8XMILLE, UNA FIRMA CHE FA BENE. Sono 236 le famiglie attualmente assistite dal Servizio di Accoglienza alla Vita di Ferrara. Vi raccontiamo la storia di una di queste donne aiutate, e di come i loro drammi vengono affrontati dalle volontarie, nell’ascolto e nel rispetto
di Andrea Musacci
La carità, se autentica, non ha bisogno, anzi rifugge ogni pubblicità. Per questo, raccontare ciò che rappresenta per il nostro territorio il SAV – Servizio di Accoglienza alla Vita è raccontare ciò che, con estrema discrezione e in modo anonimo, solo a tratti emerge, ma molto incide nella realtà. Senza nessuna vanteria, senza nessun intento moralistico o di proselitismo. Semplici testimonianze di donne aiutate, di bimbi nati anche grazie a un ascolto, a un sorriso, all’abbraccio di altre donne. Di una famiglia, appunto, com’è il SAV.
Il costume di seta viola con effetti dorati era appartenuto alla contessa Iole Maffei Gulinelli, che lo fece realizzare da Nives Casati. 40 anni fa lo acquisirono due collezionisti, che ora l’hanno donato alla Contrada
di Andrea Musacci
Un piccolo gioiello di moda. Un abito di seta tanto desiderato, quindi indossato, ma che, per vicissitudini varie, è rimasto per 90 anni custodito, nascosto.
È la storia di un abito da donna di ispirazione rinascimentale appartenuto alla contessa ferrarese Iole Maffei Gulinelli. Lo fece disegnare appositamente da Nives Comas Casati – grande stilista protagonista della Ferrara degli anni ’30 del secolo scorso -, per sfoggiarlo nel 1933 in occasione delle celebrazioni del IV centenario della morte di Ludovico Ariosto, momento storico di rinascita del Palio estense. Circa 40 anni fa l’abito venne poi acquisito da una coppia di collezionisti della nostra città, Claudio Gualandi e Linda Mazzoni, che ora lo hanno donato alla Contrada di Santa Maria in Vado. Sì, perché i colori dell’abito richiamano proprio quelli del gruppo di Borgovado. Ma ripercorriamo questa affascinante storia.
LA RINASCITA: GUIDO FACCHINI E NIVES CASATI
Come detto, nel 1933 a Ferrara si svolgono le celebrazioni del IV centenario della morte di Ludovico Ariosto. Proprio in vista di questo evento epocale, a fine degli anni ‘20 a Guido Angelo Facchini viene affidato il compito di studiare la tradizione del Palio, per farla rivivere. Dopo intensi studi, Facchini riesce a dimostrare che il nostro Palio ha radici storiche antichissime, anzi è il più antico d’Italia: tracce di una vera e propria manifestazione popolare “in festo beati Georgi” (per la festa di San Giorgio) risalgono agli Statuti del 1279. Il “papà del Palio ferrarese” – così viene chiamato Facchini – traccia a tavolino i confini di Contrade e Borghi, individuandone i nomi, costruendo il Regolamento e disegnando di suo pugno le bandiere e i simboli del Palio che saranno quasi in toto ripresi da quello contemporaneo. Facchini poi individua in Nives Casati la stilista a cui affidare il compito di disegnare e realizzare le divise delle Contrade, che furono un vero vanto per la città. Nives Casati era figlia della triestina Itala Dudovich, sorella di Marcello, noto cartellonista che, non a caso, proprio in quegli anni, circa nel 1931, realizzò per il calzaturificio Zenith di Ferrara la celebre pubblicità dell’uomo che fuma adagiato nella scarpa.
GLI ABITI VENDUTI AL PORTOGALLO
Un vanto, quello degli abiti che, però, troppo presto, si trasforma in peso, vergogna di cui sbarazzarsi. Lo spiega bene Gian Paolo Bertelli nel suo libro “I Costumi Del Palio Di San Giorgio Di Ferrara (1933-1952)”: «nel 1935 il Comune prese in carico tutte le attrezzature ed i costumi che erano stati utilizzati per la manifestazione. Dopo il periodo bellico, nel 1946, qualcuno si accorse di questo materiale che era stato ammassato alla rinfusa nella chiesa della Consolazione in via Mortara» e «da subito l’amministrazione comunale si dimostrò propensa a disfarsene in quanto il Palio era considerato (…) una manifestazione scarsamente culturale ed educativa». Inoltre, «le autorità non potevano sopportare che a riscoprirlo fosse stato Italo Balbo e le altre autorità fasciste dell’epoca». Viene rifiutata una prima offerta fatta da una casa d’arte di Firenze, la Ceratelli, poi viene invece accettata una più sostanziosa proposta di acquisto – 2 milioni e mezzo di lire – da parte della Universalia, società cinematografica romana. Ma nella primavera del ’47 la Prefettura di Ferrara blocca la transazione. Ormai, però, prosegue Bertelli, «le decisioni a livello politico erano state prese e la vendita era ormai scontata, venne indetta una nuova gara e questa volta entrò in lizza anche il Comune di Lisbona in Portogallo che proprio nel 1947 festeggiava l’ottavo centenario della nascita della città e pertanto era interessata all’acquisto dei costumi e degli accessori per poter organizzare il corteo storico». Ci furono nuove «proteste di alcuni giornali locali poi si dovette arrendere anche la Prefettura ed il contratto venne stipulato, per due milioni e novecentomilalire. Il console portoghese – prosegue Bertelli – acquistò il materiale che era stato utilizzato per rappresentare il primo Palio di San Giorgio effettuato dopo l’esilio degli estensi. Il ricavato sembra sia stato devoluto (si spera interamente) alla scuola d’arte Dosso Dossi che nel ùprimo dopoguerra versava in condizioni precarie».
Nel 1952 vengono rinvenuti alcuni oggetti, forse di proprietà dell’Ente del Turismo di Ferrara, nel Deposito disinfezione del Comune in via Mortara: alcune selle, gualdrappe, guanti, qualche costume ed alcuni labari. Fino alla fine degli anni ’60 vi fu una vera e propria rimozione storica sul Palio, dovuta al suo legame stretto col regime fascista. Di questa damnatio memoriae è stato vittima anche Guido Angelo Facchini, riabilitato lo scorso dicembre con la trasformazione dell’Ente Palio in Fondazione Palio Città di Ferrara E.T.S. dedicata proprio alla sua memoria e a quella di Nino Franco Visentini, Consigliere Comunale DC che fece nuovamente rinascere questa tradizione 60 anni fa.
Iole Maffei con l’abito
L’ABITO DI IOLE
Come accennato, Iole Maffei Gulinelli (morta nel luglio 2011), essendo di stirpe nobile, molto probabilmente fu in grado di farsi disegnare personalmente l’abito oggetto di questa nostra storia, riuscendo così a conservarlo. I luoghi dove ha vissuto, o comunque appartenuti alle famiglie di cui porta i cognomi, si trovano in via Savonarola, proprio a pochi passi dalla Basilica-Santuario di Santa Maria in Vado: Palazzo Giglioli-Maffei è all’incrocio con via Bassi (in via Savonarola, 29); di fronte si trova Palazzo Gulinelli. Un altro Palazzo Maffei (Palazzo Bonacossi-Maffei-Boldrini, dove c’è l’edicola con la Madonna dei Facchini) si trova lì vicino, in via Zemola/angolo via Paglia.
L’abito rinascimentale di Iole Maffei è di seta pura, viola con cangianti effetti color oro. All’interno è doppiato con un tessuto di lino, mentre all’esterno presenta nastri di velluto e ricami di passamaneria dorati e perle. La seta è pregiata ma l’abito, rispetto ad altri, non risulta eccessivamente appariscente. È di gusto neogotico, una personale interpretazione, pur non precisissima, degli abiti originali rinascimentali: forse in questo la Casati si era ispirata ad alcuni affreschi di Schifanoia.
Assieme all’abito c’è un copricapo a velo e due stivaletti originali, in panno viola foderato con pelle di capretto e tacco a rocchetto tipico della moda degli anni Trenta. Sotto lo stivaletto destro c’è il segno – un piccolo solco – lasciato dalla staffa.
IN DANZA DOPO 90 ANNI
Nei primi anni Ottanta, Linda Mazzoni e Claudio Gualandi acquisiscono l’abito. I due erano già appassionati e collezionisti di abiti antichi, lei gestiva ancora il negozio Circus di artigianato artistico in via Mazzini (aperto dal 1979 al 1987). «Inizialmente – ci raccontano – credevamo fosse un abito di carnevale. Poi abbiamo visto che era di color viola e oro e abbiamo pensato potesse essere legato alla Contrada di Santa Maria in Vado».
Nel 2019 due contradaioli di Santa Maria in Vado, Davide Nanni e Roberto Pavani, vengono ad ammirare l’abito, riconoscendo in esso un pezzo della loro storia: Nanni ne scrive sul periodico della Contrada, “L’Unicorno”, Pavani recupera alcune foto in bianco e nero di Iole Maffei a cavallo.
