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«Chiesa e società spaccate: gli USA sono sull’orlo di una guerra civile»

25 Giu

Massimo Faggioli, noto storico delle religioni, è intervenuto il 16 giugno nella sua Ferrara: «tra ultraconservatori ed estremisti di sinistra, America divisa come non mai». Il possibile, fondamentale ruolo di Papa Prevost nella sua terra

di Andrea Musacci

Un’America spaccata e ultraideologizzata, che spesso fa della fede cristiana un’arma politica. È questa l’amara analisi che Massimo Faggioli, storico delle religioni e docente alla Villanova University (da settembre a Dublino, v. box sotto) ha proposto lo scorso 16 giugno a Ferrara, nella Sala del coro del Monastero del Corpus Domini. Faggioli – ferrarese d’origine e in vacanza con la famiglia nella sua amata città d’origine – è intervenuto sul tema “Papa Leone XIV e l’America nella Chiesa e nel mondo oggi”, introdotto da Piero Stefani e Francesco Lavezzi, per un incontro organizzato da UP Borgovado, Istituto Gramsci Ferrara, SAE Ferrara, CEDOC Santa Francesca Romana. Incontro che, nonostante le forti piogge, ha visto un’ampia partecipazione di pubblico. Ricordiamo che Faggioli è stato negli ultimi anni più volte intervistato – o recensito – dalla “Voce”: l’ultima, lo scorso 16 maggio, proprio sull’elezione di Papa Leone XIV.

Dopo il «tumultuoso papato del gesuita Francesco», è stato eletto un papa agostiniano, ha esordito Faggioli. E un Papa statunitense, «una novità assoluta e inaspettata». Questa scelta del Conclave «ha rotto un tabù, in quanto si dava per scontato che un cittadino di una grande “potenza coloniale” non potesse essere papa perché ciò avrebbe significato un’inconcepibile sovrapposizione». Un papa, dunque, «non europeo, non mediterraneo ma con anche sangue creolo e africano». Un aspetto, questo, per Faggioli decisivo «perché è un modo del Conclave di dare una risposta a questo particolare periodo della storia americana», dominata dal trumpismo.

IL NUOVO INTEGRALISMO ULTRACONSERVATORE

Periodo in cui la «svolta politica e ideologica della destra USA – per Faggioli – ha rimpiazzato quell’evangelicalismo» tipico di certe Chiese della galassia protestante. Si tratta di una forma di integralismo portata avanti, però, soprattutto non da «blogger che lo fanno a tempo perso ma da persone che magari hanno la cattedra ad Harvard»…Intellettuali, insomma, docenti universitari. O meglio, anche da tante persone semplici e ceto medio, ma guidati da professori accademici che han dato vita a vere e proprie «teologie integraliste» e che hanno nel vicepresidente JD Vance il loro punto di riferimento. Il cattolicesimo USA, quindi, «è diventato anche questo», e si differenzia dal «conservatorismo cattolico USA tradizionale, che aveva un’idea forte di democrazia, che anzi per loro andava non solo difesa ma esportata, anche con le armi».

Riguardo a quest’anima cattolica ultraconservatrice, secondo Faggioli, gli USA «non stanno vivendo un normale passaggio di governo» ma «un cambio di regime, che non sappiamo dove porterà il Paese. Due mesi fa – ha spiegato Faggioli – mi è stato sconsigliato di lasciare gli USA per venire in Italia e in ogni caso di scegliere bene l’aeroporto dal quale partire, evitando ad esempio quello di Atlanta, viste le dure politiche antimmigrazione di quel Distretto». E tutto ciò, nonostante «io viva negli USA da molti anni e abbia un lavoro stabile». E sulla polemica fra Trump e l’Università di Harvard riguardante i fondi governativi e i visti per gli studenti stranieri, Faggioli ha criticato il giornalista Federico Rampini che – a suo dire – avrebbe sottovalutato questa “minaccia” di Trump: la sua, invece, è una scelta molto grave perché è anche «un messaggio che manda a tutte le Università americane: “se non assumete determinate posizioni politiche, potreste subire conseguenze di questo tipo”». In America, quindi, «si attende una voce forte come quella del Papa», che «ricordi agli USA cosa vuol dire – nel profondo – essere America». Insomma, Prevost «è atteso a mandare certi messaggi, anche agli USA. Per ora è prudente, ma se Trump continuerà così, potrebbe esporsi maggiormente». Molti fra gli stessi Vescovi statunitense «han creduto che Trump fosse meglio di Kamala Harris, non immaginando il suo peggioramento a livello democratico». Questo peggioramento «sta portando quindi molti di loro a non sostenere più Trump».

UN’AMERICA CHE NON CREDE PIÙ IN SÉ STESSA

Papa Leone XIV è «cosciente di quanto sia enormemente complicata questa situazione», con un’America «molto divisa» e addirittura «in certe zone sull’orlo della guerra civile». Ciò “costringerà” il Papa ad «affrontare in modo diverso il suo rapporto con gli USA e col mondo cattolico statunitense». USA che ha come propria essenza un intreccio originale e complesso tra politica e religione, e che «storicamente sono anticattolici», dalle origini fino alla diffidenza di molti verso Kennedy. Stati Uniti che invece oggi sono «sempre più cattolici e sempre più secolarizzati, e sempre meno protestanti. Negli ultimi decenni le chiese si sono svuotate e i luoghi di espressione della fede sono diventati i partiti politici», dominati da «un purismo ideologico totale». 

USA, come detto, che stanno vivendo «un momento di coalizzazione ideologica e religiosa che non si vedeva dai tempi della guerra civile sulla questione della schiavitù» e più pericolosi persino di «momenti simili vissuti negli anni ’60, con le battaglie per i diritti civili, e negli anni ’90 con gli scontri razziali». In entrambi questi momenti – ed è questa per Faggioli la differenza radicale – tutti avevano una forte fede negli Stati Uniti d’America», perché «l’America è sostanzialmente un atto di fede nell’America». Oggi, invece, «il problema della secolarizzazione non riguarda solo il fatto che la gente non va più in chiesa ma che non crede proprio più nell’America». Le lotte politico-ideologiche di questi anni «contro il colonialismo, lo schiavismo, il patriarcato hanno convinto molti giovani che gli USA sono un errore» in quanto tali, fin dalla loro nascita. Queste lotte, insomma, «erodono alle fondamenta la ragione profonda di esistere di una civiltà che invece da sempre si presenta come plurale, aperta, difenditrice della libertà e della democrazia».

UN’AMERICA E UNA CHIESA SPACCATE

Papa Leone XIV ha dunque in carico un’America che vive «una crisi fondamentale di fede in sé stessa», e che quindi «non ha più fede nell’essere una nazione cristiana civile». Oggi negli USA il cristianesimo, e nello specifico il cattolicesimo, per Faggioli «è trasformato in ideologia politica» ed è «spaccato in due, destra e sinistra»: la prima è «integralista, ultraconservatrice, etnonazionalista e dominata da un cinismo assoluto», la seconda si presenta invece come «inclusiva e tollerante», ma i “cattolici democratici” «sono quasi scomparsi o spesso tengono segreto il loro essere cattolici». Molti cattolici, inoltre – ha analizzato Faggioli – «negli USA sono impauriti da certo estremismo ideologico di parte della sinistra», soprattutto sui temi legati all’ideologia gender: secondo quest’ultima, infatti, «i bambini possono scegliere il loro genere ed è successo che in alcuni casi, pur ancora rari, se i genitori hanno obiettato contro questa scelta prematura, sono stati denunciati. Io dunque vedo anche questo estremismo», non solo quello fondamentalista di Vance&co. 

«Vedremo quindi – ha proseguito Faggioli – se tra queste due anime della Chiesa USA vi sarà una soluzione». Per ora, l’unica cosa certa è che si tratta di «due visioni diverse di Chiesa sulla teologia, la catechesi, la pastorale; due movimenti diversi che convivono a fatica». Oggi dunque «la questione statunitense, del futuro della sua democrazia è anche «un tema teologico. Fino a 30 anni fa, invece, si poteva contare sul fatto che gli USA avessero imparato il dna della democrazia, dei diritti, mentre oggi vi sono voci autorevoli che dicono “abbiamo avuto troppa democrazia, troppa libertà, bisogna sfalciare un po’, iniziando dagli immigrati”». «Non so – ha detto poi – se negli USA ci sarà una guerra civile, ma storicamente in questo Paese questa è sempre stata vista come positiva», sull’idea di base che «i conflitti vanno prima o poi risolti per via armata».

