Mons. Mosconi Vescovo a Comacchio, tra miseria e Verità nella Carità

15 Set

Il nuovo volume di Alberto Fogli racconta l’episcopato in quella che nei primi anni ’50 era una delle Diocesi più povere d’Italia.Il ritratto di un pastore che ha lasciato il segno

di Andrea Musacci

Le cene durante il Concilio con Montini e Ratzinger, il rischio di finire in un campo di concentramento, il pranzo assieme a 400 poveri. Sono solo alcuni aneddoti riguardanti mons. Natale Mosconi, Vescovo di Comacchio dal 1951 al 1954 e poi di Ferrara fino al 1976. 

Questa complessa personalità è delineata nell’ottimo libro in uscita dal titolo “Natale Mosconi. Il vescovo del paludoso Delta Padano e della riforma agraria” (Ediz. San Paolo, 2023). Il volume di Alfredo Alberto Fogli, con la prefazione del nostro Arcivescovo mons. Gian Carlo Perego, come si evince dal titolo si concentra sul Mosconi Vescovo di Comacchio (dove tornò dal ’69 come Amministratore Apostolico). Un triennio particolarmente intenso quello nell’allora «Diocesi più povera d’Italia», iniziato con l’avvio della bonifica da parte dell’Ente Delta Padano di un territorio di 21.000 ettari che darà lavoro a numerosi braccianti agricoli locali e veneti. Da qui, il problema della casa, del lavoro, delle scuole e degli asili per questa povera gente. La riforma agraria come necessità, e poi, sempre nel ’51, la tremenda alluvione nel Polesine. E la nascita del Settimanale della Diocesi, “La Croce”.

VERITÀ E CARITÀ TRA LORO FUSE

Fogli nel suo volume riflette in modo particolare su come nell’episcopato di Mosconi fossero fra loro intrecciate Verità e Carità: «sapeva soffrire per la povertà della sua gente, povertà alla quale non riusciva a rassegnarsi ed era inflessibile nei confronti della mancanza di Carità e dell’indifferenza verso la Verità rivelata (“Caritas in Veritate” cinquant’anni prima!..). La sua formazione lo vedeva molto vicino alle posizioni pastorali di don Primo Mazzolari». Mons. Mosconi era «specialmente e sopra tutto, un assertore e difensore della verità cristiana, che riteneva l’unica via per salvare l’uomo e la Società dalla inevitabile disgregazione morale e spirituale». L’analisi dei mali della società contemporanea era spesso impietosa: il mondo attuale – scriveva il Vescovo – «è un mondo di infermi che non conoscono le loro infermità. Sono anime ammalate ingannate da Satana, dai sensi, dalle ideologie del mondo. Bisogna salvarle queste povere anime, ma per salvare le anime bisogna soffrire con le anime». Ancora una volta, dunque, nessun altezzoso distacco ma tanto la franchezza quanto la com-passione di un Vescovo. «Lavorerò», «pregherò» e «soffrirò con voi», disse al suo arrivo a Comacchio.

CONTRO IL FASCISMO

La personalità e il coraggio dell’annuncio di certo non mancavano nemmeno al giovane Mosconi, prete nella Diocesi di Cremona. Nel 1936 viene incaricato della direzione del Settimanale della Chiesa locale. Fin da subito, scrive parole dure contro il nazismo. «Mosconi scrive come parla: martellante, su un’opinione pubblica sempre più divisa tra consenso e dissenso. Inevitabile lo scontro con il regime fascista di Farinacci. Donde le polemiche, le diffide, ed i minacciati sequestri che giungono nel 1937». Tra i suoi collaboratori vi è don Primo Mazzolari: «due penne di primo piano del cattolicesimo cremonese. Giornalisti scomodi e rocciosi. Il primo sequestro del settimanale avviene il 5 marzo 1937». 

Fogli cita un ricordo dell’ex segretario particolare di Mosconi, una confidenza dello stesso Vescovo: «dopo gli inutili interventi e sequestri del settimanale diocesano, Farinacci aveva deciso l’arresto e l’internamento in campo di concentramento del direttore Mosconi. L’intervento deciso e determinato del card. Ildefonso Schuster risolse la spiacevole situazione. Ma don Natale deve lasciare la direzione del giornale. Anche parte del clero cremonese lo vuole. La parte più collusa con il regime». E negli anni della guerra (1940-45) don Mosconi sarà protagonista della Resistenza dei cattolici cremonesi al regime fascista e alla repubblica di Salò.

MISERIA E DIGNITÀ DI UN POPOLO

«Va in una terra di grande miseria quale lei non ha mai visto. Situazione cancrenosa. La gente di Comacchio non ha più speranza. Non crede nella solidarietà sociale». Con queste parole schiette, Pio XII assegna l’incarico a mons. Mosconi. Scrive Fogli: «qui mancavano attività commerciali, artigianali e industriali. Tutto si riduceva all’agricoltura, per lo più gestita da grosse società, e alla pesca valliva e marina. Ma anche questa opportunità di lavoro risultava precaria e saltuaria e anche poco pagata. Le valli erano gestite da Consorzi e dal Comune offrendo ai più, lavoro di tipo stagionale. Il pesce era il cibo dei poveri i quali, per sfamare le loro famiglie spesso numerose, ricorrevano alla pesca di frodo». In molte zone della Diocesi comacchiese «scarseggiavano persino l’acqua e l’elettricità. Le abitazioni erano misere, malsane e insufficienti per il numero dei componenti la famiglia. È così che questa parte del mondo ferrarese veniva accostata alle zone più povere del meridione italiano». 

Per questo, mons. Mosconi sul Bollettino diocesano parla di «terra di missione»: «perché la parrocchia dove esiste non influisce che in piccolissima proporzione sulla massa degli abitanti; per l’abbandono pauroso in cui tante zone sono state lasciate; per la mancanza di quel minimum di fattori di civiltà che sono insieme elementi essenziali di vita: acqua e case e imprese».

Da qui, nascerà anche l’idea di un nuovo seminario, inaugurato «non con taglio di nastri, ma con un pranzo offerto a quattrocento poveri perché un seminario nato dalla carità doveva inaugurarsi con un atto di amore ai poveri». E lo stabile del vecchio seminario decide di trasformarlo in un orfanotrofio per i ragazzi di sesso maschile di età compresa fra i 6 e i 14 anni (ne esisteva già uno per le bambine).

