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Un’app per visitare i luoghi religiosi in maniera virtuale

23 Mag
bertuzzi e zanella

Stefano Bertuzzi e don Stefano Zanella

Mentre proseguono i lavori di restauro e consolidamento degli edifici sacri della nostra Diocesi, l’Ufficio Tecnico guidato dall’ing. don Stefano Zanella ha pensato a come rendere accessibile le tante chiese che per alcuni anni rimarranno ancora chiuse. Da qui è nato il progetto di utilizzare un’app innovativa, “MuseOn”, per visitare virtualmente chiese, musei e palazzi. “MuseOn” è stata ideata da Stefano Bertuzzi e Desirée Ponchiardi della startup bolognese iThalìa srl, nata circa un anno fa. Semplicemente attivando la connessione Bluetooth (senza bisogno di un collegamento internet), e con un lettore qrcode, si può, recandosi nei pressi di un determinato edificio storico, “visitarlo virtualmente” dal proprio smartphone, visualizzando immagini e informazioni sull’immobile e la sua storia.
“MuseOn” è per ora disponibile per il Palazzo Arcivescovile di Ferrara, il cui porticato già da alcuni mesi accoglie un pannello con le indicazioni per utilizzare l’app. L’idea, però, è di renderla disponibile, entro l’estate o comunque in tempi relativamente brevi, anche per la Chiesa di San Paolo (chiusa dal 2005), la Chiesa di Santo Stefano (riaperta 18 mesi fa), e, si spera, anche la Cattedrale cittadina e la Chiesa di San Domenico, inaccessibile dal 2012.
Come ha sottolineato don Zanella, «”MuseOn” è importante tanto a livello turistico, quanto di studio e ricerca, ma anche per la catechesi». Bertuzzi ha poi spiegato come si tratti di «un progetto sostenibile di alta efficienza, in quanto ha un livello molto basso di consumo di batteria (il 50-70% in meno rispetto alle altre app), un consumo ridotto della memoria del dispositivo (circa 18 MB), e un tempo di installazione breve, quantificato in una ventina di secondi. Il tutto – ha concluso – nella massima sicurezza per quanto riguarda i dati personali e i diritti di autore».

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 21 maggio 2017

Il Palazzo Arcivescovile di Ferrara perla dell’architetto romano Mattei

7 Mag

Un libro del professore universitario Ticconi racconta le opere del concittadino «Con il suo scalone d’onore l’edificio è un gioiello purtroppo sottovalutato»

[Qui il mio articolo sul sito de la Nuova Ferrara]