COSA CI SI ASPETTA DA PAPA LEONE XIV

Tornando a Papa Leone XIV, Faggioli ha spiegato come «viene da un retroterra molto particolare», lui che è stato ordinato prima diacono e poi prete «da due Vescovi considerati molto progressisti»: viene quindi da «una Chiesa molto sociale». E Papa Prevost «conosce molto bene la Chiesa USA, non ha bisogno di farsela spiegare, interpretare, tradurre», anche perché negli anni «ha sempre mantenuto con questa contatti molto stretti». A breve avrà nomine importanti e delicate da fare, come quella dell’Arcivescovo di New York, «nomina di grandissimo peso», e quella del «nuovo Nunzio apostolico negli Stati Uniti, che soprattutto in questo contesto politico è un ruolo molto importante».

È importante – ha spiegato ancora Faggioli –  «che Papa Leone XIV non sia identificato come rappresentante di una Chiesa fascista, razzista, sessista, come invece molti oggi vedono la Chiesa cattolica negli USA» e il cattolicesimo à la Vance. In ogni caso, si trova in una fase politica e ideologica molto delicata. La storia gli ha assegnato, fra i vari compiti, uno complicatissimo: ricostruire l’unità in tutta la Chiesa universale, e in particolare in quella della sua terra.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 27 giugno 2025

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(Foto Sergio Flores – AFP/SIR)

FAGGIOLI A DUBLINO

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Il 12 giugno il Loyola Institute del Trinity College di Dublino ha annunciato la nomina di Massimo Faggioli a Professore di Ecclesiologia Storica e Contemporanea. Faggaioli lascia quindi gli USA (dove viveva dal 2008) e la Villanova University, dove ha iniziato a insegnare nel 2016.

La pace è un’amicizia: gruppi e progetti con uniti israeliani e palestinesi

21 Giu


Dal villaggio cooperativo all’associazione di genitori, dal gruppo delle donne a quello degli artisti…: sono tanti i luoghi concreti in Terra Santa dove israeliani e palestinesi convivono in armonia, costruendo giorno dopo giorno un futuro differente

Vi presentiamo alcuni esempi molto quotidiani e dal basso, di come, al di là dei conflitti, la pace fra le persone si stia già costruendo. Esempi da far conoscere e moltiplicare.

NEVE SHALOM – WAHAT AL-SALAM

Neve Shalom Wahat al-Salam (NSWAS) è un villaggio cooperativo nel quale vivono insieme ebrei e palestinesi, tutti di cittadinanza israeliana. 

Equidistante da Gerusalemme e da Tel Aviv, il villaggio fu fondato nel 1972, dal padre domenicano Bruno Hussar, ebreo divenuto cristiano, e Anne Le Meignen. Il nome, che significa “Oasi di pace”, deriva da uno dei libri di Isaia (32,18): “Il mio popolo abiterà in un’oasi di pace”. 

Nel 1977 vi si insediò la prima famiglia. Nel 1999 le famiglie residenti erano 30; oggi sono circa 80 e altre nuove famiglie vi stanno costruendo le loro case. 

I membri di Nevé Shalom – Wahat al-Salam dimostrano in modo tangibile che ebrei e palestinesi possono coesistere. Gestito in modo democratico, il villaggio è di proprietà dei suoi stessi abitanti e non è affiliato ad alcun partito o movimento politico.

(www.oasidipace.org)

PARENTS CIRCLE

Il Parents Circle – Families Forum (PCFF) è un’organizzazione congiunta israelo-palestinese di cui fanno parte oltre 600 famiglie che hanno perso un familiare stretto a causa del conflitto tra Israele e Palestina. L’organizzazione fu creata nel 1995 da Yitzhak Frankenthal, il cui figlio Arik era stato rapito e ucciso nel 1994 da Hamas, insieme ad altre famiglie israeliane in lutto. 

Nel 1998 il gruppo ha tenuto i suoi primi incontri con le famiglie palestinesi a Gaza; tuttavia, questa connessione fu interrotta a seguito della Seconda Intifada. Nel 2000, il PCFF è riuscito a ristabilire il suo legame con le famiglie palestinesi, incorporando famiglie della Cisgiordania.

(www.theparentscircle.org)

THE ROAD TO RECOVERY

Road to Recovery è un’organizzazione di volontari che ogni giorno aiutano le persone palestinesi a spostarsi in auto per raggiungere gli ospedali in Israele. Nel 1993 alcuni militari di Hamas uccisero un soldato israeliano, Udi, mentre stava tornando a casa dopo il servizio di riserva nella striscia di Gaza. In seguito a questa perdita, il fratello di Udi, Yuval Roth, iniziò a frequentare il Parents Circle, dove conobbe Muhammed Kabeh, arabo originario di una cittadina vicino Jenin, che un giorno gli chiese un favore: dare un passaggio a suo fratello malato di cancro dal check point fino all’ospedale. Yuval rispose di sì. L’esigenza di questo tipo di attività fu subito evidente. 

Le persone palestinesi malate o con figli che avevano bisogno di cure potevano accedere agli ospedali in Israele ma non avevano modo di raggiungerli dai check point. Nacque così Road to Recovery, l’associazione di volontariato che oggi compie circa 10mila viaggi ogni anno.

(www.theroadtorecovery.org)

ALLIANCE FOR MIDDLE EAST PEACE

L’Alleanza per la Pace in Medio Oriente (ALLMEP) guida una rete in crescita di oltre 170 organizzazioni della società civile, con centinaia di migliaia di palestinesi e israeliani che vivono e lavorano nella regione. 

L’Alleanza promuove la cooperazione, la fiducia, la giustizia, l’uguaglianza, la comprensione reciproca e la pace all’interno e tra queste comunità. 

Fondata nel 2006 e con sede a Washington, ALLMEP immagina un Medio Oriente in cui la sua comunità di costruttori di pace palestinesi e israeliani guidi le proprie società verso e oltre una pace sostenibile. ALLMEP è convinta che i programmi di peacebuilding interrompono e invertono molti atteggiamenti e convinzioni che alimentano il conflitto. Dentro ALLMEP esiste anche un gruppo specifico formato da sole donne, Women’s Leadership Network.

(http://www.allmep.org)

COMBATANTS FOR PEACE 

Lo scorso autunno, una donna palestinese, Rana Salman e una israeliana, Eszter Koranyi hanno percorso l’Italia per presentare il gruppo da loro fondato, “Combatants for Peace” (“Combattenti per la pace”), associazione nata durante la Seconda intifada da una serie di incontri segreti a Betlemme tra miliziani palestinesi e soldati israeliani decisi a costruire un presente e un futuro possibili nell’unico modo realistico: insieme. Nel tempo, l’organizzazione si è aperta anche a chi non ha un “passato armato” ma vuole unirsi al combattimento per la pace.

(www.cfpeace.org)

CARTOONING FOR PEACE

Cartooning for Peace è una rete internazionale di vignettisti impegnati nella stampa che usano l’umorismo per lottare per il rispetto delle culture e delle libertà. 

Si tratta di 344 fumettisti in 78 Paesi, fra cui due vignettisti di fama internazionale: il palestinese figlio di rifugiati Fadi Abou Hassan “Fadi Toon” e l’israeliano figlio di un sopravvissuto alla Shoah Michel Kichka, entrambi esponenti di punta della rete.

(www.cartooningforpeace.org)

RABBIS FOR HUMAN RIGHTS (RHR)

Fondata nel 1988, si dedica alla promozione e alla tutela dei diritti umani in Israele e nei Territori Palestinesi. Composta da rabbini e studenti di rabbinica provenienti da diverse tradizioni ebraiche, tra cui riformata, ortodossa, conservatrice e ricostruzionista, RHR è animata dai profondi valori ebraici di giustizia, dignità e uguaglianza.

(www.rhr.org.il)

WOMEN WAGE PEACE

Fondata all’indomani della guerra di Gaza/Operazione Margine Protettivo del 2014, Women Wage Peace (WWP) conta oggi 50.000 membri israeliani ed è oggi il più grande movimento pacifista popolare in Israele. La teoria del cambiamento di WWP riflette il conflitto israelo-palestinese e la sua risoluzione attraverso una lente di genere.

(www.womenwagepeace.org)

WOMEN OF THE SUN

Le donne palestinesi costituiscono più della metà della società palestinese, ma occupano meno del 12,5% delle posizioni di leadership in Palestina. 

Per questo, nasce il movimento femminile “Women of the sun”. «Siamo le donne che si trovano di fronte al muro di ostacoli e difficoltà che, come donne palestinesi, affrontiamo per un futuro migliore», spiegano nel loro sito. «Pertanto, è necessario aumentare la partecipazione politica e il processo decisionale delle donne, far sentire la loro voce e chiedere il riconoscimento della legge, per ottenere l’indipendenza delle donne (socialmente, politicamente ed economicamente)».

