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Don Emanuele Zappaterra sarà missionario fidei donum

14 Giu

Da novembre vivrà a Victoria (diocesi di Gualeguaychú) in Argentina. Realizza così la vocazione di una vita. Lascia Malborghetto, l’Ufficio Vocazioni e Vita Consacrata. Andrà nella zona delle ferraresi suor Celestina Valieri e suor Irenea Baraldi

di Andrea Musacci

I 25 anni di sacerdozio don Emanuele Zappaterra lì festeggerà compiendo ciò che, da una vita, sente come sua vocazione profonda: quella di diventare sacerdote missionario fidei donum. Il nostro Arcivescovo, infatti, a febbraio ha accettato la sua richiesta di andare a vivere in Argentina, per la precisione a Victoria, provincia di Entre Rios, diocesi di Gualeguaychú, suffraganea dell’arcidiocesi di Paraná, dove si trasferirà a fine novembre. In questa Diocesi troverà le ferraresi suor Celestina Valieri e suor Irenea Baraldi.

Dopo il rientro nel 1997 di don Francesco Forini dalla missione di Kamituga in Congo e di don Carlo Maran da Parauapebas in Brasile, la nostra Diocesi non aveva più avuto missionari diocesiani fidei donum. Maria Giovanna Maran è stata, in questi anni, l’unica fidei donum, ma laica, da Ferrara-Comacchio.

Don Zappaterra dal 2018 è parroco a Malborghetto di Boara e a Boara. È anche Direttore dell’Ufficio per la Pastorale delle Vocazioni e dell’Ufficio per la Vita Consacrata, Canonico del Capitolo della Cattedrale, nonché Assistente spirituale di IBO Italia. Nato a Ferrara il 4 giugno 1971, è stato ordinato sacerdote nella nostra città il 12 ottobre 1996. Vice parroco a S. Maria del Perpetuo Soccorso dal 27 ottobre 1996 all’ottobre 1999, poi vice parroco a Quacchio sino al marzo 2001, fino al 2005 è stato parroco a Coronella e Madonna Boschi. «Già in questo periodo – racconta a “La Voce” – desideravo partire come missionario, ma pensavo soprattutto all’Africa o all’Asia, avendo riferimenti missionari quali padre Matteo Ricci o San Francesco Saverio. E poi era ancora viva la memoria dell’esperienza missionaria di don Alberto Dioli in Congo».

Ma in questo periodo don Emanuele viene chiamato da don Andrea Zerbini, allora alla guida del Centro Missionario Diocesano, grazie al quale viene a sapere che la ferrarese suor Irenea Baraldi, missionaria dal 1982 in Argentina, aveva ricevuto la richiesta dal Vescovo di tornare in Italia, dopo un breve rientro nel nostro Paese, con un sacerdote italiano. Anche grazie a incontri con missionari in Bolivia o alla testimonianza di un’altra ferrarese, Suor Celestina Valieri, dal 1990 missionaria in Argentina, don Emanuele si sente sempre più chiamato dall’America Latina, meta che prima non aveva considerato. Nel 2001 un altro momento importante è la sua celebrazione della prima Messa in Diocesi per la comunità latinoamericana della nostra provincia, che inizierà a seguire pastoralmente, iniziando così anche a imparare lo spagnolo. Dal giugno 2005 al 2 gennaio 2007 è parroco a S. Giovanni Bosco-Raibosola a Comacchio e Assistente dell’Oratorio cittadino Pio XII°. Nel 2006 don Emanuele ha l’opportunità di passare un mese a Laguna Naick Neck in Argentina da suor Baraldi: «dopo due settimane che ero lì – ci racconta – mi sentivo a casa mia. La mia consapevolezza di quale fosse la mia vocazione crebbe ancora».

