Se la carne e il sangue del reale dimostrano che Dio non è morto

26 Feb

Alcune riflessioni su God’s not dead, film sincero (seppur mieloso)

“Il vero cavaliere della fede è un testimone, mai un maestro.”
(Søren Kierkegaard, Timore e tremore, 1843)

locCome dimostrare l’esistenza di Dio, senza scivolare sull’impervio e sdrucciolevole asfalto delle ipotesi, delle congetture, senza cadere negli agguati delle confutazioni più o meno razionali?
È la vera domanda che, a mio parere, pone God’s not Dead, film diretto da Harold Cronk, uscito nelle sale cinematografiche statunitensi nel 2014, e in Italia solo ieri, 25 febbraio 2016. La pellicola, ispirata all’omonimo romanzo di Rice Broocks, sembra ruotare attorno al rapporto, tra le mura di un college, fra un giovane allievo cristiano, Josh (Shane Harper) e il suo professore ateo di filosofia, Jeffrey (Kevin Sorbo).
Apparentemente, dunque, la trama prende le mosse dall’eterna diatriba, in termini razionali e scientifici, tra il “god is dead” del professore e il “God’s not dead” dello studente. In realtà, però, le varie vicende che coinvolgono i personaggi fanno riflettere molto più a fondo delle, seppur interessanti, disquisizioni accademiche. La vita, insomma, tanto nella sua spietatezza quanto nella sua imprevedibile bellezza, riesce a mostrare la verità del reale, a mettere in moto la ricerca sul senso ultimo delle cose.

A tal proposito, un passo del sopracitato Kierkegaard risulta più che mai chiaro:
“La questione di ciò ch’è il Cristianesimo si deve quindi porre ma non in forma erudita e neppure parzialmente con il presupposto che il Cristianesimo sia una dottrina […]. La questione deve perciò essere posta sul piano dell’esistenza […]. Sarebbe certamente una contraddizione ridicola se un uomo esistente, che domanda sul piano dell’esistenza com’è il Cristianesimo, dovesse consacrare tutta la sua vita a macerarsi su queste riflessioni: perché quando allora costui si deciderebbe a esistere da cristiano?” (Søren Kierkegaard, Postilla conclusiva non scientifica alle briciole filosofiche, 1846)

Un’eccessiva considerazione delle facoltà intellettuali – con un conseguente approccio manipolatorio sul reale – porta un uomo di cultura, com’è Jeffrey, a dichiarare: “Scienza e ragione hanno sostituito la superstizione religiosa, e stiamo tutti meglio”. Oppure, una giovane giornalista a rispondere al terribile annuncio di un male incurabile con queste parole: “Non ho tempo per il tumore”. Come dire che un rapporto distorto col reale, con noi stessi, con la vita ci porta ad attuare una continua rimozione, anche quando la realtà si impone in modo così duro.

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Un fotogramma del film

Una realtà che disturba, perché ci ricorda cosa sia il vero meditare – non astruse congetture, ma le domande fondamentali sulla vita e sulla morte, la sofferenza, la propria fragilità, la speranza. Così, può disturbare pensare alla possibilità che Dio non sia morto, che Dio non possa morire (che poi si accompagna alla nota espressione di Gabriel Marcel: “Ama chi dice all’altro: ‘Tu non puoi morire’ “).
Nello svolgersi di quotidianità svuotate di senso, la realtà arriva a disturbare anche un tranquillo, e cinico, aperitivo tra amici in un interno borghese (la casa nella quale convivono Jeffrey e la sua giovane compagna cristiana, Mina). Sconvolge, insomma, le nostre “comode” nevrosi, le nostre infinite e disperanti ossessioni produttive e idolatriche. Ci permette di evadere, come dice nel film un’anziana affetta da demenza senile, dalla “prigione dorata che il diavolo ci concede”, per incontrare il volto striato di sangue di Jeffrey agonizzante sull’asfalto, o quello deturpato da lacrime di dolore della giornalista ormai prossima alla prematura morte.
“Credere o non credere”, questo è l’aut aut che si pone a ogni persona, il rischio necessario da affrontare, la sfida suprema, esistenziale prima che meramente intellettuale, per non disperare, senza nemmeno esserne coscienti, per non essersi mai veramente posti davanti al proprio destino.
“Di fronte alla questione di Dio, l’uomo non ha l’agio di restare neutrale. […] La questione di Dio è ineludibile, non sopporta astensioni”, scriveva papa Benedetto XVI in L’Europa di Benedetto nella crisi delle culture (2005). Da qui, inevitabile, la scelta più “scandalosa”:

“L’uomo è costretto a dire sì, oppure no. Per il fatto che viene raggiunto dalla notizia che un uomo ha dichiarato: «Io sono Dio», l’uomo non può disinteressarsene […]. Un uomo non può accettare passivamente di essere distolto, distratto da un problema del genere.” (Don Luigi Giussani, All’origine della pretesa cristiana, 1988)

Andrea Musacci

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