(www.womensun.org)

IL LIBRO “ISRAELE E PALESTINA: LA PACE POSSIBILE” 

Il volume è uscito alcuni mesi fa ed è a cura del caporedattore del mensile “Confronti”, Michele Lipori. Un volume scaturito dagli appuntamenti del pluridecennale progetto “Semi di pace” promosso dalla rivista e Centro studi interreligioso “Confronti” con i contributi dell’8xmille della Chiesa valdese. 

Fra i testi presenti, le interviste a Rana Salman di Combatants for Peace, della suora egiziana Nabila Saleh della congregazione delle missionarie di Nostra Signora del Rosario da 13 anni a Gaza, della scrittrice Orna Akad, degli attivisti Mossi Raz di Peace Now e Yael Admi di Women Wage Peace.

(Un articolo di presentazione si trova qui: http://www.terrasanta.net/2025/01/voci-dal-fronte-pacifista-costruire-dal-basso-qui-e-ora/)

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 20 giugno 2025

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(Foto: bimbi della comunità Neve Shalom Wahat al-Salam – da Facebook)

Palestinesi contro Hamas: i racconti dei dissidenti che (quasi) nessuno ascolta

20 Giu

di Andrea Musacci

Da fine marzo a fine maggio 2025 Amnesty International ha raccolto documentazione su – è scritto sul loro sito – «un preoccupante ripetersi di minacce, intimidazioni e persecuzioni – inclusi interrogatori e pestaggi da parte delle forze di sicurezza di Hamas – ai danni di persone palestinesi della Striscia di Gaza che stavano esercitando il loro diritto di protesta pacifica». Tra le persone intervistate da Amnesty, un abitante del quartiere al-Alatra di Beit Lahia, città nel nord di Gaza: «Abbiamo il diritto di vivere con dignità. Abbiamo iniziato a manifestare perché vogliamo una soluzione alla nostra sofferenza. Nessuno ci ha incitato a protestare o ci ha detto di farlo. Le persone protestano perché non riescono più a vivere, vogliono che le cose cambino. Le forze di sicurezza [di Hamas] ci hanno minacciato e picchiato, ci hanno accusati di essere traditori solo perché abbiamo preso la parola. Continueremo a protestare, non importa a quale rischio». Il 16 aprile questa persona e altre sono state portate in un edificio trasformato dalle forze di sicurezza di Hamas in un improvvisato centro di detenzione: «Erano una 50ina di persone. Mi hanno colpito coi bastoni di legno sul collo e sulla schiena. Mi urlavano che ero un traditore, un collaborazionista del Mossad». Un altro uomo è stato convocato più volte per interrogatori ma ha sempre rifiutato, fino a quando, lo scorso 17 aprile, i servizi di sicurezza di Hamas sono venuti a prenderlo a casa. Ecco il suo racconto: «Mi hanno preso a bastonate e a pugni in faccia. Le botte non erano così dure, penso più che altro fossero una minaccia. In precedenza, dopo una protesta, una persona affiliata ai servizi si era avvicinata, avvisandomi che mi avrebbe sparato ai piedi se avessi continuato a manifestare».

Proseguendo, come riporta moked.it, lo scorso aprile due dissidenti palestinesi sono intervenuti nel corso di un incontro organizzato a Palazzo Carpegna (Senato della Repubblica Italiana) dal sen. Ivan Scalfarotto. Muhammad ha 25 anni, è originario del nord della Striscia, ma è sfollato al sud. Muhammad è un nome di fantasia. Solo così ha potuto testimoniare, in diretta da Gaza, intervenendo insieme a un altro dissidente, Hamza Howidy, lui fisicamente presente, all’incontro “Voci da Gaza”. A intervistarli la giornalista Sharon Nizza. Queste le parole di Muhammad: «I gazawi protestano contro Hamas per non aver accettato la mediazione egiziana, che poneva come condizione il disarmo del gruppo. Il popolo palestinese si è reso conto che Hamas sta negoziando esclusivamente per i propri interessi, per rimanere al potere, anche a scapito di migliaia di vittime. Oggi Hamas ha ucciso un giovane, facendo irruzione nella stanza di un ospedale nonostante le proteste dei medici; Hamas non è interessato alle sofferenze del popolo di Gaza». Secondo Muhammad, i gazawi «sono consapevoli del fatto le loro privazioni sono causate da Hamas e non ne possono più: vogliono che esca dalla scena politica». «A Gaza serve un nuovo governo che metta al primo posto gli interessi del popolo. Sarà quello il primo passo per diventare uno Stato sovrano», ha dichiarato poi Howidy.

Bet Magazine Mosaico (mosaico-cem.it) riporta le parole di Ahmed Fouad Alkhatib, dissidente palestinese: «Radere al suolo un territorio con oltre 2 milioni di persone per colpire circa 15.000 terroristi, al fine di raggiungere 23 ostaggi vivi e 35 corpi — che prego Dio vengano salvati e liberati al più presto — sembra qualcosa di ampiamente sproporzionato, incredibilmente irresponsabile», scrive l’attivista palestinese, aggiungendo: «Ma — e non fatevi ingannare — Hamas ha preso decisioni che ci hanno portati fin qui; Hamas è un partner malvagio nella distruzione dei sogni e delle aspirazioni del popolo palestinese». Le violazioni della libertà di stampa da parte di Hamas sono state documentate dal Committee to Protect Journalists (CPJ). Giornalisti come Tawfiq Abu Jarad e Ibrahim Muhareb hanno subito minacce, pestaggi e intimidazioni da parte di Hamas per aver tentato di documentare proteste e condizioni di vita nella Striscia.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 20 giugno 2025

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(Foto: un momento della prima manifestazione, a Beit Lahia – Vatican News)

«Siamo contro il regime islamico e contro la guerra»

19 Giu
Rayhane Tabrizi (foto Lorenzo Ceva Valla)

La nostra intervista a Rayhane Tabrizi, dissidente iraniana a Milano: «in Iran i miei amici tra gioia e paura. La caduta del regime degli ayatollah avrà effetti positivi anche in Ucraina e Gaza»

di Andrea Musacci

«Noi iraniani non vogliamo la guerra ma desideriamo che cada l’oppressivo regime degli ayatollah in Iran». Come “Voce” abbiamo contattato telefonicamente Rayhane Tabrizi (foto Lorenzo Ceva Valla), nata a Teheran nel 1979, residente in Italia, a Milano, dal 2008. Rayhane è tra le fondatrici dell’Associazione Maanà, attiva proprio a Milano e nata dalle manifestazioni di sostegno ai dissidenti in Iran dopo l’uccisione di Mahsa Amini, giovane donna curdo-iraniana di 22 anni arrestata e uccisa dalla polizia morale il 14 settembre 2022 per aver indossato l’hijab in modo “improprio”.

Rayhane, mi parli un po’ di lei, dal periodo in Iran alla scelta dell’Italia…

«Sono nata in Iran nel 1979, proprio l’anno della rivoluzione islamica. Ho vissuto a Teheran fino all’età di 29 anni, e lì, dopo gli studi, ho anche lavorato per 8 anni come assistente di volo per la compagnia di aereo nazionale. Poi mi sono trasferita in Italia per motivi familiari e da allora, dal 2008, vivo a Milano, dove dal 2013 lavoro nell’ambito dell’informatica».

Proprio nella capitale lombarda ha fondato l’Associazione Maanà: da chi è composta e di cosa si occupa?

«Sì, sono la Presidente di Maanà, che ho fondato nell’aprile 2023 assieme ad altre attiviste e attivisti iraniani – atei, musulmani, o buddisti come me – conosciuti all’inizio del movimento “Donna Vita Libertà” a Milano. L’Associazione è nata per avere un’identità ufficiale e per poter collaborare con istituzioni, raccogliere firme, organizzare eventi e progetti per promuovere la cultura iraniana, con un forte messaggio politico: quello di “Donna Vita Libertà”».

Israele nei giorni scorsi ha nuovamente attacco l’Iran: può essere una speranza per il rovesciamento del regime iraniano o l’inizio di una guerra molto più ampia in Medio Oriente?

«Viviamo un momento molto complicato: da una parte, vi è la gioia per il possibile crollo della struttura islamica che domina in Iran. Dall’altra parte, il dolore di vedere anche civili fra le vittime dei missili israeliani, le cui operazioni, infatti, non sono del tutto “chirurgiche”…E siamo preoccupati in particolare per i nostri familiari che vivono in Iran, soprattutto a Teheran. Io – e molti di noi – abbiamo già vissuto la guerra Iran-Iraq: quando avevo da 1 anno a 9 anni, ho vissuto sotto le bombe e so cosa significa. Certo, l’obiettivo finale è di liberarci dal regime islamico ma non vogliamo la guerra». 