Dal 2007 è parroco a Masi S. Giacomo-Montesanto, dove prova a coinvolgere alcuni ragazzi per una futura missione. Proprio nel 2007 trascorre un altro mese a Laguna Naick Neck insieme a una ragazza neodiplomata: «ospite di una famiglia che gestiva una pompa di benzina, ho fatto esperienza di come vivono loro, oltre a fare attività con le suore di suor Baraldi e alla pastorale». La stessa suor Baraldi l’anno successivo viene trasferita a Entre Rios, proprio dove don Emanuele andrà a vivere dal prossimo novembre.

Nel 2009 don Piero Tollini muore, lasciando fondi per la carità e le missioni: don Andrea Zerbini, esecutore testamentario, destina una parte proprio alle suore in Argentina per progetti di aiuto ai bambini e ai ragazzi poveri a El Campito (zona di Entre Rios). Don Zappaterra compirà un altro viaggio in Argentina, a El Campito per vedere il progetto realizzato e a Laguna Naick Neck.

Il 15 agosto 2011 diventa parroco di S. Agostino a Ferrara e dal 2012 Direttore dell’Ufficio Missionario Diocesano, riuscendo a far diventare Maria Giovanna Marian laica fidei donum in Brasile. Dal 2014 al 2018 è Rettore del Seminario Arcivescovile: una volta lasciato l’incarico, inizia a parlare a mons. Perego del suo desiderio di partire missionario. A inizio 2020 don Emanuele fa un’esperienza con IBO in Perù, per poi recarsi anche in Ecuador. A fine 2020 avviene un’accelerazione positiva: da un sacerdote di Gualeguaychú, che aveva ospitato a Malborghetto, viene a sapere del recente cambio del Vescovo, e della volontà del nuovo pastore di conoscerlo. In una videochiamata gli spiega il progetto nella Diocesi in Argentina, che poi esporrà allo stesso mons. Perego, il quale, dopo una profonda riflessione, darà il suo consenso alla partenza di don Emanuele. I primi di settembre don Emanuele lascerà gli incarichi in Diocesi, il 12 settembre partira per Verona dove fino al 16 ottobre fara un periodo di preparazione nella sede della PUM –  Pontificia Unione Missionaria. Dopo il rientro in Diocesi, probabilmente durante la Veglia missionaria di fine ottobre riceverà dal Vescovo il mandato missionario. Un mese dopo, circa il 22-23 novembre, partirà per Victoria, vicino Buenos Aires, nella provincia di Entre Rios, dove si trova anche il Santuario di Nostra Signora di Aránzazu: qui don Emanuele aiuterà i sacerdoti, oltre a svolgere vera e propria opera di evangelizzazione in una terra povera e dove in alcune zone le comunità riescono ad avere la S. Messa pochissime volte l’anno. Oltre a ciò, a don Emanuele è stato anche chiesto di collaborare con l’equipe formativa del Seminario dicoesano di Gualeguaychú.

«Quando ormai non ci pensavo più, mi hanno chiamato a partire in missione», conclude don Emanuele emozionato. «Spero che questa esperienza possa rappresentare anche un’importante apertura missionaria per la nostra Arcidiocesi, magari ospitando in Argentina saltuariamente sacerdoti e seminaristi». Della famiglia di don Emanuele rimangono la madre vedova (il padre è deceduto nel 2018), che vive in zona Krasnodar a Ferrara, due sorelle (una vive a Casaglia, l’altra a Quartesana) e cinque nipoti.

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 18 giugno 2021

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«Noi missionarie ai piedi del vulcano in eruzione»: testimonianze dal Congo

24 Mag

Luisa Flisi racconta a “La Voce” la notte di paura: «la lava si è fermata a 2 km da noi. Tante le scosse di terremoto»