index«Il Palazzo Arcivescovile di Ferrara col suo scalone d’onore è un gioiello assoluto, purtroppo sottovalutato anche qui in città». Nella Ferrara degli Estensi ancora oggi è forte la tentazione di considerare il periodo pontificio come minore rispetto a quello rinascimentale. Così, luoghi come l’Arcivescovado e personalità come quella dell’architetto Tommaso Mattei sono ampiamente sconosciute o, nella migliore delle ipotesi, sottovalutate.
Per ridare il giusto peso a tutto ciò, lo scorso gennaio è uscito il volume Tommaso Mattei 1652-1726. L’opera di un architetto romano tra ’600 e ’700 (Gangemi Editore) di Dimitri Ticconi, professore di storia dell’architettura all’Università La Sapienza di Roma.
Chi era Mattei? Perché il suo lavoro è stato così importante? «Mattei inizia la propria formazione nella bottega di Gian Lorenzo Bernini – spiega Ticconi -, dove lavorava anche il padre orafo, poi si avvicinerà all’architettura diventando collaboratore di Carlo Rainaldi, alla cui morte ne assumerà l’eredità professionale. Nella sua carriera lavorerà, ad esempio, per alcune tra le più importanti famiglie romane, come i Borghese, rielaborando un raffinato decorativismo. Insomma, Mattei ha il merito di traghettare l’architettura dal ’600 al ’700, attraverso un gusto appartenente al primo Rococò romano, ancora barocco e lievemente decorativo».
Allora perché è così poco noto? «In Italia gli studi sulla cultura artistica e architettonica dal tardo ’600 fino agli anni ’30 del ’700, non hanno mai focalizzato un interesse su personalità di rilievo come Mattei, ma solo sulle più note come Carlo Fontana. Negli anni ’60 del secolo scorso ci sono state, in poche nicchie di studi storiografici, alcune personalità che hanno iniziato a recuperare il tardo ’600 e il primo ’700 romano, ma sono rimaste inascoltate. Negli ultimi 25-30 anni si ha un interesse a riscoprire figure come la sua ritenute minori, anche se non vi è ancora una storiografia al riguardo».
Ma Mattei da Roma come giunge a Ferrara? «Vi arriva nel 1717 quando era l’architetto più in auge a Roma, scelto dall’allora arcivescovo di Ferrara, Tommaso Ruffo, che voleva il meglio per ristrutturare il Palazzo Arcivescovile. Mattei porta dunque a Ferrara la sua cultura architettonica, di cui ne è segno lampante ad esempio la facciata, ma con equilibrio. L’opera di Mattei a Ferrara non può dunque essere considerata minore, sconta anche un eccessiva attenzione al periodo degli Estensi, che svaluta – ingiustamente – il periodo pontificio.E nello scalone Mattei ha “portato” a Ferrara, rielaborandolo con squisito decorativismo, una metafora della Fontana dei Quattro Fiumi del Bernini: varrebbe la pena di venire a Ferrara solo per vedere questo capolavoro assoluto, che ha nulla da invidiare ad altre gemme della città».

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 6 maggio 2017

“Vedete, sono uno di voi”: il Cardinal Martini secondo Ermanno Olmi

26 Apr
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Carlo Maria Martini

Una vita benedetta raccontata con delicatezza da uno dei maestri del cinema italiano. Anche a Ferrara è stato proiettato (l’8 e 11 aprile al Cinema S. Benedetto) il film documentario di Ermanno Olmi “Vedete, sono uno di voi”, dedicato alla vita del Cardinal Carlo Maria Martini. Un’esistenza narrata magistralmente in questo film che si conclude con l’immagine del Cardinale, ormai prossimo alla morte, che ha ancora la forza e la fede per benedire. E una figura, la sua, legata indissolubilmente a quella Milano che lui stesso definì “questa benedetta, maledetta città”. La voce narrante, dello stesso Olmi, accompagna lo spettatore con le parole dette o scritte da Martini, partendo dall’immagine di un umile letto, rappresentazione del giaciglio della sua agonia e morte. Una suggestione visiva che ritornerà, come un filo rosso, più volte nel film. Dopo alcune brevi riprese dei funerali, si passa alle sue origini. Nato a Torino il 15 febbraio 1927 da Leonardo, ingegnere, e da Olga Maggia, Martini viene chiamato, adolescente, dal Signore (“da ragazzo capii che dovevo dedicare tutta la mia vita a Dio”): nel ’44, a 17 anni, entra nella Compagnia di Gesù presso la casa dei gesuiti di Cuneo, “che ci diedero un’educazione molto severa ma al tempo stesso ci educarono alla libertà”, e nel 1952 a Chieri riceve dal Card. Maurilio Fossati, Arcivescovo di Torino, l’ordine sacro. Tra i gesuiti nascerà anche il suo amore per la teologia e in particolare per lo studio degli antichi manoscritti. Ma non gli bastava: “cercavo un impegno pastorale oltre le barriere del pensiero colto: lo trovai nella Comunità di Sant’Egidio”.

