Santo Spirito, da 75 anni al servizio della città 

11 Nov
Enrichetta Maregatti, Giorgio Mazzoni ed Elvio Bonifazi

Nel novembre del 1948 l’allora parroco padre Francesco Righetti aprì la sala cinematografica in via Resistenza. Un pezzo di storia di Ferrara che ancora guarda al futuro (di tutti)

di Andrea Musacci

Nell’atrio il primo proiettore a carbone – un Victoria 4r del 1934 – accoglie giovani, famiglie, coppie, anziani e bambini che per gioco vorrebbero tirarne ogni parte sporgente…Utilizzata fino agli anni ’80 (a parte un’eccezione nel ’98 per “Gatto nero, gatto bianco” di Emil Kusturica), è l’immagine plastica di un piccolo ma storico luogo che definire cinema è riduttivo. Non è fra i più “antichi” (ad esempio l’Apollo è del ‘21), ma fu, ad esempio, il primo a proiettare capolavori del neorealismo e a organizzare Cineforum. Siamo in via della Resistenza a Ferrara, nel complesso parrocchiale di Santo Spirito, dove l’omonimo cinema da 75 anni è il punto di riferimento per cinefili e amanti della cultura in senso largo.

Nel ’48 fu l’allora parroco, il francescano padre Francesco Righetti, a dar vita al “Piccolo Cinema”, inaugurato a fine novembre dello stesso anno e con la prima proiezione organizzata a inizio dicembre. Fra i primi “padroni” della cabina di proiezione ci furono i proiezionisti Mario Stabellini, morto nel 2020, e Giordano Galesini, padre di frate Mauro, francescano del Santuario di Chiampo (VI). Ai tempi, per motivi di sicurezza e di gestione meccanica dei proiettori, era infatti normale la presenza contemporanea di due operatori. 

Nel libretto parrocchiale “S. Spirito…e le sue opere” del 1958 Antonio Cavalieri scrive: «Tutti sanno o almeno ammettono che l’essere umano ha necessità di ricreazione (…). Ricreazione è distensione, è rinnovamento di energie intellettuali, spirituali, fisiche (…), sollievo dal normale lavoro manuale o intellettuale (…). Ma perché questo si avveri (…) si rende indispensabile creare l’ambiente, dare i mezzi affinché ciascuno possa veramente “ricrearsi” nel vero senso, santo della parola (…). Tutto questo l’ha ben capito il nostro amatissimo Parroco, Padre Francesco, fin dai tempi dei tempi. Era un pallino che aveva nella Sua mente, un assillo che gli tormentava l’anima e il cuore (…). Ungiorno non ne poteva più; sentì il cuore gonfio, e nel cuore una Voce di sicura speranza, di fiduciosa sicurezza…e si mosse! Ed ecco la sala del cinema (eh già, come si fa oggi giorno a pensare ad opere ricreative senza cinema!…), la più bella fra le sale parrocchiali ferraresi; poi vennero i locali nuovi: le sale dei giochi per tutti – grandi e piccoli – le sale di lettura, la sala (magnifica) della televisione, delle adunanze (…)».

La Chiesa, anche a Ferrara, capì dunque che l’educazione e lo sviluppo della cultura, necessitava di luoghi moderni. Il proiezionista Galesini venne poi affiancato da Giorgio Mazzoni, che inizia a lavorare come operatore a S. Spirito 50 anni fa, nel 1973, proseguendo fino al 1984 e poi riprendendo da metà anni ’90 fino al 1998. Per un periodo, Mazzoni si alternava assieme ad Armando Maregatti tra qui e il Cinema Boldini. Armando, morto nel 2010, è il papà di Enrichetta Maregatti, che da lui ha ereditato la gestione della sala dopo l’esordio, assieme al marito Elvio Bonifazi, a fine anni ‘80. Enrichetta ed Elvio ancora oggi gestiscono con grande passione il loro amato cinema.

DAI BIGLIETTI A 40 LIRE ALL’AVVENTO DEL DIGITALE

I primi tempi le proiezioni erano quasi giornaliere, e i biglietti costavano tra le 40-60 lire nei giorni feriali (ridotti e interi) alle 50-70 per i festivi. Da inizio anni ’80, per un periodo, le proiezioni furono solo la domenica, dalle 14.30 fino a tarda serata, mentre con l’austerity (tra il ’73 e il ’74) la chiusura venne imposta alle 23. Ma con la gestione Maregatti ripresero anche nelle serate di venerdì e sabato, fino ad arrivare nel 2007 all’inizio delle rassegne (la prossima è prevista per gennaio 2024) e degli eventi speciali e, ora, a quattro serate di proiezioni, da venerdì a lunedì (oltre ai festivi e prefestivi). Un’altra svolta S. Spirito l’ha vissuta nell’estate 2013 con l’avvento del proiettore digitale (il canadese Christie Solaria One) che ha mandato in pensione i vecchi proiettori (l’ultimo fu un Victoria 8r, ai tempi considerato “la Rolls Royce” dei proiettori), grazie al contributo della Regione per la digitalizzazione dei cinema locali. S. Spirito fu il primo cinema non multisala a Ferrara ad adottare il digitale. Il Boldini ci arrivò per secondo solo il febbraio successivo. In pensione il digitale mandò anche la macchina “girafilm”, per riavvolgere la piccola o per fare montaggio, che Enrichetta conserva ancora gelosamente nella stanzetta attigua alla cabina di proiezione.

Ma torniamo agli albori: padre Francesco – che guidò S. Spirito fino al 1967 – come detto, non immaginò la sala cinematografica come luogo alieno dalla parrocchia e dal quartiere, ma una sala della comunità nella quale poter unire svago, educazione e condivisione. Un posto pensato soprattutto per famiglie, con proiezioni pomeridiane domenicali per i bambini e la sera il “filmone”. Sempre nel ’48 fu allestito anche un bar, col bancone a sinistra dell’ingresso principale e dietro la sala con i tavolini. Tra il 1982 e l’83 fu buttata giù la parete in modo da accedere direttamente alla sala. Di fronte all’ingresso, l’immancabile “stracciabiglietti”/maschera, ruolo ricoperto da metà degli anni ’50 fino al 2008 da Leonello Lugli, e il “segnatempi” sulla parete ai piedi della scala che porta alla galleria e alla cabina di proiezione. “Segnatempi” con i numeri romani I, II, III e con la A a indicare “Attualità”, vale a dire la pubblicità o i cinegiornali. «Ma non si fanno più intervalli – ci spiega Enrichetta – perché i film vanno visti senza pause».

Santo Spirito, quindi, come cinema della città ma senza dimenticare il suo legame con la Chiesa: come ci ricorda Giorgio Mazzoni, se richiesto, prestava le “pizze” con le pellicole, come ad esempio a metà degli anni ’70 quando don Sergio Vincenzi (ai tempi giovane seminarista e dallo scorso maggio in servizio proprio a S. Spirito) veniva a ritirarle per le proiezioni – sempre con una cinemeccanica Victoria 4r – nel Seminario di via G. Fabbri.

A fine anni ‘50 fu uno dei francescani di S. Spirito, padre Geminiano Venturelli, a far costruire la galleria al primo piano del cinema di via Resistenza, assieme alla cabina di proiezione (che prima era al piano terra), in questi ambienti direttamente collegati a quelli parrocchiali dove ancora oggi i bambini fanno catechismo e dove una volta erano adibiti ad aule per la Scuola elementare. E nella saletta di “passaggio” tra il cinema e le sale per i bambini, viene conservata un’altra macchina, una Victoria 5r, la stessa che nel film di Tornatore “Nuovo Cinema Paradiso” sostituisce il vecchio proiettore dopo l’incendio che rende cieco il proiezionista Alfredo.

Luoghi magici, più o meno nascosti, che dopo tanti anni trasmettono ancora quel calore antico di spazi vissuti e fatti crescere con invincibile passione.

Proseguendo nel nostro giro negli ambienti, scopriamo come per diversi anni in sala il palcoscenico – di legno – fosse davanti lo schermo, mentre quello nuovo, dietro lo stesso, venne fatto costruire a metà degli anni ’80 da padre Flavio Medaglia. Una volta, lo schermo quando non serviva veniva alzato e posto orizzontalmente a sfiorare, parallelo, il soffitto. Diverse foto che possiamo ammirare grazie a Enrichetta Maregatti e al parroco don Francesco Viali, testimoniano dell’iniziativa “Microfono d’oro” che si teneva proprio su questo palco negli anni ’70-’80, ispirata allo Zecchino d’oro del Coro Antoniano di Bologna. E un capitolo a parte meriterebbero le poltroncine blu della sala, fatte installare (assieme al pavimento) un quarto di secolo fa da padre Antonio Atanasio Drudi, in sostituzione di quelle di legno che a loro volta presero il posto di quelle in ferro. Prima delle poltroncine blu, i posti erano di più – oltre 200, rispetto alle 173 attuali – e in passato la sala era riscaldata con stufe di carbone. Un altro aneddoto riguarda le poltroncine in legno, che nei periodi estivi venivano trasferite nel campetto dell’oratorio per il “cinema all’aperto”.

