La quinta lezione della Scuola diocesana di teologia con Simona Segoloni: comunità, gioia e femminile
Siamo tutti legati in reti invisibili ma fondamentali, che intessono la nostra essenza personale, la nostra esistenza. Su questo lo scorso 23 novembre ha riflettuto a Ferrara la teologa Simona Segoloni, intervenuta a Casa Cini per la quinta lezione dell’anno della Scuola diocesana di teologia per laici. Tema, “Fratelli tutti! La comunità espressione di gioia”. Il prossimo appuntamento sarò il 14 dicembre con “Sacramenti tra il dire e il fare, paradossi celebrativi”, relatore don Manuel Belli. Poi la Scuola rinizierà il 22 febbraio con don Paolo Bovina e “Le sette chiese, una lettura pastorale di Apocalisse”.
Segoloni è Docente invitata al Pontificio Istituto Teologico Giovanni Paolo II per le Scienze del Matrimonio e della Famiglia, e insegna anche alla Facoltà teologica del Triveneto, alla Pontificia Facoltà teologica San Bonaventura (Roma) e alla Facoltà teologica pugliese. Nella sua lezione a Casa Cini, ha preso le mosse dalla «sostanziale vulnerabilità degli esseri umani, dal loro essere toccati dalla realtà»: questa loro «apertura fondamentale» permette di legarsi, di «dar vita a legami». In questo, l’essere umano si scopre «a immagine di Dio, che è relazione, è un Dio che stringe legami, crea alleanze». Ed è un Dio che, come si nota nelle Scritture, «viene toccato dal grido dell’uomo, dalle sue sofferenze». Dio, quindi, si fa conoscere come «un legato, come uno che stringe legami, non come uno sciolto da questi, assoluto».
Di conseguenza, l’annuncio del Vangelo, cuore della fede cristiana, determina «un noi, l’essere tutti legati dalla Parola crea legami tra le persone e tra queste e Dio, l’Assente che si fa Presente e che ci vuole salvare assieme, come Suo popolo». Questi legami, questo popolo è il solo «che ci fa sperimentare una gioia vera, cioè quella data dal legame col Risorto». L’Eucarestia, gesto centrale della nostra fede, non a caso «è un gesto che non si può non fare assieme agli altri, perché è un gesto di comunità, di condivisione». Ma incontrare il Risorto significa «cercare di comprenderLo secondo il suo stile», che è quello indicato ad esempio in Matteo 18, con il «se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli», con la parabola della pecorella smarrita e con quella del servo malvagio. In sintesi, quindi, con la necessità dell’umiltà, con l’importanza del custodire i legami e di saper perdonare.
L’ultima parte della propria riflessione,Segoloni ha deciso di dedicarla a un ambito che le sta particolarmente a cuore e al quale ha dedicato diverse pubblicazioni: quello del femminile e della sua condizione all’interno della Chiesa e della società. Un aspetto, dunque, per nulla secondario quando si parla di legami e di fraternità. Ed è proprio sul linguaggio, che spesso (come appunto nel caso del termine “fraternità”) appiattisce, o ingloba, il femminile nel maschile, che la relatrice si è soffermata, spiegando come non sia una questione di lana caprina, ma come il modificare il linguaggio sia importante «per dare la legittima visibilità alle donne, valorizzandone i carismi e custodendo quindi i legami» anche all’interno delle nostre comunità.
Quasi tutte le domande rivolte dai presenti alla relatrice, si sono concentrate proprio sul tema del rapporto femminile-maschile (ad esempio, in termini di disuguaglianze, di ministeri nella Chiesa, di violenza), a dimostrazione di quanto la questione sia sentita – dalle donne e dagli uomini – e quindi diventi necessario creare momenti ad hoc di discussione e confronto.
Sabato 25 novembre 180 ragazze e ragazzi si sono ritrovati nella parrocchia di San Benedetto per l’appuntamento annuale con la GMG diocesana: sperare è una «nostalgia del futuro». Intervista a don Paolo Bovina, co-responsabile Pastorale giovanile, sul suo aiuto ai giovani
Quali paure avete nei vostri giorni? E quali speranze alimentano la vostra vita?
Le domande fondamentali che abitano il cuore di ogni persona vanno sempre ascoltate e mai rimosse.A maggior ragione in una fase delicata e decisiva della vita com’è l’adolescenza. E su queste domande, circa 180 ragazze e ragazzi hanno riflettuto assieme il pomeriggio e la sera del 25 novembre scorso.Occasione, la GMG diocesana svoltasi tra il cinema e l’oratorio di San Benedetto a Ferrara, proprio alcune ore prima dell’evacuazione e del disinnesco della bomba nell’ex convento.
Come detto, dopo l’accoglienza a cura di Agesci, è stato il teatro-cinema parrocchiale a ospitare i tanti giovani accompagnati da educatori, sacerdoti e con la presenza anche di alcuni insegnanti di religione.
Nel cinema, dopo i saluti e la presentazione da parte di don Paolo Bovina, co-responsabile diocesano della Pastorale giovanile assieme a don Adrian Gabor, sono state due ragazze della comunitàShalom, Sara e Chiara a intonare e suonare il canto “Invochiamo la tua presenza”, prima della lettura da parte del giovane diacono Vito Milella del brano di Emmaus.
A seguire, è intervenuto fra Francesco Ravaioli, francescano conventuale in servizio nella Diocesi di Parma, impegnato in particolare nella pastorale giovanile e universitaria, che ha riflettuto sul tema della Giornata e lanciato le provocazioni per le riflessioni nei 12 gruppi in cui si sono successivamente divisi i presenti, prima della S. Messa e della cena comunitaria.
«Voi vi sentite nella speranza?», ha esordito fra Francesco. «Sperare significa sentire che ciò che desideri di bene entri nel reale. È una sorta di nostalgia del futuro, di un bene che si può realizzare».
Dopo un’analisi delle macro-preoccupazioni del nostro presente (economia, migrazioni di massa, crisi ambientale, guerra, violenza contro le donne), fra Francesco ha lanciato questa provocazione: «sembra che vogliano rubarci la speranza, viviamo in un mondo che vampirizza la nostra speranza».
Le emozioni o sentimenti dell’«anti-speranza», per fra Francesco sono tre: la paura, la tristezza e l’angoscia. Queste si possono sconfiggere solo con una speranza vera, quel desiderio, cioè, che «ha un rapporto totale con la realtà, un rapporto vero con la vita».Altrimenti è mera «illusione, e questa porta solo alla delusione». Ma noi non possiamo avere il pieno controllo sulla realtà: «dove non arriviamo noi, arriva sempre Gesù: facciamoci quindi prendere per mano da Lui, nel nostro cammino, come i discepoli di Emmaus».
Alla fine, il relatore ha annunciato le tre domande su cui i giovani hanno riflettuto nei gruppi:«Riguardo al futuro, di cosa parli coi tuoi amici?»; «Quali paure o tristezze ti attraversano più spesso in questa fase della tua vita?»; «Nel tuo presente, c’è qualcuno che ti aiuta a riaccendere la speranza?». Aogni adulto, spetta chiedersi come poterli aiutare nel loro discernimento.
«È forte la domanda di senso dei giovani: che risposta diamo?». Don Paolo Bovina e il suo accompagnamento alle ragazze e ai ragazzi: «mi chiedono colloqui personali o cammini di fede in gruppo. È la mia missione»
«La mera ricerca di una soddisfazione personale non può fondare un’esistenza, lascia insoddisfatti. Per questo è importante dare risposte alla domanda di senso dei giovani».