Luisa Flisie Antonina Lo Schiavo con la moglie del presidente Kabila

Due missionarie laiche, Luisa Flisi, 77 anni, originaria di Parma e Antonina Lo Schiavo, 83 anni, salernitana, vivono da oltre 30 anni in un’umile casa nel centro di Goma, capitale del Nord Kivu nell’est del Congo, a soli 20 km a sud dal vulcano Nyiragongo, uno dei più pericolosi del mondo, esploso la sera di sabato 22 maggio. «La lava – racconta Luisa a “La Voce” – si è fermata a soli 2 km da casa nostra». Distrutto il vicino villaggio di Bushara.Circa 7mila persone hanno raggiunto il Rwanda, mentre 17mila sono fuggite verso sud. In gran parte della città si è avuto un blackout elettrico. Nel 2002 un’eruzione simile ha ricoperto le piste e bloccato gli aerei dell’aeroporto di Goma, provocando 250 morti e lasciando altre 120mila persone senza un tetto. Un’altra eruzione avvenne nel 1977. Mentre siamo al telefono con Luisa, nel primo pomeriggio del giorno successivo, domenica 23, ci racconta in diretta di «diverse scosse di terremoto, alcune forti altre deboli», che proseguono quasi ininterrotte dalla mattina: «per le scosse tremano i deboli vetri della casa a un piano dove io e Antonina viviamo. Ci troviamo vicino alla vecchia Cattedrale (distrutta dall’eruzione nel 2002 e poi ricostruita, ndr), nel centro di Goma. Ieri notte abbiamo tentato anche noi di lasciare la città in macchina, ma siamo state bloccate. Volevamo raggiungere le Piccole Figlie del Sacro Cuore di Gesù, a sud della città. È anche vero – ricorda con amarezza – che ogni volta che io e Antonina lasciamo la nostra casa, qualcuno entra per rubare. Ad esempio, nel 2002 ci hanno saccheggiato tutto».

Le due donne sono aiutate, oltre che da una signora del luogo, da una sentinella diurna e da una notturna. «Solo una stradina divide la nostra casa dalla prigione. Ieri notte i detenuti hanno tentato di fuggire – prosegue Luisa -, abbiamo sentito ripetuti colpi sparati per dissuaderli, alcune pallottole sono arrivate sul nostro tetto di lamiera. Stamattina ho chiesto di poter entrare in carcere per il mio servizio di assistenza, ma mi è stato impedito». Dopo la laurea in Pedagogia e tre anni di insegnamento come maestra, Luisa Flisi nel 1972 ha lasciato Parma per operare all’interno dell’associazione “Fraternità missionaria” fondata a Goma dal padre saveriano Silvio Turazzi. Luisa si trova a Goma dal 1989, mentre Antonina dal 1986. Luisa svolge principalmente assistenza ai carcerati, e in passato è stata molto attiva con l’associazione GRAM nell’assistenza ai malati cronici (soprattutto di AIDS), anche bambini. Antonina guida, invece, una scuola di recupero per le ragazze che non hanno concluso il ciclo scolastico. In Italia non tornano da fine 2019 / inizio 2020. Luisa lo scorso febbraio ha partecipato alla cena con l’ambasciatore italiano Luca Attanasio – i due si conoscevano bene -, la sera prima che fosse ucciso insieme al carabiniere di scorta Vittorio Iacovacci e all’autista congolese Mustafa Milambo. A inizio marzo è stato ucciso anche il magistrato militare Mwilanya Asani William che indagava sull’agguato, avvenuto sulla stessa strada Rutshuru-Goma, a due passi da dove abitano Luisa e Antonina.

