Nicola Sebastio scultore di Dio

3 Set

Ritratto dell’artista morto 20 anni fa, vissuto a lungo a Milano ma cresciuto tra Codigoro e Lagosanto: un maestro di arte sacra e liturgica. Ecco la sua vita e la sua “teologia estetica”, oltre all’amicizia con Paolo VI e don Barsotti

di Andrea Musacci

«Il vero futuro deve realmente “arrivare” a noi da Dio: in quanto “nuovo cielo e nuova terra” in cui si manifesta l’essenza delle cose; in quanto “nuovo uomo” formato a immagine di Cristo. Questa è la nuova esistenza in cui tutto è manifesto, in cui le cose stanno nello spazio del cuore umano e l’uomo irradia la sua essenza nelle cose. Di quest’essere nuovo parla l’arte». Queste parole di Guardini(1) penso introducano al meglio la missione dello scultore Nicola Sebastio, di cui il 5 settembre ricorrono i 20 anni dalla morte. Nato a Bologna, ma vissuto perlopiù a Milano, Sebastio in gioventù abitò anche a Codigoro e Lagosanto. Ripercorriamo brevemente la sua esistenza e il suo cammino al Destino, dove arte e incontro con Cristo si intrecciano.

I PRIMI 30 ANNI

Sebastio nasce il 21 marzo 1914 da Carlo, medico condotto di origini tarantine, e da Elena Zani, modista di origini svizzere. Ha un fratello più piccolo, Cataldo. La famiglia va a vivere prima a Codigoro (in via XX settembre, 18) – dove Nicola a 18 anni esegue i suoi primi ritratti di gente del luogo – poi dal ‘24 a Lagosanto. Nel ‘32 Nicola si diploma al Liceo Artistico di Bologna, allievo di Giorgio Morandi, e nel ‘36 in scultura all’Accademia delle Belle Arti di Firenze. Torna poi a Lagosanto, dove mantiene stretti rapporti con i suoi amici Rino Guidi e don Guido Cinti. Qui, nella chiesa di Santa Maria della Neve esegue, negli anni, diversi lavori, fra cui la lunetta esterna, dove nel ‘38 colloca un cotto raffigurante la Madonna che regge il piccolo Gesù, Sant’Appiano e San Venanzio di Camerino. Fra le sue mostre, la prima è del ‘39 quando espone nella collettiva Mostra Sindacale d’arte nel Castello di Ferrara, poi nel ’42 partecipa alla mostra nazionale di G.U.F. nella Casa della Gioventù in c.so Giovecca, e l’anno successivo a un’altra collettiva di ferraresi a Diamanti. 

DALL’EGITTO A MILANO

Nel ‘40 – anno in cui parte per la guerra e viene fatto prigioniero in un campo di concentramento inglese in Egitto, esperienza che sarà decisiva per la sua vita – insieme a don Cinti progetta la Madonna di Lourdes, con Santa Bernadette, per la facciata della Casa della Gioventù a Comacchio. Nel ’53 realizza un busto in marmo raffigurante Pio XII per il Seminario di Comacchio, mentre nel ‘58 dà vita alle 14 stazioni della Via Crucis e negli anni ‘60 sperimenta – fra l’altro – la tecnica del mosaico raffigurando nell’abside il Cristo Pantocratore. Fra fine anni ’40 e fine anni ’60 a Milano realizzerà diverse opere, fra cui nel ‘53 la statua di San Giovanni Battista De La Salle, posta sopra la prima guglia della facciata del Duomo (per cui realizzerà anche un tabernacolo portatile) e altre per la chiesa di Dio Padre. Nel ‘58 alla Pro Civitate Christiana di Assisi viene premiato alla collettiva sul tema Gesù Divino Lavoratore, nel ’65 per la chiesa Sant’Anna di Bologna crea il fonte battesimale progettato insieme al card. Lercaro e nel ‘70 riceve il prestigioso premio Madonnina d’oro, vinto quell’anno anche da Ungaretti. Nel ‘66 muore il padre e Nicola ne disegna e modella la tomba monumentale. Nonostante vivrà stabilmente a Milano, tornerà spesso a Lagosanto, Comacchio e Porto Garibaldi, per dar vita a diverse altre opere. Aderisce anche al Gruppo Arte e Comunità, nato a Milano a fine anni ’70, unendo artisti di generazioni e sensibilità diverse ma uniti dalla fede(2).

SUL COMODINO DI PAOLO VI

Negli anni ‘60 Sebastio – racconta don Dolz(3) – iniziò a realizzare «bronzetti di modeste dimensioni come opere finite. Usava una tecnica grumosa, figlia delle versioni previe in terracotta o gesso, di potente plasticità. (…) Fece dono di uno di questi a Paolo VI» che il 29 maggio del ‘70 festeggiava il 50° di ordinazione sacerdotale. «Il papa gli fece arrivare un caldo ringraziamento e mons. Pasquale Macchi lo conservò nella collezione di opere moderne. In quegli anni scriveva spesso a Paolo VI con I’intento di raccontargli delle attività con artisti cristiani. Papa Montini lo conosceva come persona e come artista da quando era arcivescovo di Milano». Per esempio, all’inaugurazione della chiesa di Sant’Eugenio, racconta Sebastio(4) «celebrando la messa, il cardinale notò un mio crocifisso sopra il tabernacolo. Era un crocifisso stretto e alto, piantato sulla pietra. Espresse il desiderio di averlo». Quando fu eletto papa, «si portò via questo crocifisso che tenne sempre sul comodino della sua camera da letto (…)».

GLI ULTIMI ANNI

Nel 2000 il Palazzo Arcivescovile di Ferrara ospita la sua personale La Croce e la speranza, organizzata dal Centro Culturale L’Umana Avventura e già esposta nel 1980 alla I^ edizione del Meeting di Rimini. Nel 2004, invece, Giglio Zarattini, mons. Samaritani e Laura Ruffoni curano a Palazzo Bellini a Comacchio una sua mostra sul tema del Crocefisso. Nel 2005, dopo la sua morte (avvenuta pochi mesi dopo quella della moglie), nasce l’Associazione Amici di Nicola Sebastio. Nel 2012 a Palazzo Bellini viene riservato uno spazio esclusivo per diverse sue opere, alcune di esse ora sparse in sale dell’edificio. Nel 2014 gli vengono dedicate due mostre, una a Pomposa, l’altra a Comacchio. Sebastio torna alla Casa del Padre il 5 settembre 2005, all’età di 91 anni, otto mesi dopo la morte di Maria Mazzoleni (morta il 6 gennaio), la sua «sposina cara, sposina bella» come teneramente la chiamava, con cui era convolato a nozze nel ’47: «Maria – racconta l’amico don Dolz(5) – si ammalò gravemente nel 2001. (…) Ormai terminale, fu trasferita in un hospice ad Abbiategrasso. Nicola passava le ore accanto al suo letto e lì, su un normale foglio A4 e con la biro azzurra, fece il disegno più drammatico della sua vita, sua moglie in punto di morte».

DON DIVO, FRATELLO

Oltre a CL, Sebastio nella sua vita si interessò ai Focolarini, a Rinnovamento nello Spirito e ai Domenicani e fu attivo nel Serra Club. Ma in generale «era attaccato alla Chiesa in tutte le sue varie dimensioni e realtà. Mantenne un rapporto filiale con i vescovi, in particolar modo col cardinal Martini, con il quale scambiò corrispondenza fino alla fine»(6). Il legame più forte, però, era quello con la Comunità dei figli di Dio fondata da don Divo Barsotti, nato un mese dopo Sebastio (il 25 aprile ’14) e morto pochi mesi dopo (il 15 febbraio 2006): «Con Barsotti ci furono rapporti molto stretti, sia sul piano religioso che artistico. Ne è rimasta la fitta corrispondenza». Il 18 luglio ‘62 Barsotti compiva 25 anni di ordinazione «e i suoi figli spirituali gli prepararono alcuni “regali”. Sebastio disegnò e fece confezionare un calice dalla coppa semplicissima, liscia, giocata sulla perfezione della curva, appena mossa da piccole pietre incastonate ritmicamente. E si premurò di fare anche la custodia per il calice, un’arca a capanna, come i reliquiari medievali, sbalzata con scene dell’Epifania»(7). L’anno prima, nel ’61 – raccontò(8) – «partecipai agli Esercizi Spirituali dell’UCAI (Unione Cattolica Artisti Italiani, ndr) a Campo Morone (GE) predicati da padre D. Barsotti (…) e mi portò a Settignano (FI)» alla Casa di San Sergio, «dove mi ordinò un San Sergio di Radonez»: «p. Barsotti mi diede il Cantico di San Sergio nella luce della Trinità. Dopo cena andai nella mia stanza per riposare e sul letto cominciai a leggere e a declamare il Cantico della Trinità. Lo lessi più volte velocemente, poi una zanzara si posò sulla mia mano sinistra, la schiacciai, e da lì, dalle ali divaricate, disegnai le tre Fiamme dello Spirito Santo centrate dal sole, col nome di Gesù Cristo. La mattina dopo Don Divo stupito approvò e mi ordinò il rilievo per l’esterno della Cappella della Comunità dei figli di Dio. Mi ordinò pure la croce gloriosa col Cristo Risorto, il Tabernacolo e i tre simboli della Trinità».

