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“Ama, conserva e conquista la pace”: Veglia ecumenica di preghiera a S. Maria in Vado

8 Lug

Veglia 1

(leggilo anche su: http://lavocediferrara.it/)

Amare, conservare e conquistare la pace: intorno a questi tre verbi è ruotata l’omelia tenuta da Mons. Gian Carlo Perego, Arcivescovo di Ferrara-Comacchio, durante la Veglia Diocesana di preghiera ecumenica svoltasi la sera di sabato 7 luglio nella Basilica di Santa Maria in Vado a Ferrara. Una “preghiera di comunione” nata con l’intento di accompagnare il pellegrinaggio di pace e di unità che il Santo Padre Francesco ha svolto a Bari il giorno stesso insieme ai diversi Patriarchi e Capi di Chiese e Comunità cristiane del Medio Oriente.

Nella nostra Diocesi la Veglia ha assunto un significato ancor più particolare in quanto primo momento pubblico col nostro Arcivescovo all’interno della neonata Unità Pastorale “Borgovado”. La Veglia ha visto la presenza sull’altare, al fianco di Mons. Perego, di padre Vasile Jora,  rappresentante della comunità Ortodossa rumena nel nostro territorio, e di padre Oleg Vascautan, alla guida della locale comunità Ortodossa moldava. Tante le persone presenti, diversi i diaconi e i laici che si sono alternati sull’altare per le preghiere e le letture, intramezzate dai canti accompagnati all’organo dal prof. Francesco Tasini del Conservatorio “Frescobaldi”.

Nell’omelia Mons. Perego ha spiegato come “anche noi piangiamo per la sofferenza, la fuga e la morte di tanti nostri fratelli della Terra santa e del Medio Oriente. Non possiamo restare indifferenti”. Citando Sant’Agostino –  “Ama la pace, conserva la pace, conquista la pace: essa sarà più profonda quanto più sarà posseduta dal maggior numero di persone” – ha dunque riflettuto su come innanzitutto “siamo chiamati non solo a rifiutare la violenza, nelle parole e nei gesti, ma a costruire percorsi di dialogo, di accoglienza, di prossimità”. Proseguendo ha spiegato come “indebolire le condizioni della pace, cioè indebolire lo sviluppo, la responsabilità, la democrazia, il rispetto del creato e delle creature significa creare condizioni per non custodire la pace”, e come questa “va costruita giorno per giorno, creando le condizioni di rispetto, giustizia, solidarietà, uguaglianza”.

Infine, un pensiero alla nostra terra: “preghiamo perché Ferrara sia una ‘città della pace’, e perché ogni città e paese della nostra Chiesa di Ferrara-Comacchio – per usare le parole di Papa Francesco – sia ‘uno spazio di fraternità, di giustizia, di pace, di dignità per tutti” (E.G. 180)”.

Camminare insieme per ricostruire comunità e popolo: Bertinotti al Meeting di Rimini 2017

26 Ago

1 - Copia«Rimettersi in cammino» partendo dalla tradizione e dal valore dell’eguaglianza, contro la «desertificazione del “noi” e la cosificazione causata dal dominio delle tecnoscienze». “Il futuro della tradizione” è stato il titolo dell’incontro che ha visto protagonista Fausto Bertinotti, Presidente della Fondazione “Cercare Ancora”, ieri mattina al Meeting dell’Amicizia fra i popoli, in programma fino a oggi alla Fiera di Rimini. L’incontro, introdotto e moderato da Andrea Simoncini, Professore Ordinario di Diritto Costituzionale all’Università degli Studi di Firenze, ha visto Bertinotti rispondere anche alle domande di quattro ragazzi.

EDIPO E IL TECNICISMO NEOLIBERISTA

«Oggi l’uccisione del padre si presenta come soppressione della tradizione, un mito del futuro che non fa che abbagliarci e che porterà a un futuro disumanizzato». L’analisi del relatore è stata fin da subito impietosa. «L’uomo è totalmente soggiogato dal mito dell’innovazione, della modernizzazione, dal mondo delle merci», ha proseguito. «Per questo si sente la necessità di uccidere il padre, perché non si vuol essere soffocati dalla sua memoria, ma trascinati dagli eventi, avvolti dal mito di Edipo», che intende «disfarsi della tradizione, non volendo farci i conti». La stessa storia della Rivoluzione d’Ottobre viene dimenticata, rimossa dalla sinistra. «Così facendo – ha proseguito – non si è guadagnata un’innocenza, ma si è perso il “noi” in questa ansia di uscire dalla storia e dalla tradizione: ma senza tradizione il futuro incombe su ognuno di noi, non permette al soggetto di essere protagonista, ma solo suddito». Ciò solo apparentemente contrasta col «primato dell’individuo» oggi dominante in Occidente, mentre in realtà questo individuo è al tempo stesso «vittima e carnefice della società: l’individualismo cancella la persona, l’individuo è ridotto all’immagine del successo, della dimenticanza dell’altro, il neoliberismo assolutizza l’automa, la macchina, la tecnoscienza, di cui l’individuo appunto ne è mero ingranaggio».