E un paio di mesi fa Gualandi e Mazzoni decidono di donare l’abito alla Contrada, che ha intenzione di conservarlo ed esporlo in una teca apposita.
La mattina dello scorso 14 aprile nell’Omaggio al Duca della Contrada di Santa Maria in Vado in piazza Castello l’abito è stato indossato, dopo 91 anni, da una dama, Caterina Guidi. La stessa, l’ha sfoggiato lo scorso 6 maggio, danzando con Mauro Biasiolo in Pinacoteca Nazionale durante un evento organizzato da Bal’danza, “Il labirinto di Isabella”, con danze a cura del gruppo “L’Unicorno”.
Una storia affascinante, questa, il cui lieto fine è stato reso possibile grazie alla passione per la tradizione e per la bellezza, e al forte senso di appartenenza dei suoi protagonisti.
Pubblicati sulla “Voce di Ferrara-Comacchio ” del 17 maggio 2024
Tra l’attuale Piazza Municipale e la residenza degli Estensi nacquero il teatro classico italiano e, grazie all’Ariosto, la commedia italiana. La mostra di Gualandi al Comunale
di Andrea Musacci
Ferrara città del Rinascimento significa anche «culla del teatro italiano», come la descrisse nel 1929 Gianna Pazzi nel suo Ferrara antica e Ferrara d’oggi (1000-1927). A questa storia gloriosa e non sufficientemente nota, ha dedicato un ampio lavoro artistico e documentaristico l’illustratore Claudio Gualandi, autore della mostra Ferrara teatro della città nelle illustrazioni di Claudio Gualandi. Un progetto speciale, promosso dal Teatro Comunale Claudio Abbado (insieme a Ferrara Arte e al Comune di Ferrara) per festeggiare i 60 anni dal restauro che lo fece rinascere.
La mostra di Gualandi si trova sia nella Rotonda Foschini – dove resterà visitabile sino al 15 settembre – sia nel Ridotto del Teatro, dov’è possibile visitare le opere dal lunedì al venerdì dalle 10 alle 13 (previa prenotazione al numero 0532-202675). Per l’occasione, è stato anche prodotto un catalogo con testi di Giacomo Battara e Linda Mazzoni, e con introduzioni dell’Assessore Marco Gulinelli e di Moni Ovadia (Direttore Fondazione Teatro Comunale di Ferrara).
È il 2 settembre 1798, in piena occupazione francese, quando inaugura l’allora Teatro Nazionale, progettato da Cosimo Morelli e Antonio Foschini, con la rappresentazione de Gli Orazi e i Curiazi. Nel 1964, come detto, il Teatro viene restituito rinnovato alla città dopo quasi 20 anni di disuso: il 31 ottobre si alza nuovamente il sipario, con un concerto dell’orchestra del Teatro alla Scala, diretta da Nino Sanzogno.
GLI ESTE E PRISCIANI: ALBORI
Ma il teatro a Ferrara nasce con la signoria di Ercole I d’Este (1431-1505), che consolida l’idea di teatro come forza propagandistica del potere: per questo, le rappresentazioni della commedia latina vengono recitate in volgare. Testo fondamentale per capire questo periodo rimane Spectacula, nel quale Pellegrino Prisciani (c. 1435-1518) illustrava l’architettura teatrale dell’epoca e soprattutto gli edifici adibiti ad accogliere le rappresentazioni.
QUEL CORTILE DOVE NACQUE IL TEATRO FERRARESE E IL TEATRO CLASSICO ITALIANO
Nel 1486 i Menecmi plautini vengono allestiti nel Cortile Nuovo di Palazzo Ducale (l’attuale Piazza del Municipio) a ridosso del Teatro Estense (oggi Sala Estense). Questa rappresentazione segna l’inizio della tradizione teatrale ferrarese e la nascita del teatro classico italiano. Nel Cortile Nuovo venivano erette eleganti tribune di legno per gli spettatori invitati, mentre la corte assisteva agli spettacoli dai piani alti del Palazzo Ducale. Il palcoscenico e le gradinate lignee venivano smontati dopo ogni spettacolo: solo qualche macchina teatrale veniva riutilizzata. Fra gli spettatori vi era un giovanissimo Ludovico Ariosto.
Il rinascimentale Teatro di Cortile, nel Novecento diventerà quello dei burattini, dei funamboli, dei buskers. Protagonista sarà sempre Piazza Municipale: qui, ad esempio, verrà rappresentato l’Orlando furioso di Luca Ronconi (1969) e il Quijote! (1990) del Teatro Nucleo.
PALAZZO DUCALE, ARIOSTO E LA COMMEDIA ITALIANA
Ma lo stesso Palazzo Ducale diventerà di lì a breve luogo simbolo del teatro italiano: la Sala Grande che, lunga 70 metri, occupava il piano nobile ed era affacciata sull’attuale corso Martiri della Libertà (dal Volto del Cavallo a piazza Schifanoia) vide infatti la nascita della Commedia italiana, con la rappresentazione della Cassaria dell’Ariosto avvenuta il 5 marzo 1508 (con scenografia di Pellegrino Prisciani). Da quel momento Ariosto diviene protagonista della vita teatrale alla corte estense, proprio mentre compone l’Orlando furioso: fu proprio Ariosto a suggerire ad Alfonso I d’Este di fabbricare nella Sala Grande del Palazzo Ducale un teatro stabile, il primo di questo tipo in Italia, forse in Europa: nel 1531, infatti, con l’appoggio dell’allora principe Ercole d’Este (futuro Ercole II, figlio di Alfonso I), diviene un vero e proprio spazio scenico (divenendo Teatro Ducale di Ferrara), e lì viene allestito un palco con scena fissa raffigurante case, chiese, botteghe tipiche della città. Ma avrà vita breve: nella notte del 31 dicembre 1532 un incendio provocato da una spezieria sottostante distrugge la Sala Grande. Questo evento scuote molto l’Ariosto: Gualtiero Medri nella sua Il volto di Ferrara nella cerchia antica (1963) spiega come «il dolore che egli provò alla notizia del disastro fu tale che influì ad aggravare e accelerare il corso della malattia che lo affliggeva e forse causarne la fine». Con Ercole II e Renata di Francia (1534-1559) le rappresentazioni entrano poi in una fase di declino.
UN GIOIELLO VICINO S. PAOLO
Due parole a parte merita il dimenticato Teatro Scroffa: inaugurato nel 1692 e demolito nel 1810, venne progettato e costruito nell’attuale corso Porta Reno (a quei tempi via San Paolo), circa all’altezza della chiesa da poco riaperta, dall’architetto Francesco Mazzarelli. Quest’ultimo fu protagonista della ristrutturazione settecentesca (1712-1728) della Cattedrale di Ferrara, della progettazione del vicino Palazzo Arcivescovile e dell’ex chiesa dei SS. Cosma e Damiano di via Carlo Mayr, consacrata nel 1738 e oggi luogo di culto della comunità ortodossa rumena. Fin dalla prima metà del Settecento, il Teatro Scroffa fu il teatro principale di Ferrara, sede privilegiata per le rappresentazioni dei “comici”.
Un altro tassello che ci restituisce l’immagine di un mosaico complesso, variegato, ancora in buona parte da studiare e divulgare. Ferrara è, nel midollo, anche teatro. La storia del teatro non può prescindere da Ferrara.
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Il teatro di ricerca nato dopo il ’68
Tanto il fermento in città dopo la riapertura del Comunale, negli anni della contestazione.
Fra le compagnie spontanee ferraresi, Die Spieler e Teatro Empirico: ecco la loro storia
L’amore di Claudio Gualandi e Linda Mazzoni per il teatro emerge, nella mostra e nella ricerca storica, in tutta la sua limpidezza. E fu, in giovinezza, una passione che coinvolse Gualandi in prima persona. Dopo aver studiato scenografia all’Accademia di Venezia, infatti, entra a far parte del Collettivo Teatrale Die Spieler (Il giocatore), occupandosi di scene e costumi: erano i primi anni Settanta. Dalle informazioni dateci dallo stesso Gualandi e in parte trovate nel volume Teatro Comunale di Ferrara 1964-1984. 20 anni (Teatro Comunale di Ferrara / Comune di Ferrara, 1985, con progetto grafico dello stesso Gualandi), abbiamo ricostruito un pezzo di quel fermento nel periodo della contestazione e sicuramente incentivato dalla riapertura, nel ’64, del Teatro Comunale. Tra fine anni ’60 e inizio anni ’70 nascono, infatti, in città e in provincia alcune compagnie teatrali spontanee, sostenute dall’ATER (Associazione Teatrale Emilia-Romagna), fra cui appunto Die Spieler. Con Gualandi vi è Andrea Barra, regista, Paolo Natali (ex Vicedirettore del Teatro Comunale) come musicologo e Paolo Bertelli come scenografo.