Le parole di don Paolo Bovina, co-responsabile della Pastorale giovanile diocesana, maturano non solo da una profonda riflessione personale, ma da un’esperienza di anni a contatto con tante ragazze e ragazzi del nostro territorio. Da 10 anni sacerdote della nostra Arcidiocesi, don Bovina è anche co-responsabile della Pastorale Universitaria, Assistente Settore Giovani dell’Azione Cattolica diocesana e Vicario Parrocchiale dell’UP Borgovado. Nel 2017 ha conseguito la licenza in Scienze Bibliche e Archeologia presso lo “Studium Biblicum Franciscanum” di Gerusalemme e prima del cammino religioso ha conseguito la laurea in Astronomia presso l’Università di Bologna.
Gli chiediamo cosa significhi, nel concreto, la sua vocazione all’accompagnamento dei giovani: «importante – ci spiega – è il ricordarsi che si hanno davanti persone e non una categoria. Partendo da qui, mi metto al loro servizio, di ascoltarli, cercando di capire i loro bisogni e di rispondere alle loro domande». Una «vera missione», la definisce, «non un lavoro». Perché le domande dei giovani, anche quando noi adulti tendiamo a liquidarle come “ingenue” o “pretestuose”, in realtà, in filigrana, ci mostrano molto di più: una profonda domanda di senso.
«I giovani – ci spiega ancora don Bovina – sono molto attirati dal divertimento, dal sensazionale, da ciò che dà loro piacere, ma spesso manca la consapevolezza di ciò che si fa, del perché e del per chi si agisce in un certo modo». In ultima analisi, quindi, anche al fondo di ogni divertimento «c’è la ricerca di un motivo per cui vivere».
Gli chiediamo, quindi, se i giovani di oggi li percepisce come particolarmente fragili. «Non saprei», ci risponde. «Forse i giovani sono fragili per definizione, ma oggi il problema non sono tanto loro quanto noi adulti che non sempre riusciamo a essere testimoni autentici, a dir loro qualcosa di significativo». A essere veri educatori: «spesso sono gli adulti i primi a essere fragili».
Gli chiediamo, infine, di raccontarci più nello specifico come avviene l’incontro con i giovani che aiuta. «Alcuni di loro non hanno nessun interesse ad avere a che fare con un prete, altri invece mi cercano, e altri ancora vedono la Chiesa come un mero servizio sociale, un luogo dove giocare e basta. Fra quelli che mi cercano, c’è chi mi chiede un colloquio personale, chi di aiutarlo a trovare un gruppo dove poter vivere un cammino di fede, oppure chi mi chiede un aiuto pratico, come ad esempio un appartamento se sono studenti universitari».
In ogni caso, per don Bovina, «se è vero che il proselitismo non serve a nulla, è vero anche che all’ascolto devono seguire una risposta e una proposta, che per noi non può non essere incentrata sul messaggio di Gesù Cristo».
Don Andrea Zerbini da una vita punto di riferimento per gli anziani e i malati
Era ancora bambino, don Andrea Zerbini, quando prese la buona abitudine di andare regolarmente a far visita agli anziani ospiti del “Betlem”. E questa «pastorale del quotidiano» la vive ancora oggi.
Don Zerbini quest’anno ha compiuto 70 anni e proprio 40 anni fa è diventato parroco di Santa Francesca Romana, da 5 anni parte dell’Unità Pastorale Borgovado da lui stesso guidata e che comprende anche Santa Maria in Vado, Madonnina e San Gregorio. Ordinato sacerdote nel 1977, don Andrea è stato prima cappellano a Santa Maria Nuova-San Biagio (per 1 anno), poi tre anni a Roma per concludere la Licenza e il Dottorato, quindi docente in Seminario fino a ottobre 1983. In passato è stato, fra l’altro, Direttore dell’Istituto di Scienze Religiose e dell’Ufficio Missionario e oggi è responsabile del Centro di Documentazione–CEDOC DI Santa Francesca Romana, di cui cura anche i Quaderni consultabili online.
VOCAZIONE DI UNA VITA
«Da bambino abitavo di fianco al Santuario del SS. Crocifisso di San Luca, quindi di fronte al Betlem, e andavo spesso a trovare gli anziani lì ospitati», ci racconta. A S. Francesca Romana, grazie allo storico parroco don Carlo Borgatti (1945-1989) i giovani, negli anni Settanta, iniziarono a interessarsi dei problemi degli anziani non solo in parrocchia ma nell’intera città. Questa loro ricerca confluì in un Bollettino, “L’anziano protagonista”, oggetto di attenzione da parte dell’Amministrazione comunale e di studio per il Consiglio pastorale diocesano. «Quando nel 1983 fui mandato a Santa Francesca come amministratore parrocchiale – prosegue don Andrea -, in aiuto a don Carlo, Giordano Banzi, un parrocchiano, mi portò subito a conoscere tutti i malati della parrocchia e, successivamente, mi accompagnò all’Ospedale Sant’Anna, dove andammo spesso insieme. Al sabato invece andavamo a celebrare la Messa nella cappella del Nosocomio di via Ghiara. Fu per me quell’inizio – sono ancora sue parole -, una benedizione e il dono di una bussola, per inserirmi in un cammino di pastorale e di evangelizzazione già tracciato da don Carlo».
Tracciato dall’ex parroco don Carlo e che ha due testimoni importanti fra i santi: la prima è proprio Santa Francesca Romana (1384-1440) – fondatrice della comunità delle Oblate di Tor de’ Specchi -, che i malati andava a cercare nei tuguri, negli ospedali, ovunque si trovassero, non solo per far loro visita, ma per fasciare le loro ferite, lavare, cucire e profumare i loro panni sudici. L’altro è San Camillo de Lellis (1550-1614), che due secoli dopo, sempre a Roma, replicò questo servizio integrale ai malati. Con la devoluzione di Ferrara al papato (1598-1796), la chiesa della Madonnina passò proprio ai religiosi dell’Ordine di San Camillo de Lellis, i Camilliani, detti Ministri degli Infermi, che da sempre si occupano dell’assistenza ai malati negli ospedali.
PROSSIMITÀ FISICA E SPIRITUALE
Oggi più che mai quella di S. Francesca Romana, e l’intera UP Borgovado, è come tante una parrocchia con sempre più anziani, per cui il bisogno di una presenza è sempre fondamentale. «Spesso – ci racconta ancora don Andrea – sono i famigliari a contattarmi se un anziano è ricoverato in ospedale o infermo in casa. Con il covid si erano dovute interrompere le mie visite a domicilio e nelle case di riposo: in quel periodo rimanevo in contatto con loro tramite telefonate e messaggi WhatsApp: ogni giorno inviavo loro il saluto mattutino, un saluto semplice accompagnato da un incoraggiamento, una foto e il commento al Vangelo del giorno. Poi le mie visite sono riprese, anche se più lentamente. Quando vado a trovarli, li ascolto, sto un po’ lì con loro, è importante anche solo che sentano la presenza di qualcuno. Dopo 40 anni che sono parroco di Santa Francesca Romana, li conosco tutti o quasi, a volte li visito anche solo per sapere come stanno».
La prossimità spirituale di don Andrea agli anziani e ai malati non si interrompe mai: «Nelle mie preghiere quotidiane prego sempre per coloro che sono ricoverati in ospedale, nelle case di riposo e nei centri ADO della città e della provincia. E ogni giovedì celebriamo la S. Messa per i malati. Per me andare a trovarli è come incontrare il Signore», scandisce don Andrea. «Loro, senza dirlo, ti comunicano il senso del vivere, del vivere la malattia, la sofferenza e la loro fede. Non incontro, quindi, solo la persona anziana ma in quella persona incontro anche il Signore».