I PRIMI CINEFORUM CITTADINI E “LASCIA O RADDOPPIA?”

Come accennato all’inizio, proprio nel Cinema Santo Spirito nacque, grazie a don Franco Patruno e Luciano Chiappini, il primo Cineforum ferrarese: la terza serie – a cura del “Club Ferrarese Cineforum” – ci risulta essere della stagione 1952-1953, col titolo “Panorama della cinematografia mondiale del dopoguerra. Charlie Chaplin – Il cinema francese”, con film anche di Renè Clair (“Il silenzio è d’oro”, 1947) e Henri Georges Clouzot, mentre di Chaplin venne proiettato “Monsieur Verdoux” (1946). Nella quinta serie, invece, anni ’53-54, protagonisti furono Jean Renoir (“La grande illusione”), Frank Capra (“L’eterna illusione”), G. W. Pabst (“La voce del silenzio”) e Billy Wilder (“Viale del tramonto” e “L’asso nella manica”). 

Don Patruno e Chiappini li ritroviamo quasi mezzo secolo dopo, il 4 dicembre 1998, per un incontro pubblico organizzato in occasione del 50° anniversario, con gli interventi, oltre che dei due, di Enrichetta Maregatti, del parroco padre Giovanni Di Maria (a S.Spirito dal ’97 al 2009) e di Antonio Azzalli. Proprio in occasione dei primi 50 anni del cinema, sull’edizione ferrarese del “Resto del Carlino” Gianfranco Rossi ricordava quando nel 1957 Michelangelo Antonioni con la sua troupe de “Il grido” (tra cui Alida Valli e Dorian Gray), si fermò al Cinema S. Spirito per annunciare la prossima uscita del film. 

Cinema d’autore, dunque, ma anche la neonata televisione fece capolino dal grande schermo di via della Resistenza con, dal ‘56, la proiezione di “Lascia o raddoppia?” e di altre trasmissioni televisive che raccoglievano una volta alla settimana tante famiglie della parrocchia ancora sprovviste in casa del televisore.

LE CRISI, IL PRESENTE E IL FUTURO DI UNA COMUNITÀ

Il Cinema S. Spirito è iscritto all’ACEC-SdC (Associazione Cattolica Esercenti Cinema – Sale della Comunità) e oggi ospita 173 posti, di cui 153 in platea e 20 in galleria.

Come ci spiega Enrichetta Maregatti, «cerchiamo di proiettare film d’essai o comunque di qualità. Facciamo anche proiezioni per le scuole, per l’Università degli Studi di Ferrara, oltre a conferenze e spettacoli teatrali benefici di compagnie amatoriali locali».

Negli anni, prosegue, «abbiamo vissuto momenti di crisi, ad esempio dopo l’apertura del Multisala in Darsena e con le chiusure causa Covid. Ma dallo scorso gennaio è ripreso il regolare flusso di spettatori, che anzi è aumentato rispetto al periodo pre-Covid. Da noi vengono persone non solo dalla città ma anche dalla provincia (Ostellato, Massa Fiscaglia, Poggio Renatico ad esempio) o dal rodigino, e ci sono tanti affezionati, un vero e proprio “zoccolo duro”».

La missione per il futuro è sempre chiara: «siamo una sala polivalente che cerca innanzitutto di aggregare le persone, di farle ritrovare, incontrare, socializzare. Il nostro è un servizio alla comunità, e anche per questo cerchiamo di mantenere prezzi bassi. I film vanno visti in sala, sul grande schermo e soprattutto assieme agli altri». 

Per questi motivi, i cinema come S.Spirito vanno tutelati e sostenuti come patrimonio dell’intera comunità.

***

SERATA SPECIALE IL 18 NOVEMBRE

“Cinema Santo Spirito. 75 anni di film che parlano al cuore” è il nome dell’incontro in programma sabato 18 novembre al Cinema Santo Spirito di via Resistenza, 7 a Ferrara.

Questo il programma della serata:

* ore 18:45 – 20:45, atrio del cinema:Annullo filatelico di Poste Italiane per la ricorrenza.

* 19:00, Sala del cinema:Tavola rotonda “Cinema Santo Spirito tra ricordi e prospettive”. Modera mons. Massimo Manservigi, Direttore dell’Ufficio Comunicazioni Sociali Arcidiocesi di Ferrara-Comacchio.

*20:00, cortile dell’oratorio:aperitivo con buffet.

* 21:00, Sala del cinema:speciale proiezione a sorpresa  di un film restaurato.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce” del 10 novembre 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

Relazione, trascendenza, generatività: i volti della vocazione

6 Nov

Don Grossi e Bruzzone i relatori della seconda lezione della Scuola diocesana di teologia per laici

Sulla natura della vocazione e l’essenza relazionale della persona hanno riflettuto lo scorso 26 ottobre a Casa Cini, Ferrara, don Alessio Grossi (Referente del Servizio Diocesano Tutela Minori e persone vulnerabili della diocesi di Ferrara-Comacchio, nonché sacerdote dell’UP Arginone-Mizzana-Cassana) e Daniele Bruzzone Ordinario di Pedagogia generale e sociale presso la Facoltà di Scienze della formazione dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e Presidente di Alæf (Associazione di Logoterapia e Analisi Esistenziale Frankliana) (foto in basso). L’occasione è stato il secondo incontro dell’anno in corso della Scuola di teologia per laici “Laura Vincenzi”, avviata lo scorso 5 ottobre con la lezione introduttiva del nostro Arcivescovo.

“Parliamo di vocazione: Una via per ciascuno?” il titolo, invece, della lezione del 26 ottobre che ha visto la partecipazione (in presenza o on-line) di oltre 120 persone.

«La vocazione – ha esordito don Grossi – è chiamata, appello, è qualcosa che parte da Dio ma che non mi arriva dall’esterno, come qualcosa che possa non andare d’accordo col mio cuore, come qualcosa che io non conosco di me». Da una concezione errata di vocazione (intesa anche come «privilegio» e come qualcosa di esclusivo), si arriva a «forme negative di rinuncia e mortificazione» e si può arrivare anche «all’abuso spirituale e di coscienza». Nessuno può dire che cosa un altro deve fare, «può accompagnarlo nella sua scelta ma alla fine è quest’ultimo che deve decidere».

Nella “Gaudium et spes” – ha proseguito il sacerdote – è scritto che la dignità deriva dalla «vocazione alla comunione con Dio», dal dialogo tra uomo e Dio. Il Catechismo, poi, a proposito di vocazione parla di «vita nello Spirito», quindi di «un’espressione creativa, una dinamica e una concretezza». Qui, secondo don Grossi, risulta fondamentale il testo di Wojtyla “Persona e atto” (1969): secondo il futuro pontefice, «l’atto, il manifestarsi costituisce il particolare momento in cui la persona si rivela». Per l’uomo, infatti, «a differenza degli animali non è indifferente come vive la propria chiamata all’esistenza». «Partecipazione» (l’esplicarsi nella relazione) e «trascendenza» (apertura, eccedenza) sono i due concetti cardine che definiscono la persona umana. Ma questo oltrepassamento avviene anche al proprio interno, in quanto «il nucleo della persona risiede dentro di sé, è quella parte aperta al mondo ma che, ascoltandosi e decidendosi, vive la dimensione trascendentale partendo dal cuore». E – si badi bene – «l’interiorità non è riducibile allo psicologico, ma è molto di più, è lo spirituale, la fonte dell’uomo che può sempre decidere come orientarsi nella vita».

Ma se l’uomo è apertura, partecipazione e trascendenza, per un cristiano ciò che lo distingue è l’amore (si veda ad esempio Gv 13, 34), «il dare la vita, il generare: la stessa morte di Cristo e quella del nostro ego non significano mortificazione ma qualcosa di generativo, quindi la vocazione, ogni vocazione non può non essere qualcosa di generativo, che genera vita per me e per gli altri. La vocazione è tale se è generativa, se è una vivificazione reciproca», ha spiegato il sacerdote.

Alla base della sopracitata “teologia della persona” di Wojtyla e non solo, ha invece riflettuto Bruzzone, troviamo la filosofia del tedesco Max Scheler (1874-1928), che ha influenzato anche il pensiero di Viktor Frankl (1905-1997), neurologo, psichiatra e filosofo austriaco, tra i fondatori dell’analisi esistenziale e della logoterapia a cui si ispira l’Alæf presieduta da Bruzzone.