Tre le commedie di Die Spieler portate in scena in Sala Estense (all’interno della programmazione del Teatro Comunale): la prima, Rivoluzione alla sud-americana del brasiliano Augusto Boal, parodia sul potere portata in scena il 23 e 24 aprile 1969 con attori Gianni Rizzati, Aureliano Bandiera e Giulio Felloni;Histoire du soldat di Igor Stravinskij (su testo di Ramuz, “mescolata” con La leggenda del soldato morto di Bertolt Brecht), portata in scena il 29 e 30 aprile 1970 con sul palco Giulio Felloni e Marco Benini; Non consumiamo Marx di Luigi Nono, che registrò i suoni e le voci delle manifestazioni del Maggio francese mescolandoli con musiche dodecafoniche, con testi di Cesare Pavese. Non consumiamoMarx andò in scena il 24 marzo 1971, con le voci di Liliana Poli, Kadigia Bove e Edmonda Aldini. Un’altra compagnia nata in città in questi anni è Teatro Empirico che in Sala Estense (all’interno degli spettacoli del Teatro Comunale) il 29 marzo 1969 porta in scena Direzione memoria di Corrado Augias, il 7-8 febbraio 1970 La lezione di Eugene Ionesco e il 18 marzo 1971 Recitare di Dacia Maraini.
Gualandi curò anche le scene della CompagniaTeatro Zero per Proibito e La finestra di Tennessee Williams e Georges Feydeau, rappresentate in Sala Estense il 10 marzo 1971. Poi, Gualandi e Linda Mazzoni, all’interno della Rassegna Internazionale Aterforum, svolsero i ruoli di consulenti per l’ambientazione e l’arredamento del concerto Varieté Liberty di Hubert Stuppner, tenutosi al Comunale il 3 giugno 1983.
Padre Claudio Monge a Ferrara: «accettiamo la nostra mancanza, scegliamo lo sguardo di Dio»
L’altro non come «preda di cui appropriarci» ma «depositario di ricchezza e verità da far emergere assumendo lo sguardo di Dio». È questa la visione che a Ferrara ha proposto il frate domenicano padre Claudio Monge, Direttore del Centro Studi DoSt-I (Dominican Study Institute) di Istanbul, intervenuto a Casa Cini lo scorso 2 maggio per la Scuola diocesana di teologia per laici. Un altro ospite d’eccezione che ha richiamato un centinaio di persone, tra presenti e collegati on line, professore associato alla Facoltà Teologica dell’Emilia-Romagna (Fter) e all’Istituto di Studi Ecumenici “S. Bernardino” (ISE) di Venezia, e da dieci anni Consultore del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso.
UNA BIOETICA GLOBALE CONTRO LA VISIONE ECONOMICISTICA
Padre Monge è partito dall’analisi del presente: «è necessario – ha riflettuto – passare da una bioetica dei comportamenti a una bioetica globale», cioè a un approccio che non si limiti a tutelare la vita umana ma si preoccupi anche «della qualità della stessa, della sua crescita spirituale». Non bisogna limitarsi, perciò, «alla difesa della vita all’inizio e alla fine: tra l’ostetrica e il becchino c’è la vita nel suo sviluppo e nelle sue fragilità». Padre Monge si è soffermato, a tal proposito, sulla cura e l’assistenza alle persone malate, denunciando «lo smantellamento, in Italia e non solo, del sistema sanitario pubblico, ad esempio con la proposta di Pronto soccorsi privati per sopperire alle mancanze di quelli pubblici». La salute è un «bene comune» ma oggi domina una «visione economicistica» della sanità, una «visione funzionalistica, che monetizza i rapporti, guidato da un orientamento antropologico che riduce l’umano al consumo, feticizzando il denaro». Tutto – secondo questa visione – «deve avere una resa immediata, ridicolizzando ogni visione d’insieme». Ciò è molto evidente anche nel rapporto col creato, dove assistiamo a uno «sfruttamento selvaggio che apre a scenari di nuove guerre e di esodi sempre più di massa». Tutte queste crisi sono – ha proseguito il relatore – «l’epifenomeno di una più radicale crisi antropologica, anche se spesso è parte del mondo cattolico a non riconoscere la gravità e l’urgenza di queste crisi», pur ripetutamente denunciate da papa Francesco. Crisi che sono spia di «un Occidente come culla vuota», che nasconde cioè un grande vuoto di senso.
MENDICANTI E CONTEMPLATIVI
Prendersi cura dell’umano e del creato è per padre Monge «un atto profondamente religioso e spirituale»: dobbiamo ritornare all’idea dell’umano (Adam di Genesi, cioè il terrestre non ancora differenziato sessualmente) «come strettamente legato alla terra» e quindi rapportarci al creato «non come a una preda ma nei termini di relazione». Lo stesso umano è nella sua essenza «relazione», com’è evidente nell’episodio di Genesi in cui Adamo ed Eva nascono dalla comune radice Adam (e non la seconda dal primo, come si crede): solo una «mancanza», dunque, «apre il soggetto all’alterità», solo il proprio essere «feriti e mendicanti» ci fa scoprire l’altro e la differenza, «quindi anche noi stessi». Adamo diventa tale, cioè maschio, solo dopo la nascita della femmina, cioè di Eva, per differenza, distinzione.
Solo dall’alterità, dunque, e dal «riconoscimento dell’altro come dono può nascere il dialogo, la relazione, la cura». Ma questo riconoscimento non è scontato: se non avviene, «se non sopportiamo e accettiamo la nostra mancanza, cerchiamo di appropriarci dell’alterità», quindi di annullarla. E, inoltre, nell’incontro con l’altro non ci è chiesto nemmeno di «annullare le proprie ricchezze, di rinnegare noi stessi»: sa accogliere solo chi ha un’identità.
In ogni caso, l’altro va guardato «con lo sguardo di Cristo, uno sguardo di amore che fa emergere l’essenza dell’altra persona»: alla visione economicistica va, perciò, contrapposta una «visione mistico-contemplativa, capace di vedere la grandezza sacra dell’altro, di vederlo con lo sguardo di Dio, di vedere Cristo in lui». Solo su questo può fondarsi una vera fraternità, «per non cadere nella mera filantropia o nel sociologismo».
COME LEVATRICI
Oggi, invece, nell’epoca dei social, le relazioni tendono a essere «escludenti e costringenti»: non accogliamo l’ospite ma «creiamo ostaggi». L’ospitalità, invece, è «la forma propria dell’umanizzazione», è ciò che permette che l’estraneo «non diventi nemico, è ciò che apre a una sovrabbondanza divina». Accogliere, ospitare significa anche «riconoscere noi stessi come stranieri». «Stranierità, gratuità e mutua ospitalità» sono quindi i tre criteri fondamentali «per vivere una logica nuova», non di appropriazione né di sfruttamento. È la logica del «prendersi cura, per far in modo che la vita possa prosperare, per far emergere maieuticamente – come levatrici – le ricchezze e le verità che Dio ha depositato dentro gli altri».
Il giurista Gianfranco Amato è intervenuto a Ferrara: «ci vuole una rivoluzione cristiana e culturale»
«La battaglia nel nostro Paese per rendere l’utero in affitto reato universale è nata da una mia audizione in Senato». Gianfranco Amato (nella foto, a sx, assieme a Marco Romeo), Presidente nazionale dei “Giuristi per la vita” si “intesta” così la paternità di una lotta che accomuna – caso raro sui temi bioetici – il mondo cattolico con parte di quello laico. Amato ne ha parlato a Ferrara lo scorso 26 aprile in occasione del secondo Laboratorio di Sussidiarietà della Scuola di politica organizzata dalla Fondazione Zanotti. Tema, “La dignità infinita della persona umana radice di una costruzione sociale libera”, per un appuntamento che ha richiamato un centinaio di persone nel Collegio Borsari di via Borsari a Ferrara. Amato ha tenuto poi altri due incontri nel Ferrarese: la sera di sabato 27 nella sede della Manifattura dei Marinati a Comacchio ha relazionato su “La devozione della Madonna a Comacchio e l’educazione del popolo”, mentre la sera di domenica 28 nella parrocchia di Jolanda di Savoia ha riflettuto su “La Vergine di Guadalupe e la famiglia”.
DIFENDERE L’OVVIO: LA VITA NON È IN VENDITA
«Nel febbraio 2023 – ha raccontato Amato – vengo convocato dalla IV Commissione Permanente del Senato sulle Politiche dell’Unione Europea, per un’audizione riguardante un Regolamento UE nel quale si sostiene che, in virtù del principio di libera circolazione dei cittadini all’interno dell’UE, se due cittadini dello stesso sesso hanno “avuto” un figlio nella stessa UE, l’Italia deve riconoscere questo legame di filiazione. Nella mia audizione alla Commissione dico chiaramente che questo porterebbe a legittimare la pratica dell’utero in affitto». Le sue parole furono chiare: «Risulta assolutamente necessario che il Parlamento dia corso alle proposte che puniscono la maternità surrogata anche se commessa all’estero e solleciti l’adozione di Convenzioni internazionali che definiscano tale pratica come reato universale». Da qui nacque il successivo dibattito poi sfociato in un disegno di legge proposto dalla deputata di FdI Carolina Varchi e passato alla Camera lo scorso luglio. Ora si attende anche l’approvazione da parte del Senato.