Il movimento in Iran contro il regime di Khamenei in che condizioni è?

«Il movimento contro il regime nacque subito, nel 1979, dopo la rivoluzione islamica, ma purtroppo la guerra contro l’Iraq ha convinto molti iraniani che innanzitutto bisognava combattere contro il comune nemico esterno. E così temo accadrà anche con l’attuale guerra contro Israele, soprattutto se ad essere uccisi dai missili israeliani saranno anche civili. In ogni caso, oggi non si può prevedere cosa accadrà».

Rayhane, immagino sia in contatto con amici, parenti in Iran. Qual è il loro parere sul regime degli ayatollah e cosa sperano dall’attuale attacco israeliano?

«Sì, sono in contatto con loro via telefono, dato che il regime ha bloccato internet. Tutti i miei amici e parenti che vivono in Iran vogliono evitare la guerra, hanno tanta paura, alcuni dormono fuori casa o al centro della propria stanza, lontani dalle finestre. Vivono nella paura, nonostante la gioia nel vedere il regime che crolla».

Come dissidenti iraniani non vi sentite dimenticati da parte dell’opinione pubblica italiana e occidentale, molto concentrata sui palestinesi?

«Mio marito – italiano – è un attivista per i diritti, fra cui quello del popolo ucraino, che io stessa sostengo nei cortei e con aiuti concreti. L’appoggio al popolo ucraino è quindi più che legittimo ma in Italia spesso si dimentica che è il regime iraniano a sostenere il regime di Putin, finanziandolo e dandogli i droni che colpiscono il territorio ucraino. Allo stesso modo condanno ciò che Netanyahu sta facendo a Gaza, per tutti i civili che sta uccidendo, ma il problema è l’esistenza di Hamas, la cui radice è legata al regime iraniano degli ayatollah. Israele non avrebbe dovuto distruggere Gaza ma lavorare per indebolire la fonte di Hamas, cioè il regime di Khamenei. Insomma, la testa di Hamas è a Teheran. 

Aiutateci – è il mio appello – a liberarci da questo regime ed effetti positivi li vedremo anche in Ucraina, a Gaza e in Israele. Hamas – come il regime degli ayatollah – non riconosce né lo Stato di Israele né l’Olocausto, mentre noi auspichiamo la soluzione “Due popoli due Stati”. Tanti italiani la pensano come me, ma tanti altri, purtroppo, no, come i cosiddetti “propal”, che mai condannano Hamas e il regime islamico iraniano».

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 20 giugno 2025 

Referendum 8-9 giugno: lavoro e cittadinanza, ecco perché è importante votare

6 Giu

Alessandra Annoni e Silvia Borelli, docenti di UniFe, spiegano gli obiettivi dei 5 quesiti a cui siamo chiamati a rispondere col voto nelle urne. Tanti i temi che toccano la vita quotidiana: dai contratti precari agli incidenti sul lavoro, dai licenziamenti ai diritti civili legati all’acquisizione della cittadinanza

di Andrea Musacci

Quanto spesso nei normali discorsi fra le persone si sente – giustamente – lamentare del lavoro precario, delle cosiddette “morti bianche” (che quasi mai sono “bianche”), dei licenziamenti ingiusti (individuali o collettivi), dell’assurdità di persone – che incontriamo a scuola, al lavoro – che vivono da tanti anni nel nostro Paese e non sono riconosciuti cittadini come noi…

L’8 e il 9 giugno, ognuno di noi è chiamato a votare su 5 quesiti referendari riguardanti proprio lavoro e cittadinanza. Un’ottima occasione, quindi, per esprimere la propria opinione su temi che riguardano o potranno riguardarci direttamente, o persone a noi care, con le quali condividiamo momenti delle nostre quotidianità: i licenziamenti, i contratti a termine, la responsabilità negli appalti, la cittadinanza per gli stranieri. Le cinque schede di diverso colore rappresentano altrettanti ambiti su cui gli elettori sono chiamati a esprimersi.

La sera dello scorso 27 maggio nel Cinema Santo Spirito di Ferrara erano oltre 200 le persone (fra cui diversi giovani) ritrovatesi per l’incontro organizzato da alcune associazioni e movimenti ecclesiali ferraresi (Azione Cattolica, ACLI, AGESCI, MASCI, Movimento Rinascita Cristiana, Comunità Papa Giovanni XXIII, Salesiani cooperatori). Le relatrici sono state Alessandra Annoni, professoressa ordinaria di Diritto internazionale all’Università di Ferrara e Silvia Borelli, professoressa associata di Diritto del Lavoro dello stesso Ateneo. L’incontro è stato introdotto e moderato da Alberto Mion. Una forte risposta dei ferraresi per un’iniziativa di alto livello nel quale le due esperte hanno aiutato i tanti presenti a chiarire alcuni dubbi riguardanti temi sicuramente complessi. Con un appello ad andare a votare l’8-9 giugno per due motivi di fondo: per segnalare al Parlamento che questi temi interessano tutti i cittadini e le cittadine; come occasione per interrogarci sul modello cittadinanza, cioè su cosa significa essere cittadino/a italiano/a, qual è la nostra idea di popolo oggi. Popolo, lo ricordiamo, di una Repubblica democratica (dove il referendum è uno degli strumenti diretti di questa democrazia) fondata sul lavoro. Lavoro che, appunto, si vuole tutelare attraverso i primi 4 requisiti referendari.

Tante sono state anche le domande e le riflessioni dal pubblico a conclusione dell’incontro. La registrazione integrale dell’iniziativa a S. Spirito è disponibile sul canale You Tube della nostra Arcidiocesi: youtube.com/@chiesadiferraracomacchio

Vediamo ora nel dettaglio i cinque quesiti referendari attraverso l’analisi di Silvia Borelli e Alessandra Annoni.

Continua a leggere l’articolo qui.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 6 giugno 2025

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«Senza partecipazione siamo già in una post-democrazia»: Pizzolato per la Scuola di Politica

27 Mag

Non esiste democrazia senza partecipazione attiva di tutti.Questa provocazione è risuonata forte lo scorso 23 maggio a Casa Cini nelle parole di Filippo Pizzolato, docente di Istituzioni di diritto pubblico all’Università di Padova, intervenuto nell’ambito della Scuola di Formazione Politica. Scuola che ha in programma altri due incontri: 28 maggio, ore 20.30, “Laboratorio politico. Quale visione della città e lavoro nel nostro territorio? Una riflessione col metodo della conversazione sinodale”; 4 giugno, ore 20.30, “Ferrara e il lavoro. Dai dati statistici a una visione prospettica”, con interventi di Valentina Marchesini, imprenditrice, e Giampiero Magnani, CDS Cultura OdV.

La nostra Costituzione – ha spiegato Pizzolato è considerata «trasformativa», cioè non punto di arrivo di una determinata fase, non «Costituzione-bilancio» ma «Costituzione-programma». Impegna dunque istituzioni e cittadini ad un compito grande, ad avviare una trasformazione: è una Costituzione «polemica nei confronti del presente». Espressione forse più grande di questo, è il comma 2 dell’art. 3: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese». La «fioritura dell’umano» è il compito, quindi, della nostra Repubblica, che però non si può raggiungere senza la «partecipazione attiva e consapevole» delle cittadine e dei cittadini, in particolare attraverso il lavoro (inteso – oggi più che mai – nelle sue molteplici forme). Dal ’48 ad oggi – e il rischio forse aumenta sempre più – abbiamo perduto, dimenticato questo orizzonte “penultimo”. Anzi, la maggior parte delle persone – quando non sono indifferenti – concepiscono la democrazia come «mera procedura» e «rituale» delle urne (quest’ultimo aspetto è esso stesso sempre più in crisi). La nostra, insomma, è sì una democrazia anche rappresentativa, dove un ruolo importante è rivestito dalla delega, ma ancor più importante è la partecipazione diretta, effettiva e concreta di ogni cittadino/a ai rapporti sociali, economici (si pensi all’art. 1) e politici. 

La finta alternativa – sempre più in essere soprattutto negli ultimi 30 anni – è l’antipolitica dal basso e dall’alto, la «tecnocrazia», il «governo degli eletti».Anche a livello europeo: «non si può sempre agitare lo spettro dei sovranismi per giustificare il mancato coinvolgimento dei cittadini europei su questioni fondamentali come quella del riarmo», ha detto Pizzolato. Una «torsione oligarchica sempre presente nella logica del potere», che in Italia – e non solo – continua a produrre una sempre maggiore ricerca del leader forte (anche a livello locale) parallelamente a un sempre maggiore svuotamento dei corpi intermedi (in primis, i partiti). In questa visione distorta e formalistica della democrazia, per Pizzolato rientrano anche i discorsi sulle cosiddette Riforme costituzionali, che «sganciano la seconda parte della Costituzione dalla prima: in Italia siamo già alla post-democrazia». 