A dominare è «un pensiero debole che crea solo persone deboli, entità deboli e popoli disarmati». Reazione speculare a questo «mondo dell’alienazione del consumo, è il fondamentalismo, il nuovo nichilismo, il terrorismo di una comunità violentemente chiusa, dove la coppia amico/nemico ricompare proprio perché è il “noi” a scomparire, è il popolo a disintegrarsi», ha proseguito Bertinotti.

IL “NOI” DEL MOVIMENTO OPERAIO

L’analisi del male profondo che affligge il mondo contemporaneo è andata di pari passo con la rielaborazione di quel pensiero forte che nel Novecento ha accompagnato l’esistenza di milioni di persone in Italia e nel mondo. «Il “noi” della mia tradizione è stato il movimento operaio, che ha consentito di non percorrere la strada edipica. I padri, cioè, non erano qualcosa da abbattere, ma qualcosa di essenziale per la ricerca dell’altro come necessità, non come limite. Seppur con le loro tragedie, i padri ci appartenevano, nostro compito era di mantenere la continuità con la loro storia. Era un “noi” talmente forte che arrivò a chiedere, in alcuni casi, anche il sacrificio della libertà della persona, in nome di una causa superiore, dando vita a una palese contraddizione». Al netto di aporie ed errori anche gravi, «quel di fondamentale per me per rincominciare ogni volta è stata ed è la consapevolezza di appartenere a un popolo in cammino, lo sguardo dei “miei”, di una donna lavoratrice o di un uomo lavoratore che dicesse: “quello è uno dei nostri”».

RIPARTIRE DALLA TRADIZIONE

È la parabola del figliol prodigo, richiamata anche da Simoncini, che, al contrario del complesso di Edipo dominante, «ci permette di comprendere come ciò di cui abbiamo bisogno sia la ricerca di un mondo possibile, il sogno, la speranza, quest’ultima – ha spiegato Bertinotti – intesa non come inerte e dolciastra compensazione di un reale che non ci piace, ma come investimento in un futuro possibile e differente».

L’unico antidoto a tutto ciò, «la nostra salvezza, l’obiettivo fondamentale che dobbiamo ricercare “ossessivamente” è la costruzione di un popolo, continuando a domandarci quale sia il nostro compito oggi nel mondo, il costruire un “noi” libero, liberato, capace di dare senso e significato alla vita». Il valore che meglio, anche nel presente, rappresenta quest’anelito, è quello di «eguaglianza, l’unico modo per parlare della tradizione», tanto di quella socialcomunista quanto di quella cattolica. È fondamentale, dunque, «ricostruire partendo dalla tradizione (perché è questa a suscitare la curiosità, la ricerca di un percorso che sia nuovo), camminando insieme, riponendoci il tema della fede, delle fedi, del senso della vita rispetto a una meta» alla quale tendere.

Per evitare una «catastrofe per l’umanità», dove a dominare sarà sempre più «la cosificazione, la progressiva sussunzione dell’uomo sotto le cose, tipica delle scienze applicate, sotto il dominio delle merci, o, nella forma più violenta, della guerra e del terrorismo, è essenziale quindi ripensare e rifondare «case del popolo, leghe sindacali, cooperative, associazioni» di tipo nuovo. Questo è il «costruire insieme, il costruire comunità, oggi – secondo Bertinotti – più importanti delle elezioni e della conquista del potere, delle istituzioni», più necessarie ed urgenti rispetto a quest’ultime.

Andrea Musacci

I detenuti-attori insegnano”La forza del perdono”

25 Feb

Spettacolo in carcere dopo “Pope is pop”images

C’è tanta ironia ma anche struggimento per un tema importante, com’è quello del perdono, e rappresentato da attori particolari. Ieri nel primo pomeriggio nella Casa Circondariale di via Arginone ha avuto luogo lo spettacolo teatrale “La forza del perdono”, che ha visto protagonisti una decina di detenuti del carcere ferrarese, coadiuvati dal cappellano Mons. Antonio Bentivoglio. In una decina di giorni, per un’ora al giorno, i detenuti, italiani e non, hanno preparato lo spettacolo, rappresentato nel teatro/palestra della casa circondariale.

La rappresentazione racconta la vicenda di un mafioso, Trovato Innocente, arrestato perché colto in flagranza mentre chiede il pizzo in un mercato. Dopo il finto processo, troviamo il protagonista in cella (con letti e coperte realmente usati dai detenuti/attori): qui inizia il processo di pentimento per il male commesso, e di perdono nei confronti del complice, finito anche lui in carcere, suo accusatore durante il processo.