Un altro racconto da Goma

Il dottor Aimé Kazighi è uno specialista in ortopedia che lavora all’ospedale diocesano Charité Maternelle di Goma, dove l’Associazione “Amici di Kamituga” ha finanziato una decina d’anni fa la costruzione del reparto di neonatologia. Questa la sua testimonianza: «sabato sera sono rientrato tardi dall’ospedale e, nell’addormentarmi, ho sentito un fragore: era il Nyiragongo tornato in azione. Benché casa nostra si trovi nella Paroisse Saint Esprit, a 30 km, il bagliore rossastro illuminava la notte e la gente si è riversata in strada. La mattina dopo ci ha accolto un cielo plumbeo, con la cenere che si posava lentamente, mentre continuavno le scosse di terremoto. Siamo andati alla Messa di Pentecoste con un forte senso di angoscia. Nel pomeriggio abbiamo appreso che la colata di lava si era divisasi, dirigendosi verso sud, verso il lago, lambendo la città senza danni rilevanti. Abbiamo pensato che lo Spirito Santo fosse venuto in soccorso di Goma. La sera è cominciata una pioggia sporca e, poiché le scosse di terremoto continuavano, quasi nessuno è rimasto in casa. Il vulcano ha rallentato la sua azione. Le autorità sono poco presenti e mal organizzate e da una settimana vige lo stato di emergenza».

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 28 maggio 2021

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“Luca desiderava solo fare del bene”: intervista a suor Delia, missionaria in Congo

1 Mar

Intervista a suor Delia Guadagnini dopo l’attentato in Congo in cui hanno perso la vita Luca Attanasio, Vittorio Iacovacci e Mustapha Milambo: “era un amico sempre disponibile, ci sentivamo spesso”

di Andrea Musacci

«L’uccisione del nostro ambasciatore Luca, del suo carabiniere guardia del corpo Vittorio e dell’autista Mustapha, ci rattrista moltissimo. Luca era una persona amabile. Ci aveva appena incontrati a Bukavu sabato scorso. Si interessava di ciascuno di noi, ci è stato molto vicino durante e dopo l’alluvione qui a Uvira. Potevamo chiamarlo al telefono come si chiama uno di famiglia. Preghiamo per lui, per chi è morto con lui, per le loro famiglie, per i loro uccisori. Pregate per noi e il nostro popolo. Che possiamo tener duro in questi tempi difficili. Un forte abbraccio pieno di sofferenza, aspettando un’alba nuova».
Chi ci scrive è suor Delia Guadagnini delle Saveriane di Maria, dal 1989 in missione a Uvira come coordinatrice delle scuole della diocesi. Una città, quella di Uvira, vicina al luogo dove lunedì scorso è avvenuta la sparatoria nella quale hanno perso la vita l’ambasciatore italiano Luca Attanasio, il carabiniere della sua scorta Vittorio Iacovacci e il loro autista congolese Mustapha Milambo. I tre sono stati uccisi nel villaggio di Kibumba, nella regione del Nord Kivu, per la precisione lungo la strada che da Goma, capoluogo del Nord Kivu, sale verso Rutshuru, passando appunto vicino Kibumba e addentrandosi nel parco nazionale del Virunga.
Le abbiamo rivolto alcune domande sul suo rapporto di collaborazione e amicizia con Luca Attanasio.
Due giorni prima, infatti, il sabato, l’Ambasciatore era stato nella vicina località di Bukavu, per poi il giorno dopo recarsi a Goma dove ha cenato al ristorante italiano “Mediterraneo” con i suoi connazionali, soprattutto missionari saveriani e volontari.


Suor Delia, in che occasione aveva conosciuto Attanasio?
«Il nostro caro Ambasciatore l’ho conosciuto due anni fa quando dovevo rinnovare il mio Passaporto Italiano. Mi chiedevo se dovessi andare in Italia o recarmi a Kinshasa… Poco dopo, siamo state informate dal nostro Consolato a Kinshasa che l’Ambasciatore sarebbe venuto a Bukavu, non lontano da Uvira, e sarebbe stato accompagnato dalla signora Rita che lavorava all’Ambasciata, che si sarebbe resa disponibile a facilitare le pratiche a chi avesse avuto bisogno di rinnovare il passaporto senza andare a Kinshasa. La Provvidenza è arrivata!
In quella occasione abbiamo passato una serata insieme dai Missionari Saveriani a Bukavu dove ha alloggiato due giorni.
A dire il vero il mio primo incontro con lui è stato lì, in uno scantinato dei saveriani. Era in tuta da ginnastica e stava rovistando in un deposito di oggetti africani, statue, maschere, che gli stessi saveriani avevano accatastato lì, dopo aver scelto i pezzi migliori per il Museo che si trova all’entrata della loro casa. Lì ci siamo salutati per la prima volta, abbracciati come fratello e sorella. Subito mi ha fatto sentire a mio agio in quella stanza polverosa, chiedendo di me, delle mie sorelle, di quel che facciamo, delle difficoltà che incontriamo… Mi ha promesso che un giorno o l’altro sarebbe arrivato a Uvira. Lo aspettavamo questa volta ma mi aveva detto al telefono che la sua missione questa volta era piuttosto verso Goma. Non ha comunque rinunciato, anche a costi di una certa fatica, di fare “un salto” a Bukavu per incontrarci lo scorso fine settimana».