Mosconi, inoltre, «appoggia il progetto di bonifica delle terre vallive e preme perché parta presto. Si impegna a fondo perché l’acqua potabile arrivi in tutte le famiglie sia pure attraverso una forma primaria di approvvigionamento. Favorisce lo sviluppo di una nuova coscienza sociale improntata alla reciproca solidarietà in cui ciascuno si senta prossimo secondo il dettato evangelico. Predica contro i cattivi costumi sociali e contro le strutture che li sostengono senza mai condannare le singole persone». E difende la riforma agraria, una riforma «capace di cambiare una strana situazione che vedeva alcune multinazionali, autentiche proprietarie dei terreni coltivabili, lasciare fuori da ogni prospettiva di miglioramento economico e da possibilità di un lavoro a conduzione in proprio, migliaia di agricoltori». Un esperimento concreto di «civiltà contadina cristiana», con borgate rurali dove ci fossero, oltre le case, chiesa, asilo, scuola, bar e sede della cooperativa.

DAI “NO” A PAOLO VI AL MOCCOLO DEI BAMBINI

«Temperamento focoso e inquieto, mai domo, molto severo con sé stesso e con gli altri. Esigente e volitivo come nessuno. Determinato fino alla testardaggine. Autorevole e a volte autoritario fino all’antipatia ma sempre disposto a scusarsi se comprendeva di avere umiliato qualcuno». Così, Alberto Fogli abbozza il carattere del Vescovo Mosconi, in un volume dove non mancano anche aneddoti interessanti. Come quelli sul rapporto con Montini/Paolo VI: «Una stima talmente profonda che – afferma l’ex segretario di Mosconi, mons. Guido Rossi – durante il Concilio li vedeva a cena insieme due volte la settimana. (…) Una stima che si espresse da parte di papa Paolo VI, prosegue mons. Rossi, con l’offerta dell’incarico di Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Mons. Mosconi declinò l’offerta affermando che lui era fatto per essere vescovo diocesano e non per la Curia. Nel 1965, poi, papa Montini gli offrì la cattedra arcivescovile di Torino. Mosconi accettò ma a condizione di non essere nominato cardinale. E ciò impedì il suo trasferimento». Ancora mons. Rossi raccontava: «durante lo svolgimento del Concilio don Ratzinger venne a pranzo almeno dieci volte da mons. Mosconi presso le Carmelitane di Monte Mario dove soggiornavamo». «Un giorno don Joseph mi disse: “ha un arcivescovo intelligentissimo, di una cultura rara”». 

Ma in quelle cene romane con due futuri Pontefici c’era lo stesso Mosconi capace di “abbassarsi” – anche letteralmente – ai più piccoli. Scrive Fogli: «spesso, passando per le vie di Comacchio (o di altre località diocesane), gli piaceva intrattenersi con le persone, specie anziane, ammalate, povere e con ragazzi e bambini. Non di rado notava questi ultimi con vestiti in disordine, scarpe slacciate e moccolo al naso. Allora si fermava, distribuiva loro qualche caramella e prima di riprenderli, si coricava ad allacciare le scarpe e a soffiare loro il naso ed a correggerli amabilmente con un gesto affettuoso, accorto e un po’ accorato». 

Pubblicato sulla “Voce” del 15 settembre 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

«Con gioia portiamo Dio»: ecco la Comunità Shalom a Ferrara

13 Set
Le cinque nuove missionarie di Shalom a Ferrara

Cinque missionarie (e a breve due missionari) vivono a San Giorgio fuori le Mura e collaborano con la Pastorale Universitaria e Giovanile diocesana. «I giovani hanno una forte sete di Dio, di una felicità diversa»:ecco le loro testimonianze alla “Voce”

A cura di Andrea Musacci

«I giovani hanno una forte sete di Dio, di una felicità diversa. Ognuna di noi sa da quale morte il Signore l’ha tolta. Cercheremo di portare la nostra “radicalità di vita” in questa Diocesi». Incontriamo le cinque nuove missionarie della Comunità Shalom una mattina di inizio settembre. La gioia salda nella fede che trasmettono fin dal primo sguardo è coinvolgente. Le missionarie Aline, Sara, Chiara, Sheisse e Rayana collaboreranno con la Pastorale Universitaria e Giovanile diocesana e con don Giovanni Polezzo, neo Rettore di San Giorgio fuori le Mura per animare la vita del Santuario diocesano. 

Si definiscono “laiche coi voti”, e a San Giorgio compongono una delle “Comunità di Vita” di Shalom. Della loro vita precedente hanno lasciato tutto (studio, lavoro e famiglia) per dedicarsi all’evangelizzazione. Un anno fa don Polezzo ha vissuto un’esperienza nella Comunità di Vita Shalom di Roma, alla quale ha fatto seguito la visita del nostro Arcivescovo e del suo segretario don Granzotto alla Comunità romana con l’intento di portare la freschezza missionaria di Shalom nella nostra Chiesa locale.

Lo scorso 13 giugno, poco dopo l’arrivo in stazione a Ferrara accolte da mons. Perego, Sara, Chiara, Sheisse e Rayana hanno partecipato alla processione per Sant’Antonio organizzata dalla parrocchia di S. Spirito (Aline le ha raggiunte il 6 settembre). Ad agosto, sono state invece alla GMG di Lisbona. «Un’esperienza di vita come la nostra – spiegano alla “Voce” – non è scontato attecchisca qui in Italia. Ma si vede che Dio ha voluto così». Per loro, «la fede è l’incontro con una Persona, Gesù Cristo, un cammino graduale ma nel quale vi è un momento decisivo, che fa da spartiacque. Per noi sono fondamentali l’autoconoscenza e la vita di preghiera». Quest’ultima in particolare, «ci aiuta a trovare l’equilibrio, il senso di ciò che facciamo».

Per il prossimo 21 settembre, alle ore 20, le missionarie organizzano a San Giorgio un gruppo di preghiera settimanale pensato per i giovani, in programma ogni giovedì. E dalla seconda metà di ottobre, dopo l’ingresso ufficiale come Rettore di don Polezzo (previsto per il 15 ottobre), inizieranno incontri mensili aperti a tutti, giovani e adulti, con canti, preghiere e momenti di formazione. Entro la prossima primavera a San Giorgio si aggiungeranno due missionari di Shalom, per dar vita a una “Comunità di Vita” maschile.