ANZIANI IN PRIMA LINEA
Nella parrocchia di Santa Francesca Romana, però, alcuni anziani sono ancora fondamentali per la vita della comunità: alcuni di loro sono attivi nel Centro di Ascolto dell’Unità Pastorale, altri nel doposcuola, nella scuola di taglio e cucito, altri sono Ministri Straordinari dell’Eucarestia. E assieme ad altri parrocchiani organizzano varie iniziative, fra cui il pranzo comunitario dell’UP una domenica al mese, partecipano ai concerti di musica sacra, spendendosi anche nell’organizzazione di incontri. Un esempio, unico ma emblematico, è quello di Raffaele Lucci, 101 anni, che regolarmente tiene incontri di storia dell’arte.
La quarta lezione della Scuola diocesana di teologia per laici: don Paolo Mascilongo ha relazionato sul tema “Immagini di sequela dal Vangelo di Marco”. Come essere Suoi discepoli anche oggi?
Proseguono le lezioni del nuovo anno della Scuola diocesana di teologia per laici “Laura Vincenzi”.
Lo scorso 16 novembre a Casa Cini, Ferrara, don Paolo Mascilongo (Referente per l’Apostolato Biblico della Diocesi di Piacenza-Bobbio) ha riflettuto sul tema “Immagini di sequela dal Vangelo di Marco”.
«A metà del Vangelo, prima dell’annuncio della morte a Gerusalemme (Mc 10) – ha spiegato il relatore dopo una breve introduzione del testo – c’è un episodio spartiacque»: «”Chi dice la gente che io sia?”. Ed essi gli risposero: “Giovanni il Battista, altri poi Elia e altri uno dei profeti”. Ma egli replicò: “E voi chi dite che io sia?”. Pietro gli rispose: “Tu sei il Cristo”» (Mc 8, 27-29).
Il Vangelo secondo Marco, secondo don Mascilongo, «narra non solo di Gesù ma anche dei suoi discepoli: leggerlo, quindi, in questo modo può aiutarci nella nostra aspirazione a essere, oggi, suoi discepoli». Fra i discepoli, ha sottolineato più volte il relatore, c’erano anche delle donne;un fatto anomalo, questo, che in quel periodo storico delle donne non fossero relegate all’ambito domestico ma addirittura seguissero in questo modo un maestro come Gesù.
Ma come si fa a riconoscerLo? E perché Pietro Lo riconosce? Fra i discepoli, naturalmente ci sono i 12 apostoli, scelti dallo stesso Gesù (Mc 3,14-15):«Ne costituì Dodici – che chiamò apostoli -, perché stessero con lui e per mandarli a predicare con il potere di scacciare i demòni».Questa apparente contraddizione tra lo “stare” e l'”andare” si può spiegare o considerando che «nella missione di Gesù i due aspetti coincidono», oppure come fosse (e sia) necessario «una prima fase a contatto con Lui (con la sua Parola, con la Sua presenza) per poi andare missionari», in una lontananza fisica ma non spirituale.
La passione e morte di Gesù (capitoli 14 e 15) rappresentano «il culmine» di questo rapporto coi Suoi discepoli: dalla «comunione fortissima» durante l’ultima cena al dramma subito dopo vissuto nel Getsemani con l’arresto e la fuga dei 12, il loro «abbandono». L’antitesi, quindi, di quello “stare” con Lui sopracitato, «il fallimento» della loro missione. Cristo apparentemente morirà solo: sarà solo prima un centurione (un estraneo) a riconoscerlo, poi «alcune delle donne» e Giuseppe d’Arimatea, mai citati prima da Marco. Non i 12, lontani da Lui e ora non solo fisicamente.
«Ma egli [il giovane vestito di bianco] disse loro: “Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l’avevano posto. Ma andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro: ‘Egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto’ “» (Mc 16, 6-7). «L’ultima Sua parola per i discepoli è quindi, per don Mascilongo, «non di fallimento ma per una nuova chiamata, al di là dei loro meriti. Essere un bravo discepolo non significa non fallire mai, perché si può sempre ripartire: e solo Gesù può farci davvero riniziare ogni volta».
Scuola di teologia per laici: il 9 novembre la comunità dei beati al centro della relazione di Valeria Poletti
“Maestro cosa devo fare per essere felice?” è il titolo della terza lezione della Scuola diocesana di teologia per laici “Laura Vincenzi”, svoltasi a Casa Cini lo scorso 9 novembre. Relatrice, la docente e teologa Valeria Poletti. Le rimanenti lezioni di novembre sono in programma (ore 18.30, Casa Cini o in streaming) il 16 con don Paolo Mascilongo che relazionerà su “Immagini di sequela dal vangelo di Marco”; il 23 con Simona Segoloni su “Fratelli tutti! La comunità espressione di gioia”; il 30 con don Ruggero Nuvoli su “Immaginazione sacramentale”.
Nella sua lezione, Poletti ha analizzato nel dettaglio le Beatitudini (Mt 5,1-12 e Lc 6,20-23), ponendo innanzitutto l’accento sul fatto che Gesù «è venuto a parlare a tutti, a dar vita a una comunità completamente nuova», annunciando che «il Regno di Dio è già ora, si può sperimentare già nel presente». Ma com’è possibile ciò, in questa “valle di lacrime” che è l’esistenza umana?
Gesù quando ci chiede di essere poveri, «non ci chiede tanto di spogliarci, ma di vestire gli altri, di prenderci cura di chi è nel bisogno. “Signore”, quindi, è chi dà agli altri, e lo fa ora, perché il dare mi rende felice, beato già ora», ha spiegato Poletti.
Questo donarsi agli altri è anche il consolare chi è nel pianto, cioè «chi ha un dolore talmente grande da non poterlo tenere dentro. Costui è beato perché mostrandolo può essere consolato, aiutato dalla sua comunità. E la consolazione è già in sé un’azione liberante». È questa la chiave di tutto: il comprendere che «si è felici, beati solo quando si dà, la comunità di persone felici è tale quando non volta la testa dall’altra parte» davanti ai bisogni dei fratelli e delle sorelle.
Allo stesso modo – e proseguendo nell’analisi delle Beatitudini -, «i giusti sono coloro che hanno fame e sete di giustizia». Ma per giustizia non si intende tanto l’osservanza delle norme, ma «è qualcosa che va oltre la legge, e porta anche a subire la persecuzione». La beatitudine sta dunque «nell’essere sazi, satolli di giustizia, quindi di Dio: si sazia la propria fame saziando quella degli altri».
Questa misericordia, questo «chinarsi sull’altro sofferente per rialzarlo», non è dunque un mero sentimento ma «un’azione» concreta. Ed è una purezza del cuore, quindi non solo esteriore ma «interiore, completa, tipica di chi possiede quell’inquietudine che lo porta a giocarsi la propria pace per gli altri, per la pace della propria comunità». Una pace dunque in fieri, un Regno da costruire, vivendo così la propria figliolanza e somiglianza al Padre.
Da qui, solo da qui, può nascere quella «comunità dei felici, dei beati nel Signore», dei «satolli di Dio».
