A Ferrara presentato il libro “La scala mistica”: riflessioni
Molti quando sentono pronunciare il termine “mistico” pensano a qualcosa di distante, fumoso, per pochi eletti. Ma sbagliano: l’incontro col Signore è un’esperienza intima che ognuno può vivere.Certo, non qualcosa di immediato, ma di sicuro di possibile. Di questo e altro si è discusso nel pomeriggio dello scorso 19 gennaio nella Sala Agnelli della Biblioteca Ariostea di Ferrara in occasione della presentazione del libro “La scala mistica. Intelligenza e amore nella mistica d’Occidente dalle origini al Medioevo”, secondo di un dittico e curato da Giovanni Giambalvo Dal Ben, con prefazione di Antonella Lumini (ed. Le Lettere, 2024). Una 40ina i presenti che hanno ascoltato le voci dei due relatori, introdotti e moderati da Marcello Girone Daloli, ideatore del ciclo “Incontri con la Spiritualità applicata”.
Giambalvo Dal Ben è medico e oblato della Comunità Mondiale per la Meditazione Cristiana, mentre Lumini è una scrittrice ed eremita urbana in Firenze, dove da oltre quarant’anni porta avanti un’esperienza di vita ispirata alla pustinia (“deserto” in lingua russa).
La scala, dunque, come simbolo mistico, quindi, ha riflettuto Giambalvo – «di unione fra terra e cielo, in entrambe le direzioni: per l’uomo affinché raggiunga Dio, per Dio che scende verso l’uomo». «Un’ascesi» possibile per ognuno, «un viaggio di purificazione e al tempo stesso di conoscenza nella gioia». Una «ricerca del distacco e dell’intima vicinanza tipiche della fede, tra sentimento e ragione». E, questo presentato, «un libro con una pluralità di voci», cristiane, di altre religioni o filosofie, perché «non esiste un’unica via per arrivare al divino». I due «montanti» della scala della mistica «sono Platone e il Vangelo secondo Giovanni»: filosofia antica e fede cristiana, quindi, come pilastri di questa costruzione, per poi arrivare a Plotino, Origene, Gregorio di Nissa, Pseudo Dionigi, Cassiano, Basilio e Giovanni Climaco con la sua di scala mistica, Giovanni Scoto Eriugena, e molti altri. Senza dimenticare la scala nel sogno di Giacobbe (Genesi 28, 10-17), e il Cristo che sale la scala della Croce nell’affresco presente nel coro del Monastero ferrarese di S.Antonio in Polesine.
La mistica unisce quindi fede e ragione, filosofia e Sacra Scrittura e parte – ha poi preso la parola Lumini – con Platone e la sua concezione della meta della persona come un «ritorno all’origine, al divino, all’Assoluto»;un Dio «totalmente indeterminato che annienta l’individuale». Al contrario, nella Bibbia Dio è «creatore» e quindi «strettamente connesso con le sue creature», fino al cristianesimo in cui il divino si incarna nell’umano.
La mistica – ha proseguito Lumini -, nella sua origine va intesa come «una forma intima di teologia, che chiede silenzio, introspezione, il partire da sé, dunque un’esperienza profondamente connaturata all’umano, di incontro col divino». Non può dunque non essere una «mistica esperienziale», cioè «vissuta», non un mero lavoro intellettuale.Ed è quindi «una possibilità per ognuno, non riservata a pochi eletti». È «un’esperienza diretta, uno stile di vita», è qualcosa di «sperimentabile», è «lo stare in ascolto del desiderio profondo che ci abita: il desiderio del Vero e del Bello, in un cammino di trasformazione». Per questo, lo stesso Vangelo giovanneo è dominato da una «mistica dell’amore», in esso tutto gira «intorno alla dinamica trinitaria, che è una dinamica di amore, alla quale siamo chiamati a conformarci, ascoltando la Parola e custodendola». Mistica dell’amore che è dunque anche una «mistica dell’ascolto e della visione» (credere per vedere e vedere per credere), l’«osservare e ascoltare il Verbo che non conosciamo ma che ci prende, ci tiene». «Attenzione e ascolto» quindi sono decisivi, per arrivare poi alla «contemplazione» e alla «preghiera pura». Quella cristiana è, perciò, una «mistica incarnata», dove non vi è (come in Platone) distacco dalla materia ma «un processo di deificazione che richiede quiete, silenzio, purificazione del cuore, spoliazione e desiderio di abbandono». Insomma – ha aggiunto Giambalvo – «tutto ciò che rende possibile l’intervento della Grazia».
Andrea Musacci
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 30 gennaio 2026
A Ferrara la tesi di Ernesto C. Sferrazza Papa: «niente assurdo, lo scrittore è un iperrealista»
“Le promesse della vergogna. Esperimenti su Kafka” (Rosenberg & Sellier, Torino 2025) è il nome del saggio dello studioso Ernesto C. Sferrazza Papa (Università di Roma “La Sapienza”), da lui presentato lo scorso 16 ottobre in Biblioteca Ariostea a Ferrara.La conferenza organizzata da Istituto Gramsci e Isco Ferrara ha visto la presentazione a cura di Micaela Latini (Università di Ferrara) e l’introduzione di Filippo Domenicali (Istituto Gramsci Ferrara).
Proprio quest’ultimo ha riflettuto su come dal libro di Sferrazza Papa emerga un Kafka «illuministico – nel senso di Adorno e Horkheimer – e demistificator»e.Insomma, il suo non è pessimismo ma «teoria critica», e quindi la vergogna nei suoi scritti è «progressista, apre a una speranza possibile».
«Kafka è uno dei pochi autori a poter “vantare” il fatto di esser diventato un aggettivo, “kafkiano” – ha detto l’autore -, che richiama un’oppressione assurda operata da un potere contro il quale è difficile ribellarsi». Un aggettivazione, quindi, che richiama «un’assenza di speranza, una resa al mondo così com’è». Ma quest’aspetto, pur presente, per Sferrazza Papa «non esaurisce l’opera di Kafka»: vi è in lui, infatti, «un moto di rivalsa nei confronti del potere, un’istanza critica», soprattutto ne Il processo. È, infatti, «attraverso la vergogna che Kafka attacca il potere». Quella vergogna che, nella nota Lettera al padre (mai recapitata al destinatario) è «effetto di una strutturale incapacità del figlio a rispondere alle aspettative del padre, quest’ultimo simbolo della legge e del potere come struttura colpevolizzante». Ne Il processo è «come se la vita non potesse non essere di per sé colpevole». Il tribunale segreto che giudica il protagonista, per l’autore «ricorda la Santa Vehme», tribunale nato nella Germania medievale, parallelo a quello ordinario e che «si autoattribuiva la facoltà di condannare a morte persone sfuggite al sistema giudiziario ordinario».
