«Quella volta che Papa Prevost mi aprì la porta e mi accolse»

15 Mag

Il racconto in esclusiva a “La Voce” di Miriam Paredes, missionaria peruviana a Ferrara: «andai a Lima per consegnare documenti per conto del mio Vescovo: mi ospitò con umiltà»

di Andrea Musacci 

«Ricordo con grande commozione quella volta che il card. Prevost a Lima mi aprì la porta e mi accolse, pur non conoscendomi». Così in esclusiva a “La Voce” Miriam Paredes, missionaria in servizio dall’anno scorso nella nostra Diocesi, racconta uno dei suoi incontri con l’allora Vescovo di Lima. «Per questo, quando l’ho visto affacciarsi dal balcone su piazza san Pietro ho provato un’emozione gigantesca…».

Miriam Paredes, 55 anni, originaria di Lima, è una missionaria laica consacrata dal 1990 nella Diocesi di Lurìn, a sud della capitale. Nel suo cammino c’è tanto lavoro pastorale, prima nella sua parrocchia come catechista, dopo nella sua Diocesi come consacrata in mezzo ai più poveri. Dal 2012 insieme a don Giacomo Falco Brini, «che conosco fin dai tempi della sua presenza nel mio paese negli anni dal 2002 a 2008», ha avviato il progetto missionario chiamato Andiamo in Peruferia, al quale ogni anno partecipano anche diversi ferraresi. Nel 2024, il suo Vescovo, mons. Carlos E. Garcìa Camader, la lascia partire per la nostra Chiesa locale, dove collabora col Centro Missionario Diocesano e la parrocchia “del Gesù” a Ferrara (dove don Falco Brini è parroco), ospite dell’amica Giuliana Benvenuti.

«Ho conosciuto il card. Prevost in alcuni incontri a Lima della Conferenza Episcopale Peruviana e quando, sempre nella capitale, dovevo consegnare per conto del Vescovo della mia Diocesi alcuni documenti alla Nunciatura Apostólica: lì ho avuto modo di incontrare il card. Prevost, di vedere con i miei occhi la sua semplicità, attenzione, umiltà e attenzione ai più piccoli». Un episodio in particolare Miriam conserva nel cuore: «una volta mi ero recata da sola alla Nunciatura Apostólica a Lima per alcuni documenti per conto del Vescovo della mia Diocesi; solitamente, le suore ricevevano i documenti, e finiva lì. Non c’era tempo e modo per altro. Ma quella volta fu il card. Prevost in persona ad aprirmi la porta per farmi entrare, mi fece sedere e prese i documenti che dovevo consegnare. Fu davvero molto attento: era un Vescovo, quindi avrebbe anche potuto non fare ciò che ha fatto, ma lui si comportò come uno di noi».

Miriam ha lavorato per diversi anni, fino all’anno scorso, come segretaria del suo Vescovo della Diocesi di Lurìn, a sud di Lima. «Per il resto, i miei contatti col card. Prevost, sono stati solo incroci brevi e sporadici ma che mi hanno comunque fatto toccare con mano la sua semplicità e fraternità con tutti coloro che incontrava. Avendo lui vissuto 40 anni in Perù prima come sacerdote poi come Vescovo di una Diocesi povera» (quella di Chiclayo, nel nord del Perù) e «avendo la cittadinanza peruviana, posso dire che lo consideriamo peruviano, perché ha il cuore peruviano!». E peruviano, in un certo senso, lo è anche formalmente, avendo sia la cittadinanza statunitense sia quella peruviana…

DON FALCO BRINI: «COI POVERI»

«Ricordo questo grande agostiniano nella sua presenza nella Diocesi di Chiclayo, al nord», ci spiega don Giacomo Falco Brini, che per diversi anni è stato missionario in Perù, dove ci torna ogni anno. «Io ho prestato servizio sempre nelle baraccopoli nella periferia di Lima, ma anche lui è stato missionario in una terra ugualmente povera. Dopo che sono rientrato dalla missione, lui è diventato sempre più conosciuto e amato in Perù, essendo un pastore davvero mite e accogliente».

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 16 maggio 2025

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«Ho lavorato 8 anni al fianco di Papa Leone XIV»

14 Mag

Ulises Paredes vive a Chiclayo ed è stato il responsabile legale della Diocesi guidata dall’allora mons. Robert Prevost. A “La Voce” racconta alcuni aneddoti: «retribuì noi dipendenti anche durante la crisi e pagò i funerali di mio papà. Guidava fino a 14 ore nella giungla per raggiungere la sua gente, e col niño camminò nel fango per portare gli aiuti. Col Covid portò l’Eucarestia per le strade deserte»

C’è un legame che unisce la nostra Arcidiocesi con il nuovo Santo Padre e con il Perù. È un legame inaspettato, che alla “Voce” viene raccontato tramite don Giuseppe Cervesi, Rettore del Santuario del Poggetto (Sant’Egidio), poco fuori Ferrara, e per diversi anni missionario in Messico.

Zaida Maribel Damian Paredes è collaboratrice di don Cervesi. Nata a Lima il 24 giugno 1969, a 10 anni si trasferisca a Chiclayo. Sì, proprio la Diocesi che ha visto il card. Prevost Vescovo per una decina di anni, dal 2014 al 2023. Zaida è arrivata in Italia lo scorso 12 dicembre, e ha un fratello, Ulises Milson, assesor legal (responsabile legale) della Diocesi di Chiclayo, quindi per molti anni stretto e fidato collaboratore di colui che diventerà Papa Leone XIV.

Ulises conosce Leone XIV nel 2015, quando l’allora mons. Prevost entra in carica come Vescovo di Chiclayo. Con lui, fianco a fianco, lavorerà dal 2015 al 2023. Mentre Zaida ha conosciuto Prevost solo di vista, non personalmente, il fratello Ulises – come detto – ha avuto modo di conoscere a fondo quest’uomo che giudica «saggio, giusto e molto di preghiera», spiega a “La Voce”. «Nella Diocesi di Chiclayo – prosegue Ulises – si è fatto parte del popolo: il popolo non doveva adattarsi a lui ma lui si adattava al popolo e, in un certo senso, è un esempio di vero seguace di Cristo, ora che sarà il Vicario di Cristo, il rappresentante di Cristo. Robert Francis è un giusto, una persona buona, una persona di preghiera, che ascolta, una persona molto intelligente».

Non mancano aneddoti e testimonianze dirette che ben rappresentano la personalità di Papa Prevost e confermano l’impressione che in molti hanno avuto fin dalle sue prime commosse parole dal balcone di piazza San Pietro. Siamo nel 2021 e muore il padre di Ulises e Zaida. Nonostante il Perù, e la stessa Diocesi di Chiclayo, vivano una forte e drammatica crisi economica, mons. Prevost fa retribuire regolarmente i propri dipendenti e, in più, aiuta Ulises con 20.000 soles (attualmente equivalenti a circa 5mila euro) necessari a pagare il funerale del padre.

Ulises, inoltre, non ha paura a definire quello che è diventato Leone XIV una persona «molto coraggiosa». La Diocesi di Chiclayo «confina a nord con la giungla», ci spiega. «La strada è giudicata particolarmente pericolosa ma il futuro Papa non esitava mai a prendere il fuoristrada per recarsi, da solo, a visitare e conoscere tutti i villaggi della Diocesi affidatagli».

Quando Prevost arrivò – nel 2015 – a Chiclayo, subentrò a un Vescovo spagnolo che aveva ritmi di lavoro abbastanza lenti. Prevost, invece, si dimostrò subito molto dinamico, infaticabile: ad esempio, «guidava fino a 14 ore per raggiungere tutti i villaggi della propria Diocesi. Gli ci volle un po’ di tempo (circa 1 anno) per conoscere le diverse forme della religiosità popolare, poi però si adattò perfettamente, mostrandosi davvero come uno del popolo. Riuscì – continua Ulises – a incrementare ulteriormente la già alta e profonda religiosità presente a Chiclayo, fra le più forti in tutto il Perù. Nella Cattedrale di Chiclayo – per capirci – vengono celebrate ben 8 Messe domenicali: sono tutte stracolme, soprattutto di giovani».

E a proposito di giovani, Prevost si interessò anche al mondo accademico. L’Università di Chiclayo è un’università cattolica. Ulises ci spiega come l’allora mons. Prevost «curò molto il rapporto con i professori per poter, tramite loro, raggiungere anche i giovani. E curò molto anche l’insegnamento della dottrina sociale della Chiesa cattolica».

La Diocesi di Chiclayo, inoltre, è soggetta al fenomeno atmosferico del niño, l’innalzamento delle temperature dell’acqua dell’Oceano Pacifico che porta a gravi effetti ambientali. «Una volta – ci racconta Ulises – è straripato un fiume allagando un villaggio con 1 metro d’acqua: Leone XIV attivò subito la “macchina della carità” per trasportare agli abitanti viveri e altri beni fondamentali. Egli stesso aiutò il trasporto, infilando gli stivali e camminando nel fango». Anche il Covid provocò molti morti a Chiclayo: Prevost prese il Santissimo e lo portò attraverso le strade deserte della città».