Insieme a una riscoperta del senso autentico della sussidiarietà («spesso usata per privatizzare»), vanno ripensati i partiti politici (e la loro democraticità interna), che per decenni hanno avuto «solide radici sociali, economiche e culturali nei territori», mentre oggi sono ridotti a essere «strutture galleggianti sul niente», non trasformando più «l’energia sociale per portarla nelle istituzioni». Si tratta, quindi, di «organizzare la fragilità», di «cooperare» per trasformare la società. Se la politica non fa questo, la Costituzione rimane solo sulla carta. Con le conseguenze che già sono sotto i nostri occhi.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 30 maggio 2025 

Dialogo, umiltà e concretezza: le parole della buona politica

16 Mag


Scuola diocesana di formazione. Due amministratori del territorio, Isabella Masina ed Elia Cusinato, hanno risposto alle domande di alcune giovani liceali di Ferrara

Chi l’ha detto che i giovani considerano la politica qualcosa a loro aliena?

La sera dello scorso 7 maggio Casa Cini, Ferrara, ha ospitato il secondo incontro della Scuola diocesana di formazione politica. Virginia Balboni, Anna Battaglini e Sofia Righetto, in rappresentanza della loro classe, la V^ N del Liceo Ariosto di Ferrara, aiutate dal loro prof. di Religione Nicola Martucci, hanno elaborato una serie di domande che han posto a due amministratori del nostro territorio: Isabella Masina,Vicesindaca Comune di Voghiera, in politica da 16 anni, Vicepresidente nazionale di “Avviso Pubblico”; ed Elia Cusinato, Consigliere Comune di Ferrara per il PD (alla sua seconda esperienza in questo ruolo), originario di Francolino, dov’è anche catechista in parrocchia. 

Ricordiamo che il primo incontro della Scuola si è svolto il 30 aprile con gli interventi dell’urbanista di UniFe Romeo Farinella e di Chiara Sapigni (Ufficio Statistica Provincia) sul futuro di Ferrara. Il prossimo incontro, previsto per il 14 maggio, è stato spostato al 4 giugno: relatori saranno Valentina Marchesini, imprenditrice, e Gianpiero Magnani, CDS Cultura OdV su “Ferrara e il lavoro. Dai dati statistici a una visione prospettica”. Il prossimo incontro è in programma il 23 maggio sul tema “Per una democrazia trasformativa: la democrazia come diritto di tutti i cittadini”.Interverrà Filippo Pizzolato, Docente di Istituzioni di diritto pubblico, Cattolica Milano. A seguire, il 28 maggio, “Laboratorio politico. Quale visione della città e lavoro nel nostro territorio?”, una riflessione col metodo della conversazione sinodale.

CHE COS’È IL BENE COMUNE?

La sera del 7 maggio, innanzitutto le ragazze hanno cercato di dare una definizione – per quanto inevitabilmente sommaria – della politica: «un confronto critico e costruttivo per risolvere i problemi della società, in cui tutti hanno gli stessi strumenti e sono ugualmente coinvolti». Oggi, però, «dominano la disillusione e il disincanto».

Alla prima domanda, su cos’è il bene comune, Masina ha innanzitutto risposto richiamando il rischio che la politica, «dopo tanti anni che la si fa, diventi routine.La politica – ha poi aggiunto – non è solo risoluzione dei problemi ma anche occasione di crescita per tutti». È fondamentale, quindi, innanzitutto avere la «capacità di riconoscere l’altro», quindi «sentirsi parte di una comunità». La politica è «lavorare per costruire un futuro assieme, non è innanzitutto il trovare soluzioni ma è dialogo, per poi arrivare alle soluzioni». E richiede quindi «umiltà nel confronto e nel dialogo».

Andare incontro ai bisogni della comunità e dare risposti a questi bisogni»: questo è il bene comune per Cusinato. «Ascolto e dialogo sono quindi fondamentali per il bene comune».

È SEMPRE NECESSARIO SCHIERARSI NELLE QUESTIONI POLITICHE?

«Le radici, l’appartenenza non sono sempre negative, a meno che ci impediscano di vedere con onestà la realtà», ha risposto Masina. «Com’è nel mio caso, essere “civici” significa fare politica nei territori senza prendere ordini dai partiti. La differenza – quindi – la fanno le persone più che l’appartenenza politica. 

Per Cusinato, è «necessario e inevitabile che chi fa politica debba prendere una posizione». Ma ci vuole «più rispetto, sia da parte di chi governa, sia da parte della minoranza», nei confronti degli avversari. La crescente mancanza di rispetto è causata dalla «sempre più diffusa mancanza di professionalità» da parte di chi fa politica e dal «dare sempre più importanza alla spiccia comunicazione social».

È POSSIBILE FARE OPPOSIZIONE IN MODO COERENTE E COSTRUTTIVO?

«È difficile non solo fare un’opposizione costruttiva ma anche essere maggioranza in maniera costruttiva», ha risposto Masina. Per questo – ha ribadito -, innanzitutto c’è bisogno di un dialogo politico che sia costruttivo». Masina ha poi riflettuto sul delicato rapporto tra la propria coscienza e indole personale e le scelte del proprio gruppo: «a volte mi capita, al suo interno, di essere in disaccordo su alcune scelte. Ma è importante avere l’umiltà di riconoscere le ragioni altrui, o anche quando un semplice cittadino ti propone un’idea migliore, nonostante non abbia esperienza politica».

Cusinato ha invece riflettuto sulla «non semplice posizione di chi fa opposizione nel trovare sempre proposte alternative a quelle della maggioranza, soprattutto quando si ha a che fare con molti aspetti tecnici come nel caso del bilancio comunale».

RAPPRESENTANZA E PARTITO SONO CONCETTI ANCORA ATTUALI?

«È necessario ci sia una qualche organizzazione – partito o movimento che sia -, una qualche strutturazione, soprattutto per preparare i propri rappresentanti nelle istituzioni», è l’opinione di Masina. Compito, appunto, un tempo assunto dai partiti.«Per amministrare un territorio, infatti, non basta la buona volontà. Personalmente, parte della mia formazione politica l’ho fatta grazie a “Avviso Pubblico”. Sicuramente, esistono tanti bravi amministratori, esiste la buona politica, anche se spesso i media non ne parlano».

«Mi viene da chiedermi: i rappresentanti sono davvero rappresentativi?», ha invece detto Cusinato. Ed è importante che soprattutto i partiti «scelgano persone responsabili e preparate».

PERCHÉ GIOVANI DI 18 ANNI DOVREBBERO INTERESSARSI ALLA POLITICA?

Masina ha scelto di rispondere ricordando la drammatica situazione di tanti giovani che anche dal nostro territorio decidono di emigrare in altre parti d’Italia o spesso all’estero, abbandonando soprattutto i piccoli paesi. «Ma io sento il bisogno di far vivere il mio paese: per questo, dobbiamo fare in modo che i giovani restino». Come farlo?«Coinvolgendoli in politica». Rendendoli, cioè, protagonisti e responsabili della loro comunità. «Anche se spesso il problema è rappresentato da alcuni adulti, da genitori che li viziano e li deresponsabilizzano», ha aggiunto.

«La prima volta che mi sono candidato – nel 2019 – avevo 18 anni: scelsi di farlo – e di rifarlo l’anno scorso – come servizio alla mia comunità», ha raccontato invece Cusinato. «È importante che i giovani si impegnino in politica, hanno la mente più dinamica e più idee rispetto a una persona più anziana. E questa loro dinamicità dev’essere canalizzata. Un altro motivo per impegnarsi – ha aggiunto Cusinato – è quello di essere, poi, orgogliosi di far parte del proprio territorio, di sentirsene parte in maniera attiva. È, però, importante creare sempre più ricchezza nel Ferrarese, affinchéi ragazzi e le ragazze non scelgano di trasferirsi altrove, e quelli che sono emigrati, ritornino».

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 16 maggio 2025

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Corpi intermedi, concretezza e limite: ridar vita alla fraternità

1 Apr


Cattolici in politica e democrazia. Il 29 marzo a S.Giacomo ap. l’incontro di AC, ACLI e altre sigle su temi di forte attualità

La crisi della politica, in Italia e in tutto l’Occidente, è sicuramente conseguente anche alla crisi delle forme organizzate della politica e del ruolo dei cattolici in essa.

