Tag Archives: Cristianesimo

I detenuti-attori insegnano”La forza del perdono”

25 Feb

Spettacolo in carcere dopo “Pope is pop”images

C’è tanta ironia ma anche struggimento per un tema importante, com’è quello del perdono, e rappresentato da attori particolari. Ieri nel primo pomeriggio nella Casa Circondariale di via Arginone ha avuto luogo lo spettacolo teatrale “La forza del perdono”, che ha visto protagonisti una decina di detenuti del carcere ferrarese, coadiuvati dal cappellano Mons. Antonio Bentivoglio. In una decina di giorni, per un’ora al giorno, i detenuti, italiani e non, hanno preparato lo spettacolo, rappresentato nel teatro/palestra della casa circondariale.

La rappresentazione racconta la vicenda di un mafioso, Trovato Innocente, arrestato perché colto in flagranza mentre chiede il pizzo in un mercato. Dopo il finto processo, troviamo il protagonista in cella (con letti e coperte realmente usati dai detenuti/attori): qui inizia il processo di pentimento per il male commesso, e di perdono nei confronti del complice, finito anche lui in carcere, suo accusatore durante il processo.

Alla rappresentazione hanno assistito diversi volontari dell’Associazione Noi per Loro, la comandante Annalisa Gadaleta e alcune educatrici.

Ad apertura dello spettacolo, e dopo lo stesso, vi è stato l’intrattenimento musicale eseguito da sei detenuti  (più due tecnici del suono), che hanno reinterpretato brani di Dylan, Vasco, Celentano e tanti altri.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 25 febbraio 2017

Messa e festa di Natale in carcere

20 Dic
Mons. Bentivoglio durante la messa in carcere per il suo 50°

Mons. Bentivoglio in carcere (foto d’archivio)

Sabato mattina all’interno della Casa Circondariale di Ferrara si è svolta la consueta Santa Messa di Natale concelebrata dall’Arcivescovo Mons. Luigi Negri insieme al cappellano del carcere Mons. Antonio Bentivoglio, a don Domenico Bedin e a Mons. Enrico d’Urso. Presenti all’evento, un’ottantina di “fratelli ristretti” (una parte dei quali ha realizzato, insieme al cappellano, il presepe e l’albero), diversi educatori, catechisti e volontari, oltre all’Assessore alle Politiche Sociali Chiara Sapigni, al Garante dei Detenuti Marcello Marighelli, al Direttore del carcere Paolo Malato e alla Comandante di Reparto Annalisa Gadaleta. La funzione, accompagnata dal coro di Comunione e Liberazione, ha visto il saluto iniziale di Mons. Bentivoglio, che ha spiegato come «il Vangelo di Natale si affaccia sulle soglie dell’umanità, entra nella vita, permettendoci di non rimanere incastrati nel passato, per guardare noi stessi e la realtà con occhi diversi». Il Vescovo ha invece rivolto un messaggio ai detenuti: «abbandonatevi alla giustizia di Dio, che mai vi lascerà soli, e così potrete affrontare tutte le fatiche. Siate lieti, perché questo principio di vita nuova attecchisca in voi, e da voi cambi il mondo».

Altro momento natalizio in carcere è stato la “Festa di Natale”, organizzata con la collaborazione delle Associazioni Agesci, Viale K e Pastorale Diocesana, che hanno offerto un buffet. Babbo Natale (un fantastico don Bedin) ha poi consegnato ai bambini presenti i regali offerti dalla Pastorale Diocesana e i regali prodotti dal Laboratorio Detenuti. L’iniziativa ha fatto seguito all’incontro fra detenuti e famiglie, che ha luogo una volta al mese ed è gestito dal Centro Bambini e Genitori Comunale “Isola del Tesoro” e da Agesci. Presente anche il sindaco Tagliani, l’assessore Annalisa Felletti e dirigenti dell’Istruzione Vecchi e Mauro, le educatrici Siconolfi, Orsoni e Viaro.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 19 dicembre 2016

Un crocifisso di Tassi per il duomo

7 Dic

Bondeno, il dipinto donato dalla vedova nel quinto anniversario della morte dell’artista

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Mara Vincenzi e Carlo Tassi (foto Andrea Samaritani)

Uno dei numerosi crocifissi realizzati da Carlo Tassi nel corso della sua vita, è stato donato dalla vedova Mara Vincenzi al Duomo di Bondeno, e verrà presentato oggi alla comunità durante la S. Messa delle ore 10.30.

Si tratta di un dipinto a olio su tela, 50×40 cm., scelto in modo condiviso dalla Vincenzi e dal parroco fra una decina di dipinti di Tassi con soggetto il Cristo crocifisso, uno dei temi prediletti dal pittore, in particolare nell’ultimo decennio di vita. «La motivazione alla base di questa donazione – ci spiega la Vincenzi – è che Carlo era un uomo e un artista profondamente cristiano, e quindi temi religiosi come la redenzione e la sofferenza erano per lui fondamentali e spesso ricorrenti». L’opera verrà collocata nel duomo di Bondeno all’interno della prima cappella sul lato destro. La donazione è pensata in concomitanza dei 5 anni dalla morte dell’artista, avvenuta il 1 dicembre del 2011.