Suor Delia Guadagnini


Purtroppo l’ultimo della sua vita…Che persona era Attanasio? Come lo descriverebbe?
«Luca era una persona buona, attenta, amabile, aperta all’altro, desiderosa di fare del bene, di promuovere il bene. Amava il nostro Paese, la Repubblica Democratica del Congo. Penso che in ufficio all’Ambasciata, ci stesse poco. Uomo di relazione, capace di stare coi grandi e coi piccoli, sorridente, affettuoso, pieno di iniziative. Molto colto e altrettanto umile. Attento ai dettagli».


In che modo aiutava la vostra comunità?
«Quando nell’aprile dell’anno scorso, la furia delle acque si è abbattuta su Uvira, Luca mi ha telefonato più volte. Voleva accertarsi che stessimo bene, che avessimo trovato un luogo dove rifugiarci. Chiedeva dove era scappata la popolazione, chi ci stava dando una mano. La sua voce ci ha espresso vicinanza e affetto. Tutte le volte che mi chiamava al telefono, concludeva con queste parole: “Sr. Delia, non si faccia riguardo a chiamarmi, mi dica se avete bisogno di qualcosa, siamo qui per voi!”. Questo era il suo motto: “Siamo qui per voi!”».


Con quale frequenza lei lo incontrava o era in contatto con lui?
«Da quando era Ambasciatore qui in Congo, dal 2017, ci vedevamo una volta all’anno quando veniva a Bukavu per incontrare gli italiani presenti in questa regione, e tra essi, molti missionari. Spesso comunque ci sentivamo al telefono: era come averlo davanti, sorridente, affettuoso, sempre positivo».


Quando è stata l’ultima volta che l’ha incontrato?
«L’ultimo incontro risale all’anno scorso. Allegro, sprizzante, desideroso di conoscere la nostra realtà e di informarci sui vari progetti in cui era impegnato nella nostra Regione. Sempre molto accogliente, sobrio nel vestire e capace di tessere relazioni. Ci ha parlato di sua moglie, delle sue figlie e ci diceva che alla prossima sarebbe venuto anche con loro per far conoscere la nostra realtà. Era accompagnato da due carabinieri che, in un angolo del salone, mentre prendevamo una pizzetta, mi hanno fatto un bell’elogio del nostro Ambasciatore. Con lui stavano molto bene!».


Quando avrebbe dovuto rivederlo o risentirlo?
«Avrei dovuto salire a Bukavu per incontrarlo sabato ma visti i miei molteplici impegni di lavoro, ho rinunciato. Me ne pento…».


Stavate collaborando a qualche progetto in particolare?
«Niente di particolare poiché lui non aveva progetti specifici qui nella zona di Uvira, che peraltro desiderava tanto conoscere…».

