volta ad ottenere vantaggi reciproci del tipo win-win: da un lato, il lavoratore ha l’opportunità di conciliare i tempi di vita e lavoro, dall’altro l’amministrazione ha l’opportunità di veder crescere produttività e risultati. Natiuralmente, lo smart working funziona solo se agisce sulla motivazione, se viene percepito e vissuto come una spinta gentile al miglioramento (c.d. nudge); la crescita della motivazione lavorativa porta al miglioramento della salute organizzativa che, a sua volta, costituisce il presupposto per il miglioramento delle performance di una Pubblica Amministrazione (PA) e, attraverso tale via, per la generazione di Valore Pubblico. Il Valore Pubblico è, infatti, il miglioramento del benessere (economico-sociale-sanitario) degli utenti esterni e del contesto in cui vivono (ambiente) poggiante sul miglioramento della salute interna dell’ente.
A Unife era già attivo prima dell’emergenza…
In effetti è così, il nostro Ateneo ha precorso i tempi: già nel 2012 avevamo avviato le prime attività per l’applicazione del telelavoro, grazie all’intuizione e all’impulso del Comitato Unico di Garanzia e del Consiglio di Parità di Unife. Lo stesso anno ci siamo dotati di un apposito regolamento, nell’ottica di migliorare la salute organizzativa e lavorativa della nostra Università. Siamo stati tra i primi firmatari dell’accordo che inserisce l’Università di Ferrara nel network del Progetto VeLA (VEloce, Leggero, Agile: Smart Working per la PA) e facciamo parte del tavolo di coprogettazione della Regione Emilia-Romagna, pioniera e leader in tema di smart working, per la condivisione di buone prassi.
Nell’emergenza in corso, quindi, non vi siete trovati impreparati…
Fin dai primi giorni dell’emergenza, l’Università di Ferrara è stata in grado di mettere in sicurezza il proprio personale concedendo, tra le prime in assoluto, la modalità di lavoro agile a gran parte del personale tecnico-amministrativo (oltre l’80%), precedendo i provvedimenti governativi che, successivamente, ne hanno incentivato l’applicazione nelle PA. Inoltre, Unife si è dotata a titolo volontario di un “Piano di semplificazione & digitalizzazione” che già dal 2016 ci ha consentito di rendere più veloci alcuni nostri processi e più efficaci diversi dei nostri servizi. In questi mesi, lo smart working è stata una necessità, ma ci siamo resi conto che esistono modi alternativi al lavoro in presenza, ci siamo accorti che la digitalizzazione della PA, ancora perfettibile, già oggi consente di lavorare a distanza.
Come, nel futuro più o meno prossimo, lo smart working cambierà l’Ateneo?
Nello spirito del pay off Unife (“nel futuro da sempre”), volgiamo lo sguardo verso l’orizzonte e, lavorando ad un nuovo Regolamento sullo smart working, intendiamo trasformare quest’ultimo da necessità a opportunità strutturata di miglioramento per chiunque, in Unife, la voglia cogliere. Per tutto questo mi fa piacere ringraziare, per il prezioso lavoro, l’Ufficio “formazione e benessere”, l’ “Ufficio personale amministrativo” la Dirigente del Personale e il CUG, nelle persone che con cuore e coraggio ci stanno aiutando ad affrontare questa sfida di civiltà e innovazione. E non dimentico il dialogo costruttivo con le Rappresentanze sindacali.
Cerchiamo, più nel dettaglio, di analizzare possibili rischi e criticità legate allo smart working. Innanzitutto, riguardo al fatto che in molti si sono trovati impreparati, non essendo per nulla o sufficientemente formati.
In Unife, già da tempo, diverse lavoratrici e lavoratori avevano scelto di svolgere il telelavoro per vari motivi: figli piccoli, genitori anziani che avevano bisogno di cure quotidiane, distanze importanti dal luogo di lavoro. Con questa pandemia si è innescata una sorta di autoformazione sul campo, anche per chi non aveva mai sperimentato questa modalità di lavoro. E il grande lavoro di semplificazione e digitalizzazione dei processi svolto in questi anni ha consentito di mantenere operativi molti dipendenti che, diversamente, non sarebbero stati in grado di lavorare in remoto. Stiamo costruendo, poi, percorsi formativi mirati per innovare le competenze dei nostri smart workers.
Ancora: non tutti dispongono di un’ottima connessione internet o di dispositivi efficienti.
La volontà dell’Ateneo di portare avanti il “Piano di semplificazione & digitalizzazione” ci ha consentito di affrontare questa sfida con diversi strumenti già pronti. Il resto lo ha fatto il nostro staff informatico, nelle sue diverse anime, che ha fornito un grande supporto operativo ed è riuscito anche a rendere disponibili strumenti hardware, software e dispositivi di connessione. Abbiamo cercato di non lasciare solo nessuno, trovando un grande aiuto nella risposta solidale da parte di molti colleghi.
Un’altra questione di cui si discute molto è quella legata al fatto che per molti, lavorando da casa, sembrano non esistere più orari fissi, rischiando così di lavorare molto di più rispetto a prima. Non dovrebbe esistere per tutti il diritto alla disconnessione?
In Unife la forma di telelavoro attivata in fase emergenziale ha previsto una fascia di contattabilità ampia e sappiamo che molti collaboratori stanno dimostrando un impegno che va oltre le ore previste dall’accordo di telelavoro. L’attento monitoraggio dei responsabili e forme di “galateo istituzionale” tra colleghi ci aiutano a garantire il diritto alla disconnessione che è un principio cardine del lavoro agile e che l’Ateneo ha inserito nei propri regolamenti in materia.
Infine, a livello di salute – soprattutto psicologica – vi possono essere conseguenze sul lavoratore, nei termini di stress e alienazione?
Misure di lavoro agile in frangenti emergenziali possono enfatizzare alcune difficoltà. Da noi il gap iniziale del personale è stato colmato dal supporto fornito dagli uffici, dalla formazione in itinere e dai momenti di incontro “virtuale” organizzati tra colleghi. Inoltre, abbiamo realizzato una specifica area sul sito di Ateneo con link utili per affrontare questo periodo. Ma la vera forza, in questo momento, è il senso di comunità.
Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 15 maggio 2020. Leggi e scarica gratuitamente l’intera edizione su http://www.lavocediferrara.it .
Mi chiamo Andrea Musacci.
Da aprile 2014 sono Giornalista Pubblicista, iscritto all’Ordine dei Giornalisti dell’Emilia-Romagna.
Sono redattore e inviato del settimanale "la Voce di Ferrara-Comacchio" (con cui collaboro dal 2014: http://lavoce.e-dicola.net/it/news - www.lavocediferrara.it), e collaboro con Filo Mag, Avvenire, La Fionda, Vino Nuovo.
In passato ho collaborato con La Nuova Ferrara, Listone mag e Caritas Ferrara-Comacchio.
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"L'unica cosa che conta è l'inquietudine divina delle anime inappagate."
(Emmanuel Mounier)