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La “Crocifissione” di Tassi donata al Duomo di Bondeno

Ricordiamo inoltre che altre due opere di Tassi sono state in passato donate alla chiesa bondenese: una lunotta in terracotta posta sopra la porta della canonica rappresentante “Cristo fra i fanciulli”, e tre formelle di scagliola raffiguranti episodi della vita di Santa Rita presenti nella Chiesa dell’Addolorata in piazza Alda Costa, edificio ora chiuso.

Un modo, dunque, per ricordare questa personalità che ha segnato profondamente la vita artistica e culturale della città di Bondeno e non solo, e un ulteriore arricchimento per il Duomo, dopo i vari ritrovamenti effettuati nell’edificio religioso.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 04 dicembre 2016

«La rivoluzione radicale di Cristo contro l’attuale crisi antropologica»

2 Dic

15284081_1544173712266564_3314015151756277832_nNell’ambito del ciclo di incontri “Cultura e Carità”, a cura del Centro Sant’Andrea, ieri sera, giovedì 1 dicembre, Marco Guzzi è intevenuto nella conferenza dal titolo “Crisi ideale dell’Occidente, critica e proposta di Papa Francesco”. L’incontro si è svolto nella Sala delle Capriate, in piazza Leon Battista Alberti, a Mantova.

«Papa Francesco è consapevole della crisi dell’Occidente, e propone, di conseguenza, una rivoluzione radicale, la rivoluzione di Cristo, l’unica che trasforma radicalmente il cuore dell’uomo, come qualcosa, però, da incarnare, oggi, in modi diversi», ha spiegato Guzzi.

La posta in gioco è al «livello biologico, di sopravvivenza antropologica». La proposta di Papa Francesco è, dunque, quella più radicale, quella cristiana, l’unica che può fornire una via d’uscita vera dall’attuale crisi antropologica, «causata dalla negazione del primato dell’essere umano sugli altri esseri».

In questo «punto di rottura» senza precedenti nella storia, vi è «il dominio quasi assoluto del paradigma tecnocratico, e la preminenza di un soggetto egopatico e paranoico, dell’uomo egoico-bellico». Espressioni di questo paradigma sono anche il potere tecno-finanziario che uccide le democrazie, e il dominio quasi totale dell’omologazione dei mass media e dell’informazione. «Andiamo verso l’autodistruzione – ha proseguito Guzzi -, per questo serve un rincominciamento radicale, una rivoluzione culturale, un pensiero davvero globale, un nuovo pensiero comune, condiviso universalmente». Tutto ciò, però, è impensabile senza, prima, «una liberazione interiore, la rivoluzione personale di ognuno di noi, attraverso cioè una dilatazione della coscienza. Poi, noi cristiani – ha concluso il relatore – dobbiamo prendere coscienza di essere già, in quanto battezzati, l’inizio di questa nuova umanità trans-egoica, relazionale e post-bellica: dobbiamo, quindi, svolgere una doppia funzione: di denuncia e di annuncio, per un nuovo cominciamento di tipo iniziatico».

Andrea Musacci

Anche nella Cattedrale di Comacchio la liturgia per la conclusione del Giubileo

14 Nov
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I sacerdoti concelebranti

«Anche se la Porta Santa chiude, la Misericordia di Dio rimane sempre aperta, anzi spalancata per ognuno». Ieri a Comacchio nella Concattedrale di San Cassiano ha avuto luogo la cerimonia di conclusione dell’anno giubilare della Misericordia con la chiusura della Porta Santa. La S. Messa è stata presieduta da Mons. Antonio Grandini, parroco di San Giuseppe Lavoratore e canonico della Cattedrale di Ferrara, insieme al parroco don Ruggero Lucca, al vice parroco don Adrian Gabor, e a don Stefano Zanella, alla guida della Parrocchia di Lido degli Estensi. Poco prima dell’inizio, Mons. Grandini ha radunato la folla (circa 300 i presenti) per compiere insieme, per l’ultima volta, l’ entrata dalla Porta giubilare, subito dopo un momento di  riflessione sul significato della porta nel testo biblico.

Durante l’omelia, Mons. Grandini, dopo aver riflettuto sull’immagine del cuore di Dio come «porta spalancata», ha meditato sulla Provvidenza divina in merito ad eventi catastrofici, come il recente terremoto nel centro Italia.
Infine, ricordiamo che il Papa chiuderà il Giubileo a Roma domenica prossima, e che a Comacchio la Porta Santa era stata aperta da Mons. Grandini lo scorso 13 dicembre.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 14 novembre 2016

Fabrice Hadjadj: «Grazia e gratitudine contro la logica senza genealogia»

29 Ott
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Fabrice Hadjadj

“Perché dare la vita a un mortale? Essere genitori alla fine del mondo” è il nome dell’incontro pubblico tenuto dallo scrittore francese Fabrice Hadjadj lo scorso 27 ottobre nell’Auditorium Bisoffi in via Calatafimi a Verona, e organizzato da Associazione EdRes, con Gavia, Braida e ABiCi.

Dopo i saluti istituzionali con l’intervento dell’Assessore Alberto Benetti, vi è stata l’introduzione di Valeria Biasi, promotrice culturale, la quale ha definito Hadjadj «un pensatore, un cercatore, che ha trovato la fede cattolica senza cercarla».