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 5 marzo 2021

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Sperimentare insieme linguaggi nuovi per testimoniare Cristo

3 Giu

Il 1° giugno alla Città del Ragazzo si è svolta la terza e ultima tappa della Giornata del Laicato dell’anno pastorale: dal prossimo autunno, torna il Laboratorio della Fede e prende avvio la “Bottega della Parola”, fucina di progetti da realizzare a livello diocesano. L’intervento del nostro Arcivescovo sul tema della missione

pubblico

Conoscersi, prendere consapevolezza, discernere insieme e fare proposte per l’intera Chiesa locale. Questi i momenti che hanno scandito nel corso dell’anno il lungo e complesso lavoro di ricerca e progettazione comunitaria delle laiche e dei laici nella nostra Arcidiocesi. Un cammino fatto di diversi incontri, e di tre tappe fondamenali, le giornate del Laicato svoltesi il 29 settembre il 9 febbraio e il 1° giugno scorsi. Giorgio Maghini, uno degli organizzatori della Giornata del Laicato (GdL) ha posto fortemente l’accento sulla “sperimentazione” di linguaggi e forme nuove dell’evangelizzazione, “per cercare di dare alle verità eterne un linguaggio comprensibile alle realtà di oggi”. I frutti del lavoro di un anno riguardano innanzitutto “un metodo”, utile affinché “l’attitudine all’ascolto reciproco potesse avvenire in maniera ordinata”. Il secondo frutto – ha proseguito Maghini – è rappresentato dalle 180 proposte emerse dalle schede raccolte nella GdL del 9 febbraio scorso, mentre gli altri due, non meno importanti, “da una maggiore conoscenza di quanta vita c’è nella nostra Diocesi, e dalla consapevolezza dello spirito di servizio della GdL nei confronti delle realtà della nostra Diocesi”. Tutto ciò all’interno di una cornice magisteriale che riconosce al laicato il suo ruolo dentro la Chiesa e, di conseguenza, il suo “diritto-dovere” di partecipare e non più delegare: da alcuni documenti del Concilio Vaticano II a “Evangelii Gaudium” (si pensi ad esempio al n. 41), oltre alle due lettere pastorali di mons. Perego, in attesa della terza per il prossimo anno, nella quale centrale sarà il tema della vocazione dei laici. E, sempre pensando al prossimo anno, in autunno prenderà avvio in Diocesi la nuova Scuola di teologia pastorale, che si è scelto di intitolare a Laura Vincenzi, e della quale parleremo più approfonditamente nei prossimi numeri.

Cos’è emerso dalle schede dei laici

Un primo tema frequente in diverse schede riguarda l’ambito della comunicazione della fede: a tal proposito, una proposta ricorrente è stata quella di promuovere gruppi sulla Parola di Dio. In generale, ha spiegato ancora Maghini, “siamo chiamati a uno sforzo comunicativo maggiore e più incisivo, a pensare anche a strumenti diversi o a migliorare quelli già esistenti”. Inoltre, è importante che “la nostra comunicazione dialoghi maggiormente con il resto della comunicazione del territorio della Diocesi, evitando un’ottica di contrapposizione”. Due sono le proposte di lavoro presentate, base della progettazione pastorale del 2019/2020: la prima rigurarda la ripresa dell’esperienza del Laboratorio della fede, già svoltosi lo scorso anno, un progetto di formazione e discussione comunitaria richiesto a gran voce da molti laici. Necessarie sono alcune modifiche: innanzitutto decntrarlo maggiormente (in modo che non sia solo cittadino), attuarlo in collaborazione con realtà diocesane già esistenti, e che concretamente sia luogo di lavoro corresponsabile tra laici e consacrati. L’altra proposta è quella della “Bottega della Parola”, una fucina di progetti concreti – per ora solo ipotizzati – per (ri)tradurre in linguaggi sempre nuovi la Parola di Dio. Una ventina i progetti scelti fra i tanti proposti nelle schede: percorsi condivisi tra parrocchie e insegnanti di religione, la partecipazione a eventi di “volontariato” non diocesani, laboratori di teatro per raccontare la fede e la tradizione della Chiesa, momenti di festa aperti a tutti, non solo ai membri della comunità ecclesiale, percorsi tra le riccheezze artistiche del nostro territorio, un concorso di arte sacra per giovani artisti; e ancora, incontri interculturali e interreligiosi, una commissione mista per pensare a nuove forme liturgiche, scuole di formazione politica e sociale, o nell’ambito della comunicazione. Chiunque lo desideri, può rendersi disponibile a collaborare al Laboratorio della fede o alla “Bottega della Parola” inviando una mail a gdlcollaboro@gmail.com.