Alla rappresentazione hanno assistito diversi volontari dell’Associazione Noi per Loro, la comandante Annalisa Gadaleta e alcune educatrici.

Ad apertura dello spettacolo, e dopo lo stesso, vi è stato l’intrattenimento musicale eseguito da sei detenuti  (più due tecnici del suono), che hanno reinterpretato brani di Dylan, Vasco, Celentano e tanti altri.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 25 febbraio 2017

Messa e festa di Natale in carcere

20 Dic
Mons. Bentivoglio durante la messa in carcere per il suo 50°

Mons. Bentivoglio in carcere (foto d’archivio)

Sabato mattina all’interno della Casa Circondariale di Ferrara si è svolta la consueta Santa Messa di Natale concelebrata dall’Arcivescovo Mons. Luigi Negri insieme al cappellano del carcere Mons. Antonio Bentivoglio, a don Domenico Bedin e a Mons. Enrico d’Urso. Presenti all’evento, un’ottantina di “fratelli ristretti” (una parte dei quali ha realizzato, insieme al cappellano, il presepe e l’albero), diversi educatori, catechisti e volontari, oltre all’Assessore alle Politiche Sociali Chiara Sapigni, al Garante dei Detenuti Marcello Marighelli, al Direttore del carcere Paolo Malato e alla Comandante di Reparto Annalisa Gadaleta. La funzione, accompagnata dal coro di Comunione e Liberazione, ha visto il saluto iniziale di Mons. Bentivoglio, che ha spiegato come «il Vangelo di Natale si affaccia sulle soglie dell’umanità, entra nella vita, permettendoci di non rimanere incastrati nel passato, per guardare noi stessi e la realtà con occhi diversi». Il Vescovo ha invece rivolto un messaggio ai detenuti: «abbandonatevi alla giustizia di Dio, che mai vi lascerà soli, e così potrete affrontare tutte le fatiche. Siate lieti, perché questo principio di vita nuova attecchisca in voi, e da voi cambi il mondo».

Altro momento natalizio in carcere è stato la “Festa di Natale”, organizzata con la collaborazione delle Associazioni Agesci, Viale K e Pastorale Diocesana, che hanno offerto un buffet. Babbo Natale (un fantastico don Bedin) ha poi consegnato ai bambini presenti i regali offerti dalla Pastorale Diocesana e i regali prodotti dal Laboratorio Detenuti. L’iniziativa ha fatto seguito all’incontro fra detenuti e famiglie, che ha luogo una volta al mese ed è gestito dal Centro Bambini e Genitori Comunale “Isola del Tesoro” e da Agesci. Presente anche il sindaco Tagliani, l’assessore Annalisa Felletti e dirigenti dell’Istruzione Vecchi e Mauro, le educatrici Siconolfi, Orsoni e Viaro.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 19 dicembre 2016

Un crocifisso di Tassi per il duomo

7 Dic

Bondeno, il dipinto donato dalla vedova nel quinto anniversario della morte dell’artista

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Mara Vincenzi e Carlo Tassi (foto Andrea Samaritani)

Uno dei numerosi crocifissi realizzati da Carlo Tassi nel corso della sua vita, è stato donato dalla vedova Mara Vincenzi al Duomo di Bondeno, e verrà presentato oggi alla comunità durante la S. Messa delle ore 10.30.

Si tratta di un dipinto a olio su tela, 50×40 cm., scelto in modo condiviso dalla Vincenzi e dal parroco fra una decina di dipinti di Tassi con soggetto il Cristo crocifisso, uno dei temi prediletti dal pittore, in particolare nell’ultimo decennio di vita. «La motivazione alla base di questa donazione – ci spiega la Vincenzi – è che Carlo era un uomo e un artista profondamente cristiano, e quindi temi religiosi come la redenzione e la sofferenza erano per lui fondamentali e spesso ricorrenti». L’opera verrà collocata nel duomo di Bondeno all’interno della prima cappella sul lato destro. La donazione è pensata in concomitanza dei 5 anni dalla morte dell’artista, avvenuta il 1 dicembre del 2011.

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La “Crocifissione” di Tassi donata al Duomo di Bondeno

Ricordiamo inoltre che altre due opere di Tassi sono state in passato donate alla chiesa bondenese: una lunotta in terracotta posta sopra la porta della canonica rappresentante “Cristo fra i fanciulli”, e tre formelle di scagliola raffiguranti episodi della vita di Santa Rita presenti nella Chiesa dell’Addolorata in piazza Alda Costa, edificio ora chiuso.