Dagli anni ’60 la sua vita si interseca sempre più con la storia d’Italia. Sono gli anni del Concilio Vaticano II, delle lotte politiche, fino al 1980 col suo ingresso a piedi, Vangelo in mano (“l’unica cosa che mi apparteneva”), nella Diocesi ambrosiana come nuovo Arcivescovo. Emerge qui, in maniera non meno forte rispetto al passato, una rappresentazione umana di Martini, che, appena entra in carica visita il Carcere di San Vittore, e confida le sue paure: “temevo la solitudine, di diventare un burocrate lontano dalla gente. Dovetti ricredermi”. In una città come Milano, simbolo della frenesia produttiva e consumistica, un altro suo gesto “rivoluzionario” sarà quello di dedicare la prima lettera pastorale al tema della meditazione: “la Parola di Dio è semplice, per questo ha solo bisogno di silenzio”. Ma la “capitale morale” d’Italia sarà anche gorgo di male, cuore del terrorismo e della criminalità. Sarà la triste patria di Tangentopoli, ma anche dei piccoli immensi gesti di Martini, che battezza i due figli gemelli dei terroristi Chicco Galmozzi e Giulia Borelli, Nicola e Lorenza, o che nel 1987 dà vita alla “Cattedra dei non credenti”.

Una volta conclusa la sua esperienza come Pastore a Milano, dal 2002 al 2007 torna alla fonte della sua fede: “Gerusalemme, finalmente…sento che è la mia città. È un luogo dove si respira la storia biblica, centro della storia umana, non luogo di conflitto ma città della preghiera, di dialogo e amore”. Sarà l’inizio dell’ultimo cammino verso il “ritorno al Padre”, che avverrà il 31 agosto 2012 a Gallarate: “mi sono riappacificato con l’idea di morire quando ho compreso che senza la morte non arriveremo mai a fare un atto di piena fiducia. Di fatto in ogni scelta impegnativa noi abbiamo sempre un’uscita di sicurezza. Invece la morte ci obbliga a fidarci totalmente di Dio”.

Andrea Musacci

Ferrara, nuovo cappellano del carcere: incarico al parroco di Tamara

13 Apr
Mons. Bentivoglio durante la messa in carcere per il suo 50°

Mons. Antonio Bentivoglio

Una decisione che era nell’aria già da diversi mesi, ma che solo ieri ha avuto un primo annuncio: Mons. Antonio Bentivoglio – classe 1938, dal 1994 cappellano del carcere – nei prossimi mesi abbandonerà il suo incarico all’Arginone.
Durante la Messa di Pasqua svoltasi ieri mattina nella Casa Circondariale, Mons. Luigi Negri ha colto l’occasione della sua ultima visita da Vescovo all’Arginone per annunciare che Mons. Bentivoglio sarà affiancato da don Giovanni Polezzo (che ieri ha concelebrato la Messa in carcere), 30 anni, candidato, poi, a sostituirlo come cappellano se il Vescovo eletto Mons. Gian Carlo Perego approverà la successione.

Esce così di scena il cappellano del caso Igor, colui che più di ogni altro in carcere riuscì a dialogare con il futuro killer e che nei giorni scorsi gli ha lanciato l’appello di costituirsi, anche se il cambio è motivato da ragioni di età.
«Vi annuncio la comparsa di un coadiutore, don Giovanni Polezzo, che aiuterà don Antonio nei prossimi mesi – ha spiegato Mons. Negri – in quello che sarà un periodo di verifica e di inserimento per il passaggio all’incarico di cappellano, che, naturalmente, diventerà ufficiale solo dopo un’eventuale decisione in tal senso del Vescovo eletto Mons. Perego. Una scelta ponderata – ha proseguito –, che non nasce certo dalla mattina alla sera, e che avrà bisogno di tempo e gradualità».
Don Polezzo, originario della Parrocchia di S. Sofia in Lendinara (Ro), è nato a Rovigo il 22 luglio 1986. Dopo aver conseguito la maturità, è entrato in Seminario a Ferrara nel 2005, e ordinato sacerdote il 29 settembre 2013. Vice Direttore dell’Ufficio Missionario, dall’autunno 2015 è parroco a Tamara e Saletta.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 13 aprile 2017

Addio Mons. Negri, attestati di riconoscenza per l’opera pastorale

16 Feb

I commenti dei sacerdoti sull’avvicendamento al vertice della Diocesi. Don Bedin: «ricordo l’incontro tra Perego e Negri per i dieci anni dell’Associazione Nadiya»