Enrichetta Maregatti, Giorgio Mazzoni ed Elvio Bonifazi
Nel novembre del 1948 l’allora parroco padre Francesco Righetti aprì la sala cinematografica in via Resistenza. Un pezzo di storia di Ferrara che ancora guarda al futuro (di tutti)
di Andrea Musacci
Nell’atrio il primo proiettore a carbone – un Victoria 4r del 1934 – accoglie giovani, famiglie, coppie, anziani e bambini che per gioco vorrebbero tirarne ogni parte sporgente…Utilizzata fino agli anni ’80 (a parte un’eccezione nel ’98 per “Gatto nero, gatto bianco” di Emil Kusturica), è l’immagine plastica di un piccolo ma storico luogo che definire cinema è riduttivo. Non è fra i più “antichi” (ad esempio l’Apollo è del ‘21), ma fu, ad esempio, il primo a proiettare capolavori del neorealismo e a organizzare Cineforum. Siamo in via della Resistenza a Ferrara, nel complesso parrocchiale di Santo Spirito, dove l’omonimo cinema da 75 anni è il punto di riferimento per cinefili e amanti della cultura in senso largo.
Nel ’48 fu l’allora parroco, il francescano padre Francesco Righetti, a dar vita al “Piccolo Cinema”, inaugurato a fine novembre dello stesso anno e con la prima proiezione organizzata a inizio dicembre. Fra i primi “padroni” della cabina di proiezione ci furono i proiezionisti Mario Stabellini, morto nel 2020, e Giordano Galesini, padre di frate Mauro, francescano del Santuario di Chiampo (VI). Ai tempi, per motivi di sicurezza e di gestione meccanica dei proiettori, era infatti normale la presenza contemporanea di due operatori.
Nel libretto parrocchiale “S. Spirito…e le sue opere” del 1958 Antonio Cavalieri scrive: «Tutti sanno o almeno ammettono che l’essere umano ha necessità di ricreazione (…). Ricreazione è distensione, è rinnovamento di energie intellettuali, spirituali, fisiche (…), sollievo dal normale lavoro manuale o intellettuale (…). Ma perché questo si avveri (…) si rende indispensabile creare l’ambiente, dare i mezzi affinché ciascuno possa veramente “ricrearsi” nel vero senso, santo della parola (…). Tutto questo l’ha ben capito il nostro amatissimo Parroco, Padre Francesco, fin dai tempi dei tempi. Era un pallino che aveva nella Sua mente, un assillo che gli tormentava l’anima e il cuore (…). Ungiorno non ne poteva più; sentì il cuore gonfio, e nel cuore una Voce di sicura speranza, di fiduciosa sicurezza…e si mosse! Ed ecco la sala del cinema (eh già, come si fa oggi giorno a pensare ad opere ricreative senza cinema!…), la più bella fra le sale parrocchiali ferraresi; poi vennero i locali nuovi: le sale dei giochi per tutti – grandi e piccoli – le sale di lettura, la sala (magnifica) della televisione, delle adunanze (…)».
La Chiesa, anche a Ferrara, capì dunque che l’educazione e lo sviluppo della cultura, necessitava di luoghi moderni. Il proiezionista Galesini venne poi affiancato da Giorgio Mazzoni, che inizia a lavorare come operatore a S. Spirito 50 anni fa, nel 1973, proseguendo fino al 1984 e poi riprendendo da metà anni ’90 fino al 1998. Per un periodo, Mazzoni si alternava assieme ad Armando Maregatti tra qui e il Cinema Boldini. Armando, morto nel 2010, è il papà di Enrichetta Maregatti, che da lui ha ereditato la gestione della sala dopo l’esordio, assieme al marito Elvio Bonifazi, a fine anni ‘80. Enrichetta ed Elvio ancora oggi gestiscono con grande passione il loro amato cinema.
DAI BIGLIETTI A 40 LIRE ALL’AVVENTO DEL DIGITALE
I primi tempi le proiezioni erano quasi giornaliere, e i biglietti costavano tra le 40-60 lire nei giorni feriali (ridotti e interi) alle 50-70 per i festivi. Da inizio anni ’80, per un periodo, le proiezioni furono solo la domenica, dalle 14.30 fino a tarda serata, mentre con l’austerity (tra il ’73 e il ’74) la chiusura venne imposta alle 23. Ma con la gestione Maregatti ripresero anche nelle serate di venerdì e sabato, fino ad arrivare nel 2007 all’inizio delle rassegne (la prossima è prevista per gennaio 2024) e degli eventi speciali e, ora, a quattro serate di proiezioni, da venerdì a lunedì (oltre ai festivi e prefestivi). Un’altra svolta S. Spirito l’ha vissuta nell’estate 2013 con l’avvento del proiettore digitale (il canadese Christie Solaria One) che ha mandato in pensione i vecchi proiettori (l’ultimo fu un Victoria 8r, ai tempi considerato “la Rolls Royce” dei proiettori), grazie al contributo della Regione per la digitalizzazione dei cinema locali. S. Spirito fu il primo cinema non multisala a Ferrara ad adottare il digitale. Il Boldini ci arrivò per secondo solo il febbraio successivo. In pensione il digitale mandò anche la macchina “girafilm”, per riavvolgere la piccola o per fare montaggio, che Enrichetta conserva ancora gelosamente nella stanzetta attigua alla cabina di proiezione.
Ma torniamo agli albori: padre Francesco – che guidò S. Spirito fino al 1967 – come detto, non immaginò la sala cinematografica come luogo alieno dalla parrocchia e dal quartiere, ma una sala della comunità nella quale poter unire svago, educazione e condivisione. Un posto pensato soprattutto per famiglie, con proiezioni pomeridiane domenicali per i bambini e la sera il “filmone”. Sempre nel ’48 fu allestito anche un bar, col bancone a sinistra dell’ingresso principale e dietro la sala con i tavolini. Tra il 1982 e l’83 fu buttata giù la parete in modo da accedere direttamente alla sala. Di fronte all’ingresso, l’immancabile “stracciabiglietti”/maschera, ruolo ricoperto da metà degli anni ’50 fino al 2008 da Leonello Lugli, e il “segnatempi” sulla parete ai piedi della scala che porta alla galleria e alla cabina di proiezione. “Segnatempi” con i numeri romani I, II, III e con la A a indicare “Attualità”, vale a dire la pubblicità o i cinegiornali. «Ma non si fanno più intervalli – ci spiega Enrichetta – perché i film vanno visti senza pause».
Santo Spirito, quindi, come cinema della città ma senza dimenticare il suo legame con la Chiesa: come ci ricorda Giorgio Mazzoni, se richiesto, prestava le “pizze” con le pellicole, come ad esempio a metà degli anni ’70 quando don Sergio Vincenzi (ai tempi giovane seminarista e dallo scorso maggio in servizio proprio a S. Spirito) veniva a ritirarle per le proiezioni – sempre con una cinemeccanica Victoria 4r – nel Seminario di via G. Fabbri.
A fine anni ‘50 fu uno dei francescani di S. Spirito, padre Geminiano Venturelli, a far costruire la galleria al primo piano del cinema di via Resistenza, assieme alla cabina di proiezione (che prima era al piano terra), in questi ambienti direttamente collegati a quelli parrocchiali dove ancora oggi i bambini fanno catechismo e dove una volta erano adibiti ad aule per la Scuola elementare. E nella saletta di “passaggio” tra il cinema e le sale per i bambini, viene conservata un’altra macchina, una Victoria 5r, la stessa che nel film di Tornatore “Nuovo Cinema Paradiso” sostituisce il vecchio proiettore dopo l’incendio che rende cieco il proiezionista Alfredo.