«Altra caratteristica di Prevost che ci tengo a sottolineare – prosegue Ulises – è l’aver individuato rapidamente i propri collaboratori: dopo aver verificato la loro attendibilità, delegava molto a loro, segno che si fidava delle persone che lo affiancavano, valorizzando in tal modo tanto i laici quanto i sacerdoti in cui aveva riposto fiducia».

Ulises ricorda anche il giorno che Prevost ha lasciato la sua Diocesi: «sentivamo una grande nostalgia di lui, perché non se ne andava solo un Vescovo, ma un amico. L’anno scorso è ritornato a Chirujana (nel nord del Perù), e per qualche giorno è venuto a Chiclayo per una cerimonia all’università; ed è passato anche nell’Arcivescovado per salutarci: in quell’occasione gli ho dato un forte abbraccio perché lo considero un grande amico, non solo un pastore; e insieme abbiamo ricordato tanti momenti condivisi assieme. È stato un momento molto bello e confortante. Quando ho saputo che lui, proprio lui, era diventato Papa, mi sono emozionato molto, avrei voluto gridare di gioia, abbracciare tutti i miei amici, e soprattutto ringraziare Dio per una persona che si faceva vicina, buona, un grande lavoratore.Aveva “l’odore delle pecore” – come disse Papa Francesco rivolto ai sacerdoti, perché come pastore si coinvolgeva completamente con le persone che incontrava».

Andrea Musacci

***

IL CARD. PREVOST IN PERÙ (1985-1999 e 2014-2023)

Prevost consegue la licenza nel 1984 e l’anno dopo viene mandato nella missione agostiniana di Chulucanas, a Piura, in Perù (1985-1986). È il 1987 quando discute la tesi dottorale su “Il ruolo del priore locale dell’Ordine di Sant’Agostino” ed è nominato direttore delle vocazioni e direttore delle missioni della Provincia agostiniana “Madre del Buon Consiglio” di Olympia Fields, Illinois.

Nel 1988 raggiunge la missione di Trujillo, sempre in Perù, come direttore del progetto di formazione comune degli aspiranti agostiniani dei vicariati di Chulucanas, Iquitos e Apurímac. È priore della comunità (1988-1992), direttore della formazione (1988-1998) e insegnante dei professi (1992-1998) e nell’arcidiocesi di Trujillo vicario giudiziale (1989-1998) e professore di Diritto Canonico, Patristica e Morale nel Seminario maggiore “San Carlos e San Marcelo”. Gli viene anche affidata la cura pastorale di Nostra Signora Madre della Chiesa, eretta poi parrocchia di S. Rita (1988-1999), nella periferia povera della città, ed è amministratore parrocchiale di Nostra Signora di Monserrat da 1992 al 1999.

Tra il ’99 e il 2014 avrà incarichi a Chicago, fino a quando Francesco lo nomina, il 3 novembre 2014, amministratore apostolico della diocesi peruviana di Chiclayo e al contempo vescovo titolare di Sufar. Il 7 novembre fa l’ingresso in diocesi, alla presenza del nunzio apostolico James Patrick Green, che lo ordina vescovo il 12 dicembre, festa di Nostra Signora di Guadalupe, nella cattedrale di S. Maria. Il 26 settembre 2015 dal Pontefice argentino è nominato vescovo di Chiclayo e nel marzo  2018 viene eletto secondo vicepresidente del Conferenza episcopale peruviana, all’interno della quale è anche membro del Consiglio economico e presidente della Commissione per la cultura e l’educazione.

Nel 2020, il 15 aprile, arriva la nomina pontificia anche di amministratore apostolico della diocesi peruviana di Callao. Il 30 gennaio 2023 il Papa lo chiama a Roma come prefetto del Dicastero per i Vescovi e presidente della Pontificia Commissione per l’America Latina.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 16 maggio 2025

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«Non sarà un “Francesco 2″» ma «mix di rottura e continuità»

13 Mag


Massimo Faggioli, esperto di cattolicesimo USA, a “La Voce”: «Prevost cattolico sociale non liberal»

di Andrea Musacci

Ferrarese d’origine, Massimo Faggioli è storico delle religioni e docente negli Stati Uniti alla Villanova University (Philadelphia, Pennsylvania), dove Papa Leone XIV si è laureato. Lo abbiamo contattato per chiedergli di analizzare con noi questa novità storica e inaspettata di un papa stars&stripes.

Faggioli, il nuovo Papa viene dalle Americhe come Francesco, ma  non si può dire venga «dalla fine del mondo»…

«Sì, è un po’ diverso, è un papa delle Americhe, non solo dell’America latina, ma anche dell’America del nord: è quindi molto meno “fine del mondo” rispetto a Francesco. Nato a Chicago, una delle capitali del cattolicesimo USA, Leone XIV è stato missionario in un Paese povero come il Perù ma qui il venire “dall’altro mondo” si deve applicare in modo diverso rispetto a Bergoglio…

Papa Francesco, inoltre, proveniva dall’Argentina, Paese molto particolare in America latina in quanto a stragrande maggioranza bianca, a differenza del Perù – dove ha vissuto Prevost – e della sua Chicago, capitale nera degli States».

Che tipo di cattolico statunitense è Prevost?

«È un cattolico sociale ma non liberal, formatosi alla scuola di Leone XIII. È poi interessante il suo essere agostiniano e non un gesuita, quindi sulla modernità ha una visione più pessimista rispetto a un gesuita.Oltre, naturalmente, alla grande novità di essere il primo papa degli USA: ciò avrà effetti sia sul Vaticano sia sul cattolicesimo statunitense. Ma ci vorrà tempo per capire come la Chiesa USA si relazionerà col primo papa USA».

E rispetto all’attuale Amministrazione statunitense?

«Negli States viviamo in un tempo particolare: il trumpismo rappresenta un modo di appropriarsi della religione e il Conclave ha anche voluto, quindi, mandare un segnale sul fatto che esiste una voce alternativa al trumpismo. Lo stesso vicepresidente Vance si è definito “figlio di Sant’Agostino” ma è evidente che il suo e quello di Prevost sono due agostinismi tra loro diversi».

Qual è l’atmosfera oggi alla Villanova University? Che ricordi si hanno di Prevost?

«Io non ho avuto modo di conoscere personalmente Prevost, ma qui alla Villanova lo conoscono bene, era molto noto anche prima di diventare cardinale».

Come gli anni alla Villanova hanno influito sulla sua personalità?

«Gli agostiniani hanno il carisma della comunità: per loro è molto importante la vita di comunità, la formazione comunitaria. Qui diPrevost ne parlavano come membro di una comunità, come uno che ha vissuto da monaco agostiniano in modo più tranquillo, meno conflittuale di come Bergoglio visse  nel mondo gesuita: infatti, il rapporto di quest’ultimo con la sua comunità è stata più accidentata rispetto a quella di Prevost negli agostiniani, dove non ha mai avuto un rapporto traumatico».

Qual è la situazione del cattolicesimo negli USA? 

«I cattolici negli Stati Uniti purtroppo sono più o meno spaccati in due, seguendo i due grandi partiti – Democratico e Repubblicano.Questo papa è quindi chiamato più di altri a rispondere su questa profonda frattura, che Trump ha accentuato ma che nasce 30 anni fa e nel tempo si è aggravata. Ciò ha conseguenze sulla vita di ogni cattolico, come la scelta della scuola per i figli e della parrocchia dove andare. È un’esperienza che un cattolico europeo difficilmente può capire…».

L’elezione di un Papa USA accentuerà o meno queste fratture tra i cattolici statunitensi?

«Difficile dirlo.Sicuramente Prevost conosce molto bene la Chiesa americana, a differenza di com’era per Bergoglio. Prevost non ha bisogno di “traduttori” o mediatori per capire cosa succede nella Chiesa statunitense. È un altro tipo di rapporto. Qualcosa di inedito, tutto da studiare».

Quali novità Papa Prevost potrà portare alla Chiesa universale ?

«È un agostiniano e viene dopo un gesuita: ciò riequilibrerà  determinati aspetti. È un prete missionario della Chiesa globale e questo permetterà di continuare certe traiettorie del papato di Francesco. Su altre questioni, eticamente sensibili, è difficile dire come si comporterà, forse qualche spostamento e differenza di accento rispetto a Francesco ci sarà.Ma bisognerà vedere, aspettare. In ogni caso, non credo ci sarà un “Francesco 2”. Sarà qualcosa di diverso».