LA PRESENTAZIONE ALLA DIOCESI

La mattina dello scorso 10 settembre all’interno della Festa della Madonna del Salice, a San Giorgio si è svolta la presentazione della Comunità. Il nostro Arcivescovo ha presieduto la S. Messa delle 11.15, alla quale è seguito un momento di convivialità, musica e testimonianze con le cinque nuove missionarie e altri missionari di Shalom provenienti da diverse missioni in Italia. Il 10 vi è stata anche la nomina di don Giovanni Polezzo quale primo rettore del Santuario e il ringraziamento al Signore per il ministero diaconale di Massimo Moretti, ordinato diacono permanente a Cesena ma originario proprio di San Giorgio.

LA COMUNITÀ SHALOM

Shalom è nata in Brasile nel 1982 dopo che il suo fondatore, Moysés Louro de Azevedo Filho, offrì la propria vita per dedicarsi a portare Gesù Cristo e la Sua Chiesa a coloro che erano distanti, soprattutto ai giovani. L’intuizione iniziale fu quella di creare un’interfaccia che parlasse il loro linguaggio: nell’82 nacque quindi a Fortaleza la prima “pizzeria del Signore”. In altre realtà sono nate anche paninoteche, bar e aule studio, come a Roma vicino alla Sapienza. Oltre alle “Comunità di Vita”, vi sono le “Comunità di Alleanza”, composte anch’esse da missionari ma che proseguono la loro vita in famiglia e nel lavoro. Come maestri di vita spirituale Shalom ha Santa Teresa di Gesù e San Francesco di Assisi. Shalom è presente in vari Paesi nel mondo, fra cui USA, Spagna, Portogallo, Italia (Acqui Terme, Cecina, Roma – con 4 case – e Napoli), Francia, Polonia, Ungheria, Angola, Mozambico, Madagascar, Filippine, Taiwan.

VITE DI CINQUE MISSIONARIE: LE RAGAZZE SI PRESENTANO

Aline Teixeira (Responsabile Apostolica Shalom Ferrara)

«Per me è impossibile vivere tutto quello che ho vissuto dalla mia conversione, e quello che ora vivrò qui, senza l’aiuto di Dio». Aline, brasiliana, ha 36 anni e ha «conosciuto Dio per la prima volta» a 12 anni, incuriosendosi nel vedere una suora. «Nella mia parrocchia – ci racconta – sentivo parlare di santità ma non la vedevo incarnata attorno a me. Poi ho conosciuto Shalom e, ascoltando la testimonianza di una missionaria celibe, ho pensato: “è ciò che voglio”. Di Shalom mi ha attirato molto la radicalità di vita». Laureata in Biologia, Alina lavorava in un laboratorio. «Ma la mia domanda rimaneva: “Come posso aiutare di più le persone?”. A un certo punto mi sono risposta: “Salvando anime per Dio”. Insomma, non mi mancava niente, ma ho scelto di vivere nella Provvidenza». Nel 2011 l’ingresso in Comunità, a Fortaleza l’impegno come Responsabile per le Evangelizzazioni. Vive a Roma, poi, dal 2014 al 2018, per poi essere trasferita in Argentina, dove ha vissuto fino allo scorso febbraio. 

Sara Ponzo (Responsabile formazione e vita comunitaria Shalom Ferrara)

Sara ha 29 anni ed è originaria di Vaglio Serra, piccolo borgo nell’astigiano. «Pregavo Dio di trovare la mia strada, la mia vocazione e capii che non era nel mio paesino: avevo una sete grande e quel che conoscevo non poteva dissetarla». Nel 2011 una famiglia di Shalom si trasferisce vicino a dove abita. È stata la svolta: «mi sono innamorata del loro carisma, della loro semplicità, della loro radicalità di vita, dell’essere così sempre accoglienti con tutti. Li chiamavo “missionari in borghese”», con un unico segno di riconoscimento, il tau. L’anno successivo a Roma – per un’udienza dal Papa con Shalom – «ho avuto la mia prima vera esperienza di Dio: mi ha chiamato, ho sentito la Sua voce. Ho pianto tanto per la gioia. Dopo la GMG di Rio nel 2013, è in missione a Fortaleza, poi a Civita Castellana, nel viterbese, e dopo la formazione torna 3 anni e mezzo a Fortaleza. Per tre anni fino all’anno scorso è stata a Roma, dove si è occupata della formazione dei missionari della Comunità.

Sheisse Góes

Sheisse, brasiliana, ha 25 anni e ha «conosciuto Dio in un campo estivo in Brasile quando avevo 18 anni». Inizia a frequentare un gruppo di preghiera di giovani e nel 2017 inizia un percorso vocazionale in Comunità. «È Dio ad avermi chiamata alla “Comunità di vita”», ci racconta. Dopo la laurea in Pedagogia, parte per la sua prima missione a Itapicoca. Nel ’21 inizia la formazione per poi essere trasferita a Civita Castellana.

Rayana Soares

Rayana è nata 32 anni a Sobral in Brasile, ma ha vissuto a Massapê. «A scuola – avevo 12 anni – un insegnante ci invita nella sua parrocchia. Accetto, ed è lì che conosco Shalom. Prima di incontrare questa Comunità, andavo a Messa ma Dio era lì (indica l’alto, ndr) e io qui. Dopo l’incontro con Shalom, invece, posso parlare con Dio perché sento che Lui è con me». Nel 2007 matura la scelta di entrare nella “Comunità di Vita”. Negli anni successivi farà formazione ad Aquixadà e andrà in missione a Senhor do Bonfim (in un orfanotrofio e nel doposcuola), Fortaleza, a Lugano, dove studia teologia e diritto canonico, e a Roma.

Chiara Rondoletti

Chiara, 25 anni, è originaria di Montegrosso d’Asti. «La mia storia con Dio è iniziata a 15 anni, mentre facevo il Liceo Scienze Umane ad Asti e da 1 anno avevo iniziato una vita un po’ sregolata, fatta anche di fumo e alcool. Un giorno, un ragazzo (fratello di Sara e che faceva il batterista in un gruppo metal, ndr) mi dice che parteciperà alla GMG di Rio. Torna cambiato. Inizio a chiedermi, anche solo seguendo la GMG in TV: “allora può esistere una felicità diversa da quella che sto vivendo?”. Questo ragazzo – con cui sono stata per 4 anni ed ora è sposato – mi invita a un gruppo di preghiera Shalom e da lì la mia vita cambia: è stata un’esperienza fortissima, Dio mi parlava, Lo sentivo vivo. E Lui mi conosceva, non ero un caso perso…Ho scoperto, quindi, un tesoro. La vita, da bianco e nero è diventata a colori». Anche Chiara ha vissuto diverse esperienze con Shalom in Brasile, per poi arrivare a Roma e ora a Ferrara, dove è attesa – assieme alle altre – a una sfida non facile ma nemmeno impossibile. Sempre con l’aiuto di Dio. 