“Le donne partoriscono a cavallo di una tomba”: con questa battuta di Beckett in “Aspettando Godot”, ha preso avvio la lunga, tormentata e appassionata riflessione di Hadjadj. Ha scelto di partire così, crudamente, senza fronzoli, com’è nel suo stile. «La culla, insomma, non sarebbe che un’illusione, il nascituro è come se fosse coricato in una bara. Invece – è il pensiero che Hadjadj ha cercato di portare – anche se è solo un istante, il giorno splende, il sentimento dell’assurdo non è primario. Il non-senso, infatti, lo sentiamo perché primariamente siamo destinati al senso, che lo vogliamo o no è così. Le tenebre sono mordaci solo sullo sfondo del giorno». Per il relatore, l’interrogativo sul perché procreare «apre uno spazio alla tragedia, senza per questo dimenticare lo stupore iniziale». Perché ci riproduciamo? Perché non scegliere di non riprodursi, dato che è tra le possibilità dell’essere umano? «Questa è la domanda delle domande, l’essenza stessa del perché. È questa la domanda fondamentale, non “la vita vale la pena di essere vissuta?”»

A differenza degli altri animali, non andiamo semplicemente in calore, «ma abbiamo un fervore rituale, c’è in noi una tendenza naturale che però dev’essere animata da una ragione più specifica». Storicamente, invece, bisogna considerare che «un tempo fare figli non era necessariamente un imperativo, ma uno scopo indiscutibile. Da quando il generare – ha proseguito Hadjadj – è diventato per molti un problema, allora ci siamo trovati sguarniti davanti a certe risposte». Al contrario la riproduzione della specie, «la genealogia, la fertilità sono da sempre essenziali per le religioni, fin dall’epoca primitiva», perché parte della natura umana. Con l’arrivo della filosofia antica, invece, «il filosofo si inizia a interrogare sull’origine prima del mondo, dimenticando la persona, la genealogia, la famiglia in carne e ossa. Poi, con la modernità, addirittura siamo arrivati a pensare che «la felicità sia legata al benessere, ma questa cura individualistica di sé ha arrecato molti danni alla fertilità».

Se è vero che già nel XIX secolo bisognava fare figli per la Patria, per la guerra, per il Partito o il regime di turno, così come oggi per lo Stato Islamico, ad esempio, insomma «il partorire era, ed è considerato un mezzo, non un fine in sé», oggi la situazione è ancora peggiore: «l’aborto – che è sempre un aborto della logica, della vita, una degradazione a programmazione –, la pillola, il parto senza dolore, la fecondazione in vitro, e quella medicalmente assistita, rendono la nascita non più dominio della donna ma degli ingegneri del vivente. Il dono della vita diventa diritto ad avere figli, o a non averne, o a sopprimere il feto. La nascita per via sessuale cede, quindi, il passo alla fabbricazione biogenetica, per costruire un essere adattato ai nostri progetti, fino alla “dolce morte”. Perlopiù – secondo Hadjadj – tutto ciò avviene in un contesto di crisi ecologica – dove si comprende che le risorse non sono illimitate, e quindi “conviene” anche procreare di meno – e di crisi antropologica».

L’analisi dello scrittore è spietata, perché sincera: «oggi l’essere padre o madre è considerato una degradazione, è il contrario del soggetto autonomo idealizzato dalla società attuale, chi sceglie di non avere figli viene considerato una persona che prende una scelta eticamente meno pericolosa, e il motivo che si addotta è di non avere nessun dovere di far venire al mondo degli esseri umani, che perlopiù soffriranno. Oggi chi sceglie di essere madre viene vista o come schiava sottomessa o come donna con un coraggio sovrumano. I cosiddetti “senza figli per scelta” dicono che il figlio, per farlo nascere, dovrebbe avere condizioni di vita eccellenti, ma è impossibile, quindi non se ne fanno: questa è una compassione senza passione, che pensa che quei figli, tanto, sono destinati a morire. Al contrario, un tempo le donne si gettavano a far figli senza pensarci troppo, nonostante le sofferenze e il rischio di morte legati al parto».

A questo punto Hadjadj cerca gradualmente di abbandonare la pars destruens della sua riflessione, e di concentrarsi sempre più sulla speranza e la bellezza legate al mettere al mondo dei figli. Come diceva all’inizio: “partorire sulla soglia della tomba”. «Sì, ma le tombe si apriranno, i sepolcri saranno vuoti, non generiamo per questo mondo, ciò ci insegna la fede. La Rivelazione, infatti, non è un sistema di risposte a tutto, ma qualcosa che ci chiama personalmente, e che implica una riscoperta e reinterpretazione del reale. Poi impariamo, con l’esperienza, che il sesso è legato essenzialmente allo spirito (“Il mio cuore e la mia carne esultano nel Dio vivente”, Salmo 83), e quindi mette in gioco la relazione divina, è insomma un intreccio tra ciò che c’è di più naturale e ciò che c’è di più soprannaturale». La sua meditazione è un crescendo di passione e di fede: «il semplice fatto di dare la vita contiene già in sé un piccolo barlume di speranza nella vita eterna, è evidente che il nostro sesso ci spinge naturalmente verso l’altro sesso, e che questo incontro ci apre alla procreazione, come la chiave e la serratura di una porta segreta. Per gli animali ciò è istintivo, per noi invece no, abbisogna del massimo della metafisica».