Insomma, «Kafka non è come normalmente si pensa un narratore dell’assurdo ma anzi un iperrealista: egli sa, infatti, che esiste una razionalità nascosta, occulta».
Ed è proprio nella scena finale del Processo che si accenna a questa vergogna che sembra dover «sopravvivere» al protagonista Josef K., poco prima che questi venga giustiziato. In Kafka, dunque, la vergogna «ha un valore dialettico»: da una parte, c’è la vergogna «passiva, che chiude in sé stessi», cioè quella «davanti agli altri, causata dal loro sguardo giudicante»; dall’altra, esiste la vergogna «attiva, che trasforma il mondo», quella «per gli altri», cioè il vergognarsi di ciò che gli altri dicono o compiono. Quella di cui si accenna nel finale del romanzo è questo secondo tipo di vergogna, forse da attribuire a quella misteriosa figura umana che si sporge dalla finestra di fronte. La finestra, certo, già di per sé «simbolo di un oltre, di un’apertura verso qualcun altro, apertura che squarcia il reale inteso come mera manifestazione, apertura a un altrove». Finestra, quindi, come simbolo di «un interessarsi al mondo, di un affacciarsi al mondo per partecipare alla realtà, senza isolarsi». Simbolo, insomma, «di emancipazione, di solidarietà», richiamo all’esistenza di un testimone che può testimoniare. Testimone attivo «che è – che può essere – ogni persona che legge il romanzo».
Andrea Musacci
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 24 ottobre 2025
La scrittrice ebrea ungherese, 94 anni, sopravvissuta ad Auschwitz e ad altri campi di sterminio nazisti, si è collegata con Ferrara dalla sua casa a Roma per il festival “MENS-A”. «Uccidere è anche sempre un suicidio e l’odio non ha limite: anche per questo fino all’ultimo andrò nelle scuole a raccontare ai giovani cos’è stata la Shoah». E poi: «laPalestina deve avere uno Stato ma oggi odiare Israele è diventato una moda»
di Andrea Musacci
Il dolore sempre vivo per l’orrore visto e vissuto nei campi di concentramento nazisti.Il dolore e l’amarezza per il conflitto Israele-Hamas. E la commozione nel ricordo del marito Nelo Risi. È stata una mezz’ora particolarmente intensa quella vissuta nel pomeriggio dello scorso 2 ottobre nella Sala Agnelli della Biblioteca Ariostea di Ferrara in compagnia di Edith Bruck, scrittrice, poetessa, regista e testimone della Shoah, collegatasi in video dalla sua casa di Roma. Occasione, l’incontro “Visione e ricordo del mondo”, parte del festival di arte, filosofia e letteratura “MENS-A 2025” che si svolge in diverse città. L’incontro ha visto i saluti di Chiara Scaramagli (Assessora Comune di Ferrara) e di Marco Bresadola (Direttore Dipartimento Scienze Umane, UniFe). A seguire, l’interessante riflessione di Antonino Falduto (docente di Filosofia Morale, UniFe) sul tema dell’incontro.E quindi il video collegamento con Edith Bruck, intervistata dalla Direttrice scientifica Beatrice Balsamo.
PRIMA DELL’ITALIA
Edith Steinschreiber (poi Bruck dal cognome acquisito in Israele dal secondo marito sposato per evitare il servizio militare obbligatorio), nasce nel 1931 a Tiszabercel, e cresce a Tiszakarád, piccolo villaggio ungherese ai confini con la Slovacchia. È l’ultima dei sei figli di una povera famiglia ebraica. Conosce, fin dall’infanzia, l’ostilità e le discriminazioni che nel suo Paese, come nel resto d’Europa, investono gli ebrei. Nella primavera del ’44 dal ghetto di Sátoraljaújhely viene deportata ad Auschwitz e poi in altri campi tedeschi: Kaufering, Landsberg, Dachau, Christianstadt e, infine, Bergen-Belsen, dove verrà liberata, insieme alla sorella, nell’aprile del 1945. Non faranno ritorno invece la madre, il padre, un fratello e altri familiari. Dopo la liberazione da parte degli anglo-americani tenta il rientro in Ungheria, nella sua casa.Ma le difficoltà non sono finite con la guerra. Nel 1946 raggiunge quindi in Cecoslovacchia una delle sue sorelle maggiori, salvate da Perlasca a Budapest, ma il tentativo di ricongiungimento fallisce. Nel settembre del 1948 si reca in Israele ma nel 1954 – impossibilitata ad inserirsi e a riconoscersi nella situazione segnata da conflitti e tensioni – giunge in Italia stabilendosi a Roma, dove ancora oggi risiede.
UNA POZZANGHERA DI BENE
«La memoria non è mai solamente storia autobiografica, privata ma anche storia della propria epoca»: così ha esordito Bruck nel suo intervento a Ferrara. «Dopo la liberazione del campo di Auschwitz – ha raccontato – sono tornata ma nessuno voleva ascoltare ciò che avevo da raccontare.Io però ero gonfia di parole.Ho iniziato quindi a dirmi: “allora userò la carta per esprimermi…”.Così ho iniziato a scrivere. Il primo libro l’ho scritto in Ungheria ma poi sono venuta a vivere in Italia e qui l’ho concluso. È stato pubblicato nel 1959. Da allora non ho mai smesso di scrivere. E Bruck ha annunciato come a breve (il 14 ottobre, per la precisione) uscirà per La nave di Teseoil suo nuovo romanzo L’amica tedesca.
«Non sono nemmeno in grado di dire tutto il male che ho visto e ho vissuto sulla mia pelle», ha proseguito. «Da oltre 60 anni vado nelle scuole per raccontare. Sono sempre grata ai tanti ragazzi che mi ascoltano. Bisogna raccontare loro queste cose, per il loro bene, per il loro futuro, per cercare minimamente di migliorare il mondo». Papa Francesco mi disse: “è importante anche solo una goccia di bene in questo mare nero…”. Beh, io penso di aver fatto una pozzanghera!». E citando il Giubileo ha aggiunto: «il mio cuore è una porta santa, che non odia nessuno. L’odio, infatti, è sempre un boomerang: se odi sei sempre teso, arrabbiato.Io invece sono sempre serena, ma non indifferente». Purtroppo – è la sua amara riflessione – «la xenofobia ci sarà sempre, cioè ci sarà sempre qualcuno che non riconosce l’altro come altro da sé, nella sua diversità. Ma non esistono vite di serie A e vite di serie B. Possiamo imparare molto da chi è diverso da noi, possiamo sempre uscirne arricchiti dall’incontro con l’altro».