Il servizio integrale si trova sulla “Voce” del 15 settembre 2023

8×1000, strumento fondamentale per tener vive le comunità 

9 Set

Intervista all’Arcivescovo mons. Gian Carlo Perego, delegato per il Sovvenire della Conferenza Episcopale Emilia-Romagna: argine contro la povertà, risorsa per cultura e parrocchie. I lavori previsti in Diocesi

Mons. Perego, l’8xmille è un importante gesto di corresponsabilità. Perché in questo periodo storico è ancora più decisivo per le nostre comunità?

«L’8xmille per le nostre Chiese è stato uno strumento di corresponsabilità di tutti nelle attività pastorali, di religione e di culto e di carità, ma anzitutto un gesto di libertà definitiva della Chiesa dallo Stato, secondo il dettato Costituzionale. In questi anni, poi, attraverso anche la firma dell’8xmille – che ricordo non è una tassa – ogni cittadino credente ha potuto sentirsi protagonista nella vita e nelle attività della Chiesa…

Leggi l’articolo integrale qui: https://lavocediferrara.it/

Pubblicato sulla “Voce” dell’8 settembre 2023

(Foto Francesco Zizola)

La Matera mariana nelle fotografie di Cristina Garzone

5 Set

L’artista espone a San Giorgio dal 7 al 17 settembre. Ecco il racconto della “Festa della Bruna”

La devozione popolare come segno profondo dell’amore per la propria terra e di come la fede possa innervare di sé la storia e la vita di un popolo. Questo sa bene Cristina Garzone, fotografa di fama internazionale, che dal 2015 immortala l’antica Festa patronale della Madonna della Bruna a Matera, sua città natale.

Le stupende immagini tratte da questo suo reportage verranno esposte a Ferrara in una mostra curata dalla nostra Arcidiocesi e dall’Unità pastorale San Luca-San Giorgio. L’esposizione intitolata “Matera in cammino: tra fede e cultura” sarà visitabile nell’ex chiostro olivetano di San Giorgio fuori le Mura dal 7 al 17 settembre, in occasione dei festeggiamenti per la Madonna del salice.

Cristina Garzone, da molti anni residente a Firenze, nella sua carriera ha ricevuto innumerevoli riconoscimenti tra cui, nell’aprile 2020, la più alta onorificenza della fotografia internazionale MFIAP (Maitre de la Federation Internationale de l’Art Photographique). È è ancora la prima ed unica donna fotografa italiana ad aver conseguito un titolo così importante. 

Negli ultimi tre anni le sono state conferite, fra l’altro, anche le tre ambite onorificenze Excellence FIAP Diamante, mentre lo scorso marzo la FIAF le ha riconosciuto il titolo di IFI (Insigne Fotografo Italiano). 

IL RICHIAMO DEL SANGUE

Meriti – come si suol dire – guadagnati sul campo, nel suo caso diversi luoghi del mondo – fra cui India, Nepal, Etiopia. Proprio al misticismo copto etiope, Garzone ha dedicato un progetto fotografico presentato sempre a San Giorgio fuori le Mura lo scorso aprile. Ma non si può sfuggire al richiamo del sangue, delle proprie radici. 

«Sono nata a Matera – ci racconta Garzone -, e quando avevo poco più di 1 anno con la mia famiglia ho seguito mio padre nei suoi trasferimenti per lavoro: prima a Siena, poi a San Gimignano, quindi a Firenze. Mio padre rimase sempre molto legato a Matera, dove ci portava ogni anno, fino a quando ero adolescente». Negli anni, Cristina perde gradualmente i legami con la sua terra materana, a parte un cugino che dieci anni fa le propone di raccontare Matera attraverso le sue foto. «Mi ha riportato nei miei luoghi, facendomi riscoprire le mie origini». Da qui, l’incontro con i talentuosi artigiani locali – come Andrea Sansone, che per alcuni anni ha realizzato il carro trionfale di cartapesta per la Festa della Bruna – e Mimì Andrisani, ex presidente dell’Associazione “Maria Santissima della Bruna”. A seguire, due mostre a Matera con le sue foto della Festa della Bruna e un libro, “Maria De Bruna. Riti, storia e immagini”, con ricerca curata da Nicola D’Imperio e riflessioni di Marco Tarquinio (ex direttore di “Avvenire”) e mons. Antonio Giuseppe Caiazzo (Arcivescovo di Matera-Irsina).

Le decine di foto che potremmo ammirare anche a Ferrara non raccontano semplicemente questa suggestiva e partecipata Festa, ma tutto ciò che ci gira intorno, il coinvolgimento pieno e appassionato di un intero popolo, per un evento che ha il suo culmine il 2 luglio (dalle 4 del mattino fino a sera), ma che inizia un mese prima. 

ORIGINI DI UNA DEVOZIONE

La devozione alla Madonna della Bruna risale forse al Medioevo. La leggenda narra di un contadino che, di ritorno a Matera dopo la giornata di lavoro nei campi, dà un passaggio sul suo traino a una giovane sconosciuta. Arrivati nel luogo dove ora sorge il rione “Piccianello”, la donna incarica il contadino di consegnare un suo messaggio al Vescovo, scende dal traino e scompare. Nel messaggio è svelata l’identità della giovane, cioè la Madonna, ed è espressa la sua richiesta di restare a Matera. Il Vescovo e il clero si recano subito nel luogo in cui la donna era scesa dal traino e lì trovano una statua della Vergine che, posta su un carretto riccamente ornato, venne portata in trionfo fino alla Cattedrale, dove si trova ancora assieme a un affresco che la raffigura risalente al XIII secolo.

La Festa patronale a lei dedicata nasce invece oltre sei secoli fa, quando papa Urbano VI, già arcivescovo di Matera, istituì nel 1389 la Festa della Visitazione. Ogni 2 luglio, il culmine “profano” della Festa (dopo varie processioni per le vie della città) prevede – una volta “messa in salvo” in Cattedrale l’immagine mariana -, l’assalto (lo “strazzo”) della folla per accaparrarsi un pezzo del carro che la trasportava. 