Quella della mercificazione del corpo della madre e del nascituro risale ormai ad alcuni decenni fa: ai primordi della GPA, ha spiegato Amato, «gli ovociti venivano scelti tra le studentesse dei campus USA, cioè tra giovani sane e intelligenti». Alle quali si prometteva un lauto guadagno, fino a 20mila dollari. Poi, però, il commercio del corpo della donna e di sue parti si è talmente sviluppato che gli ovociti si possono tranquillamente acquistare on line: è ciò che, ad esempio, denuncia il documentario “Eggsploitation” (2010) di Justin Baird e Jennifer Lahl. Le conseguenze vanno, in molti casi, dalla sterilità alla morte. A questo sfruttamento si accompagna quello della donna che affitta il proprio utero, «impegnandosi contrattualmente anche ad abortire il proprio “prodotto”» (così viene chiamato il bambino che porta in grembo) «nel caso sia un po’ “difettoso”». Una nuova forma di schiavitù. Nel 2015 una celebre coppia omosessuale, Dolce&Gabbana, rilasciò un’intervista a Panorama che fece molto scalpore: «Non abbiamo inventato mica noi la famiglia», disse Dolce in un passaggio. «L’ha resa icona la Sacra Famiglia, ma non c’è religione, non c’è stato sociale che tenga: tu nasci e hai un padre e una madre. O almeno dovrebbe essere così, per questo non mi convincono quelli che io chiamo figli della chimica, i bambini sintetici. Uteri in affitto, semi scelti da un catalogo. E poi vai a spiegare a questi bambini chi è la madre. (…) Procreare deve essere un atto d’amore, oggi neanche gli psichiatri sono pronti ad affrontare gli effetti di queste sperimentazioni». Una battaglia, dunque, non solo dei cattolici, e non solo degli eterosessuali, ma di chiunque, usando la retta ragione, abbia a cuore la natura e non il mercato, la civiltà e il rispetto delle persone. Una cultura, questa occidentale, che nasce col Giuramento di Ippocrate e trova riscontro in maestri come Platone e Aristotele, o Confucio dall’altra parte del mondo. E che, naturalmente, ha nella Rivelazione di Cristo il suo pieno compimento.
LE BASI DELLA VITA E DELLA FAMIGLIA
Un amore per la realtà nella sua bellezza elementare, nella sua essenza. Essenza oggi messa sempre in dubbio da ideologie pericolose, ma difesa dalla stessa Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948 dove, all’articolo 16, è scritto: «La famiglia è il nucleo naturale e fondamentale della società e ha diritto ad essere protetta dalla società e dallo Stato». Così come ribadito nell’articolo 29 della Costituzione italiana.
La risposta a questo presente alienante e mercificante? Per Amato la possiamo trovare nell’insegnamento di San Benedetto da Norcia e nella sua Regola, base della nostra civiltà, fondamento della moderna santità e del lavoro come nobilitante la persona. Quattro sono, quindi, le rivoluzioni ancora oggi necessarie per ricostruire la società dalle sue macerie: «la rivoluzione della croce, quella della riscoperta delle proprie radici cristiane, quella della cultura e quella del lavoro. Dobbiamo creare – ha concluso Amato – piccole comunità di famiglie attorno alla fede in Cristo, che sappiano cos’è la cultura, trasmetterla, e libere di educare i propri figli senza indottrinamenti esterni».
La sera del 17 aprile a Casa Cini il primo incontro del percorso sulla preghiera: 50 persone (metà giovani) assieme a don Federico Giacomin
«Ci hai fatti per te, e il nostro cuore non ha posa finché non riposa in te», scriveva Sant’Agostino nelle sue Confessioni e queste parole che un uomo rivolge a Dio rimangono scolpite, oltre il tempo e i confini, come le parole sgorganti dall’abisso di grazia e miseria che abita il cuore di ognuno.
Una fiamma che divampa, anche improvvisa, può essere l’orazione, imprevista nei tempi e nei modi, ad abbattere barriere e certezze, croste di odio e di disperazione. Non si impara mai abbastanza a pregare. Lo sapevano, sicuramente, le 50 persone (la metà delle quali giovani) che la sera del 17 aprile scorso si sono radunate nel Salone di Casa Cini a Ferrara per il primo dei tre incontri formativi sulla preghiera guidati da don Federico Giacomin, coinvolgente e appassionato presbitero della Diocesi di Padova, Direttore del Centro di Spiritualità”Villa Immacolata”.
“Perché pregare? Prega solo chi perde il controllo – Antropologia dell’orante” il titolo di questo primo appuntamento, introdotto da Gianfranco Conoscenti di Taizè Ferrara, uno dei soggetti organizzatori dell’ampio programmae iniziato con un coinvolgimento dei presenti.A questi, don Giacomin ha chiesto innanzitutto di presentarsi e di esporre con una parola la propria idea di preghiera. Ciò che è emerso riguarda principalmente l’ascolto, la consapevolezza, l’affidarsi, la fatica e la riconciliazione con sé e con Dio, la compagnia, l’abbandono a Qualcuno che ci sovrasta.
VISIONE, CORPO E IMMAGINE
Come dentro di sé «ognuno ha un bisogno, cioè ciò che desidero ma non ho», così «esiste qualcosa più grande di noi, che però abita la nostra storia»: da qui nasce la preghiera, da questo «materiale grezzo», da questa «cava», dal male, dalla sofferenza «che ci sveglia, come la fame ci fa desiderare qualcosa che non abbiamo». In questo senso – ha proseguito don Giacomin – il bisogno è «rivelativo del nostro essere intrinsecamente poveri, mancanti». Ma nella consapevolezza che in tutto ciò, «Qualcuno mi viene accanto e mi salva». Siamo sì sempre incompleti ma «non condannati in eterno all’incompletezzza». Nella cava del bisogno cerchiamo sempre, ma «se non cerchiamo ciò che davvero può riempirci, cadiamo nella disperazione», ha proseguito il sacerdote. Dobbiamo imparare, come il Santo di Ippona, a dare del “Tu” a «Colui che sta dietro alla realtà», passare dal bisogno al desiderio, dalla cava alla preghiera, dalle inquietudini a una relazione con Dio.
Ma «ogni nostro rapporto con la realtà passa per il vedere», dentro e fuori di noi, e facile è cadere «nel rischio di crearci illusioni, di vedere cioè ciò che vogliamo vedere, di dar vita a fantasie che mi fanno andare oltre le mie possibilità, fuori dal reale». Per stare lontani dalle illusioni, bisogna quindi «educare la propria fantasia».
Madeleine Delbrêl (1904-1964), mistica e poetessa francese, questo l’aveva intuito bene, percependo «l’esistenza di Dio come persona: così, non per fede, a 20 anni, dopo un periodo di ateismo radicale, spontaneamente si inginocchia». L’immaginazione (Dio come persona da incontrare) va, cioè, educata anche attraverso il corpo, attraverso «atti» (in questo caso, l’inginocchiarsi), «azioni precise e quotidiane», non formali né meramente rituali ma necessarie per fare in modo che «il male non intacchi la nostra stessa immaginazione». La preghiera è, dunque, un’azione che ci permette di «allenare la fantasia a vedere l’azione di Dio nella nostra vita».
In questo modo, il nostro «desiderio di salvezza, che vive dentro al Mistero, può essere colmato solo da Chi ci ama, da Chi ci salva».Pregare è dire un “Tu”, non concentrarsi sul proprio “io”. Come C.S. Lewis fa dire al demone nelle Lettere di Berlicche, per impedire alle persone di rivolgersi direttamente a Dio bisogna «stornare il loro sguardo da Lui verso loro stessi». In questo modo rimaniamo prigionieri nella cava del nostro bisogno sempre frustrato, nelle sabbie mobili della disperazione. Ma fuori c’è Altro. È dentro di noi.
Il 16 aprile in Seminario il Convegno dedicato alle Comunità Energetiche Rinnovabili: i vantaggi per imprese, cittadini, comunità e le testimonianze di cooperative, fondazioni, Comuni (e di una parrocchia)
di Andrea Musacci
La transizione energetica è una sfida che riguarda tutte le comunità, con l’obiettivo di una rigenerazione della società in un’ottica sostenibile, all’insegna della competitività delle aziende e del risparmio per i consumatori. Di questo si è parlato nel Convegno “Le Comunità Energetiche Rinnovabili. Modelli virtuosi nel rispetto del creato” organizzato dalla nostra Arcidiocesi assieme all’UCID diocesano e al Serra club di Ferrara e svoltosi il 16 aprile nel Seminario di Ferrara. Prima del Convegno, il nostro Arcivescovo ha celebrato la Messa nella chiesa del Seminario assieme a p.Augusto Chendi, Assistente UCID diocesano, e don Marino Vincenzi, Assistente Serra Ferrara.