LA CROCE E LA PENTECOSTE

«Vuol dirci perché fa l’artista?»

«Per dire una parola che possa servire anche agli altri. Perché la mia scultura, nel suo limite, possa manifestare il mistero cristiano agli uomini». (…) La «fede degli italiani è troppo di carattere devozionale. La massa non arriva a capire il Cristo che racchiude in sé tutto (…). Occorre ridare alla gente il senso pasquale». In questo passaggio di un’intervista che Sebastio rilasciò nell’ottobre del ’66 a Famiglia cristiana(9) emerge bene come il centro dell’esistenza di quest’artista fosse chiaro: Gesù Cristo. E la Croce, intesa non solo come simbolo della Passione ma della Redenzione, cuore della storia universale.

In un altro testo(10), prima di ripercorrere la storia del simbolo della croce dal 4000 a. C. (con la Croce di Tepe Siyalk, conservata al Museo di Teheran), Sebastio scriveva: «La Croce riassume in sé tutto il mistero della redenzione. Per la Bibbia la croce è l’albero della vita, al centro del Paradiso Terrestre, che a sua volta rappresenta il centro del Mondo(11). (…) Vediamo come sia attuale e necessario testimoniare la resurrezione di Cristo con la croce gloriosa – proseguiva – e come questa possa contribuire a ridare luce, sollievo, gioia all’umanità angosciata di oggi».

Dalla gloria del Cristo Risorto, Sebastio arriverà – in un profondo cammino personale – al senso della Pentecoste. Quell’estate sopracitata del ’61 Sebastio sarà anche a Friburgo; raccontò(12): «Da poco ho capito la Pentecoste, il tempo di Pentecoste, il tempo nel quale i cristiani, come nuovi apostoli, dovrebbero far lievitare cristianamente la società che li circonda. Spesso ciò non avviene, perché il nostro maggiore nemico è in noi, nella nostra superbia di europei portatori di civiltà, dimentichi della frase del Vangelo: “Gli ultimi saranno i primi”. La netta sensazione di ciò l’ho avuta al recente Convegno del Segretariato Internazionale degli Artisti Cattolici dipendente da Pax Romana, tenutosi a fìne luglio in Svizzera a Friburgo. A Friburgo ho visto la Chiesa, ma l’ho sentita soprattutto per opera dei Cinesi, dei Vietnamiti, degli Africani, di qualche Tedesco dell’Est, degli Irlandesi e di alcuni Svizzeri. In loro il Cristo veramente abitava ed era il centro della loro vita».

Cristo centro dell’esistenza di ognuno verso il comune Destino. E arte come segno di ciò: «Ogni autentica opera d’arte è essenzialmente escatologica e proietta il mondo al di là, verso qualcosa che verrà»(13).

***

Grazie per l’aiuto a don Andrea Zerbini (CEDOC S. Francesca Romana), Fosco Bertani (artista amico e allievo di Sebastio), Maria Rosa Sabattini (Comune di Comacchio) e P. Agostino Ziino (Comunità dei figli di Dio).

NOTE

1 – R. Guardini, L’opera d’arte, Morcelliana, Brescia, 1998.

2 – Vedi Arte e Comunità: come nasce un gruppo, Centro Culturale San Michele, Sala G. Varischi, Cremona, 11-25 maggio 1986.

3 – M. Dolz, Nicola Sebastio scultore, Medusa ed., 2014.

4 – Ibid.

5 – Ibid.

6 – Ibid.

7 – Ibid.

8 – Arte e fede: intervista a Nicola Sebastio, a cura di Margherita Giuffrida Ientile, 1980.

9 – In M. Dolz, Nicola Sebastio scultore, cit.

10 – In N. Sebastio, La croce e la speranza alle soglie dell’anno 2000, Centro Culturale La traccia, Galeati, Imola, 1984.

11 – A tal proposito mons. Antonio Samaritani scrisse: «Ebbi una specie di folgorazione quando Sebastio mi fece conoscere il tema della croce di Cristo in versione transculturale, che ritengo sigla fondamentale di tutto il suo organico per quanto articolatissimo iter spirituale e artistico» (in Nicola Sebastio. Un uomo, un impegno: l’arte del sacro, supplemento di Anecdota, Quaderni della Biblioteca L.A. Muratori del Comune di Comacchio, 2004).

12 – Dall’articolo di Sebastio, La mia Pentecoste, in Rivista Liturgica del Centro di Azione Liturgica, Anno XLVIII – n. 5-6 – settembre-dicembre 1961.

13 – R. Guardini, L’opera d’arte, cit.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 5 settembre 2025

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Ridateci il Ferrara Buskers Festival! Riflessioni sull’evento: fra teloni, balzelli e tornelli, dov’è finita la sua essenza?

1 Set

di Andrea Musacci

Polemiche e imbarazzi, confusione e battibecchi. Se è vero che il Ferrara Buskers Festival (FBF) da quando è nato nel lontano 1988 ha sempre diviso l’opinione pubblica cittadina, è altrettanto vero che la formula a pagamento ideata dagli organizzatori ha creato dall’anno scorso non pochi malumori, polarizzando ulteriormente il dibattito. Quel che abbiamo percepito è un senso di disagio diffuso per la perdita di un punto di riferimento, di una certezza: che il FBF pur essendo una manifestazione sicuramente complessa e variegata, per sua natura faceva della libertà di movimento qualcosa di irrinunciabile.

Invece, il Covid ha segnato la fine di un’epoca: nel 2020 la formula era di tre concerti a sera per ognuno dei cinque luoghi del centro scelti con biglietto a 12 euro. L’anno dopo, sarà di 10 euro, col Festival dentro Parco Massari. L’anno scorso, Quadrivio degli Angeli e Parco Massari a 11 euro (+ eventuali costi di prevendita), mentre quest’anno tra i 10 e i 12 euro (8-10 euro per l’ultima giornata) a seconda del periodo di acquisto del biglietto (+ 2 euro su Ticket Master per avere il biglietto digitale). Pagamento è sinonimo inevitabile di chiusura, separazione. Di transenne e teloni neri. Di varchi presidiati, oltre che da giovani volontari, da robusti vigilantes privati a sorvegliare la zona rossa, il nuovo privé allestito fra il Castello e Palazzo San Crispino, con tanto di sdrai e cuscini sul Listone in un’oasi surreale che ha tolto ulteriormente magia e senso dell’imprevisto alle esibizioni degli artisti. Non si tratta, qui, di mettere in dubbio la qualità e la serietà di quest’ultimi; ma la privatizzazione del cuore di Ferrara è una scelta politico-ideologica che va contro la libera arte; arte a cui l’organizzazione dovrebbe limitarsi a dare una forma, un ordine minimo, un nome e una voce. Nulla di più.

Vedere invece musicisti e giocolieri recintati all’interno di un’area protetta ha dato la sensazione di trovarsi dentro uno dei tanti festival, o in un “circo”… Storicamente, al contrario, la pur inevitabile “area buskers” non segnava in modo netto un dentro e un fuori, ma i suoi confini erano più simbolici che fisici. Vi era aria, respiro, comunicazione e fluidità: i buskers davano maggiore risalto alla nostra città – soprattutto al centro, ma non solo. Trasmettevano un’energia, un calore, una bellezza estetica che scuoteva le strade e i muri di Ferrara ma senza stravolgerne la natura. Negli anni, la città e il suo Festival (che il mondo ci ha sempre invidiato) erano tra loro sempre più fusi pur senza confondersi. 

E non reggono le obiezioni dei costi sempre crescenti: i contributi pubblici, infatti, sono alti e in continuo aumento, gli sponsor non mancano e nemmeno le erogazioni liberali.Si semplifichi, piuttosto, il contorno, l’eccesso, e si torni alla semplicità degli esordi.