Segnaliamo, infine, che lo scorso 1° settembre all’unanimità il Consiglio comunale di Matera ha approva e avviato le procedure per il riconoscimento della Festa della Bruna a Patrimonio mondiale dell’umanità. 

Andrea Musacci

(La foto è di Cristina Garzone)

Pubblicato sulla “Voce” dell’8 settembre 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

Vittorio Cini fu un “figlio illegittimo”: ecco perché

8 Lug

Una vicenda quasi inedita: l’industriale, politico e mecenate ferrarese fu riconosciuto dalla madre solo a 13 anni, e dal padre a 18. La causa? Lei era già sposata. Indagine sull’infanzia di uno degli uomini più potenti del Novecento italiano

di Andrea Musacci

La vita di Vittorio Cini, si sa, è stata nelle grazie e nelle disgrazie una vita anomala…

Leggi l’articolo integrale qui: https://lavocediferrara.it/vittorio-cini-fu-un-figlio-illegittimo-ecco-perche0/

«Intransigente nella fede e universale nell’amore»: Don Giovanni Minzoni, prete da riscoprire

6 Lug

Una sera di fine agosto del 1923 ad Argenta i fascisti uccidono barbaramente il parroco don Giovanni Minzoni. Ritratto di un uomo che ha scelto di dedicare la propria vita a Cristo e, quindi, sempre capace di chinarsi davanti al dolore delle persone. In ogni “trincea” in cui ha vissuto

di Andrea Musacci

Può capitare che alcune vicende decisive nell’esistenza di una persona portino i suoi biografi a costruirne, più o meno in buona fede, un ritratto non sempre aderente alla vita reale della persona stessa. Il rischio di ridurre personalità complesse a ruoli, pur nobili ma parziali, è dunque spesso dietro l’angolo.

Così è accaduto anche per don Giovanni Minzoni, sacerdote ravennate, parroco di Argenta fino alla morte, avvenuta per mano degli squadristi di Italo Balbo nel 1923. Una vita, la sua, scandita certamente da fasi differenti (Seminario-primi anni da prete; in trincea; anni ad Argenta), fra le quali è possibile individuare una chiara maturazione umana e spirituale. Può essere superficiale, però, non intravedere tra le varie fasi un filo rosso, segno del suo carattere sempre forte ed entusiasta, idealista ma non astratto, le cui inquietudini giovanili – pur nell’acerbità – sono nient’altro che quelle di un uomo che non cerca infingimenti rispetto alla condizione umana e, nello specifico, al proprio tempo. 

AMORE PER LA VERITÀ

Pur nella mancanza, nel periodo in Seminario e nei primissimi anni ad Argenta, prima della guerra, di un contatto diretto e quotidiano con la realtà concreta del suo popolo, don Giovanni dimostra nel suo Diario una lucidità non scontata verso la società nella quale è chiamato a vivere. Così, l’arroganza di un sapere tecno-scientifico slegato dalla realtà – oggi così drammaticamente attuale – era già ùin nuce: «Quante volte l’uomo chiede ad una scienza vana chi è Dio e quali siano le prove della sua esistenza, mentre poi la risposta la può dare solo la vita, ossia l’anima che compie il suo dovere, che lotta per il bene e vive e succhia tutto ciò che è puro! La scienza è una cosa troppo unilaterale in un problema così vitale» (8 aprile 1909).

E ancora: «Il fosco medio evo quanta luce, quanto più sole non faceva gustare all’ombra delle abbazie ai figli dei nostri avi, a quei figli che uscivano dalle scuole non scienziati, ma uomini» (4 ottobre 1909). La chiarezza delle posizioni non gli mancava nemmeno allora (manca, invece, spesso oggi in alcuni cattolici): «Noi dobbiamo attingere un’unica scienza, quella del Vangelo; l’unica, e non dimentichiamolo mai, che possa convertire la presente società» (18 giugno 1909).

AMORE PER IL PROSSIMO

Non solo una passione astratta, quella di don Minzoni, ma sempre con lo sguardo rivolto ai dolori e alle speranze delle persone: «Gesù è amato dalle anime tribolate (…), poiché egli è il primo martire dell’umanità: martire dell’amore» (13 ottobre 1909).

Il tormento più grande deriva dall’incapacità di vedere l’altro, di amare. Don Minzoni lo sa: riguardo a un giovane socialista «che sente disprezzo per me», scrive nel suo Diario: «Dio mio, se potessi baciarlo in viso quanto sarei felice! Vorrei fargli sentire che sotto questa veste v’è un cuore che ama ed ama fortemente; vorrei fargli sentire quanto io gli sia fratello; vorrei fargli comprendere che se sono intransigente nella fede sono però universale nell’amore!» (22 novembre 1909).

Il 28 dicembre dello stesso anno porta la Comunione a un vecchio morente: «in quell’ampia ma bassa stanza, annerita dal tempo e resa solenne dal rantolo di quell’esistenza che lentamente spegnevasi, ho provato un sentimento che non so esprimere, ma che tuttora sento in cuore, come un’eco dolce e mesta». Nello stesso momento, sente il vagito di un neonato proveniente da un’altra stanza: «la culla e la tomba parlavano il medesimo linguaggio: dolore!… Gesù, sospeso nelle mie mani sacerdotali, benediva ad entrambi!».

LA GUERRA: ORRORE E PIETÀ

La Storia catapulterà don Giovanni nell’inferno della prima guerra mondiale: nel 1916, poco dopo l’incarico ad Argenta, viene arruolato, prima in un ospedale militare di Ancona, poi è lui stesso a chiede di essere inviato al fronte. Lo spirito nazionalista, l’attaccamento alla Patria non fa però mai venir meno i suoi sentimenti più profondamente umani. Il 26 maggio 1918, riguardo al famoso combattimento aereo, avvenuto sul Montello, dove perde la vita l’eroico aviatore Francesco Baracca di Lugo, scrive: «Ai caduti del cielo ho impartito l’assoluzione: certo, in quel momento tragico precipitando nel grande vuoto e nel martirio delle fiamme, lo spirito deve essersi rifugiato in Dio con un grido di preghiera (…). Lì, in disparte, coperto da un telo da tenda, giaceva il martire del dovere (forse, lo stesso Baracca, ndr). Non aveva più forma umana, essendo in parte bruciato ed in parte disfatto. Nessuno si curava di lui; quasi lo calpestavano per vedere lo spettacolo (…). Mormorai una preghiera su quei miseri avanzi, pensai ad un cuore di madre lontana che forse nel presentimento materno già piangeva la sua creatura che precipitando dallo spazio era divenuto figlio del Cielo!».