Un modo, dunque, per ricordare questa personalità che ha segnato profondamente la vita artistica e culturale della città di Bondeno e non solo, e un ulteriore arricchimento per il Duomo, dopo i vari ritrovamenti effettuati nell’edificio religioso.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 04 dicembre 2016

«La rivoluzione radicale di Cristo contro l’attuale crisi antropologica»

2 Dic

15284081_1544173712266564_3314015151756277832_nNell’ambito del ciclo di incontri “Cultura e Carità”, a cura del Centro Sant’Andrea, ieri sera, giovedì 1 dicembre, Marco Guzzi è intevenuto nella conferenza dal titolo “Crisi ideale dell’Occidente, critica e proposta di Papa Francesco”. L’incontro si è svolto nella Sala delle Capriate, in piazza Leon Battista Alberti, a Mantova.

«Papa Francesco è consapevole della crisi dell’Occidente, e propone, di conseguenza, una rivoluzione radicale, la rivoluzione di Cristo, l’unica che trasforma radicalmente il cuore dell’uomo, come qualcosa, però, da incarnare, oggi, in modi diversi», ha spiegato Guzzi.

La posta in gioco è al «livello biologico, di sopravvivenza antropologica». La proposta di Papa Francesco è, dunque, quella più radicale, quella cristiana, l’unica che può fornire una via d’uscita vera dall’attuale crisi antropologica, «causata dalla negazione del primato dell’essere umano sugli altri esseri».

In questo «punto di rottura» senza precedenti nella storia, vi è «il dominio quasi assoluto del paradigma tecnocratico, e la preminenza di un soggetto egopatico e paranoico, dell’uomo egoico-bellico». Espressioni di questo paradigma sono anche il potere tecno-finanziario che uccide le democrazie, e il dominio quasi totale dell’omologazione dei mass media e dell’informazione. «Andiamo verso l’autodistruzione – ha proseguito Guzzi -, per questo serve un rincominciamento radicale, una rivoluzione culturale, un pensiero davvero globale, un nuovo pensiero comune, condiviso universalmente». Tutto ciò, però, è impensabile senza, prima, «una liberazione interiore, la rivoluzione personale di ognuno di noi, attraverso cioè una dilatazione della coscienza. Poi, noi cristiani – ha concluso il relatore – dobbiamo prendere coscienza di essere già, in quanto battezzati, l’inizio di questa nuova umanità trans-egoica, relazionale e post-bellica: dobbiamo, quindi, svolgere una doppia funzione: di denuncia e di annuncio, per un nuovo cominciamento di tipo iniziatico».

Andrea Musacci

Anche nella Cattedrale di Comacchio la liturgia per la conclusione del Giubileo

14 Nov
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I sacerdoti concelebranti

«Anche se la Porta Santa chiude, la Misericordia di Dio rimane sempre aperta, anzi spalancata per ognuno». Ieri a Comacchio nella Concattedrale di San Cassiano ha avuto luogo la cerimonia di conclusione dell’anno giubilare della Misericordia con la chiusura della Porta Santa. La S. Messa è stata presieduta da Mons. Antonio Grandini, parroco di San Giuseppe Lavoratore e canonico della Cattedrale di Ferrara, insieme al parroco don Ruggero Lucca, al vice parroco don Adrian Gabor, e a don Stefano Zanella, alla guida della Parrocchia di Lido degli Estensi. Poco prima dell’inizio, Mons. Grandini ha radunato la folla (circa 300 i presenti) per compiere insieme, per l’ultima volta, l’ entrata dalla Porta giubilare, subito dopo un momento di  riflessione sul significato della porta nel testo biblico.

Durante l’omelia, Mons. Grandini, dopo aver riflettuto sull’immagine del cuore di Dio come «porta spalancata», ha meditato sulla Provvidenza divina in merito ad eventi catastrofici, come il recente terremoto nel centro Italia.
Infine, ricordiamo che il Papa chiuderà il Giubileo a Roma domenica prossima, e che a Comacchio la Porta Santa era stata aperta da Mons. Grandini lo scorso 13 dicembre.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 14 novembre 2016

Fabrice Hadjadj: «Grazia e gratitudine contro la logica senza genealogia»

29 Ott
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Fabrice Hadjadj

“Perché dare la vita a un mortale? Essere genitori alla fine del mondo” è il nome dell’incontro pubblico tenuto dallo scrittore francese Fabrice Hadjadj lo scorso 27 ottobre nell’Auditorium Bisoffi in via Calatafimi a Verona, e organizzato da Associazione EdRes, con Gavia, Braida e ABiCi.

Dopo i saluti istituzionali con l’intervento dell’Assessore Alberto Benetti, vi è stata l’introduzione di Valeria Biasi, promotrice culturale, la quale ha definito Hadjadj «un pensatore, un cercatore, che ha trovato la fede cattolica senza cercarla».