Come già accennato, parlare di nascita significa anche parlare di tragedia, di fragilità, della «nostra vulnerabilità radicale, principio di ogni vulnerabilità umana: dare la vita significa mettere al mondo una persona vulnerabile, e quindi essere all’origine della sua vulnerabilità, essere “responsabili” di ciò, e dunque anche del suo dolore. Questa vulnerabilità radicale riguarda il male subito ma soprattutto quello compiuto, è la vulnerabilità al peccato originale». Sono, questi, concetti alieni in una società come la nostra dove «si cerca la salute non la salvezza, la comodità nella tecnica non lo sforzo nella Grazia». Dove, quindi, si segue «la logica e non la genealogia»: ma «la logica diventa appunto aberrante se abbandona la genealogia, appena cioè non è più motivata per la vita, a dare la vita, se insomma vive una sorta di ipertrofia del “perché”: infatti, il perché estremo è senza perché».

«Solo la Croce – è la conclusione di Hadjadj – può illuminarci con la sua gioia, solo così la morte diventa luogo dell’offerta suprema. La “genealogica”, insomma, rompe l’impero del calcolo tecnologico attraverso il regno dell’imprevedibile, considerando la nascita come un avvenimento. Si tratta, insomma, di Grazia e di gratitudine, anche verso i propri genitori che, generandoci, ci hanno insegnato ad amare la vita. Dio ha creato il mondo per amore, cioè senza perché, in una gratuità totale. Per chi è nell’amore la gratuità è Grazia, per chi ne è fuori, è assurdità». Così, usando una delle sue infinite immagini geniali, «la mangiatoia dove fu posto Gesù bambino è la breccia nel tempo dove passa l’eterna fecondità di Dio».

Andrea Musacci

La metafisica è morta, il falso dio pure, torniamo a credere davvero in Dio: Marco Guzzi a Misano Adriatico

17 Ott
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Marco Guzzi

Nell’ambito del ciclo di incontri “Idoaltria. I miti del nostro tempo”, organizzato dalla Biblioteca Comunale di Misano Adriatico, venerdì 14 ottobre alle ore 21, il teologo Marco Guzzi è intervenuto sul tema “Religione e idolatria : il futuro del Cristianesimo”.

Una riflessione profonda, che propone una forma originale di interpretazione della speranza cristiana, per evitare di nascondersi in atteggiamenti di chiusura e di pessimismo fini a se stessi. Guzzi ha cercato di dimostrare come «oggi, nonostante viviamo un periodo di dissipazione morale, possiamo tornare a credere, proprio perché una certa immagine falsa di dio è morta».

Tornare a credere significa appunto tornare a sperare in grande, «che tutto questo non sia una vana perdita di tempo, che esista un senso trascendente ogni datità, e definitivo». Citando anche lo stesso Vattimo, proprio perché non è più possibile credere nel dio metafisico, dei filosofi, allora è possibile – davvero – (r)iniziare a credere in Dio.

Oggi tutte le religioni vivono una crisi che pare definitiva, e una reazione a ciò è una chiusura nel passato e nel fondamentalismo, speculare alla deriva nichilista e relativista che considera tutte le religioni indistinte, tra loro uguali. Ma quale dio è morto, quale religione sta per morire, si chiede Marco Guzzi. Ha cercato di spiegarlo attraverso cinque passaggi.

  1. «Ciò che sembra in crisi definitiva è una maniera millenaria di vivere la fede, di religioni che spesso si sono dimostrate poteri schiaccianti, che toglievano la libertà, l’idea cioè di un “dio controllore”, arcigno e violento, che chiede sacrifici di sangue, e che va sempre d’accordo con gli oppressori e i potenti. Quindi ci stiamo liberando di un dio fatto a immagine dell’aspetto peggiore dell’uomo, della sua natura bellica». Questa immagine di dio è, secondo Guzzi, per fortuna già morta, perché era una forma di idolatria. L’idolo, infatti, è un’immagine di dio fatta dall’uomo, che viola il primo comandamento (v. Esodo 24). «Tutte le rappresentazioni crudeli e liberticide di dio, quindi false, stanno crollando. Si ha una crisi delle rappresentanzioni egoiche di dio. Da qui emerge un’esigenza sempre più forte di vivere il divino, il Mistero, di realizzare la libertà e l’amore: insomma, un bisogno nudo del vero divino».
  2. Questa falsa immagine, che «ha prodotto tanta violenza sacrale (che in sé è satanica), rappresenta anche la fine della metafisica, cioè la crisi della rappresentazione egoica dell’essere, dell’illusione di poter spiegare razionalmente l’Essere, cioè Dio». Questa fine della metafisica è chiamata anche nichilismo o secolarizzazione, e questi ultimi due termini possono avere anche un’accezione positiva se si intendono appunto come «crollo delle false rappresentazioni di dio, ed emersione di un Dio molto più intimo. Si comprende sempre più – ha proseguito Guzzi – che è solo la dimensione umana quella in cui l’Essere accade, in cui il divino si rivela: così l’ermeneutica è davvero la filosofia post-metafisica del dialogo tra l’io e l’Essere». Insomma, così inteso il nichilismo è solo una fase della rivelazione del divino nella sua essenza vera, «che è intrinsecamente dialogica con l’uomo: infatti, Dio si incarna nell’uomo, nella carne. Siamo quindi in un’epoca particolare, in una fase della storia della salvezza, del mistero cristico. Così inteso, il nichilismo quindi purifica il cristianesimo, e fa evolvere la Chiesa nel suo cammino». Dio non lo incontriamo più in astratte concezioni metafisiche, né in un’immagine di sopraffazione, ma «in un dialogo fisico, un corpo a corpo, terribile data la nostra mortalità e fragilità, ma necessario».
  3. Possiamo, e dobbiamo, quindi, tornare a credere in «un Mistero divino più vivo, cioè in un’intimità assoluta tra Dio e l’umano: Dio è qua nella (nostra) Parola oppure non esiste. Dio non è il controllore della libertà, ma è la Libertà» (“Il Signore è lo Spirito e dove c’è lo Spirito del Signore, c’è libertà” 2 Corinzi 3, 17). Dio è il mistero stesso dell’io e dell’essere, e, ha proseguito nuovamente Guzzi, «accade di continuo incarnandosi dentro di me. Il mistero dell’Incarnazione ci è stato rivelato, e pian piano lo stiamo comprendendo, la storia dell’uomo dopo Cristo è la storia del continuo tentativo di comprendere sempre più il Mistero di Dio».
  4. Vi è la necessità quindi anche per noi di superare un’immagine di Cristo non solo metafisica e coercitiva, ma anche “vittimaria”: «Cristo invece si incarna per svelare il nesso tra violenza e sacro, per far comprendere che Dio non vuole il sacrificio, non vuole la morte di nessuno, ma è Lui a “morire”, a sacrificarsi per noi. Questo passo è importante per arrivare a un’umanità più libera, più cristica, questa è la vera nuova evangelizzazione».
  5. È dunque importante prendere coscienza sempre più che «è il divino creatore a rivelarsi e a creare di continuo, anche se cioè è difficile da comprendere: questa è una vera e propria rivoluzione antropologica. L’io cristico si nutre di pensiero iniziatico, cioè quello consapevole del fatto che per svilupparsi e per cambiare la realtà, ha bisogno di una mutazione continua del soggetto che pensa». Il cristianesimo, quindi, non è una religione ma «una forma nuova di umanità che cresce continuamente, ed è perciò sempre più libera». Infine, tutto questo, senza sopraffazione e superbia, deve portare però anche, inevitabilmente, a «una nuova civilizzazione, fondata sulla superiorità del dono».