GIATTANASIO: «FERRARA SEMPRE PIÙ GREEN»
Il dibattito – presentato e coordinato da Antonio Frascerra, presidente UCID diocesano, e Alberto Lazzarini, presidente Serra Club Ferrara – ha visto un primo intervento a cura di Mauro Giannattasio, Segretario Generale Camera di Commercio Ferrara e Ravenna. «Le aziende nel Ferrarese sono calate dalle oltre 30mila del 2022 alle 29.296 del 2023», ha spiegato. «I cali maggiori si sono registrati negli ambiti dell’agricoltura, della pesca e del commercio; gli aumenti, soprattutto nelle costruzioni». Insomma, «la nostra provincia è in crisi ma tante imprese continuano a investire: sbaglia chi pensa che la nostra economia provinciale sia stagnante». Stesso discorso vale per l’export, «in calo ma con piani di investimento di tante nostre imprese». Il tutto, in un contesto di continuo calo demografico, «con conseguenze anche sull’economia».
Venendo al tema del Convegno, «le aziende che investono nel green hanno un aumento della produttività del 9%», ha proseguito. E l’Italia in Europa è «all’avanguardia nella sostenibilità, e anche nel Ferrarese sempre più imprese investono nel green», il 35,1% del totale (tra le grandi, oltre la metà). I vantaggi non sono pochi: «aumento del fatturato, della produzione, degli occupati e delle esportazioni, più attenzione al capitale umano (carriera, tempi di vita, facilitazioni) e più fondi dal PNRR». «La grande sfida del nostro territorio – ha concluso – sta quindi nel non lasciar scappare i nostri talenti, di non disperdere le importanti energie vitali che possiede».
COSA FA PFF GROUP
PFF Group è un’azienda con sede a Ferrara nata nel 2009 e specializzata nella transizione ecologica e nell’efficientamento energetico per aziende e privati. A rappresentarla, i due CEO e fondatori Ivano Malaguti e Simone Toffanin. Il primo ha raccontato di Luigi Pellegrino, studente di Economia a UniFe, che dopo uno stage in azienda ha dedicato la propria tesi a PFF, per poi venire assunto dalla stessa. Toffanin, invece, ha spiegato come nel 2021 PFF ha dato vita alle prime quattro Comunità Energetiche Rinnovabili (CER) – o Gruppi di Autoconsumo Collettivo (GAC), se sono sotto lo stesso tetto -, associazioni di persone, imprese, enti, pubbliche amministrazioni, istituzioni, fondate su un giusto equilibrio tra produzione di energia dalle rinnovabili e autoconsumo. La CER, quindi, mette assieme produttori e consumatori, usando impianti di massimo 1 Megawatt ma con benefici ambientali (nessuna emissione di CO2), sociali (condivisione) ed economici (riduzione dei costi della bolletta).
IL VESCOVO E L’ECOLOGIA
Il nostro Arcivescovo mons. Perego ha poi analizzato la Laudate Deum e la Laudato si’, riflettendo su alcuni passaggi interessanti per il tema della sostenibilità: abbandono dei combustibili fossili e loro sostituzione «progressiva ma senza indugio»; gli investimenti in cooperative energetiche (come le CER, «opportunità per sostenere un modello di vita e socialità non consumistico»), il boicottaggio dei prodotti di aziende non sostenibili, le conseguenze sulla giustizia sociale e l’impegno del mondo cattolico, anche in un’ottica ecumenica e interreligiosa.
ESEMPI VIRTUOSI NELLA NOSTRA PROVINCIA
Numerose le testimonianze dal pubblico (una 90ina i presenti), che hanno ulteriormente arricchito il già proficuo dibattito.
Ve.Ba. è il nome di una cooperativa ortofrutticola con sede e stabilimento produttivo a Gaibanella, specializzata nell’essiccazione e nella disidratazione della frutta. Nata nel 1971, conta oggi 80 soci. Angelo Artioli, Presidente della Cooperativa, è intervenuto per raccontare come Ve.Ba. da alcuni anni si stia affrancando dall’uso del gas metano attraverso il progetto di due impianti: uno da 860 Kw già approvato e realizzato, e uno da 4,5 Mw. A questo, si aggiungerà l’investimento per la sostituzione degli impianti di essiccazione con altri alimentati ad energia elettrica prodotta dall’impianto fotovoltaico, giungendo così al quasi totale abbandono del gas.
Fra gli interventi, anche quello dell’arch. Cristiano Ferrari, che si è occupato per conto della Fondazione Opera Don Cipiriano Canonici Mattei del restauro di Palazzo Gulinelli in corso Ercole I° d’Este a Ferrara, attuale sede della Smiling school, restauro conclusosi nel 2018 e che ha visto anche un’importante riqualificazione energetica con l’utilizzo di fonti rinnovabili e di materiali ecosostenibili. Sempre per la Fondazione Canonici Mattei, lo Studio APE di Cristiano Ferrari sta lavorando al progetto di riparazione e restauro funzionale con riqualificazione energetica del Complesso scolastico di S. Monica, colpito dal sisma del 2012. Nel Complesso di via Montebello a Ferrara si sta realizzando un impianto fotovoltaico che non servirà solo l’edificio: l’idea è di dar vita a una CER con la vicina sede dell’Istituto Tecnico Economico Bachelet e col Campus Universitario Collegio Don Calabria di via Borsari. Da ultimo, ma non meno importante, l’arch.Ferrari sta lavorando anche a un nuovo sistema di riscaldamento, dagas a elettrico, per la chiesa di Denore, con l’idea di realizzare una CER, che sarebbe la prima ecclesiale nella nostra Arcidiocesi.
Ha preso poi la parola Massimo Buriani, Direttore Generale della Cooperativa Castello, coop. di abitazione fondata nel 1971. Attraverso un programma di forti investimenti, la Castello punta alla riqualificazione del patrimonio abitativo in un’ottica di risparmio energetico di cui potranno beneficiare in primo luogo i soci assegnatari (con contenimento dei consumi energetici), ma anche la collettività. Infine, l’Assessore di Voghiera Dante Bandiera ha spiegato come l’Amministrazione di cui fa parte sta cercando di dar vita a una CER nel proprio Comune.
A Casa Cini dal 19 al 21 aprile il “Quarenghi” dei giovani del Movimento Per la Vita. Una tre giorni di riflessioni e testimonianze su fragilità e cura: ecco il racconto
La cura della vita in tutte le sue fasi non è solamente un tema che appartiene alle pur necessarie riflessioni teoriche ma è fatta soprattutto di esperienze concrete. Una dimostrazione di ciò si è avuta dal 19 al 21 aprile scorsi a Casa Cini, Ferrara, con l’edizione del Seminario “Quarenghi” – edizione primaverile 2024 – organizzato dai giovani del Movimento Per la Vita nazionale (MPV). Tema scelto per quest’anno, “Dall’inizio alla fine, la vita sorprende”.
Il primo giorno ha visto i saluti di Alessandra Cescati Mazzanti (Presidente SAV Ferrara), Maria Chiara Lega (SAVFerrara), Cristina Coletti, Assessora alle Politiche Sociali del Comune di Ferrara e del ferrarese Andrea Tosini, ex membro dell’Équipe giovani MPV nazionale.
La tre giorni ha visto quindi alternarsi incontri frontali con esperti (fra i quali quello con Giuliano Guzzo, giornalista e scrittore, e con Dino Moltisanti, Docente di Bioetica alla Cattolica di Roma), ma sempre arricchiti dal confronto coi presenti, e momenti di condivisione tra i giovani (i cosiddetti focus group).
FINE VITA E CURA
RICCIUTI: «CURE PALLIATIVE LA GIUSTA RISPOSTA»
Sul fine vita ha riflettuto il medico palliativista Marcello Ricciuti, componente del Comitato nazionale per la Bioetica: «la Sentenza 242/2019 della Corte Costituzionale ha introdotto una nicchia di non punibilità del suicidio assistito in determinate condizioni», ha detto. E in Parlamento è stato presentato il disegno di legge del senatore PD Bazoli, «che porterebbe a una liberalizzazione del suicidio assistito e dell’eutanasia, e a un aumento dei casi (come dimostrano le leggi in altri Paesi), senza fra l’altro prevedere l’obiezione di coscienza e le cure palliative». Il giusto approccio sta invece nel comprendere come «inguaribile non significa incurabile», cioè non sta «né nell’abbandono della persona da curare, più o meno terminale, né nell’accanimento terapeutico dettato dall’incapacità di accettare il limite della natura umana». La risposta risiede nella Medicina palliativa, «fatta innanzitutto di terapia del dolore e dei sintomi, oltre che di supporto sociale, psicologico e spirituale, di sedazione palliativa e terapie occupazionali». Cicely Saunders (1918-2005), infermiera britannica, di fede anglicana, è la madre degli Hospice e la pioniera delle cure palliative. Una figura molto importante, da riscoprire, soprattutto in un’epoca come la nostra dove – secondo dati del Ministero della Sanità e della SDA-Bocconi – solo il 23% di italiani che potrebbero ricevere cure palliative, le riceve (il 10% nel mondo). E in Olanda si è arrivati a una proposta di legge in Parlamento per l'”Eutanasia per vita completata”, quindi anche nel caso di assenza di qualsiasi forma di malattia. Il bivio è netto: «dove le cure palliative sono promosse e utilizzate, i casi di suicidio assistito ed eutanasia calano drasticamente. Ma le stesse cure palliative – ha proseguito Ricciuti – non sono sufficienti: rimane lo scandalo della sofferenza e della morte, la coscienza del proprio limite e dunque la necessità di trovare una risposta positiva, una positività, di riscoprire l’amore».