CRISTO, VERA RISPOSTA AL DOLORE

Don Minzoni rimarrà sempre, al di là delle sue idee politiche e sociali, un sacerdote della Chiesa, colui che, anche nell’orrore della guerra, porta Cristo alle donne e agli uomini.

In una lettera a don Giovanni Mesini, amico e maestro di Ravenna, il 7 giugno 1917, così scrive: «I miei soldati sentono odor di polvere e, senza che io li spinga, vengono essi stessi in cerca del Cappellano. Non più tardi di ieri sera vedevo anche gli ufficiali che mi desideravano sia come amico, sia come sacerdote. Oh, che confessioni ho udito! Piene di lacrime e di propositi santi. Ho pianto io pure mentre cercavo di dire loro quella parola intima, forte e serena che solo può dire la Religione. Li ho baciati ad uno ad uno…speriamo bene (…). Penso a Dio, alla mia coscienza, alla sorte che mi potrà toccare ed ogni sera dico con cuore calmo e rassegnato: Signore sia fatta la vostra piena, paterna, inscrutabile volontà».

E ancora, sul suo Diario il 9 marzo 1918: «Vi sono (…) anime che in questo lungo e doloroso periodo della guerra sono diventate più profondamente religiose: la guerra ha fatto sentire maggiormente Iddio non in base ad un profondo ragionamento, ma attraverso l’onestà e la bontà della vita. Più l’uomo è venuto meno alla serietà, più queste anime sono andate a Dio e in Dio stanno incondizionatamente, perché al di fuori di Dio non trovano conforto».

«LA RELIGIONE NON AMMETTE SERVILISMI, MA IL MARTIRIO»

Tutta la vita, dunque, e anche la drammatica morte di don Minzoni sono sempre nella fede in Cristo Risorto. In un’altra lettera a don Mesini dell’agosto ‘23, così si esprime: «Gli avversari mi fanno colpa dell’influenza spirituale che ho nel paese…ma che debbo farci se il paese mi vuol bene? Come un giorno per la salvezza della Patria offersi tutta la mia giovane vita, felice se a qualche cosa potesse giovare, oggi mi accorgo che battaglia ben più aspra mi attende. Ci prepariamo alla lotta tenacemente e con un’arma che per noi è sacra e divina, quella dei primi cristiani: preghiera e bontà. Ritirarmi sarebbe rinunciare ad una missione troppo sacra. A cuore aperto, con la preghiera che spero mai si spegnerà sul mio labbro per i miei persecutori, attendo la bufera, la persecuzione, forse la morte per il trionfo della causa di Cristo (…). La religione non ammette servilismi, ma il martirio».

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Una vita in prima linea

Giovanni entra in seminario nel 1897 (dove entra in contatto con Romolo Murri) e nel 1909 è ordinato sacerdote. Nel ’10 è nominato cappellano ad Argenta, dove rimane fino al ’12 per andare a studiare alla scuola sociale della Diocesi di Bergamo. 

Alla morte del parroco di Argenta nel gennaio 1916, viene designato a succedergli, ma dopo pochi mesi viene chiamato alle armi: prima opera in un ospedale militare di Ancona, ma poi chiede di essere inviato al fronte: vi giunge come tenente cappellano del 255º reggimento fanteria della Brigata Veneto. Durante la battaglia del solstizio sul Piave, viene decorato sul campo con la medaglia d’argento al valore militare. Al termine del conflitto torna ad Argenta e diviene parroco di San Nicolò, dove promuove la costituzione di cooperative tra i braccianti e le operaie del laboratorio di maglieria, il doposcuola, il teatro parrocchiale, la biblioteca circolante, i circoli maschili e femminili. Grazie all’incontro con don Emilio Faggioli, si convince della validità dello scoutismo, per cui fonda un gruppo scout in parrocchia. Contrasta l’Opera Nazionale Balilla e l’Avanguardia giovanile fascista. 

La sera del 23 agosto 1923 viene ucciso a bastonate da alcuni squadristi facenti capo all’allora console di milizia Italo Balbo.

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Zuppi ad Argenta

Mercoledì 23 agosto alle ore 18 nel Duomo di Argenta si svolgerà la Commemorazione solenne del centenario del Martirio di don Giovanni Minzoni.

Concelebra il Presidente della CEI Card. Matteo Maria Zuppi.

Iniziativa organizzata dalla Parrocchia di Argenta in collaborazione col Comune di Argenta.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 7 luglio 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

Pontelagoscuro, parrocchia come casa della comunità

1 Lug

8xmille alla Chiesa Cattolica, una firma che fa bene: ecco le sale parrocchiali di Pontelagoscuro, cuore della comunità. Dopo quasi 25 anni dalla loro costruzione, siamo andati a vedere come vengono utilizzate dalla parrocchia e dall’intero paese

A cura di Andrea Musacci

Un ambiente non è mai solo uno spazio da riempire, dove accumulare oggetti ed esperienze. È la rappresentazione plastica dell’anima di una comunità. A maggior ragione se questo luogo è il cuore delle attività di una parrocchia come quella di Pontelagoscuro.

È passato quasi un quarto di secolo da quando la comunità parrocchiale di “Ponte” ha inaugurato i nuovi spazi realizzati grazie al contributo 8xmille alla Chiesa Cattolica

Leggi l’articolo integrale qui: https://lavocediferrara.it/pontelagoscuro-parrocchia-come-casa-della-comunita00/

Straferrara, negli anni ’50 “emigrò” in Argentina

30 Giu

Nel dopoguerra la storica Compagnia dialettale ferrarese fu portata anche a Buenos Aires grazie alla  passione di alcuni emigrati: Nino Beccati, Icaro Rossi e Gianni Casadio. Il racconto di un’intuizione poco nota

di Andrea Musacci

Un amore così grande per la propria città e la sua lingua, da non poter fare a meno di portarle ovunque con sé. È ciò che hanno vissuto tanti emigranti nel corso dei decenni. Alcuni di loro, però, nel secondo dopoguerra, decisero di portare la propria città e le sue tradizioni non solo nel cuore ma anche di farle rivivere pubblicamente.