Andrea Musacci

wwww.marcoguzzi.it – http://www.darsipace.it

«A quanto e a che cosa sono disposto a rinunciare per dimostrare che ciò in cui credo è vero?»

2 Ott
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Gianfranco Amato a Cento

“Famiglia: creazione dell’uomo o progetto di Dio?” è il titolo dell’incontro pubblico svoltosi la sera di giovedì scorso, 29 settembre, al Centro Pandurera di Cento. Gianfranco Amato, Presidente dei “Giuristi per la vita” e Segretario Nazionale del “Popolo della Famiglia” ha relazionato per alcune ore davanti a circa un centinaio di persone, per questo incontro organizzato dalla Zona Pastorale della Città di Cento in collaborazione con Giuristi per la vita, Popolo della Famiglia, ProVita, Circolo La Croce di Cento, Vita è, Il Timone.

«Siamo all’attacco finale alla famiglia», ha esordito l’avv. Amato. Per mettere subito alcuni paletti precisi, innanzitutto «la famiglia non è il frutto di una moda, di una teoria o di una dottrina religiosa, ma è un dato pregiuridico e prepolitico, e quindi è sottratto alla disponibilità del potere umano. La famiglia è un dato strettamente correlato alla natura dell’uomo», è un progetto di Dio, qualcosa quindi che preesiste a qualsiasi ordinamento civile, statale, religioso (anche cristiano).

Se è vero, infatti, che il cristianesimo propone una visione integrale e piena riguardo alla famiglia e al matrimonio, è anche vero che civiltà e culture precristiane, seguendo la ragione aderente alla natura, già possedevano una concezione corretta di famiglia. Nella cultura ebraica, in quelle romana e greca antiche, infatti, è già presente l’idea di famiglia come «formazione naturale formata da madre, padre e figlio/figli, e intesa come cellula base della società. Anche per questo – ha proseguito il relatore – ogni qual volta nella storia si è cercato di attaccare la famiglia, i tentativi sono sempre falliti». Basti pensare, ad esempio, alle teorizzazioni del bolscevismo russo, in particolare del leninismo.

Due testi fondamentali del vivere civile moderno riprendono la concezione naturale della famiglia. L’articolo 16 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo recita: “La famiglia è il nucleo naturale e fondamentale della società e ha diritto ad essere protetta dalla società e dallo Stato”. La stessa Costituzione della Repubblica italiana all’articolo 29 spiega come “La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio”. Durante i lavori dell’Assemblea Costituente, Aldo Moro spiegò che la famiglia è “un ordinamento autonomo dallo Stato”, Giorgio La Pira che è “un ordinamento di diritto naturale”, e Mortati parlò dell’“autonomia originaria della famiglia”.

Venendo al presente, la famigerata legge Cirinnà, ha spiegato Amato, istituisce di fatto, al di là del nome, il matrimonio omosessuale. Ad esempio, nell’art. 29 si parla addirittura di “vita famigliare”. Alcune conseguenze di questa legge, oltre agli effetti pedagogici caratteristiche di ogni atto legislativo, saranno che nei moduli di autodichiarazione vi saranno solo le indicazioni “genitore 1” e “genitore 2”, e che nell’educazione civica presente nel percorso scolastico si dovrà parlare anche di matrimonio omosessuale.

Il discorso si è, quindi, inevitabilmente spostato sulle varie forme dell’ideologia gender, che tende a relativizzare tendenzialmente all’infinito la naturale divisione dei sessi, proponendo una sessualità totalmente fluida, priva di alcuna strutturazione biologica, ma lasciata integralmente in balia dei desideri, degli errori, dei capricci del momento.