«Per Frankl – ha spiegato quest’ultimo – l’uomo è sempre orientato alla ricerca dell’altro e dell’Altro – che per chi crede è Dio -, quindi vi è sempre una tensione a un’alterità, un’apertura, un’eccentricità: per realizzarci abbiamo bisogno di dedicarci ad altro e ad altri. Il cuore dell’uomo ha una struttura dialogica – ha proseguito – la nostra coscienza è sempre interpellata e sempre risponde». Riguardo alla vocazione, dunque, vediamo come la vita sia «qualcosa che ci interroga, e dalle nostre risposte dipende la direzione della nostra esistenza». Senza dimenticarci, appunto, che «il concentrarci troppo su noi stessi ci fa ammalare: senza scopo, senza altro e senza altri, l’uomo inizia a preoccuparsi, a star male». Se rinnega la propria essenziale apertura, muore.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce” del 3 novembre 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

«Il granchio blu è una catastrofe: lo Stato ci aiuti»

6 Nov

Intervista a Vadis Paesanti, Presidente Cooperativa Pescatori del Delta e vicepresidente FedAgriPesca Confcooperative Emilia-Romagna: «la situazione per le nostre 1800 imprese è grave e diventerà gravissima»

A cura di Andrea Musacci

«La catastrofe ambientale porterà, di questo passo, a una catastrofe economica e sociale per migliaia di famiglie». Pur cercando di non perdere la speranza e di mantenere la necessaria lucidità, Vadis Paesanti (foto piccola) è consapevole della drammatica situazione della venericoltura, cioè dell’allevamento a fondale delle vongole veraci. Maltempo e alluvione, anossia ma soprattutto granchio blu stanno mettendo sempre più in ginocchio i produttori della Sacca di Goro. Presidente della Cooperativa Pescatori del Delta e vicepresidente di FedAgriPesca Confcooperative Emilia-Romagna, Paesanti approfitta del nostro incontro per sottolineare innanzitutto l’importanza della Giornata del Ringraziamento del 12 novembre: «è un gesto importante da parte del Vescovo e della Diocesi. Abbiamo bisogno di una sua benedizione, di un aiuto dal Cielo…».

Paesanti, qual è la situazione delle vostre imprese e cooperative?

«La situazione ad oggi è grave, e fra qualche settimana, fra pochi mesi sarà gravissima per le nostre circa 1800 imprese associate in 53 cooperative della venericoltura». 

Partiamo dall’alluvione in Romagna nei mesi scorsi…

«Quell’enorme quantità di acqua convogliata in canali e fiumi, i navigabili, e attraverso il Napoleonico, è arrivata nel Po di Goro e quindi nella Sacca di Goro, con conseguenze negative. E poi vi è stata l’anossia (mancanza di ossigeno nei fondali marini a causa del protrarsi di temperature elevate, ndr), anche se non è il primo anno che la registriamo nel mese di ottobre».

Ma il nemico principale è senza dubbio il granchio blu…

«Esatto. C’è da dire innanzitutto che questo granchio è venduto nel nostro mercato ittico già da 10 anni, e in questo decennio ha divorato buona parte della risorsa alieutica (ad esempio, acquadelle, gamberetti, orate, branzine, anguille, granchio comune). Di questo pesce non c’è più traccia da anni, a dimostrazione della voracità di questo animale, della sua scaltrezza e del fatto che non ha competitors, non ha predatori». 

Cos’è cambiato quest’anno?

«Già la scorsa primavera abbiamo iniziato a notare nella Sacca di Goro numerosi gusci e un ammanco di tante vongole. Non si trattava di una morìa spontanea. All’inizio vi sono state accuse reciproche di furto tra le cooperative, ma avendo nella Sacca una guardianìa h24 e telecamere a raggi infrarosse, abbiamo dovuto prendere atto che il granchio blu, esaurita la risorsa alieutica, ha iniziato a mangiare le vongole veraci. E da lì è iniziata la catastrofe ambientale e la catastrofe della biodiversità che diventerà catastrofe economica e sociale. Consideriamo che in media in un anno nella nostra Sacca si producevano circa 13mila tonnellate di vongole veraci…».

Qual è il calo di produzione registrato e quale quello previsto?

«Accorgendoci del granchio blu che divorava le vongole, abbiamo cercato di venderne più possibili per sottrarle a questo predatore. Il calo, quindi, dipende da quanto le singole cooperative sono riuscite a venderne in questi mesi. Il problema è che il seminato del 2022 e soprattutto quello della scorsa primavera, ci è stato divorato dal granchio blu. Bisogna considerare che la raccolta avviene 14-16 mesi dopo la semina. Ciò significa che non avremo più la vongola né piccola né mediana né adulta, perché finché ci sarà il loro predatore non potremo più seminare».

Fino a quando dovrebbe rimanere il granchio blu?

«Vedendo gli altri Paesi nei quali è presente, rimane per un ciclo di 4 anni, quando allora, per mancanza di cibo, inizierà a cannibalizzare i propri piccoli oppure emigrerà».

Tutto ciò che conseguenze avrà sugli allevatori?

«A questa domanda non sono in grado di rispondere: è come dopo un’alluvione, ci troviamo con la casa allagata, dobbiamo abbandonarla. Viviamo un momento di grande sconforto, siamo rimasti spiazzati. I ristoranti naturalmente si stanno riorganizzando: proporranno sempre più spaghetti al granchio blu e non alle vongole, ma per noi è solo sopravvivenza momentanea…».

I sistemi di protezione sperimentale come recinti e teli protettivi sono utili?  

«No, e lo dimostra il vento forte delle ultime settimane che in alcuni casi ha spazzato via tutto…».

Veniamo alle misure adottate recentemente dal Ministero dell’Agricoltura per aiutare i produttori. Che idea si è fatto?

«I 2,9 milioni di euro dal Governo sono utili, ma non più di tanto dato che ci aiuteranno solo per certe spese, come quelle per lo smaltimento e il facchinaggio. Il discorso di fondo è che siamo circa 1800 aziende nel nostro Delta e altrettante nel Veneto, e se uno fa i conti, a ogni impresa andrà ben poco. Speriamo che il Governo faccia un’altra misura». 

Poi ci sono i 10 milioni di euro per sostenere la ripresa del settore per semina, ripopolamento e acquisto di strutture fisse di protezione…

«Sì, saranno certamente utili anche questi. Siamo grati al Governo per questi sforzi, ma riteniamo che per passare l’inverno bisognerà fare di più. Il nostro non è un settore assicurato e non abbiamo diritto alla CISOIA (Cassa Integrazione Speciale Operai dell’Agricoltura, ndr)…».

1 milione di euro è arrivato invece dalla Regione…

«Questo può aiutarci per il nostro mancato reddito nei primi 9 mesi del 2023 e per una piccola parte dell’acquisto del seme. Ma anche questo non è sufficiente. Le istituzioni devono capire che qui viviamo di monoeconomia, quindi quando venderemo l’ultimo kg di vongole, vi sarà una grave situazione economica e sociale. In Italia vendiamo un prodotto di nicchia, e siamo i primi produttori di vongole veraci in Europa. Ma questa calamità ci sta mettendo a terra».

***

Delta, un anno pieno di sciagure

Già dallo scorso marzo, la siccità porta a una mancanza di acqua dolce nella Sacca di Goro, zona da sempre di acqua mista. E con le temperature più alte della media, gli allevamenti sono infestati di alghe che soffocano le vongole e di nuovi predatori, come il granchio blu, specie aliena originaria delle Coste Atlantiche dell’America. A fine primavera, il problema contrario: un aumento dell’acqua dolce derivante dallo sgrondo a mare delle acque piovane dei fiumi e della rete della bonifica.

In estate, la situazione è sempre più drammatica, alcuni pescatori iniziano a prevedere un calo dell’80/90% della produzione per il 2024. Il granchio blu ha, però, ancora un mercato limitato in Italia in quanto poco conosciuto.

A metà ottobre arrivano le prime risposte dalle Istituzioni: «Con una legge dedicata all’emergenza alluvione, abbiamo introdotto come Regione Emilia-Romagna un milione di risarcimento ai pescatori di Goro e Comacchio per i danni economici subiti a causa del granchio blu. Sono risorse proprie della Regione che compensano i danni diretti e quelli derivati dallo smaltimento die granchi blu pescati. Ma siamo tutti d’accordo che i risarcimenti non bastino», dichiara la consigliera regionale ferrarese e capogruppo Pd Marcella Zappaterra.

