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“Che cosa avevo fatto di male? Ebrea, la mia sola colpa era di essere nata”

14 Gen

“Ho fatto ‘la scelta’, mentre molti rimasero indifferenti”. La straziante storia nel lager di Auschwitz che la senatrice a vita Liliana Segre l’11 gennaio a Ferrara ha raccontato a più di 700 studenti della nostra provincia

[Qui e qui le pagine con gli articoli]

1“Ho fatto la scelta dolorosa di raccontare, finché ne avrò la possibilità, l’orrore che ho vissuto e visto”. Rammentare, raccontare, rielaborare, per anni, giorni infiniti, sempre con la stessa domanda, “perché?”, scandita come una nenia, un mistero, un grido eterno a Dio. Così ha fatto e sempre farà Liliana Segre, 88 anni, senatrice a vita, che ha avuto, com’è lei stessa a dire, “una sola colpa, quella di essere nata”. Lei, in quanto ebrea, non avrebbe dovuto nascere, come tutti gli ebrei e le ebree al mondo, secondo il principio malefico dal quale partiva tutta la macchina di terrore, sterminio e desolazione messa in piedi dal regime nazista, con la complicità – mai denunciata abbastanza – degli alleati (o meglio: servi), tra cui l’Italia. Quello strazio la Segre ha chiesto di poterlo raccontare, come fa ormai da diversi anni, anche agli studenti di Ferrara e provincia, presenti in 718 al Teatro Nuovo in piazza Trento e Trieste a Ferrara la mattina dell’11 gennaio scorso. L’incontro, organizzato dal Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah – MEIS, con il supporto dell’Istituto di Storia Contemporanea, è il primo pensato in vista del Giorno della Memoria 2019. All’arrivo in sala, tutti in piedi ad applaudirla, e lei, anche se di sfuggita, si è fermata a tratti per stringere la mano di alcuni ragazzini chiedendo i loro nomi. “Siete i miei nipoti ideali, ascoltatemi come se fossi una nonna”, ha esordito la Segre, una delle poche persone ancora vive a portare marchiato sull’avambraccio sinistro il numero assegnatole ad Auschwitz, il 75190. Nata a Milano il 10 settembre 1930, la Segre ha perso la madre, Lucia Foligno, quando non aveva nemmeno un anno. “Ero una bambina qualunque, felice, figlia unica in una famiglia italiana da 500 anni e profondamente inserita nel tessuto di Milano. Un giorno a tavola – era l’anno in cui avrei dovuto iniziare la terza elementare – mi dicono che sono stata espulsa da scuola. Penso di aver fatto qualcosa di molto grave. Dico: ‘perché?’, un ‘perché?’grave, che ripetevo con gli occhi pieni di lacrime. Ma anche i miei famigliari non riuscivano a trovare una risposta. Che cosa avevo fatto di male? Sono qui perché ancora non ho trovato una risposta. Da allora la vita diventa diversa, in casa mia vengono i poliziotti, ci perquisiscono, trattandoci come nemici della patria. Mia nonna mostrava loro le foto dei suoi figli soldati nella prima guerra mondiale”, per impietosirli. “Cambio dunque scuola, mi iscrivono a una privata. I parenti che ci fanno visita cercano di convincerci a fuggire in America con loro, ma i miei non vogliono, pensano che le cose si sarebbero aggiustate. Non vogliono lasciare la loro Italia. Per i bombardamenti, poi, anche noi nel ’42 ci spostiamo nelle campagne fuori Milano, ma non posso andare alla scuola pubblica. I miei coetanei mi chiedevano il perché. Io, che ho imparato a mentire, rispondo loro: ‘devo curare mio nonno’ ”. La dignità della senatrice Segre si è manifestata anche così: raccontando come si impara il male, lo si assorbe, prima incominciando a mentire, poi a diffidare, poi, come dirà, a non provare compassione per gli altri. E’ stato quindi, il suo, anche un forte mea culpa. Il suo insegnamento sta anche, però, nel far capire che si può scegliere la pietà e la vita. “Mio nonno – ha proseguito – era molto malato: io ero