Papa Francesco anche ieri, 1° ottobre, durante l’incontro con i sacerdoti, i religiosi e le religiose nella Cattedrale di S. Maria Assunta a Tbilisi, ha spiegato come oggi «un grande nemico» del matrimonio sia «la teoria del gender. Oggi c’è una guerra mondiale per distruggere il matrimonio…ma non si distrugge con le armi, si distrugge con le idee», sono le «colonizzazioni ideologiche che distruggono»: perciò occorre «difendersi dalle colonizzazioni ideologiche».

Colonizzazioni che avvengono, ad esempio, in molteplici programmi tv (uno per tutti, “Bambine transgender” sul canale Real Time) o attraverso molti libri di testo per asili e scuole materne (per fare alcuni esempi, “Più ricchi di un re”, “Perché hai due papà?”, “Io sono un cavallo”, “Nei panni di Zaff”).

Forte è la tentazione di cedere al pessimismo, alla paura ma, come diceva don Bosco, “se Dio è con noi, siamo la maggioranza”. In ogni caso, chiunque non intende abdicare all’uso della ragione e alla difesa della Verità, ha concluso Amato, deve chiedersi: «A quanto e a che cosa sono disposto a rinunciare per dimostrare che ciò in cui credo è vero?»

Andrea Musacci

“Un’altra sfida emerge da varie forme di un’ideologia, genericamente chiamata gender, che «nega la differenza e la reciprocità naturale di uomo e donna. Essa prospetta una società senza differenze di sesso, e svuota la base antropologica della famiglia. Questa ideologia induce progetti educativi e orientamenti legislativi che promuovono un’identità personale e un’intimità affettiva radicalmente svincolate dalla diversità biologica fra maschio e femmina. L’identità umana viene consegnata ad un’opzione individualistica, anche mutevole nel tempo». E’ inquietante che alcune ideologie di questo tipo, che pretendono di rispondere a certe aspirazioni a volte comprensibili, cerchino di imporsi come un pensiero unico che determini anche l’educazione dei bambini. Non si deve ignorare che «sesso biologico (sex) e ruolo sociale-culturale del sesso (gender), si possono distinguere, ma non separare». D’altra parte, «la rivoluzione biotecnologica nel campo della procreazione umana ha introdotto la possibilità di manipolare l’atto generativo, rendendolo indipendente dalla relazione sessuale tra uomo e donna. In questo modo, la vita umana e la genitorialità sono divenute realtà componibili e scomponibili, soggette prevalentemente ai desideri di singoli o di coppie». Una cosa è comprendere la fragilità umana o la complessità della vita, altra cosa è accettare ideologie che pretendono di dividere in due gli aspetti inseparabili della realtà. Non cadiamo nel peccato di pretendere di sostituirci al Creatore. Siamo creature, non siamo onnipotenti. Il creato ci precede e dev’essere ricevuto come dono. Al tempo stesso, siamo chiamati a custodire la nostra umanità, e ciò significa anzitutto accettarla e rispettarla come è stata creata”.

(Papa Francesco, Amoris Laetitia, punto 56)

Comunità e dialogo tra fedi: Carron e Bertinotti insieme a Forlì

29 Set

indexIeri sera, 28 settembre, in occasione della presentazione del libro di Julián Carrón (Presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione), “La bellezza disarmata” (Ed. Rizzoli, 2015), l’autore ha dialogato insieme a Fausto Bertinotti, ex Presidente della Camera dei Deputati ed ex Segretario del Partito della Rifondazione Comunista. Sede dell’incontro, moderato dal giornalista Gianni Riotta, il Teatro Diego Fabbri di Forlì, stracolmo (altre 250 persone, rimaste fuori dal teatro, hanno seguito l’incontro in streaming in una sala vicina al teatro).

Una serata densa di emozioni, di riflessioni anche sofferte, soprattutto da colui che ha rappresentato il movimento neo-comunista italiano dopo la fine della Prima Repubblica. Bertinotti ha esordito subito con spirito di apertura, spiegando come «nel libro di Carron vi sia un’idea drammatica del mondo in cui viviamo: non è, insomma, una lettura tranquillizzante, Carron fa un’operazione di verità su un mondo come quello attuale che è sull’orlo di un abisso. Un mondo che sembra avvolto nel nichilismo, dove domina una devastazione economica, sociale, ma soprattutto umana, che porta alla disperazione».

La lettura di Bertinotti però non perde mai di vista la speranza di un futuro migliore, come nella migliore tradizione della sua fede politica. «Si possono però anche leggere le tracce di un possibile percorso di redenzione, o di rinascita», ha spiegato. E’ palese la “perdita dell’evidenza” di cui parla Carron nel libro: «evidenza in Dio o nel socialismo, in un altro mondo, in un mondo liberato dai grandi mali dell’umanità. Ma Carron trova le tracce di ciò nella riorganizzazione di comunità, dove viva la reazione di solidarietà, dove domini la rivalutazione dell’umano». Queste sono tracce reali, concrete, non vaneggiamenti: «dalla fine dell’800 si è rincominciato non dallo Stato, ma dalla ricostruzione delle comunità (leghe, sindacati ecc.), per riaprire spazi di liberazione».

Carron ha risposto alle sollecitazioni dell’interlocutore invitando a «cercare di capire, senza farci prendere dalla paura. Il cambiamento è epocale, ma l’importante è mantenere l’evidenza dei valori, tentativo che oggi è fallito».