In questo periodo, oltre alla minaccia del cuneo salino, diventa ancora più pesante il fenomeno dell’anossia, ovvero la mancanza di ossigeno nei fondali marini. Il fenomeno, dovuto al protrarsi di temperature decisamente estive sino ad ottobre avanzato e alla calma piatta del mare, in assenza di mareggiate, ha comportato un eccessivo apporto di acqua dolce proveniente dal Po e una progressiva riduzione dell’ossigenazione dei fondali, elementi, invece, fondamentali per la crescita del novellame seminato. E nella Sacca di Goro, per arginare l’invasione del predatore giunto dall’Atlantico, alcuni acquacoltori introducono sistemi di protezione sperimentale, piazzando recinti e teli protettivi, ma si tratta di una sperimentazione impostata sul 10% delle concessioni.

Il 24 ottobre arriva finalmente la nota del Governo nazionale: il Ministro del Masaf (Ministero dell’agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste), Francesco Lollobrigida, ha sbloccato i 2,9 milioni destinati alle oltre 3mila aziende in crisi. «Dopo il via libera ottenuto dall’Europa – dichiara il Ministro – ho firmato il decreto che autorizza la spesa per le aziende che hanno provveduto alla cattura e allo smaltimento della specie. Le imprese di tutto il territorio nazionale potranno richiedere il rimborso delle spese sostenute per l’acquisto di attrezzi da pesca e di trasporto, rispettivamente nella misura dell’80 e del 100% dei costi che vanno dal primo agosto al 31 ottobre 2023», spiega ancora don Lollobrigida. «Allo stesso tempo – aggiunge il Ministro – abbiamo previsto un ulteriore intervento da dieci milioni di euro per sostenere la ripresa del settore della pesca e dell’acquacoltura per la semina, il ripopolamento e l’acquisto di strutture fisse per proteggere gli allevamenti di vongole e novellame di sogliola e cozze. Un provvedimento che abbiamo inviato in Conferenza Stato-Regioni».

Pubblicato sulla “Voce” del 3 novembre 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

C.A.S.A. Mesola, 60 anni per la comunità

6 Nov

Intervista al Presidente Michele Mangolini: «dobbiamo anticipare le trasformazioni»

Un esempio virtuoso di cooperazione e un valore aggiunto per il territorio: questo rappresenta C.A.S.A. Mesola (Cooperativa Assistenza Servizi Agricoli), realtà in via Bassalunga nel mesolano, nata nel 1964, in esecuzione della delibera n. 53/063 dell’Ente per la Colonizzazione del Delta Padano che favoriva la fusione di cooperative con finalità comuni, ma operanti in ambiti territoriali troppo ristretti per conseguire un’efficace azione di programmazione.

Una realtà che affonda le proprie radici nelle grandi trasformazioni conseguenti alla Riforma agraria degli anni ’50 del secolo scorso. Anche nel Basso Ferrarese, infatti, i primi cooperatori si trovarono a lavorare in condizioni difficili – bassa scolarità, condizioni igienico sanitarie insufficienti e precarietà economico-sociale – a cui la Riforma Agraria, con assegnazioni medie di 7 ettari di terreno, aveva dato risposte parziali.

Il processo migratorio della fine degli anni Cinquanta e dei primi anni Sessanta in direzione dei centri industriali del Nord, che portò all’abbandono di molti terreni, e le integrazioni aziendali avvenute con la bonifica di Valle Giralda, consentirono un allargamento della maglia poderale favorevole a quanti erano rimasti sui terreni. L’obbligo per gli assegnatari, pena l’estromissione dal fondo, era di far parte di una cooperativa di assistenza e servizi agricoli. Questo favorì la nascita di cooperative su tutto il territorio interessato dalla Riforma Agraria, ma finì, però, col rendere la cooperativa uno strumento poco efficace. Qui si inserisce C.A.S.A. Mesola, strumento innovativo nella conduzione delle aziende dei soci quando, a partire dai primi anni Settanta, il gruppo dirigente si pose l’obiettivo di passare dalla cooperazione coatta alla cooperazione volontaria, di vincolare l’attività produttiva dei soci a precisi piani colturali, di regolare la contrattazione e la vendita collettiva dei prodotti, di rendere la cooperativa autonoma da tutele che non avevano più ragione d’essere.

C.A.S.A. Mesola oggi offre numerosi servizi come ad esempio il confezionamento, la lavorazione e la vendita di prodotti agricoli dei soci; l’assistenza tecnica specializzata per la difesa e la fertilizzazione delle colture; la vendita di prodotti fitosanitari, fertilizzanti e di tutti i prodotti necessari all’impresa agricola; la consulenza per la certificazione di prodotto e la contabilità ed amministrazione aziendale. Fra le produzioni, carote, asparagi, radicchio, porro, zucca, anguria, pomodoro per l’industria, zucchino e patate.

Abbiamo rivolto alcune domande a Michele Mangolini (foto), Presidente di C.A.S.A. Mesola e da quasi 4 anni Presidente di ConfCooperative Ferrara.

Mangolini, qual è la specificità, il valore aggiunto di C.A.S.A. Mesola nel nostro territorio? 

«C.A.S.A. Mesola nasce quasi 60 anni fa ma ha origini più antiche, con le prime bonifiche nel Delta, che per le assegnazioni dei terreni davano la precedenza a chi sia associava a una cooperativa.  Qualche ex dipendente della bonifica era poi rimasto come dirigente, e questo fu un fattore molto importante anche per il successivo sviluppo delle stesse cooperative e del territorio. Poi ci fu un abbandono delle campagne anche a causa della scarsità di terreni disponibili. Un altro dato è importante: negli anni ’70 C.A.S.A. Mesola aveva 430 soci, oggi ne conta 160, ma questi hanno a disposizione terreni molto più grandi rispetto a 50 anni fa». 

Qual è la situazione nell’ambito agricolo e quali le prospettive?

«La situazione è in evoluzione, la crisi riguarda maggiormente l’ambito della frutticoltura, pensiamo ad esempio alla pera, simbolo del nostro territorio. La causa, naturalmente, è della crisi climatica, basti pensare al maltempo e alle alluvioni che hanno interessato anche il Ferrarese. Per quanto riguarda l’orticoltura, invece, registriamo uno sviluppo nel nostro territorio. Spesso estensioni di orticole hanno sostituito gli alberi da frutto. Dobbiamo essere attenti, cercare di anticipare i cambiamenti, anche se non è facile. È necessario quindi non adeguarsi alle trasformazioni ma investire per anticiparle».

Nello specifico, C.A.S.A. Mesola che periodo sta vivendo?

«Abbiamo fatto moltissimi investimenti per le orticole, come ad esempio per un impianto per le carote all’avanguardia in Italia, oltre a investimenti per le imprese agricole e a un ampliamento del fotovoltaico per un minor impatto sull’ambiente. In generale, ci siamo allargati e aperti per dare maggiori risposte all’intera comunità del territorio. Rispetto al passato, quando la cooperativa era chiusa nel proprio perimetro, venendo concepita come utile solo per i propri soci, oggi è uscita, ponendosi interamente a disposizione delle comunità».

Ci può fare un esempio concreto di questa apertura? 

«Basti pensare alla collaborazione con diverse sagre del territorio, un’attività importante che va al di là della semplice sponsorizzazione. Inoltre, circa un anno fa come C.A.S.A. Mesola, assieme alla Fondazione “F.lli Navarra” di Malborghetto e all’Associazione “Aps Più Felici” abbiamo dato vita a “Casa Bosco”, una struttura di accoglienza per ragazzi diversamente abili, studenti e lavoratori del settore agricolo, all’insegna dell’innovazione agraria, della formazione e dell’inclusione sociale. La struttura, compresa nel complesso di C.A.S.A. Mesola, è un ex essicatoio del tabacco di inizio ‘900 completamente ristrutturato».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce” del 3 novembre 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

Vita di Nella Gandini, un sogno di canto libero interrotto troppo presto

27 Ott

La giovane ferrarese è tra i 191 morti dello spezzonamento americano del 10 giugno 1944. Vi raccontiamo la sua pur breve vita di promessa cantante lirica: un pezzo di storia della città

di Andrea Musacci

Aveva solo 24 anni Nella Gandini quando trovò la morte, assieme ad altre 190 persone, a causa dello spezzonamento delle forze armate americane sulla città di Ferrara. Una vita orribilmente stroncata assieme al suo sogno: diventare una grande cantante lirica, come il padre Napoleone e il cugino Angelo.

Vi raccontiamo questa storia inedita grazie soprattutto ai racconti di Savia Salmi, vedova di Giorgio Gandini, nipote di Nella. Una vicenda drammatica ma ricca di aneddoti ed episodi particolarmente interessanti, dove l’intimità delle persone e delle famiglie richiama fatti collettivi, e viceversa.