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 16 maggio 2025 

(Foto Ansa/SIR)

Don Santo Perin che donò la vita per uno sconosciuto

9 Mag

Il docufilm di don Manservigi. A Santo Spirito la versione inedita de “L’unica via” con backstage e animazione. Ecco la storia di un martire del Vangelo, morto a 27 anni a Bando di Argenta.Il 13 maggio serata cinefila con tante sorprese

di Andrea Musacci

Il racconto del sacrificio estremo, quello della propria vita e – insieme – il racconto delle nostre terre e del nostro popolo durante la guerra. È stata una serata particolarmente toccante quella dello scorso 29 aprile al Cinema S. Spirito di Ferrara per la proiezione della versione inedita del docufilm “L’unica via” del regista don Massimo Manservigi e dedicato a don Santo Perin. La nuova versione è introdotta da scene inedite dal backstage e dal lavoro – anch’esso inedito – di Laura Magni per la grafica, il compositing e la titolazione, e della stessa Magni assieme a Giuliano Laurenti (entrambi dell’UCS – Ufficio Comunicazioni Sociali Diocesano) per l’animazione in video real grafica di diverse immagini della pellicola, oltre che di foto e filmati dell’epoca. La sera stessa, il Cinema di via della Resistenza ha ospitato due piccole mostre dedicate a don Perin, una delle quali inedita, e realizzate dallo stesso UCS Diocesano. La prima, fu ideata e creata nel 2010, dopo l’uscita del film; l’altra, rimarrà esposta fino all’11 maggio nella chiesa di Santo Spirito. Ricordiamo che questo del 29 è stato il secondo dei tre incontri del ciclo dedicato al cinema di don Manservigi, dal titolo “Ti ho ascoltato con gli occhi”, che si concluderà il 13 maggio (alle ore 21, ingresso gratuito, e alle ore 20 con buffet offerto ai partecipanti) con “Laboratorio di immagini. Come nasce un documentario tra narrazione e realtà”, con aneddoti legati ad alcuni film. Il primo incontro, tenutosi il 25 marzo, ha visto invece la proiezione dei documentari “Come il primo giorno” dedicato all’artista Giorgio Celiberti, e “Nzermu. Accesa è la notte”, dedicato a p. Anselmo Perri sj.

Tornando a “L’unica via”, la prima fu il 14 ottobre 2010 al Multisala Apollo di Ferrara, per l’occasione gremito di persone.E non pochi erano nemmeno i presenti  a S. Spirito. Qui, don Manservigi, nel presentare il film, ha posto ripetutamente l’accento sulla partecipazione di tante persone – soprattutto dell’argentano e di Ferrara – nella realizzazione della pellicola.Una partecipazione di non professionisti a titolo gratuito che ha dato vita, possiamo dire, a una comunità, «alla nascita o al rafforzarsi di relazioni di amicizia e di stima ancora oggi vive». Il film è, quindi, anche «un album di famiglia». Nel futuro, vi sarà anche la pubblicazione di un romanzo breve dedicato a don Perin, scritto da Barbara Giordano (Ufficio Comunicazioni Sociali Diocesano), co-sceneggiatrice del film.

Ricordiamo, fra gli altri protagonisti del progetto, Roberto Manuzzi per le musiche, Nicoletta Marzola per la scelta dei costumi d’epoca, Scolastica Blackborow per la fotografia di scena e Alberto Rossatti come voce narrante. Decisiva, già prima della realizzazione del film, anche la figura di Sergio Marchetti, Presidente del Comitato “Amici di Don Santo Perin”, che ha sposato Rosanna, una delle nipoti del sacerdote, e che ha svolto il ruolo di addetto al coordinamento durante le riprese. Il film inizia proprio con immagini inedite del backstage e interviste ad alcuni dei protagonisti, fra cui don Stefano Zanella – che interpreta don Perin -, allora sacerdote da appena 2 anni, e oggi parroco dell’Immacolata di Ferrara, Direttore dell’Ufficio Tecnico Amministrativo Diocesano e neo Presidente del Museo della Cattedrale.

Nel docufilm si alternano parti di cronaca storica ad altre di narrazione della vita – interiore e non – di don Santo e delle persone di Bando di Argenta a lui affidate. Ad arricchire il racconto, testimonianze e ricordi di Dolores Filippi, sorella di Pino, il giovane morto con don Santo, Bruno Brusa, e diversi nipoti di don Santo, oltre allo storico Rino Moretti e a molti altri. Quella di don Perin – «figura piccola sul piano storico ma grande sul piano umano», come ha detto don Manservigi -, è una delle vittime di un gruppo specifico nella seconda guerra mondiale: 7 sono stati, infatti, i preti ferraresi, o attivi nella nostra provincia nella Seconda guerra mondiale, uccisi nello stesso periodo, su un totale di 123 sacerdoti e religiosi ammazzati in Emilia-Romagna negli stessi anni, come ha ricordato il nostro Arcivescovo mons. Perego nel saluto finale.

TUTT’UNO COL SUO POPOLO

Il docufilm di don Manservigi è anche un racconto popolare, della vita umile nelle campagne nel difficile periodo della guerra.E così la vita di don Santo è quella di una famiglia contadina, di un ragazzino presto dovutosi abituare al lavoro nei campi ma che non per questo non si innamorò dello studio, anzi.

Santo Perin nasce il  3 settembre 1917 a Trissino (Vicenza) da Crescenzio Luigi e Maria Miotti e 6 giorni dopo è battezzato al fonte della chiesa parrocchiale di Sant’Andrea Apostolo. Proprio nella località vicentina, l’Amministrazione, oggi, sta pensando di dedicargli una via. Nel ’24 la sua famiglia emigra ad Argenta, ma si pensa che alcuni Perin si siano recati lì già nel ’22 per valutare l’acquisto di alcuni terreni, e per l’occasione abbiano conosciuto quella che di lì a breve diventerà una delle prime vittime del fascismo: il parroco don Giovanni Minzoni. Passano 10 anni e il 28 novembre 1933 Santo decide, nonostante la giovane età, di iniziare il cammino che lo porterà al sacerdozio. Prima tappa, l’Istituto Missionario Salesiano “Cardinal Cagliero” di Ivrea (Torino). Nel ’36 muore il padre, stroncato da un infarto e un anno dopo Santo entra nel Seminario Arcivescovile di Ravenna dove il 5 dicembre 1943 riceve il diaconato e pochi mesi dopo, il 25 marzo 1944, l’ordinazione sacerdotale. Il 17 giugno dello stesso anno termina gli studi teologici e lascia il Seminario per essere destinato a Bando di Argenta come vicario cooperatore del parroco don Enrico Ballardini, che però, ormai molto anziano, muore pochi mesi dopo, lasciando al giovane l’intera responsabilità della parrocchia. Fin da subito, don Santo si dimostrerà un pastore attento a ogni singola persona a lui affidata; come ogni padre, capace di dosare tenerezza e fermezza, di rapportarsi ai più piccoli come ai più anziani, con una spiccata sensibilità che solo la fede nel Dio incarnato può donargli.

Il periodo non è di certo uno dei più facili, con la guerra che incombe e soffoca la vita delle persone. Guerra che nel film di don Manservigi innerva gesti, parole ed emozioni dei protagonisti, divenendo, delle loro esistenze, sfondo e ossatura, e intrecciandosi a quei riti quotidiani – una donna che impasta il pane, i bambini che giocano a calcio con un pallone di stracci -, come la nebbia che tutto avvolge e ovatta. Ma, scriveva il giovane parroco nel proprio diario, «sorriderò e il buio della mia anima si dissiperà»: incessante, infatti, è la sua preghiera al Padre, non tanto per sé ma, sempre, per questo suo popolo affidatogli; tanto che il paese si rappresentava in lui, e lui era il suo paese. Emblematica, a tal proposito, la scena della consegna da parte dei bandesi delle chiavi delle loro case a don Santo prima di sfollare nei campi. Don Perin scelse di vivere così il proprio servizio a Cristo e al suo pezzo di Chiesa: confortando i sopravvissuti, medicando i feriti come un buon samaritano, dando degna sepoltura ai morti. E svolgendo buona parte della propria missione sulla strada, da Bando a Filo, da Bando a Longastrino e ritorno, sempre inforcando la propria bicicletta, a portare i sacramenti e la prossimità, fisica e spirituale, del parroco, dell’amico, del Signore dei poveri e degli sfollati, medico per le ferite delle loro anime, capace anche di vincere il male di una guerra assurda e fratricida.

«Signore accetta la mia vita. Non avrò paura della morte. Il futuro è tuo», scriverà sempre nel suo diario. 