Di nuovo Bertinotti ha spiegato come dal dramma immenso della Shoah, «nel secondo dopoguerra rinasca una speranza, un’utopia concreta, vale a dire le moderne Costituzioni nazionali, frutto della simbiosi dei pensieri cattolici e socialista: l’eguaglianza e la persona sono al centro di queste costituzioni, non più il cittadino, e una libertà astratta». La politica, insomma, si fa popolo nelle associazioni cattoliche, nel movimento operaio. Oggi, invece, lo scollamento tra politica (èlite) e popolo accade «perché la prima ha abbandonato il secondo. Oggi il nuovo principe è il mercato, tutto è ridotto a economia, a merce, domina la cultura dello scarto. Questo neo-capitalismo è il prodotto di un rovesciamento del conflitto di classe, però oggi c’è il conflitto dei ricchi contro i poveri, non viceversa». Quale può essere la via di uscita da questo dominio del mercato? «Il neo-capitalismo, infatti, vuole farsi religione, cancellare tutte le fedi».

Sottolineando la continuità tra il papato di Benedetto XVI e quello di Papa Francesco, Carron ha proseguito quindi il ragionamento ponendo più direttamente al centro il tema dell’avvenimento cristiano come salvezza anche per l’oggi: questo, infatti, «non è un elenco di verità, di precetti, ma una Persona, il cristianesimo è carne, gesti, l’esserci, gesti che sfidano: cosa c’è di più radicale di questo? La Chiesa deve semplicemente fare la Chiesa, deve riscoprire la natura del cristianesimo, non mere nozioni bigotte, ma permettere ai giovani di riscoprire la fede. In questo è riuscito don Giussani, cioè nel cercare di far capire la pertinenza della fede, del cristianesimo con le esigenze del vivere».

Tornando a un appoccio critico ma mai distruttivo, Bertinotti ha poi sottolineato come  «un tempo, nonostante le differenze politiche, c’era un destino condiviso che riguardava il futuro dei popoli, e lo sguardo era sempre sul reale. Oggi invece abbiamo un mondo virtuale che è un circo ludico e feroce. Il pensiero corrente, egemone è quello che si afferma perché non incontra la resistenza delle fedi, dove per fedi intendo le forme di trascendimento del sé verso un destino comune. Il dialogo – ha proseguito Bertinotti – è possibile solo in presenza di fedi: senza ciò, il pensiero egemone ha il sopravvento, e il dialogo si trasforma in sopraffazione».

La comunità diventa così il centro della rinascita: «la comunità è quel processo di costruzione dentro cui condividere una sorte, è quel luogo dove la tua fede prende corpo insieme ad altre persone, è condivisione della vita. E’ vero che ogni fede contiene un rischio di fondamentalismo, ma l’idea di comunità, con la ricerca dell’altro, impedisce questo rischio. Da questo rischio quindi non si esce uccidendo le fedi e abbandonandosi a questo sistema alienante: senza fede e comunità non c’è libertà».

Riguardo al rapporto della sinista, e a livello personale di Bertinotti, col movimento di Comunione e Liberazione, Bertinotti ha riconosciuto come «CL è costruzione di popolo, di comunità, e questo mi affascina, questa capacità di dono, di relazione. Nella diversità, insomma, riconosciamo elementi comuni: questo è il vero dialogo. Un tempo il dialogo vedeva il fenomeno religioso indagato attraverso la politica, l’ideologia, non attraverso il rapporto con la vita: questo è il motivo dell’odio ideologico che la sinistra nutriva verso CL! Oggi c’è bisogno di una ricostruzione del dialogo tra le fedi, cioè tra coloro che non si adeguano al nichilismo del nostro tempo».

Questo tema porta al rapporto con l’altro, che oggi è, più che mai, anche il migrante: «la prossimità facilità l’incontro con l’altro, lo sguardo lo fa smettere di essere il cattivo immigrato, ma una persone come te, un fratello o una sorella».

«Questo sguardo di riconoscimento dell’altro – ha quindi concluso Carron – quando c’è, spiega davvero come il Verbo si è fatto carne, altrimenti questo sguardo non sarebbe possibile. Bisogna ricostruire dal di dentro non muri ma ponti: ma quelli che migrano da noi trovano il nichilismo, o trovano quello sguardo?», è la domanda cruda, la provocazione che i due interlocutori lanciano a un Occidente malato di vuoto.

Andrea Musacci

«Virtù e fraternità per lottare contro il male che è in noi»: Enzo Bianchi al Festival della Filosofia

19 Set

“Se non agisci bene, il peccato è accovacciato alla tua porta”. (Genesi 4, 7)

“La lotta spirituale è brutale quanto una battaglia fra gli uomini”. (Arthur Rimbaud, Una stagione all’inferno)

Esiste una lotta essenziale per ogni uomo, giovane o vecchio, ricco o povero, una guerra che va combattuta tutta la vita, fin dall’infanzia, contro le «pulsioni malefiche», quel male “accovacciato” alla porta del nostro cuore.