È il caso della “Straferrara” che a Buenos Aires in Argentina negli anni ’50 e ’60 ha rappresentato diversi spettacoli della storica Compagnia dialettale ferrarese nata negli 1931 grazie a Ultimo Spadoni insieme a Mario Bellini, Piero Bellini, Renato Benini, Leonina Guidi Lazzari, Arnaldo Legnani, Umberto Makain, Norma Masieri, Erge Viadana.

LA STRAFERRARA “MADRE”

La prima recita avvenne il 3 settembre 1931 al Teatro dei Cacciatori di Pontelagoscuro con la commedia “Padar, fiol e…Stefanin” e la farsa “L’unich rimedi”, scritte entrambe da Alfredo Pitteri. Allora, infatti, si usava concludere la serata, dopo la commedia, con una farsa.

Da allora la Straferrara lavorò quasi per un anno intero al Cinema-Teatro Diana di Ferrara. L’anno successivo iniziò una toumée in tutti i teatri della provincia e poi al teatro Nuovo e al teatro Verdi di Ferrara dove si esibì per molte recite. Grande successo ebbe Rossana “Cici” Spadoni, nata nel ’31, che a 5 anni era considerata una bambina prodigio ed era per questo denominata “la Shirley Temple italiana”.

Durante la seconda guerra mondiale, la Compagnia continuò la propria attività, pur sotto l’incubo delle incursioni aeree, recandosi con mezzi di fortuna anche nei pochi teatri di provincia disponibili, per portare un po’ di svago e conforto agli sfollati. Oggi sono oltre cinquecento i testi rappresentati dalla Straferrara e dalle altre compagnie del teatro dialettale.

UN PO’ DI FERRARA IN ARGENTINA

Nel secondo dopoguerra anche dal Ferrarese in molti scelgono di emigrare per cercare un riscatto dopo gli anni difficili del conflitto mondiale. Tra il 1946 e il 1950 si stima che circa 278mila italiani emigrano in Argentina (sono quasi 3 milioni dal 1871 al 1985, con picchi nel primo trentennio del Novecento). Nel secondo dopoguerra tra i ferraresi che emigrano nel Paese sudamericano c’è Nino Beccati, che a fine anni ’40 vi si trasferisce, sposandosi: dal suo matrimonio nascono Anna e Luciana (ancora residenti a Buenos Aires). Nino lavorerà come lucidatore di mobili, professione che già svolgeva a Ferrara, e che a Buenos Aires gli permetterà di aprire un’azienda di grande successo, la “B.K.T.” (sigla che richiama il suo cognome). Ci sono, poi, Icaro Rossi, che conosce Beccati proprio sulla nave che da Genova li porta a Buenos Aires (viaggio che, ad esempio, circa 20 anni prima aveva compiuto la famiglia Bergoglio); Gianni Casadio, classe ’27, nato in corso Isonzo a Ferrara, arrivato a Buenos Aires nel ’50 (l’anno successivo lo raggiunsero la moglie Lara Droghetti e il loro figlio Andrea di 10 mesi; quattro anni dopo nascerà il secondogenito Carlo Alberto); e Mario Maregatti

Questi decidono di ricreare nella capitale argentina una piccola Ferrara, con la nascita, appunto, della “Straferrara”, con Rossi capocomico, e della SPAL. Di quest’ultima ne abbiamo parlato sulla “Voce” del 5 ottobre 2018. 

Nel 2008, un certo Maurizio originario di Portomaggiore, invia una lettera al Carlino di Ferrara: «Cari amici, abito in Argentina da ben 57 anni. Sono venuto coi miei genitori quando ne avevo 6. A quell’epoca i Ferraresi di Buenos Aires erano parecchi. Tanti che in un certo momento si poteva radunare non meno di 50 concittadini in maggioranza Portuensi (di Portomaggiore). Per iniziativa di uno di loro, Icaro Rossi, si formò una compagnia dilettante di teatro parlato in dialetto Ferrarese. Alcune volte all’anno vi si riuniva per assistere alla commedia e dopo si ballava fino a tarda ora. Oggi nel gruppo originale rimaniamo soltanto una decina». 

Quasi un decennio dopo, il 3 agosto 2017, Maurizio Musacchi nella sua rubrica su estense.com scrive riguardo a Gianni Casadio: «Lo conobbi durante un viaggio a Buenos Aires invitato dalla Comunità Ferrarese locale. Portai loro un po’ di Ferrara: Pampapati, ciupéti, farina castagna da “far i tamplù”, una sciarpa della SPAL e pubblicazioni dialettali. Gianni era dinamicissimo e legato fortemente alla sua Città, con amici emigranti, fondò una locale SPAL e una compagnia dialettale chiamandola Straferrara». 

La Straferrara rappresenta a Buenos Aires alcuni storici spettacoli della Compagnia nata nella città estense. Fra questi, “A.S.M.A. (Agenzia Segreta Matrimoni e Affini)”, commedia in tre atti di Augusto Celati e Arturo Forti, nella quale Nino Beccati recita nel ruolo di Franco De Menti; e “Alla bersagliera”, alla quale è legato un aneddoto della guerra. Il 23 aprile 1945, infatti, la Straferrara fu sorpresa dalla prima granata caduta sulla città al Teatro Diana (in via San Romano/piazza Travaglio) dove stava rappresentando il primo atto dello spettacolo.

Una storia, dunque, quella della Straferrara argentina,  che racconta del legame indissolubile dei tanti ferraresi con le proprie radici, della volontà di non dimenticare la propria città, facendola rivivere anche grazie alla commedia dialettale.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 30 giugno 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

(Foto Collezione Claudio Gualandi – Anno 1954)

Persona, dono e comunità: l’Avis massese in un libro

28 Giu

“Un viaggio tra i Valori della Vita”: il volume di Alberto Fogli

Si intitola “Un viaggio tra i Valori della Vita. Storie di umanità e solidarietà” (Ed. La Carmelina, 2023) il libro da poco uscito scritto da Alfredo Alberto Fogli. Il volume racconta la storia ultra cinquantennale dell’Avis di Massa Fiscaglia, di cui Fogli è stato presidente dal 1991 al 2021.

Fin dalla sua costituzione nel 1967, l’Avis massese, scrive Fogli, ha organizzato «iniziative mirate a testimoniare concretamente la possibilità di sviluppare una nuova cultura della solidarietà tra la nostra gente nonché di diventare “lievito” di un rinnovato impegno culturale, sociale e umano da proporre alle future generazioni». Perché l’obiettivo di un’associazione come l’Avis è di costruire una società «migliore e più umana e più solidale per le generazioni che verranno».