Su questi e altri temi sempre di forte attualità lo scorso 29 marzo hanno riflettuto Italo Sandrini (vicepresidente nazionale delle Acli e fino ad alcuni mesi fa Assessore a Verona nella giunta di Damiano Tommasi), e Andrea Bonini (costituzionalista e coautore del libro “Democrazia: la sfida della fraternità” curato da Padre Francesco Occhetta, gesuita e segretario generale della Fondazione “Fratelli tutti”).

L’incontro svoltosi nel salone del complesso parrocchiale di San Giacomo Apostolo a Ferrara aveva come titolo “Democrazia e fraternità. Profezia di un mondo di Pace” ed era il secondo dedicato a questi temi, dopo quello svoltosi lo scorso 6 febbraio su “Scelte di pace”. Gli incontri sono stati organizzati da Azione Cattolica diocesana ed Acli Provinciali Ferrara, con il supporto di Agesci, Masci, Pax Christi e Centro di Ateneo per la Cooperazione allo Sviluppo Internazionale di UniFe. 

Il 29 marzo, dopo i saluti di Francesco Ferrari (ACdiocesana) e Paolo Pastorello (ACLI Ferrara) è intervenuto per una breve introduzione Dario Maresca, moderatore dell’incontro, per dimostrare, anche attraverso ricerche statistiche, di come siano una minoranza nel mondo i Paesi che si possono definire “democratici” e di come nella percezione pubblica, anche italiana, si faccia sempre più spazio la legittimità di «sperimentare forme di governo nazionale tendenzialmente autoritarie».

Il primo relatore, Andrea Bonini, ha innanzitutto illustrato l’Associazione “Comunità di Connessioni”, rete a livello nazionale nata grazie a parte dell’associazionismo laicale cattolico per unire tra loro esperienze territoriali simili ma slegate. Associazione che opera prevalentemente attraverso «la formazione e l’autoformazione» e anche nelle istituzioni, ma «in seconda linea». Venendo al tema dell’incontro, Bonini ha riflettuto su come la fraternità sia «un termine lasciato fuori dalla politica», schiacciato tra il dominio del concetto di libertà (dal liberalismo-capitalismo-liberismo) e quello di uguaglianza (social-comunismo).«Per definirsi “fratelli”, innanzitutto – ha detto -, bisogna riconoscere un padre/Padre comune, e questo è molto difficile». La fraternità, però, tra i due termini sopracitati «ristabilisce una verità e un equilibrio, ridando anche forza ai corpi intermedi (partiti e sindacati, in primis)», per tornare a un’idea di pluralismo «che crea ponti e non lacci». Ma i corpi intermedi, per Bonini, «vanno ripensati», tornando ad esempio al «finanziamento pubblico diretto ai partiti e aumentando la loro democraticità interna». Questi, insieme alla «concezione personalista», possono oggi ridare valore alla fraternità attraverso «la riscoperta del concetto di “limite” che la possibilità tecnica – e l’individualismo – stanno distruggendo».

Per Bonini occorre, inoltre, «superare la divisione dei cattolici in politica fra destra e sinistra, frutto di un bipolarismo della seconda Repubblica», conseguente alla fine della DC. I cattolici in politica possono portare ancora «pragmatismo e verità, non per rinnegare i conflitti esistenti ma per ricomporli, come ad esempio sul complesso tema dell’immigrazione e dell’inclusione».

Nei suoi interventi, Italo Sandrini ha invece posto l’accento sul «problema generazionale», a partire dal fatto che molti giovani danno per scontato il poter vivere in un Paese democratico. In generale, è fondamentale in politica «la concretezza», cioè il «sporcarsi le mani». Altro problema sollevato da Sandrini sul tema “democrazia” è l’esistenza a livello elettorale dei listini bloccati.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 4 aprile 2025

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Incontro e nonviolenza contro il male della guerra

23 Nov

Dibattito ricco e appassionato per la XXV edizione del Convegno di Teologia della Pace organizzato a Ferrara: la testimonianza di padre Zelinsky sulla sua obiezione di cristiano all’ideologia imperante in Russia, il racconto di De Francesco dalla Terra Santa e il contributo di Simonelli sulla violenza diffusa. E ancora, qual è il ruolo delle Chiese nella costruzione, quotidiana e non, della pace? Han cercato di rispondere Paronetto (Pax Christi), Aprile (Chiesa Battista), Sala (Il Regno) e i rappresentanti delle Chiese locali

a cura di Andrea Musacci

La pace che nasce e sgorga dal cuore, inscindibile da quella che si costruisce solo nell’incontro col volto dell’altro. La pace, quindi, che ha come unica vera fonte il Cristo. Sono stati innumerevoli gli spunti emersi dal tanto atteso Convegno di Teologia della Pace, giunto alla XXV edizione (dopo 5 anni di pausa) e svoltosi a Casa Cini, Ferrara, il 15 e il 16 novembre. Tema scelto da SAE, Pax Christi e dalle altre associazioni organizzatrici, “Diventare Chiese di pace in tempo di guerre”.

PADRE ZELINSKY: «PENTIMENTO VERO CONTRO LE FOLLIE IDEOLOGICHE RUSSE»

«Facendo questa relazione qui a Ferrara, commetto un reato davanti allo Stato russo e davanti alla Chiesa ortodossa russa». Padre Vladimir Zelinsky (foto sotto), prete ortodosso e scrittore nato nell’ex URSS, dal ’91 vive a Brescia dove guida una parrocchia «composta dall’85% da ucraini». Fa parte del Patriarcato autonomo della Chiesa russa (Arcivescovado della Chiesa della tradizione russa, di rito bizantino slavo), distinto sia dal Patriarcato di Mosca sia dall’Esarcato Russo del Patriarcato di Costantinopoli (a cui Zelinsky apparteneva). «Un giorno vorrei tornare nella mia patria, ma oggi per me è molto complicato, anche perché ciò che dico a voi lo dico anche altrove, e non solo in italiano ma anche in russo».

A differenza del periodo sovietico – ha riflettuto – oggi in Russia non vi è più il problema della Chiesa clandestina, «ma la parola “pace” è sparita dallo spazio pubblico. Oggi lo Stato più che ortodosso è diventato autoritario e per questo Stato la pace significa guerra, massacro». Ed è la stessa Chiesa ortodossa russa a sostenere la guerra in quanto “difesa della patria”», contro il nemico che per loro «coincide con l’Occidente», mentre in realtà è «un nemico inventato». In questa narrazione «perversa», l’”invasore” possiede i tratti apocalittici dell’anticristo, infernali come satana. L’Occidente è accusato innanzitutto di corruzione morale e di voler salvare la salute morale dell’Ucraina». Dal punto di vista ecclesiale, per p. Zelinsky «il concetto di mondo russo introdotto dalla Chiesa ortodossa rappresenta una pura eresia. L’ideologia ha danneggiato i cervelli delle persone e la loro stessa fede». Quella di Putin in Ucraina, «manipolatore e mafioso», non è una «guerra santa, ma un bagno di sangue». In Russia domina una vera e propria «religione di Stato iniziata nel 1945» e che oggi vede, ad esempio, «lezioni obbligatorie di patriottismo già dalle Scuole Elementari». Per non parlare delle tante «conferenze ecclesiali organizzate a fine 2024 per celebrare l’80° anniversario dal 1945». 

P. Zelinsky ha voluto specificare che «non tutta la popolazione è segnata da questa tentazione di una vittoria indemoniata», ma il «vento che soffia sulla Russia e le sue Chiese purtroppo è questo»: oggi la propaganda ufficiale descrive la Russia come «il catéchon, colui che trattiene l’ordine divino facendo da ostacolo all’anticristo collettivo». Il dilemma per molti cristiani è questo: «andare contro la propria coscienza o contro tutti, compresa la propria parrocchia». Le prime vittime della guerra – ha proseguito p. Zelinsky – sono «la verità e la capacità di compassione e di empatia, oltre alla capacità di guardare la realtà in faccia». Come ad esempio, «il numero altissimo di morti anche fra i soldati russi, e i loro corpi spesso abbandonati sui campi di battaglia». Da tutto ciò, la Russia non otterrà altro che «odio che continuerà per secoli».

In tutto questo, che ruolo può avere una teologia della pace? Innanzitutto, per p. Zelinsky «l’Ortodossia ha tutti i mezzi spirituali per liberarsi da questa gabbia ideologica». Il principale strumento per arrivare a ciò è «il pentimento» che permette innanzitutto dentro di noi «di distinguere il bene dal male» e che «ci permetterebbe di uscire dalla “gabbia dorata” del mondo russo per aprirci al mondo creato da Dio», col risveglio «di una nuova vocazione spirituale». Ciò che è necessario è «una linea di demarcazione spirituale fra politica e fede», tra quest’ultima e «l’obbedienza cieca al potere».