Una testimonianza concreta è stata poi portata da Andrea Pattaro, esperto in cure palliative e responsabile dell’Hospice ADO “Casa delSollievo” di via Fallaci a Ferrara (l’altro Hospice ADO nel Ferrarese è “Le onde e il mare” di Codigoro): «è importante parlare di cure palliative, di qualità della vita, non della morte, e di assistenza non solo al paziente ma anche ai suoi familiari. Il nostro accompagnamento ai pazienti, per metà oncologici, è profondo e ampio, e riguarda anche l’assistenza domiciliare. Tante volte – ha aggiunto – ciò che sorprende in positivo è la capacità di risposta del paziente e dei suoi familiari, il modo in cui vivono la situazione di sofferenza».
MATERNITÀ E ABORTO
Dalla fase terminale dell’esistenza a quella iniziale. Domenica mattina è intervenuta Jane Itabina, giovane originaria del Camerun, la quale ha raccontato dell’aiuto ricevuto dal SAV di Ferrara, in particolare dalle volontarie Lorenza e Paola. Alcuni anni fa, mentre studia Farmacia a UniFe, rimane incinta. Una situazione difficile da gestire, con la volontà di portare avanti sia la gravidanza sia gli studi. «Una mia amica mi consiglia di rivolgermi al SAV», ha raccontato: «da loro ho ricevuto un grande aiuto a livello emotivo, psicologico ed economico. Per me il SAV è stato una seconda famiglia, mi ha cambiato la vita, mi hanno accolto e aiutato anche dopo il parto, donandomi il corredino e prodotti per l’infanzia per il mio bambino, che accudiscono anche due volte alla settimana quando io non posso».Ora, infatti, Jane ha coronato anche il suo sogno e lavora come farmacista. «Vorrei tanto – ha concluso – aiutare a mia volta una mamma in difficoltà».
Un’altra commovente storia di accoglienza della vita nascente è stata quella, sempre domenica mattina, che hanno portato i coniugi Matteo Manicardi e Fabiana Coriani di Sassuolo – autori del libro “La storia di super Micky” (ed. San Paolo) – il cui piccolo Michele (“Micky”) è nato il 24 ottobre 2019 ma morto dopo appena 5 ore e 13 minuti. Già genitori di Federico e Alessio, i due scoprono di aspettare un alto bimbo ma i problemi iniziano già durante la gravidanza: «i medici – hanno raccontato – ci consigliano di abortire, ma noi rifiutiamo subito: se avessimo rifiutato nostro figlio, non avremmo avuto nemmeno più il coraggio di guardarci in faccia e la nostra famiglia si sarebbe distrutta. I medici, per questa nostra scelta, ci trattavano come ingenui, come persone fuori dal mondo. Abbiamo fatto questa scelta consapevoli anche del fatto che nostro figlio avrebbe potuto vivere una vita in un letto, o comunque con una grave disabilità. Miky era già parte della nostra famiglia». Il giorno dopo la morte del piccolo, «abbiamo fatto il funerale: la chiesa era strapiena. Può sembrare strano ma eravamo comunque felici, riconoscenti di questo dono. E successivamente, per tre mesi, abbiamo anche accolto un bimbo di 1 mese in affido di emergenza. Grazie a Miky – hanno proseguito i coniugi – ci siamo anche riavvicinati a Gesù con maggiore consapevolezza». E dopo la morte di Michele, è nata la piccola Emma, altro dono per questa stupenda famiglia.
«I VOLONTARI NEI CONSULTORI? NON UNA NOVITÀ, DA 16 ANNI ANCHE IN EMILIA-ROMAGNA»
Il primo giorno è intervenuta invece Antonella Diegoli, presidente di Federvita Emilia-Romagna, la quale dopo aver riferito dell’impegno della sua associazione contro la delibera regionale sul fine vita, ha citato, sul tema dell’aborto, le “Linee di indirizzo per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria di gravidanza” emanate dalla nostra Regione nel 2008, per dimostrare come la presenza dei volontari nei Consultori fosse una scelta già fatta a livello locale, e anche da una Giunta di sinistra come quella emiliano-romagnola. In un passaggio del testo si spiegava l’intenzione di promuovere «nei territori distrettuali forme di aiuto e sostegno per le donne che vivono l’esperienza della gravidanza e della maternità in assenza di idonea rete parentale di supporto o in povertà di risorse economiche e creando reti coordinate tra servizi sociali, consultori familiari, centri per le famiglie, unità operative ospedaliere di ostetricia e ginecologia, associazioni di volontariato e altre risorse formali e informali del territorio tali che possano rilevare donne gravide/mamme in difficoltà e con problematiche sociali e attivare forme di supporto, sin dall’inizio della gravidanza, così da prevenirne l’interruzione» (corsivo nostro). Un testo molto simile a quello introdotto dall’attuale Governo nazionale al decreto “Pnrr-quater” e duramente attaccato dalle opposizioni: «Le regioni organizzano i servizi consultoriali nell’ambito della Missione 6, Componente 1, del Pnrr e possono avvalersi, senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica, anche del coinvolgimento di soggetti del Terzo settore che abbiano una qualificata esperienza nel sostegno alla maternità».
CHI SONO I GIOVANI PER LA VITA
Davide Rapinesi e Antonella Chiavassa sono i Responsabili nazionali dei giovani del MPV. Sono, cioè, a capo dell’Équipe giovani nazionale, composta da 20 ragazze e ragazzi da tutta Italia. Nella nostra Regione, il responsabile dei giovani MPV è Giuseppe Maria Forni. Antonella, romana, 29 anni, si sta specializzando in oncologia alla Sapienza, mentre Davide, 28 anni, è un agronomo di Viterbo.
«I giovani qui presenti (foto, ndr) – hanno spiegato alla “Voce” – di età fra i 20 e i 30 anni, provengono soprattutto dal Lazio (Roma e Viterbo), Lombardia, Veneto,Sardegna, Toscana e Calabria. Alcuni di loro è la prima volta che partecipano a un nostro “Quarenghi”. Il bello di questi nostri Seminari è la libertà di parlare di questi temi, anche in maniera controcorrente, senza allinearsi alla narrazione mediatica spesso fuorviante e ideologica». Il prossimo appuntamento è dal 26 al 31 luglio prossimi col Seminario estivo “Quarenghi” nel Salento, a Santa Maria di Leuca .
Le nostre chiese sono luogo dell’annuncio: lo sappiamo ancora?
Jean Paul Hernandez: «porta del cielo per chi cerca Dio»
Nell’epoca dell’homo turisticus, le nostre chiese possono essere non meri spazi di fruizione ma luoghi di evangelizzazione? È la domanda che si pone da una vita Jean Paul Hernandez, gesuita classe ’68, ex docente di teologia alla Pontificia Università Gregoriana, docente alla Facoltà Teologica di Napoli e volto noto di TV2000 grazie alla trasmissione “Sulla strada“, oltre che fondatore di “Pietre Vive”. Hernandez è intervenuto on line l’11 aprile per la lezione della Scuola diocesana di teologia per laici intitolata “Ridire il kerigma attraverso l’arte”.
GERUSALEMME TERRENA: IL TEMPIO
Per il relatore, viviamo un kairos «antico e sempre nuovo»: la stessa prima generazione di cristiani, «usava abbondantemente il Tempio di Gerusalemme, l’architettura sacra, per parlare di Gesù, per il kerigma»: ciò è esplicitato in Giovanni e negli Atti degli apostoli. Ciò avveniva «non strumentalizzando il tempio, ma spiegando il motivo profondo per cui questo esisteva: tutto ciò – pensavano – serve a dire Gesù». C’è dunque «una sorta di connessione, di simbiosi tra kerigma pasquale di Gesù Cristo e il tempio». L’edificio sacro è «aggancio per dire che come questo rimandi ad altro, all’Indicibile, all’Irrapresentabile»: è la differenza tra icona e idolo di cui ha parlato Jean-Luc Marion: «la prima rimanda ad altro, l’idolo invece rimanda solo a sé stesso».
DIETRO IL TURISTA, IL MENDICANTE
Venendo al presente, Hernandez ha riflettuto su come esista un fenomeno di massa senza precedenti: il boom del turismo in tutta l’Europa, in tutto il mondo: «meno si va in chiesa, più si va nelle chiese…». Il turismo di massa è dominante, «viviamo nell’epoca dell’homo turisticus», dell’uomo che vaga sapendo di tornare a casa, del mordi e fuggi di esperienze in giro per il mondo. E così è per il cibo, per le relazioni, gli affetti, la formazione. Questo modo turistico di essere, per il relatore, «descrive una nostalgia del cuore che cerca un senso, proprio perché viviamo in una società senza senso condiviso. E questo senso la gente lo cerca in testimonianze forti, in identità forti». Hernandez ha poi citato un sondaggio dell’inglese Telegraph dagli esiti sorprendenti, secondo cui la maggior parte di coloro che hanno risposto, hanno dichiarato di essere tornati o arrivati alla fede cristiana dopo aver visitato una chiesa antica.
«Noi sappiamo accogliere questa sete di Dio? Lo Spirito Santo – ha proseguito – ci manda fiumi di non credenti a casa nostra. Le opere d’arte nelle nostre chiese possono essere molto importanti per spiegare loro la nostra fede». Ma dobbiamo saperlo fare: non serve tanto la descrizione tecnica, ma l’opera «dev’essere finalizzata al kerigma, all’annuncio di Dio e della salvezza».
PORTA DEL CIELO E DEL CUORE
Due episodi dell’Antico Testamento sono essenziali per spiegare la potenza che può avere una chiesa nel convertire i cuori delle persone. Il primo, è il sogno di Giacobbe in Genesi 28, «il primo testo fondamentale per capire l’essenza dell’arte cristiana». Anche oggi «consideriamo le nostre chiese come la pietra di Giacobbe, pietra che unisce cielo e terra. Ogni chiesa – soprattutto l’abside -, è quindi porta del cielo. Cristo è questa pietra, è l’altare, e tutta la chiesa è simbolo del Suo corpo», ha proseguito. L’episodio del roveto ardente (Esodo 3) richiama l’esperienza del fedele nel tempio: in quest’ultimo «ti accade ciò che è accaduto a Mosè: ascoltando la Parola di Dio, scopri te stesso». Nel luogo sacro, quindi, «si riceve la propria identità, si viene educati ad ascoltare dentro di sé, a fare memoria di Dio dentro di sé». Comunicare al turista, al visitatore, al pellegrino, a chiunque entra nelle nostre chiese «le spiegazioni profonde del senso di una chiesa, di un edificio sacro», serve in ultima analisi a questo. «La chiesa è un luogo per incontrare Dio, è un luogo che dice Dio, per ascoltare in ogni suo punto la dichiarazione di amore di Dio per noi: in questo modo – ha detto Hernandez -, scopri che il vero luogo sacro sei tu, che il luogo dove incontrare Dio sei tu, è la tua vita».
GERUSALEMME CELESTE: LE PIETRE
Questo continuo, essenziale rimandare a Dio si esprime anche nel richiamo alla Gerusalemme celeste (Ap 21), le cui fondamenta sono ricche di pietre preziose. Pietra che è anche simbolo del figlio, quindi la «Gerusalemme celeste rappresenta la diversità dentro il genere umano e dentro la Chiesa, e al tempo stesso la comunione tra le persone», tra i figli di Dio. E la preziosità di queste pietre colorate e sfavillanti «dice di quanto ognuno di noi sia ricercato, voluto, amato, proprio come lo è un figlio per il padre». La Gerusalemme celeste, quindi, non ha più un tempio, non ne ha più bisogno perché «non c’è più separazione tra sacro e profano: con l’Incarnazione questa distinzione non ha più senso, il Dio incarnato rende sacro anche il profano». Di conseguenza, anche quest’ultimo «diventa luogo per incontrare Dio». Tutto può dire Dio, richiamare il suo Amore per noi.
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Solo dalla conversione nasce il Regno di Dio: ci lasciamo amare?
Adrien Candiard: «il peccato è male, la scienza non salva»
C’era molta attesa nelle nostre comunità per l’arrivo a Ferrara – dopo due tappe a Milano – di Adrien Candiard, 42enne domenicano residente da anni a Il Cairo. Nel tardo pomeriggio a Casa Cini, Ferrara, circa 80 persone si sono ritrovate per ascoltarlo, oltre a una 70ina collegate on line. «Sono molto legato a Bologna ma è la prima volta che vengo a Ferrara», ha confessato con sincera emozione per l’aver potuto ammirare, pur di sfuggita, la bellezza della nostra città.
SPERANZA, NON OTTIMISMO
“Qualche parola prima dell’Apocalisse” il titolo scelto per l’incontro (lezione della Scuola diocesana di teologia eccezionalmente aperta a tutti), che richiama il suo libro uscito l’anno scorso in Italia, mentre da poco è nelle librerie la sua ultima fatica, “La grazia è un incontro. Se Dio ama gratis, perché i comandamenti?” (Lev, pp. 109, 13 euro).
E sfidando luoghi comuni purtroppo diffusi anche fra i credenti, per parlare di Apocalisse ha parlato di speranza. Innanzitutto, «per affrontare il tema della speranza – ha detto -, bisogna guardare la realtà così com’è e non rifugiarsi in un mondo spirituale». L’“andrà tutto bene” del Covid, per Candiard, «era ottimismo, non speranza cristiana. La speranza in sé non vale nulla, se non è speranza in Dio».
I motivi per disperare oggi sono tanti: guerre, minaccia nucleare, crisi climatica, secolarizzazione, abusi nella Chiesa, «che in Italia devono ancora emergere nella loro totalità». Queste crisi, ha aggiunto, «ci possono cambiare solo se le affrontiamo nella maniera giusta». Nella Bibbia, e anche in alcuni testi ebraici, esiste il genere apocalittico, da intendersi – ha specificato – «come rivelazione, non come fine del mondo», ad esempio nel libro di Daniele e naturalmente nell’Apocalisse di Giovanni. E negli stessi Vangeli sinottici, in particolare Marco 13: un brano, questo, «da molti cristiani oggi ignorato, considerato strano, disturbante», oppure erroneamente inteso come «un enigma da decifrare». Mc 13 invece «rivela il senso della storia umana». Non dobbiamo, perciò, «usare Dio per spiegare tutto l’inspiegabile del mondo, come spesso fanno i nostri cuori pagani e superstiziosi». Come, dall’altra parte, è altrettanto superstizioso «affidarsi totalmente alla scienza e ignorare il Vangelo», ha incalzato.
IL PECCATO È MALE, LA STORIA NON È PROGRESSO DI BENE
Ciò che Gesù ci ha rivelato e ci rivela è innanzitutto «il vero senso del peccato», che non va inteso, in modo infantile, come meccanismo di trasgressione/punizione ma come spiegazione, semplice ma profonda, che «il male fa male a chi lo compie e agli altri, distrugge sé e gli altri». Nei confronti di Dio, perciò, «non dobbiamo né ribellarci né sottometterci, ma comprendere che Lui ci vuole liberi». Di conseguenza, «la pace del mondo non bisogna innanzitutto affidarla ai diplomatici ma costruirla affrontando il male, il peccato dentro di noi, convertendo prima di tutto i nostri cuori». Il discorso apocalittico, quindi, ci rivela innanzitutto il male. D’altronde, «Gesù non ci ha mai promesso che, nel corso della storia, saremmo andati sempre più verso il bene, anzi diceva “Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada”» (Mt 10, 34). Non ci spiega, dunque, «la storia umana come una crescita progressiva verso il Regno di Dio». Questo serve anche a confutare visioni, di certo mondo cristiano, ottimistiche, dunque in ultima analisi secolari. Gesù nel discorso apocalittico – e non solo – «ci parla del bene e del male, cioè del Regno di Dio e del nostro possibile rifiuto. Siamo pronti ad accettare il Suo amore? Questa la sfida che ci lancia ancora».
LASCIATI AMARE, IMPARA A PERDONARE
È, infatti, più difficile lasciarsi amare, che amare. «Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi» (Gv 15, 12), cioè «Amatevi con l’amore che io vi ho dato», con la Grazia, non tentando di imitarLo come fosse un modello. «Rifiutare il Suo amore – ha spiegato Candiard – è rifiutare il Regno di Dio, è il peccato, ciò che porta al male, alla distruzione anche della nostra stessa vita. La scelta davanti alla quale ci mette Gesù è dunque fra conversione o distruzione». Distruzione di noi stessi oltre che del pianeta, «che non va dominato ma nemmeno divinizzato».