“Le donne partoriscono a cavallo di una tomba”: con questa battuta di Beckett in “Aspettando Godot”, ha preso avvio la lunga, tormentata e appassionata riflessione di Hadjadj. Ha scelto di partire così, crudamente, senza fronzoli, com’è nel suo stile. «La culla, insomma, non sarebbe che un’illusione, il nascituro è come se fosse coricato in una bara. Invece – è il pensiero che Hadjadj ha cercato di portare – anche se è solo un istante, il giorno splende, il sentimento dell’assurdo non è primario. Il non-senso, infatti, lo sentiamo perché primariamente siamo destinati al senso, che lo vogliamo o no è così. Le tenebre sono mordaci solo sullo sfondo del giorno». Per il relatore, l’interrogativo sul perché procreare «apre uno spazio alla tragedia, senza per questo dimenticare lo stupore iniziale». Perché ci riproduciamo? Perché non scegliere di non riprodursi, dato che è tra le possibilità dell’essere umano? «Questa è la domanda delle domande, l’essenza stessa del perché. È questa la domanda fondamentale, non “la vita vale la pena di essere vissuta?”»

A differenza degli altri animali, non andiamo semplicemente in calore, «ma abbiamo un fervore rituale, c’è in noi una tendenza naturale che però dev’essere animata da una ragione più specifica». Storicamente, invece, bisogna considerare che «un tempo fare figli non era necessariamente un imperativo, ma uno scopo indiscutibile. Da quando il generare – ha proseguito Hadjadj – è diventato per molti un problema, allora ci siamo trovati sguarniti davanti a certe risposte». Al contrario la riproduzione della specie, «la genealogia, la fertilità sono da sempre essenziali per le religioni, fin dall’epoca primitiva», perché parte della natura umana. Con l’arrivo della filosofia antica, invece, «il filosofo si inizia a interrogare sull’origine prima del mondo, dimenticando la persona, la genealogia, la famiglia in carne e ossa. Poi, con la modernità, addirittura siamo arrivati a pensare che «la felicità sia legata al benessere, ma questa cura individualistica di sé ha arrecato molti danni alla fertilità».

Se è vero che già nel XIX secolo bisognava fare figli per la Patria, per la guerra, per il Partito o il regime di turno, così come oggi per lo Stato Islamico, ad esempio, insomma «il partorire era, ed è considerato un mezzo, non un fine in sé», oggi la situazione è ancora peggiore: «l’aborto – che è sempre un aborto della logica, della vita, una degradazione a programmazione –, la pillola, il parto senza dolore, la fecondazione in vitro, e quella medicalmente assistita, rendono la nascita non più dominio della donna ma degli ingegneri del vivente. Il dono della vita diventa diritto ad avere figli, o a non averne, o a sopprimere il feto. La nascita per via sessuale cede, quindi, il passo alla fabbricazione biogenetica, per costruire un essere adattato ai nostri progetti, fino alla “dolce morte”. Perlopiù – secondo Hadjadj – tutto ciò avviene in un contesto di crisi ecologica – dove si comprende che le risorse non sono illimitate, e quindi “conviene” anche procreare di meno – e di crisi antropologica».

L’analisi dello scrittore è spietata, perché sincera: «oggi l’essere padre o madre è considerato una degradazione, è il contrario del soggetto autonomo idealizzato dalla società attuale, chi sceglie di non avere figli viene considerato una persona che prende una scelta eticamente meno pericolosa, e il motivo che si addotta è di non avere nessun dovere di far venire al mondo degli esseri umani, che perlopiù soffriranno. Oggi chi sceglie di essere madre viene vista o come schiava sottomessa o come donna con un coraggio sovrumano. I cosiddetti “senza figli per scelta” dicono che il figlio, per farlo nascere, dovrebbe avere condizioni di vita eccellenti, ma è impossibile, quindi non se ne fanno: questa è una compassione senza passione, che pensa che quei figli, tanto, sono destinati a morire. Al contrario, un tempo le donne si gettavano a far figli senza pensarci troppo, nonostante le sofferenze e il rischio di morte legati al parto».

A questo punto Hadjadj cerca gradualmente di abbandonare la pars destruens della sua riflessione, e di concentrarsi sempre più sulla speranza e la bellezza legate al mettere al mondo dei figli. Come diceva all’inizio: “partorire sulla soglia della tomba”. «Sì, ma le tombe si apriranno, i sepolcri saranno vuoti, non generiamo per questo mondo, ciò ci insegna la fede. La Rivelazione, infatti, non è un sistema di risposte a tutto, ma qualcosa che ci chiama personalmente, e che implica una riscoperta e reinterpretazione del reale. Poi impariamo, con l’esperienza, che il sesso è legato essenzialmente allo spirito (“Il mio cuore e la mia carne esultano nel Dio vivente”, Salmo 83), e quindi mette in gioco la relazione divina, è insomma un intreccio tra ciò che c’è di più naturale e ciò che c’è di più soprannaturale». La sua meditazione è un crescendo di passione e di fede: «il semplice fatto di dare la vita contiene già in sé un piccolo barlume di speranza nella vita eterna, è evidente che il nostro sesso ci spinge naturalmente verso l’altro sesso, e che questo incontro ci apre alla procreazione, come la chiave e la serratura di una porta segreta. Per gli animali ciò è istintivo, per noi invece no, abbisogna del massimo della metafisica».