Leggendo rassegne stampa e tesi dedicate negli anni al Ferrara Buskers Festival, tre citazioni in particolare mi hanno colpito, ma non stupito (perché raccontano quell’essenza del Buskers Festival che – ora – ci vogliono convincere non sia davvero così essenziale…). La prima è di Monica Forti, addetta stampa del Ferrara Buskers Festival, che in un articolo del 23 luglio 1988 uscito su “La Voce di Ferrara-Comacchio” scriveva: «Quantificare l’afflusso del pubblico è praticamente impossibile, proprio per la peculiarità della manifestazione che non richiede spazi chiusi né tributi pecuniari» (corsivo nostro). La seconda è di Giancarlo Petrini, uno che di teatro popolare e di strada se ne intendeva…: «Lo spettacolo di strada è contemporaneamente spettacolo di “cappello”», scrisse. «Nella piazza non si paga un regolare biglietto per assistere alle singole esibizioni» (in “La piazza delle meraviglie”, Trapezio, Udine, 1999) (corsivo nostro). Terza, ma non meno importante, la citazione da un articolo uscito su “Il Resto del Carlino” il 20 agosto 2000, in cui Beppe Boron e Fabio Koryu Calabrò spiegavano così la loro idea del “Grande Cappello”, la possibilità – cioè – di donare una piccola cifra che sarebbe andata per 2/3 a progetti solidali, mentre 1/3 sarebbe rimasta nelle casse del FBF: si chiede «solo mille lire a testa perché non vogliamo entrare in concorrenza con gli artisti di strada». A ricordarci, quindi, 25 anni dopo, che l’unica forma di contributo economico legato all’artista di strada non può che essere quello libero, spontaneo (non obbligatorio) che lo spettatore dà direttamente al busker.

Tutto il resto – barriere, teloni neri, “polizia” privata e balzelli – sono un’offesa alla libera cultura e ai luoghi della città, beni comuni da valorizzare e non da affittare con tanto di tornelli.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 5 settembre 2025

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Disordine globale eterno? Come salvare l’umanità con ratio e nonviolenza

27 Giu

“Anarcocene. La politica e la (non) violenza” è il titolo del nuovo libro di Gianpiero Magnani. Tra free riders globali e rischio Leviatano, c’è bisogno di utopia, sostenibilità e democrazia

di Andrea Musacci

Nessuna mano invisibile che tutto governa e convoglia al benessere collettivo. Nessun astratto ottimismo progressista. Nessuna tentazione di ripiegamento sovranista. Partire dalla critica di queste tre illusioni/imposture ideologiche è fondamentale per provare a immaginare un futuro diverso a livello globale, in un’epoca dove guerre, disastri climatici e follie tecniciste rischiano di farci piombare nella disperazione.

Di tutto ciò sembra essere cosciente Gianpiero Magnani, vicesegretario del MFE – Movimento Federalista Europeo – Ferrara, che ne riflette nel suo ultimo libro “Anarcocene. La politica e la (non) violenza” (Cleup-Università di Padova, maggio 2025, con introduzione di Guglielmo Bernabei, Presidente Ferrara Popolare Europea). Il volume è stato presentato lo scorso 19 giugno nella sede di ISCO Ferrara (v. art. a destra), dove l’autore per l’occasione ha dialogato con due docenti di UniFe – Agostino Cera e Orsetta Giolo – e con Rossella Zadro (Vicepresidente nazionale MFE), con introduzione e coordinamento dello stesso Bernabei. L’incontro è stato organizzato da MFE – Ferrara, Ferrara Popolare Europea e CDS-Centro ricerche Documentazione e Studi – Ferrara.

Il volume di Magnani è attraversato da questa domanda cruciale: «Da che parte vogliamo andare noi umani, verso la distruzione di noi stessi e dell’ambiente di cui facciamo parte, da realizzare in tempi rapidi con una guerra nucleare o con i tempi più lunghi, ma comunque anch’essi inesorabili e senza possibilità di ritorno, del cambiamento climatico incontrollato e della perdita di biodiversità, oppure vogliamo provare a modellare in positivo questo pianeta, anche a vantaggio delle nostre stesse generazioni future? Ma soprattutto, noi esseri umani sappiamo veramente dove vogliamo andare?».

IL CAOS NICHILISTA CHE REGNA

FREE RIDERS E ANARCOCENE

Leggi, regole e istituzioni da sempre impediscono «la guerra di tutti contro tutti; ma in ogni momento», scrive Magnani, «può sorgere il free rider(“battitore libero”, ndr), l’outsider che disobbedisce all’ordine vigente, che rimette nuovamente in discussione le regole del gioco creando così nuove situazioni di conflitto». Le conseguenze delle sue azioni a volte sono positive ma spesso sono «distruttive» se non «molto distruttive». «Il problema – prosegue Magnani – è che quando i free riders sono tanti, e interessano contemporaneamente o in un breve intervallo di tempo più sfere di attività umana, agendo in contrasto fra loro e creando situazioni di ingovernabilità, instabilità, caos e conflitti allora si può determinare quella situazione di disordine globale e di distruttività» che l’autore chiama Anarcocene, ovvero la «società delle catastrofi immanenti». Pur essendo vero che i “disobbedienti” nella storia sono stati anche portatori di progresso in tutti gli ambiti, perlopiù l’azione dei free riders, l’Anarcocene nella sua forma totale (guerra nucleare, crisi climatica) porterebbe all’estinzione del genere umano. 

Mentre in quella che si definisce Antropocene, l’impatto dell’uomo è forte ma «costruisce qualcosa di diverso e di nuovo che si aggiunge al mondo biologico esistente», nell’Anarcocene invece «si distrugge, si divora, si uccide». Ma ancora del tutto dobbiamo riconoscere due fattori decisivi: da una parte, che il capitalismo è connotato dalla «continua espansione dell’economia» e dalla «crescita disarmonica»; dall’altra, la mancanza di limiti e l’allergia a regole e lacci di ogni tipo tipiche soprattutto della globalizzazione neoliberista. 

E il rischio oggi è ancora maggiore: «lo sviluppo industriale ha prodotto anche nuove armi, nuove tecnologie sempre più distruttive, cui si è aggiunta la minaccia del tutto inedita di un uso completamente distorto e fuori controllo dell’intelligenza artificiale», «dei sistemi di sorveglianza e dei mezzi di comunicazione di massa, internet primo fra tutti».

RISCHIO LEVIATANO

Ma a livello globale – dato che è a questo livello che bisogna ragionare, soprattutto sulle questioni belliche, di armi nucleari, di crisi climatica – «come si può controllare l’azione politica» per non finire nell’Anarcocene, ma al tempo stesso «senza costruire un sistema totalitario globale, equivalente al Leviatano di Hobbes?» («Antropocene distopico»). La stessa idea di Luigi Ferrajoli di una “Costituzione della Terra” pur affascinante si scontra con la – ineliminabile? – realtà della mancanza di quella «razionalità collettiva» e della presenza appunto di free riders in senso distruttivo.

LA GRANDE SPERANZA GLOBALE

SERVE UNA RAZIONALITÀ COLLETTIVA

L’azione politica, infatti, non segue sempre modalità «razionali» ma anzi spesso «paradossali, imprevedibili a priori». In ogni caso, per Magnani la questione va posta ancora, per non cadere nella tentazione di sterili e pericolosi nazionalismi o velleitarismi: in dialogo anche col Kant della Pace perpetua, «nessuno si salva da solo» – dice – ed è quindi «necessario individuare un sistema sovraordinato di vincoli e incentivi che orienti tutti i soggetti politici a livello globale a muoversi in un certo modo e non in altri, arrivando in tal modo a conseguire quella razionalità collettiva che è indispensabile se vogliamo costruire per davvero un mondo sostenibile di pace». 

Uno scenario globale che quindi non solo veda l’umanità non in preda al caos («Anarcocene», appunto) o al dominio del più forte («Antropocene distopico»), ma che veda ancora la presenza dell’umanità su questa terra: l’autore la chiama «Antropocene utopico» (o «Antropocene sostenibile»), uno scenario connotato da «condizioni di sviluppo sostenibile che valgano per l’intero pianeta, in un contesto che prevede forme di partecipazione collettiva e quindi con la possibilità di generare un’azione politica non distruttiva e in qualche modo diffusa». Bussole globali di riferimento per Magnani rimangono la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (1948) e l’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile. Ma per spiegare questa azione dell’uomo sulla natura e non contro la natura, Magnani, lodevolmente, fa un esempio magari “piccolo” ma molto concreto: quello del Consorzio degli Uomini di Massenzatica (CUM). Più in generale, «limite» e «regia collettiva» sono due termini che si tengono, assieme a «nonviolenza» (e qui, Magnani dialoga con due grandi pensatori, Gandhi e Bobbio).

EFFICACIA NELL’UTOPIA

Ciò che si è sempre chiamato “progresso” e che Magnani ridefinisce come «età antropocenica», per l’autore oggi come non mai può essere dato «dallo sviluppo dell’azione politica “micro”, interna ai territori, locale, piuttosto che dal livello “macro” degli Stati sovrani, che prima o poi finiscono col farsi la guerra per definire e ridefinire le regole del gioco collettivo». Da qui, una proposta ripresa dal politologo polacco Jan Zielonka: quella dell’ONU come «Agorà globale» formata non da rappresentanti degli Stati (limitati invece a un «rinnovato Consiglio di Sicurezza») ma «delle diverse regioni» e «delle città metropolitane». 