E così vivrà, fino all’ultimo: tra il 10 e il 18 aprile ’45, gliAlleati sferrano l’attacco definitivo contro le ultime difese tedesche, provocando rovina e morte anche a Bando, dove don Santo celebrerà il rito di benedizione per 40 vittime, aiutando lui stesso a scavare la fossa. Il 25 aprile 1945, quando il Ferrarese è già stato da alcuni giorni liberato dall’invasore, il giovane prete viene a sapere che lungo l’argine del canale Benvignante c’è il corpo di un soldato tedesco, e subito decide di andare a seppellirlo. Perché rischiare la propria vita per un morto, perlopiù “nemico”? Ma la logica che muove don Santo non è quella di questo mondo, ma quella del Regno: i nemici vanno amati, perché tali non sono, ma fratelli nostri. DonSanto parte, seguito da alcuni ragazzi che si offrono di aiutarlo. L’esplosione di una mina li investirà, dilaniando a morte il corpo del giovane Giuseppe “Pino” Filippi e riducendo in fin di vita don Santo, che morirà il giorno dopo all’ospedale di Argenta. Nel cimitero di questa località verrà sepolto, ma le sue spoglie mortali il 20 aprile 2002 saranno traslate nella chiesa parrocchiale di Bando. Nel cippo posto sul luogo della sua morte, sono incise le parole di Gesù: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15, 13). Solo il Cristo Risorto può essere la fonte di questo amore assurdo.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 9 maggio 2025

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(Immagine: un frammento dal docufilm di don Manservigi)

Casa, mobilità, energia: una città davvero di tutti (e non privatizzata)

8 Mag


Romeo Farinella (urbanista di UniFe) è intervenuto a Casa Cini per il primo incontro della Scuola diocesana di formazione politica: «spesso la “rigenerazione green” è mera retorica classista»

di Andrea Musacci

«I problemi dell’organizzazione e della gestione degli spazi urbani non possono essere affidati ai “tecnicismi”. L’urbanistica è politica, ma c’è bisogno, sia a livello locale che globale, della capacità del governo pubblico di affrontare e assumere la complessità dei problemi, superando approcci settoriali per poi pensare a strategie serie». La Scuola diocesana di formazione politica, partita la sera del 30 aprile scorso a Casa Cini, Ferrara, intende affrontare temi riguardanti il nostro territorio nell’ottica della concretezza, del confronto e della partecipazione, per poter quindi immaginare stili e modi di vivere differenti. Un obiettivo ben sintetizzato dalle parole che abbiamo usato per iniziare questo articolo, pronunciate la sera del 30 dall’urbanista di UniFe Romeo Farinella, intervenuto insieme a Chiara Sapigni (Ufficio Statistica della Provincia) sul tema “Strategie per il futuro della città. Riflessioni su Ferrara”. Il secondo incontro è in programma il 7 maggio alle 20.30 a Casa Cini: un gruppo di giovani del Liceo Ariosto di Ferrara incontra Isabella Masina, vicesindaca Comune di Voghiera ed Elia Cusinato, Consigliere Comune di Ferrara.

CONTRO LE CITTÀ SELETTIVE

Per Farinella, ciò che serve a Ferrara e non solo è «una politica di solidarietà, non di competitività tra città» (e cittadini) che in particolare affronti i temi della mobilità pubblica e della casa – «che è un’emergenza nazionale». Occorre, però, innanzitutto abbandonare la «retorica della sostenibilità», termine ormai abusato e travisato, «categoria che il capitalismo sta usando per giustificare le sue logiche estrattivistiche». Occorre – per Farinella – recuperare «un’autorevolezza della politica, del ruolo pubblico nei processi di governo», oggi in crisi, una «crisi di classe dirigente, non di potere»: emerge, infatti, sempre più una classe dominante («che vuol dominare, non governare») «orientata al rafforzamento delle disuguaglianze» e con «forme subdole di autoritarismo e autoreferenzialità». Basta vedere «le politiche di rigenerazione urbana – fondate sull’ideologia neoliberista -, sempre più all’insegna della selettività», ha proseguito.Ad esempio, a Milano le politiche di “rigenerazione green” sono selettive nel senso che «riguardano solo determinati quartieri, a livello immobiliare accessibili solo a fasce di reddito medio-alto»; e queste “green”, inoltre, sono azioni che a loro volta determinano «un innalzamento del valore immobiliare». Un esempio opposto è Vienna (dove è appena stato riconfermato il sindaco socialista Michael Ludwig), nella quale «da decenni è forte l’investimento pubblico nell’edilizia popolare». È proprio questo il ruolo che il pubblico deve avere: «gestire i conflitti» (e il mercato), non far finta che non ci siano.«Basti pensare agli studentati in Italia, ormai quasi interamente affidati ai privati per la progettazione, realizzazione e gestione», esempio di come oggi vi sia «un’egemonia delle rendite immobiliari», una sempre più marcata gentrificazione, una «privatizzazione dello spazio pubblico», con conseguente controllo di determinati quartieri urbani, a livello di sicurezza, anche da parte di soggetti privati, oltre che di una sempre più diffusa «militarizzazione dello spazio pubblico». Per non parlare della «privatizzazione di aree pubbliche attraverso eventi» ludico-artistici che – come nel caso di Ferrara – occupano piazze e vie pubbliche per intere settimane, o l’idea della “città 15 minuti” che però viene applicata – in alcune metropoli – solo ai quartieri “benestanti” e non a quelli popolari. Conseguenza di tutto ciò è la sempre maggiore «marginalizzazione dei più poveri», che nell’ottica neoliberista-securitaria «non devono interferire con queste dinamiche ultraselettive, privatistiche» e classiste.

Tanto a livello globale quanto a livelo locale, quindi, per Farinella, la questione ecologica e della sostenibilità «non può essere affrontata senza prima affrontare le sempre più enormi disuguaglianze a livello economico»: ci vogliono, quindi, «forti politiche di redistribuzione delle ricchezze». Elaborare, quindi, «una seria strategia per Ferrara non significa solo piantare più alberi ma affrontare i problemi strutturali, e farlo coinvolgendo direttamente la cittadinanza: casa, mobilità pubblica, energia («le Comunità energetiche possono essere una risposta importante», ha aggiunto il relatore). 

Non di meri «ritocchi “estetici”», dunque, ma di «grandi cambiamenti» ha bisogno la nostra città.


IL LIBRO. Ne “Le fragole di Londra” la denuncia delle nuove city solo per le élites

È sempre più necessario «prendere posizione nei confronti del neoliberismo come modello di sviluppo che condiziona le politiche urbane da oltre quarant’anni».Così Romeo Farinella nel suo ultimo libro, “Le fragole di Londra. Attraverso le città disuguali” (Mimesis ed., 2024), nel quale approfondisce i temi affrontati a Casa Cini. 

«Il mercato della casa – scrive ancora – è mercificato e i processi riguardanti la gentrificazione, la turisticizzazione, la prevalenza dell’affitto short time su quello a lungo termine, contribuiscono spesso alla frammentazione del corpo sociale urbano».Fenomeni tipici delle metropoli (da quelle occidentali a quelle come IlCairo o Dubai, con nuovi insediamenti urbani costruiti ad hoc e ultra-classisti) ma sempre più presenti anche in città di piccole-medie dimensioni come Ferrara. Sempre nel volume spiega come «una grande parte dei progetti» urbanistici «presentati da gruppi finanziari, fondazioni filantropiche, amministrazioni competitive, stati autocratici, o archistar si configurano come progetti di “classe” o di “censo”, mentre le operazioni sottese di rigenerazione urbana “ecologica” sono sovente orientate ad una gentrificazione che, senza dichiararlo, rafforza la “polarizzazione” sociale a scapito dei più poveri». 

Così, si dà vita a «isole di ordine e bolle ecologiche rese possibili dallo sviluppo della tecnologia, che però a ben vedere appaiono altamente selettive, fisicamente delimitate e controllate da apparati di sicurezza. La “città ecologia neoliberista” è indifferente ai contesti politici; che siano democratici o autoritari, non interessa agli investitori». Meglio, comunque, se autoritari: in quest’ultimi, infatti, «la volontà di modificare una città o di costruirne una nuova è una decisione non negoziabile: è sufficiente un accordo tra investitore e potere. Nelle democrazie, al contrario, i livelli di interazione istituzionale e di garanzia dei diritti dovrebbero garantire il bene comune; quindi, la strategia degli investitori diventa più subdola» e l’idea “green” «diventa selettiva perché non prende in conto, ad esempio, le politiche pubbliche dell’abitare o il tema del diritto alla città per tutti».

Come sta il Ferrarese? Molti anziani e poco lavoro per i giovani.

«Serve un’alleanza intergenerazionale»

Un quadro dello stato di salute socioeconomico la sera del 30 l’ha fornito Chiara Sapigni

«Oltre al PIL – ha spiegato -, dal 2013 l’Istat elabora anche ilBES (Benessere Equo e Sostenibile), indicatore che tiene conto dei livelli di qualità a livello sociale e relazionale». E dal 2015 gli Uffici statistici delle Province han deciso di dettagliare questi dati specificatamente ai territori di riferimento.Nella nostra Provincia finora sono stati realizzati cinque RapportiBES. Oltre a ciò, esistono le “Mappe di fragilità” elaborate dalla nostra Regione.

Partendo quindi dai dati BES riferiti alFerrarese, gli indicatori positivi riguardano il buon livello di occupazione; la non alta divergenza tra uomini e donne per quanto riguarda le retribuzioni e il numero di giornate retribuite; la bassa percentuale di pensioni minime; l’uso dei Servizi per l’infanzia nella fascia 0-2 anni; l’uso delle biblioteche pubbliche e la raccolta differenziata.

Tra gli indicatori negativi, invece, il valore aggiunto pro capite, la dispersione scolastica (doppia rispetto alla media regionale e nazionale), la bassa occupazione giovanile, i residenti over 65 (pari al 29%), le truffe e le frodi informatiche.