Luoghi magici, più o meno nascosti, che dopo tanti anni trasmettono ancora quel calore antico di spazi vissuti e fatti crescere con invincibile passione.
Proseguendo nel nostro giro negli ambienti, scopriamo come per diversi anni in sala il palcoscenico – di legno – fosse davanti lo schermo, mentre quello nuovo, dietro lo stesso, venne fatto costruire a metà degli anni ’80 da padre Flavio Medaglia. Una volta, lo schermo quando non serviva veniva alzato e posto orizzontalmente a sfiorare, parallelo, il soffitto. Diverse foto che possiamo ammirare grazie a Enrichetta Maregatti e al parroco don Francesco Viali, testimoniano dell’iniziativa “Microfono d’oro” che si teneva proprio su questo palco negli anni ’70-’80, ispirata allo Zecchino d’oro del Coro Antoniano di Bologna. E un capitolo a parte meriterebbero le poltroncine blu della sala, fatte installare (assieme al pavimento) un quarto di secolo fa da padre Antonio Atanasio Drudi, in sostituzione di quelle di legno che a loro volta presero il posto di quelle in ferro. Prima delle poltroncine blu, i posti erano di più – oltre 200, rispetto alle 173 attuali – e in passato la sala era riscaldata con stufe di carbone. Un altro aneddoto riguarda le poltroncine in legno, che nei periodi estivi venivano trasferite nel campetto dell’oratorio per il “cinema all’aperto”.
I PRIMI CINEFORUM CITTADINI E “LASCIA O RADDOPPIA?”
Come accennato all’inizio, proprio nel Cinema Santo Spirito nacque, grazie a don Franco Patruno e Luciano Chiappini, il primo Cineforum ferrarese: la terza serie – a cura del “Club Ferrarese Cineforum” – ci risulta essere della stagione 1952-1953, col titolo “Panorama della cinematografia mondiale del dopoguerra. Charlie Chaplin – Il cinema francese”, con film anche di Renè Clair (“Il silenzio è d’oro”, 1947) e Henri Georges Clouzot, mentre di Chaplin venne proiettato “Monsieur Verdoux” (1946). Nella quinta serie, invece, anni ’53-54, protagonisti furono Jean Renoir (“La grande illusione”), Frank Capra (“L’eterna illusione”), G. W. Pabst (“La voce del silenzio”) e Billy Wilder (“Viale del tramonto” e “L’asso nella manica”).
Don Patruno e Chiappini li ritroviamo quasi mezzo secolo dopo, il 4 dicembre 1998, per un incontro pubblico organizzato in occasione del 50° anniversario, con gli interventi, oltre che dei due, di Enrichetta Maregatti, del parroco padre Giovanni Di Maria (a S.Spirito dal ’97 al 2009) e di Antonio Azzalli. Proprio in occasione dei primi 50 anni del cinema, sull’edizione ferrarese del “Resto del Carlino” Gianfranco Rossi ricordava quando nel 1957 Michelangelo Antonioni con la sua troupe de “Il grido” (tra cui Alida Valli e Dorian Gray), si fermò al Cinema S. Spirito per annunciare la prossima uscita del film.
Cinema d’autore, dunque, ma anche la neonata televisione fece capolino dal grande schermo di via della Resistenza con, dal ‘56, la proiezione di “Lascia o raddoppia?” e di altre trasmissioni televisive che raccoglievano una volta alla settimana tante famiglie della parrocchia ancora sprovviste in casa del televisore.
LE CRISI, IL PRESENTE E IL FUTURO DI UNA COMUNITÀ
Il Cinema S. Spirito è iscritto all’ACEC-SdC (Associazione Cattolica Esercenti Cinema – Sale della Comunità) e oggi ospita 173 posti, di cui 153 in platea e 20 in galleria.
Come ci spiega Enrichetta Maregatti, «cerchiamo di proiettare film d’essai o comunque di qualità. Facciamo anche proiezioni per le scuole, per l’Università degli Studi di Ferrara, oltre a conferenze e spettacoli teatrali benefici di compagnie amatoriali locali».
Negli anni, prosegue, «abbiamo vissuto momenti di crisi, ad esempio dopo l’apertura del Multisala in Darsena e con le chiusure causa Covid. Ma dallo scorso gennaio è ripreso il regolare flusso di spettatori, che anzi è aumentato rispetto al periodo pre-Covid. Da noi vengono persone non solo dalla città ma anche dalla provincia (Ostellato, Massa Fiscaglia, Poggio Renatico ad esempio) o dal rodigino, e ci sono tanti affezionati, un vero e proprio “zoccolo duro”».
La missione per il futuro è sempre chiara: «siamo una sala polivalente che cerca innanzitutto di aggregare le persone, di farle ritrovare, incontrare, socializzare. Il nostro è un servizio alla comunità, e anche per questo cerchiamo di mantenere prezzi bassi. I film vanno visti in sala, sul grande schermo e soprattutto assieme agli altri».
Per questi motivi, i cinema come S.Spirito vanno tutelati e sostenuti come patrimonio dell’intera comunità.
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SERATA SPECIALE IL 18 NOVEMBRE
“Cinema Santo Spirito. 75 anni di film che parlano al cuore” è il nome dell’incontro in programma sabato 18 novembre al Cinema Santo Spirito di via Resistenza, 7 a Ferrara.
Questo il programma della serata:
* ore 18:45 – 20:45, atrio del cinema:Annullo filatelico di Poste Italiane per la ricorrenza.
* 19:00, Sala del cinema:Tavola rotonda “Cinema Santo Spirito tra ricordi e prospettive”. Modera mons. Massimo Manservigi, Direttore dell’Ufficio Comunicazioni Sociali Arcidiocesi di Ferrara-Comacchio.
*20:00, cortile dell’oratorio:aperitivo con buffet.
* 21:00, Sala del cinema:speciale proiezione a sorpresa di un film restaurato.
Don Grossi e Bruzzone i relatori della seconda lezione della Scuola diocesana di teologia per laici
Sulla natura della vocazione e l’essenza relazionale della persona hanno riflettuto lo scorso 26 ottobre a Casa Cini, Ferrara, don Alessio Grossi (Referente del Servizio Diocesano Tutela Minori e persone vulnerabili della diocesi di Ferrara-Comacchio, nonché sacerdote dell’UP Arginone-Mizzana-Cassana) e Daniele Bruzzone Ordinario di Pedagogia generale e sociale presso la Facoltà di Scienze della formazione dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e Presidente di Alæf (Associazione di Logoterapia e Analisi Esistenziale Frankliana) (foto in basso). L’occasione è stato il secondo incontro dell’anno in corso della Scuola di teologia per laici “Laura Vincenzi”, avviata lo scorso 5 ottobre con la lezione introduttiva del nostro Arcivescovo.
“Parliamo di vocazione: Una via per ciascuno?” il titolo, invece, della lezione del 26 ottobre che ha visto la partecipazione (in presenza o on-line) di oltre 120 persone.
«La vocazione – ha esordito don Grossi – è chiamata, appello, è qualcosa che parte da Dio ma che non mi arriva dall’esterno, come qualcosa che possa non andare d’accordo col mio cuore, come qualcosa che io non conosco di me». Da una concezione errata di vocazione (intesa anche come «privilegio» e come qualcosa di esclusivo), si arriva a «forme negative di rinuncia e mortificazione» e si può arrivare anche «all’abuso spirituale e di coscienza». Nessuno può dire che cosa un altro deve fare, «può accompagnarlo nella sua scelta ma alla fine è quest’ultimo che deve decidere».