Concludendo, per Magnani, «istituzioni, norme e valori» collettivi che definiscano un «Antropocene sostenibile» «già esistono ma non sono efficaci, in quanto non sono dotate degli strumenti operativi per renderle effettive, quali sanzioni, incentivi e relativi apparati amministrativi e burocratici in grado di applicarli a livello globale con strumenti idonei». Non solo, quindi, per Magnani oggi ancora non esiste una «Repubblica Federale Europea», che sarebbe insufficiente ma necessaria, ma soprattutto manca un vero «governo mondiale» che abbia effettivo potere politico per prevenire guerre e aggressioni e gestire le risorse a livello globale. Il deficit, quindi, sta nell’efficacia, nel poter concretizzare, attuare questi limiti e strumenti per affrontare le sfide globali. Sul “che fare?” l’incertezza è grande, ma vale la pena continuare a riflettere e a trovare sinergie e rafforzare relazioni per renderle attuabili. L’utopia – ancora una volta – è termine affascinante ma non fine a sé stesso. Non indica qualcosa di fumoso, di irrealizzabile. Ma, chissà, forse richiama – perlomeno a livello formale – la definizione che di “socialismo” diede 50 anni fa Willy Brandt ad Oriana Fallaci: «un orizzonte che non raggiungeremo mai e a cui tentiamo di andare sempre più vicino».

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 27 giugno 2025

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(Foto Pexels – Cottonbro studio)

«Chiesa e società spaccate: gli USA sono sull’orlo di una guerra civile»

25 Giu

Massimo Faggioli, noto storico delle religioni, è intervenuto il 16 giugno nella sua Ferrara: «tra ultraconservatori ed estremisti di sinistra, America divisa come non mai». Il possibile, fondamentale ruolo di Papa Prevost nella sua terra

di Andrea Musacci

Un’America spaccata e ultraideologizzata, che spesso fa della fede cristiana un’arma politica. È questa l’amara analisi che Massimo Faggioli, storico delle religioni e docente alla Villanova University (da settembre a Dublino, v. box sotto) ha proposto lo scorso 16 giugno a Ferrara, nella Sala del coro del Monastero del Corpus Domini. Faggioli – ferrarese d’origine e in vacanza con la famiglia nella sua amata città d’origine – è intervenuto sul tema “Papa Leone XIV e l’America nella Chiesa e nel mondo oggi”, introdotto da Piero Stefani e Francesco Lavezzi, per un incontro organizzato da UP Borgovado, Istituto Gramsci Ferrara, SAE Ferrara, CEDOC Santa Francesca Romana. Incontro che, nonostante le forti piogge, ha visto un’ampia partecipazione di pubblico. Ricordiamo che Faggioli è stato negli ultimi anni più volte intervistato – o recensito – dalla “Voce”: l’ultima, lo scorso 16 maggio, proprio sull’elezione di Papa Leone XIV.

Dopo il «tumultuoso papato del gesuita Francesco», è stato eletto un papa agostiniano, ha esordito Faggioli. E un Papa statunitense, «una novità assoluta e inaspettata». Questa scelta del Conclave «ha rotto un tabù, in quanto si dava per scontato che un cittadino di una grande “potenza coloniale” non potesse essere papa perché ciò avrebbe significato un’inconcepibile sovrapposizione». Un papa, dunque, «non europeo, non mediterraneo ma con anche sangue creolo e africano». Un aspetto, questo, per Faggioli decisivo «perché è un modo del Conclave di dare una risposta a questo particolare periodo della storia americana», dominata dal trumpismo.

IL NUOVO INTEGRALISMO ULTRACONSERVATORE

Periodo in cui la «svolta politica e ideologica della destra USA – per Faggioli – ha rimpiazzato quell’evangelicalismo» tipico di certe Chiese della galassia protestante. Si tratta di una forma di integralismo portata avanti, però, soprattutto non da «blogger che lo fanno a tempo perso ma da persone che magari hanno la cattedra ad Harvard»…Intellettuali, insomma, docenti universitari. O meglio, anche da tante persone semplici e ceto medio, ma guidati da professori accademici che han dato vita a vere e proprie «teologie integraliste» e che hanno nel vicepresidente JD Vance il loro punto di riferimento. Il cattolicesimo USA, quindi, «è diventato anche questo», e si differenzia dal «conservatorismo cattolico USA tradizionale, che aveva un’idea forte di democrazia, che anzi per loro andava non solo difesa ma esportata, anche con le armi».

Riguardo a quest’anima cattolica ultraconservatrice, secondo Faggioli, gli USA «non stanno vivendo un normale passaggio di governo» ma «un cambio di regime, che non sappiamo dove porterà il Paese. Due mesi fa – ha spiegato Faggioli – mi è stato sconsigliato di lasciare gli USA per venire in Italia e in ogni caso di scegliere bene l’aeroporto dal quale partire, evitando ad esempio quello di Atlanta, viste le dure politiche antimmigrazione di quel Distretto». E tutto ciò, nonostante «io viva negli USA da molti anni e abbia un lavoro stabile». E sulla polemica fra Trump e l’Università di Harvard riguardante i fondi governativi e i visti per gli studenti stranieri, Faggioli ha criticato il giornalista Federico Rampini che – a suo dire – avrebbe sottovalutato questa “minaccia” di Trump: la sua, invece, è una scelta molto grave perché è anche «un messaggio che manda a tutte le Università americane: “se non assumete determinate posizioni politiche, potreste subire conseguenze di questo tipo”». In America, quindi, «si attende una voce forte come quella del Papa», che «ricordi agli USA cosa vuol dire – nel profondo – essere America». Insomma, Prevost «è atteso a mandare certi messaggi, anche agli USA. Per ora è prudente, ma se Trump continuerà così, potrebbe esporsi maggiormente». Molti fra gli stessi Vescovi statunitense «han creduto che Trump fosse meglio di Kamala Harris, non immaginando il suo peggioramento a livello democratico». Questo peggioramento «sta portando quindi molti di loro a non sostenere più Trump».

UN’AMERICA CHE NON CREDE PIÙ IN SÉ STESSA

Papa Leone XIV è «cosciente di quanto sia enormemente complicata questa situazione», con un’America «molto divisa» e addirittura «in certe zone sull’orlo della guerra civile». Ciò “costringerà” il Papa ad «affrontare in modo diverso il suo rapporto con gli USA e col mondo cattolico statunitense». USA che ha come propria essenza un intreccio originale e complesso tra politica e religione, e che «storicamente sono anticattolici», dalle origini fino alla diffidenza di molti verso Kennedy. Stati Uniti che invece oggi sono «sempre più cattolici e sempre più secolarizzati, e sempre meno protestanti. Negli ultimi decenni le chiese si sono svuotate e i luoghi di espressione della fede sono diventati i partiti politici», dominati da «un purismo ideologico totale». 

USA, come detto, che stanno vivendo «un momento di coalizzazione ideologica e religiosa che non si vedeva dai tempi della guerra civile sulla questione della schiavitù» e più pericolosi persino di «momenti simili vissuti negli anni ’60, con le battaglie per i diritti civili, e negli anni ’90 con gli scontri razziali». In entrambi questi momenti – ed è questa per Faggioli la differenza radicale – tutti avevano una forte fede negli Stati Uniti d’America», perché «l’America è sostanzialmente un atto di fede nell’America». Oggi, invece, «il problema della secolarizzazione non riguarda solo il fatto che la gente non va più in chiesa ma che non crede proprio più nell’America». Le lotte politico-ideologiche di questi anni «contro il colonialismo, lo schiavismo, il patriarcato hanno convinto molti giovani che gli USA sono un errore» in quanto tali, fin dalla loro nascita. Queste lotte, insomma, «erodono alle fondamenta la ragione profonda di esistere di una civiltà che invece da sempre si presenta come plurale, aperta, difenditrice della libertà e della democrazia».

UN’AMERICA E UNA CHIESA SPACCATE

Papa Leone XIV ha dunque in carico un’America che vive «una crisi fondamentale di fede in sé stessa», e che quindi «non ha più fede nell’essere una nazione cristiana civile». Oggi negli USA il cristianesimo, e nello specifico il cattolicesimo, per Faggioli «è trasformato in ideologia politica» ed è «spaccato in due, destra e sinistra»: la prima è «integralista, ultraconservatrice, etnonazionalista e dominata da un cinismo assoluto», la seconda si presenta invece come «inclusiva e tollerante», ma i “cattolici democratici” «sono quasi scomparsi o spesso tengono segreto il loro essere cattolici». Molti cattolici, inoltre – ha analizzato Faggioli – «negli USA sono impauriti da certo estremismo ideologico di parte della sinistra», soprattutto sui temi legati all’ideologia gender: secondo quest’ultima, infatti, «i bambini possono scegliere il loro genere ed è successo che in alcuni casi, pur ancora rari, se i genitori hanno obiettato contro questa scelta prematura, sono stati denunciati. Io dunque vedo anche questo estremismo», non solo quello fondamentalista di Vance&co. 