UNA FAMIGLIA FERRARESE

Nata il 21 gennaio 1920, era figlia di Napoleone e Maria Faccini.Suo padre, classe 1892, era cresciuto nel Borgo San Luca dove vivrà per alcuni anni (forse anche dopo sposato), prima di spostarsi con la famiglia in corso Porta Reno, 23, come risulta dalla carta d’identità di Nella del 1938 (dove si firma “Nella Maria Gandini”), e poi in via Ripagrande, 21 (dove oggi c’è l’hotel Maxxim), occupando qui un intero piano sopra i fratelli Cervi, storici “biciclai” ferraresi. Prima e durante la guerra, Napoleone gestiva una macelleria in via Gorgadello (l’attuale via Adelardi). Dai suoi documenti, risulta anche che Napoleone aveva vissuto in via della Luna, 23. La madre Maria, detta Edvige, amava invece ospitare nella sua casa per pranzo o cena, e a volte dando anche alloggio, giovani artisti e studenti universitari, anche amici dei figli, a cui a volte chiedeva di recitare alcuni versi.

Nello stesso documento di identità, di Nella si dice che fosse alta 1,69 m, «robusta» di corporatura, capelli e occhi «castani», fronte «media» e naso «concavo». Nelle foto dell’album di famiglia, spesso la giovane è assieme a una sua carissima amica, Wanda, riconoscibile per i folti capelli ricci.

Nella era la maggiore di quattro figli: gli altri erano Rino, padre di Giorgio (marito di Savia), più giovane di quattro anni; Giorgio, giornalista e storico; Giovanni, il più giovane. 

LA PASSIONE PER LA LIRICA

Il padre Napoleone, come detto, era baritono e usava il nome d’arte Nino Cavalieri. Cantò anche con Enrico Caruso. Anche suo nipote Angelo Mercuriali (1909-1999), figlio della sorella, era cantante d’opera (tenore, per la precisione) e veniva simpaticamente chiamato “voce d’Angelo”. Diceva sempre che doveva molto allo zio Napoleone, ed era sposato con il soprano Lina Paletti.

Nella, quindi, respirò fin da piccola quest’aria e volle seguire il padre e il cugino su questa strada: studiò a Padova e si esibì a Parma, Firenze, alla Scala a Milano, oltre che a Ferrara. Nel 1937, ad esempio, prese parte al “Lodovico…il Moro” con regia di Angelo Aguiari.

CLIENTE DEL “PICCOLO PARIGI”

Nella adorava collezionare piccole bambole che vestiva con abitini da lei stessa realizzati: acquistava dei “bustini” femminili di piccole dimensioni (parti di pompon per la cipria) che legava a coni di cartone usati come base e rivestiva con abitini che riproducevano gli abiti delle protagoniste degli spettacoli o forse di personaggi che lei stessa interpretava. Li usava come portafortuna e amava ammirarli poggiati sulla sua toeletta, chissà, forse anche fantasticando. 

I “bustini” (realizzati tra gli anni ’20 e ‘30) probabilmente li acquistava nel “Piccolo Parigi”, boutique in piazza Trento e Trieste vicina al Teatro Nuovo, per la precisione dove ora si trova l’entrata del negozio “Kasanova” (mentre le attuali altre due vetrine dello stesso, un tempo erano occupate dal negozio di abbigliamento per bambini “Cottica” e da un negozio di tessuti). Di proprietà di un certo Trevisani, il negozio (chiuso da una 30ina d’anni) prima si trovava in piazza Municipale, proprio sotto l’arco che divide questa da piazza Duomo e vendeva, fra l’altro, bigiotteria, pettini, profumeria, cerchietti per capelli per bambini, portachiavi e portasigarette. Il magazzino del “Piccolo Parigi” si trovava invece nella vicina via Contrari. L’illustratore Claudio Gualandi ci racconta come a metà anni ’70 lo visitò trovandoci, fra l’altro, gadget fascisti (spille, anelli) e un fez.

UNA VOCE SPEZZATA

I suoceri di Savia e altri parenti acquisiti han sempre parlato poco e malvolentieri della morte di Nella, per un pudore recondito o perché il dolore per il trauma vissuto minacciava sempre di riaffiorare.

Rino, fratello di Nella, è un partigiano o comunque collabora con i partigiani. Possiede un furgone con cui durante la guerra mette in salvo persone trasportandole fuori città. E forse trasporta anche partigiani, ricercati dai nazifascisti e armi. Forse per questo, per non esporla a rischi, il 10 giugno del 1944 non vuole caricare Nella in uno dei viaggi verso Porotto. Ma Rino – che è molto legato a lei – non può sapere che così la sta abbandonando a un’orrenda fine. Quando Rino torna da Porotto, lo spezzonamento in zona San Luca è già avvenuto: Nella viene colpita in via G. Fabbri presso il frutteto Tenani. Proprio il fratello Giorgio nel suo libro “Ferrara sotto le bombe” (Comune di Ferrara, 1999) racconta, forse riportando la testimonianza del fratello Rino: «Mia sorella aveva un grosso buco dietro l’orecchio, un largo squarcio sulla schiena, sul petto e sulla pancia, un piede amputato. Il suo impermeabile era intriso di sangue. Zeffira aveva la testa appoggiata su mia sorella e guardava il cielo, stringendo al petto il maglione di lana che stava sferruzzando, lordo di sangue. (…) Mia sorella Nella – continua il racconto – l’avevano distesa sul pavimento della cucina e noi la guardavamo con occhi impietriti. “Uomini, andate via! Dobbiamo lavarla e vestirla”, ci avevano intimato le donne del Borgo, spingendoci affettuosamente fuori (…).  Il giorno dopo il “Corriere Padano” (…) diede la notizia dell’inaudito massacro. “I gangsters nuovamente su Ferrara (occhiello) – Micidiale spezzonamento di inermi fuggiti nei campi (titolo)” (…). L’articolo scriveva: “(…) Il numero delle vittime sorprese all’aperto e senza possibilità di difesa è pertanto assai elevato. La pesante incursione ha avuto luogo nella mattinata” (alle ore 10.30, ndr)». Probabilmente quando muore, Nella è sola, anche se dall’elenco delle vittime risultano altre due donne (Nina Merli, 19 anni e Maria Grazia Schivalocchi), colpite anch’esse «nei pressi di via G. Fabbri». Nella forse si trovava in questa zona perché rifugiatasi da parenti di S. Luca dove il padre stesso era nato e cresciuto. 

Il “santino” funebre di Nella recita così: «Per te che hai spiccato il volo verso la più eccelsa e luminosa vetta, cantino gli angeli il cantico più bello, la melodia più dolce; perché tutto in te era arte, tutto era musica. L’Alma tua, aleggerà sempre sopra di noi indicandoci la via del bene. Tu pura, tu buona, come hai cantato fra gli uomini continuerai a cantare fra gli angeli».

Una Speranza infinita per questa ragazza strappata troppo presto al palcoscenico drammatico e sublime della vita.

Grazie a Claudio Gualandi e Linda Mazzoni per averci aiutato nella raccolta delle informazioni e delle immagini.

Pubblicato sulla “Voce” del 27 ottobre 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

Ecologia. L’urgenza delle parole e delle azioni: quali passi fare insieme?

25 Ott

Il 20 ottobre nel Monastero ferrarese del Corpus Domini il primo dei tre incontri organizzati dal Circolo Laudato si’: una trentina le persone presenti (due soli maschi) per pregare assieme e condividere timori, idee, progetti e speranze

Il venir meno dell’equilibrio naturale, della pace fra gli uomini e col resto del creato. E, parallelamente, il venir meno di una consapevolezza sulle conseguenze che determinate scelte di vita – personali e collettive – possono avere sull’esistenza di ognuno, compresa quella delle generazioni che verranno.

È così, senza infingimenti, che la sera del 20 ottobre scorso si è svolto il primo incontro di preghiera e condivisione proposto dal Circolo diocesano “Laudato si’” in collaborazione con le Sorelle Clarisse. I restanti incontri si svolgeranno il 9 febbraio sul tema “La sobrietà” e il 19 aprile su “La cura”. Tema del primo incontro (alla presenza di 30 persone), invece, è stato “L’urgenza”.

Al Monastero del Corpus Domini di Ferrara è stato un alternarsi di silenzi e parole parche, profonde, sincere. Ed è emerso come l’urgenza stia anche nel bisogno di condividere timori, progetti, speranze, domande. Tutti frutti sani di un’importante risonanza interiore.

L’incontro è iniziato coi vespri in chiesa, durante la quale si è svolta anche una piccola processione in cui alcuni partecipanti hanno portato davanti all’altare tre immagini emblematiche delle conseguenze dell’azione nociva dell’uomo sul creato. A seguire, vi è stato un momento di condivisione nel coro. Diversi gli interventi alternati a letture di brani tratti dalla “Laudato si’” e dalla “Laudate Deum” di Papa Francesco. «Dobbiamo farci carico della nostra casa comune e divenire consapevoli della nostra meschinità, piccolezza, delle tante vite usurpate, rovinate», è stato un primo intervento. «Che in noi possa crescere la consapevolezza della brevità del tempo che ci rimane». Da qui, l’urgenza di agire: «il tempo si è fatto breve, non possiamo più dormire». 