Nella “Gaudium et spes” – ha proseguito il sacerdote – è scritto che la dignità deriva dalla «vocazione alla comunione con Dio», dal dialogo tra uomo e Dio. Il Catechismo, poi, a proposito di vocazione parla di «vita nello Spirito», quindi di «un’espressione creativa, una dinamica e una concretezza». Qui, secondo don Grossi, risulta fondamentale il testo di Wojtyla “Persona e atto” (1969): secondo il futuro pontefice, «l’atto, il manifestarsi costituisce il particolare momento in cui la persona si rivela». Per l’uomo, infatti, «a differenza degli animali non è indifferente come vive la propria chiamata all’esistenza». «Partecipazione» (l’esplicarsi nella relazione) e «trascendenza» (apertura, eccedenza) sono i due concetti cardine che definiscono la persona umana. Ma questo oltrepassamento avviene anche al proprio interno, in quanto «il nucleo della persona risiede dentro di sé, è quella parte aperta al mondo ma che, ascoltandosi e decidendosi, vive la dimensione trascendentale partendo dal cuore». E – si badi bene – «l’interiorità non è riducibile allo psicologico, ma è molto di più, è lo spirituale, la fonte dell’uomo che può sempre decidere come orientarsi nella vita».
Ma se l’uomo è apertura, partecipazione e trascendenza, per un cristiano ciò che lo distingue è l’amore (si veda ad esempio Gv 13, 34), «il dare la vita, il generare: la stessa morte di Cristo e quella del nostro ego non significano mortificazione ma qualcosa di generativo, quindi la vocazione, ogni vocazione non può non essere qualcosa di generativo, che genera vita per me e per gli altri. La vocazione è tale se è generativa, se è una vivificazione reciproca», ha spiegato il sacerdote.
Alla base della sopracitata “teologia della persona” di Wojtyla e non solo, ha invece riflettuto Bruzzone, troviamo la filosofia del tedesco Max Scheler (1874-1928), che ha influenzato anche il pensiero di Viktor Frankl (1905-1997), neurologo, psichiatra e filosofo austriaco, tra i fondatori dell’analisi esistenziale e della logoterapia a cui si ispira l’Alæf presieduta da Bruzzone.
«Per Frankl – ha spiegato quest’ultimo – l’uomo è sempre orientato alla ricerca dell’altro e dell’Altro – che per chi crede è Dio -, quindi vi è sempre una tensione a un’alterità, un’apertura, un’eccentricità: per realizzarci abbiamo bisogno di dedicarci ad altro e ad altri. Il cuore dell’uomo ha una struttura dialogica – ha proseguito – la nostra coscienza è sempre interpellata e sempre risponde». Riguardo alla vocazione, dunque, vediamo come la vita sia «qualcosa che ci interroga, e dalle nostre risposte dipende la direzione della nostra esistenza». Senza dimenticarci, appunto, che «il concentrarci troppo su noi stessi ci fa ammalare: senza scopo, senza altro e senza altri, l’uomo inizia a preoccuparsi, a star male». Se rinnega la propria essenziale apertura, muore.
Intervista a Vadis Paesanti, Presidente Cooperativa Pescatori del Delta e vicepresidente FedAgriPesca Confcooperative Emilia-Romagna: «la situazione per le nostre 1800 imprese è grave e diventerà gravissima»
A cura di Andrea Musacci
«La catastrofe ambientale porterà, di questo passo, a una catastrofe economica e sociale per migliaia di famiglie». Pur cercando di non perdere la speranza e di mantenere la necessaria lucidità, Vadis Paesanti (foto piccola) è consapevole della drammatica situazione della venericoltura, cioè dell’allevamento a fondale delle vongole veraci. Maltempo e alluvione, anossia ma soprattutto granchio blu stanno mettendo sempre più in ginocchio i produttori della Sacca di Goro. Presidente della Cooperativa Pescatori del Delta e vicepresidente di FedAgriPesca Confcooperative Emilia-Romagna, Paesanti approfitta del nostro incontro per sottolineare innanzitutto l’importanza della Giornata del Ringraziamento del 12 novembre: «è un gesto importante da parte del Vescovo e della Diocesi. Abbiamo bisogno di una sua benedizione, di un aiuto dal Cielo…».
Paesanti, qual è la situazione delle vostre imprese e cooperative?
«La situazione ad oggi è grave, e fra qualche settimana, fra pochi mesi sarà gravissima per le nostre circa 1800 imprese associate in 53 cooperative della venericoltura».
Partiamo dall’alluvione in Romagna nei mesi scorsi…
«Quell’enorme quantità di acqua convogliata in canali e fiumi, i navigabili, e attraverso il Napoleonico, è arrivata nel Po di Goro e quindi nella Sacca di Goro, con conseguenze negative. E poi vi è stata l’anossia (mancanza di ossigeno nei fondali marini a causa del protrarsi di temperature elevate, ndr), anche se non è il primo anno che la registriamo nel mese di ottobre».
Ma il nemico principale è senza dubbio il granchio blu…
«Esatto. C’è da dire innanzitutto che questo granchio è venduto nel nostro mercato ittico già da 10 anni, e in questo decennio ha divorato buona parte della risorsa alieutica (ad esempio, acquadelle, gamberetti, orate, branzine, anguille, granchio comune). Di questo pesce non c’è più traccia da anni, a dimostrazione della voracità di questo animale, della sua scaltrezza e del fatto che non ha competitors, non ha predatori».
Cos’è cambiato quest’anno?
«Già la scorsa primavera abbiamo iniziato a notare nella Sacca di Goro numerosi gusci e un ammanco di tante vongole. Non si trattava di una morìa spontanea. All’inizio vi sono state accuse reciproche di furto tra le cooperative, ma avendo nella Sacca una guardianìa h24 e telecamere a raggi infrarosse, abbiamo dovuto prendere atto che il granchio blu, esaurita la risorsa alieutica, ha iniziato a mangiare le vongole veraci. E da lì è iniziata la catastrofe ambientale e la catastrofe della biodiversità che diventerà catastrofe economica e sociale. Consideriamo che in media in un anno nella nostra Sacca si producevano circa 13mila tonnellate di vongole veraci…».
Qual è il calo di produzione registrato e quale quello previsto?
«Accorgendoci del granchio blu che divorava le vongole, abbiamo cercato di venderne più possibili per sottrarle a questo predatore. Il calo, quindi, dipende da quanto le singole cooperative sono riuscite a venderne in questi mesi. Il problema è che il seminato del 2022 e soprattutto quello della scorsa primavera, ci è stato divorato dal granchio blu. Bisogna considerare che la raccolta avviene 14-16 mesi dopo la semina. Ciò significa che non avremo più la vongola né piccola né mediana né adulta, perché finché ci sarà il loro predatore non potremo più seminare».
Fino a quando dovrebbe rimanere il granchio blu?
«Vedendo gli altri Paesi nei quali è presente, rimane per un ciclo di 4 anni, quando allora, per mancanza di cibo, inizierà a cannibalizzare i propri piccoli oppure emigrerà».
Tutto ciò che conseguenze avrà sugli allevatori?
«A questa domanda non sono in grado di rispondere: è come dopo un’alluvione, ci troviamo con la casa allagata, dobbiamo abbandonarla. Viviamo un momento di grande sconforto, siamo rimasti spiazzati. I ristoranti naturalmente si stanno riorganizzando: proporranno sempre più spaghetti al granchio blu e non alle vongole, ma per noi è solo sopravvivenza momentanea…».