IGNAZIO DE FRANCESCO: «PASSARE DAL FUCILE AL BULBUL»

Monaco della Piccola Famiglia dell’Annunziata (fondata da don Giuseppe Dossetti), Ignazio De Francesco è una testimonianza vivente di come la fede in Cristo non possa non incarnarsi in un’amicizia profonda e quotidiana con chi è diverso da noi. De Francesco guida una comunità cattolica a 7 km da Ramallah, in Cisgiordania, ed è esperto di islam. «Qui – ha raccontato a Casa Cini –, dove noi cristiani siamo una piccolissima minoranza, ho tanti amici sia tra i musulmani sia tra gli ebrei: la nostra “inutilità” di minoranza – ha proseguito – ci permette una relazione pacifica con tutte le anime che abitano questa terra». Il racconto, poi, è andato al 7 ottobre 2023: «stavamo recitando il salmo 118 («Come pecora smarrita vado errando; cerca il tuo servo, perché non ho dimenticato i tuoi comandamenti…»), quando abbiamo sentito i missili lanciati da Hamas verso Tel Aviv passare sopra di noi». In questa «bolla di omicidi nella quale viviamo, mi chiedo: c’è forse qualcosa di sbagliato nel software e nell’hardware dell’umano», cioè alla radice dell’umano? «L’uomo è una bestia?». Partendo da Caino e Abele, «che noi in Terra Santa sentiamo particolarmente nostri», De Francesco ha amaramente constatato come le religioni monoteiste – pur nelle differenze nei secoli «hanno spesso sacralizzato, canonizzato la violenza e la guerra». Ma a volte la denuncia pubblica è dovere di un cristiano, come – ha citato De Francesco – fece don Dossetti nel settembre 1982 in occasione del massacro nei campi palestinesi di Sabra e Chatila. «Ma il “tu” esiste? Esiste l’altro? È la domanda che ci poniamo, che dobbiamo porci – ha proseguito -, altrimenti l’altro diventa invisibile». Come avviene per i bambini in Terra Santa, indottrinati all’eliminazione dell’altro, prima concettuale poi anche fisica, a una «negazione reciproca per poi incontrarsi sul campo di battaglia». «Spesso anche nei programmi scolastici sia nelle scuole di Israele che in quelli della Cisgiordania, il tu non esiste: per gli arabi, gli israeliani sono solo frutto del colonialismo occidentale e sono solo o uomini in divisa o coloni, cioè non hanno un’identità personale». Così, nelle scuole israeliane «l’arabo palestinese scompare, è solo il terrorista». Le identità, quindi, «sono una grande ricchezza ma possono diventare muri assassini. È importante quindi conoscere l’altro, vedere che l’altro esiste, per arrivare a un reciproco riconoscimento: quando l’altro diventa un “tu”, non puoi più ucciderlo. E da qui, a partire dall’altro, si può anche conoscere nuovamente sé stessi». 

Ma lo sparo, quello sparo nella notte che non è difficile sentire in Cisgiordania e in Israele, «non può avere l’ultima parola. E allora, quella notte il bulbul (una specie di usignolo) «ha iniziato il suo cinguettio, il suo canto, a cui si sono aggiunti gli altri uccelli del bosco». Il bulbul ha, cioè, «rotto la dittatura dell’io, del fucile, risvegliando anche gli altri uccelli: la nostra specie umana, che sembra così orientata all’io del fucile, dovrebbe quindi imparare da altre specie animali».

SIMONELLI: «NONVIOLENZA SU PIÙ LIVELLI»

Sull’ospitalità, la cura e accoglienza dell’altro ha centrato il proprio intervento, venerdì 15, anche la teologa Cristina Simonelli, partendo dal “Pace a questa casa” di Lc 10, riflettendo quindi sull’«ospitalità e sulla possibilità del suo rifiuto», della non accoglienza fino alla morte, come nel caso di Moussa Diarra, ucciso lo scorso 20 ottobre a Verona da un poliziotto. Sempre nel Vangelo lucano (capitoli 13 e 19), Gesù «attraversa diverse dimensioni della realtà», emergendo come «chioccia che cova, culla, protegge i suoi figli» ma anche come Colui che denuncia, con parresia, «come il tempio da casa di preghiera sia diventata una spelonca di ladri». Diverse e ambivalenti le dimensioni della pace legata al concetto di casa e diversi i livelli della violenza. Johan Galtung, sociologo e teorico della pace, propose il triangolo della violenza: la punta è rappresentata dalla «violenza palese, verso cui spesso le Chiese sono troppo afone». Il livello intermedio, dalla violenza strutturale, «dalle ingiustizie e dalle disuguaglianze globali, dalle quali nasce la guerra». La base, infine, è rappresentata dalla «violenza culturale, dai discorsi d’odio e dalla narrazione fatta di stereotipi». La nonviolenza, di conseguenza, «deve lavorare su tutti questi livelli» e sempre nel solco della speranza, che è «potente» e ci chiede «di stare in attesa ma in maniera radicale e attiva». La speranza, insomma, «è una virtù nonviolenta».

PARONETTO: «PAX CHRISTI, STORIA DI PACE»

La pace come speranza concreta, si diceva, come progetto umano e collettivo, e quindi come storia di donne e uomini in tutto il mondo. Non parole, ma una storia realistica che associazioni come Pax Christi costruiscono ogni giorno da decenni. Durante il Convegno di Teologia della Pace tenutosi a Casa Cini, ne ha parlato Alessandra Mambelli (Pax Christi Ferrara), la quale ha raccontato la nascita 30 anni fa di questi Convegni dopo la nascita del Punto Pace a Ferrara. Mambelli ha poi ricordato, in particolare, il legame stretto di Pax Christi con don Tonino Bello. E col biblista ferrarese don Elios Mori. 

Ha poi relazionato Sergio Paronetto, già vicepresidente di Pax Christi Italia, del cui Centro studi è attualmente presidente e nel cui gruppo veronese è ancora attivo. «Azione costante, continua, determinata e globale: questa è la nonviolenza», ha spiegato. E questa è un’ottima definizione per Pax Christi, che nasce a livello internazionale grazie a un gruppo di donne, idem in Italia, oltre al ruolo decisivo del card. Montini, di mons. Rossi Vescovo di Biella, mons. Castellano Vescovo di Siena e di don Luigi Bettazzi, dal ‘68 presidente nazionale e poi anche presidente internazionale. «Non bisogna solo – diceva – costruire la pace ma essere pace». La pace, quindi, è «qualcosa che riguarda tutte le dimensioni della vita (spirituale, personale, economica, ecologica ecc.) e con un respiro ecumenico, interreligioso e umanistico. Con gioia – ha proseguito – dobbiamo combattere contro tutto ciò che deturpa l’uomo come immagine di Dio». 

Paronetto ha ricordato come dagli anni ’60 Pax Christi abbia avviato «progetti per un’economia di pace, disarmata, organizzato le Marce della pace nate a Sotto il Monte, terra di papa Giovanni XXXIII, e diversi convegni di studi. Un’altra lotta è stata quella per l’obiezione di coscienza al militare: «molti andavano in carcere o andavano – come me – in Servizio civile in Paesi del terzo mondo». Paronetto ha poi ricordato l’impegno contro la guerra in Vietnam e, in particolare, la grande assemblea per la liberazione dei popoli dell’Indocina francese, svoltasi nel ’73 a Torino grazie anche all’allora Vescovo card. Pellegrino. E ancora, le lotte contro le dittature e per la pace negli anni ’80 e ’90. «La guerra è sempre un fratricidio e un deicidio, – ha riflettuto Paronetto – perché bestemmia contro il Suo nome: verso il dio delle guerre e delle violenze, ci vuole il più radicale ateismo». Gesù cristo «è nonviolento, è la nostra pace: con il dono del suo corpo ha abbattuto i muri di separazione e in lui ha unito i popoli. E questo, oggi, è il compito della Chiesa». La pace è, quindi, «la sostanza del messaggio cristiano, perché affonda le radici nel mistero trinitario, che è mistero d’amore. La Chiesa non potrà dunque mai essere neutrale ma sempre profetica».

Riprendendo poi don Tonino Bello, Paronetto ha spiegato come «la pace è il progetto politico più realistico, perché la guerra è sempre una strage, oltre a distruggere, a svuotare la politica». La pace è «la più bella avventura della vita, è una trasformazione radicale della vita». Significa far coincidere i mezzi coi fini. Insomma, «se vuoi la pace, prepara la pace», fin da ora.