Come già accennato, parlare di nascita significa anche parlare di tragedia, di fragilità, della «nostra vulnerabilità radicale, principio di ogni vulnerabilità umana: dare la vita significa mettere al mondo una persona vulnerabile, e quindi essere all’origine della sua vulnerabilità, essere “responsabili” di ciò, e dunque anche del suo dolore. Questa vulnerabilità radicale riguarda il male subito ma soprattutto quello compiuto, è la vulnerabilità al peccato originale». Sono, questi, concetti alieni in una società come la nostra dove «si cerca la salute non la salvezza, la comodità nella tecnica non lo sforzo nella Grazia». Dove, quindi, si segue «la logica e non la genealogia»: ma «la logica diventa appunto aberrante se abbandona la genealogia, appena cioè non è più motivata per la vita, a dare la vita, se insomma vive una sorta di ipertrofia del “perché”: infatti, il perché estremo è senza perché».

«Solo la Croce – è la conclusione di Hadjadj – può illuminarci con la sua gioia, solo così la morte diventa luogo dell’offerta suprema. La “genealogica”, insomma, rompe l’impero del calcolo tecnologico attraverso il regno dell’imprevedibile, considerando la nascita come un avvenimento. Si tratta, insomma, di Grazia e di gratitudine, anche verso i propri genitori che, generandoci, ci hanno insegnato ad amare la vita. Dio ha creato il mondo per amore, cioè senza perché, in una gratuità totale. Per chi è nell’amore la gratuità è Grazia, per chi ne è fuori, è assurdità». Così, usando una delle sue infinite immagini geniali, «la mangiatoia dove fu posto Gesù bambino è la breccia nel tempo dove passa l’eterna fecondità di Dio».

Andrea Musacci

La metafisica è morta, il falso dio pure, torniamo a credere davvero in Dio: Marco Guzzi a Misano Adriatico

17 Ott
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Marco Guzzi

Nell’ambito del ciclo di incontri “Idoaltria. I miti del nostro tempo”, organizzato dalla Biblioteca Comunale di Misano Adriatico, venerdì 14 ottobre alle ore 21, il teologo Marco Guzzi è intervenuto sul tema “Religione e idolatria : il futuro del Cristianesimo”.

Una riflessione profonda, che propone una forma originale di interpretazione della speranza cristiana, per evitare di nascondersi in atteggiamenti di chiusura e di pessimismo fini a se stessi. Guzzi ha cercato di dimostrare come «oggi, nonostante viviamo un periodo di dissipazione morale, possiamo tornare a credere, proprio perché una certa immagine falsa di dio è morta».

Tornare a credere significa appunto tornare a sperare in grande, «che tutto questo non sia una vana perdita di tempo, che esista un senso trascendente ogni datità, e definitivo». Citando anche lo stesso Vattimo, proprio perché non è più possibile credere nel dio metafisico, dei filosofi, allora è possibile – davvero – (r)iniziare a credere in Dio.

Oggi tutte le religioni vivono una crisi che pare definitiva, e una reazione a ciò è una chiusura nel passato e nel fondamentalismo, speculare alla deriva nichilista e relativista che considera tutte le religioni indistinte, tra loro uguali. Ma quale dio è morto, quale religione sta per morire, si chiede Marco Guzzi. Ha cercato di spiegarlo attraverso cinque passaggi.