«A me colpisce tanto l’indifferenza verso questi problemi e verso i più poveri, nonostante i segni dell’emergenza siano sempre di più», è invece la preoccupazione di un’altra persona. «Forse, questa, è una tendenza a rimuovere il problema per continuare a vivere serenamente. Vorrei che fossimo capaci di cambiamento, anche attraverso questo nostro piccolo Circolo Laudato si’».

Ma – è emerso da altri interventi – «come posso pormi io davanti all’enorme drammaticità di questi problemi? Oltre ai nostri piccoli passi, quali passi significativi fare insieme?». Considerando, anche, come questa consapevolezza ecologica «è relativamente recente». Ora però, «c’è molta più attenzione su questi temi e più atti concreti». Serve «perseveranza», «costanza», non solo il compiere azioni, ma renderle anche durature, dare loro continuità. E serve non dimenticare il peso dei piccoli gesti personali, perché anche dall’unione di questi nasce quella «massa critica» fondamentale per cambiare le nostre società. Ma perché tutto ciò non si riduca a mera pulizia all’interno del nostro universo di benessere, serve fare due passi innanzitutto dentro di sé: «tornare a stupirsi davanti alla bellezza e riuscire ad ascoltare il lamento del prossimo». Senza questo, quindi senza la Grazia di Dio, si rischia di rimanere nell’ambito mondano della pura rivendicazione.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce” del 27 ottobre 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

Terra d’Israele, terra nostra, stuprata da chi vuole distruggerla

10 Ott

700 morti, 2500 feriti, 150 rapiti: sono i terribili dati dell’attacco senza precedenti del fondamentalismo islamico a Israele. Lo scenario, le storie delle vittime, alcune riflessioni

di Andrea Musacci

Lo scorso 1° settembre in Israele si sono riaperte le scuole. In totale, circa 2,5 milioni gli studenti rientrati in classe. Cosa c’entra, direte voi, con quello che sta succedendo?  C’entra perché ad essere stata violentata e rapita dai terroristi di Hamas e della Jihad Islamica è la realtà quotidiana di uno Stato che dal 1948 cerca di vivere in pace, di progredire e di tutelare ogni libertà e diritto personale e collettivo, come avviene in qualsiasi comunità democratica e costituzionale.

E invece l’inferno si è scatenato nella terra di Davide e Salomone: le vittime dei raid di Hamas, comprese le 260 del terribile massacro del rave party israeliano (il Nova Music Festival) alla frontiera con Gaza per celebrare la festa di Sukkot, mentre scriviamo (lunedì 9) sono arrivate ad oltre 700. Dei circa 2.500 feriti, molti sono gravi. E all’appello mancano ancora in centinaia, molti dei quali rapiti (si pensa 750) e portati nel gorgo di Gaza e spartiti, come merce, tra Hamas, Jihad islamica e Brigate dei Martiri di Al-Aqsa. Tel Aviv e Gerusalemme appaiano città fantasma, con la popolazione barricata in casa. Sull’altro versante, quello di Gaza, i morti sotto gli attacchi necessari dell’aviazione israeliana sono arrivati ad oltre 436 tra civili e miliziani, con 2.270 feriti. Prima di qualsiasi azione di terra, l’esercito israeliano deve infatti liquidare le sacche di resistenza al confine con la Striscia, dove sono ancora in corso scontri tra miliziani di Hamas e soldati. A inizio settimana una colonna di tank israeliani è diretta verso Gaza: secondo il Washington Post gli USA si attendono un’ampia operazione via terra contro Hamas a Gaza entro questo mercoledì. E ancora sei località nel sud di Israele vicino alla frontiera sono teatro di combattimenti con i miliziani di Hamas, ha dichiarato Daniel Hagari, portavoce delle Forze di difesa israeliane, nominando le località di Beeri, Kfar Aza, Nirim e Alumim. «I miliziani – ha aggiunto – hanno varcato la linea di confine non solo la sera dell’attacco ma anche negli ultimi due giorni». 

STORIE DI VITE RAPITE

«Una voce si ode da Rama,

lamento e pianto amaro:

Rachele piange i suoi figli,

rifiuta d’essere consolata perché non sono più».

Dice il Signore:

«Trattieni la voce dal pianto,

i tuoi occhi dal versare lacrime,

perché c’è un compenso per le tue pene;

essi torneranno dal paese nemico» 

(Geremia 31, 15)

Tanti i video, le foto, i racconti di giovani, bambini, anziani, famiglie intere sterminate dalla furia islamista di tagliagole senza scrupoli, sostenuti in ogni modo (non solo economicamente) dall’Iran e dalla libanese Hezbollah, oltre che da parte dell’universo islamico a livello globale e da una fetta dell’opinione pubblica occidentale.

C’è la storia di Yoni Asher che ha denunciato l’irruzione di Hamas sabato sera mentre sua moglie, insieme alle due figlie Aviv e Raz, di 3 e 5 anni, erano in casa della suocera, nel Kibbutz Nir Oz. Grazie al servizio di geolocalizzazione del telefono della donna, Yoni è riuscito a rintracciare lo smartphone a Khan Younis, città a sud di Gaza, avendo così conferma della condizione della donna. Tra le denunce relative ai tanti rapiti dal rave sopracitato, tenutosi al Kibbutz Reim, vicino al confine con Gaza, c’è quella relativa a Noa Argamani, 25enne apparsa in un filmato in cui viene portata via su una moto dai miliziani di Hamas durante l’evento. La si vede mentre implora per la sua vita: «Non uccidermi! No, no, no», grida spaventata; a due passi il suo fidanzato tenuto stretto da due terroristi. Dalla medesima festa risulta disperso anche un cittadino britannico di 26 anni, Jake Marlowe, mentre il suo connazionale, il londinese Nathanel Young, 20 anni, è stato ucciso mentre, militare, era addetto alla sicurezza del rave. 

C’è poi una giovane israelo-tedesca, Shani Louk, la cui madre ha chiesto la liberazione in un disperato video apparso sui social. E proprio un orribile video ha fatto conoscere la sua vicenda: un gruppo di sudici criminali di Hamas tengono il suo corpo sotto le gambe nel retro di un pick up. La giovane è distesa a faccia in giù, incosciente, seminuda, le gambe orribilmente spezzate. Un uomo la tiene per i capelli, come una bestia appena cacciata, un giovane le sputa addosso. Tutti urlano “Allah Akbar”.

Poi c’è la storia di un’intera famiglia, le cui sorti sono apparse in un video condiviso dalla giornalista di Ynetnews Emily Schrader, composta da marito, moglie e due bambini che si vede seduta a terra in casa, tenuta in ostaggio dai miliziani palestinesi. La figlia più grande è stata uccisa nell’irruzione di Hamas. «Volevo che vivesse, c’è la possibilità che torni?», ha domandato il fratellino piccolo alla mamma. E c’è Yaffa Adar, 85 anni, fondatrice di un kibbutz, ribattezzata la “nonna della coperta rosa” perché in un video la vediamo così mentre palestinesi la portano via su un veicolo dopo averla rapita. Ma il suo sguardo è quello del suo popolo: fermo, fiero, dignitoso.

In un altro video, un bimbo israeliano rapito (di nemmeno 10 anni) viene messo in mezzo a tre suoi coetanei palestinesi che lo bullizzano, spingendolo, prendendolo in giro, agitandogli un bastone vicino al viso. Un bullismo infantile frutto di una cultura radicalmente antisemita: secondo un rapporto commissionato dall’Unione Europea nel 2019, i libri di testo dell’Autorità Palestinese incoraggiano la violenza contro gli israeliani, il popolo ebraico e includono messaggi antisemiti.