Sapigni si è poi concentrata sul tema della casa, accennando ad alcune azioni dirette della Regione Emilia-Romagna come il Fondo Affitto, la semplificazione del Patto per la casa, la legge sugli affitti turistici brevi, la richiesta di un prestito alla Banca europea degli investimenti per la manutenzione dell’edilizia pubblica, soprattutto a livello energetico. Infine, i contributi a fondo perduto per l’acquisto di alloggi e la definizione dei criteri di accesso all’ERP (Edilizia Residenziale Pubblica).

Il tema casa richiama inevitabilmente il tema famiglia: a Ferrara e provincia la dimensione media familiare è di 2.08 componenti per nucleo, il 39% delle “famiglie” è composta da 1 sola persona, e appena il 3,3% è formata da 5 o più componenti. Ancora: il 43% ha al proprio interno almeno 1 persona over 65 e il 24,9% una over 75. Abbastanza nette, nello specifico, le differenze dei nuclei familiari tra i quattro distretti socio-sanitari. Sulle “famiglie” “monocomposte” (con 1 sola persona), il 45% è over 65 e il 28% over 75 (quest’ultimo, numericamente, significa che ben 18mila persone over 75 vivono da sole). Riva del Po, Mesola e Tresignana sono i Comuni del Ferrarese con il numero maggiore di over  75. La nostra è dunque una provincia sempre più anziana. E il Comune meno giovane è quello di Riva del Po, quello più giovane,Cento.

Il “cosa fare” avrebbe bisogno  di molto più tempo e spazio. In ogni caso, Sapigni ha posto l’accento sull’importanza di «un’alleanza fra le generazioni, creando luoghi appositi dove poter discutere di questi temi e condividere idee ed esperienze». Inoltre, è sempre più fondamentale una «collaborazione tra istituzioni, cittadini, aziende e terzo settore per interventi e sostegni adeguati». Sapigni in particolare ha sottolineato l’apporto fondamentale del terzo settore (è Vice presidente del CSV Terre Estensi – Ferrara-Modena), ancora purtroppo da molti sottovalutato.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 9 maggio 2025

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(Foto di Markus Winkler da Pixabay)

«Vi racconto di quando il mio amico Pizzaballa si innamorò della Terra Santa»

7 Mag

«Tenace, tagliente, poi diplomatico. Ma sempre dal cuore grande»: così don Giuseppe Cervesi racconta a “La Voce” l’amico Pizzaballa, in questi giorni protagonista al Conclave. Il viaggio in Terra Santa, quello ad Assisi, i timori e la nostalgia di Ferrara: ritratto inedito di uno dei “papabili”

di Andrea Musacci

Lo scorso numero della “Voce” (v. pag. 7 del 2 maggio 2025) abbiamo dedicato un servizio al card. Pierbattista Pizzaballa – Patriarca di Gerusalemme dei Latini, ex Custode di Terra Santa e fra i 133 cardinali che dal 7 maggio saranno presenti al Conclave – che ha vissuto tra il 1981 e il 1984 a Ferrara, tra la parrocchia di Santo Spirito (con i frati francescani) e il Seminario Arcivescovile dove studiava. Dopo quelle presenti nel numero scorso, vi proponiamo altre testimonianze di persone che lo hanno conosciuto direttamente.

IL RACCONTO DI DON GIUSEPPE CERVESI

«Pierbattista è stato un mio compagno di studi di Teologia a Bologna nel 1988-89, dopo gli anni a Ferrara nel 1987-88». Così inizia il racconto alla “Voce” di don Giuseppe Cervesi, Rettore del Santuario del Poggetto (Sant’Egidio), francescano con un forte spirito missionario (ha vissuto in Messico). «Nell’89-90 ero a Carpi, ero ancora diacono, poi venni a Ferrara per un anno sabbatico prima del mio ultimo anno di Teologia: fu proprio Pizzaballa a chiedermi di venire a Ferrara, città che amava. E aveva grande stima di padre Atanasio Drudi», guida francescana della parrocchia di S. Spirito dal 1967 al 1997. 

«Pizzaballa mi è piaciuto molto come persona fin dalla prima volta che lo conobbi: era molto diretto, schietto, a volte anche tagliente, e tenace; ma dal cuore buono. Poi è cambiato, è diventato più diplomatico. E io gli dissi “stai studiando da provinciale”». Aveva visto bene…: «era diventato più diplomatico, non falso però, ma sincero come sempre. Ed è sincero – continua don Cervesi – anche quando mi scrive che ha voglia di vedermi. A volte ci sentiamo anche per telefono, ma è molto impegnato». Don Cervesi ci racconta, poi, un episodio specifico, molto importante per la biografia del card. Pizzaballa: «il 27 ottobre 1986 andammo assieme ad Assisi in occasione dell’incontro interreligioso con Giovanni Paolo II. Guidai io il pulmino. Ci tenevo molto a parteciparvi, e lui mi aiutò e mi accompagnò». 

L’anno successivo, nell’87, «siamo andati assieme in Terra Santa: all’inizio ero titubante, ma poi accettai. Lui si innamorò, fin da subito, della Terra Santa: forse la sua passione per quei luoghi nacque proprio lì, in quella che per lui era la prima visita». Pizzaballa dimostrò il proprio aiuto all’amico don Cervesi anche nel 2021, per una guida per un altro pellegrinaggio in Terra Santa, anche se poi non si concretizzò.

Venendo al presente, don Cervesi ci spiega: «l’ultima volta che l’ho sentito – per messaggio – è stato lo scorso 21 aprile: gli ho scritto per fargli gli auguri di buon compleanno e naturalmente mi ha risposto chiedendo di pregare per il Papa. L’ultima volta che l’ho sentito per telefono è stato invece per la Festa di S. Martino nel 2019. Poi, siamo rimasti in contatto via mail e via WhatsApp: spesso mi scriveva rendendomi partecipe del suo desiderio di venirmi a trovare».

Ancor più dopo il 7 ottobre 2023, ma sempre, la vita a Gaza e in generale in Terra Santa, non è facile: «lui si sente a rischio», continua don Cervesi: «in un messaggio mi ha detto: “mi sa che il grande salto lo faccio prima io di te…”. È consapevole del rischio che corre; ma i cristiani sono un ponte di pace in Terra Santa, per una pace giusta, spero rimangano». Pizzaballa, infine, ci ricorda don Cervesi, «era molto legato agli ebrei convertiti» (gli “ebrei cattolici”, ndr), anche se lì la comunità cattolica è tutta araba».

ALTRI RICORDI 

«Ricordo il bel rapporto che Pizzaballa aveva con i frati che abitavano a San Francesco e venivano a scuola con noi in Seminario», ci racconta il parroco di Bondeno don Silvano Bedin. «Le sfide di calcio con loro – prosegue – erano epiche». «Ho conosciuto personalmente Pizzaballa a S.Spirito negli anni ’80, quand’era a S. Spirito e io facevo le Elementari», ci racconta Paolo Martorana, pianista e produttore discografico ferrarese. «Cantavo nel coro parrocchiale  diretto da suor Celestina nel quale lui faceva l’organista; per me Pierbattista ha avuto un ruolo fondamentale: se oggi faccio il musicista è anche grazie a lui. Nel vederlo suonare quell’Organo per accompagnare il Coro ebbi la conferma che avrei voluto imparare a suonare il pianoforte. Cosa che ho fatto».

L’intervista a Ferrara nel marzo 2024

Il 1° marzo 2024 il card. Pierbattista Pizzaballa ha risposto alle domande di Cristiano Bendin (“Il Resto del Carlino” Ferrara) in collegamento da Gerusalemme per il primo incontro dell’Ottavario di S. Caterina Vegri, seguito da oltre 100 persone riunitesi nel coro del Monastero del Corpus Domini di Ferrara.

Dopo un’analisi della situazione nella Striscia di Gaza, riflesse così: il cristianesimo è «uno stile di vita prima che una religione», la fede cristiana deve «parlare alla vita, deve far comprendere come la pace non significa vittoria sull’altro, sconfiggerlo, farlo tacere o sparire», ma «inclusione dell’altro, suo coinvolgimento, sentirlo parte di sé, sentire anche il suo dolore. Come cristiani abbiamo nel cuore tanto gli israeliani quanto i palestinesi. L’altro, invece – sono ancora parole del cardinale -, qui è percepito come causa del proprio dolore: ciò rende impossibile ogni dialogo. Parlare con l’altro è interpretato come tradimento». Invece, a noi cristiani, la Croce «continua ad insegnarci che il male si vince amando gratuitamente: non è utopia, incontro persone che lo vivono». Qui, invece, «stiamo affogando nell’odio veicolato anche da un linguaggio che deumanizza l’altro». La Chiesa, disse, «non può entrare dentro l’agone, non può sposare nessuna delle due parti: è solo sposa di Cristo. Rifiuto, quindi, letture parziali da una parte e dall’altra». Infine, sul proprio servizio in Terra Santa, dove si trova da 35 anni, disse: «nel tempo – ha spiegato – ho acquisito uno sguardo più carico di misericordia, più capace di perdono e di pazienza per gli errori degli altri, anche a causa degli errori che io stesso compio». I momenti più belli «del mio servizio sono le visite pastorali che svolgo tutti i fine settimana, a volte anche a metà settimana: è commovente vedere come la gente vive la propria fede e la vicinanza agli altri».