APRILE: «COSTRUIRE LA PACE NEL PICCOLO»

Massimo Aprile, pastore battista di Napoli ha poi preso la parola (in collegamento online) spiegando come ha avuto «l’onore di conoscere personalmente don Tonino Bello e don Luigi Bettazzi. «Pace, giustizia e salvaguardia del creato – fra loro strettamente connessi – rappresentano l’urgenza del nostro tempo». Oggi, invece, «spesso le Chiese difendono interessi e privilegi, invece di essere vessilli del Vangelo della pace». Insieme a valdesi e metodisti, Aprile ha poi spiegato le diverse forme di collaborazione, anche per la pace, oltre che con altre anime del mondo riformato. «Ognuno deve chiedersi: cosa sono disposto a fare per la pace? E cosa sono disposto a rinunciare per la pace?». Per fare la pace innanzitutto bisogna «decostruire l’immagine negativa del nemico, iniziando ad ascoltarlo, a sentire le sue ragioni». Va poi «smontata l’ideologia del militarismo, del nazionalismo e della corsa agli armamenti» e «ognuno di noi nel piccolo, nel quotidiano dev’essere mediatore di pace». Infine, la pace va costruita anche nell’ambito del «linguaggio, che dev’essere sempre più inclusivo e sempre meno discriminatorio», e quello legato «all’uso del denaro», pubblico e personale.

SALA: NONVIOLENZA, GUERRA GIUSTA E CAUSE STRUTTURALI

E a proposito di linguaggio, lo scorso febbraio i Vescovi tedeschi hanno cercato le parole giuste per parlare di pace, producendo un’importante Dichiarazione, “Pace a questa casa”, presentata da Daniela Sala, Caporedattrice de “Il Regno – documenti”. Un documento pensato «per approfondire e aggiornare il pensiero della Chiesa sulla pace, tentando di «superare due posizioni differenti e contrapposte: la tradizione della nonviolenza e quella della guerra giusta». La formula di sintesi è la cosiddetta «opzione preferenziale per la nonviolenza», cioè «la scelta della nonviolenza pur nel riconoscimento della necessità, a volte, di difendere la pace e contenere la violenza». Sono state diverse, e alterne, le fortune della pace nel secolo scorso e così differente è stato il dialogo all’interno del mondo cristiano al riguardo. Negli ultimi due ventenni – ha detto Sala – «la riflessione etica cristiana ha sempre più abbracciato la linea della “pace giusta”, che considera fondamentale anche il superamento di tutte le ingiustizie». In ogni caso, il documento in questione dell’episcopato tedesco «tenta di ricucire le differenze fra chi riconosce un diritto alla guerra pur rifiutandola, chi pensa che non vi sarà pace finché non ci saranno organismi sovranazionali capaci davvero di difenderla, e chi invece rifiuta sempre la guerra». L’importante è «dialogare sempre pur nelle differenze e lavorare sempre per la pace nel mondo», anche attraverso «la deterrenza nelle sue varie forme, concentrando i nostri sforzi per affrontare le sfide del futuro». Ma quindi, per stabilire una pace duratura, la Chiesa cosa può fare? «Testimoniare la pace di Cristo in un mondo diviso», ha detto Sala. «Non sarà facile, ma questa è la missione di ogni cristiano, di ogni Chiesa».

LA PACE NEL CUORE

L’introduzione del convegno venerdì 15 è spettata al biblista Piero Stefani, fra gli organizzatori storici, che ha preso le mosse da uno dei testi fondamentali del Concilio Vaticano II, Gaudium et spes, 78: da esso si deduce come «la guerra permane perché siamo nella dimensione del peccato»; ma i conflitti – senza per nulla volerli giustificare – possono essere comunque «un tempo di kairos, un tempo opportuno»: infatti, da una parte «ci si rende conto che la catastrofe è tale solo dopo che questa avviene»; dall’altra, la guerra «fa risaltare ancora di più gesti di bene».

Sempre il primo dei due giorni, i saluti del Vescovo e dell’Arcidiocesi li ha portati il Vicario Generale mons. Massimo Manservigi, che ha accennato alla «pace come dono di Dio ma che ha bisogno di essere accolta nel nostro cuore». Concetto, questo, decisivo, e poi ripreso anche da padre Oleg Vascautan, alla guida della Comunità ortodossa moldava di Ferrara: «le Chiese – ha detto – sono sempre punti di pace, riferimenti per la pace». Pace che, però, «è innanzitutto qualcosa di interiore, deve cioè scendere nel cuore di ognuno, nel profondo, non rimanere a livello delle idee, sul piano teorico». Al contrario, dev’essere qualcosa di “pratico”, di concreto. Per questo, «la guerra più pesante è quella col prossimo, la volontà di sopraffazione nei confronti di chi mi è vicino: qui ha inizio la guerra». L’unica vera pace è «quella che viene da Dio. E la nostra pace – chiediamoci – coincide con quella di Dio? Spesso, infatti, ci rappresentiamo Dio come piace a noi (un dio governabile, confortevole), invece di essere aperti alla Sua rivelazione». Quando parliamo di pace, dunque, «parliamo non di qualcosa ma di Qualcuno: la Pace è una Persona, Dio. È quindi a Lui che dobbiamo guardare se vogliamo vivere la vera pace. Chi trova Dio, trova la pace». «È importante lavorare anche e soprattutto sul verticale, sulla radice spirituale», ha poi in un certo senso proseguito Raffaele Guerra, diacono della Chiesa ortodossa rumena di Ferrara: «finché la nostra interiorità sarà in conflitto, nulla potrà portare a una pace duratura».

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 22 novembre 2024

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Fare rete per proporre idee utili alla politica

1 Ott

È nata l’Associazione Ferrara Popolare Europea: Guglielmo Bernabei, Rossella Zadro e Andrea Tosini i promotori. Per ora una 40ina gli aderenti

L’innesco è partito.Ci sono i volti, le prime idee. C’è una base comune dalla quale partire. A Ferrara lo scorso 27 settembre è ufficialmente nata l’Associazione politico-culturale “Ferrara Popolare Europea”, che si propone l’obiettivo ambizioso di far da rete al  mondo associativo del territorio per proporre idee e progetti utili per la politica locale. Un posizionamento, quindi, pre-politico non nel senso di acerbo o velleitario ma che si pone prima, e oltre, la politica, per rifondarla su basi più solide. Nell’assemblea svoltasi in via Pergolato 4/d (nella sede della Federazione Repubblicana), sono intervenuti i tre promotori dell’associazione: Guglielmo Bernabei, avvocato, ex Presidente di Ferrara Bene Comune;Rossella Zadro, Segretaria del Movimento Federalista Europeo – Sezione di Ferrara e vecchia conoscenza della politica (è stata anche Assessora nel primo mandato Tagliani); Andrea Tosini, giornalista e nell’ultima tornata elettorale candidato nella lista a sostegno di Daniele Botti Sindaco. «Porteremo avanti i nostri valori – ha detto Bernabei -, a partire da una tradizione cattolico-popolare che mette al centro la persona, la famiglia, la competenza e il merito, il principio di sussidiarietà, la valorizzazione dei corpi intermedi». «L’obiettivo – ha aggiunto Zadro – è di creare cultura dialogando con i cittadini, proponendo idee per dar vita a progetti concreti. Vogliamo essere un catalizzatore di associazioni del territorio, mantenendo però l’identità di ognuna. Attraverso un percorso culturale e formativo, l’obiettivo è di fare massa critica». «Cerchiamo di rispondere a una grande necessità del nostro territorio, quella di trovare un’area comune che abbia poi anche uno sbocco in politica», ha rimarcato Tosini. «Organizzeremo incontri invitando soggetti del Terzo settore, del mondo dell’impresa, di quello scientifico, per creare un’elaborazione condivisa che dia nuova linfa anche alle forze politiche».

Per ora hanno aderito all’Associazione una 40ina di persone. Il Direttivo è composto da Guglielmo Bernabei, Andrea Tosini, Rossella Zadro, Renata Gagliani, Francesco Volta, Giacomo Montanari e Carlo Ragazzi. Il Direttivo, su indicazione dell’Assemblea, ha nominato Guglielmo Bernabei presidente, Andrea Tosini vice-presidente, Rossella Zadro segretaria generale.

Fra i presenti all’Assemblea Costitutiva, è emersa la necessità di «non fare solo un’ulteriore associazione, ma un luogo di incontro di anime diverse ma simili». I termini maggiormente citati sono stati “liberale” e “riformista”:«quello del riformismo liberale è uno spazio grande, da riempire», è stato detto. Uno spazio fatto di persone concrete, come concreti sono alcuni dei temi più urgenti nel nostro territorio: il calo demografico, le sacche di povertà, la dispersione scolastica. Problematiche che riguardano soprattutto, ma non solo, la provincia.

La sfida è lanciata.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 4 ottobre 2024

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