I sistemi di protezione sperimentale come recinti e teli protettivi sono utili?
«No, e lo dimostra il vento forte delle ultime settimane che in alcuni casi ha spazzato via tutto…».
Veniamo alle misure adottate recentemente dal Ministero dell’Agricoltura per aiutare i produttori. Che idea si è fatto?
«I 2,9 milioni di euro dal Governo sono utili, ma non più di tanto dato che ci aiuteranno solo per certe spese, come quelle per lo smaltimento e il facchinaggio. Il discorso di fondo è che siamo circa 1800 aziende nel nostro Delta e altrettante nel Veneto, e se uno fa i conti, a ogni impresa andrà ben poco. Speriamo che il Governo faccia un’altra misura».
Poi ci sono i 10 milioni di euro per sostenere la ripresa del settore per semina, ripopolamento e acquisto di strutture fisse di protezione…
«Sì, saranno certamente utili anche questi. Siamo grati al Governo per questi sforzi, ma riteniamo che per passare l’inverno bisognerà fare di più. Il nostro non è un settore assicurato e non abbiamo diritto alla CISOIA (Cassa Integrazione Speciale Operai dell’Agricoltura, ndr)…».
1 milione di euro è arrivato invece dalla Regione…
«Questo può aiutarci per il nostro mancato reddito nei primi 9 mesi del 2023 e per una piccola parte dell’acquisto del seme. Ma anche questo non è sufficiente. Le istituzioni devono capire che qui viviamo di monoeconomia, quindi quando venderemo l’ultimo kg di vongole, vi sarà una grave situazione economica e sociale. In Italia vendiamo un prodotto di nicchia, e siamo i primi produttori di vongole veraci in Europa. Ma questa calamità ci sta mettendo a terra».
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Delta, un anno pieno di sciagure
Già dallo scorso marzo, la siccità porta a una mancanza di acqua dolce nella Sacca di Goro, zona da sempre di acqua mista. E con le temperature più alte della media, gli allevamenti sono infestati di alghe che soffocano le vongole e di nuovi predatori, come il granchio blu, specie aliena originaria delle Coste Atlantiche dell’America. A fine primavera, il problema contrario: un aumento dell’acqua dolce derivante dallo sgrondo a mare delle acque piovane dei fiumi e della rete della bonifica.
In estate, la situazione è sempre più drammatica, alcuni pescatori iniziano a prevedere un calo dell’80/90% della produzione per il 2024. Il granchio blu ha, però, ancora un mercato limitato in Italia in quanto poco conosciuto.
A metà ottobre arrivano le prime risposte dalle Istituzioni: «Con una legge dedicata all’emergenza alluvione, abbiamo introdotto come Regione Emilia-Romagna un milione di risarcimento ai pescatori di Goro e Comacchio per i danni economici subiti a causa del granchio blu. Sono risorse proprie della Regione che compensano i danni diretti e quelli derivati dallo smaltimento die granchi blu pescati. Ma siamo tutti d’accordo che i risarcimenti non bastino», dichiara la consigliera regionale ferrarese e capogruppo Pd Marcella Zappaterra.
In questo periodo, oltre alla minaccia del cuneo salino, diventa ancora più pesante il fenomeno dell’anossia, ovvero la mancanza di ossigeno nei fondali marini. Il fenomeno, dovuto al protrarsi di temperature decisamente estive sino ad ottobre avanzato e alla calma piatta del mare, in assenza di mareggiate, ha comportato un eccessivo apporto di acqua dolce proveniente dal Po e una progressiva riduzione dell’ossigenazione dei fondali, elementi, invece, fondamentali per la crescita del novellame seminato. E nella Sacca di Goro, per arginare l’invasione del predatore giunto dall’Atlantico, alcuni acquacoltori introducono sistemi di protezione sperimentale, piazzando recinti e teli protettivi, ma si tratta di una sperimentazione impostata sul 10% delle concessioni.
Il 24 ottobre arriva finalmente la nota del Governo nazionale: il Ministro del Masaf (Ministero dell’agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste), Francesco Lollobrigida, ha sbloccato i 2,9 milioni destinati alle oltre 3mila aziende in crisi. «Dopo il via libera ottenuto dall’Europa – dichiara il Ministro – ho firmato il decreto che autorizza la spesa per le aziende che hanno provveduto alla cattura e allo smaltimento della specie. Le imprese di tutto il territorio nazionale potranno richiedere il rimborso delle spese sostenute per l’acquisto di attrezzi da pesca e di trasporto, rispettivamente nella misura dell’80 e del 100% dei costi che vanno dal primo agosto al 31 ottobre 2023», spiega ancora don Lollobrigida. «Allo stesso tempo – aggiunge il Ministro – abbiamo previsto un ulteriore intervento da dieci milioni di euro per sostenere la ripresa del settore della pesca e dell’acquacoltura per la semina, il ripopolamento e l’acquisto di strutture fisse per proteggere gli allevamenti di vongole e novellame di sogliola e cozze. Un provvedimento che abbiamo inviato in Conferenza Stato-Regioni».
Intervista al Presidente Michele Mangolini: «dobbiamo anticipare le trasformazioni»
Un esempio virtuoso di cooperazione e un valore aggiunto per il territorio: questo rappresenta C.A.S.A. Mesola (Cooperativa Assistenza Servizi Agricoli), realtà in via Bassalunga nel mesolano, nata nel 1964, in esecuzione della delibera n. 53/063 dell’Ente per la Colonizzazione del Delta Padano che favoriva la fusione di cooperative con finalità comuni, ma operanti in ambiti territoriali troppo ristretti per conseguire un’efficace azione di programmazione.
Una realtà che affonda le proprie radici nelle grandi trasformazioni conseguenti alla Riforma agraria degli anni ’50 del secolo scorso. Anche nel Basso Ferrarese, infatti, i primi cooperatori si trovarono a lavorare in condizioni difficili – bassa scolarità, condizioni igienico sanitarie insufficienti e precarietà economico-sociale – a cui la Riforma Agraria, con assegnazioni medie di 7 ettari di terreno, aveva dato risposte parziali.
Il processo migratorio della fine degli anni Cinquanta e dei primi anni Sessanta in direzione dei centri industriali del Nord, che portò all’abbandono di molti terreni, e le integrazioni aziendali avvenute con la bonifica di Valle Giralda, consentirono un allargamento della maglia poderale favorevole a quanti erano rimasti sui terreni. L’obbligo per gli assegnatari, pena l’estromissione dal fondo, era di far parte di una cooperativa di assistenza e servizi agricoli. Questo favorì la nascita di cooperative su tutto il territorio interessato dalla Riforma Agraria, ma finì, però, col rendere la cooperativa uno strumento poco efficace. Qui si inserisce C.A.S.A. Mesola, strumento innovativo nella conduzione delle aziende dei soci quando, a partire dai primi anni Settanta, il gruppo dirigente si pose l’obiettivo di passare dalla cooperazione coatta alla cooperazione volontaria, di vincolare l’attività produttiva dei soci a precisi piani colturali, di regolare la contrattazione e la vendita collettiva dei prodotti, di rendere la cooperativa autonoma da tutele che non avevano più ragione d’essere.
C.A.S.A. Mesola oggi offre numerosi servizi come ad esempio il confezionamento, la lavorazione e la vendita di prodotti agricoli dei soci; l’assistenza tecnica specializzata per la difesa e la fertilizzazione delle colture; la vendita di prodotti fitosanitari, fertilizzanti e di tutti i prodotti necessari all’impresa agricola; la consulenza per la certificazione di prodotto e la contabilità ed amministrazione aziendale. Fra le produzioni, carote, asparagi, radicchio, porro, zucca, anguria, pomodoro per l’industria, zucchino e patate.
Abbiamo rivolto alcune domande a Michele Mangolini (foto), Presidente di C.A.S.A. Mesola e da quasi 4 anni Presidente di ConfCooperative Ferrara.
Mangolini, qual è la specificità, il valore aggiunto di C.A.S.A. Mesola nel nostro territorio?
«C.A.S.A. Mesola nasce quasi 60 anni fa ma ha origini più antiche, con le prime bonifiche nel Delta, che per le assegnazioni dei terreni davano la precedenza a chi sia associava a una cooperativa. Qualche ex dipendente della bonifica era poi rimasto come dirigente, e questo fu un fattore molto importante anche per il successivo sviluppo delle stesse cooperative e del territorio. Poi ci fu un abbandono delle campagne anche a causa della scarsità di terreni disponibili. Un altro dato è importante: negli anni ’70 C.A.S.A. Mesola aveva 430 soci, oggi ne conta 160, ma questi hanno a disposizione terreni molto più grandi rispetto a 50 anni fa».
Qual è la situazione nell’ambito agricolo e quali le prospettive?
«La situazione è in evoluzione, la crisi riguarda maggiormente l’ambito della frutticoltura, pensiamo ad esempio alla pera, simbolo del nostro territorio. La causa, naturalmente, è della crisi climatica, basti pensare al maltempo e alle alluvioni che hanno interessato anche il Ferrarese. Per quanto riguarda l’orticoltura, invece, registriamo uno sviluppo nel nostro territorio. Spesso estensioni di orticole hanno sostituito gli alberi da frutto. Dobbiamo essere attenti, cercare di anticipare i cambiamenti, anche se non è facile. È necessario quindi non adeguarsi alle trasformazioni ma investire per anticiparle».
Nello specifico, C.A.S.A. Mesola che periodo sta vivendo?
«Abbiamo fatto moltissimi investimenti per le orticole, come ad esempio per un impianto per le carote all’avanguardia in Italia, oltre a investimenti per le imprese agricole e a un ampliamento del fotovoltaico per un minor impatto sull’ambiente. In generale, ci siamo allargati e aperti per dare maggiori risposte all’intera comunità del territorio. Rispetto al passato, quando la cooperativa era chiusa nel proprio perimetro, venendo concepita come utile solo per i propri soci, oggi è uscita, ponendosi interamente a disposizione delle comunità».
Ci può fare un esempio concreto di questa apertura?
«Basti pensare alla collaborazione con diverse sagre del territorio, un’attività importante che va al di là della semplice sponsorizzazione. Inoltre, circa un anno fa come C.A.S.A. Mesola, assieme alla Fondazione “F.lli Navarra” di Malborghetto e all’Associazione “Aps Più Felici” abbiamo dato vita a “Casa Bosco”, una struttura di accoglienza per ragazzi diversamente abili, studenti e lavoratori del settore agricolo, all’insegna dell’innovazione agraria, della formazione e dell’inclusione sociale. La struttura, compresa nel complesso di C.A.S.A. Mesola, è un ex essicatoio del tabacco di inizio ‘900 completamente ristrutturato».
Il 20 ottobre nel Monastero ferrarese del Corpus Domini il primo dei tre incontri organizzati dal Circolo Laudato si’: una trentina le persone presenti (due soli maschi) per pregare assieme e condividere timori, idee, progetti e speranze
Il venir meno dell’equilibrio naturale, della pace fra gli uomini e col resto del creato. E, parallelamente, il venir meno di una consapevolezza sulle conseguenze che determinate scelte di vita – personali e collettive – possono avere sull’esistenza di ognuno, compresa quella delle generazioni che verranno.
È così, senza infingimenti, che la sera del 20 ottobre scorso si è svolto il primo incontro di preghiera e condivisione proposto dal Circolo diocesano “Laudato si’” in collaborazione con le Sorelle Clarisse. I restanti incontri si svolgeranno il 9 febbraio sul tema “La sobrietà” e il 19 aprile su “La cura”. Tema del primo incontro (alla presenza di 30 persone), invece, è stato “L’urgenza”.
Al Monastero del Corpus Domini di Ferrara è stato un alternarsi di silenzi e parole parche, profonde, sincere. Ed è emerso come l’urgenza stia anche nel bisogno di condividere timori, progetti, speranze, domande. Tutti frutti sani di un’importante risonanza interiore.
L’incontro è iniziato coi vespri in chiesa, durante la quale si è svolta anche una piccola processione in cui alcuni partecipanti hanno portato davanti all’altare tre immagini emblematiche delle conseguenze dell’azione nociva dell’uomo sul creato. A seguire, vi è stato un momento di condivisione nel coro. Diversi gli interventi alternati a letture di brani tratti dalla “Laudato si’” e dalla “Laudate Deum” di Papa Francesco. «Dobbiamo farci carico della nostra casa comune e divenire consapevoli della nostra meschinità, piccolezza, delle tante vite usurpate, rovinate», è stato un primo intervento. «Che in noi possa crescere la consapevolezza della brevità del tempo che ci rimane». Da qui, l’urgenza di agire: «il tempo si è fatto breve, non possiamo più dormire».
«A me colpisce tanto l’indifferenza verso questi problemi e verso i più poveri, nonostante i segni dell’emergenza siano sempre di più», è invece la preoccupazione di un’altra persona. «Forse, questa, è una tendenza a rimuovere il problema per continuare a vivere serenamente. Vorrei che fossimo capaci di cambiamento, anche attraverso questo nostro piccolo Circolo Laudato si’».
Ma – è emerso da altri interventi – «come posso pormi io davanti all’enorme drammaticità di questi problemi? Oltre ai nostri piccoli passi, quali passi significativi fare insieme?». Considerando, anche, come questa consapevolezza ecologica «è relativamente recente». Ora però, «c’è molta più attenzione su questi temi e più atti concreti». Serve «perseveranza», «costanza», non solo il compiere azioni, ma renderle anche durature, dare loro continuità. E serve non dimenticare il peso dei piccoli gesti personali, perché anche dall’unione di questi nasce quella «massa critica» fondamentale per cambiare le nostre società. Ma perché tutto ciò non si riduca a mera pulizia all’interno del nostro universo di benessere, serve fare due passi innanzitutto dentro di sé: «tornare a stupirsi davanti alla bellezza e riuscire ad ascoltare il lamento del prossimo». Senza questo, quindi senza la Grazia di Dio, si rischia di rimanere nell’ambito mondano della pura rivendicazione.
Mi chiamo Andrea Musacci.
Da aprile 2014 sono Giornalista Pubblicista, iscritto all’Ordine dei Giornalisti dell’Emilia-Romagna.
Sono redattore e inviato del settimanale "la Voce di Ferrara-Comacchio" (con cui collaboro dal 2014: http://lavoce.e-dicola.net/it/news - www.lavocediferrara.it), e collaboro con Filo Mag, Avvenire, La Fionda, Vino Nuovo.
In passato ho collaborato con La Nuova Ferrara, Listone mag e Caritas Ferrara-Comacchio.
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"L'unica cosa che conta è l'inquietudine divina delle anime inappagate."
(Emmanuel Mounier)