IL DRAMMA DI GAZA
Le domande di Balsamo sono poi andate sul conflitto in corso a Gaza: «sono molto triste, preoccupata, desolata», è stato il commento di Bruck. «Provo molto dolore e non so come si possa uscirne.Non ci sarà pace finché accanto alloStato di Israele non ci sarà lo Stato di Palestina. Purtroppo l’odio cresce e non sappiamo bene come curare questa malattia. Ma ognuno di noi può fare qualcosa, anche se poco». Riguardo al piano di pace proposto da Trump ha aggiunto: «magari venisse concretizzato, ma non ci credo molto, dato che c’è sempre qualcuno contrario…». In questo caso, i terroristi di Hamas. Rispondendo a una domanda dal pubblico, ha poi così commentato l’azione della Global Sumud Flotilla: «Spero non ci siano danni e che riescano a consegnare il cibo ma – ha aggiunto – oggi purtroppo va molto di moda odiare Israele.Israele, invece, ha tutto il diritto di esistere, come lo ha la Palestina.Non so come e quando ci si arriverà, ma spero si arrivi a “due popoli e due Stati”». «Nel mondo, però – ha proseguito – sono in corso oltre 50 guerre ma noi pensiamo solo a quelle vicine a noi. L’uomo non riesce a far altro che a suicidarsi, perché più si uccide più si muore dentro. L’uomo è nemico di sé stesso. Sembra che la vita non abbia il grande valore che invece ha».
«AMARE È CURARE CHI SI AMA, SEMPRE»
Un’altra domanda a Bruck proveniente dal numeroso pubblico presente è stata quella rivolta da un ragazzo, Lamberto, di 19 anni: «ci dia un consiglio su come oggi poter ricordare e raccontare la tragedia della Shoah». «Non saprei ma spesso nelle scuole viene insegnata male e in generale se ne parla troppo poco. Io la racconto per difendere i giovani, perché non capiti più. E – come disse Primo Levi – la possiamo raccontare mille volte ma non potrà mai essere del tutto compresa. Ho paura non per me ma per il domani: l’odio non ha limite». Infine, una domanda sul tema dei femminicidi e dell’amore di coppia: «l’amore – ha commentato Bruck – è la migliore medicina che ci può essere.Significa stare vicini a una persona con tutto sé stesso. Per dieci anni – ha raccontato con commozione – ho assistito mio marito (Nelo Risi, poeta e regista, morto nel 2015, ndr) malato di Alzheimer: sono stati gli anni più belli della mia vita, perché non mi sono mai sentita così indispensabile. In quei lunghi anni, è come se lo avessi messo al mondo ogni giorno.Questo è amare: prendersi cura della persona che si ama, fino all’ultimo respiro». Qui la sua voce si spezza, ma riprende subito: «è importante assistere i vecchi, ed è importante soprattutto assisterli a casa, non in una struttura. E forse ho questa attenzione verso gli anziani anche perché i miei genitori non li ho potuti vedere invecchiare, essendo morti a 48 anni ad Auschwitz».
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 10 ottobre 2025
ERNST CASSIRER. 80 anni fa moriva il noto filosofo tedesco. Postumo, uscì nel ’46 un suo saggio sugli aspetti irrazionali e «demoniaci» insiti anche nei moderni poteri statali. Un’analisi dura che ancora oggi può farci molto riflettere
di Andrea Musacci
Nella primavera del 1945 moriva improvvisamente uno dei più importanti filosofi del Novecento, Ernst Cassirer. Ebreo e neokantiano, non ha mai potuto vedere la pubblicazione del suo “Il mito dello stato”, da lui scritto tra il 1944 e il ’45 e concluso e copiato dal suo manoscritto pochi giorni prima della sua morte improvvisa che lo colse il 13 aprile all’età di 71 anni. L’opera è stata pubblicata nel ’46.
EBREO IN FUGA DAL NAZISMO
Nel 1906 grazie a Wilhelm Dilthey, Casasirer conseguì l’abilitazione all’Università di Berlino, dove fu a lungo libero docente. A causa delle sue origini ebraiche ottenne solo nel 1919 una cattedra nella neofondata Università di Amburgo, di cui divenne più tardi rettore (1929-30), e dove tra l’altro fu supervisore delle tesi di dottorato di Leo Strauss e Joachim Ritter. Essendo di origini ebraiche, con l’avvento del nazismo nel 1933 dovette lasciare la Germania, insegnò a Oxford dal 1933 al 1935 e fu professore a Göteborg dal 1935 al 1941. In quegli anni fu naturalizzato svedese ma, ritenendo ormai anche la neutrale Svezia poco sicura, si recò negli Stati Uniti d’America, dove fu visiting professor nell’Università di Yale, nel New Haven, dal 1941 al 1943 e docente alla Columbia University, New York dal 1943 fino alla morte. Dopo essere uscito dalla tradizione della Scuola di Marburgo del neokantismo, ha sviluppato una filosofia della cultura come teoria fondata sulla funzione dei simboli nel mito, nella scienza, nella religione, nella tecnica. Ad Amburgo ha collaborato attivamente alla biblioteca di Aby Warburg. Scrive il filosofo statunitense Charles W. Hendelnella premessa all’edizione americana de “Il mito dello stato” (1946): «In tutto ciò che egli intraprendeva c’era una costante dimostrazione delle interdipendenze delle diverse forme della conoscenza e della cultura umane. Egli possedeva, cioè, il genio della sintesi filosofica, oltre che l’immaginazione e la dottrina dello storico».
IL RAZZISMO DI GOBINEAU
Nel libro, Cassirer dopo un’analisi del mito e della «lotta» contro di esso nelle diverse teorie politiche nel corso dei secoli, analizza prima il “culto dell’eroe” di Thomas Carlyle, filosofo scozzeze del XIX secolo e poi il noto saggio di un contemporaneo di quest’ultimo, “Saggio sull’ineguaglianza delle razze umane” del conte francese Joseph Arthur de Gobineau. Secondo quest’ultimo, la storia è una scienza e – scrive Cassirer -, sempre secondo Gobineau, «ora, il sigillo è violato e il mistero della vita umana e della civiltà umana ci si rivela, poiché il fatto della diversità morale e intellettuale delle razze è evidente». Prosegue Cassirer nella sua critica al francese: «Una delle sue convinzioni più salde è che la razza bianca sia la sola che abbia avuto la volontà e la forza di costruire una vita culturale (…). Le razze nere e gialle non hanno vita propria, non volontà, non energia. Non sono altro che materia morta nelle mani dei loro padroni, la massa inerte che deve essere mossa dalle razze superiori». Prosegue poi Cassirer: «La nostra idea moderna dello stato totalitario era del tutto aliena allo spirito del Gobineau (…)». Tuttavia, egli «appartiene al novero di quegli scrittori che, in modo indiretto, più hanno fatto per preparare l’ideologia dello stato totalitario. Era il totalitarismo della razza che tracciava la strada alle posteriori concezioni dello stato totalitario». E tutto ciò, prosegue Cassirer, nonostante Gobineau fosse «un devoto cattolico»: infatti, «il più potente avversario di Gobineau, si capisce, era la concezione religiosa dell’origine e del destino dell’uomo». La sua teoria, insomma, era «in contraddizione flagrante con gli ideali etici della religione cristiana».
Cassirer prosegue poi la propria analisi, arrivando a parlare del presunto legame tra razzismo e nazionalismo: «A noi sembra naturale stabilire un legame fra razzismo e nazionalismo. Siamo persino portati a identificarli. Ma questo non è corretto, né dal punto di vista storico né da quello sistematico (…). Questa distinzione diventa chiarissima» nell’opera di Gobineau, aristocratico e nostalgico del feudalesimo, che «non era affatto un nazionalista, e non era nemmeno un patriota francese». Rimane il fatto che il suo «mito della razza ha lavorato come un potente corrosivo, ed è riuscito a dissolvere e disintegrare tutti gli altri valori».
LO STATO TOTALITARIO TRA MITO, MAGIA E CULTO DEL CAPO
Venendo al Novecento, Cassirer arriva quindi a spiegare come «nelle situazioni disperate l’uomo farà sempre ricorso a mezzi disperati, e i miti politici dei nostri giorni sono stati altrettanti mezzi disperati di questo genere». Nelle crisi della vita sociale, quindi, «è ritornata l’ora del mito», contro ogni forma di «organizzazione razionale» stabilita. Il mito, quindi – con le sue «potenze demoniache» – «non è stato realmente vinto e soggiogato». Riprendendo la definizione dello studioso francese Edmond Doutté (1867-1926) – il mito è «il desiderio collettivo personificato» – Cassirer scrive a proposito del culto del capo e della dittatura del suo tempo: «L’esigenza di un capo appare soltanto quando un desiderio collettivo ha raggiunto una forza travolgente, e quando, d’altro lato, tutte le speranze di soddisfare questo desiderio in una maniera ordinata e normale sono fallite». In questi momenti, «l’intensità del desiderio collettivo si incarna nel capo»; legge, giustizia e Costituzione non valgono più niente. «Ciò che soltanto rimane è il potere mistico e l’autorità del capo, e la volontà del capo è la legge suprema».
Razionalità e mito si confondono nella moderna politica totalitaria: è la «nuova tecnica del mito»: «L’uomo politico moderno ha dovuto combinare in sé stesso» due funzioni tra loro diverse: «egli è il sacerdote di una nuova religione, del tutto irrazionale e misteriosa», appunto perché fondata sul mito. «Ma – prosegue Cassirer – quando deve difendere e diffondere questa religione, egli procede in modo estremamente metodico. Nulla è lasciato al caso». Così il «vero riarmo», il primo in ordine temporale, della Germania nazista non fu quello militare ma «cominciò coll’inizio e con lo sviluppo dei miti politici» che portarono a un «riarmo mentale». Inoltre, questi miti politici moderni portano anche a una «trasformazione del linguaggio umano. La parola magica prende la precedenza sulla parola semplice».E portano anche alla creazione di «nuovi riti»: «poiché, nello stato totalitario, non c’è nessuna sfera privata indipendente dalla vita politica, tutta la vita dell’uomo viene improvvisamente inondata da un’alta marea di nuovi riti». L’analisi di Cassirer è lucida e impietosa: «non c’è niente che abbia maggiore probabilità di addormentare tutte le nostre forze attive, la nostra capacità di giudizio e di discernimento critico, e di sopprimere il nostro sentimento della personalità e della responsabilità individuale, quanto il compimento costante, uniforme e monotono degli stessi riti». Adifferenza dei pur terribili poteri del passato, i miti politici moderni «non hanno cominciato con l’esigere o proibire certi atti. Si sono invece proposti di cambiare gli uomini, per poter regolare e controllare i loro atti»: hanno agito quindi come «un serpente che cerca di paralizzare la propria vittima prima di attaccarla». Così, la «sfera di libertà personale» viene annichilita.
Infine, ma non meno importante, Cassirer analizza come la «vita politica moderna» abbia “attualizzato” forme antiche di divinazione: «L’uomo politico diventa una specie di pubblico negromante. La profezia è un elemento essenziale della nuova tecnica di governo (…); l’età dell’oro viene annunciata di continuo».
L’insegnamento finale di Cassirer è da meditare profondamente anche oggi, nelle “secolarizzate” e postmoderne società avanzate del XXI secolo: «Tutti noi abbiamo avuto tendenza a sottovalutare questa forza» dei miti politici moderni: all’inizio «li trovammo così assurdi ed incongrui, così fantastici e ridicoli, che quasi non potevamo indurci a prenderli sul serio. Ormai è diventato chiaro a noi tutti che questo era un grande errore. Non dovremmo commettere l’errore una seconda volta».
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Marco Bertozzi e il ruolo della filosofia contro il mito
“Ernst Cassirer e il mito dello stato” è stato il tema al centro della conferenza di Marco Bertozzi svoltasi lo scorso 26 settembre nella Sala Agnelli della Biblioteca comunale Ariostea di Ferrara. Introdotto da Filippo Domenicali (Istituto Gramsci di Ferrara, che assieme all’Isco ha organizzato l’iniziativa), Bertozzi ha svolto un’ottima introduzione de “Il mito dello stato” del filosofo tedesco.Ricordiamo che Bertozzi è docente di “Storia della filosofia politica” a UniFe, Direttore dell’Istituto di Studi Rinascimentali di Ferrara e Presidente del Comitato scientifico del Centro internazionale di cultura “Giovanni Pico” di Mirandola.
Cassirer – ha spiegato Bertozzi – nel ’44-’45 ha la percezione che il potere mitico abbia avuto un «potere schiacciante». Questa «specie di stregoneria, di incantamento» è stato dal potere moderno «sfruttato e tecnicizzato» per manipolare le masse convincendole che la vera libertà stia nell’essere sudditi – più che cittadini – di un potere totalitario. Per il tedesco, in politica viviamo sempre su un terreno «vulcanico», dominato cioè da «forti caratteri emozionali e irrazionali». Bertozzi ha quindi citato una novella di Thomas Mann, “Mario e il mago” (1930), per sottolineare in Cassirer l’insistenza del forte potere di suggestione, «magico» appunto, che il potere può avere. Il relatore ha poi citato il noto testo “Il tramonto dell’Occidente” (1918) di Spengler, dove quest’ultimo spiega come la nascita di una cultura sia sempre un «atto mistico», qualcosa di legato al «destino», cioè a qualcosa di «inevitabile». L’analisi di Cassirer è stata poi da Bertozzi confrontata con alcuni passaggi di Heidegger in “Essere e tempo” (1927) è l’idea di «destino comune». In conclusione, anche la riflessione di Cassirer – pur esponente del cosiddetto “neoilluminismo” – è connotata da una rilevante negatività:il mito – per lui – è qualcosa di «invulnerabile», che «la filosofia, la razionalità può solo aiutare a conoscere, a riconoscere e quindi a combattere». Forse non è poco, ma di sicuro c’è bisogno di altro per salvarci dal rischio del totalitarismo.
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 3 ottobre 2025
L’intervento di Federico Varese in Ariostea va a toccare punti etici delicati
Dove porre il limite che ci permette di indicare qualcuno come “colpevole” rispetto al male compiuto dal potere? A partire da questa insidiosa e complessa domanda si è mossa la riflessione di Federico Varese lo scorso 30 gennaio nella Biblioteca Comunale Ariostea di Ferrara (foto sotto). “Colpa organizzata e responsabilità universale: Hannah Arendt, ieri e oggi” il titolo dell’incontro (che ha visto un’ampia presenza di pubblico e la presentazione e moderazione di Paola Zanardi) organizzato dall’Associazione “Amici della Biblioteca Ariostea”. Nato a Ferrara, Federico Varese è professore di Criminologia e Direttore del Dipartimento di Sociologia dell’Università di Oxford, oltre che collaboratore di “Repubblica” e del “Times Literary Supplement”.
“Colpa organizzata e responsabilità universale” è il nome del saggio della pensatrice tedesco-statunitense pubblicato nel 1945. In esso, Arendt riflette innanzitutto sulla «strategia del sistema totalitario nazista di distruggere ogni zona neutra nella vita quotidiana, rendendo così ogni cittadino “colpevole”, corresponsabile del sistema genocidario». Riuscendo, cioè, «a trasformare il “padre di famiglia” in “boia”». A tal proposito, Arendt distingue tra «responsabili» – coloro che attivamente favorirono e sostennero l’ascesa al potere di Hitler – e «colpevoli», coloro cioè che sono stati in qualche modo parte della macchina di sterminio, ad esempio in un qualche punto del livello burocratico. «L’Olocausto – ha proseguito Varese citando Arendt – ci fa quindi dubitare che possa esistere la legge morale kantiana dentro ogni persona». Milioni di tedeschi, infatti, «hanno cambiato morale come si cambia un abito».
Il male radicale (che comprende dunque anche quello noto come “banale”, cioè fatto di tanti, minuscoli aspetti anche quotidiani) deve dunque diventare «problema universale»: ogni persona al mondo dovrebbe, cioè, «vergognarsi» per ciò di cui sono stati responsabili i tedeschi.In questo senso la vergogna – a differenza della colpa – è «universale», è «un’emozione sociale, condivisa, che può portare a una risposta etica». Anche oggi, però, «il rischio di perdere il senso della vergogna è altissimo». Un possibile antidoto sta, secondo Varese, nella «riscoperta e nell’espressione delle emozioni, a partire dall’amore». Livello emozionale che deve andare di pari passo – se non incentivare – quello razionale. E su quest’ultimo livello si è mosso Varese nell’analizzare due aspetti fondamentali del regime nazista, come di tutti i regimi, incluso quello putiniano che domina la Russia da un quarto di secolo con un’ideologia nazionalista sempre più marcata che recupera elementi filonazisti, sovietici, zaristi e dell’ortodossia cristiana: il primo, quello dell’«identità» che, secondo Varese, è «un costrutto artificiale sempre funzionale a determinati fini politici. Possono esistere teorie generali» sui popoli e gli Stati ma «non esistono le identità collettive, che quindi vanno decostruite a partire dalle scienze sociali». E, secondo – legato al tema dell’identità -, quello del «confine etnico» che definisce la stessa identità (il dividere il “noi” dal “loro”) e che è più importante dello stesso «contenuto culturale» dell’ideologia identitaria.
L’interessante analisi di Varese lascia spazio a riflessioni aperte, che richiederebbero tempi ben più ampi. Innanzitutto, una domanda: ognuno è colpevole anche solo per non aver combattuto il male, o per non averlo sufficientemente combattuto? Ma in tal caso chi decide se un singolo, in un determinato contesto, ha fatto il possibile per denunciare e lottare contro il male? Affinché quindi questo giusto e doveroso richiamo alla coscienza personale non si trasformi a sua volta in rigido moralismo, vi è bisogno non di un approccio giustificatorio ma di pietà, dello sforzo cioè di unire la denuncia al perdono.
Andrea Musacci
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 7 febbraio 2025
Conferenza di Piero Stefani lo scorso 13 gennaio in Biblioteca Ariostea a Ferrara: «la fratellanza qui si intende come luogo della responsabilità, del prendersi cura»
Un’oscura forza esterna che fa scorrere sangue fraterno, sangue di uomo per la prima volta nella storia dell’umanità. È il racconto di Caino e Abele, oggetto di un’interessante e originale conferenza dal titolo “Caino e Abele nella Bibbia e nel Corano”, ideata e tenuta dal biblista ferrarese Piero Stefani la mattina del 13 gennaio nella Sala Agnelli della Biblioteca comunale Ariostea di Ferrara.
L’incontro, a cura di “Biblia” (Associazione laica di cultura biblica di Firenze di cui Stefani, studioso dei rapporti tra ebraismo, cristianesimo e islam, è presidente), Istituto Gramsci e Gruppo SAE di Ferrara, può essere rivisto anche sul canale You Tube “Archibiblio web”.
NELLA BIBBIA
«Abele è il primo umano che sperimenta la finitezza, la morte, non solo nel senso di mortale ma di uccidibile», ha spiegato Stefani analizzando il capitolo 4 di Genesi. «Dal punto di vista etico, l’uccisione di Abele da parte di Caino sta a significare che ogni omicidio è un fratricidio, per la comunanza fra le creature. Dal punto di vista dell’antropologia culturale, invece, emerge la reciproca sottrazione tra le due figure, in quanto una, Caino, agricoltore, è sedentario e custodisce, mentre l’altra, Abele, in quanto pastore è mobile e “invadente”».
Inoltre, è in questo capitolo che «per la prima volta nella Bibbia appare il termine peccato» («il peccato è accovacciato alla tua porta», Gen 4,7). E appare in riferimento a Caino. In questo senso, quindi, per Stefani, «il peccato non significa una trasgressione della legge ma una forza che dall’esterno rispetto al soggetto lo spinge a compiere un’azione violenta, lo minaccia costringendolo a resistervi».
Questa minaccia porterà, dunque, Caino a compiere il noto fratricidio: Stefani ha quindi proseguito spiegando come in questo capitolo di Genesi il termine “fratello” ricorra sette volte e sempre in riferimento a Caino. «La fratellanza qui si intende come luogo della responsabilità, si manifesta cioè nell’atto di prendersi cura dell’altro» («Dov’è Abele, tuo fratello?». Egli rispose: «Non lo so. Sono forse il guardiano di mio fratello?»). Il non prendersi cura, inoltre, non porta solo all’omicidio ma, in relazione al concetto di sangue, «all’eliminare la potenziale discendenza della vittima».
E un’ulteriore conseguenza di questo atto, oltre all’uccisione in sé – ha proseguito Stefani – sta anche «nel disperare dopo, come fa Caino, di ottenere perdono» («Troppo grande è la mia colpa per ottenere perdono!», grida).
NEL CORANO
Di Caino e Abele si narra anche nel testo sacro dell’Islam, per la precisione nella sura V dal titolo “La tavola imbandita”.
«A differenza della Bibbia – ha proseguito il relatore -, qui Abele parla, cerca cioè di contrapporre alla violenza fisica del fratello la parola, anche se inutilmente. Non risponde, quindi, alla violenza con la violenza ma si appella al giudizio, alla punizione di Dio».Un concetto, questo, particolarmente valorizzato da certi pensatori – molto minoritari – della nonviolenza islamica, fra cui Jawdat Said, autore di “Vie islamiche alla nonviolenza”.
NELL’ICONOGRAFIA
Dopo i due testi, Stefani ha deciso di concludere la propria riflessione analizzando due opere artistiche raffiguranti le vicende legate a Caino e Abele.
La prima, presente nello “scalone dei morti” della Sacra di San Michele a Sant’Ambrogio di Torino, è un capitello raffigurante Caino che sta per uccidere il fratello: «in questa raffigurazione – ha spiegato Stefani -, il bastone di Caino non tocca la testa di Caino, forse a voler simboleggiare un’uccisione potenziale, quell’ultimo decisivo istante in cui ci si può arrestare, in cui la violenza può non essere compiuta».
La seconda immagine scelta è quella della lastra “Morte di Caino” realizzata da Wiligelmo nel XII secolo e conservata nel Duomo di Modena: «qui – sono ancora parole del relatore – si riprende un’interpretazione secondo cui Caino sarà vendicato alla settima generazione. La logica della vendetta non viene quindi del tutto espunta, ma solo rimandata, dalla tradizione cristiana».
Ma parole di speranza sono state pronunciate da don Andrea Zerbini nel suo intervento introduttivo alla relazione di Stefani: «in questa vicenda – ha detto – c’è sì la violenza ma anche il riaprire alla vita e all’alleanza creaturale di Caino. Insomma, c’è sempre un’alternativa alla violenza» (v. Gen 4, 17-26).
Il 7 ottobre presentato “Cantiere Pomposa”: il saluto del Vescovo e l’intervento di Riccardo Piffanelli (Archivio storico diocesano) sul “Fondo San Benedetto”, «custode del passaggio da Pomposa a Ferrara»
“Cantiere Pomposa” «ci aiuta a valorizzare maggiormente quel gioiello di arte, architettura e storia del monachesimo che è l’Abbazia di Pomposa».
Con queste parole mons. Gian Carlo Perego, Abate di Pomposa oltre che Arcivescovo della nostra Diocesi, ha introdotto i lavori del pomeriggio di studio svoltosi lo scorso 7 ottobre in Biblioteca Ariostea a Ferrara. L’occasione è stata la presentazione del portale dedicato al Monastero di Pomposa, una cornice per studi e ricerche sull’antica fondazione benedettina, un’iniziativa promossa dalla Deputazione provinciale ferrarese di storia patria in collaborazione con Comperio srl. Il “Cantiere” vede avviato un primo progetto, “L’abbazia di Pomposa e le sue scritture. L’archivio e la biblioteca tra X e XII secolo: una ricostruzione virtuale”, per ricostruire virtualmente l’unità originaria dell’archivio e della biblioteca tra X e XII secolo. «Pomposa – ha proseguito mons. Perego – caratterizza la storia del Delta e dell’intero nostro territorio. È importante che diverse istituzioni collaborino per mettere in luce un tassello così importante della storia medievale. Si tratta, quindi, di un lavoro che merita grande attenzione e sostegno». Presenti in sala anche don Andrea Malaguti (Direttore entrante dell’Archivio storico diocesano), Mauro Fogli (Biblioteca del Seminario vescovile di Comacchio) e Giovanni Lamborghini (Commissione diocesana per l’Arte sacra e i Beni culturali).Dopo il Vescovo, hanno portato i loro saluti Angelo Andreotti (Dirigente Biblioteche e Archivi Comune di Ferrara), Claudio Leombroni (Dirigente Biblioteche e archivi, Servizio Patrimonio culturale Regione Emilia-Romagna), Cesare Bornazzini (Presidente Associazione Caput Gauri) e Franco Cazzola (Presidente della Deputazione provinciale ferrarese di storia patria), che ha anche chiuso i lavori e ricordato due grandi studiosi di Pomposa, mons. Antonio Samaritani e Adriano Franceschini.
Poi via coi vari interventi, fra cui quello di Riccardo Piffanelli dell’Archivio Storico Diocesano di Ferrara-Comacchio, la cui relazione ha redatto insieme a Rachele Zacchini, laureanda dell’Università di Bologna e tirocinante nel nostro Archivio diocesano.
Piffanelli ha illustrato il rapporto esistente fra Pomposa e il cosiddetto “Fondo S. Benedetto” conservato proprio nell’Archivio ubicato in Arcivescovado. Fondo che è «custode del passaggio da Pomposa a Ferrara». «Nel 1553 i benedettini lasciarono Pomposa per trasferirsi nel monastero di S. Benedetto entro le Mura di Ferrara, portandosi con sé il loro archivio», ha spiegato. «Il monastero di S. Benedetto fu soppresso nel 1797 e le sue carte presero strade diverse. A Ferrara esse furono protocollate una ad una secondo una prassi consolidata dell’epoca». Il Protocollo dell’Archivio di questo Monastero, forse del 1799, «sancì ufficialmente la nascita del fondo S. Benedetto all’interno dell’archivio demaniale del Dipartimento Basso Po prima, di quello pontificio poi». Il nostro Archivio storico diocesano «conserva anche gli Atti di Protocollo del Vice Commissariato dei Residui Beni Ecclesiastici e Camerali di Ferrara, da cui è possibile ricavare alcune notizie anche sulla chiesa di S. Benedetto». Proseguendo, «nel 1853 il Ministero delle Finanze del Governo pontificio consegnò il “Grande Archivio dei Residui Beni Ecclesiastici”, fino a quel momento custodito nell’ex Casa dei Teatini, al card. Luigi Vannicelli Casoni, allora arcivescovo di Ferrara». Fu così che il “Fondo S. Benedetto” e le sue carte pomposiane giunsero, insieme ad oltre un centinaio di altri fondi, nel Palazzo arcivescovile dove sono ancora conservati.
Andrea Musacci
Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 15 ottobre 2021
Nel ventennale del ritorno alla Casa del Padre di mons. Giulio Zerbini (1925-2001), un incontro pubblico e un volume ricordano il sacerdote ferrarese
Mons. Giulio Zerbini
“Nella scia di un prete del secolo scorso” è il nome dell’appuntamento pubblico in programma in Biblioteca Ariostea il prossimo 23 settembre. Interverranno Alberto Andreoli, mons. Massimo Manservigi, don Enrico Peverada e don Andrea Zerbini. Quest’ultimo ha curato l’ultimo Quaderno del CEDOC dedicato al sacerdote
Riguardo al primo, si intitola “Nella scia di un prete del secolo scorso: mons. Giulio Zerbini (1925-2001)” l’appuntamento in programma giovedì 23 settembre alle ore 17 nella Sala Agnelli della Biblioteca Ariostea di Ferrara (via delle Scienze, 17). Interverranno Alberto Andreoli (Docente e ricercatore storico), mons. Massimo Manservigi (Vicario generale Arcidiocesi di Ferrara-Comacchio), don Enrico Peverada (Presidente del Centro Italiano di Studi Pomposiani) e don Andrea Zerbini (Presidente dell’Unità Pastorale Borgovado e nipote di mons. Giulio Zerbini).
Andreoli – promotore dell’evento e curatore nel 2002 de “I Buoni studi. Miscellanea in memoria di Mons. Giulio Zerbini”, 27° volume di “Analecta Pomposiana” – farà un breve intervento concentrandosi sugli interessi culturali ferraresi di mons. Zerbini. Gli abbiamo chiesto cos’ha rappresentato per lui il rapporto col sacerdote: «non sarei la persona che sono, non avrei percorso l’itinerario che ho percorso negli ultimi 50 anni, se non lo avessi incontrato. È stato un precettore e un amico. Da qui, il mio personale e forte interessamento affinché la sua figura sia ricordata. Una personalità, prosegue Andreoli, «molto importante non solo per me ma per tantissime persone, dentro e fuori la Chiesa. La vis polemica che emergeva nei suoi articoli su “La Voce” – conclude -, nel tempo è diventata la capacità di porsi come interlocutore attento agli equilibri e alle sensibilità dell’intera cittadinanza, imponendosi come figura sensibile ed esperta per credenti e non». Mentre mons. Manservigi e don Peverada proporranno un ricordo personale, don Andrea Zerbini presenterà la raccolta di scritti di suo zio, pubblicata un mese fa come ultimo quaderno del CEDOC SFR (Centro Documentazione Santa Francesca Romana). Il volume si intitola “Affectus Communionis, un servizio alla comunione ecclesiale”, ed è a cura di Dario Micheletti e dello stesso don Andrea Zerbini. È possibile leggerlo e scaricarlo gratuitamente a questo link: http://santafrancesca.altervista.org/materiali/quad45.pdf Il testo, oltre a un’articolata introduzione di don Zerbini (di cui qui sotto pubblichiamo un estratto), ai testi e agli interventi dello zio (molti dei quali usciti su “La Voce”), contiene anche alcuni ricordi scritti negli anni da Carlo Pagnoni, don Franco Patruno e Gian Pietro Zerbini.
Andrea Musacci
Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 17 settembre 2021
Una riflessione di Angelo Andreotti, poeta e Dirigente Servizio Biblioteche e Archivi, in un incontro organizzato da ISCO e Istituto Gramsci
Si può parlare di un’essenza e di una specificità della poesia? Su questo lo scorso 4 marzo ha riflettuto Angelo Andreotti, dirigente del Servizio Biblioteche e Archivi del Comune di Ferrara, in un incontro trasmesso in streaming e organizzato dall’Istituto Gramsci e dall’Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara all’interno del ciclo di appuntamenti “I colori della conoscenza”. L’incontro intitolato “Le parole del sentire” è stato introdotto da Daniela Cappagli.«Il libro in sé è silenzioso, solo aprendolo portiamo in vita la poesia che lo abita, facnedo rivivere ogni volta quelle lettere taciturne», è il pensiero di Andreotti. «La poesia attende nel nostro rumore». Rumore rappresentato da tutto l’insieme di «sentimenti ed emozioni» che viviamo. In un libro di poesia cos’abbiamo davanti a noi di preciso? «Con la poesia – ha proseguito – non avviene una vera e propria comunicazione, né possiamo definirla un oggetto. Si tratta, invece, di un corpo tendenzialmente “vivens”, vivente», nel senso che rappresenta «un tendere verso la vita e un farsi». E ospitandola interiormente, la poesia subisce a sua volta cambiamenti, e li subisce anche «nel corso della nostra vita, cambiando noi, cioè il soggetto: le stesse parole a distanza di tempo possono muovere emozioni diverse o possono smettere di muoverle». Perciò la poesia «è sempre un principiare», in essa «c’è sempre qualcosa di nuovo».Come disse anche il poeta Andrea Zanzotto, la poesia non è un oggetto, dunque, dove per oggetto si intende tutto ciò di diverso dal soggetto. La poesia, quindi, «non è qualcosa di diverso da me, vive anzi della mia soggettività, nella mia interiorità. Leggendo una poesia, in realtà non conosciamo la poesia stessa, ma il nostro mondo interiore, noi stessi: la nostra interiorità viene portata a galla e smossa».La poesia, di conseguenza, «ci chiede di essere vissuta, ci chiede la nostra vita. Per questo noi sentiamo la poesia, non tanto il tema specifico dei singoli versi che stiamo leggendo. «La poesia chiede partecipazione, condivisione. Il linguaggio poetico nasconde, e nascondendo rivela e chiede a noi un comprendere, un accogliere». Un nascondersi essenziale, ineliminabile che, dall’altra parte però si accompagna a una particolare forma di «esattezza, di precisione data dalle cadenze, dai ritrmi, dalle segrete corrispondenze». Caratteri, questi, essenziali per comprenderne il senso, «pur limitati, poveri, ma necessari affinché l’indicibile – ciò che la parola non può dire – possa almeno essere suggerito, evocato».
Andrea Musacci
Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 12 marzo 2021
“La bottega di Corso Giovecca. Memorie della Ferrara che fu” è il romanzo d’esordio di Francesca Tani. La storia di una famiglia e dell’Italia dopo il boom economico, sullo sfondo di una Ferrara in bilico fra tradizione e modernità
È da poco uscito il romanzo d’esordio della giovane ferrarese Francesca Tani, “La bottega di Corso Giovecca. Memorie della Ferrara che fu” (Este ed., 2020), presentato lo scorso 16 settembre nella Biblioteca Comunale Ariostea. Fin dalle primissime righe il lettore è calato nell’umida e plumbea atmosfera che tanto caratterizza la nostra città nei mesi invernali. Il protagonista, Tiziano, come ogni mattina si sta recando nella macelleria che gestisce in Corso Giovecca, civico 160, all’angolo con via Ugo Bassi. Ma è una circostanza diversa quella che si appresta a vivere, un momento di rottura pur nell’apparente routine: è, infatti, l’ultimo giorno di vita di quest’attività. Come ci spiega la stessa autrice, il negozio è realmente esistito: era la Macelleria Tani. «I personaggi sono legati alla storia della mia famiglia. I miei nonni sono stati i primi proprietari del negozio. Ho sempre desiderato scrivere un libro – ci racconta – e, visti i numerosi racconti di mio padre, che tanto amava l’attività che aveva ereditato, ho deciso di realizzarlo». I momenti di passaggio – che sono sempre di trasformazione – tolgono il percorso compiuto fino a quel momento dal momentaneo oblio per riacquistare consistenza, in un certo senso attualità: laddove si segna una fine, a riaffiorare sono pure l’inizio e le tappe più vivide che hanno reso tale una determinata storia. Il racconto prende avvio oltre 60 anni fa, nel 1954, dall’“esodo” del protagonista, allora bambino, con la famiglia dalle campagne copparesi per cercare fortuna nella “grande” Ferrara. Da questo momento ciò che dà corpo alle vicende narrate è dunque una serie di mutamenti, di movimenti: dalla campagna alla città, da uno stile di vita all’altro, dall’infanzia alla maturità. Per l’intera società italiana è l’approdo, ai tempi ancora embrionale, a una società più consumista e secolarizzata. È la modernità che irrompe anche nella provincia: in particolare il suo sviluppo è scandito da film, canzoni, automobili, capi d’abbigliamento e programmi televisivi, ma anche dalle battaglie civili e sociali come quelle sul divorzio e sul delitto d’onore, dal Sessantotto e dall’avvento dell’università di massa. Si susseguono dicotomie se non veri e propri conflitti, soprattutto fra tradizione e modernità e fra la piccola-medio borghesia – con un passato rurale – e l’alta borghesia: in entrambi i casi, i primi termini sono rappresentati dal protagonista Tiziano, i secondi dalla ragazza amata, Vittoria, personaggio di fantasia, incarnazione di quella borghesia progressista, portatrice in quegli anni di un pensiero critico rispetto alla vecchia Italia retrograda e bigotta, ma già destinata a prenderne il posto al potere e a diventarne essa stessa falsa coscienza, elemento di conservazione. Chiediamo a Francesca Tani se in lei, in qualche modo, vince l’amore per la tradizione nella sua accezione positiva o il naturale desiderio di emancipazione: «Mi sento un po’ Tiziano e un po’ Vittoria, come me laureata in giurisprudenza e sensibile alla questione femminile: rappresenta un po’ il mio ideale. Ma sono anche legata alla famiglia e alle sue tradizioni. E di sicuro rispetto a Vittoria sono più timida». Il suo libro rappresenta il racconto non solo della seconda metà del Novecento italiano ma dell’anima di Ferrara attraverso i luoghi (in particolare la zona Quacchio-via Pomposa fino all’ex Sant’Anna), i prodotti culinari tipici che maggiormente ne connotano l’identità e alcune delle famiglie più note (Bassani, Franceschini, Chiappini, Cristofori). Pur rimanendo le vicende personali e famigliari al centro della narrazione, a tratti pare che i termini si capovolgano e che l’intento dell’autrice sia di raccontare, attraverso le vicissitudini private, la ferraresità e le mutazioni avvenute nella seconda metà del secolo scorso. Una scelta, quest’ultima, che se da una parte spezza il ritmo narrativo, rischiando di “distrarre” il lettore, dall’altra arricchisce il libro ancorandolo fortemente nello spazio e nel tempo. Andrea Musacci
Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 02 ottobre 2020
Mi chiamo Andrea Musacci.
Da aprile 2014 sono Giornalista Pubblicista, iscritto all’Ordine dei Giornalisti dell’Emilia-Romagna.
Sono redattore e inviato del settimanale "la Voce di Ferrara-Comacchio" (con cui collaboro dal 2014: http://lavoce.e-dicola.net/it/news - www.lavocediferrara.it), e collaboro con Filo Magazine, Periscopio e Avvenire.
In passato ho collaborato con La Nuova Ferrara, Listone mag e Caritas Ferrara-Comacchio.
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"L'unica cosa che conta è l'inquietudine divina delle anime inappagate."
(Emmanuel Mounier)