  1. «Ciò che sembra in crisi definitiva è una maniera millenaria di vivere la fede, di religioni che spesso si sono dimostrate poteri schiaccianti, che toglievano la libertà, l’idea cioè di un “dio controllore”, arcigno e violento, che chiede sacrifici di sangue, e che va sempre d’accordo con gli oppressori e i potenti. Quindi ci stiamo liberando di un dio fatto a immagine dell’aspetto peggiore dell’uomo, della sua natura bellica». Questa immagine di dio è, secondo Guzzi, per fortuna già morta, perché era una forma di idolatria. L’idolo, infatti, è un’immagine di dio fatta dall’uomo, che viola il primo comandamento (v. Esodo 24). «Tutte le rappresentazioni crudeli e liberticide di dio, quindi false, stanno crollando. Si ha una crisi delle rappresentanzioni egoiche di dio. Da qui emerge un’esigenza sempre più forte di vivere il divino, il Mistero, di realizzare la libertà e l’amore: insomma, un bisogno nudo del vero divino».
  2. Questa falsa immagine, che «ha prodotto tanta violenza sacrale (che in sé è satanica), rappresenta anche la fine della metafisica, cioè la crisi della rappresentazione egoica dell’essere, dell’illusione di poter spiegare razionalmente l’Essere, cioè Dio». Questa fine della metafisica è chiamata anche nichilismo o secolarizzazione, e questi ultimi due termini possono avere anche un’accezione positiva se si intendono appunto come «crollo delle false rappresentazioni di dio, ed emersione di un Dio molto più intimo. Si comprende sempre più – ha proseguito Guzzi – che è solo la dimensione umana quella in cui l’Essere accade, in cui il divino si rivela: così l’ermeneutica è davvero la filosofia post-metafisica del dialogo tra l’io e l’Essere». Insomma, così inteso il nichilismo è solo una fase della rivelazione del divino nella sua essenza vera, «che è intrinsecamente dialogica con l’uomo: infatti, Dio si incarna nell’uomo, nella carne. Siamo quindi in un’epoca particolare, in una fase della storia della salvezza, del mistero cristico. Così inteso, il nichilismo quindi purifica il cristianesimo, e fa evolvere la Chiesa nel suo cammino». Dio non lo incontriamo più in astratte concezioni metafisiche, né in un’immagine di sopraffazione, ma «in un dialogo fisico, un corpo a corpo, terribile data la nostra mortalità e fragilità, ma necessario».
  3. Possiamo, e dobbiamo, quindi, tornare a credere in «un Mistero divino più vivo, cioè in un’intimità assoluta tra Dio e l’umano: Dio è qua nella (nostra) Parola oppure non esiste. Dio non è il controllore della libertà, ma è la Libertà» (“Il Signore è lo Spirito e dove c’è lo Spirito del Signore, c’è libertà” 2 Corinzi 3, 17). Dio è il mistero stesso dell’io e dell’essere, e, ha proseguito nuovamente Guzzi, «accade di continuo incarnandosi dentro di me. Il mistero dell’Incarnazione ci è stato rivelato, e pian piano lo stiamo comprendendo, la storia dell’uomo dopo Cristo è la storia del continuo tentativo di comprendere sempre più il Mistero di Dio».
  4. Vi è la necessità quindi anche per noi di superare un’immagine di Cristo non solo metafisica e coercitiva, ma anche “vittimaria”: «Cristo invece si incarna per svelare il nesso tra violenza e sacro, per far comprendere che Dio non vuole il sacrificio, non vuole la morte di nessuno, ma è Lui a “morire”, a sacrificarsi per noi. Questo passo è importante per arrivare a un’umanità più libera, più cristica, questa è la vera nuova evangelizzazione».
  5. È dunque importante prendere coscienza sempre più che «è il divino creatore a rivelarsi e a creare di continuo, anche se cioè è difficile da comprendere: questa è una vera e propria rivoluzione antropologica. L’io cristico si nutre di pensiero iniziatico, cioè quello consapevole del fatto che per svilupparsi e per cambiare la realtà, ha bisogno di una mutazione continua del soggetto che pensa». Il cristianesimo, quindi, non è una religione ma «una forma nuova di umanità che cresce continuamente, ed è perciò sempre più libera». Infine, tutto questo, senza sopraffazione e superbia, deve portare però anche, inevitabilmente, a «una nuova civilizzazione, fondata sulla superiorità del dono».

Andrea Musacci

wwww.marcoguzzi.it – http://www.darsipace.it

«A quanto e a che cosa sono disposto a rinunciare per dimostrare che ciò in cui credo è vero?»

2 Ott
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Gianfranco Amato a Cento

“Famiglia: creazione dell’uomo o progetto di Dio?” è il titolo dell’incontro pubblico svoltosi la sera di giovedì scorso, 29 settembre, al Centro Pandurera di Cento. Gianfranco Amato, Presidente dei “Giuristi per la vita” e Segretario Nazionale del “Popolo della Famiglia” ha relazionato per alcune ore davanti a circa un centinaio di persone, per questo incontro organizzato dalla Zona Pastorale della Città di Cento in collaborazione con Giuristi per la vita, Popolo della Famiglia, ProVita, Circolo La Croce di Cento, Vita è, Il Timone.

«Siamo all’attacco finale alla famiglia», ha esordito l’avv. Amato. Per mettere subito alcuni paletti precisi, innanzitutto «la famiglia non è il frutto di una moda, di una teoria o di una dottrina religiosa, ma è un dato pregiuridico e prepolitico, e quindi è sottratto alla disponibilità del potere umano. La famiglia è un dato strettamente correlato alla natura dell’uomo», è un progetto di Dio, qualcosa quindi che preesiste a qualsiasi ordinamento civile, statale, religioso (anche cristiano).

Se è vero, infatti, che il cristianesimo propone una visione integrale e piena riguardo alla famiglia e al matrimonio, è anche vero che civiltà e culture precristiane, seguendo la ragione aderente alla natura, già possedevano una concezione corretta di famiglia. Nella cultura ebraica, in quelle romana e greca antiche, infatti, è già presente l’idea di famiglia come «formazione naturale formata da madre, padre e figlio/figli, e intesa come cellula base della società. Anche per questo – ha proseguito il relatore – ogni qual volta nella storia si è cercato di attaccare la famiglia, i tentativi sono sempre falliti». Basti pensare, ad esempio, alle teorizzazioni del bolscevismo russo, in particolare del leninismo.