Per fare questo, fin dalla sua nascita ha svolto «un’incessante opera di sensibilizzazione dell’opinione pubblica locale e della popolazione scolastica sull’importanza sanitaria, morale e civica della donazione di sangue ma più in generale di un’educazione al dono e alla gratuità come valori sociali di una autentica civiltà solidale».

Civiltà solidale che, riflette Fogli nel libro, non può non avere le proprie radici e il proprio orizzonte in un sistema democratico che garantisce le libertà, incluse quelle di associazione e partecipazione alla vita pubblica. Senza dimenticare che «ciò che conta nella nostra quotidianità è un rapporto d’amore».

Ma per l’Avis massese la cultura del dono si accompagna e si è sempre accompagnata ad altre attività collaterali ma non meno importanti per la missione di fondo: iniziative per l’integrazione e l’inclusione sociale e culturale, screening sanitari per la popolazione locale, corsi di primo soccorso e di protezione civile, missioni umanitarie all’estero. E poi ci sono le collaborazioni – oltre che con le Istituzioni, con associazioni come Aido o Fondazioni come Telethon (dal ’94) -, i numeri che dicono della crescita dai primi 37 donatori del 1967 al picco nel ’96 (229 donatori) e il successivo calo fino ai 117 del 2022 – e alcune tappe significative: il 1975, con la prima sede nel Palazzo Comunale e il primo punto fisso di prelievo sangue. E il 2014, con la «rifondazione avisina massese» e il nuovo punto di raccolta sangue per l’intero Comune di Fiscaglia.

Tappe di un cammino che prosegue, e che ha la persona e il suo servizio al centro, il dono come bussola imperitura, la comunità come luogo concreto dove far vivere la carità quotidiana.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 30 giugno 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

Chiesa S. Paolo, cantiere chiuso entro il 2023. La facciata ora è libera

24 Giu

Il cantiere del grande edificio tra p.zzetta Schiatti e corso Porta Reno si concluderà a fine anno. La facciata è stata già liberata. Le foto inedite dell’interno e tutti i lavori in corso

A cura di Andrea Musacci

A fine 2023 si concluderà l’importante cantiere nella chiesa di San Paolo di Ferrara, avviato a inizio 2022. La notizia, che vi avevamo già anticipato alcuni mesi fa, è stata confermata la settimana scorsa dal Comune di Ferrara (Stazione appaltante) e dalla nostra Arcidiocesi. 

All’interno dell’edificio tra piazzetta Alberto Schiatti e Corso Porta Reno (fino alla Torre dei Leuti) fervono dunque i lavori di consolidamento e restauro dell’apparato decorativo. Attualmente le impalcature stanno occupando parte della navata centrale e delle cappelle della navata di destra. È stato inoltre montato il ponteggio interno per accedere a cupola e lanterna, oggetto dei prossimi lavori di restauro.

Già restaurata la prima cappella della navata sinistra, la parte superiore della controfacciata, l’affresco raffigurante il ratto di Elia – ad opera di Scarsellino – nel catino absidale e la cappella del Carmine, costruita negli anni ‘60 del XVII secolo da Luca Danesi: nella volta, si può ammirare la Gloria della Vergine di Giacomo Parolini, giudicato il primo, sia pure tardivo, esempio di affresco barocco a Ferrara.

In generale, sono stati eseguiti restauri, consolidamenti, puliture, ritocchi, finiture, verifiche strutturali, inserimento di travi di rafforzamento e pilastrini in acciaio. Si è operato anche nel sottotetto, col posizionamento di elementi di rinforzo, sempre in acciaio, e si è proceduto alla sostituzione e integrazione di travi lignee, al consolidamento delle volte e all’inserimento di tiranti.

La settimana scorsa è stata liberata la facciata della chiesa, con la rimozione delle impalcature che hanno coperto, per lavori, il fronte dello storico edificio. Ricordiamo che il terremoto del 2012 aveva portato al crollo di due pinnacoli in pietra oltre a sofferenze localizzate su architravi e timpani in corrispondenza degli ingressi, e all’aggravamento della situazione statica con lesioni diffuse, sia sulle volte che sugli apparecchi murari. 

È inoltre previsto l’ammodernamento e l’adeguamento degli impianti: in particolare sarà realizzato uno speciale impianto di riscaldamento, per irraggiamento dall’alto, con sistema a scomparsa: si accenderà durante le funzioni religiose e sarà celato nel cornicione che sovrasta le colonne. Inoltre, verrà realizzata un’adeguata illuminazione di fondo su tutta la facciata principale dell’edificio dal lato opposto della piazza, e sul lato Porta Reno, verrà realizzato un nuovo impianto di illuminazione anche internamente alla chiesa, e saranno eliminate le barriere architettoniche e la riorganizzazione dello spazio verde adiacente.

I fondi e il complesso. Video dalla Diocesi

La chiesa della conversione di San Paolo è chiusa dal 2006 e la sua stabilità venne aggravata dal sisma del 2012. L’edificio è al centro di un doppio stanziamento (per complessivi 3,8 milioni di euro): una quota – di circa 3milioni di euro – della linea di finanziamento ministeriale del Ducato Estense e 806mila euro circa della Regione Emilia-Romagna (fondi post sisma), soprattutto per la parte strutturale. In base a una specifica convenzione, il Comune di Ferrara è stazione appaltante e gestisce anche la parte economica (i finanziamenti transitano per le casse comunali). Responsabile del procedimento è la dirigente del servizio Beni Monumentali Natascia Frasson. Il progetto dei lavori necessari per la chiesa di San Paolo è stato redatto dalla BCD Progetti, società di professionisti di Roma, capitanati dall’ing. Giuseppe Carluccio. 

I chiostri e degli ambienti dell’ex Monastero di S. Paolo hanno visto a fine 2019 la conclusione dei lavori sul primo chiostro, mentre un anno dopo si sono conclusi quelli sul secondo chiostro (il minore dei due) e sull’ex Refettorio. 

In questi stessi giorni, l’UCS – Ufficio Comunicazioni Sociali diocesano (lo stesso gruppo che ha realizzato il video visibile nell’atrio del Duomo) sta realizzando un documentario che presenterà le fasi di recupero del tempio e la sua importanza storico-artistica. Un importante lavoro per rivalorizzare la chiesa scoprendo la sua storia e le sue bellezze. 

Andrea Musacci

Il servizio completo è pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 23 giugno 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio