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Sud, continua il grande esodo

2 Dic

Negli ultimi anni sono quasi 20mila gli insegnanti emigrati dal Sud al Nord Italia per poter lavorare: ne abbiamo incontrati alcuni impiegati nelle scuole di Ferrara, per farci raccontare come vivono questa situazione. Inoltre, in vista delle festività natalizie, nuova denuncia per l’aumento ingiustificato dei prezzi dei treni

esodoQuel che da un lato è un indubbio reciproco arricchimento, ormai perlopiù pacifico e consolidato, dall’altro rappresenta una sofferenza per tante persone, per chi deve partire e per chi rimane, lasciando spesso a centinaia di chilometri di distanza, mogli, mariti, figli, genitori e amici. E’ l’ormai crescente spopolamento che interessa diverse aree del nostro Meridione, in direzione Nord Italia, semplicemente per lavoro. Abbiamo scelto di parlarne raccogliendo un po’ di dati e alcune testimonianze di una categoria specifica, quella delle insegnanti “costrette” dal Sud a venire nella nostra provincia per poter lavorare nel mondo della scuola.

I dati

E’ a partire dagli anni ’90 che il fenomeno delle migrazioni dal Sud al Nord Italia sembra riprendere intensità dopo i grandi flussi degli anni ’50 e ’60 (dove i picchi furono tra il ’55 e il ’63 e tra il ’68 e il ’70). Gianfranco Viesti, economista all’Università di Bari, ha individuato il 1999 come l’anno della svolta, quando 160.000 persone si sono trasferite dal Mezzogiorno al Centro-Nord, mentre sono state circa 84.000 quelle che hanno compiuto il percorso inverso, con un saldo negativo dunque di oltre 75.000 unità. Dati poi confermati in modo costante negli anni successivi. Le regioni più colpite da questo “esodo” dei giorni nostri sono la Calabria, la Campania e la Basilicata. Una delle caratteristiche di questa nuova emigrazione è la forte componente giovanile. Dal Rapporto SVIMEZ 2019 su “L’economia e la società del Mezzogiorno”, emerge come le persone che sono emigrate dal Mezzogiorno sono state oltre 2 milioni nel periodo compreso tra il 2002 e il 2017, di cui 132.187 nel solo 2017. Di queste ultime, 66.557 sono giovani (50,4%, di cui il 33,0% laureati, pari a 21.970). “La ripresa dei flussi migratori rappresenta la vera emergenza meridionale, che negli ultimi anni si è via via allargata anche al resto del Paese”, è scritto nel Rapporto. “Sono più i meridionali che emigrano dal Sud per andare a lavorare o a studiare al Centro-Nord e all’estero che gli stranieri immigrati regolari che scelgono di vivere nelle regioni meridionali”. Leggendo i dati ISTAT sul 2017, sono le regioni del Centro-nord a registrare negli ultimi venti anni flussi netti sempre positivi provenienti dal Mezzogiorno: in particolare, l’Emilia-Romagna ha accumulato fino al 2017 un guadagno netto di popolazione di oltre 311 mila unità. Ancor più drammatici – emerge ancora dall’analisi della SVIMEZ – sono i dati che riguardano l’edilizia scolastica. A fronte di una media oscillante attorno al 50% dei plessi scolastici al Nord che hanno il certificato di agibilità o di abitabilità, al Sud sono appena il 28,4%. Inoltre, mentre nelle scuole primaria del Centro-Nord il tempo pieno per gli alunni è una costante nel 48,1% dei casi, al Sud si precipita al 15,9%. Con punte del 7,5% in Sicilia e del 6,3% in Molise.

Insegnanti con la valigia

Nel libro “In cattedra con la valigia. Gli insegnanti tra stabilizzazione e mobilità. Rapporto 2017 sulle migrazioni in Italia” (Donzelli editore, 2017), a cura di Michele Colucci e Stefano Gallo, viene spiegato come negli ultimi anni sono quasi 20mila gli insegnanti precari che si sono spostati da Sud a Nord, con una prevalenza della componente femminile, e con migrazioni di lungo raggio. Nella sola provincia di Salerno – per citare un dato emblematico e aggiornato a quest’anno – ci sono ben 7.360 docenti titolari o precari in servizio in Regioni del nord come Lombardia, Emilia Romagna, Toscana, Piemonte o Veneto.

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Col cuore sempre a casa

Nella nostra provincia nell’anno scolastico 2019/2020 per la scuola ci sono 3.434 posti comuni e 476 di sostegno. Sei insegnanti di origini meridionali residenti a Ferrara facenti parte di questo “esercito”, hanno deciso di raccontarsi a “la Voce”: sono cinque donne e un uomo, quasi tutti laureati, attualmente impiegati al CPIA (Il Centro per l’Istruzione degli Adulti), all’IPSIA di Ferrara e nella scuola primaria paritaria San Vincenzo. Insegnano italiano, matematica, religione, sostegno, sono equamente divisi tra di ruolo e precari. Hanno contratti che vanno dalle 18 alle 20 ore settimanali. Si sono trasferiti al Nord Italia prevalentemente negli ultimi anni, ma qualcuno già dal 2001, provenendo dalle province di Foggia, Taranto, Palermo e Agrigento. In quasi tutti i casi, il primo incarico in una scuola del nord è stato anche il primo in assoluto. Nei loro paesi d’origine hanno lasciato affetti, famiglia e amici. Una di loro si sfoga: “negli anni il distacco è diventato sempre più duro, così come la consapevolezza che se ci fossero state le possibilità lavorative anche dalle mie parti, probabilmente sarei già tornata al Sud, dove la vita scorre diversamente. Ma, di questi tempi, l’importante è tenersi stretto un lavoro ovunque e qualunque sia”. A casa riescono a tornare, nel migliore dei casi ogni 20 giorni, nel peggiore 1 volta all’anno, con tutte le sfumature intermedie. “Con gli anni per mia scelta sono rimasta a Ferrara – ci spiega un’altra insegnante -, ma le mie radici sono in Puglia. Le festività scolastiche per me significano tornare nel posto che considero ‘casa mia’ anche dopo piu di 20 anni, perché il legame con le proprie radici resta forte”.

Un salasso per tornare

Anche in vista delle imminenti feste natalizie, abbiamo domandato loro la spesa media che normalmente devono affrontare per tornare dai propri cari: si va dai costi più alti – in aereo nei periodi festivi circa 400 euro, in pullman 200, verso la Sicilia – a prezzi più contenuti ma comunque rilevanti, vista anche la frequenza media: 100-200 euro ogni volta. Nelle scorse settimane, Federconsumatori ha presentato un report sui salassi che i pendolari devono subire per poter tornare – che siano studenti o lavoratori – a casa durante le festività natalizie: “Il viaggio in treno da Roma a Reggio Calabria il 23 dicembre – ha denunciato – costa il 144% in più rispetto al costo applicato l’8 novembre”. Il biglietto Alta velocità di Trenitalia passa da circa 44 euro a 112 euro, con, tra l’altro, pochissimo guadagno di tempo. Secondo il report, per la tratta Roma-Bari (Alta velocità) il biglietto andata passa da 39,90 euro (weekend 8-10 novembre 2019) a 61,00 euro (Natale 23-12-2019 / 07-01-2020) quello del ritorno costa 61,00 euro invece di 52,90 euro; Firenze-Reggio Calabria (Alta velocità) passa da 105,80 euro a 136,00 euro, stesso prezzo per il ritorno (invece di 99,80 euro). Firenze-Bari (Alta velocità) passa da 80,80 euro a 111,00 euro, come per il ritorno (contro 87,80 euro). Considerando studenti e lavoratori che vivono a Bologna, per loro scendere a Bari costa 123,00 euro invece di 65,90, e lo stesso salire nel periodo natalizio costa come scendere (invece di 69,90 euro). Non solo, dunque, spesso “costretti” a trasferirsi al Nord per lavorare o per studiare – vista anche la rilevante emorragia di docenti e studenti universitari dal Meridione al Nord -, ma pure penalizzati – e non poco – nelle spese di viaggio, senza dimenticare i costi alti degli affitti. Tutte difficoltà che non rendono certo facile la vita di queste persone, vera struttura portante di tante nostre scuole. Concludiamo con le toccanti parole di un’altra insegnante che ha scelto, pur nell’anonimato, di confrontarsi con noi: “Sono trascorsi tanti anni e l’essere lontana dalla mia famiglia, dalla mia terra, dai miei affetti più cari non è semplice. Se oggi mi trovo a vivere a Ferrara, a lavorare come insegnante e ad avere incontrato nel mio cammino realtà e persone – ognuna delle quali mi ha arricchito la vita – è grazie all’opportunità della mia famiglia, dei miei genitori che mi hanno sempre appoggiata e sostenuta in tutte le mie scelte. Nonostante la nostra distanza e la mia mancanza sono sempre nei miei pensieri e nel mio cuore”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 6 dicembre 2019

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Insegnamento religione cattolica: servizio o ingerenza?

2 Dic

Confronto tra cattolici, evangelici e laici il 29 novembre sul pluralismo nella scuola pubblica

crocifisso-aula“Il cattolicesimo è una radice della nostra cultura, ma non l’unica: affidiamo allora l’insegnamento delle religioni a un non-cattolico…”. “La nostra idoneità, però, è sinonimo di affidabilità: l’IRC è scelto anche da non credenti o musulmani”. Sono alcuni stralci dell’interessante dibattito sul tema dell’educazione religiosa nella scuola pubblica organizzato dall’Associazione Evangelica CERBI di Ferrara lo scorso 29 novembre nella Biblioteca Ariostea di Ferrara. “Credere e non credere: libertà e pluralismo nella scuola”, il titolo dell’iniziativa, la seconda e ultima del breve ciclo dopo quello del 21 novembre sulla famiglia. Il primo intervento è stato di Lidia Goldoni (Presidente del Comitato Insegnanti Evangelici Italiani – CIEI), che ha citato gli articoli 7 e 8 della nostra Costituzione, dove sono affrontati i rapporti tra Stato e Chiesa Cattolica e il tema dell’uguaglianza delle altre religioni davanti alla legge. “Quest’ultime – ha detto – sono poste in posizione di svantaggio rispetto a quella cattolica”. Ingiustizia ancor maggiore oggi, “con l’aumento di credenze e visioni, religiose e non. Lo Stato dovrebbe invece fungere da arbitro imparziale, difendendo il pluralismo, non finanziando l’ora di religione cattolica, e ponendola almeno fuori dall’orario curricolare, rendendola così davvero facoltativa. Invece – ha proseguito – si ‘appalta’ alla scuola pubblica la formazione delle nuove generazioni, compito che spetterebbe innanzitutto alla famiglia”. Tornando all’ora di religione cattolica, la relatrice ha proposto tre spunti di riflessione. Il primo: “è vero che Italia e Europa hanno radici cristiane, e che l’arte e la cultura sono intrise di cattolicesimo. Ma quest’anima cristiana e cattolica si apprende già studiando le altre materie” (storia, geografia, storia dell’arte, letteratura ecc.). Secondo: ”il cattolicesimo è una radice della nostra cultura, ma non l’unica: lo sono, ad esempio, la classicità greca e quella latina, o il giudaismo, la cultura araba, le altre confessioni cristiane”. Terzo: “perché non pensare a un non-cattolico che possa insegnare le religioni?”. Paolo Gioachin (Insegnante di Religione Cattolica) ha invece citato l’accordo del 1985 tra Stato e Chiesa che modifica il Concordato, in particolare l’articolo 9, comma 2, dov’è scritto che lo Stato “continuerà ad assicurare, nel quadro delle finalità della scuola, l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche”, garantendo però “il diritto di scegliere” o no questo insegnamento. In questo modo,“si rispettano pluralismo e laicità”, dando vita a quella scuola “aperta a tutti” di cui parla l’art. 34 della Costituzione. Inoltre, ancora per Gioachin, “l’IRC risponde a un servizio per gli alunni, per lo sviluppo della persona umana: la religione va conosciuta, anche oggi. Riconosco – ha poi aggiunto -, che non sempre esistono attività alternative per chi non sceglie l’ora di religione cattolica”. Tre le riflessioni finali di Gioachin: “se è vero che l’IRC sembra la ‘lunga mano’ della Chiesa nella scuola pubblica, quindi un’ingerenza, dall’altra la richiesta di ‘idoneità’ degli insegnanti è garanzia di affidabilità”. Seconda: “l’IRC è un ’gancio’ tra dentro e fuori la realtà scolastica”, e comunque “non è frequentata solo da cattolici” ma anche da non credenti o appartenenti ad altre religioni. Infine: “è possibile ragionare insieme su come ampliare/riformare l’IRC, in vista dei mutamenti demografici della società, soprattutto in termini di pluralismo religioso?”. L’ultimo intervento è spettato a Mauro Presini (insegnante elementare): “è stato un insopportabile gesto di propaganda – ha esordito -, una strumentalizzazione, il fatto che la Giunta di Ferrara abbia comprato crocifissi da mettere nelle scuole. E non è sufficiente la risposta ’si è sempre fatto così’, perché una scelta può essere sbagliata, e quindi va modificata, e perché la scuola e la società sono molto cambiate negli ultimi decenni. Credo sia molto importante – sono ancora sue parole – che nella scuola si parli di religioni, ma sapendo che esistono diverse spiritualità”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 6 dicembre 2019

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“Quella volta che la maestra mi chiese: ma voi ebrei non avete la coda?”: Cesare Finzi si racconta

9 Set

La testimonianza del ferrarese, scampato nel ’43 alla deportazione, il 4 settembre a Ferrara in un incontro organizzato da CDEC, MEIS e ISCO

cesare finziDa una vita normale, scandita dalle ore a scuola, trascorse nel caldo nido della comunità, con i propri famigliari, nel negozio del padre, fino a venire a conoscenza, dal giornale, di essere diversi, dunque degni di esclusione dal consorzio umano. E di conseguenza dover sopportare derisione, odio, l’essere considerati simili a bestie, degni di un disprezzo del quale non provar vergogna. Cesare Finzi, nato nel 1930 a Ferrara, cardiologo in pensione, faentino d’adozione, ha vissuto tutto questo, e da anni è impegnato a raccontare la sua testimonianza di vita soprattutto ai più giovani (testimonianza lasciata anche in un libro, “Il giorno che cambiò la mia vita”). Ma la commozione, il dolore traspaiono intatti dalla voce e dagli occhi.

L’ultima occasione è stata nel pomeriggio del 4 settembre scorso, quando nella Sala Estense di Ferrara si è svolto l’incontro “Pratiche formative sulla Shoah e sui diritti umani”, conferenza aperta a tutti ma pensata soprattutto per i docenti. La conferenza era parte del secondo seminario residenziale in programma in quei giorni a Ferrara, pensato per offrire a un gruppo di docenti delle scuole secondarie di secondo grado da tutta Italia gli strumenti per l’educazione alla cittadinanza attiva e il Giorno della Memoria. L’evento, introdotto e moderato dal vicepresidente della Comunità ebraica di Ferrara, Massimo Acanfora Torrefranca, è stato organizzato da The Olga Lengyel Institute for Holocaust Studies and Human Rights – TOLI e la Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea – CDEC, in collaborazione con il Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah – MEIS e con l’Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara – ISCO . “Sono nato e cresciuto in una famiglia ebraica, mio padre Enzo era ferrarese, mia madre mantovana. Una famiglia nella quale l’ebraismo era vissuto con una certa liberalità, pur essendo legata alle proprie radici. A quei tempi a Ferrara – ricorda Finzi – vi erano 4 sinagoghe, circa 700 ebrei (ancora nel ’37, mentre nel ’43 saranno la metà, e di questi, oltre 100 saranno deportati), di cui una parte rivestiva ruoli di rilievo nella pubblica amministrazione” – basti pensare ad esempio al direttore di CARIFE, del Consorzio agrario, al Podestà Ravenna, ai presidi dei Licei Scientifico e Classico. “Mio padre aveva ereditato da suo padre la profumeria in via Mazzini, la prima nella nostra città (dove oggi c’è ancora una profumeria, “Limoni”, ndr), che un tempo era anche e soprattutto una cartoleria e tabaccheria”. Enzo era uno dei tanti ebrei fieramente patriottici, riconoscenti all’Italia unita di aver loro concesso diritti e libertà. “Nel ’15 mio padre scappò di casa pur di arruolarsi nell’esercito” durante la Grande Guerra. “A Ferrara fu tra i primi a prendere la tessera del Partito fascista, un giorno la ritrovai, era la numero 12”, convinto di agire da patriota, “ma nel ’23, dopo l’omicidio di don Minzoni, scelse di uscire dal Partito”.

“Fino all’anno scolastico 1937-’38 frequentai la scuola ebraica di via Vignatagliata”, ha proseguito. “Per sostenere l’esame di accesso al 4° anno delle Elementari (una volta funzionava così) andai dunque in una scuola pubblica. Ma il 3 settembre 1938, tornando a casa, aprii il quotidiano e lessi: ‘Insegnanti e studenti ebrei esclusi dalle scuole governative e pareggiate’. Capii il concetto ma non il perché. Mio padre rimase frastornato. Ricordo ancora quando, nel giugno ’40, sentii il celebre discorso di Mussolini (“Vincere! E vinceremo!”): ne rimasi sconvolto”. Nella scuola di via Vignatagliata, fra gli insegnanti Finzi ebbe Giorgio e Matilde Bassani, Primo Lampronti (campione di boxe) e Riccardo Veneziani. “Nel ’43 andai a presentarmi alla scuola media di via Borgo dei Leoni, per sostenere gli esami conclusivi. Insieme a me vi era Nello Rietti, che morirà il 13 marzo ’45 nel campo di Buchenwald. Quel giorno a scuola vennero chiamati tutti i bambini presenti, ma non noi due. Chiedemmo allora spiegazioni al Preside: i nostri nomi erano in fondo ai fogli, nell’ultima pagina. Una volta fatti entrare nell’aula, ci isolarono dagli altri, i quali, una volta saputo che eravamo ebrei, iniziarono a ridere, a fischiarci, a sbeffeggiarci. Era ‘normale’, dopo 5 anni che sentivano e leggevano che gli ebrei non erano del tutto umani, considerati più simili a bestie”. Ma l’assurdità dell’ideologia antiebraica aveva intaccato anche l’umanità degli adulti, anche di persone laureate: “all’improvviso una giovane insegnante dice a me e Nello: ‘tanto non attaccherete la malattia’. ‘Quale malattia?’, chiesi. ‘Come, voi ebrei non avete la coda?’, rispose serafica, credendo davvero in quel che diceva”.

Poi nel luglio ’43 cadde il regime, ma le leggi razziali, anche con Badoglio, rimasero in vigore, e furono riprese dalla Repubblica Sociale Italiana: “per questo è corretto chiamarle non solo ‘leggi fasciste’ ma ‘leggi italiane’ ”. La notte dell’8 settembre dello stesso anno, subito dopo la firma dell’armistizio, il cugino 17enne di Cesare, Alberto, residente con la famiglia a Bolzano, esce a festeggiare. Viene riconosciuto, arrestato col padre, Renzo Carpi, portati nel carcere di Bolzano. Furono i primi ebrei italiani presi dai fascisti e consegnati ai tedeschi. La zia di Cesare, Lucia Rimini e la cugina Germana, di 16 anni, non vollero scappare. Furono presi con gli altri ebrei dell’Alto Adige la notte fra il 15 e 16 settembre. L’intera famiglia venne di fatto riunita nel campo di concentramento di Reichenau, e lì rimase fino al febbraio del ’44 quando vennero caricati su uno dei treni della morte. Solo di un’altra cuginetta, Olimpia, 3 anni e mezzo, era noto il destino: fu uccisa il giorno stesso dell’arrivo ad Auschwitz, il 7 marzo ’44, gasata e bruciata. “Grazie a un altro mio parente, lo zio Renato – ha proseguito il racconto Finzi -, io e i miei famigliari di Ferrara ci salvammo, perché scappò e venne da noi per avvisarci. La notte fra il 13 e il 14 novembre del ’43 io, lui e mio padre con una fune ci calammo dalla finestra nel cortile del vicino per scappare da fascisti e carabinieri che erano venuti a prenderci. Andammo a Gabicce – dove una persona riuscì a farci avere documenti falsi, privi del timbro di appartenenza alla razza ebraica – poi Mondaino, e poi sulle colline di Montefiore Conca. Una volta finita la guerra, sono tornato a scuola, al terzo anno del Liceo Scientifico: i miei nuovi compagni mi hanno accettato come se fossi sempre stato loro amico: è anche grazie a questo che sono riuscito ad arrivare fino ad oggi”. E’ questo il ricordo più intenso – che ancora lo fa commuovere, spezzandogli la voce –, insieme a quello della cuginetta: “ogni mattina, da 75 anni, appena mi sveglio penso alla piccola Olimpia e ai miei cari che non ci sono più”.

Antisemitismo ieri e oggi

Dopo la proiezione di un video sulla storia dell’ebraismo italiano (normalmente proiettato al MEIS), il 4 settembre nella Sala Estense hanno preso la parola Simonetta Della Seta, Direttore del MEIS, la quale ha posto l’attenzione sull’importanza di ripercorrere tutta la storia dell’antisemitismo, le cui radici sono molto lontane, e Anna Quarzi, Presidente dell’ISCO (Istituto di Storia Contemporanea) di Ferrara. Quest’ultima ha ripercorso la storia degli insediamenti ebraici in Emilia-Romagna: i primi si registrano fra l’XI e il XX secolo d. C. fra Ravenna e Rimini, ma è nel XIV secolo che l’immigrazione ebraica aumenta nella nostra Regione, dal sud Italia e dal centro-nord Europa. Anche a Ferrara, per secoli gli ebrei hanno vissuto pacificamente, in particolare furono ben accolti nel periodo di Ercole I° d’Este. I ghetti a Ferrara come in altre città emiliano-romagnole (in tutto 32 località) verranno creati successivamente, sotto lo Stato Pontificio (a Ferrara, nel 1627). Proseguendo, durante i moti risorgimentali e poi con l’unità d’Italia molti ebrei furono in prima linea, sentendosi a pieno titolo italiani, cittadini, partecipando anche in massa al primo conflitto mondiale. Fino ad arrivare, appunto, all’antisemitismo di Stato, già anticipato da una campagna d’odio e, nella nostra città, nel ’37, da una schedatura degli ebrei residenti, anticipazione, grazie all’“intraprendenza” dei funzionari locali, delle leggi razziali (o, meglio, razziste). Dopo l’intervento di Cesare Finzi e prima delle relazioni di cinque docenti formati da TOLI – Fondazione CDEC – ISCO, ha preso la parola la professoressa di Pedagogia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano Milena Santerini, che ha affrontato il tema specifico dei discorsi d’odio oggi, in particolare sul web. Antisemitismo, antigitanismo, maschilismo, islamofobia, odio contro i migranti, razzismo, sono forme d’intolleranza tra loro correlate, e vanno quindi combattute insieme: “non è vero che la scelta di un capro espiatorio mette ‘al sicuro’ altre categorie. Vale invece la logica dei vasi comunicanti, per cui l’odio si riverbera su ogni categoria considerata ‘altra’, ‘diversa’ ”, ‘inferiore’, attraverso parole e discorsi d’odio che, la storia ce lo insegna (ma spesso, come si dice, non ha allievi…), preparano le azioni. È importante dunque prevenire, non solo reprimere legalmente e legare i discorsi d’odio del passato a quelli del presente.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 13 settembre 2019

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CPIA in festa: un ponte nella città

24 Giu

Oltre 200 i presenti venerdì 21 giugno in piazza Municipale a Ferrara per l’evento di fine anno scolastico del Centro per l’istruzione degli adulti. Tanti i ragazzi stranieri protagonisti

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Una serata di festa nel cuore della città, insieme alla città. Non è, infatti, casuale la scelta del CPIA (Centro Provinciale per l’Istruzione degli Adulti) di Ferrara, di svolgere, per il secondo anno consecutivo, la propria festa di fine anno scolastico in piazza Municipale, luogo simbolo della comunità. Oltre 200 le persone presenti dal tardo pomeriggio del 21 giugno scorso per assistere ai due spettacoli preparati da studenti e insegnanti. Fabio Muzi, Dirigente scolastico, ha introdotto l’evento spiegando come la festa sia una sorta di “resoconto alla città del lavoro progettuale che con i nostri studenti abbiamo realizzato in questo anno”. Il CPIA esiste dal 2015 e ha cinque sedi nella nostra provincia, delle quali due a Ferrara (via Ravera e carcere dell’Arginone), le altre a Cento, Codigoro e Portomaggiore. Molti degli iscritti sono stranieri che frequentano i corsi di lingua italiana. Il Centro offre soprattutto una formazione base: per il diploma conclusivo del primo ciclo di istruzione, la certificazione di assolvimento dell’obbligo di istruzione, la certificazione di conoscenza della lingua italiana di livello A2, oltre a corsi di alfabetizzazione funzionale (lingue straniere, informatica, ecc) e di Italiano come L2. Non mancano però proposte laboratoriali “per dare strumenti concreti – ha proseguito Muzi -, ponti verso l’esterno, aprendo la scuola alla città, in particolare al mondo dell’associazionismo. Così facciamo integrazione, che per noi significa scambio fra culture”. La festa ha voluto evidenziare due laboratori realizzati nell’ambito del progetto “Il Giardino del Mondo”, vincitore del concorso regionale “Io Amo i Beni Culturali 2019”. Il primo è il lavoro teatrale “Il cielo è di tutti gli occhi”, realizzato con Teatro Cosquillas, che vede la regia di Massimiliano Piva e Roberto Agnelli. Di particolare rilevanza questo progetto incentrato sul quartiere Giardino della città, “dove è stato importante intervenire per affrontare e cercare di dare una risposta ai problemi di convivenza tra alcuni residenti e alcuni immigrati”, ha spiegato ancora Muzi. A seguire, un altro spettacolo ha animato la piazza Municipale, a cura di Alberta Gaiani (che è anche attrice) e di uno studente straniero. Infine, un altro lavoro realizzato durante l’anno scolastico è stato “Al Presente: ritratti contemporanei”, mostra fotografica con i lavori realizzati dagli studenti del laboratorio condotto da Ippolita Franciosi e Luca Pasqualini: un progetto nel quale giovani immigrati indagano e cercano di rappresentare la propria condizione.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 28 giugno 2019

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“Che cosa avevo fatto di male? Ebrea, la mia sola colpa era di essere nata”

14 Gen

“Ho fatto ‘la scelta’, mentre molti rimasero indifferenti”. La straziante storia nel lager di Auschwitz che la senatrice a vita Liliana Segre l’11 gennaio a Ferrara ha raccontato a più di 700 studenti della nostra provincia

[Qui e qui le pagine con gli articoli]

1“Ho fatto la scelta dolorosa di raccontare, finché ne avrò la possibilità, l’orrore che ho vissuto e visto”. Rammentare, raccontare, rielaborare, per anni, giorni infiniti, sempre con la stessa domanda, “perché?”, scandita come una nenia, un mistero, un grido eterno a Dio. Così ha fatto e sempre farà Liliana Segre, 88 anni, senatrice a vita, che ha avuto, com’è lei stessa a dire, “una sola colpa, quella di essere nata”. Lei, in quanto ebrea, non avrebbe dovuto nascere, come tutti gli ebrei e le ebree al mondo, secondo il principio malefico dal quale partiva tutta la macchina di terrore, sterminio e desolazione messa in piedi dal regime nazista, con la complicità – mai denunciata abbastanza – degli alleati (o meglio: servi), tra cui l’Italia. Quello strazio la Segre ha chiesto di poterlo raccontare, come fa ormai da diversi anni, anche agli studenti di Ferrara e provincia, presenti in 718 al Teatro Nuovo in piazza Trento e Trieste a Ferrara la mattina dell’11 gennaio scorso. L’incontro, organizzato dal Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah – MEIS, con il supporto dell’Istituto di Storia Contemporanea, è il primo pensato in vista del Giorno della Memoria 2019. All’arrivo in sala, tutti in piedi ad applaudirla, e lei, anche se di sfuggita, si è fermata a tratti per stringere la mano di alcuni ragazzini chiedendo i loro nomi. “Siete i miei nipoti ideali, ascoltatemi come se fossi una nonna”, ha esordito la Segre, una delle poche persone ancora vive a portare marchiato sull’avambraccio sinistro il numero assegnatole ad Auschwitz, il 75190. Nata a Milano il 10 settembre 1930, la Segre ha perso la madre, Lucia Foligno, quando non aveva nemmeno un anno. “Ero una bambina qualunque, felice, figlia unica in una famiglia italiana da 500 anni e profondamente inserita nel tessuto di Milano. Un giorno a tavola – era l’anno in cui avrei dovuto iniziare la terza elementare – mi dicono che sono stata espulsa da scuola. Penso di aver fatto qualcosa di molto grave. Dico: ‘perché?’, un ‘perché?’grave, che ripetevo con gli occhi pieni di lacrime. Ma anche i miei famigliari non riuscivano a trovare una risposta. Che cosa avevo fatto di male? Sono qui perché ancora non ho trovato una risposta. Da allora la vita diventa diversa, in casa mia vengono i poliziotti, ci perquisiscono, trattandoci come nemici della patria. Mia nonna mostrava loro le foto dei suoi figli soldati nella prima guerra mondiale”, per impietosirli. “Cambio dunque scuola, mi iscrivono a una privata. I parenti che ci fanno visita cercano di convincerci a fuggire in America con loro, ma i miei non vogliono, pensano che le cose si sarebbero aggiustate. Non vogliono lasciare la loro Italia. Per i bombardamenti, poi, anche noi nel ’42 ci spostiamo nelle campagne fuori Milano, ma non posso andare alla scuola pubblica. I miei coetanei mi chiedevano il perché. Io, che ho imparato a mentire, rispondo loro: ‘devo curare mio nonno’ ”. La dignità della senatrice Segre si è manifestata anche così: raccontando come si impara il male, lo si assorbe, prima incominciando a mentire, poi a diffidare, poi, come dirà, a non provare compassione per gli altri. E’ stato quindi, il suo, anche un forte mea culpa. Il suo insegnamento sta anche, però, nel far capire che si può scegliere la pietà e la vita. “Mio nonno – ha proseguito – era molto malato: io ero per lui, e lui per me. L’anno dopo lui e mia nonna vengono deportati, gasati e bruciati, per la sola colpa di essere nati”. Dopo l’8 settembre del ’43 “inizia la caccia a ogni uomo, donna, bambino o neonato ebreo. I tedeschi iniziano prelevando gli anziani dalle case di riposo. Vorrei ricordare però di quei giorni anche i ‘giusti’, anche se furono pochi, coloro che, rischiando di essere fucilati, salvarono molti ebrei: fecero la scelta”, dice proprio così la Segre. “La scelta è ciò che distingue l’uomo dall’indifferente, che è come una pecora che si fa guidare da un pastore”. Tra questi giusti, vi sono anche le due famiglie cattoliche che mi nascondono nella loro casa, e io, ingenua, e capricciosa, non voglio, però, lasciare la mia famiglia. Successivamente con mio padre tentiamo di scappare in Svizzera, ma dopo il confine ci accolgono uomini senza scrupoli, che fanno mercato delle persone, come gli scafisti di oggi. Appena arrivati, ci portano al Comando, dove il Comandante ci guarda con enorme disprezzo, come vigliacchi traditori della nostra patria. Ci rimanda allora indietro, veniamo arrestati e portati in carcere. Qui non faccio che piangere e chiedere ancora ‘perché?’. Il carcere può essere duro per un criminale adulto, provate a immaginare per una 13enne innocente. La mia sola colpa era quella di essere nata. Violetta Silvera, altra ebrea nella mia cella, mi consola. Ci portano poi prima nel carcere di Como e poi in quello di San Vittore a Milano. Ero con mio padre, nella cella 202 del 5° raggio: è l’ultima ‘casina’ che condivido con lui, che subirà, come gli altri, percosse e torture. Quando tornava in cella, ci abbracciavamo: ormai, per lui, ero come una madre, una sorella, cercava consolazione in me, non il contrario”. Qui inizia il viaggio all’inferno. “Un giorno ci dicono che dobbiamo partire per ‘ignota destinazione’: siamo in 605, ne torneranno appena 22. Ci portano nella stazione dei treni di Milano dove scopriamo che ci sono binari sotterranei, segreti, fatti apposta per la deportazione. Ci fanno salire su un carro bestiame, senza luce né acqua, solo con un secchio per i bisogni – eravamo una 50ina di persone -, un po’ di paglia. Si sente un forte odore di urina, di paura, di morte. Dopo una settimana arriviamo al campo di Auschwitz. Il viaggio – di solito si raccontano troppo poco i viaggi verso i campi di concentramento – si può dividere in tre fasi: all’inizio tutti piangono disperati. Poi c’è la fase in cui gli uomini religiosi in certi momenti si riuniscono per lodare Dio, con canti lenti, melodiosi, stupendi. Io che non ero e non sono religiosa, li guardavo con invidia perché li consideravo molto fortunati ad avere almeno il sostegno della fede. Nella terza fase, negli ultimi due giorni, non vi erano né pianti né preghiere, ma il silenzio, essenziale per chi sta per morire, unica cosa possibile, un silenzio potente, indimenticabile. Al nostro arrivo ad Auschwitz, però, viene sostituito dai rumori osceni, i fischi, latrati, comandi dei soldati nazisti. Uomini che facevano parte di quell’immenso sterminio preparato da anni, a tavolino, e del quale tutti furono responsabili, politici, imprenditori, artigiani…tanti ‘uomini di buona volontà’ che hanno messo su un ‘teatro dell’orrore’. Ma io ricordo tutto, l’odore della carne umana bruciata, le persone che ho visto morire, i mucchi di cadaveri ischeletriti fuori dal crematorio, le esecuzioni. Non posso tacere, anche se a volte sul web mi scrivono cose del tipo: ‘Vecchia schifosa, perché non muori?’. Ho fatto la scelta dolorosa, il sacrificio di raccontare finché ne avrò la possibilità. Gli uomini vengono divisi dalle donne, lascio la mano di mio padre – non ci saremmo più rivisti. Allontanandoci, mi raccomanda di stare vicino a una donna, la signora Morais, che però non rientrava nel gruppo di 31 donne (tra cui io) e di una 70ina di uomini momentaneamente ‘graziati’ dai nazisti: la sera stessa era cenere nel vento. Rimango sola, non conosco nessuno, vedo una ciminiera – non so ancora che è il crematorio -, file interminabili di baracche, fucili, filo spinato, migliaia di donne ischeletrite e rasate, che trasportano pietre. ‘Dove sono – penso – è un incubo, ora mi sveglio! Perché? Perché? Perché?’. Vediamo qualcosa di impossibile, il nostro era lo ‘stupore per il male altrui’ ”, per usare le parole di Primo Levi ne ‘La tregua’. “Non ti capaciti che hai davanti centinaia di uomini, i soldati nazisti, che non hanno fatto la scelta (di essere umani, ndr), ma che sono persone orribili. Un giorno vengo scelta come schiava in una fabbrica di munizioni Union, della Siemens, all’interno del campo. Divento uno scheletro vestito di stracci. Per tre volte in un anno passo la selezione (che i soldati nazisti compivano per scartare quelle secondo loro da uccidere perché non più in grado di lavorare, ndr). Ci denudavano e mettevano in fila, ispeziondandoci davanti e dietro, ci controllavano i denti come fossimo bestie. E io ero ‘grata’ se facevano ancora il segno ‘sì’, a significare che non mi avrebbero ucciso: ero stata orribile, vigliacca, spaventosa perché l’operaia francese, Jeanine, per la quale facevo l’inserviente portandole i canestri di acciaio grezzo, era stata scartata, dunque gasata – aveva 21 anni -, in quanto il giorno prima in un incidente si era tranciata due falangi. Io, troppo contenta del fatto che mi permettevano ancora di vivere, non avevo nemmeno considerato il fatto che lei invece veniva esclusa. Per il senso di colpa, il suo nome è quello che più volte ho ripetuto nel corso della mia vita. I nazisti erano riusciti, allora, nell’intento di farmi diventare una persona orribile, una lupa”, senza umanità. “A inizio ’45 iniziamo la ‘marcia della morte’, in seguito all’avvicinamento dell’Armata Rossa. Durante il tragitto, chi cadeva, veniva fucilato all’istante con un colpo alla testa. Io non sono mai caduta, ce l’ho messa davvero tutta, una gamba davanti all’altra. Non dite mai ‘non ce la faccio più’ – scandisce rivolta agli studenti -, se vogliamo siamo fortissimi, dovete trasformare la marcia della morte in marcia della vita, della vita che vi aspetta. E abbiate coraggio, orgoglio, non seguite i bulli: chi fa il bullo da grande può diventare un kapò. Lungo la strada – ha poi ripreso il racconto -, nemmeno un tedesco si era impietosito. A volte succhiavamo gli ossi da loro spolpati. Arrivati nel campo di Ravensbruck, eravamo amebe, ectoplasmi, senza più forme femminili, non sentivamo più niente. Il 1° maggio 1945 vengo liberata”. E’ stata una dei 25 italiani di età inferiore ai 14 anni deportati nei lager nazisti a sopravvivere, su un totale di 776. “Di colpo sentiamo un accenno di primavera, e immaginate dopo un anno di campo e quella marcia, che impressione può fare, come un miracolo, avevamo voglia pure di sentire il sapore dell’erba. Arriviamo poi in Francia dove un gruppo di abitanti, vedendoci, prova pietà per noi: è la prima volta dopo anni… Eravamo talmente ridotte male, che non capivano che eravamo giovani. Un giorno vedo passare un comandante delle SS, una persona terribile, che per camuffarsi si veste in borghese e butta le proprie armi per terra. Io, nutrita di odio e di vendetta, penso: ‘adesso mi chino, prendo la sua pistola e gli sparo’. In quel momento sono molto tentata dal farlo. Ma in un attimo capisco che non sono come lui, che ho scelto la vita. Da quel momento sono stata, e sono ancora, una donna libera e di pace”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 18 gennaio 2019

(foto Francesca Brancaleoni)

Ascensore per la scuola media a Voghiera

23 Dic
taglio del nastro

Da sinistra, Giovanni Roncarati, Chiara Cavicchi, Paolo Lupini e Laura Vecchietti

Un nuovo ascensore per agevolare gli spostamenti all’interno della scuola, e in particolare per aiutare gli alunni disabili. Ieri mattina nella scuola secondaria di I grado “L. Ariosto” di Voghiera, in via Girolamo da Carpi, si è svolta l’inaugurazione del nuovo ascensore situato nell’atrio dell’edificio.

All’evento erano presenti il Sindaco Chiara Cavicchi, l’Assessore Paolo Lupini, Giovanni Roncarati, Dirigente scolastico dell’Istituto Comprensivo “Alberto Manzi” (di cui fa parte la scuola di Voghiera), e Laura Vecchietti, coordinatrice della sede locale.

L’ascensore in vetro e acciaio è stato realizzato dall’azienda Borghi di Ferrara ed è situato a ridosso delle scale, sostituendo così il precedente montascale. Nella scuola vi sono 178 alunni divisi in otto classi (tre terze, tre seconde, due prime). Essendo le aule distribuite tanto al primo piano quanto al piano terra, ed essendovi in quest’ultimo anche le aule per la musica, l’arte e i laboratori, i frequenti spostamenti da un piano all’altro di alunni e insegnanti non sono sempre agevoli.

L’ascensore sarà quindi utile per tutti, in particolare per chi avrà impedimenti temporanei, e soprattutto per eventuali studenti con disabilità fisiche permanenti. Il Sindaco ha tenuto a sottolineare «come non abbiamo solo adempiuto a obblighi di legge, ma compiuto una scelta doverosa e sacrosanta, un investimento ulteriore per la scuola». Si è dunque svolto il tradizionale taglio del nastro, oltre al “giro di prova” compiuto dal Sindaco e da Roncarati sul nuovo mezzo.

Infine, ricordiamo un’iniziativa che coinvolge la scuola insieme all’Associazione IBO Italia: un mercatino di oggetti d’arredamento in vendita a offerta libera, il cui ricavato è destinato all’adozione a distanza di una bambina rumena della città di Panciu.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 23 dicembre 2015

Il maestro Manzi rivive nella scuola di San Bartolomeo

26 Mag
Da sinistra: Chiara Cavicchi, Annalisa Felletti, Serena Poltronieri, Giulia Manzi e Giovanni Roncarati

Da sinistra: Chiara Cavicchi, Annalisa Felletti, Serena Poltronieri, Giulia Manzi e Giovanni Roncarati

Numerosi sono gli Istituti scolastici italiani intitolati ad Alberto Manzi, insegnante e scrittore noto negli anni ’60 per la trasmissione RAI “Non è mai troppo tardi”. A questi da ieri si è aggiunto l’Istituto Comprensivo n. 7 (in via Masi, 114) di S. Bartolomeo in Bosco.

In mattinata si è svolta la cerimonia di intitolazione alla presenza del Dirigente scolastico Giovanni Roncarati, Angela Poli e Beatrice Morsiani della Biblioteca Ariostea, Roberto Farnè del Centro Studi A. Manzi di Bologna, la figlia Giulia Manzi, il Vice Sindaco di Masi Torello Serena Poltronieri, Chiara Cavicchi, Sindaco di Voghiera, Annalisa Felletti, Assessore Pubblica Istruzione di Ferrara, Mauro Vecchi, Direttore Istituzione Scolastica di Ferrara, Loretta Guidetti e Grazia Baraldi. L’esibizione dei giovani clarinettisti della scuola di musica di Voghiera ha preceduto l’intervento di Roncarati, che ha descritto Manzi come «un seminatore, in quanto ogni suo scritto era un seme» che ancora continua a dare frutti. Mentre Angela Poli ha elogiato il percorso di progettazione iniziato lo scorso gennaio, Farnè si è rivolto agli insegnanti ricordando la loro «maggiore responsabilità nel far parte di un Istituto intitolato a Manzi», e quindi l’importanza di ispirarsi  a lui e al suo metodo. Ha preso dunque la parola la figlia Giulia, che ha ricordato come i libri del padre «sono quelli coi quali sono cresciuta, che mi leggeva prima di andare a dormire». Infine, è stata premiata una bambina, Angela, di Voghiera, per aver ideato il nuovo logo dell’Istituto e ha avuto luogo il taglio del nastro ufficiale.

Un momento della cerimonia

Un momento della cerimonia

Nell’Istituto sono visitabili una decina di progetti ispirati ad alcune opere di Manzi, creati da alcune classi di Fossanova S. Marco, Masi Torello, Voghiera, S. Martino, S. Bartolomeo e Gaibanella. La giornata è proseguita alle 15.30 in Biblioteca Ariostea a Ferrara con un incontro al quale erano presenti Angela Poli, Giovanni Raminelli (insegnante, dirigente scolastico, collaboratore dell’Ufficio Scolastico Provinciale) e Giovanni Roncarati.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 26 maggio 2015

“Cronopios”, al via un nuovo progetto per il Teatro Nucleo

26 Feb

CortázarIl nuovo progetto del Teatro Nucleo prende spunto dall’autore al quale è intitolata la storica sede: Julio Cortàzar. “Storie di cronopios e di famas” è una raccolta di racconti dello scrittore argentino, che ha ispirato il nome del primo Gruppo di Teatro Comunitario per l’infanzia, il quale si chiamerà appunto Teatro Comunitario “Cronopios”. Questo progetto rappresenta l’ultimo frutto della cooperazione decennale tra il Nucleo e l’Istituto “Cosmè Tura” di Pontelagoscuro, che ha portato all’dea di questo percorso di integrazione, solidarietà e condivisione tra bambini, famiglie e realtà associative (“Il Quadrifoglio” e “Il Germoglio”).

La pratica comunitaria del Teatro Nucleo fa parte della storia di questo gruppo. La presenza del Nucleo a Pontelagoscuro da origine a progetti di partecipazione della comunità locale, a partire da quando, nel 2005, dal Nucleo e dal Comune di Ferrara vengono commissionati a due artisti argentini, Omar Gasparini e Ana Serralta, i due grandi murales che ornano le facciate del teatro, rappresentanti la storia del Nucleo e quella di Pontelagoscuro, ricostruita con il coinvolgimento dei residenti. Il Nucleo dà inoltre origine a due percorsi di teatro comunitario: il Gruppo di Teatro Comunitario di Pontelagoscuro (GTCP), diretto e coordinato da Antonio Tassinari, e Donne Comunitarie, guidato da Cora Herrendorf.

Nel 2014, dopo la scomparsa di Tassinari, l’Associazione Teatro e Comunità – Gruppo Teatro Comunitario di Pontelagoscuro decide di interrompere la collaborazione con il Teatro Nucleo. È così che ha termine il progetto originario del Teatro Comunitario coordinato da Cora Herrendorf e Antonio Tassinari, nato in seno alla Cooperativa Teatro Nucleo, con la collaborazione del Comune di Ferrara e della Regione Emilia-Romagna. Attualmente, oltre alla formazione di “Cronopios”, il Nucleo prosegue l’esperienza comunitaria in altri luoghi, tra cui Comacchio. Qui Natasha Czertok dirige e coordina il Teatro Comunitario, nato all’interno del Community Lab “La sofferenza delle donne nel mondo del lavoro”, tavolo di partecipazione alla programmazione sociale e sanitaria sostenuto da Regione, AUSL e Comune di Comacchio.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 26 febbraio 2015

Com.bus, riqualificare la città partendo dalla scuola

17 Feb

biUn progetto che intende trasformare gli spazi problematici della nostra città attraverso un coinvolgimento dal basso, in particolare di bambini, genitori e insegnanti. Si chiama “COM.bus: tecnologia e ricerca al servizio del cittadino” il programma lanciato nel settembre 2013 da due giovani innovativi, Serena Maioli e Giovanni Oliva – laureati alla Facoltà di Architettura di Ferrara rispettivamente nel marzo 2011 e nell’ottobre 2012 – e coi quali collabora l’educatrice Elena Maioli.

“COM.bus” nasce come applicazione ed evoluzione della tesi di laurea di Oliva sviluppata all’interno del Dipartimento di Architettura di Ferrara. Il progetto di Oliva e Maioli è stato selezionato all’interno di un programma di finanziamento europeo nel settennato 2007-2013 e recepito dal Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca.

Dal settembre 2013 sono stati coinvolti 186 bambini, circa 300 genitori, 20 insegnanti con nove classe di sette scuole primarie: VA e VC della Matteotti (area Viale Krasnodar), VA e  VB della Poledrelli (Quartiere Giardino), VA di Pontelagoscuro e le classi V di Baura, Cocomaro di Cona, Quartesana e Villanova. Il prossimo 9 marzo i bambini protagonisti del progetto presenteranno le loro proposte all’interno di un consiglio comunale tematico.

Serena Maioli, Elena Maioli, Giovanni Oliva

Serena Maioli, Elena Maioli, Giovanni Oliva

L’obiettivo è di realizzare, dal prossimo maggio, le nove sperimentazioni (su altrettanti spazi cittadini) ideate durante questi 18 mesi di ascolto e di progettazione. Per rendere possibile ciò, dal 9 febbraio i ragazzi responsabili del progetto hanno avviato la campagna di crowdfunding (raccolta fondi), resa ancor più necessaria dal mancato versamento, dopo 24 mesi, da parte del Ministero dei contributi previsti. È possibile fare la donazione attraverso la piattaforma Ulule (http://it.ulule.com/combus/), partecipando agli eventi organizzati dall’Associazione Bambini Aurora o attraverso i seguenti contatti: e-mail a combus@unife.it, o mobile 338-8481916.

L’obiettivo è di raggiungere la quota di 6.500 €, da dividere per le nove classi coinvolte. I soldi verranno usati, ad esempio, per coprire i costi dei materiali con cui realizzare arredi, sistemazioni del verde e delle strade, attrezzature per attività di comunità, campagne comunicative di sensibilizzazione a stili di vita sostenibili.

“COM.bus”, finanziato (sulla carta) per un ammontare di 500.000 €, prevede la collaborazione dei Dipartimenti di Architettura e Studi Umanistici (Scienze Filosofiche e dell’Educazione) dell’Università di Ferrara, Comune di Ferrara, Istituti scolastici primari, Istituzione Servizi Educativi, Urban Center, CNR di Roma e alcune aziende private attive in Italia e all’estero.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 17 febbraio 2015

Teatro Nucleo, viaggio nel sogno di Cora e Horacio

9 Feb
Horacio Czertok, Greta Marzano, Franco Campioni e Natasha Czertok

Da sinistra: Horacio Czertok, Greta Marzano, Franco Campioni e Natasha Czertok

 

La Herrendorf e Czertok fondatori del Teatro Nucleo: “Oltre lo spettacolo per esplorare il mondo”

Il Teatro Nucleo, con sede nel Teatro Julio Cortázar, assomiglia a un vulcano in perenne eruzione, un corpo in espansione che fa della sperimentazione e dell’idea di comunità i propri pilastri. Abbiamo incontrato Greta Marzano, Natasha Czertok e Horacio Czertok, fondatore, nel ’74, del Teatro Nucleo insieme a Cora Herrendorf, per parlare dei progetti del Teatro.

Innanzitutto uno sguardo al passato recente, con due progetti, Future Lab e “Succede qui”. Il primo, ci spiega Marzano, si è svolto lo scorso novembre a Wunderkammer, coinvolgendo più di 120 persone per un incontro di cittadinanza partecipata sul tema della precarietà. Sempre a Wunderkammer si svolge “Succede qui”, iniziato lo scorso novembre e ancora in programma, sotto la conduzione di  Davide Della Chiara e Natasha Czertok. Proprio quest’ultima ci racconta di questo progetto di “drammaturgia partecipata” che coinvolge cittadini del quartiere Giardino, per valorizzarlo e ripensarlo.

Partendo invece da due progetti organizzati da Horacio Czertok, “L’Ariosto incontra il carcere” e “Atlante”, si è sviluppata una riflessione più generale sul senso profondo del fare teatro. Il Nucleo parte da “un’idea di teatro che va al di là dello spettacolo in sé, ma è esplorazione del mondo”. Il teatro, nella sua essenza, riprende la filosofia “ubuntu” nata nell’Africa sub-Sahariana, come idea di “riconoscere la propria umanità nell’umanità nell’altro”. Il Nucleo ha dunque fin dalla sua fondazione questa “ossessione” di “portare il teatro a chiunque, di farlo arrivare a chi non lo frequenta e non lo conosce”. Da qui l’idea di portarlo anche ai detenuti del Carcere di Ferrara, in sinergia con diversi studenti del Liceo Classico Ariosto.

Foto di Antonio Tassinari

Foto di Antonio Tassinari

Da qui anche il progetto “Atlante”, che mette in discussione l’essenza stessa del far teatro come atto unilaterale, e quindi “violento”, a favore di una non-recitazione, di un’assenza di finzione, di sovrastrutture. Una provocazione difficile e rischiosa ma fondamentale per attuare una comunicazione fatta di feedback tra attori e spettatori, “per trovare una propria dimensione umana che la vita quotidiana non consente”.

Partendo dall’esperienza di “Ritratti”, conclusosi a dicembre, e organizzato insieme a Coop. Serena e Coop. Integrazione Lavoro, Marzano parla dell’idea di “teatro condiviso”, dove non esiste divisione tra professionisti e non: teatro quindi come ciò che “rimette in contatto con le capacità che abbiamo”. I corsi del Cortázar paradossalmente insegnano, conclude Natasha, a “decostruire, pulire lo sguardo verso di sé e verso l’altro, a togliersi una struttura, una maschera, non ad aggiungerla”.

L’amico Antonio Tassinari

Originario di Firenze, è morto lo scorso giugno, a soli 54 anni, uno dei fondatori e pilastri del Teatro Nucleo,  Antonio Tassinari. Arrivato a Ferrara nel 1981, entra nel Teatro Nucleo dopo aver conosciuto Horacio Czertok e Cora Herrendorf. Insieme a lei crea, circa quindici anni fa, il Gruppo Teatro Comunitario di Pontelagoscuro. È regista di diversi spettacoli, tra cui “Il Paese che non c’è”, “Gran Cinema Astra”, “Liber/Azione” (dedicato al 25 aprile) e “La patria nuova”.

I progetti: da “Atlante” a “Succede qui”, poi “Ambiente” per i bambini

Foto di Stefano Pavani

Foto di Stefano Pavani

  • “Succede qui”: progetto teatrale site-specific nel quartiere Giardino di Ferrara. Il laboratorio curato da Natasha Czertok e Davide Della Chiara ha ripreso lo scorso 7 gennaio.
  • Il 9 gennaio ha preso il via il laboratorio 2015 di formazione teatrale rivolto alle classi quarte della Scuola Primaria “Carmine Della Sala” di Pontelagoscuro.
  • “Atlante”: percorso di ricerca personale attraverso l’arte teatrale, curato da Horacio Czertok. La prima lezione si svolge il 14 gennaio.
  • “CORPOeAZIONEinRETE”: dal 17 gennaio all’11 aprile, seminari sulla performance contemporanea a cura di Compagnia Iris, Alice Bariselli e A/M Project, Natasha Czertok con Greta Marzano e fannybullock.
  • “L’attore sciamano”: diretto da Cora Herrendorf. Il primo percorso, “Il mistero della voce”, è in programma il 30-31 gennaio e 1 febbraio.
  • “Progetto Teatro Ambiente”: tra marzo e aprile, il Teatro apre le porte a bambini e ragazzi delle scuole primarie e secondarie di primo grado, con repliche di due spettacoli.
  • “L’albero delle memorie”: laboratorio su memoria emotiva e teatro coordinato da Cora Herrendorf, da marzo 2015 a marzo 2016, collaborazione di Horacio Czertok, Federica Zanetti e Cathy Marchand.
  • “Memorie della Madre-Terra”: parte il 4 marzo, Teatro Comunitario rivolto a bambine e bambini della scuole primarie, organizzato con l’Istituto Comprensivo Statale “C. Tura”.
  • “Luministica teatrale”: 27-29 marzo, workshop intensivo tenuto da Franco Campioni dell’Accademia Internazionale della Luce.
  • “I Teatri delle Magnifiche Utopie”: 18-19 aprile, Il CETT incontra allievi e colleghi in una due giorni di confronto per la creazione di una rete di “Teatri e Trasformazione sociale”. Coordinamento: Cora Herrendorf (Teatro Nucleo) e Federica Zanetti (Università di Bologna).
  • “Primavera del teatro”: aprile – maggio. Nel 40° anniversario della sua fondazione e in memoria di Antonio Tassinari, il Teatro Nucleo propone due settimane di studi di respiro internazionale sul teatro a sfondo sociale.

Storia del Nucleo, dalla nascita nel ’74 alla rinascita nel 2005

Foto di Luca Gavagna

Foto di Luca Gavagna

Il Teatro Julio Cortázar si trova a Pontelagoscuro, in via Ricostruzione, 40, ed è riconoscibile, fin dall’esterno, per le due facciate dell’edificio ricoperte di murales, eseguiti nel 2005 da Omar Gasparini e Ana Serralta, di Buenos Aires, insieme a diversi abitanti del paese.

Nei primi anni del secondo dopoguerra Moncini, imprenditore fiorentino, acquista l’edificio e nel ‘48 lo inaugura come cinema e salone festivo, prima col nome Astra, poi CinePo; dura così fino alla metà degli anni ’80, quando inizia la crisi delle sale da cinema paesane, e arriva l’ “uragano” argentino targato Nucleo.

Horacio Czertok e Cora Herrendorf creano il Teatro Nucleo a Buenos Aires più di quarant’anni fa, nel lontano 1974. Tre anni dopo fuggono dall’Argentina, dove governa la feroce giunta militare, e arrivano a Ferrara, dove lavorano con progetti specifici, nell’ex ospedale psichiatrico di via Quartieri: è il periodo della Riforma Basaglia. L’ospedale chiude nel 1989 e il Comune individua la loro nuova sede in quella che ancora oggi è la loro casa. Per diversi anni è sottoutilizzata, ma dal 2005, dopo vari lavori, diventa punto di riferimento per tutto il territorio, e non solo.

Il Comune di Ferrara nel 2008 permette al Teatro di dotarsi di gradinate a scomparsa (per 200 spettatori) e delle attrezzature tecniche necessarie. Il Teatro Cortázar non ospita solo la Cooperativa Teatro Nucleo, che ne è gestore, ma anche CETT – Centro per il Teatro nelle Terapie e della Scuola per Operatori Teatrali nel Sociale, la ONLUS VersoSud e l’Associazione di Promozione Sociale Teatro e Comunità, a cui fanno capo il Gruppo Teatro Comunitario di Pontelagoscuro e le Donne Comunitarie.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 09 febbraio 2015