Due testi fondamentali del vivere civile moderno riprendono la concezione naturale della famiglia. L’articolo 16 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo recita: “La famiglia è il nucleo naturale e fondamentale della società e ha diritto ad essere protetta dalla società e dallo Stato”. La stessa Costituzione della Repubblica italiana all’articolo 29 spiega come “La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio”. Durante i lavori dell’Assemblea Costituente, Aldo Moro spiegò che la famiglia è “un ordinamento autonomo dallo Stato”, Giorgio La Pira che è “un ordinamento di diritto naturale”, e Mortati parlò dell’“autonomia originaria della famiglia”.

Venendo al presente, la famigerata legge Cirinnà, ha spiegato Amato, istituisce di fatto, al di là del nome, il matrimonio omosessuale. Ad esempio, nell’art. 29 si parla addirittura di “vita famigliare”. Alcune conseguenze di questa legge, oltre agli effetti pedagogici caratteristiche di ogni atto legislativo, saranno che nei moduli di autodichiarazione vi saranno solo le indicazioni “genitore 1” e “genitore 2”, e che nell’educazione civica presente nel percorso scolastico si dovrà parlare anche di matrimonio omosessuale.

Il discorso si è, quindi, inevitabilmente spostato sulle varie forme dell’ideologia gender, che tende a relativizzare tendenzialmente all’infinito la naturale divisione dei sessi, proponendo una sessualità totalmente fluida, priva di alcuna strutturazione biologica, ma lasciata integralmente in balia dei desideri, degli errori, dei capricci del momento.

Papa Francesco anche ieri, 1° ottobre, durante l’incontro con i sacerdoti, i religiosi e le religiose nella Cattedrale di S. Maria Assunta a Tbilisi, ha spiegato come oggi «un grande nemico» del matrimonio sia «la teoria del gender. Oggi c’è una guerra mondiale per distruggere il matrimonio…ma non si distrugge con le armi, si distrugge con le idee», sono le «colonizzazioni ideologiche che distruggono»: perciò occorre «difendersi dalle colonizzazioni ideologiche».

Colonizzazioni che avvengono, ad esempio, in molteplici programmi tv (uno per tutti, “Bambine transgender” sul canale Real Time) o attraverso molti libri di testo per asili e scuole materne (per fare alcuni esempi, “Più ricchi di un re”, “Perché hai due papà?”, “Io sono un cavallo”, “Nei panni di Zaff”).

Forte è la tentazione di cedere al pessimismo, alla paura ma, come diceva don Bosco, “se Dio è con noi, siamo la maggioranza”. In ogni caso, chiunque non intende abdicare all’uso della ragione e alla difesa della Verità, ha concluso Amato, deve chiedersi: «A quanto e a che cosa sono disposto a rinunciare per dimostrare che ciò in cui credo è vero?»

Andrea Musacci

“Un’altra sfida emerge da varie forme di un’ideologia, genericamente chiamata gender, che «nega la differenza e la reciprocità naturale di uomo e donna. Essa prospetta una società senza differenze di sesso, e svuota la base antropologica della famiglia. Questa ideologia induce progetti educativi e orientamenti legislativi che promuovono un’identità personale e un’intimità affettiva radicalmente svincolate dalla diversità biologica fra maschio e femmina. L’identità umana viene consegnata ad un’opzione individualistica, anche mutevole nel tempo». E’ inquietante che alcune ideologie di questo tipo, che pretendono di rispondere a certe aspirazioni a volte comprensibili, cerchino di imporsi come un pensiero unico che determini anche l’educazione dei bambini. Non si deve ignorare che «sesso biologico (sex) e ruolo sociale-culturale del sesso (gender), si possono distinguere, ma non separare». D’altra parte, «la rivoluzione biotecnologica nel campo della procreazione umana ha introdotto la possibilità di manipolare l’atto generativo, rendendolo indipendente dalla relazione sessuale tra uomo e donna. In questo modo, la vita umana e la genitorialità sono divenute realtà componibili e scomponibili, soggette prevalentemente ai desideri di singoli o di coppie». Una cosa è comprendere la fragilità umana o la complessità della vita, altra cosa è accettare ideologie che pretendono di dividere in due gli aspetti inseparabili della realtà. Non cadiamo nel peccato di pretendere di sostituirci al Creatore. Siamo creature, non siamo onnipotenti. Il creato ci precede e dev’essere ricevuto come dono. Al tempo stesso, siamo chiamati a custodire la nostra umanità, e ciò significa anzitutto accettarla e rispettarla come è stata creata”.

(Papa Francesco, Amoris Laetitia, punto 56)