Diverse le domande finali tanto dai presenti in sala quanto da quelli collegati a distanza. Una di queste, ha permesso a Candiard di tornare sul tema del peccato e del male nella chiave del perdono e della riconciliazione: «si perdona solo l’imperdonabile», ha detto. È facile, infatti, perdonare cose piccole, senza peso. Chi, invece, «tollera non perdona davvero e anzi diventa complice del male, anche se l’ha subìto». Si deve sempre partire dal proprio cuore: «riconoscere il male in me stesso mi permette di perdonare il male compiuto dagli altri». Mai dimenticando che siamo stati e siamo sempre perdonati da Dio», e tante volte anche da altre persone. Tutte piccole ma decisive rivelazioni del Regno di Dio.
Maria Grazia Dainelli e Carlo Midollini hanno immortalato la suggestiva processione del Venerdì Santo nell’isola napoletana. A “La Voce” raccontano questa esperienza
di Andrea Musacci
Un evento collettivo, manifestazione profonda della cultura di una terra, alchimia originale di fede e folclore, storia e devozione popolare. Dal 23 al 28 aprile, l’ex chiostro olivetano di San Giorgio fuori le Mura a Ferrara ospita la mostra fotografica dedicata alla processione dei “Misteri” che ogni Venerdì Santo si svolge a Procida. La mostra – finora esposta solo nell’isola a cui è dedicata – sarà inaugurata alle 10.30 del 23 aprile prima della S. Messa presieduta dall’Arcivescovo mons. Perego alle ore 11.15. Trenta gli scatti in bianco e nero esposti, oltre alla proiezione di un audiovisivo sulla costruzione degli stessi Misteri. Abbiamo contattato i due autori di questo progetto, i fiorentini Maria Grazia Dainelli e Carlo Midollini, fotografi e giornalisti per il mensile di arte e cultura “La Toscana Nuova” (di cui lei è anche Caporedattrice), per farci raccontare il loro progetto.
CHE COSA SONO I MISTERI
Procida – appena 4 km2, a 40 km dal capoluogo Napoli – è un’isola che solo negli ultimi anni sta diventando un’ambìta meta turistica, dopo che, dal XVIII secolo fino al secolo scorso, è stato un importante centro cantieristico navale. Quella dei Misteri è un’antica tradizione che si svolge fin dal XVII secolo (ai tempi in funzione penitenziale, con anche autofustigazioni). Durante le prime ore del mattino del Venerdì Santo, al risuonar di tre squilli di tromba (che richiamano quelli per i condannati a morte in epoca romana) a cui si risponde con altrettanti colpi di tamburo, da Terra Murata (il centro medievale dell’isola, sul suo punto più alto, dove si trova l’Abbazia di San Michele Arcangelo) parte la processione: a sfilare sono proprio i Misteri, “carri” allegorici costruiti dai procidani, che rappresentano la Passione di Gesù e altri episodi del Nuovo e dell’Antico Testamento. I Misteri sono costituiti da una o più tavole di legno (dette “basi”) lunghe fino a 8 metri e larghe 2, sulle quali vengono allestite le rappresentazioni scultoree. I materiali utilizzati sono perlopiù poveri: cartapesta, legno e stoffa. In passato, i Misteri venivano costruiti nei portoni delle case e svelati solo il Venerdì Santo.
INNAMORARSI DI PROCIDA
Maria Grazia e Carlo iniziano a frequentare l’isola due anni fa: «da lì si è aperto un mondo», ci dicono. La prima mostra che le dedicano è su Palazzo d’Avalos, edificio del XVI secolo, dal 1830 fino al 1988 adibito a carcere, esposta nello stesso Palazzo e a Firenze (una terza mostra su Procida è prevista per il 2025). «Alcuni procidani iniziarono a raccontarci la storia dei Misteri del Venerdì Santo», tipici di varie località del Meridione. L’interesse per questa antica tradizione li cattura, e contattano, quindi, le associazioni che nell’isola li organizzano. L’anno scorso viene loro permesso di assistere alla costruzione dei Misteri, un lavoro collettivo che coinvolge, oltre alla Congregazione dell’Immacolata Concezione dei Turchini, parrocchie e associazioni laiche e dura tutto l’anno. Un grande momento aggregativo, quindi, che vede lo stesso Comune sempre più coinvolto. «Siamo stati in più occasioni a Procida – proseguono i due fotografi – intervistando molte persone che ci hanno permesso di comprendere l’intreccio fra religione, storia e associazionismo sia religioso che laico».
TRADIZIONE E ATTUALITÀ
Il silenzio è ciò che domina la lunga processione dei Misteri lungo le strade procidane. Nel serpentone del corteo risalta la “divisa” canonica della sopracitata Congrega dei Turchini, con saio bianco e “mozzetta” (mantellina) turchese. E poi ci sono i bambini, angioletti addobbati a lutto coi loro abitini neri arricchiti da ricami d’oro. Ma nei Misteri non c’è spazio solo per la storia: «negli ultimi anni – ci spiegano Maria Grazia e Carlo – non danno solo un’interpretazione strettamente religiosa ma li attualizzano: quest’anno, ad esempio, vi erano anche riferimenti alla guerra in Ucraina e alla violenza sulle donne». Negli anni scorsi, anche la pandemia è stata protagonista della processione. «Vi è quindi – proseguono i due – un pensiero, una progettualità, la ricerca di idee e temi sempre nuovi».
Una creazione collettiva, dunque, fra arte e artigianato, mai identica a sé stessa: «dopo ogni processione, i Misteri vengono distrutti. A volte, alcune componenti più artistiche rimangono come cimelio nel museo dei Misteri, ma il ciclo si rinnova e dopo la Pasqua inizia la progettazione per l’anno successivo».
LO SGUARDO SEMPRE AL FUTURO
L’antica “penitenza” legata ai Misteri rimane nella dedizione appassionata, nei tanti sacrifici necessari per la sua realizzazione, nelle notti bianche, nel peso di questi manufatti da portare in processione lungo le strade dell’isola, un tempo anche dai detenuti. Il segno, indelebile, della tradizione come traccia viva nell’anima di chi la custodisce. Com’è viva nelle mani e nelle menti di queste persone, eredi degli operai e progettisti della stagione dei gloriosi cantieri navali.
Ma l’anima di un popolo, si sa, è sempre difficile da conservare, soprattutto in questi decenni in cui l’abisso fra generazioni si fa sempre più profondo e minaccioso. «Ora – proseguono i due fotografi – i Misteri sono poco più di 40, un tempo erano un centinaio. Negli anni è cresciuta la disaffezione dei più giovani, ma le associazioni dei Misteri cercano comunque di coinvolgerli, di farli maturare attraverso questa esperienza e di tenerli nella vita della comunità».
DA PROCIDA A FERRARA
La nostra città ha, come anticipato, l’onore di essere la prima a ospitare questa mostra sui Misteri al di fuori di Procida. Lo scorso settembre, in occasione della festa della Madonna del salice, il chiostro di San Giorgio ospitò un’altra mostra fotografica dedicata alla devozione popolare nel Meridione, “Matera in cammino: tra fede e cultura” di Cristina Garzone, sulla Festa della Bruna. E per Dainelli e Midollini si tratta di un ritorno nella nostra antica Cattedrale dopo che nel settembre del 2021 vi esposero la mostra “L’informalità. Cuba tra sogno e realtà”, sempre grazie all’intraprendenza del diacono olivetano Emanuele Maria Pirani, curatore delle esposizioni a San Giorgio. Pirani che ha presenziato, dopo Pasqua, al finissage a Procida della stessa mostra dei due fotografi fiorentini. All’inaugurazione del 23 sarà presente anche mons. Perego, la cui attenzione verso i migranti è nota: Procida è anche terra di accoglienza, e ospita il Muro dei Migranti dedicato a chi, oggi come ieri, lascia la propria terra per un futuro migliore.
Ma se San Giorgio richiama anche un’altra isola, quella veneziana (sede della Fondazione intitolata al ferrarese Giorgio Cini), così Procida richiama, in parte, il passato dell’antico borgo ferrarese: nel “Polesine di San Giorgio”, infatti, nell’antica biforcazione del Po nei rami del Volano e del Primaro (la “Punta di San Giorgio”), venne edificata nel 540 d. C. la prima chiesa di San Giorgio. Ora, le radici del nostro passato si intrecciano in profondità con quelle della lontana, ma solo fisicamente, isola dei Misteri.
(Foto: i due fotografi ai lati, al centro Emanuele Pirani)
Mi chiamo Andrea Musacci.
Da aprile 2014 sono Giornalista Pubblicista, iscritto all’Ordine dei Giornalisti dell’Emilia-Romagna.
Sono redattore e inviato del settimanale "la Voce di Ferrara-Comacchio" (con cui collaboro dal 2014: http://lavoce.e-dicola.net/it/news - www.lavocediferrara.it), e collaboro con Filo Mag, Avvenire, La Fionda, Vino Nuovo.
In passato ho collaborato con La Nuova Ferrara, Listone mag e Caritas Ferrara-Comacchio.
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"L'unica cosa che conta è l'inquietudine divina delle anime inappagate."
(Emmanuel Mounier)