Nel 2023 al Presepe vivente di Ferrara

Il card. Pizzaballa ha lasciato anche un messaggio video per il Presepe Vivente (organizzato da CL Ferrara) nel dicembre 2023 sul sagrato della Basilica di S. Francesco a Ferrara. 

Nel messaggio video proiettato a lato della Basilica, il cardinale disse che il Presepe Vivente «è importante per recuperare la tradizione: nel passato si trova la certezza per il presente e il futuro e ciò che può rendere festoso il tempo. Natale è tempo di speranza per un mondo moderno che non crede più in niente. Natale è il tempo di riscatto dalla menzogna, dall’odio, dal nulla».


Il suo ricordo di Ferrara: scelta francescana e pazienza dei superiori

Dal discorso finale del card. Pizzaballa nel rito di Ordinazione episcopale (10 settembre 2016, Cattedrale di Bergamo):

«(…) e poi a Ferrara, con il primo servizio da ragazzo, liceale, in parrocchia, prima nel Santuario poi in parrocchia, io ero responsabile del coro ed ero anche organista. E lì ho vestito l’abito francescano: l’ingresso nell’ordine francescano era per me una scelta naturale, visto che venivo ormai da quel mondo, dopo tanti anni; e lì ho dato espressione concreta a quel desiderio di semplicità, di scelta radicale, di sobrietà. Son stati molto pazienti con me i miei formatori e superiori del tempo, li ringrazio per quella pazienza e quando necessaria anche per la loro severità (…)».

Il 27 maggio al Poggetto

Il prossimo 27 maggio il card. Pizzaballa si videocollegherà col Santuario del Poggetto alle ore 18 per un incontro dal titolo “Il ruolo della Comunità cristiana in Terra Santa per gettare le basi di una pace stabile e duratura nella terra di Gesù”. Per ora l’incontro è confermato.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 9 maggio 2025

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Foto: Convento Frati minori S. Spirito Ferrara, settembre 1984 (Pizzaballa è il primo a sx).

Papa Francesco e la Misericordia: quella porta sempre aperta

30 Apr

di Andrea Musacci

Il 21 aprile – Lunedì dell’Angelo – chi almeno per un istante non ha vissuto la tentazione della disperazione? Chi, immerso nella notizia più bella – quella della Resurrezione – non ha provato tristezza, smarrimento all’annuncio della morte del Santo Padre? Eppure, «anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me»1.

Lo stesso Papa Francesco ci ha insegnato che la morte «va affrontata e preparata come passaggio doloroso e ineludibile ma carico di senso: quello dell’estremo atto di amore verso le persone che si lasciano e verso Dio a cui si va incontro»2.

Da quando Jorge Mario Bergoglio ha esalato l’ultimo respiro, non sono mancate, da ogni dove, rincorse affannose ad intestarsi più o meno presunte affinità col magistero che questo Papa ha alacremente intessuto nei 12 anni di pontificato. “Pace”, “giustizia”, “povertà” sono solo alcune delle parole che hanno risuonato ovunque, dai grandi media ai piccoli chiacchericci nei bar o nelle chat. Ma in questi giorni troppo saturi di opinioni, lo Spirito ci ha suggerito un vocabolo che sostiene e vivifica tutti gli altri: misericordia. Non a caso, lo stesso Papa Francesco scriveva: «La credibilità della Chiesa passa attraverso la strada dell’amore misericordioso e compassionevole»3. Parole scritte esattamente 10 anni fa, nella Bolla di indizione di un altro Giubileo, proprio quello Straordinario della Misericordia.

E appena eletto, Bergoglio scelse come suo motto “miserando atque eligendo”, tratto dalle Omelie di San Beda il Venerabile4, il quale, commentando l’episodio evangelico della vocazione di San Matteo, scrive: «Vidit ergo lesus publicanum et quia miserando atque eligendo vidit, ait illi Sequere me» («Vide Gesù un pubblicano e siccome lo guardò con sentimento di amore e lo scelse, gli disse: “Seguimi”»). Omelia che quindi è omaggio alla misericordia divina ed è riprodotta nella Liturgia delle Ore della festa di S. Matteo. E che ha un significato particolare nella vita e nell’itinerario spirituale del Papa; infatti, nella festa di San Matteo del 1953, il 17enne Jorge Bergoglio sperimentò la presenza amorosa di Dio nella sua vita: dopo una confessione, si sentì toccare il cuore e avvertì che il Signore lo chiamava alla vita religiosa.

Il suo secondo “motto” – «Non dimenticatevi di pregare per me» – sta in questo solco: quello dell’uomo che riconosce la propria miseria ed è quindi bisognoso – per non sprofondare nel proprio peccato – dell’Amore di Dio e del perdono del prossimo. Così dunque Papa Francesco ha immaginato la Chiesa, come ben sintetizzato dal card. Giovanni Battista Re nell’omelia delle esequie: «una Chiesa capace di chinarsi su ogni uomo, al di là di ogni credo o condizione, curandone le ferite».

Questo aspetto molto concreto, fisico della misericordia lo sprigiona un termine, rahamîm, usato nell’Antico Testamento 39 volte, col quale si designa «quasi sempre il grembo materno, le viscere generative, e si trapassa a un significato emozionale, destinato soprattutto a esaltare la misericordia tenera del Signore»5. 

Della vicinanza fisica con tutti, specialmente i più fragili, Papa Francesco ha fatto un tratto distintivo del suo stile, ricevendone indietro un calore personale, una supplica della sua presenza, fino all’ultimo e oltre, anche quando il suo povero corpo ormai spento riposava nella bara per l’esposizione; e persino dopo, durante i funerali, il suo popolo gli è stato vicino, lo ha seguito, cercato, accompagnato fino alla sepoltura. Proprio perché attraverso lui, lungo quella strada, quelle persone cercavano una sola cosa: Misericordia.

Ma il primo movimento è quello del Padre: «È sempre lui che viene a noi: Dio si fa nostro prossimo», scriveva un altro gesuita, De Certeau, commentando il racconto dei discepoli di Emmaus. «A queste pecore senza pastore, a questi malati senza medico, a questi uomini spogliati delle loro speranze ma ancora abitati dal suo ricordo e che lo cercano anche là dove sanno bene di non trovarlo; proprio in questo povero tesoro dei sogni perduti, Gesù si avvicina»6.

Papa Francesco, tanto con la sua dolcezza quanto con la sua parresia, ci ha dunque ricordato che la via della speranza è percorribile da chiunque (con ai piedi le proprie scarpe consunte, come le ultime che lui stesso ha voluto indossare), perché il Dio vivente ha avuto misericordia di me, di te, di ognuno. La porta del Regno è ancora una volta, per sempre, aperta.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 2 maggio 2025

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NOTE

1 Sal 22.

2 Papa Francesco, Misericordia et misera, 15.

3 Papa Francesco, Misericordiae vultus, 10.

4 Om. 21; CCL 122, 149-151.

5 https://www.famigliacristiana.it/blogpost/rahamim-viscere-di-misericordia.aspx .

6 Michel de Certeau, I pellegrini di Emmaus (Cittadella Editrice, 2009).

A testa alta per il lavoro

24 Apr

1° maggio. Nonostante il silenzio dei media principali, sono tante le lotte per la dignità dei lavoratori in Italia

Nonostante la retorica che avvolge una certa narrazione sul 1° maggio, sul lavoro che manca o è mal retribuito, sui media e nei dibattiti che raggiungono milioni di persone nel nostro Paese, è praticamente impossibile sentir parlare delle lotte che settimanalmente lavoratrici e lavoratori portano avanti – con grandi sacrifici – per un lavoro più dignitoso e un futuro migliore per l’intera comunità. Ecco alcune vertenze aperte o appena concluse.

«In questi giorni, e oggi (18 aprile, ndr) in particolare, in Stellantis negli stabilimenti di Mirafiori, Verrone, Pratola Serra, Termoli, Atessa, Cassino; in Iveco negli stabilimenti di Piacenza, Foggia, Torino, Brescia, Suzzara; in Cnh Industrial a Torino, le lavoratrici e i lavoratori stanno scioperando per chiedere un giusto salario». A dirlo sono Samuele Lodi (segretario nazionale Fiom Cgil) e Maurizio Oreggia (coordinatore nazionale automotive Fiom Cgil). «La trattativa per il rinnovo del biennio economico del Ccsl – spiegano i due dirigenti sindacali – non sta proseguendo e sta determinando una vera e propria emergenza salariale, a causa del carico degli ammortizzatori sociali che, soprattutto in Stellantis, stanno pesando strutturalmente ormai da anni».

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«Un’adesione media dell’85% con punte fino al 100% a Genova e Rimini”». A riferirlo unitariamente Filt Cgil, Fit Cisl e Uiltrasporti sullo sciopero di tutti i driver della filiera dell’ultimo miglio di Amazon, svoltosi la scorsa settimana, sottolineando che «hanno sostanzialmente lavorato solo gli addetti con contratto precario».

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La scorsa settimana è stato proclamato lo stato di agitazione del personale di e-distribuzione, società del gruppo Enel, da parte di Filctem Cgil, Flaei Cisl e Uiltec Uil. I sindacati hanno attivato la procedura di raffreddamento e conciliazione prevista dagli accordi sul diritto di sciopero nel settore elettrico. La situazione è precipitata dopo la comunicazione aziendale del 14 aprile, in cui si annuncia l’intenzione di procedere unilateralmente all’applicazione del nuovo orario da maggio, nonostante il parere negativo espresso da tutte le articolazioni sindacali sugli esiti della sperimentazione svolta in quattro Unità Territoriali pilota. Le segreterie nazionali di Filctem Cgil, Flaei Cisl e Uiltec Uil attendono ora una convocazione nei tempi previsti dagli accordi. I sindacati denunciano anche la carenza strutturale di organico, i  carichi di lavoro eccessivi e il degrado delle sedi.

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A pochi mesi dalla sottoscrizione di accordi sindacali in materia di lavoro agile e integrativo aziendale, la direzione di Telemat, azienda che opera nei servizi all’impresa e agli enti pubblici, ha comunicato l’intenzione di licenziare 21 dipendenti su 30 nel sito di Bassano del Grappa (Vicenza). Nell’incontro del 14 aprile presso la Direzione lavoro della Regione Veneto, Slc Cgil e Cgil regionale hanno chiesto «il ritiro dei licenziamenti a favore di un percorso che, attraverso gli ammortizzatori sociali e la formazione, possa andare nella direzione di un’integrazione tra le due aziende, contenendo gli esuberi o al massimo riducendoli a esodi volontari».

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Una buona notizia dalla moda: è stato emanato il 7 aprile dal Ministero del Lavoro il decreto di concessione dei contratti di solidarietà per i dipendenti del gruppo Florence, società operante nel settore della moda, al servizio dei più importanti brand del lusso con produzioni del prét-a-porter, pelletterie e calzature. Con l’attivazione dell’ammortizzatore sociale si è riusciti a scongiurare i 224 esuberi che l’azienda aveva annunciato. I contratti di solidarietà, con valenza retroattiva al 17 marzo, si concluderanno il 16 marzo 2026. A essere interessati sono i lavoratori degli stabilimenti di Arezzo, Torino, Firenze, Perugia, Nardò (Lecce), San Miniato (Pisa), Quarrata (Prato), Sant’Egidio alla Vibrata (Teramo), Urbania (Pesaro), Calenzano, Castel Fiorentino e Montelupo Fiorentino (Firenze).

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Altra buona notizia dalla vertenza Beko: «Abbiamo firmato un buon accordo, che è stato approvato da oltre l’88% delle lavoratrici e dei lavoratori degli stabilimenti: questo il primo commento della segretaria nazionale Fiom Cgil Barbara Tibaldi all’intesa siglata il 14 aprile al Ministero delle Imprese. «È grazie alla lotta delle lavoratrici e dei lavoratori che, ancora una volta, siamo riusciti a raggiungere un accordo che garantisce il lavoro e un settore strategico come l’elettrodomestico», prosegue la dirigente sindacale: «Quest’accordo costituisce un precedente importante nelle modalità e nel merito». L’accordo riduce gli esuberi, dichiarati dalla multinazionale turca del gruppo Arçelik, da 1.935 a 937, più i 287 del sito di Siena (per un totale di 1.224). Le lavoratrici e i lavoratori di Siena potranno accedere agli ammortizzatori sociali conservativi e alle uscite incentivate volontarie, evitando così i licenziamenti. È stata scongiurata la chiusura della fabbrica di Comunanza (Ascoli Piceno), mentre il sito di Cassinetta (Varese) continuerà l’attuale produzione di frigoriferi che doveva essere ridimensionata.

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La Filt Cgil Milano ha proclama lo stato di agitazione e sciopero in tutti gli appalti che coinvolgono le aziende Brivio & Viganò Logistics, Cap Delivery e Deliverit, operanti nella logistica per Esselunga. Lo sciopero è stato dichiarato a partire dal 18 aprile fino alle ore 2 di domenica 20 aprile, con presidi in tutta la regione presso i siti di Settimo milanese (MI), Dione Cassio (MI), Varedo (MB) e Lallio (BG).

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Infine, Pasqua amara per le lavoratrici e i lavoratori Gurit : il 18 aprile lo stabilimento di Volpiano (Torino) ha chiuso. A fine gennaio la società svizzera aveva annunciato la chiusura dell’impianto, attivo nella produzione di componenti per turbine eoliche, e il licenziamento dei 56 dipendenti (cui si aggiungevano altri 20 addetti in somministrazione). Malgrado oltre due mesi di trattative, l’azienda è rimasta irremovibile. 

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 25 aprile 2025

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(Foto Yury Kim – pexels.com)

Morire per la patria terrena col cuore nella Patria celeste

16 Apr

Le ultime memorie di partigiani cattolici italiani uccisi dai nazifascisti: «alla fine rimane solo ciò che è santo e si implora Dio»

di Andrea Musacci

«Avevamo vent’anni e oltre il ponte

oltre il ponte ch’è in mano nemica

vedevam l’altra riva, la vita

tutto il bene del mondo oltre il ponte.

Tutto il male avevamo di fronte

tutto il bene avevamo nel cuore

a vent’anni la vita è oltre il ponte

oltre il fuoco comincia l’amore».

(“Oltre il ponte”, I. Calvino, S. Liberovici, 1959)

Dai dati dell’Atlante delle stragi naziste e fasciste in Italia (www.straginazifasciste.it) risultano 5.862 gli eccidi nazifascisti commessi in Italia fra l’8 settembre ’43 e il 25 aprile ‘45, nei quali hanno perso la vita 24.384 persone (53% civili, 30% partigiani). Fra i tanti resistenti antifascisti giustiziati in questi 20 mesi, non pochi sono i cristiani (perlopiù cattolici e  alcuni valdesi della Valle del Pellice). Perlopiù inquadrati nelle Brigate “Fiamme Verdi”, i partigiani che alla Fede in Gesù Cristo univano quella in una patria terrena fondata sulla fraternità, la libertà e la giustizia portano con sé memorie di eroismi che a noi paiono davvero d’altri tempi. Il beato Teresio Olivelli, il beato e Giusto tra le Nazioni Odoardo Focherini, entrambi morti nel Campo di concentramento tedesco di Hersbruck, sono alcuni dei laici martiri più noti, oltre a tanti nomi di partigiani cattolici famosi come Giuseppe Dossetti, Tina Anselmi, Enrico Mattei, solo per citarne alcuni. 

Ma rileggendo le Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana (prima edizione: Einaudi, 1952) sono tanti i nomi di giovani cattolici che consapevolmente han dato la vita affinché il male radicale incarnato dal nazifascismo non dominasse l’avvenire della propria patria.

Qui ne citeremo – per mere ragioni di spazio – solo alcuni. Uomini (e una donna) che già pregustavano l’Eternità, l’incontro col Signore della vita e della morte. Loro, quasi tutti giovani contadini, operai, studenti, che anche quando scelsero come luogo di azione politica le brigate comuniste o socialiste, mai persero la fede in Cristo.

UNA GRANDE CERTEZZA

Meccanico 20enne torinese, Armando Amprino viene fucilato il 22 dicembre ’44; scrive poco prima di morire: «Vado alla morte tranquillo assistito dal Cappellano delle Carceri che, a momenti, deve portarmi la Comunione (…). Dietro il quadro della Madonna, nella mia stanza, troverete un po’ di denaro. Prendetelo e fate dire una Messa per me. La mia roba, datela ai poveri del paese». 

Mario Bettinzoli (Adriano Grossi, nome di battaglia, e così d’ora in poi per i nomi tra partentesi), perito industriale bresciano di 22 anni, lascia nella sua missiva: «spero mi perdonerete come il Signore mi ha perdonato qualche minuto fa per mezzo del suo Ministro. Domattina prima dell’esecuzione della condanna farò la Santa Comunione e poi…Ricordatemi ai Rev. Salesiani e ai giovani di A.C. affinché preghino per me».

32enne bibliotecario originario de L’Aquila, Giulio Biglieri viene invece fucilato a Torino il 5 aprile ’44. Due giorni prima, scrive all’amico Borasio: «Un amico mi ha convinto a prendere i sacramenti. Mi sono già confessato, tra poco mi comunicherò. Lo faccio non tanto perché sia giunta finalmente la fede che tu hai. No, purtroppo, ma dal profondo dell’anima il gesto di umiltà e di pace ha riguadagnato le sfere della coscienza. Ne sono lieto e muoio tranquillo: se Dio c’è, Esso non potrà scacciarmi lontano».

È stato invece fucilato il 3 marzo 1945 a Torino Alessandro Teagno (Luciano Lupi), perito agronomo di 23 anni, che al papà scrive: «Abbi fede anche tu in Dio. Io non l’ho avuta per lungo tempo. Ma ora ho la certezza che una Giustizia Suprema deve esistere!».

«UN LUOGO PIÙ BELLO, PIÙ GIUSTO E PIÙ SANTO»

Studente romano in ingegneria, Mario Batà ha 26 anni quando viene fucilato dai tedeschi a Macerata. Scrive poco prima ai genitori: «Pensate che non sono morto, ma sono vivo, vivo nel mondo della verità. (…). La mia anima sta per iniziare una nuova vita nella nuova era. Desidero che la mia stanza rimanga com’è…io verrò spesso».

«Quello che io sto per passare è niente in confronto di tutto ciò che a passato e sofferto Gesù Cristo per noi, e sono contento che in questo momento ce qui il sacerdote che mi assiste e mi consola»: così scrive alla madre Paolo Casanova, umile fornaio 21enne di Altamura, fucilato a Verona il 9 febbraio ‘45.

Un sacerdote, don Aldo Mei, 32 anni originario di Lucca, fucilato il 4 agosto ’44 nella sua città, scrive, invece, ai propri cari: «Dio non muore. Non muore l’Amore! (…). Raccomando a tutti la carità. Regina di tutte le virtù. Amate Dio in Gesù Cristo, amatevi come fratelli. Muoio vittima dell’odio che tiranneggia e rovina il mondo – muoio perché trionfi la carità cristiana». 

Il ragusano Antonio Brancati, studente 23enne, è una delle vittime dell’eccidio di Maiano Lavacchio (GR): «Dispiacente tanto se non ci rivedremo su questa terra», scrive ai genitori; «ma ci rivedremo lassù, in un luogo più bello, più giusto e più santo».

SOCIALCOMUNISTI E INSIEME CRISTIANI

È un’umile casalinga savonese di 25 anni, Franca Lanzone, la partigiana comunista che così scrive al marito Mario prima di essere uccisa il 1° novembre ‘44: «Dio solo farà ciò che la vita umana non sarà in grado di adempiere». E un altro giovane comunista, Pietro Binetti (Boris), meccanico 20enne genovese, fucilato il 1° febbraio ’45, scrive: «Ciò che ho fatto è dovuto al mio fermo carattere di seguire un’idea e per questo pago così la vita, come già pagarono in modo ancora più orrendo ed atroce migliaia di seguaci di Cristo la loro fede». 

Quinto Bevilacqua, operaio mosaicista di 27 anni nato a Marmorta (BO), scrive alla madre: «Tuo figlio è innocente dell’accusa che gli hanno fatto, perché accusato di terrorismo (…) ed invece non era che un semplice socialista che ha dato la sua vita per la causa degli operai tutti». Ma poi aggiunge rivolto a entrambi i genitori: «se dall’al di là è possibile venirvi a trovare non mancherò».

MISERICORDIA DI DIO E PERDONO DEGLI UOMINI

Aveva appena 23 anni, invece, Attilio Martinetto (foto), finanziere astigiano fucilato il 25 aprile 1945 (!) a Cuneo. Alla sua fidanzata Anna Maria (alla quale donò la vita facendosi arrestare al suo posto affinché lei fosse liberata) scrive, poche ora prima della morte: «Sai Anna Maria cosa rimane all’ultimo di tutto? Solo quello che è santo e puro della vita. (…). Anna Maria, sapessi mai cos’è la vita vista dalla soglia dell’eternità, quale miseria (…). La fede ci fa provare orrore, ma nell’istante stesso, ci dice che Dio è infinitamente grande. E allora si implora la sua misericordia».

E il vivere la misericordia di Dio può portare persino a perdonare i propri carnefici: il torinese Giovanni Mecca Ferroglia, elettricista di 18 anni, fucilato l’8 ottobre ’44 a Torino, scrive riprendendo alcune delle parole di Gesù sulla croce: «Quelli che mi hanno condannato li perdono perché non sanno quel che si fanno». 

Come Giancarlo Puecher Passavalli (20enne dottore in legge, milanese, fucilato il 21 dicembre ’43 a Erba): «Perdono a coloro che mi giustiziano perché non sanno quello che fanno e non sanno che l’uccidersi tra fratelli non produrrà mai la concordia». E così scrive il 52enne possidente e studioso Gian Raniero Paulucci de Calboli Ginnasi, forlivese fucilato il 14 agosto ’44 nella sua terra: «Abbiate fede e sappiate perdonare, tutto e tutti».

Ecco il più grande lascito umano che questi uomini e queste donne ci han donato: far nascere un mondo nuovo all’insegna della comunione, della fede e della libertà, dove non vinca il rancore, la competizione, il disprezzo. Siamo stati capaci di esserne degni eredi?

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 18 aprile 2025

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Quella memoria che apre al futuro: padre Guido Bertagna a Ferrara

15 Apr
https://www.ntr24.tv/2018/10/17/la-figlia-di-aldo-moro-incontra-lex-brigatista-faranda-nel-segno-della-giustizia-riparativa/

Il gesuita ha portato avanti progetti di incontro tra ex terroristi e loro vittime o parenti delle stesse. Il caso più noto, quello della figlia di Aldo Moro, Agnese

“La riconciliazione: una speranza possibile” è stato il titolo scelto per la lezione della Scuola diocesana di teologia per laici “Laura Vincenzi” svoltasi a Casa Cini (e in diretta streaming) lo scorso 11 aprile. Relatore è stato padre Guido Bertagna S.J., teologo con esperienze di lavoro anche con persone detenute. P. Bertagna da diversi anni è impegnato sul fronte della cosiddetta “giustizia riparativa”, portando avanti, ad esempio, dal 2008 progetti di riconciliazione tra ex appartenenti alle Brigate Rosse e vittime o familiari di vittime delle stesse. Il caso più noto da lui seguito è quello dell’incontro (prima privato, poi pubblico) tra l’ex br Adriana Faranda (che fece parte della “colonna romana” che organizzò il sequestro di Aldo Moro)  e Agnese Moro, figlia di Aldo (le due, in foto – ntr24.tv). Da questa e dalle altre esperienze, dieci anni fa è uscito il volume “Il libro dell’incontro. Vittime e responsabili della lotta armata a confronto”, a cura dello stesso p. Bertagna e di Adolfo Ceretti e Claudia Mazzucato. Padre Bertagna oltre a Casa Cini è intervenuto, la mattina del 12 aprile, in un incontro con studentesse e studenti del Liceo Ariosto di Ferrara. 

A Casa Cini ha preso le mosse da un passo di Deuteronomio (26, 1-11) per riflettere sulla nuova terra donata al popolo ebraico da Dio, insieme alle sue primizie: «vivere consapevoli di questi doni – ha spiegato p. Bertagna – significa ridonare a nostra volta i doni ricevuti». Doni che, quindi, «non vanno “stretti” tra le mani più del dovuto, non vanno trattenuti ma, appunto, donati, elargiti», nell’offerta al tempio e nella carità al prossimo. Solo così «ci si apre al futuro». Non a caso, quindi, la più importante immagine che Israele ha è quella di «un Dio che libera il suo popolo; popolo che grida perché oppresso, un grido che è preghiera, supplica perché c’è Qualcuno che lo ascolta». Questa memoria dell’oppressione, però, è «priva di rancore nei confronti degli oppressori»: ciò che più conta è la liberazione e di conseguenza «la memoria converge tutta nel gesto dell’offerta». Spesso, però – e ognuno di noi l’ha sperimentato almeno una volta nella propria vita – la memoria non apre al futuro ma «si avvita su sé stessa, si fa risentimento che diventa rancore e rabbia». Ciò avviene perché il dolore ha «un forte potere congelante», oltre che «identitario e conservativo». La memoria, dunque, rischia di «tenerci in ostaggio». Ma così, «la vita si indurisce, il sangue scorre poco, una persona che ha commesso una colpa rischia di rimanere per sempre “colpevole”, e chi ha subito un torto rischia di essere per sempre, e solo, “vittima”». Da qui, ne deriva anche una «nevrosi comparativa» (“nessuno soffre più di me”, “hai cominciato prima tu” ecc.). Al contrario, solo una «memoria riconciliata» può superare tutto ciò, «trovando per quel dolore un posto nella propria storia, pur non dimenticandolo».

Ripercorrendo anche le esperienze personali di tentativi di riconciliazione, p.Bertagna ha poi sottolineato l’importanza di «tornare sui luoghi del dolore per ridare vita alla memoria, togliendola così dal suo congelamento», rompendone l’incantesimo. Nel gruppo nato nel 2008 di incontro tra ex br e parenti di vittime delle stesse «abbiamo cercato di restituire la parola al dolore», senza vergogna, senza paura, «per dire a chi ha commesso il reato “tu non sei il male che hai fatto” e alla vittima o familiare della stessa, “tu non sei il male che hai subito”». Un percorso complesso, lungo e a rischio fallimento, perché significa «cambiare radicalmente la percezione di sé». Ma è un percorso che va tentato, a partire dai microconflitti che costellano il nostro quotidiano.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 18 aprile 2025

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