«Vedremo quindi – ha proseguito Faggioli – se tra queste due anime della Chiesa USA vi sarà una soluzione». Per ora, l’unica cosa certa è che si tratta di «due visioni diverse di Chiesa sulla teologia, la catechesi, la pastorale; due movimenti diversi che convivono a fatica». Oggi dunque «la questione statunitense, del futuro della sua democrazia è anche «un tema teologico. Fino a 30 anni fa, invece, si poteva contare sul fatto che gli USA avessero imparato il dna della democrazia, dei diritti, mentre oggi vi sono voci autorevoli che dicono “abbiamo avuto troppa democrazia, troppa libertà, bisogna sfalciare un po’, iniziando dagli immigrati”». «Non so – ha detto poi – se negli USA ci sarà una guerra civile, ma storicamente in questo Paese questa è sempre stata vista come positiva», sull’idea di base che «i conflitti vanno prima o poi risolti per via armata».

COSA CI SI ASPETTA DA PAPA LEONE XIV

Tornando a Papa Leone XIV, Faggioli ha spiegato come «viene da un retroterra molto particolare», lui che è stato ordinato prima diacono e poi prete «da due Vescovi considerati molto progressisti»: viene quindi da «una Chiesa molto sociale». E Papa Prevost «conosce molto bene la Chiesa USA, non ha bisogno di farsela spiegare, interpretare, tradurre», anche perché negli anni «ha sempre mantenuto con questa contatti molto stretti». A breve avrà nomine importanti e delicate da fare, come quella dell’Arcivescovo di New York, «nomina di grandissimo peso», e quella del «nuovo Nunzio apostolico negli Stati Uniti, che soprattutto in questo contesto politico è un ruolo molto importante».

È importante – ha spiegato ancora Faggioli –  «che Papa Leone XIV non sia identificato come rappresentante di una Chiesa fascista, razzista, sessista, come invece molti oggi vedono la Chiesa cattolica negli USA» e il cattolicesimo à la Vance. In ogni caso, si trova in una fase politica e ideologica molto delicata. La storia gli ha assegnato, fra i vari compiti, uno complicatissimo: ricostruire l’unità in tutta la Chiesa universale, e in particolare in quella della sua terra.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 27 giugno 2025

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(Foto Sergio Flores – AFP/SIR)

FAGGIOLI A DUBLINO

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Il 12 giugno il Loyola Institute del Trinity College di Dublino ha annunciato la nomina di Massimo Faggioli a Professore di Ecclesiologia Storica e Contemporanea. Faggaioli lascia quindi gli USA (dove viveva dal 2008) e la Villanova University, dove ha iniziato a insegnare nel 2016.

«Fra 1 anno torno in servizio a Ferrara-Comacchio»: l’annuncio di don Emanuele Zappaterra

24 Giu

Abbiamo intervistato il nostro missionario: «il 27 giugno celebrerò la Messa con Papa Leone XIV. La missione mi ha fatto uscire dalle mie sicurezze»

Quando è iniziato e quando terminerà il tuo periodo a Ferrara?

«Sono arrivato la notte del 28 maggio e ripartirò nella mattina del 2 luglio. Questa volta la mia permanenza si è prolungata per più di un mese. Un buon tempo».

Quali incontri hai fatto e farai in queste settimane in Diocesi?

«I primi sono stati con la mia famiglia, poi con i sacerdoti alla Tre giorni del clero e con l’Arcivescovo, con il quale ho avuto anche un colloquio personale. Dopodiché con le comunità parrocchiali del Gesù, del Perpetuo Soccorso che festeggia i suoi 100 anni di fondazione, con l’Unità pastorale Sant’Agostino-Corpus Domini, con Masi San Giacomo e Malborghetto di Boara. E ancora mancano le parrocchie di Rero e Tresigallo dove sarò la mattina della domenica 29 di giugno; lo stesso giorno nel pomeriggio celebreremo la Messa con la comunità latino-americana nel Santuario del Poggetto. Mentre le comunità religiose finora visitate sono quelle delle Suore della Carità e delle Carmelitane Scalze; mancano ancora le Benedettine e le Clarisse. Mi sono riservato poi il pellegrinaggio a San Pietro in Roma, in occasione del Giubileo dei sacerdoti, il giorno del Sacro Cuore, nel quale concelebrerò la Messa con il Papa Leone XIV».

Come le persone che stai incontrando qui nella nostra Diocesi percepiscono i tuoi racconti della missione? 

«Prima di tutto con stupore, soprattutto riguardo le dimensioni del territorio a me affidato e i tanti chilometri da percorrere. Poi con interesse soprattutto riguardo l’impegno missionario dei laici, che reggono le comunità delle cappelle sia dal punto di vista pastorale che amministrativo senza la presenza costante del sacerdote. Sorprende anche il continuo uscire per le strade, passare per le porte delle case con l’immagine di Maria e animare cenacoli domestici di preghiera; questo lo fanno persone adulte, giovani, adolescenti e bambini, che fin da piccoli imparano che la Chiesa è missionaria per sua natura: trovarsi in parrocchia o in comunità e uscire a evangelizzare sono le due facce della stessa medaglia».

E come invece le persone che hai conosciuto in Argentina hanno accolto la tua presenza come missionario?

«Devo dire che gli adulti erano già abituati al missionario anche perché nella parrocchia più grande, Villa Paranacito, c’erano stati missionari italiani della Consolata per molti anni e questo ha reso più facili le cose. Piccola curiosità, è un missionario della Consolata, Padre Giovanni Dutto che mi ha accompagnato nel discernimento vocazionale missionario fin dai tempi del Seminario. Poi certo, non è mancato da parte loro l’abituarsi ai miei modi da straniero, il superare gli ostacoli delle differenze culturali. Però la loro indole aperta all’accoglienza e l’eredità della storia di queste terre, con l’arrivo nei secoli passati di tanti immigrati – che, pur provenienti da diverse nazioni, hanno saputo costruire insieme una nuova società – ha fatto sì che i loro cuori mi accogliessero tanto da sentirmi uno di loro. Questo ha mosso in me un interrogativo: siamo altrettanto aperti nelle nostre comunità parrocchiali all’accoglienza di un sacerdote non italiano? Che esperienza vivono nel loro cuore i sacerdoti stranieri in servizio nella nostra Diocesi? Io devo dire che mi sento un privilegiato».

(Intervista a cura di Andrea Musacci)

(28^ testimonianza – Rubrica mensile “Un ferrarese in Argentina”)

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 27 giugno 2025

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(Foto: 10 giugno 2025: Messa concelebrata a Sant’Agostino con don Zecchin in occasione del suo 30° di sacerdozio e del 30° di diaconato di don Zappaterra)

La pace è un’amicizia: gruppi e progetti con uniti israeliani e palestinesi

21 Giu


Dal villaggio cooperativo all’associazione di genitori, dal gruppo delle donne a quello degli artisti…: sono tanti i luoghi concreti in Terra Santa dove israeliani e palestinesi convivono in armonia, costruendo giorno dopo giorno un futuro differente

Vi presentiamo alcuni esempi molto quotidiani e dal basso, di come, al di là dei conflitti, la pace fra le persone si stia già costruendo. Esempi da far conoscere e moltiplicare.

NEVE SHALOM – WAHAT AL-SALAM

Neve Shalom Wahat al-Salam (NSWAS) è un villaggio cooperativo nel quale vivono insieme ebrei e palestinesi, tutti di cittadinanza israeliana. 

Equidistante da Gerusalemme e da Tel Aviv, il villaggio fu fondato nel 1972, dal padre domenicano Bruno Hussar, ebreo divenuto cristiano, e Anne Le Meignen. Il nome, che significa “Oasi di pace”, deriva da uno dei libri di Isaia (32,18): “Il mio popolo abiterà in un’oasi di pace”. 

Nel 1977 vi si insediò la prima famiglia. Nel 1999 le famiglie residenti erano 30; oggi sono circa 80 e altre nuove famiglie vi stanno costruendo le loro case. 

I membri di Nevé Shalom – Wahat al-Salam dimostrano in modo tangibile che ebrei e palestinesi possono coesistere. Gestito in modo democratico, il villaggio è di proprietà dei suoi stessi abitanti e non è affiliato ad alcun partito o movimento politico.

(www.oasidipace.org)

PARENTS CIRCLE

Il Parents Circle – Families Forum (PCFF) è un’organizzazione congiunta israelo-palestinese di cui fanno parte oltre 600 famiglie che hanno perso un familiare stretto a causa del conflitto tra Israele e Palestina. L’organizzazione fu creata nel 1995 da Yitzhak Frankenthal, il cui figlio Arik era stato rapito e ucciso nel 1994 da Hamas, insieme ad altre famiglie israeliane in lutto. 