In occasione della 16° edizione del Festival della Filosofia, anche quest’anno svoltosi tra Modena, Carpi e Sassuolo nel fine settimana appena trascorso, ieri pomeriggio nella tensostruttura allestita in Piazzale Bartolomeo Avanzini a Sassuolo ha avuto luogo la lectio magistralis di Enzo Bianchi sulla “Lotta spirituale”, alla presenza di circa un migliaio di persone. Riprendendo, infatti, il tema dell’edizione di quest’anno, “Agonismo”, Bianchi, classe ’43, fondatore e priore della Comunità monastica di Bose a Magnano (Biella), in circa un’ora ha sviluppato una riflessione, sulla lotta contro il peccato, dalla chiara connotazione cristiana, ma recepibile da chiunque, anche dai non credenti. Un tema da lui approfondito, ad esempio, già nel libro Una lotta per la vita. Conoscere e combattere i peccati capitali (2012).

La lotta interiore è l’evento più significativo ma anche il più «disatteso», reso anacronistico e retorico dal «nichilismo imperante»: è, secondo Bianchi, quella lotta in cui l’uomo «oppone resistenza al male, combatte contro le pulsioni e le suggestioni del proprio cuore, che prepotentemente e aggressivamente emergono, assumendo il volto di tentazioni seducenti». La lotta spirituale rappresenta, ha riflettuto Bianchi, «un combattimento spirituale senza tregua, che non consente armistizi, una battaglia che dura fino alla fine della vita. L’edificazione umana è impossibile senza questa lotta, senza cioè il discernimento tra bene e male». Un combattimento per arrivare a una vita davvero degna, «a ciò che è autenticamente umano, che è anche autenticamente cristiano».

Richiamando anche uno scrittore come Cesare Pavese e il suo “mestiere di vivere”, Bianchi ha ribadito la necessità di lottare contro questo male che è in noi, contro «questa animalità che va domata, razionalizzata, contro questa pulsione egocentrica legata alla paura della morte».  Questo scontro nel nostro cuore è l’unico caso, ha proseguito Bianchi, di «guerra non armata, non violenta, ma le cui armi sono le virtù umani, giustizia, fiducia e carità, quelle energie donate da Dio». È un combattimento duro e imprevedibile, lo stesso di cui parlava anche San Paolo: “io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio” (Lettera ai Romani 7, 19), quella “buona battaglia” (Seconda Lettera a Timoteo 4, 7).

Nello specifico, il relatore ha spiegato le tre pulsioni madre dalle quali scaturiscono tutti i peccati. La prima è la libido amandi, nel quale l’amore e l’eros, seppur nella loro bellezza e verità intrinseche, non accettano «il limite, la differenza e la distanza» necessarie. L’eros, invece, secondo Bianchi, «dev’essere esposto al rischio vitale dell’incontro con l’altro, col non-prossimo, il diverso, il lontano. Oggi invece – ha proseguito – è diffusa una sessualità leggera, poco impegnativa, quindi cosificata». Triste conseguenza di ciò è che «l’eros perde la sua intensità, l’importanza della comunione con l’altro, che viene ridotto a oggetto, a strumento», e non rispettato nel suo valore di persona.

Oggi si ha «un’assolutizzazione della pulsione sessuale, un mero incontro fra due narcisismi, di due egoismi, un’idolatria nella sfera erotica, vale a dire una fuga nell’immaginario, una sessualità spersonalizzata, senza alcuna valenza simbolica, virtuale e alienante, qualcosa di sempre più chiacchierato e ostentato, quindi banalizzato e ossessivo». La spietata ma sincera analisi di Bianchi porta anche a spiegare le purtroppo inevitabili conseguenze di tutto ciò in molti giovani: «impotenza, frigidità, senescenza precoce dei sensi».

Proprio per questo occorre «una disciplina della pulsione sessuale, esercitare all’ascesi umana, alla dilazione del desiderio». Più profondamente occorre rieducare al fatto che «il corpo non è ciò che l’uomo possiede, ma ciò che l’uomo è, e dunque vanno difesi la tenerezza dell’amore e il rispetto per l’altro, insieme al piacere».

La seconda pulsione madre è la libido possidendi, vale a dire una perversione e assolutizzazione del naturale desiderio umano di avere un rapporto con le cose, rapporto che si esprime soprattutto col lavoro e la cultura. Invece, questa «grande pulsione idolatrica, questa brama del possesso fine a sé stesso – ha proseguito Bianchi – porta a far diventare il quantificabile e il visibile i criteri più importanti». Quest’assolutizzazione è, oggi, «la vittoria del dio denaro, del capitale, della finanza, dell’accumulo sfrenato, della ricchezza ostentata», mentre, come ammoniva Gesù, “non potete servire a Dio e a Mammona” (Vangelo secondo Matteo 6, 24).

Infine, vi è la libido dominandi, «la pulsione del potere, l’affermazione totale di sé sugli altri, quella che richiede l’adorazione più totale, fino a esigere il sangue altrui», ha spiegato Bianchi. In ultima analisi, alla radice «ogni forma di idolatria è idolatria di sé, amore egoistico, per cui l’altro non è un dono, non è una salvezza contro l’isolamento, ma un ostacolo, un mero strumento». Tra le tentazioni, questa del potere, del dominio sull’altro è narrata nello stesso Vangelo come l’ultima delle tre, «come compimento delle altre» (cfr. Vangelo secondo Luca 4, 9-12).

In conclusione, a voler testimoniare come la lotta interiore, nonostante riguardi il cuore, l’intimità di ogni persona, non richiami però nulla di individualistico e solipsistico, Enzo Bianchi ha affermato come contro queste libido serva «la fraternità, la comunione, riscoprire cioè il valore della fratellanza per ricercare il bene comune».

Andrea Musacci