Uno stile cristiano fondato sulla missionarietà: l’intervento di mons. Perego

Fare sintesi dell’anno pastorale che sta per concludersi, anche grazie alle riflessioni emerse dalla GdL, e al tempo stesso gettare le basi per il prossimo. Su questo si è concentrato mons. Perego nel suo intervento alla Giornata del Laicato del 1° giugno, anche in vista della Tre giorni del clero in programma nei giorni successivi, e di cui parleremo nel prossimo numero. Gli stili di vita cristiani saranno al centro del prossimo anno pastorale, tema centrato in modo forte sul concetto di missionarietà: “la Chiesa della comunione e della corresponsabilità – ha spiegato il Vescovo – non interpreta questi stili di vita solamente all’interno di essa, ma anche e soprattutto all’esterno, per generare qualcosa di nuovo nella società”. Non a caso, il prossimo anno pastorale prenderà avvio in ottobre, scelto come Mese missionario straordinario dal Santo Padre in occasione dei 100 anni dalla Lettera Apostolica “Maximum Illud” di Papa Benedetto XV, dedicata proprio all’“attività svolta dai missionari nel mondo”. Una questione, quella della missionarietà, più che mai necessaria in un periodo storico come il nostro, dove, in particolare in Occidente e si pensi anche, nello specifico, alla nostra Chiesa locale, “scarseggiano sempre più missionari, fidei donum, seminaristi” e in generale sacerdoti. Senza però dimenticare, dall’altra parte, i tanti laici che scelgono di vivere periodi di volontariato in varie parti del mondo, o i tanti sacerdoti che sempre più, soprattutto dall’Africa, si trasferiscono nelle Diocesi italiane. Contro la tentazione di alcuni cristiani di chiudersi, il Papa propone dunque un rinnovato spirito missionario, tanto nelle nostre città quanto in altri Paesi, con il Mese straordinario e con l’Assemblea Speciale del Sinodo dei Vescovi per la Regione Panamazzonica, in programma dal 6 al 27 ottobre prossimi. “Il tema della missionarietà – ha proseguito il Vescovo – caratterizzerà inoltre il prossimo quinquennio della Chiesa italiana”. Ma una nuova presenza missionaria esige “una nuova forma della missione e della vita della Chiesa, forma che prende spunto dalle esperienze che troviamo negli Atti degli Apostoli. La missione – sono ancora parole di mons. Perego – nasce quindi dal superamento della tentazione della sterilità pastorale, dell’autoreferenzialità, della nostalgia del passato fine a se stessa. Spesso fatichiamo a ripensare noi stessi, il nostro essere Chiesa, a ripensarci insieme, proprio in ordine alla missione, a immaginare una forma diversa della Chiesa. Questa nuova forma ecclesiale, perciò, non richiede solo un cambio delle strutture fisiche, ma anche e soprattutto delle strutture mentali di ognuno: la GdL serve proprio ad aiutare questa trasformazione”. Dalla GdL, sempre nel solco dell’“Evangelii Gaudium”, per mons. Perego è emersa dunque “l’importanza della soggettività del popolo di Dio e l’evangelizzazione come scelta pastorale fondamentale”, scelta che, per essere autentica, “deve mutare il volto delle nostre parrocchie e delle nostre comunità”, che non devono essere introverse ma estroverse, rivolte al “bene dell’intera comunità”, non solo di quella ecclesiale, “ritornando sempre alla novità di Gesù Cristo, accompagnando le persone, ogni persona, nel rispetto della dignità e in uno spirito di solidarietà”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 7 giugno 2019

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