Nel 1998 il gruppo ha tenuto i suoi primi incontri con le famiglie palestinesi a Gaza; tuttavia, questa connessione fu interrotta a seguito della Seconda Intifada. Nel 2000, il PCFF è riuscito a ristabilire il suo legame con le famiglie palestinesi, incorporando famiglie della Cisgiordania.

(www.theparentscircle.org)

THE ROAD TO RECOVERY

Road to Recovery è un’organizzazione di volontari che ogni giorno aiutano le persone palestinesi a spostarsi in auto per raggiungere gli ospedali in Israele. Nel 1993 alcuni militari di Hamas uccisero un soldato israeliano, Udi, mentre stava tornando a casa dopo il servizio di riserva nella striscia di Gaza. In seguito a questa perdita, il fratello di Udi, Yuval Roth, iniziò a frequentare il Parents Circle, dove conobbe Muhammed Kabeh, arabo originario di una cittadina vicino Jenin, che un giorno gli chiese un favore: dare un passaggio a suo fratello malato di cancro dal check point fino all’ospedale. Yuval rispose di sì. L’esigenza di questo tipo di attività fu subito evidente. 

Le persone palestinesi malate o con figli che avevano bisogno di cure potevano accedere agli ospedali in Israele ma non avevano modo di raggiungerli dai check point. Nacque così Road to Recovery, l’associazione di volontariato che oggi compie circa 10mila viaggi ogni anno.

(www.theroadtorecovery.org)

ALLIANCE FOR MIDDLE EAST PEACE

L’Alleanza per la Pace in Medio Oriente (ALLMEP) guida una rete in crescita di oltre 170 organizzazioni della società civile, con centinaia di migliaia di palestinesi e israeliani che vivono e lavorano nella regione. 

L’Alleanza promuove la cooperazione, la fiducia, la giustizia, l’uguaglianza, la comprensione reciproca e la pace all’interno e tra queste comunità. 

Fondata nel 2006 e con sede a Washington, ALLMEP immagina un Medio Oriente in cui la sua comunità di costruttori di pace palestinesi e israeliani guidi le proprie società verso e oltre una pace sostenibile. ALLMEP è convinta che i programmi di peacebuilding interrompono e invertono molti atteggiamenti e convinzioni che alimentano il conflitto. Dentro ALLMEP esiste anche un gruppo specifico formato da sole donne, Women’s Leadership Network.

(http://www.allmep.org)

COMBATANTS FOR PEACE 

Lo scorso autunno, una donna palestinese, Rana Salman e una israeliana, Eszter Koranyi hanno percorso l’Italia per presentare il gruppo da loro fondato, “Combatants for Peace” (“Combattenti per la pace”), associazione nata durante la Seconda intifada da una serie di incontri segreti a Betlemme tra miliziani palestinesi e soldati israeliani decisi a costruire un presente e un futuro possibili nell’unico modo realistico: insieme. Nel tempo, l’organizzazione si è aperta anche a chi non ha un “passato armato” ma vuole unirsi al combattimento per la pace.

(www.cfpeace.org)

CARTOONING FOR PEACE

Cartooning for Peace è una rete internazionale di vignettisti impegnati nella stampa che usano l’umorismo per lottare per il rispetto delle culture e delle libertà. 

Si tratta di 344 fumettisti in 78 Paesi, fra cui due vignettisti di fama internazionale: il palestinese figlio di rifugiati Fadi Abou Hassan “Fadi Toon” e l’israeliano figlio di un sopravvissuto alla Shoah Michel Kichka, entrambi esponenti di punta della rete.

(www.cartooningforpeace.org)

RABBIS FOR HUMAN RIGHTS (RHR)

Fondata nel 1988, si dedica alla promozione e alla tutela dei diritti umani in Israele e nei Territori Palestinesi. Composta da rabbini e studenti di rabbinica provenienti da diverse tradizioni ebraiche, tra cui riformata, ortodossa, conservatrice e ricostruzionista, RHR è animata dai profondi valori ebraici di giustizia, dignità e uguaglianza.

(www.rhr.org.il)

WOMEN WAGE PEACE

Fondata all’indomani della guerra di Gaza/Operazione Margine Protettivo del 2014, Women Wage Peace (WWP) conta oggi 50.000 membri israeliani ed è oggi il più grande movimento pacifista popolare in Israele. La teoria del cambiamento di WWP riflette il conflitto israelo-palestinese e la sua risoluzione attraverso una lente di genere.

(www.womenwagepeace.org)

WOMEN OF THE SUN

Le donne palestinesi costituiscono più della metà della società palestinese, ma occupano meno del 12,5% delle posizioni di leadership in Palestina. 

Per questo, nasce il movimento femminile “Women of the sun”. «Siamo le donne che si trovano di fronte al muro di ostacoli e difficoltà che, come donne palestinesi, affrontiamo per un futuro migliore», spiegano nel loro sito. «Pertanto, è necessario aumentare la partecipazione politica e il processo decisionale delle donne, far sentire la loro voce e chiedere il riconoscimento della legge, per ottenere l’indipendenza delle donne (socialmente, politicamente ed economicamente)».

(www.womensun.org)

IL LIBRO “ISRAELE E PALESTINA: LA PACE POSSIBILE” 

Il volume è uscito alcuni mesi fa ed è a cura del caporedattore del mensile “Confronti”, Michele Lipori. Un volume scaturito dagli appuntamenti del pluridecennale progetto “Semi di pace” promosso dalla rivista e Centro studi interreligioso “Confronti” con i contributi dell’8xmille della Chiesa valdese. 

Fra i testi presenti, le interviste a Rana Salman di Combatants for Peace, della suora egiziana Nabila Saleh della congregazione delle missionarie di Nostra Signora del Rosario da 13 anni a Gaza, della scrittrice Orna Akad, degli attivisti Mossi Raz di Peace Now e Yael Admi di Women Wage Peace.

(Un articolo di presentazione si trova qui: http://www.terrasanta.net/2025/01/voci-dal-fronte-pacifista-costruire-dal-basso-qui-e-ora/)

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 20 giugno 2025

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(Foto: bimbi della comunità Neve Shalom Wahat al-Salam – da Facebook)

Palestinesi contro Hamas: i racconti dei dissidenti che (quasi) nessuno ascolta

20 Giu

di Andrea Musacci

Da fine marzo a fine maggio 2025 Amnesty International ha raccolto documentazione su – è scritto sul loro sito – «un preoccupante ripetersi di minacce, intimidazioni e persecuzioni – inclusi interrogatori e pestaggi da parte delle forze di sicurezza di Hamas – ai danni di persone palestinesi della Striscia di Gaza che stavano esercitando il loro diritto di protesta pacifica». Tra le persone intervistate da Amnesty, un abitante del quartiere al-Alatra di Beit Lahia, città nel nord di Gaza: «Abbiamo il diritto di vivere con dignità. Abbiamo iniziato a manifestare perché vogliamo una soluzione alla nostra sofferenza. Nessuno ci ha incitato a protestare o ci ha detto di farlo. Le persone protestano perché non riescono più a vivere, vogliono che le cose cambino. Le forze di sicurezza [di Hamas] ci hanno minacciato e picchiato, ci hanno accusati di essere traditori solo perché abbiamo preso la parola. Continueremo a protestare, non importa a quale rischio». Il 16 aprile questa persona e altre sono state portate in un edificio trasformato dalle forze di sicurezza di Hamas in un improvvisato centro di detenzione: «Erano una 50ina di persone. Mi hanno colpito coi bastoni di legno sul collo e sulla schiena. Mi urlavano che ero un traditore, un collaborazionista del Mossad». Un altro uomo è stato convocato più volte per interrogatori ma ha sempre rifiutato, fino a quando, lo scorso 17 aprile, i servizi di sicurezza di Hamas sono venuti a prenderlo a casa. Ecco il suo racconto: «Mi hanno preso a bastonate e a pugni in faccia. Le botte non erano così dure, penso più che altro fossero una minaccia. In precedenza, dopo una protesta, una persona affiliata ai servizi si era avvicinata, avvisandomi che mi avrebbe sparato ai piedi se avessi continuato a manifestare».

Proseguendo, come riporta moked.it, lo scorso aprile due dissidenti palestinesi sono intervenuti nel corso di un incontro organizzato a Palazzo Carpegna (Senato della Repubblica Italiana) dal sen. Ivan Scalfarotto. Muhammad ha 25 anni, è originario del nord della Striscia, ma è sfollato al sud. Muhammad è un nome di fantasia. Solo così ha potuto testimoniare, in diretta da Gaza, intervenendo insieme a un altro dissidente, Hamza Howidy, lui fisicamente presente, all’incontro “Voci da Gaza”. A intervistarli la giornalista Sharon Nizza. Queste le parole di Muhammad: «I gazawi protestano contro Hamas per non aver accettato la mediazione egiziana, che poneva come condizione il disarmo del gruppo. Il popolo palestinese si è reso conto che Hamas sta negoziando esclusivamente per i propri interessi, per rimanere al potere, anche a scapito di migliaia di vittime. Oggi Hamas ha ucciso un giovane, facendo irruzione nella stanza di un ospedale nonostante le proteste dei medici; Hamas non è interessato alle sofferenze del popolo di Gaza». Secondo Muhammad, i gazawi «sono consapevoli del fatto le loro privazioni sono causate da Hamas e non ne possono più: vogliono che esca dalla scena politica». «A Gaza serve un nuovo governo che metta al primo posto gli interessi del popolo. Sarà quello il primo passo per diventare uno Stato sovrano», ha dichiarato poi Howidy.

Bet Magazine Mosaico (mosaico-cem.it) riporta le parole di Ahmed Fouad Alkhatib, dissidente palestinese: «Radere al suolo un territorio con oltre 2 milioni di persone per colpire circa 15.000 terroristi, al fine di raggiungere 23 ostaggi vivi e 35 corpi — che prego Dio vengano salvati e liberati al più presto — sembra qualcosa di ampiamente sproporzionato, incredibilmente irresponsabile», scrive l’attivista palestinese, aggiungendo: «Ma — e non fatevi ingannare — Hamas ha preso decisioni che ci hanno portati fin qui; Hamas è un partner malvagio nella distruzione dei sogni e delle aspirazioni del popolo palestinese». Le violazioni della libertà di stampa da parte di Hamas sono state documentate dal Committee to Protect Journalists (CPJ). Giornalisti come Tawfiq Abu Jarad e Ibrahim Muhareb hanno subito minacce, pestaggi e intimidazioni da parte di Hamas per aver tentato di documentare proteste e condizioni di vita nella Striscia.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 20 giugno 2025

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(Foto: un momento della prima manifestazione, a Beit Lahia – Vatican News)

«Siamo contro il regime islamico e contro la guerra»

19 Giu
Rayhane Tabrizi (foto Lorenzo Ceva Valla)

La nostra intervista a Rayhane Tabrizi, dissidente iraniana a Milano: «in Iran i miei amici tra gioia e paura. La caduta del regime degli ayatollah avrà effetti positivi anche in Ucraina e Gaza»

di Andrea Musacci

«Noi iraniani non vogliamo la guerra ma desideriamo che cada l’oppressivo regime degli ayatollah in Iran». Come “Voce” abbiamo contattato telefonicamente Rayhane Tabrizi (foto Lorenzo Ceva Valla), nata a Teheran nel 1979, residente in Italia, a Milano, dal 2008. Rayhane è tra le fondatrici dell’Associazione Maanà, attiva proprio a Milano e nata dalle manifestazioni di sostegno ai dissidenti in Iran dopo l’uccisione di Mahsa Amini, giovane donna curdo-iraniana di 22 anni arrestata e uccisa dalla polizia morale il 14 settembre 2022 per aver indossato l’hijab in modo “improprio”.

Rayhane, mi parli un po’ di lei, dal periodo in Iran alla scelta dell’Italia…

«Sono nata in Iran nel 1979, proprio l’anno della rivoluzione islamica. Ho vissuto a Teheran fino all’età di 29 anni, e lì, dopo gli studi, ho anche lavorato per 8 anni come assistente di volo per la compagnia di aereo nazionale. Poi mi sono trasferita in Italia per motivi familiari e da allora, dal 2008, vivo a Milano, dove dal 2013 lavoro nell’ambito dell’informatica».

Proprio nella capitale lombarda ha fondato l’Associazione Maanà: da chi è composta e di cosa si occupa?

«Sì, sono la Presidente di Maanà, che ho fondato nell’aprile 2023 assieme ad altre attiviste e attivisti iraniani – atei, musulmani, o buddisti come me – conosciuti all’inizio del movimento “Donna Vita Libertà” a Milano. L’Associazione è nata per avere un’identità ufficiale e per poter collaborare con istituzioni, raccogliere firme, organizzare eventi e progetti per promuovere la cultura iraniana, con un forte messaggio politico: quello di “Donna Vita Libertà”».

Israele nei giorni scorsi ha nuovamente attacco l’Iran: può essere una speranza per il rovesciamento del regime iraniano o l’inizio di una guerra molto più ampia in Medio Oriente?

«Viviamo un momento molto complicato: da una parte, vi è la gioia per il possibile crollo della struttura islamica che domina in Iran. Dall’altra parte, il dolore di vedere anche civili fra le vittime dei missili israeliani, le cui operazioni, infatti, non sono del tutto “chirurgiche”…E siamo preoccupati in particolare per i nostri familiari che vivono in Iran, soprattutto a Teheran. Io – e molti di noi – abbiamo già vissuto la guerra Iran-Iraq: quando avevo da 1 anno a 9 anni, ho vissuto sotto le bombe e so cosa significa. Certo, l’obiettivo finale è di liberarci dal regime islamico ma non vogliamo la guerra». 

Il movimento in Iran contro il regime di Khamenei in che condizioni è?

«Il movimento contro il regime nacque subito, nel 1979, dopo la rivoluzione islamica, ma purtroppo la guerra contro l’Iraq ha convinto molti iraniani che innanzitutto bisognava combattere contro il comune nemico esterno. E così temo accadrà anche con l’attuale guerra contro Israele, soprattutto se ad essere uccisi dai missili israeliani saranno anche civili. In ogni caso, oggi non si può prevedere cosa accadrà».

Rayhane, immagino sia in contatto con amici, parenti in Iran. Qual è il loro parere sul regime degli ayatollah e cosa sperano dall’attuale attacco israeliano?

«Sì, sono in contatto con loro via telefono, dato che il regime ha bloccato internet. Tutti i miei amici e parenti che vivono in Iran vogliono evitare la guerra, hanno tanta paura, alcuni dormono fuori casa o al centro della propria stanza, lontani dalle finestre. Vivono nella paura, nonostante la gioia nel vedere il regime che crolla».

Come dissidenti iraniani non vi sentite dimenticati da parte dell’opinione pubblica italiana e occidentale, molto concentrata sui palestinesi?

«Mio marito – italiano – è un attivista per i diritti, fra cui quello del popolo ucraino, che io stessa sostengo nei cortei e con aiuti concreti. L’appoggio al popolo ucraino è quindi più che legittimo ma in Italia spesso si dimentica che è il regime iraniano a sostenere il regime di Putin, finanziandolo e dandogli i droni che colpiscono il territorio ucraino. Allo stesso modo condanno ciò che Netanyahu sta facendo a Gaza, per tutti i civili che sta uccidendo, ma il problema è l’esistenza di Hamas, la cui radice è legata al regime iraniano degli ayatollah. Israele non avrebbe dovuto distruggere Gaza ma lavorare per indebolire la fonte di Hamas, cioè il regime di Khamenei. Insomma, la testa di Hamas è a Teheran. 

Aiutateci – è il mio appello – a liberarci da questo regime ed effetti positivi li vedremo anche in Ucraina, a Gaza e in Israele. Hamas – come il regime degli ayatollah – non riconosce né lo Stato di Israele né l’Olocausto, mentre noi auspichiamo la soluzione “Due popoli due Stati”. Tanti italiani la pensano come me, ma tanti altri, purtroppo, no, come i cosiddetti “propal”, che mai condannano Hamas e il regime islamico iraniano».

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 20 giugno 2025 

Grazia e dolore nel volto del Crocefisso: Celiberti in mostra a San Paolo

18 Giu
Foto Roberto Targa


L’importante progetto espositivo nella chiesa della Conversione di San Paolo in piazzetta Schiatti a Ferrara. Il 14 giugno un centinaio i presenti per omaggiare il maestro 96enne Giorgio Celiberti: protagonisti, la commozione e la gratitudine

Erano un centinaio i presenti nel pomeriggio di sabato 14 giugno nella chiesa di San Paolo a Ferrara che, sfidando il caldo e l’orario, hanno partecipato all’inaugurazione del progetto espositivo  “I volti della Passione”, con opere di Giorgio Celiberti, artista udinese di 96 anni di fama internazionale. La mostra è stata organizzata dallo Studio Giorgio Celiberti assieme all’Arcidiocesi di Ferrara-Comacchio e alla chiesa della Conversione di San Paolo. L’intenso pomeriggio ha visto i saluti del nostro Arcivescovo mons. Gian Carlo Perego e gli interventi di mons. Massimo Manservigi, Vicario Generale e Presidente dell’UP San Paolo-S. Stefano, mons. Stefano Zanella, Direttore Ufficio Tecnico Amministrativo Diocesano, dello stesso Celiberti (visibilmente commosso) e di Romeo Pio Cristofori, Conservatore del Museo della Cattedrale. A seguire, vi è stata la proiezione del documentario “Come il primo giorno” di mons. Manservigi, realizzato con la fondamentale collaborazione di Giovanni Dalle Molle e Giovanni Zardinoni.

Nel documentario, il fil rouge è la commozione davanti ai dolori e alle grazie dell’esistenza: in esso, Celiberti, ad esempio, racconta commosso dello zio pittore Angilotto Modotto, figura centrale nella sua vita, del gatto morto 6 mesi prima perché avvelenato, del libro con i pensieri dei bimbi di Terezin. dell’incontro nel ’48 alla Biennale di Venezia alla quale partecipò, con l’allora Presidente della Repubblica Luigi Einaudi, che lo salutò e incoraggiò. Su tutto, il Cristo che sempre l’ha accompagnato e il cui sacrificio «sempre sento vicino»: insomma, una figura «che ho sempre con me, sempre».

IL PATRIARCA E LA CROCE

«Giorgio è il nostro patriarca: ci precede tutti, sia come età sia come spirito e voglia di vivere», ha detto mons. Manservigi parlando di Celiberti. Celiberti che – ha rivelato poi mons. Manservigi – «sta lavorando a una personale interpretazione della Croce di Gerusalemme, con l’intenzione di donarla a Papa Leone XIV il giorno del suo compleanno, il 14 settembre, Festa dell’Esaltazione della Santa Croce». La Croce di Gerusalemme è anche il simbolo dell’Ordine equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme, Ordine che ha visto il 14 giugno a San Paolo la presenza di alcuni suoi rappresentanti da Bologna.

LA MOSTRA

La mostra nella chiesa di San Paolo è visitabile fino al prossimo 6 gennaio il sabato dalle ore 16 alle 19 e la domenica dalle 10 alle 12. Da metà luglio, anche il venerdì, in orari da definire.

L’esposizione, dislocata nei diversi spazi dell’edificio, è pensata come una Via Crucis nelle navate laterali, con 8 bacheche ognuna contenente tre opere raffiguranti il Cristo Crocefisso. Inoltre, all’altare della Madonna del Carmelo vi è il Grande Libro e, nel coro dietro l’altare principale, le 12 Stele (finestre) tra cui alcune dedicate a Terezin. 

ANEDDOTO DEL VESCOVO E INTERVENTO DI DON ZANELLA

Il nostro Arcivescovo, prima del suo intervento (v. il testo integrale a dx) ha raccontato di quando nei primi anni 2000, quand’era Responsabile Area Nazionale per Caritas Italiana, andò a Udine per ritirare un’incisione di Celiberti donata proprio a Caritas Italiana.

Ha preso poi la parola mons.Zanella che ha spiegato come «questa mostra è un’occasione per dimostrare come il nostro Ufficio (Tecnico Amministrativo, che si occupa anche di Beni Culturali, ndr) non è solo un ufficio burocratico ma luogo vivo di idee». In questo «scrigno di arte e architettura, mi auguro che le opere di Celiberti parlino al cuore dei fedeli e dei visitatori». Una mostra, quindi, «che può far vedere a ognuno come ancora sia possibile un dialogo tra Dio, l’arte e la persona».

CRISTOFORI: «CI FA INCONTRARE LA PASSIONE DI CRISTO»

«Celiberti è un artista straordinario, unico», ha poi commentato Cristofori del Museo della Cattedrale. «Se nel silenzio – ha riflettuto – guardiamo con la memoria, la coscienza, l’anima, allora lo sguardo cambia, il cammino ci conduce al volto del Cristo, volto sofferente e carico di dignità, volto che è presenza, volto familiare che sempre ci guarda, che ci è vicino». L’arte, come la fede – ha aggiunto -, ha bisogno di luoghi dove accadere:in questa chiesa, l’opera di Celiberti trova una nuova profondità, si fa memoria, non spettacolo, non racconta ma evoca, ci fa incontrare la Passione», attraverso «un’interrogazione rivolta anche al presente». 

In Celiberti, quindi, «c’è la volontà di trasformare la Storia in segno, in atto poetico», atto che «cerca profondità, tra il segno e la sua resurrezione». 

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 20 giugno 2025

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Fontana e le immagini sacre, universo tutto da scoprire

13 Giu


Presentato in Arcivescovado il volume di Lara Scanu “Rivoluzione Fontana”: ecco alcuni spunti

La cura e le norme del Vescovo Fontana, e le differenze e somiglianze col card. Borromeo e il card. Paleotti.

Erano una 60ina le persone che nel tardo pomeriggio dello scorso 4 giugno hanno partecipato nella Sala del Sinodo del Palazzo Arcivescovile di Ferrara alla presentazione del volume di Lara Scanu, “Rivoluzione Fontana. Ritratto di un episcopato” (Ferrariae Decus. Studi e Ricerche, 37, Faust edizioni, giugno 2025).

Giovanni Fontana, originario di Vignola, fu Vescovo nella Diocesi di Ferrara dal 1590 al 1611, quindi tra la fine del ducato estense e l’inizio dell’età legatizia.Studente universitario a Bologna e strettissimo collaboratore del card. Carlo Borromeo nella Diocesi di Milano, è una figura di “traghettatore” verso una nuova epoca.

Nella Sala del Sinodo, l’incontro si è aperto con i saluti del nostro Arcivescovo mons. Gian Carlo Perego e di Marialucia Menegatti, Presidente di Ferrariae Decus. L’autrice ha poi dialogato con Maria Cristina Terzaghi, docente ordinaria dell’Università degli Studi Roma Tre, che ha esordito spiegando come Fontana e Borromeo abbiano «tanto in comune» e «tanta vita si sono scambiati». Il «valore assolutamente fuori dal comune di Fontana – ha proseguito Terzaghi – emerge nei testi presenti nel volume di Scanu», che ha «il merito di indagare bene le fonti, anche classiche, di Fontana in ambito artistico», nella seconda parte del  volume, mentre la prima indaga la sua biografia e il rapporto con le immagini in rapporto alla Riforma liturgica della Chiesa nel post Concilio di Trento. Una cultura personale, quella del Vescovo che ha guidato Ferrara, «profondissima e a 360 gradi». Scanu, inoltre, nel libro compie il paragone «molto interessante» fra il trattato “Instructionum Fabricae et Supellectilis ecclesiasticae” del card. Borromeo e il “Discorso intorno alle immagini sacre e profane” del card. Gabriele Paleotti, Vescovo di Bologna (e poi di Albano e Sabina). Fontana «tratta la pastorale borromaica da un punto di vista non sempre del tutto conforme allo stesso Borromeo». Forti sono, inoltre, le differenze «tra il primo testo del card. Fontana (del 1591) e il suo ultimo, a fine episcopato».Si nota, ad esempio, come «il card. Borromeo “delegasse” molto ai Vescovi il trattamento da riservare alle opere d’arte sacra».

«Nella nostra Diocesi – è intervenuta quindi Scanu -, gli artisti hanno dunque l’obbligo di seguire le direttive del Vescovo Fontana», il quale si dedica molto anche alla «tutela delle stesse opere e al loro intero processo» di ideazione e realizzazione. Le sue prescrizioni «verranno seguite dai successori fino almeno all’episcopato del card.Ruffo», nella prima metà del XVIII secolo.

«Rigide e chiare – ha detto poi Terzaghi – erano le norme di Borromeo riguardo le raffigurazioni di santi, che non dovevano avere le sembianze di persone reali riconoscibili, mentre Paleotti al riguardo aveva una posizione più “dolce”». Diversa – ha aggiunto invece Scanu – era la posizione di Fontana, «che si fece ritrarre con la barba lunga, mentre ai sacerdoti della sua Diocesi impediva di portarla perché – diceva – può attrarre le donne». Non era, quindi, la sua, «una posizione così stringente» riguardo alla ritrattistica, almeno nella prima fase, mentre «si irrigidì nell’ultimo periodo» di episcopato.

Altro aspetto – sollevato da Terzaghi – è quello del nudo nelle opere di arte sacra, «condannato radicalmente da Borromeo e Paleotti, e in maniera ancora più forte da Fontana».Fontana che, per sostenere questa posizione, «cita addirittura due “auctoritas profane” come Aristotele e Platone, dimostrando una grande modernità».

Fontana che – ha aggiunto invece Scanu – «dava importanza al ruolo delle immagini, anche per creare una cultura di base tra i fedeli più umili».

L’ultimo tema trattato è stato quello del suo recupero della «centralità del tabernacolo – ha spiegato Terzaghi – posto sopra l’altare centrale»; altare che «doveva essere di pietra, per richiamare Cristo pietra scartata che è “diventata la pietra d’angolo” e, con sopra, una pala con raffigurato il santo a cui l’altare era dedicato». Per Fontana, il Santissimo Sacramento «andava custodito con materiali preziosi (come minimo, legno dorato), non per un lusso fine a sé stesso ma per richiamare la preziosità di ciò che si custodiva».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 13 giugno 2025

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(Foto Roberto Targa)