NAZISTI ISLAMICI, NON “VITTIME DEL SIONISMO”

«Le violenze degli islamisti si sono esercitate essenzialmente contro i civili», scrive lo storico Claudio Vercelli su http://www.mosaico-cem.it, sito della Comunità ebraica milanese. «Non i militari (…) e neanche i “sionisti” o gli “israeliani” (…), bensì contro gli “ebrei”. Nella dottrina di Hamas, e nelle liturgie di comportamento che ne derivano, sono infatti questi ultimi ad essere odiati. Pochi giri di parole, al riguardo. Israele, di per sé, è inteso solo come un recente prodotto “ebraico” e non in quanto altro», prosegue. «Pertanto, quel che conta, è estirpare la “cattiva pianta” dell’ebraismo come tale. Soprattutto da Dar-al-Islam, la terra benedetta in quanto integralmente musulmana. Poiché da tutto ciò non potrà quindi derivare altro che non sia un’armonia universale, altrimenti inquinata – ed interrotta – dalla persistente presenza dei “giudei”. In tutta sincerità, è assai difficile non pensare che una tale impostazione mentale, prima ancora che ideologica, sia molto lontana da quella terrificante esperienza che, in Europa, e non solo, abbiamo conosciuto con il nome di “nazismo” (…). Non di meno, tuttavia, non esimiamoci dal bisogno di trovare un qualche precedente. Pertanto, il terrorismo islamista, in quanto movimento anche di massa, trova parte delle sue ispirazioni nel lascito, al medesimo tempo catacombale, demoniaco nonché messianico, del nazionalsocialismo. (…) Se le premesse sono queste – sono ancora parole di Vercelli -, Hamas non esercita una “resistenza palestinese all’occupante sionista” (così come altrimenti recita ad uso e consumo del pubblico non musulmano) bensì un Jihad, apertamente dichiarato nei confronti del resto del mondo: ovvero, un atto di purificazione, non troppo diverso, nella logica degli attuali protagonisti, da quello che animava coloro che intendevano, tra la fine degli anni Trenta e la prima metà degli anni Quaranta, mettere mano definitiva alla «soluzione della questione ebraica».

«DIFENDERE ISRAELE È DIFENDERE OGNI DEMOCRAZIA»

«Ribadiamo con forza il diritto dello Stato di Israele di difendere il proprio territorio – definito sulla base di storici accordi internazionali e di pace – e la legittimazione ad attivarsi a tutti i livelli per sradicare questa minaccia che riguarda tutta la regione mediorientale e le democrazie di tutto il mondo». Così Noemi Di Segni, presidente UCEI (Unione delle Comunità Ebraiche Italiane) in un comunicato uscito l’8 ottobre. «I palestinesi hanno ricevuto tutta la Striscia di Gaza, così come altri territori, nella speranza che possano divenire luoghi di crescita e sviluppo per vivere a fianco al popolo di Israele ma a quanto vediamo accade esattamente il contrario: i leader palestinesi invece di coltivare frutti di pace per le future generazioni seminano odio e generano terrore con il sostegno di molti Paesi non solo arabi», prosegue Di Segni. «Questo è il risultato di chi mette fin dalla nascita un fucile in mano ai propri neonati anziché nutrirli di valori e amore per la vita propria e altrui. Di chi trasforma moschee, scuole, e aree residenziali in arsenali e centro di comando dell’odio. L’Ucei – sono ancora parole di Di Segni – chiede con forza che si sostenga il diritto di Israele ad esistere e a difendersi, arginando ogni tentativo di distorsione così tante volte subito anche nelle sedi europee e internazionali più rappresentative e dinanzi a qualsiasi foro internazionale. Non si tratta solo di un attacco terroristico, non è solo guerra sferrata contro inermi civili sotto migliaia di missili e fatti anche ostaggio, è un attacco alla civiltà».

Dalla Germania alla Francia e dagli Stati Uniti all’Italia, intanto, la polizia intensifica la protezione delle istituzioni ebraiche e israeliane. Il timore, oltre alla possibilità che il conflitto possa trasferirsi oltre i confini israeliani, è che possa scatenare una nuova ondata di antisemitismo a livello globale. Nel frattempo, gruppi filo-palestinesi negli Stati Uniti esultano e applaudono l’attacco terroristico di Hamas, pianificando manifestazioni di sostegno. In Germania, a Berlino-Neukölln, simpatizzanti di Hamas hanno distribuito baklava sulla Sonnenallee per festeggiare l’attacco a Israele. Sostegno, sui social, anche da simpatizzanti italiani.

«L’attacco contro Israele e la reazione che ne sta seguendo, con un’escalation inimmaginabile, destano dolore e grande preoccupazione. Esprimiamo vicinanza e solidarietà a tutti coloro che, ancora una volta, soffrono a causa della violenza e vivono nel terrore e nell’angoscia». Lo scrive in una nota la Presidenza della CEI, che chiede «il pronto rilascio degli ostaggi» e si appella «alla comunità internazionale perché compia ogni sforzo per placare gli animi e avviare finalmente un percorso di stabilità per l’intera regione, nel rispetto dei diritti umani fondamentali».

La Comunità Ebraica di Ferrara ha aperto il Tempio di via Mazzini la sera del 9 ottobre ai cittadini ebrei e ferraresi per pregare insieme per la pace, per la solidarietà al popolo di Israele e per la salvezza degli ostaggi.

Pubblicato sulla “Voce” del 13 ottobre 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

«Una nuova intimità col mondo»: la rivoluzione della Gaudium et spes

10 Ott

Prolusione di mons. Perego per l’inizio della Scuola di teologia per laici: «nasce un nuovo umanesimo cristiano». Sono stati 140 i partecipanti al primo incontro

C’è un numero che getta una luce positiva sul nuovo percorso della Scuola diocesana di teologia per laici: quello di 140, cioè i partecipanti al primo incontro dell’anno pastorale. 

Un dato significativo, che dice di un desiderio crescente nel nostro laicato per momenti di formazione e di condivisione a livello diocesano. Forse, anche questo, uno dei frutti del cammino sinodale in corso.

Lo scorso 5 ottobre a Casa Cini la Prolusione  del nostro Arcivescovo mons. Gian Carlo Perego ha dunque dato il via al nuovo anno. Tema, “Gaudium et Spes: una rilettura per il nostro tempo. La missione della Chiesa nel mondo tra profezia del Concilio e cambiamento d’epoca”.

La Costituzione pastorale del ’65, documento fondamentale del Concilio Vaticano II, ha rappresentato – parole del Vescovo – «una sintesi tra visioni pessimiste e ottimiste sul mondo». L’importanza di interrogarsi sui «segni dei tempi», concetto mutuato dalla “Pacem in terris” di Giovanni XXIII, ma già presente in certa letteratura pastorale e teologica antecedente, porta «una nuova visione del rapporto Chiesa-mondo, con una intimità che prima non c’era». Si auspica quindi «un rapporto intimo col mondo»:è una rivoluzione. «Nella Chiesa non c’era mai stata una visione così positiva. Prima – ha proseguito mons. Perego -, il rapporto era sempre impregnato di diffidenza, il mondo era da tenere distante. Questa visione nuova e arricchente ha avuto conseguenze pastorali importanti, imperniate sul “vedere, giudicare, agire”, e nella prospettiva del dialogo».

Dialogo che non può non avvenire sulla base del riconoscimento della persona e della sua dignità, in «una nuova stagione dei diritti dell’uomo», dopo la nascita del personalismo negli anni ’20. Non a caso, riguardo alla Gaudium et spes si è parlato di «un nuovo umanesimo cristiano, di una nuova simpatia della Chiesa per l’uomo». L’uomo è dunque «chiamato a costruire una comunità nuova, una nuova fratellanza, una sola famiglia. L’annuncio del Vangelo rimane la sua missione, con al centro l’amore per i nemici, ma questa nuova apertura – che mantiene la centralità del matrimonio e della famiglia come luogo educativo -, ha effetti sulla cultura e in ambito economico. Riguardo a quest’ultimo, mons. Perego ha posto l’accento sul passaggio della Costituzione nel quale si sollecitano «investimenti per le generazioni successive, senza pensare solo al consumo individuale», e si ricorda la «destinazione universale dei beni», proponendo Enrico Mattei e Adriano Olivetti come esempi virtuosi. Nella parte conclusiva il Vescovo ha quindi brevemente accennato agli effetti sull’idea di politica, sul tema della pace e della nonviolenza, della mondialità e della cooperazione internazionale.

Infine, una comunicazione di servizio: la lezione prevista per giovedì 12 ottobre non si svolgerà per favorire la partecipazione all’incontro con don Fabio Rosini previsto la sera stessa alle ore 21 nel Cinema S.Benedetto. 

Il programma completo della Scuola di teologia – che ha subito altre modifiche – si può trovare qui:https://stlferraracomacchio.it/calendario-2023-24/

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce” del 13 ottobre 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

Giovani voci di libertà: Ucraina, Iran e Afghanistan 

2 Ott

Festival Internazionale /2. La giornalista Cecilia Sala (Il Foglio, Chora Media) a Ferrara ha presentato il suo nuovo libro, analizzando la situazione drammatica nei tre Paesi

Guardare il mondo con le sue profonde trasformazioni attraverso gli occhi delle giovani generazioni. È quello che ha tentato di fare Cecilia Sala – giornalista lei stessa giovane (28 anni),  che lavora per Il Foglio e Chora Media – col suo nuovo libro “L’incendio” (Mondadori, 2023), presentato lo scorso 30 settembre al Ridotto del Comunale di Ferrara per il Festival di Internazionale. Nel suo volume, Sala racconta le storie di giovani ucraini, iraniani e afghani, protagonisti coraggiosi in Paesi in guerra o nei quali vengono negate alcune libertà fondamentali.