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Mons. Luigi Negri

«Grande è il senso di riconoscenza nei confronti di Mons. Negri»: così don Michele Zecchin, parroco di Sant’Agostino a Ferrara, uno dei sacerdoti presenti ieri mattina per l’annuncio del nuovo Vescovo. Insieme a lui, tra gli altri, vi era don Stefano Zanella, responsabile dell’Ufficio Tecnico diocesano, che ha sottolineato come «sia importante l’età non anziana del nuovo Vescovo, che quindi avrà tempo per continuare il cammino portato avanti da Negri». Sui molti progetti promossi da quest’ultimo, hanno espresso gratitudine altri sacerdoti della Diocesi. «Mons. Negri ha dato una spinta al cammino pastorale, con un’attenzione alla vita ecclesiale e alla formazione», è il pensiero di don Emanuele Zappaterra, Rettore del Seminario. «Ha permesso anche – ha proseguito – un lavoro sinodale nel clero. Per quanto riguarda il Seminario, ho lavorato bene insieme a lui, è stato una buona guida, una presenza sempre costante e aperta al confronto».

Di «un uomo appassionato alla verità, che lascerà un’impronta significativa, e che non ha mai risparmiato energie e parole, trovando spesso soluzioni azzeccate», ha parlato invece don Roberto Pambianchi, Responsabile diocesano per la Pastorale Giovanile. «Gli ho voluto e gli voglio molto bene, sono stati anni molto intensi e belli», è invece il commento di don Graziano Donà, economo della Diocesi. «Con lui è stato costruito molto, ha cercato di intraprendere percorsi nuovi, attuando cambiamenti dolorosi ma significativi, che daranno i loro frutti negli anni».

Riguardo al nuovo Vescovo, Mons. Perego, è don Domenico Bedin a ricordare come il 18 marzo 2014 venne a Ferrara come direttore della Fondazione Migrantes, per i 10 anni dell’Associazione Nadiya. Per l’occasione si svolse un incontro pubblico a Casa Cini alla presenza anche di Mons. Negri, per discutere di flussi migratori e accoglienza. «Mi era sembrata una persona disponibile e rigorosa, molto preparata», è il ricordo di don Bedin, che per alcuni anni è stato direttore della Fondazione Migrantes, prima a livello diocesano, poi regionale.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 16 febbraio 2017

Giornalisti in festa per il patrono

1 Feb

pubbIeri pomeriggio in Cattedrale si è svolta la tradizionale messa annuale, organizzata dall’Unione Stampa Cattolica di Ferrara (presieduta da Alberto Lazzarini) insieme all’Associazione Stampa Ferrara, per festeggiare San Francesco di Sales patrono dei giornalisti, la cui festività ricorre il 24 gennaio. La Santa Messa, che ha visto la partecipazione di una cinquantina di persone, è stata celebrata dall’Arcivescovo mons. Luigi Negri insieme al Vicario generale mons. Massimo Manservigi, assistente ecclesiale Ucsi Ferrara, e a Mons. Enrico d’Urso.

Nel corso dell’omelia, Mons. Negri ha spiegato come «Cristo abbia scelto di avvicinarsi all’uomo nell’ambito della comunicazione non in modo astratto, intellettualistico, ma attraverso la vita di una persona», il santo di Sales.

Quest’ultimo aveva infatti ricevuto «una chiamata straordinaria, che lo faceva bruciare di amore per Cristo, e che nel suo tempo, con fede e carità, gli permise di annunciare il Vangelo. Perciò per possedere il cuore della comunicazione, per comunicare la verità di Gesù Cristo, bisogna imitare la profondità della fede del patrono».

Dopo la funzione, ha avuto luogo un momento di riflessione tra i giornalisti presenti, insieme all’Arcivescovo e ad alcuni rappresentanti dell’Ucsi e dell’Ordine dei Giornalisti regionale. Nel corso dell’incontro, Mons. Negri ha riflettuto sul ruolo dell’informazione in occasione di casi di gravità assoluta come il duplice omicidio di Pontelangorino, nel quale «è emersa la necessità di una rinnovata educazione, a fronte di una realtà che dice del vuoto di valori presente anche nella nostra provincia».

Andrea Musacci

Pubblicato (in versione ridotta) su la Nuova Ferrara l’01 febbraio 2017

Basilica di San Giorgio, ecco don Bisarello

23 Gen
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Don Danillo Bisarello

«Avevo il batticuore, ma ora grazie a voi, e grazie a Lei, Mons. Negri, mi è passato. Compiamo insieme questo nuovo cammino, e pregate per me». Con queste toccanti parole il nuovo parroco della Basilica di San Giorgio fuori le mura, Mons. Danillo Bisarello, ieri mattina ha concluso il proprio saluto finale davanti ai tanti fedeli accorsi per accoglierlo. Così, ora, don Bisarello, oltre a dirigere la parrocchia intitolata al Beato Tavelli da Tossignano in zona Villa Fulvia (che amministra ormai da una decina di anni), avrà anche l’onore e l’onore di essere a capo di una delle comunità diocesane più numerose e attive. Mons. Bisarello, 62enne di origini padovane, è stato ordinato sacerdote a Ferrara nel 1981, ed in passato, oltre a ricoprire la carica di Canonico della Cattedrale, è stato anche alla guida dell’Ufficio Amministrativo diocesano.

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La folla di fedeli presente

Ieri mattina, dopo la lettura del messaggio d’insediamento da parte del Cancelliere della Curia don Josè Santolaria, e la benedizione da parte del nuovo parroco, è iniziata la celebrazione. Nell’omelia l’Arcivescovo ha voluto spiegare come quella di San Giorgio sia «una comunità imponente nella diocesi, con una forte tradizione spirituale ed ecclesiale». Dopo l’abbandono da parte degli Olivetani, che hanno diretto la Parrocchia per circa sei secoli, «ho chiesto a don Danillo di prendersi questa pesante eredità. La speranza è che agisca col proprio consueto vigore giovanile». Alla comunità, invece, il Vescovo si è rivolto perché «non si chiuda nel proprio benessere, ma conservi l’impeto missionario, senza smarrire la propria identità: il mondo qua fuori, infatti, bussa alle porte delle nostre chiese, e dei nostri cuori».

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 23 gennaio 2017

Messa e festa di Natale in carcere

20 Dic
Mons. Bentivoglio durante la messa in carcere per il suo 50°

Mons. Bentivoglio in carcere (foto d’archivio)

Sabato mattina all’interno della Casa Circondariale di Ferrara si è svolta la consueta Santa Messa di Natale concelebrata dall’Arcivescovo Mons. Luigi Negri insieme al cappellano del carcere Mons. Antonio Bentivoglio, a don Domenico Bedin e a Mons. Enrico d’Urso. Presenti all’evento, un’ottantina di “fratelli ristretti” (una parte dei quali ha realizzato, insieme al cappellano, il presepe e l’albero), diversi educatori, catechisti e volontari, oltre all’Assessore alle Politiche Sociali Chiara Sapigni, al Garante dei Detenuti Marcello Marighelli, al Direttore del carcere Paolo Malato e alla Comandante di Reparto Annalisa Gadaleta. La funzione, accompagnata dal coro di Comunione e Liberazione, ha visto il saluto iniziale di Mons. Bentivoglio, che ha spiegato come «il Vangelo di Natale si affaccia sulle soglie dell’umanità, entra nella vita, permettendoci di non rimanere incastrati nel passato, per guardare noi stessi e la realtà con occhi diversi». Il Vescovo ha invece rivolto un messaggio ai detenuti: «abbandonatevi alla giustizia di Dio, che mai vi lascerà soli, e così potrete affrontare tutte le fatiche. Siate lieti, perché questo principio di vita nuova attecchisca in voi, e da voi cambi il mondo».

Altro momento natalizio in carcere è stato la “Festa di Natale”, organizzata con la collaborazione delle Associazioni Agesci, Viale K e Pastorale Diocesana, che hanno offerto un buffet. Babbo Natale (un fantastico don Bedin) ha poi consegnato ai bambini presenti i regali offerti dalla Pastorale Diocesana e i regali prodotti dal Laboratorio Detenuti. L’iniziativa ha fatto seguito all’incontro fra detenuti e famiglie, che ha luogo una volta al mese ed è gestito dal Centro Bambini e Genitori Comunale “Isola del Tesoro” e da Agesci. Presente anche il sindaco Tagliani, l’assessore Annalisa Felletti e dirigenti dell’Istruzione Vecchi e Mauro, le educatrici Siconolfi, Orsoni e Viaro.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 19 dicembre 2016

Un crocifisso di Tassi per il duomo

7 Dic

Bondeno, il dipinto donato dalla vedova nel quinto anniversario della morte dell’artista

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Mara Vincenzi e Carlo Tassi (foto Andrea Samaritani)

Uno dei numerosi crocifissi realizzati da Carlo Tassi nel corso della sua vita, è stato donato dalla vedova Mara Vincenzi al Duomo di Bondeno, e verrà presentato oggi alla comunità durante la S. Messa delle ore 10.30.

Si tratta di un dipinto a olio su tela, 50×40 cm., scelto in modo condiviso dalla Vincenzi e dal parroco fra una decina di dipinti di Tassi con soggetto il Cristo crocifisso, uno dei temi prediletti dal pittore, in particolare nell’ultimo decennio di vita. «La motivazione alla base di questa donazione – ci spiega la Vincenzi – è che Carlo era un uomo e un artista profondamente cristiano, e quindi temi religiosi come la redenzione e la sofferenza erano per lui fondamentali e spesso ricorrenti». L’opera verrà collocata nel duomo di Bondeno all’interno della prima cappella sul lato destro. La donazione è pensata in concomitanza dei 5 anni dalla morte dell’artista, avvenuta il 1 dicembre del 2011.

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La “Crocifissione” di Tassi donata al Duomo di Bondeno

Ricordiamo inoltre che altre due opere di Tassi sono state in passato donate alla chiesa bondenese: una lunotta in terracotta posta sopra la porta della canonica rappresentante “Cristo fra i fanciulli”, e tre formelle di scagliola raffiguranti episodi della vita di Santa Rita presenti nella Chiesa dell’Addolorata in piazza Alda Costa, edificio ora chiuso.

Un modo, dunque, per ricordare questa personalità che ha segnato profondamente la vita artistica e culturale della città di Bondeno e non solo, e un ulteriore arricchimento per il Duomo, dopo i vari ritrovamenti effettuati nell’edificio religioso.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 04 dicembre 2016

Anche nella Cattedrale di Comacchio la liturgia per la conclusione del Giubileo

14 Nov
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I sacerdoti concelebranti

«Anche se la Porta Santa chiude, la Misericordia di Dio rimane sempre aperta, anzi spalancata per ognuno». Ieri a Comacchio nella Concattedrale di San Cassiano ha avuto luogo la cerimonia di conclusione dell’anno giubilare della Misericordia con la chiusura della Porta Santa. La S. Messa è stata presieduta da Mons. Antonio Grandini, parroco di San Giuseppe Lavoratore e canonico della Cattedrale di Ferrara, insieme al parroco don Ruggero Lucca, al vice parroco don Adrian Gabor, e a don Stefano Zanella, alla guida della Parrocchia di Lido degli Estensi. Poco prima dell’inizio, Mons. Grandini ha radunato la folla (circa 300 i presenti) per compiere insieme, per l’ultima volta, l’ entrata dalla Porta giubilare, subito dopo un momento di  riflessione sul significato della porta nel testo biblico.

Durante l’omelia, Mons. Grandini, dopo aver riflettuto sull’immagine del cuore di Dio come «porta spalancata», ha meditato sulla Provvidenza divina in merito ad eventi catastrofici, come il recente terremoto nel centro Italia.
Infine, ricordiamo che il Papa chiuderà il Giubileo a Roma domenica prossima, e che a Comacchio la Porta Santa era stata aperta da Mons. Grandini lo scorso 13 dicembre.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 14 novembre 2016