per lui, e lui per me. L’anno dopo lui e mia nonna vengono deportati, gasati e bruciati, per la sola colpa di essere nati”. Dopo l’8 settembre del ’43 “inizia la caccia a ogni uomo, donna, bambino o neonato ebreo. I tedeschi iniziano prelevando gli anziani dalle case di riposo. Vorrei ricordare però di quei giorni anche i ‘giusti’, anche se furono pochi, coloro che, rischiando di essere fucilati, salvarono molti ebrei: fecero la scelta”, dice proprio così la Segre. “La scelta è ciò che distingue l’uomo dall’indifferente, che è come una pecora che si fa guidare da un pastore”. Tra questi giusti, vi sono anche le due famiglie cattoliche che mi nascondono nella loro casa, e io, ingenua, e capricciosa, non voglio, però, lasciare la mia famiglia. Successivamente con mio padre tentiamo di scappare in Svizzera, ma dopo il confine ci accolgono uomini senza scrupoli, che fanno mercato delle persone, come gli scafisti di oggi. Appena arrivati, ci portano al Comando, dove il Comandante ci guarda con enorme disprezzo, come vigliacchi traditori della nostra patria. Ci rimanda allora indietro, veniamo arrestati e portati in carcere. Qui non faccio che piangere e chiedere ancora ‘perché?’. Il carcere può essere duro per un criminale adulto, provate a immaginare per una 13enne innocente. La mia sola colpa era quella di essere nata. Violetta Silvera, altra ebrea nella mia cella, mi consola. Ci portano poi prima nel carcere di Como e poi in quello di San Vittore a Milano. Ero con mio padre, nella cella 202 del 5° raggio: è l’ultima ‘casina’ che condivido con lui, che subirà, come gli altri, percosse e torture. Quando tornava in cella, ci abbracciavamo: ormai, per lui, ero come una madre, una sorella, cercava consolazione in me, non il contrario”. Qui inizia il viaggio all’inferno. “Un giorno ci dicono che dobbiamo partire per ‘ignota destinazione’: siamo in 605, ne torneranno appena 22. Ci portano nella stazione dei treni di Milano dove scopriamo che ci sono binari sotterranei, segreti, fatti apposta per la deportazione. Ci fanno salire su un carro bestiame, senza luce né acqua, solo con un secchio per i bisogni – eravamo una 50ina di persone -, un po’ di paglia. Si sente un forte odore di urina, di paura, di morte. Dopo una settimana arriviamo al campo di Auschwitz. Il viaggio – di solito si raccontano troppo poco i viaggi verso i campi di concentramento – si può dividere in tre fasi: all’inizio tutti piangono disperati. Poi c’è la fase in cui gli uomini religiosi in certi momenti si riuniscono per lodare Dio, con canti lenti, melodiosi, stupendi. Io che non ero e non sono religiosa, li guardavo con invidia perché li consideravo molto fortunati ad avere almeno il sostegno della fede. Nella terza fase, negli ultimi due giorni, non vi erano né pianti né preghiere, ma il silenzio, essenziale per chi sta per morire, unica cosa possibile, un silenzio potente, indimenticabile. Al nostro arrivo ad Auschwitz, però, viene sostituito dai rumori osceni, i fischi, latrati, comandi dei soldati nazisti. Uomini che facevano parte di quell’immenso sterminio preparato da anni, a tavolino, e del quale tutti furono responsabili, politici, imprenditori, artigiani…tanti ‘uomini di buona volontà’ che hanno messo su un ‘teatro dell’orrore’. Ma io ricordo tutto, l’odore della carne umana bruciata, le persone che ho visto morire, i mucchi di cadaveri ischeletriti fuori dal crematorio, le esecuzioni. Non posso tacere, anche se a volte sul web mi scrivono cose del tipo: ‘Vecchia schifosa, perché non muori?’. Ho fatto la scelta dolorosa, il sacrificio di raccontare finché ne avrò la possibilità. Gli uomini vengono divisi dalle donne, lascio la mano di mio padre – non ci saremmo più rivisti. Allontanandoci, mi raccomanda di stare vicino a una donna, la signora Morais, che però non rientrava nel gruppo di 31 donne (tra cui io) e di una 70ina di uomini momentaneamente ‘graziati’ dai nazisti: la sera stessa era cenere nel vento. Rimango sola, non conosco nessuno, vedo una ciminiera – non so ancora che è il crematorio -, file interminabili di baracche, fucili, filo spinato, migliaia di donne ischeletrite e rasate, che trasportano pietre. ‘Dove sono – penso – è un incubo, ora mi sveglio! Perché? Perché? Perché?’. Vediamo qualcosa di impossibile, il nostro era lo ‘stupore per il male altrui’ ”, per usare le parole di Primo Levi ne ‘La tregua’. “Non ti capaciti che hai davanti centinaia di uomini, i soldati nazisti, che non hanno fatto la scelta (di essere umani, ndr), ma che sono persone orribili. Un giorno vengo scelta come schiava in una fabbrica di munizioni Union, della Siemens, all’interno del campo. Divento uno scheletro vestito di stracci. Per tre volte in un anno passo la selezione (che i soldati nazisti compivano per scartare quelle secondo loro da uccidere perché non più in grado di lavorare, ndr). Ci denudavano e mettevano in fila, ispeziondandoci davanti e dietro, ci controllavano i denti come fossimo bestie. E io ero ‘grata’ se facevano ancora il segno ‘sì’, a significare che non mi avrebbero ucciso: ero stata orribile, vigliacca, spaventosa perché l’operaia francese, Jeanine, per la quale facevo l’inserviente portandole i canestri di acciaio grezzo, era stata scartata, dunque gasata – aveva 21 anni -, in quanto il giorno prima in un incidente si era tranciata due falangi. Io, troppo contenta del fatto che mi permettevano ancora di vivere, non avevo nemmeno considerato il fatto che lei invece veniva esclusa. Per il senso di colpa, il suo nome è quello che più volte ho ripetuto nel corso della mia vita. I nazisti erano riusciti, allora, nell’intento di farmi diventare una persona orribile, una lupa”, senza umanità. “A inizio ’45 iniziamo la ‘marcia della morte’, in seguito all’avvicinamento dell’Armata Rossa. Durante il tragitto, chi cadeva, veniva fucilato all’istante con un colpo alla testa. Io non sono mai caduta, ce l’ho messa davvero tutta, una gamba davanti all’altra. Non dite mai ‘non ce la faccio più’ – scandisce rivolta agli studenti -, se vogliamo siamo fortissimi, dovete trasformare la marcia della morte in marcia della vita, della vita che vi aspetta. E abbiate coraggio, orgoglio, non seguite i bulli: chi fa il bullo da grande può diventare un kapò. Lungo la strada – ha poi ripreso il racconto -, nemmeno un tedesco si era impietosito. A volte succhiavamo gli ossi da loro spolpati. Arrivati nel campo di Ravensbruck, eravamo amebe, ectoplasmi, senza più forme femminili, non sentivamo più niente. Il 1° maggio 1945 vengo liberata”. E’ stata una dei 25 italiani di età inferiore ai 14 anni deportati nei lager nazisti a sopravvivere, su un totale di 776. “Di colpo sentiamo un accenno di primavera, e immaginate dopo un anno di campo e quella marcia, che impressione può fare, come un miracolo, avevamo voglia pure di sentire il sapore dell’erba. Arriviamo poi in Francia dove un gruppo di abitanti, vedendoci, prova pietà per noi: è la prima volta dopo anni… Eravamo talmente ridotte male, che non capivano che eravamo giovani. Un giorno vedo passare un comandante delle SS, una persona terribile, che per camuffarsi si veste in borghese e butta le proprie armi per terra. Io, nutrita di odio e di vendetta, penso: ‘adesso mi chino, prendo la sua pistola e gli sparo’. In quel momento sono molto tentata dal farlo. Ma in un attimo capisco che non sono come lui, che ho scelto la vita. Da quel momento sono stata, e sono ancora, una donna libera e di pace”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 18 gennaio 2019

(foto Francesca Brancaleoni)

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La religione è ancora “fonte di vita”? Al MEIS di Ferrara la mostra sulla Torah e l’ebraismo

5 Feb

L’essenza dell’ebraismo, le radici profonde e divine del cristianesimo e della nostra civiltà occidentale in una mostra al MEIS – Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah di Ferrara.

Una mostra che ci interroga: la spiritualità ebraica, e, più in generale, le religioni rivelate le consideriamo ancora “fonti di vita”? Oppure l’ebraismo, così come il cristianesimo, li consideriamo meri oggetti da museo, bizzarri relitti da esporre a turisti e scolaresche?

Per tutto il 2016 in via Piangipane, 81 a Ferrara è possibile visitare l’allestimento di una parte della collezione del Museo Ebraico di Ferrara, nell’esposizione Torah fonte di vita, organizzata dal MEIS in collaborazione con la Comunità Ebraica di Ferrara, il Comune di Ferrara e la Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici dell’Emilia Romagna.

La mostra è stata pensata in seguito al sisma del 2012, che ha fortemente danneggiato l’edificio del Museo Ebraico di via Mazzini, 95, rendendone necessaria la chiusura al pubblico. Chiusura che sarà prolungata, appunto, almeno per tutto il 2016.

Per informazioni più dettagliate sulla mostra, gli orari e le tariffe, cliccare qui.

Andrea Musacci

 

Festa del Libro Ebraico, riflessioni e idee. Ma ora si aspetta l’apertura del MEIS

3 Mag

2014-04-26 21.10.33Se la cultura ebraica ha lasciato, non solo a Ferrara ma in tutta Italia, segni forti della sua presenza, lo stesso si può dire, più in piccolo, della V edizione della Festa del Libro Ebraico. Festa ideata proprio per mantenere vive e feconde le tracce di ebraismo nel nostro tessuto culturale. Non può che essere positivo, quindi, il bilancio tracciato da Riccardo Calimani, Presidente della Fondazione MEIS (Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah). “Tutti gli appuntamenti in programma sono andati benissimo. E, nonostante una leggera flessione dovuta al maltempo, molto bene anche le vendite alla libreria del Chiostro di San Paolo, che hanno raggiunto il picco nelle giornate di Sabato e Domenica”.

Nicola Zanardi, Presidente di Ferrara Fiera, organizzatore dell’evento insieme alla Fondazione MEIS, è dello stesso avviso: “Sono molto soddisfatto dell’impatto che la città ha avuto nei confronti della Festa. La mia percezione è che, quest’anno, l’abbia sentita più sua. L’obiettivo della Festa, che era quello di trasferire contenuti importanti, impegnativi, e di approfondire la conoscenza della cultura ebraica presso il pubblico più ampio, può dirsi completamente centrato”.

I numeri, d’altra parte, parlano chiaro: diciassette conversazioni e tredici incontri con gli autori, che hanno coinvolto complessivamente circa cinquanta tra scrittori, giornalisti e studiosi. Undici convegni su temi di grande interesse, tra i quali quello su conversos e marrani, quello sullo stato dell’arte del MEIS e sul dopo Shoah, con la partecipazione di figure di profilo internazionale. La mostra “Vita, colore, fiabe. Il mondo ebraico di Emanuele Luzzati”, a cura di Sergio Noberini (Museo Luzzati, Genova) e Michela Zanon (Comitato Scientifico della Fondazione MEIS), che proseguirà fino al 27 Luglio presso la sede del MEIS in via Piangipane, 81. Otto esibizioni tra concerti e spettacoli teatrali, con artisti di spicco come Miriam Meghnagi e il Ben Goldberg Trio, senza contare il cortometraggio “Nel silenzio” di Andrea Barra e Carlo Magri. Venti escursioni culturali e visite guidate nella Ferrara ebraica – dal ghetto al MEIS, dal cimitero di Via delle Vigne fino al quartiere ebraico di Cento – oltre a dieci degustazioni di piatti di ispirazione ebraico-ferrarese. Inoltre, due premi: il “Pardes”, per la valorizzazione e diffusione della conoscenza della cultura e tradizione ebraica in Italia e in Europa, assegnato a Lizzie Doron, Enrico Mentana e Gioele Dix, e quello alla memoria di Aron di Leone Leoni, studioso e autore di opere fondamentali sulla storia della diaspora sefardita. Ottimi anche i risultati in termini di accessi ‘virtuali’ al nuovo sito web del MEIS e della Festa del Libro Ebraico (www.meisweb.it) che, configurato come un portale, ha raccolto tutto quello che poteva servire per la fruizione online della manifestazione.

Conclusasi dunque questa fortunata edizione della Festa, Riccardo Calimani si proietta già nel futuro. La Festa, dice, “di sicuro andrà avanti fino a quando non verrà aperto il Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah. I fondi per completare il primo lotto ci sono e, una volta inaugurato il MEIS, si tratterà di ragionare sulla programmazione museale. A quel punto – prosegue –, la Festa dovrà necessariamente ‘cambiare pelle’. Non potrà più essere un evento estemporaneo, annuale, ma dovrà diventare in un certo senso permanente, in linea con il duplice carattere del Museo: in parte esposizione, in parte – soprattutto – laboratorio di idee, in cui convogliare tutte le energie che finora sono state assorbite dalla Festa”.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 3 maggio 2014

Il programma della giornata conclusiva della Festa del Libro Ebraico

1 Mag

logo FestaEcco gli eventi della giornata conclusiva. Alle 9.30 al Chiostro di San Paolo George Tabori presenta il suo “Le Variazioni Goldberg”, con  Laura Forti e Marco Castellari. Alle 10.30 (in caso di maltempo Sala della Musica) vi sarà l’incontro “Helena Rubinstein: la donna che inventò la bellezza” con Nicola Zanardi (Presidente Ferrara Fiere), Michèle Fitoussi (Giornalista e scrittrice) e Vincenza Maugeri (Vicedirettore Museo Ebraico di Bologna). Alle 11.30 appuntamento con “Riflettendo sull’antigiudaismo e sull’antisemitismo cattolico: un dialogo”, con Riccardo Calimani (Presidente Fondazione MEIS), Francesco Margiotta Broglio (Università di Firenze), Giorgio Fabre (Storico e giornalista culturale). Dopo la pausa delle 12.30 con “Sapori di un aperitivo di ispirazione ebraico-ferrarese”, alle 14 Leo Neppi Modona presenta il suo “Barbari nel secolo XX. Cronaca familiare (settembre 1938 – febbraio 1944)” insieme a Caterina Del Vivo, Lionella Neppi Modona Viterbo e Simonetta Savino. In Sala Estense alle 15 chiusura con “Io odio i talent show” con Mario Luzzatto Fegiz. Infine dalle 10 alle 12 e dalle 14 alle 17 al Chiostro visite guidate “Nella Ferrara ebraica: dall’antico ghetto al MEIS”.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 1 maggio 2014

Festa del Libro Ebraico, “un inizio per sviluppare altre domande”

28 Apr

2014-04-26 21.10.15Un pubblico numeroso ha presenziato sabato alle 21 al Chiostro di San Paolo all’inaugurazione della V edizione della Festa del Libro Ebraico in Italia e della IV Notte Bianca Ebraica d’Italia. Un forte riconoscimento dell’importanza della cultura ebraica e una conferma della volontà di dialogo della nostra città nei confronti di una tradizione ricca di fascino. Una comunità, quella ebraica, “anarchica e atipica” – per usare le parole di Riccardo Calimani, Presidente MEIS Ferrara – ma “vitale e utile per tutta l’Italia”. Per questo, una serie di laboratori “aperti e anticonformisti” come quelli della Festa e del MEIS sono “utili e fecondi” in uno spirito di apertura. “La Festa”, ha proseguito Calimani, “si presenta dunque non per dare risposte definitive, ma come inizio per sviluppare altre domande”. Renzo Gattegna, Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, ha proseguito sottolineando “l’importanza della Festa nel fare luce sul ruolo della comunità ebraica nella nascita e formazione dello Stato italiano”. Tra convivenza pacifica e forti discriminazioni, gli ebrei sono presenti nella nostra penisola da più di duemila anni e “anche a Ferrara da alcuni secoli sono parte integrante del tessuto cittadino”. Dopo i saluti della Prof.ssa Giuditta Brunelli, a nome dell’Università di Ferrara, e di Patrizia Bianchini, Assessore della Provincia di Ferrara, ha preso la parola il Rav Luciano Caro, Rabbino Capo della Comunità Ebraica di Ferrara. Caro ha ricordato le discriminazioni subite dagli ebrei, anche nella nostra città, fino al ventennio fascista, e l’importanza del libro come “parte del nostro dna e simbolo dello stretto rapporto tra passato, presente e futuro”. Una cultura – come ha spiegato Massimo Mezzetti, Assessore alla Cultura della Regione Emilia-Romagna – “del dialogo e del dubbio”, una comunità che – ha ricordato Tiziano Tagliani, Sindaco di Ferrara – ha regalato alla nostra città personalità come Paolo Ravenna e Giorgio Bassani”. Per questo, ha proseguito Tagliani, “il MEIS vuol essere casa dell’ebraismo, per la memoria, lo studio e l’esperienza” e la nostra città si pone come “soggetto attivo per riscoprire questa storia e farla propria”.

La serata è proseguita alle 21.45 al Chiostro di San Paolo col concerto, presentato da Annalisa Lo Piccolo, a cura degli alunni e insegnanti del Conservatorio “G. Frescobaldi”, con la soprano Mara Paci e la contralto Ilaria Scarponi. I presenti si sono, successivamente, divisi tra chi, dalle 22.45 nella Sala della Musica del Chiostro ha assistito allo spettacolo teatrale “Un grembo due nazioni molte anime. Parole e musiche degli ebrei d’Italia”, di e con Manuel Buda e Miriam Camerini, e chi, dalle 23 si è radunato in P.zza Trento Trieste per l’escursione culturale “Storie della Ferrara ebraica ed estense passeggiando per le piazze più belle del centro”, guidata da Francesco Scafuri. Infine, all’una nel cortile del Castello Estense vi sono state degustazioni di sapori di ispirazione ebraico-ferrarese.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 28 aprile 2014

La memoria della Shoah secondo gli studenti ferraresi

27 Gen

Viaggio e memoriaIeri alle 10 al MEIS in via Piangipane 81, è stata inaugurata la mostra “Viaggio e Memoria: tracce, parole, segni”, promossa dal Liceo Artistico “D. Dossi”, dalla Fondazione MEIS e dall’ISCO di Ferrara, e curata dal Dosso Dossi e da diverse scuole medie della provincia. Attraverso le opere degli studenti si è dato vita ad un percorso di recupero e di rielaborazione della tragedia della Shoah.

Ad inaugurare l’esposizione il Prefetto di Ferrara Michele Tortora, Il Rabbino Luciano Caro, Anna Quarzi, presidente dell’ISCO e il vice Sindaco Massimo Maisto, oltre al Preside dell’Iss Aleotti-Dosso Dossi Fabio Muzi e ad alcuni insegnanti che hanno curato il progetto. Le parole di Luciano Caro – “per noi ebrei la Giornata della Memoria è tutti i giorni” – rendono bene l’importanza di “elaborare ancora quel che è successo”. Fabio Muzi ha inoltre aggiunto come la Giornata della Memoria “non debba ridursi ad un rito”, ma debba segnare un percorso, dare stimoli profondi. E così il viaggio è stato scelto come pungolo per riflettere su questa immane tragedia, e la scuola, “fondamentale per l’acquisizione del sé personale e del sé collettivo”, non può che essere protagonista di questo percorso.

Gianna Perinasso, una delle docenti coinvolte, ha invece posto l’attenzione sull’importanza di “costruire, inventare parole e segni per poi rielaborare il passato. Il viaggio – ha aggiunto – è scoperta, incontro e esplorazione di sé e dell’altro.” Accompagnati dalle musiche originali di Jacques Lazzari, è possibile percorrere questo cammino attraverso i volti, i segni, i luoghi del dolore, della memoria e della speranza, nel quale le vicende dei giovani artisti si intrecciano con la Storia, con l’essenza del nostro essere umani. Fino al 23 febbraio la mostra sarà visitabile nei seguenti orari: da lunedì a venerdì dalle 14 alle 18, domenica 10-18, sabato chiuso e la mattina su appuntamento a info@meisweb.it .

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 27 gennaio 2014

(Nella foto, da sx: Massimo Maisto, Anna Quarzi, Luciano Caro, Michele Tortora, Gianna Perinasso, Fabio Muzi)

Nel libro di Pontecorboli gli ebrei in fuga dal fascismo

22 Nov

pontecorboli-maisto MEISUn libro per ricordare i tanti ebrei italiani costretti all’esilio dopo la promulgazione delle leggi razziali fasciste del ’38. “America nuova terra promessa. Storie di ebrei italiani in fuga dal fascismo” è il saggio di Gianna Pontecorboli da poco uscito per Brioschi Editore, presentato ieri alle 16.30 nella Sala Polivalente del Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah (MEIS) in via Piangipane, 81 a Ferrara. Assieme all’autrice ha dialogato Massimo Maisto, Consigliere Fondazione MEIS e Assessore alla Cultura del Comune di Ferrara. Il dibattito ha coinvolto direttamente le numerose persone presenti, le quali hanno, insieme a Maisto, posto diverse domande all’autrice. I temi sviscerati hanno riguardato, tra l’altro,il ruolo negativo svolto dalla maggioranza degli intellettuali italiani durante il Ventennio, le cifre degli ebrei italiani emigrati negli Usa e di quelli ritornati dopo la fine della guerra (circa un terzo dei 2.000 esiliati). Tra questi, figure di spicco come quelle di Max Ascoli, attivo nella Mazzini Society, Emilio Segrè,Premio Nobel per la fisica nel ’59, Leo Castelli e Mario Castelnuovo-Tedesco. Soprattutto, però, tanti gli “sconosciuti”, soprattutto giovani, intellettuali e benestanti, tra cui anche un rabbino e un dentista di Genova. Figure troppo spesso dimenticate, e che il libro della Pontecorboli ha il merito di ricordare. Nelle conclusioni l’Assessore Maisto ha sottolineato uno dei fini del MEIS, vale a dire quello di mettere in risalto i rapporti secolari tra la cultura ebraica e quella italiana.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 22 novembre 2013

Oggi al MEIS le storie di ebrei italiani in America

21 Nov

“America nuova terra promessa. Storie di ebrei italiani in fuga dal fascismo” è un saggio di Gianna Pontecorboli da poco uscito per Brioschi Editore. Oggi alle 16.30 verrà presentato nella Sala Polivalente del Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah (MEIS) in via Piangipane, 81 a Ferrara. Assieme all’autrice dialogherà Massimo Maisto, Consigliere Fondazione MEIS e Assessore alla Cultura del Comune di Ferrara. Centinaia di ebrei italiani alla promulgazione delle leggi razziali del 1938 si rifugiarono negli Stati Uniti. Il libro ripercorre le storie drammatiche di questi esuli, professori universitari, medici, avvocati, scienziati, giornalisti e artisti, molti dei quali hanno ricostruito la propria vita nella “terra promessa”.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 21 novembre 2013

Alla Festa del Libro Ebraico si parla dei cambiamenti sociali e letterari nell’ebraismo

26 Apr

Botticini FLE

In occasione della Festa del Libro Ebraico ieri mattina hanno avuto luogo due incontri, entrambi introdotti da Shulim Vogelmann, de La Giuntina editore. Il primo ha riguardato il libro di Maristella Botticini “I pochi eletti. Il ruolo dell’istruzione nella storia degli ebrei, 70-1492”. In seguito alla distruzione del Secondo Tempio di Gerusalemme dall’imperatore Tito nel 70 d.c.,sono entrati in vigore diverse norme, tra le quali una che imponeva l’obbligatorietà dell’istruzione dei figli ebrei maschi. Cristiana Facchini, docente di Storia dell’Università di Bologna, ha spiegato come questa norma abbia portato ad una “modificazione della struttura professionale dell’ebraismo”, portando molti ebrei ad entrare in ambiti professionali tipici del mondo urbano. L’ebraismo ha dunque deciso di “investire sul capitale cognitivo”,  stravolgendo a lungo termine la stessa struttura socio-economica del mondo ebraico, fino ad allora fondata sull’agricoltura e sull’analfabetismo diffuso. L’autrice ha concluso spiegando come ciò abbia permesso anche di consolidare la cultura e la religione ebraica, in quanto una maggiore istruzione dei propri membri ha rafforzato la loro fede, permettendo così di diffonderla e difenderla meglio.

Nel secondo dei due incontri è stato, invece, presentato il libro di Gabriella Steindler Moscati, “Narrativa, memoria e identità. Il volto femminile d’Israele”. L’incontro è stato un’occasione per parlare delle “pioniere” della letteratura ebraica e del difficile processo di integrazione femminile in Israele. In particolare, Maddalena Schiavo, curatrice del libro, ha parlato del periodo “sionista” precedente alla nascita dello Stato nel ’48, nonché della scrittrice Shulamit Lapid e del suo libro “Gei Oni”.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 26 aprile 2013

(nella foto, da sx Shulim Vogelmann, Cristiana Facchini, Maristella Botticini)

Numerose testimonianze donate da Gianfranco Moscati al MEIS

25 Apr

Gianfranco_Moscati

Serena Di Nepi dell’Università La Sapienza di Roma è la curatrice della mostra inaugurata ieri al MEIS, e che da’ il via all’edizione 2013 della Festa del Libro Ebraico. “Testa e cuore. La Collezione dello studioso Gianfranco Moscati: storia e storie degli ebrei italiani narrate da oggetti di arte cerimoniale, documenti rari e libri preziosi”, è questo il titolo dell’esposizione visitabile fino al 30 giugno e che ha già attirato molti visitatori, ferraresi e non. Il pubblico può ammirare parte degli oggetti donati dal collezionista Gianfranco Moscati al museo, vale a dire testi dell’ebraismo, lettere, fotografie, oggetti di arte cerimoniale, che illustrano alcuni degli snodi più importanti della storia degli ebrei in Italia tra XVI e XX secolo.

Testa e cuore fanno riferimento a un oggetto essenziale nella vita degli ebrei, i tefillin (filatteri, plurale di tefillah, che significa anche preghiera), due piccoli astucci quadrati, detti anche battim (casa), di cuoio nero di un animale puro, kasher, che gli Ebrei usualmente portano durante la preghiera del mattino chiamata Shachrit. Essi contengono brani della Torah (il Pentateuco) e si legano sul capo e sul braccio per simboleggiare come la preghiera debba coinvolgere appunto “testa e cuore”. Letteralmente il “legare” simboleggia proprio l’ “Unio Mystica” a Dio. Mentre Riccardo Calimani, presidente della Fondazione MEIS, ha parlato degli oggetti esposti come “meravigliosi, unici, testimonianza di una storia straordinaria”, Moscati ha raccontato alcuni aneddoti legati alla donazione di parte della sua collezoone al MEIS. Di Nepi ha invece illustrato la conformazione dello spazio espositivo, diviso in “due linee parallele e dialoganti”, una cronologica/razionale e una tematica/emotiva, che riprende appunto la dialettica testa/cuore.

La mostra sarà visitabile dal martedì al venerdì e la domenica, dalle ore 10.00 alle ore 18.00. In occasione della festa di Shavuoth, mercoledì 15 e giovedì 16 maggio chiuso. Le aperture straordinarie saranno: mercoledì 24 aprile fino alle ore 21.00, giovedì 25 aprile dalle 10.00 alle 21.00, sabato 27 aprile dalle 21.30 alle 24.00, domenica 28 aprile dalle 10.00 alle 21.00.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 25 aprile 2013