UCRAINA: DIFENDERE LA LIBERTÀ

«I giovani ucraini nati nei primi anni ’90 – ha spiegato Sala rispetto al Paese in guerra –  rappresentano la prima generazione post sovietica, quindi indipendente». Le proteste di Euromaidan nel 2013, che l’anno successivo portarono alla fuga del presidente filorusso Janukovyc, hanno visto tanti di questi giovani diventare protagonisti.

«Non voglio vivere nella paura, so che la violenza è inevitabile, e quindi non voglio vivere con questa minaccia incombente. E  non voglio che il compito di combattere contro Putin spetti a un’altra generazione successiva alla mia. Per questo, spero ci sia la guerra». Oggi Kateryna è una soldatessa dell’esercito ucraino, ma queste parole le disse a Cecilia Sala a inizio 2022, prima dell’invasione russa. «I giovani come lei – ha spiegato la giornalista – vogliono difendere la loro libertà, le loro conquiste. Lei a inizio 2022 era più lucida di molti anziani ucraini e dello stesso Zelensky, che minimizzava e credeva che al massimo l’esercito di Putin avrebbe provato a invadere il Donbass».

Purtroppo, «un odio e un rancore profondi vivono ormai nei cuori degli ucraini», alimentato dalla guerra ma con radici antiche, a causa di storia di sottomissione alla Grande Russia.

IRAN: TRASFORMAZIONI INARRESTABILI

Chi da oltre 40 anni vive sotto un regime è il popolo iraniano. «È difficile che qualcosa cambi in tempi brevi – ha detto Sala -, dato che il Governo continua comunque a mantenere la totalità dei gangli economici e delle armi. Ma le trasformazioni sono inarrestabili». Già da 15 anni gli ayatollah «sanno di aver perso i loro giovani – che non condividono le loro tradizioni -, e così sanno di aver perso il futuro». Le repressioni e l’inasprimento delle sanzioni per le donne che non indossano il velo convivono con la consapevolezza concreta del regime che non può arrestare tutte le donne – tante, sempre di più – che lo indossano “male” o non lo indossano. E che «oggi in Iran vi sono comunque donne che pilotano aerei, che hanno ruoli dirigenziali, che sono ingegneri aerospaziali. Una donna è stata anche vicepresidente» (Masoumeh Ebtekar, dal 2017 al 2021).

Storicamente, Sala ha ricordato anche come la rivoluzione che nel 1979 portò al potere la Repubblica Islamica deponendo lo shah Muhammad Reza Pahlavi, inizialmente non fosse solo islamica ma composta anche da marxisti, socialisti, nazionalisti e da femministe, donne che il velo non lo indossavano. Poi, purtroppo, il clero sciita prese il controllo del potere.

AFGHANISTAN: LA VERGOGNA DEL RITIRO

Qui il potere oppressivo il potere l’ha ripreso dopo 20 anni: «tanti giovani nei 20 anni dopo la liberazione del Paese dal regime talebano, hanno solo sentito parlare di loro». Con il ritiro delle truppe USA e NATO (iniziato nel 2020 con Trump, proseguito nel ’21 con Biden presidente), i talebani sono tornati al potere «nonostante non rappresentino assolutamente la maggioranza degli afghani. Il ritiro è stato un disastro totale, una grande vergogna», ha detto Sala. «E non si è riusciti a mettere in salvo fuori dal Paese tanti che in quei 20 anni avevano collaborato con USA e NATO e tante donne che in questo ventennio avevano scoperto la libertà e  magari ottenuto il divorzio da mariti che le sottomettevano. Questo atto di debolezza di USA e NATO ha convinto Putin a invadere l’Ucraina. Ma l’Ucraina se non fosse stata fin da subito aiutata dalla NATO, in poco tempo sarebbe stata interamente occupata dai russi».

Speriamo di imparare dalla storia, più  o meno recente, e dalla voglia di libertà dei questi giovani.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce” del 6 ottobre 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

«L’Intelligenza Artificiale va fermata con l’umano e la sovranità popolare»

2 Ott

Festival Internazionale / 1. Il giornalista bielorusso Evgeny Morozov è intervenuto a Ferrara: «dovremmo pensare a far progredire l’intelligenza umana, non queste tecnologie. L’IA è uno strumento del neoliberismo, un suo inganno»

di Andrea Musacci

Chi sostiene acriticamente l’Intelligenza Artificiale (IA) «non riesce a immaginare un modo diverso per migliorare l’umanità, l’intelligenza umana, ma solo questo raffinamento tecnologico. Dietro tutto ciò, c’è un’ideologia più profonda, lo Iagismo, che promette una panacea progressista».

A quasi un anno dal lancio di ChatGPT si moltiplicano gli allarmi riguardo alle possibili conseguenze negative dell’AI. Fra le voci maggiormente critiche vi è Evgeny Morozov, giornalista e scrittore bielorusso, intervenuto al Cinema Apollo di Ferrara lo scorso 29 settembre in occasione del Festival di Internazionale. Esperto di tecnologia e di internet, scrive su Foreign Policy, Economist, Wall Street Journal, Financial Times e Internazionale. Fra i suoi libri, The Net delusion: The Dark Side of Internet Freedom (2011) e To Save Everything, Click Here: The Folly of Technological Solutionism (2013).

«L’Attuale infatuazione per l’IA è un’estensione di quella per il mercato e il neoliberismo», ha riflettuto Morozov. «In pochi contestualizzano l’IA studiando i suoi legami con le forze economiche e politiche dominanti». Il giornalista pone la sua attenzione in particolare sulla cosiddetta “Intelligenza Artificiale generale” (o “forte”), vale a dire la capacità di un agente intelligente di apprendere e capire un qualsiasi compito intellettuale che può imparare un essere umano: «questo è il vero obiettivo di chi intende ancora sviluppare l’IA». 

Ma nella Silicon Valley «non esistono organizzazioni umanitarie, esistono aziende capitalistiche orientate al profitto. Lo Iagismo è un alleato potente e cool del neoliberismo, e in particolare ne rilancia i dogmi più deleteri», ha proseguito. Innanzitutto quello che afferma che il privato è di per sé più efficace del pubblico, che al contrario «non sarebbe creativo ma solo oneroso». Per questo, l’IA sta già invadendo anche diversi servizi pubblici (trasporti, sanità, educazione, sicurezza). Ma com’è avvenuto anche per Uber nel sistema dei trasporti, dopo l’inganno iniziale legato ai prezzi stracciati, col tempo il modello si rivelerà una bolla pronta a scoppiare se non alzando notevolmente i prezzi. Ormai, però, come potrà succedere con l’IA, «i consumatori ne saranno dipendenti e quindi saranno disposti a pagare molto di più per lo stesso servizio. La millantata “salvezza del mondo”, quindi, va monetizzata», ha chiosato Morozov.

Un secondo dogma neoliberista afferma che conviene adattarsi alla realtà e non tentare di trasformarla. «La “follia soluzionista” – così la definisce il giornalista – dell’ideologia tecnologica neoliberista pretende sempre di risolvere qualsiasi problema». Le istituzioni pubbliche, invece, non dovrebbero adattarsi alla realtà (e al mercato) ma aiutare le comunità, le persone «a sviluppare le proprie intelligenze». Terzo e ultimo dogma del neoliberismo è quello di promettere un’efficienza che renderebbe inutile ogni concetto di bene comune e di giustizia, considerati come «meri ostacoli per i profitti». È il mercato, invece, a «dare la misura delle cose», ad assegnare loro valore. Così, l’IA generale potrà essere applicata in ogni ambito, compreso quello sanitario, educativo e dell’informazione. Con conseguenze estremamente gravi. L’IA, infatti, non può cogliere la missione, i valori e le tradizioni, e le interazioni fra queste, ma solo usare freddi dati» (basti pensare a ChatGPT, mero algoritma). «Analizza il linguaggio ma non comprende i concetti: per questo, non può essere definita “intelligente”. Non può cogliere l’ethos del pubblico» e «non aumenterà, come promette, le nostre capacità ma anzi le restringerà. Inoltre, ad oggi non sappiamo nulla riguardo alla sua sostenibilità economica ed ecologica».

Quale alternativa a questo sistema che pare inarrestabile? «Dobbiamo pensare a una sovranità tecnologica e popolare, unica via per contrastare lo strapotere globale di Silicon Valley». Servirebbe, dunque, per Morozov «uno Stato capace di creare regole e infrastrutture pubbliche digitali, un modello pubblico alternativo» per evitare, ad esempio, che l’IA sfrutti – come già ha iniziato a fare – l’intelligenza, le conoscenze e la creatività di artisti, letterati e professionisti vari. Una sfida non da poco, ma necessaria.

Pubblicato sulla “Voce” del 6 ottobre 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio