Difficile legare tra loro pace e inquietudine. Eppure quello che i due sacerdoti ci hanno insegnato, è che la prima è qualcosa da ricreare e ricercare di continuo, insieme, nelle differenze. Di questo e altro ha parlato anche Sergio Paronetto (Pax Christi) l’8 aprile a Ferrara. La sua ultima pubblicazione si intitola “Primo Mazzolari e Tonino Bello. L’inquietudine creativa della pace”
“Tra voi è stato un vescovo-servo, un pastore fattosi popolo, che davanti al tabernacolo imparava a farsi mangiare dalla gente. Sognava una Chiesa affamata di Gesù e intollerante ad ogni mondanità”. Proprio un anno fa a Molfetta Papa Francesco pronunciava queste parole nell’omelia della Messa celebrata durante la visita pastorale in Puglia in omaggio e in memoria di don Tonino Bello (1935-1993). Parole che hanno la capacità di sintetizzare l’essenza della testimonianza del Vescovo di Molfetta-Giovinazzo-Terlizzi-Ruvo e Presidente di Pax Christi dal 1985, sulla cui vita ha riflettuto, la sera dell’8 aprile scorso nel Seminario di Ferrara, Sergio Paronetto, Presidente del Centro Studi nazionale di Pax Christi, per il secondo e ultimo incontro di “A scuola del Concilio”. Introdotto da don Francesco Viali, Direttore dell’Ufficio diocesano per la pastorale della pace (che ha organizzato i due incontri insieme ad Azione Cattolica e in collaborazione con Pax Christi, Acli, Agesci, Masci, Ferrara Bene Comune e Rinascita Cristiana), il relatore ha spiegato come “la pace non è qualcosa di cui si gode, ma qualcosa che si crea, che si deve creare e ricreare di continuo. La pace non è uno status, un godimento, ma un cammino, un travaglio”. Richiamando anche le beatitudini evangeliche, Paronetto ha riflettuto su come “la pace non designa una condizione, una perfezione, ma un movimento, indica il partire, l’uscire”, non l’approdo ma “il camminare, l’esodo, l’essere svegli, lo stare in piedi, manifestando con umiltà, serenità ma con decisione ciò in cui si crede”. La sostanza della pace è dunque un impasto di “impegno quotidiano, carità, trasformazione, ricerca, esplorazione, interrogativi”. La parola del beato, come quella del mite, quindi, “può essere decisa senza essere violenta, com’è stata ad esempio quella di Oscar Romero”, ucciso per la sua testimonianza di pace, per la sua denuncia degli abusi e delle violenze del Potere, durante la Consacrazione. E proprio sul legame tra Eucarestia e denuncia misericordiosa anche delle “strutture di peccato”, don Bello in una delle sue riflessioni disse: “la comunità eucaristica, come Gesù, deve essere sovversiva e critica verso tutte le miopi realizzazioni di questo mondo. Noi tra le opere di misericordia corporale abbiamo sempre insegnato che bisogna consolare gli afflitti, ma non abbiamo mai invertito l’espressione dicendo che bisogna affliggere i consolati. Tu devi essere una spina nel fianco della gente che vive nelle beatitudini delle sue sicurezze. Affliggere i consolati significa essere voce critica, coscienza critica, additatrice del non ancora raggiunto. Ecco la forza sovversiva. Ecco la memoria eversiva della pasqua di cui parla padre Turoldo”. (in “Affliggere i consolati. Lo scandalo dell’Eucaristia”). In modo affine, il sacerdote e partigano cremonese don Primo Mazzolari (1890-1959) su “Adesso” – quindicinale da lui fondato nel ’49 – del 1 settembre 1950 scriveva: “per amare e servire davvero il povero non basta la comunione eucaristica perché essa è l’introduzione e la preparazione alla quotidiana e totale comunione con il fratello”. Tutto ciò che è contenuto nella parola “pace” – relazione, amore, cura della persona e del creato, cittadinanza attiva, disarmo, giustizia, solidarietà, accoglienza – per don Bello ha la propria radice in un “Dio che è pluralità – in quanto trinità, struttura di tutto ciò che è, concetto presente anche nel pensiero di Adriana Zarri – e convivialità delle differenze, contro l’indifferenza e i muri anche di oggi”, ha spiegato Paronetto. La pace, dunque, da intendere come “cammino permanente: è beato chi è perennemente inquieto, quell’inquietudine profonda – sono ancora parole di Paronetto – che anima un credente quando cerca di testimoniare ciò in cui crede. La pace non è dunque stasi ma fatica”. La Chiesa per don Bello deve cercare la pace, non la sua “sistemazione pacifica”, “non il plauso dei potenti” (citato in “Alla finestra la speranza”). Riemergono alla memoria anche le parole del card. Carlo M. Martini pronunciate nel 1987 all’apertura ella prima Cattedra dei non credenti: “Io ritengo che ciascuno di noi abbia in sé un non credente e un credente, che si parlano dentro, si interrogano a vicenda, si rimandano continuamente interrogazioni pungenti e inquietanti l’uno all’altro. Il non credente che è in me inquieta il credente che è in me e viceversa. Io chiedevo – sono ancora parole del card. Martini – non se siete credenti o non credenti ma se siete pensanti o non pensanti. L’importante è che impariate a inquietarvi. Se credenti, a inquietarvi della vostra fede. Se non credenti, a inquietarvi della vostra non credenza. Solo allora saranno veramente fondate”. “Non vedete – scriveva don Bello – quanta gente lavora per il Regno di Dio? Non vi accorgete di quanta gente, pure apparentemente fuori dai nostri perimetri cristiani (atei, miscredenti) assume la solidarietà, la gratuità, la lotta per la pace come criteri supremi della propria vita morale?”. Secondo il Vescovo di Molfetta, per la pace bisognerebbe alzare la voce, contrapporsi, opporsi in modo costruttivo e civile. Don Mazzolari in un articolo su “Adesso” parlava di “dovere cristiano di gridare”, “un gridare che si porta dietro un mondo di speranza” (lettera a Ferdinando Durand, 15 maggio 1940). Un grido nonviolento e misericordioso necessario per richiamare allo stretto legame tra pace e giustizia (“Il frutto della giustizia sarà la pace”, Isaia 32, 17), un grido che è costato, a profeti come don Bello e don Mazzolari, calunnie e accuse: “don Tonino – ha spiegato Paronetto a Ferrara – veniva criticato e preso in giro, ad esempio perché ospitava famiglie bisognose. Anche oggi le persone generose vengono derise ed etichettate come ‘buoniste’. Don Tonino veniva tacciato di essere ingenuo, di disonorare così l’ambiente sacro dell’Episcopio. Riceveva poca solidarietà dalle autorità civili ed ecclesiastiche, e, a volte, anche minacce e intimidazioni da ambienti mafiosi. Inoltre, non usava l’anello episcopale, non voleva farsi chiamare ’eccellenza’: voleva il ‘potere dei segni’, non amava i ‘segni del potere’ ”.
Il libro di Paronetto
“Primo Mazzolari e Tonino Bello. L’inquietudine creativa della pace” è il nome del saggio di Sergio Paronetto uscito lo scorso ottobre (MnM edizioni – Pax Christi). Lo scopo del libro, l’autore lo spiega brevemente così: “Vorrei offrire ai giovani pensosi, a credenti, ad agnostici e a non credenti, la testimonianza di due volti di pace”. Volti da lui definiti nel testo come “cuori inquieti e menti fervide. Contemplativi e attivi, ‘contemplattivi’ direbbe don Tonino. Testimoni della pace come beatitudine e tormento. Nella semplicità del loro tratto sono personalità di grande cultura. Nella loro umanità, credenti appassionati. Persone votate alla denuncia del male (ingiustizia, povertà, incultura, guerra) e all’annuncio del bene (pace, giustizia, solidarietà). Concreti e sognatori”, “credenti credibili”. Due figure tra loro vicine anche nel linguaggio, “simile a quello di papa Francesco. Carico di critiche sofferte e veraci a ogni forma di clericalismo. L’idea della fedeltà all’essenziale li espone, a volte, al rischio dell’inconprensione, alla polemica dei benpensanti di ogni appartenenza e di ogni colore”. La missione di una vita: “quella dei poveri, come quella di Dio – scrive a tal proposito don Mazzolari su “Adesso” il 31 gennaio ’49 – è una esistenza scomodante. […]. Sono parecchie le cose che non vorremmo che fossero. Ne nomino alcune, le più ingombranti, le più certe, purtroppo: la morte, il dolore, i poveri, Dio”. Ciò che li accomuna è anche l’idea di pace come “pienezza biblica, inquietudine creativa, dono e conquista, tormento straziante e sereno”, scrive Paronetto. In “Tu non uccidere”, don Mazzolari riflette su come il cristiano sia “un uomo di pace, non un uomo in pace”, e, nello stesso libro, il sacerdote cremonese scrive ancora: “se la guerra è un peccato, nessuno ha il diritto di dichiararla, nemmeno un’assemblea popolare. Se la guerra è un peccato, nessuno ha il diritto di comandare altri uomini di uccidere i fratelli”. “I miliardi che vanno nelle spese militari sono tolti ai poveri”, scrive invece su “Adesso” del 15 gennaio 1956. Due uomini di Chiesa accomunati dunque dalla fede, dalla nonviolenza, da una “passione credente” scrive sempre Paronetto, e dalla “scelta evangelica dei poveri”. Su quest’ultimo aspetto, sul fatto che “i poveri sono scomodi” (“Adesso”, 1 agosto 1954) don Mazzolari ha scritto pagine stupende, usando parole sferzanti ma mai moraliste né paternaliste. Convinto che non basta parlare dei poveri, ma bisogna incontrarli (“i poveri si abbracciano, non si contano”, “Adesso”, 15 aprile 1949), insisteva sulla necessità di dar loro la parola, che significa innanzitutto “un saper vedere. Il nostro egoismo fabbrica il povero, poi non lo vede. […] Chi non vede il povero come può dargli la parola?”. (“Adesso”, 15 febbraio 1949). Il povero, invece, “è una protesta continua contro le nostre ingiustizie” (“Adesso”, 15 maggio 1949), perciò è necessario “sostituire nei sacerdoti e nei cristiani la mentalità giuridico-borghese con quella evangelica” (“Adesso”, 1 agosto 1954). Non dimenticando mai che ognuno è povero, nel senso di peccatore, di mancante, di anelante alla ricchezza piena di Dio: “io sono il povero; ogni uomo è il povero!” (“Adesso”, 15 giugno 1949).
Andrea Musacci
Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 19 aprile 2019

Come scrive lei stessa nel volume, l’intento di questo progetto consiste anche nel far comprendere come le offese alla dignità femminile non siano questioni “confinabili nell’etica, ma assolutamente intrinseche alla sostanza teologica”. Da qui l’importanza – riconosciuta in tutti i contributi del volume – di una diversa traduzione, interpretazione o legittimità assegnata ad alcuni passi o episodi delle Scritture, in particolare veterotestamentari, nei quali è esplicita e giustificata una concezione oppressiva della donna, e la violenza sulla stessa. “Sto lavorando a una pubblicazione su Eva – ha spiegato la Cavallari – nella quale intendo dare un’interpretazione alternativa, più positiva di questa figura”. In Genesi 2,18 è scritto: “Poi il Signore Dio disse: «Non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile»”. “Aiuto”, secondo l’autrice, non indica, come spesso è stato interpretato, “qualcosa di servile, ma di molto importante, tanto che spesso nelle Scritture il termine è riferito a quello che Dio stesso dà ai suoi figli”. E’ infatti traducibile anche come “un aiuto che gli stia di fronte”, “evidenziando così ancor di più la parità, la simmetria tra uomo e donna, tra un ‘io’ e un ‘tu’”.
“La cosiddetta teologia femminista è liberante non solo per le donne ma per tutti, anche per gli stessi uomini, e in particolare per tutte le minoranze e per tutte le classi subalterne”, ha tenuto a sottolineare la Cavallari, “non si desidera certo sostituire il potere degli uomini con quello delle donne”. Nel libro scrive a riguardo: “le donne non chiedono ciò per rivalsa, per crudeltà, per vendicarsi, o per scalzare gli uomini rimpiazzandoli negli spazi di potere – come viene maliziosamente insinuato; ma chiedono ciò che gli stessi cammini sapienzali e gli itinerari di fede hanno indicato per la vera conversione e il ristabilimento della giustizia”.
Il primo pubblicitario? E’ un frate francescano vissuto tra il 1380 e il 1444, che, ideando un “marchio” religioso, ha dimostrato capacità di sintesi comunicative da far invidia ai grafici di oggi. Su questo interessante legame tra antico e contemporaneo verterà l’incontro dal titolo “Da san Bernardino da Siena alla grafica digitale: sei secoli di evoluzione”, in programma giovedì 21 marzo alle ore 17 nel Museo di Casa Romei a Ferrara (via Savonarola, 30).
Seguire e servire, ma anche saper ascoltare e soprattutto comprendere a pieno la parola del Cristo. In questi atti fondamentali, forse, le donne erano maggiormente capaci rispetto ai maschi. Sì, perché alla Sua sequela non vi erano solo uomini. E’ questa la provocazione centrale dell’incontro dal titolo “I discepoli e le discepole di Gesù”, che ha visto Piero Stefani e Silvia Zanconato confrontarsi tra loro venerdì 15 marzo nella Sala Agnelli della Biblioteca comunale Ariostea di Ferrara. L’appuntamento, moderato da Francesco Lavezzi, rientra nel ciclo di incontri dal titolo “Maestri” a cura dell’istituto Gramsci e dell’Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara.
Come sintetizzare in un’immagine, in un “logo”, diremmo oggi, la vita e il nome di Cristo, in modo che nella memoria di chi lo ammira possa rimanere facilmente impresso? Una domanda di questo genere non se la pongono solamente artisti e architetti sacri in età moderna e contemporanea. Forse il primo a interrogarsi, creando quello che può essere considerato – con le dovute sostanziali differenze – il primo “marchio” cristiano (dopo la croce, naturalmente) è stato San Bernardino da Siena, non a caso dal 1956 patrono dei pubblicitari, sacerdote dell’Ordine dei frati Minori francescani, nato nel 1380 a Massa Marittima (Grosseto), morto a L’Aquila (di cui è compatrono) il 20 maggio 1444 e canonizzato nel 1450. Per diversi anni fu instancabile predicatore, girando, dal 1417, diverse città del centro e nord Italia, tra cui Ferrara, che visitò almeno tre volte fra il 1407 e il 1443. In due occasioni il suo intervento venne considerato miracoloso, per aver allontanato la peste dalla città. “Questa è mia intenzione, di rinnovare e chiarificare il nome di Gesù, come fu nella primitiva Chiesa”, diceva San Bernardino, convinto che mentre la croce evocava la Passione di Cristo, il suo nome ricordava ogni aspetto della sua vita, morte e Resurrezione. In una sua omelia spiegò: “il nome di Gesù è la luce dei predicatori, perché illumini di splendore l’annunzio e l’ascolto della sue parole. Donde credi si sia diffuse in tutto il mondo una luce di fede così grande, repentina e ardente, se non perché fu predicato Gesù?”.
Un relatore di altissimo profilo è intervenuto la sera dello scorso 7 marzo nella sala parrocchiale di Santa Francesca Romana in via XX settembre a Ferrara. Si tratta di Massimo Faggioli, nato a Codigoro 49 anni fa, residente a Ferrara dal 1978 al 2008, quando si è trasferito negli USA, dove è docente ordinario nel dipartimento di Theology and Religious Studies alla Villanova University (Philadelphia). L’anno scorso è uscito il suo ultimo volume, “Cattolicesimo, nazionalismo, cosmopolitismo. Chiesa, società e politica dal Vaticano II a papa Francesco” (Armando Editore). Faggioli nel suo intervento, al quale hanno assistito una 50ina di persone, ha cercato di ricostruire i caratteri prevalenti dei primi sei anni del pontificato di Francesco, “il primo papa a non essere anche ‘il’ teologo della Chiesa”.
L’importanza di “fiutare il buon profumo della santità, a prescindere dal nome con la quale è chiamata”, scoprendo quella “trama condivisa di santità sparsa nel mondo, che attraversa tutti”. Amare usare un linguaggio vivace e appassionato Cristina Simonelli (Presidente del Coordinamento delle teologhe italiane) per tentare di spiegare e di riflettere insieme a chi l’ascolta, su cosa sia la santità. Lo ha fatto anche nel pomeriggio di sabato 9 marzo nel Monastero del Corpus Domini di Ferrara, nella giornata conclusiva dell’Ottavario di S. Caterina Vegri, dedicato appunto al tema della santità e della bellezza. Nel suo intervento dedicato in particolare all’Esortazione apostolica “Gaudete et Exsultate” (GE), la Simonelli ha voluto innanzitutto omaggiare S. Caterina Vegri, richiamando la sua “pietas verso la fragilità dei corpi e dei volti”. Da qui il collegamento con la Misericordia, tema quanto mai centrale nel pontificato di Francesco, scandito, non solo in GE, dal tema della gioia (“Evangelii Gaudium”), della letizia (“Amoris Laetitia”), e della lode (“Laudato si’”). “Il documento ha un cuore biblico, rappresentato dalle Beatitudini – ha spiegato -, ma vi è anche un cuore del cuore stesso, la cosiddetta regola del volto, che ha come bussola Mt 25, 45: “ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l’avete fatto a me”. Torna quindi la sopracitata “pietas davanti al corpo” del prossimo, come, ad esempio, può essere quello dei “naufraghi, che è quasi come stare davanti a una reliquia, a un ex-voto”, e da qui il legame col periodo quaresimale, “nel quale ognuno è chiamato a un cammino penitenziale, a porsi in ginocchio davanti alle ’reliquie’ del corpo del Signore”. Da ogni pagina di GE emerge proprio questa “spiritualità di santità”, intesa come “profondità evangelica di forma di vita”. Ricorrente è, innanzitutto, il discorso sui cosiddetti “santi della porta accanto” (GE 6-9): “Non pensiamo solo a quelli già beatificati o canonizzati”, scrive Francesco. “Lo Spirito Santo riversa santità dappertutto nel santo popolo fedele di Dio […]. In questa costanza per andare avanti giorno dopo giorno vedo la santità della Chiesa militante. Questa è tante volte la santità ‘della porta accanto’, di quelli che vivono vicino a noi e sono un riflesso della presenza di Dio, o, per usare un’altra espressione, ‘la classe media della santità’ ”. Questa “santità di tutte e di tutti”, una “santità feriale”, è possibile incontrarla “nella quotidianità di una vita buona”. L’idea, dunque, è che la strada sia “luogo di santità”, luogo di uscita verso il prossimo, e al tempo stesso (una cosa non esclude l’altra) lo è anche “la casa”, la prossimità familiare. Una santità, questa, come accennato, “leggera ma non superficiale, nel senso che non si tratta di un lavoro al ribasso”, e che, anzi, può arrivare – ma non necessariamente – al “martirio”. E’ anche – ha proseguito la relatrice – una “santità diffusa in un mondo che, certo, è teatro di un dramma ma anche luogo dove possiamo sentire la sintonia con le nostre sorelle e i nostri fratelli, respirare la santità ovunque, anche in persone che chiamano Dio in un altro modo, o che non lo chiamano proprio”. Possiamo perciò “fiutare il buon profumo della santità, a prescindere dal nome con la quale è chiamata”, scoprendo quella “trama condivisa di santità sparsa nel mondo, che attraversa tutti”. Infine, la santità è anche quella “dei piccoli particolari” (GE 144) e non può non essere “santità della comunità, intesa come salute della nostra vita comune, matrice nella quale sanamente si può sviluppare la santità di ognuno. Ciò, naturalmente, non toglie l’influsso dello Spirito – ha concluso la Simonelli -, ma è importante per capire che non solo questo agisce, ma anche lo spirito condiviso”.
Una fede, al tempo stesso “semplice e sbalorditiva”, in quel “Dio che si fa, diventa le nostre gambe, i nostri occhi, la nostra guida”, cercando, in ogni attimo, di comprendere “i Suoi piani”. La vita di Laura Vincenzi continua a interrogare e a diffondere semi di speranza, di bellezza, di santità. Anche per questo, è stata scelta la sua testimonianza come centrale nell’Ottavario di Santa Caterina Vegri di quest’anno. Il pomeriggio di sabato 2 marzo ha visto circa 150 persone (tra cui anche un gruppo dalla parrocchia Santa Croce di Bologna) ritrovarsi nel Monastero ferrarese del Corpus Domini per l’attesa presentazione in città – dopo quella a Tresigallo del 18 gennaio scorso – delle “Lettere di una fidanzata”, da poco riedite da Editrice Ave. Dopo la presentazione di Chiara Ferraresi (Presidente AC), che ha sottolineato in particolare come l’evento sia stato preparato insieme da diverse associazioni diocesane, è stato proiettato un video realizzato da Gioventù Studentesca/Comunione e Liberazione di Ferrara, nel quale tre adolescenti commentano ciò che la lettura delle “Lettere” ha portato nelle loro vite. Rachele (4° Liceo Ariosto) ha sottolineato come nella vita della giovane “ogni cosa era fatta con semplicità e con una fede che sempre la circondava, convinta fino all’ultimo che Qualcuno non l’avrebbe abbandonata”. Laura aveva dunque “accettato la sfida di vivere la propria vita fino in fondo”, ha spiegato Giorgio (4° Liceo Roiti): “in questo tentativo vedo anche un po’ della mia esperienza”. Concetto ripreso da Chiara (5° Liceo Roiti), secondo cui Laura “ha vissuto la fede in ogni ambito, prendendola davvero sul serio”. Il destinatario di quelle stupende missive era Guido Boffi, allora suo fidanzato, e che negli anni ha portato avanti la memoria della ragazza, curando anche l’ultima edizione delle “Lettere”. Intervellato dalle letture di stralci delle “Lettere” a cura di Gian Filippo Scabbia con accompagnamento musicale di Roberto Berveglieri, Boffi ha spiegato come le pagine di Laura continuano a lasciare una “traccia profonda in tante persone, anche atee. Fin dall’inizio, anche prima della malattia, colpisce innanzitutto la sua fiducia incondizionata nell’Eterno, che la porta, nonostante le sempre minori sicurezze, a porre come centrale la relazione autentica con l’altro, e con un Altro”: l’altro/l’Altro è dunque “il luogo dove l’amore si fonde con la fede”. Laura viveva la propria santità quotidianamente, “la propria vita – ha proseguito Boffi – non temeva di perderla ma voleva solamente spenderla per gli altri, realizzarla nell’amore”. Questo libro è una specie di “diario di bordo” di una persona credent, e in esso “Dio non viene mai accusato del male nel mondo, ma è sempre e comunque una Presenza positiva”, che le ha permesso di “mantenere una sbalorditiva serenità e di rafforzare i legami con le altre persone, fino a diventare, lei stessa, sacramento da donare agli altri. I santi quindi – ha concluso – non sono gente da piedistallo ma sono in mezzo a noi, ognuno di noi può esserlo”. Il secondo intervento è stato del Vicario generale mons. Massimo Manservigi, il quale ha esordito riflettendo su due citazioni: un’antica intuizione cristiana – “Quando muore un Santo, è la morte che muore!” – e, dell’apostolo Paolo, “non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2, 20). “In Laura vi è stato questo progressivo svuotamento di sè per essere riempita di Cristo, la sua esistenza dimostra in modo chiaro come la vita terrena abbia qualcosa a che fare con l’eternità, che si costruisce qui e ora”. Un hic et nunc che non richiama nulla di effimero, anzi: “centrale nelle sue lettere – ha proseguito mons. Manservigi – è il cambiare ottica, guardando e compiendo tutto a partire dal progetto di Dio. E in questo, a mio parere, in Laura vi è un approfondimento, non una progressione nel tempo, nel senso che è qualcosa che lei ha sempre avuto, anche prima della malattia”. Laura scopre che nel presente, nell’oggi, non in un futuro indefinito, “c’è la possibilità di approfondire ciò che Dio vuole per lei”, c’è insomma sempre un’urgenza di comprendere quali sono i piani di Dio, e di vivere di conseguenza. Nella parte conclusiva del proprio intervento, il Vicario ha citato la Lettera apostolica “Salvifici doloris” del 1984 nella quale Giovanni Paolo II in particolare scrive: “si può dire che l’uomo diventa in modo speciale la via della Chiesa, quando nella sua vita entra la sofferenza”. “Possiamo dire che Laura è ’via della Chiesa’: nel modo in cui vive la propria fede e la propria malattia, è, infatti, costantemente testimone della comunione dentro la Chiesa, ed è esperienza della Chiesa che vive la sofferenza in una persona”.
Non certo una boutade ma un’ipotesi seria, ampiamente meditata, importante tanto per i possibili risvolti teologici quanto (e soprattutto)per quelli pastorali ed esperenziali. Il pomeriggio di domenica 3 marzo il Monastero delle Clarisse di Ferrara ha ospitato la presentazione del libro di don Gianni Marmorini, “Isacco, il figlio imperfetto” (edito da La Claudiana, importante casa editrice protestante), presente insieme a Lidia Maggi, pastora battista e biblista. Piero Stefani ha introdotto e moderato il dibattito tra i due citando innanzitutto un’intuizione di Rita Levi Montalicini, pensatrice laica, secondo la quale “dove tutto è perfetto, non vi può essere ricerca, possibilità di miglioramento”. Ma di certo non la pensavano così Sara e Abramo, genitori di Isacco, “il figlio atteso tanto”, ha esordito la Maggi, ma che, quando nasce, provoca in loro “un riso sarcastico, e nessun sentimento di gioia o di gratitudine”. L’imperfezione di Isacco risiede nel fatto che potebbe essere “attraversato da una fragilità” particolare, e per questo ha “una personalità poco marcata, oltre a essere nato da genitori troppo anziani e che hanno tra loro un rapporto di stretta parentela”. Senza pensare poi al fatto che Abramo, come le altre persone, “non gli rivolge quasi mai la parola, ignorandolo per tanti anni”. Si può insomma dire che Isacco è “un debole, l’unico che non riesce a trovarsi in modo autonomo la propria moglie, è un personaggio sempre agito dagli altri, mai protagonista. Ciò che è sconvolgente è proprio questo, ha riflettuto ancora la Maggi: che “la promessa di Dio passa attraverso un figlio che non corrisponde al desiderio di chi tanto l’ha voluto”. Da qui l’importanza di sviluppare una “teologia della disabilità”, dove quest’ultima “non è addomesticata o ignorata ma può trovare accoglienza, essere custodita”. Ed è proprio questo il grande merito del volume di don Marmorini. Come lui stesso ha spiegato, “la mia ipotesi è che Isacco avesse una forma di disabilità mentale: decisi di scrivere questo libro quando, nell’esporre questa ipotesi a una coppia con una figlia disabile, si commossero. Dio nella Bibbia non ha mai fede nell’uomo perfetto, esemplare, privo di dubbi (si pensi ad esempio ad Adamo, Caino e allo stesso Abramo)”, ha proseguito, “ma accetta l’imperfezione” degli esseri umani. Il testo biblico non è fatto, come molti credono, “di eroi o di icone, ma di persone che vivono errori e fallimenti”. Nel capitolo 22 di Genesi (dove vi è narrato il sacrificio, o legatura, di Isacco) Dio “non chiede all’uomo (tramite Abramo) di sacrificare il proprio figlio, di usare violenza, di pensare alla fede come a una prova muscolare, ma di imparare ad accettarne l’imperfezione, prendendosene cura, e così con ogni persona, perché nessuno può e potrà mai essere all’altezza delle nostre aspettative”.
Una certosina opera di commento del Vangelo secondo Marco, per dare al lettore sempre nuovi motivi di interrogarsi, “obbligandolo” a uscire da sé “per seguire Cristo, incontarlo e comprenderlo, affinché cambi la nostra vita”. Con questo intento Nicholas Naliato – classe 1982 originario di Lendinara, con alle spalli studi teologici ma anche ingegneristici – ha affrontato il secondo dei Vangeli canonici nel volume “Come sigillo sul tuo cuore”, edito dalla casa editrice La Carmelina di Ferrara e presentato lo scorso 25 febbraio nella Sala Agnelli della Biblioteca Ariostea di Ferrara. “Pur tenendo conto degli studi esegetici, della critica testuale – ha spiegato l’autore -, il mio commento non è pensato per specialisti, ma ha un taglio più teologico-spirituale: vuole interrogare il lettore più che dare risposte”. Come scrive nella prefazione don Torfino Pasqualin, suo “maestro” spirituale, questo commento “vuol essere una conversazione serena, una guida affabile e accattivante per un lettore credente, per condurlo ad acquisire una consuetudine abituale e continua con il testo del Vangelo”. “La Sacra Scrittura – ha spiegato Naliato – è una storia interpretata da persone che hanno vissuto una determinata esperienza, e la raccontano dopo l’evento della resurrezione, che è il fulcro delle vicende umane”. L’esperienza del Risorto apre dunque al “fare memoria”. La memoria è ricordare, ed etimologicamente significa “riportare al cuore”. “Il passato – sono ancora parole dell’autore – serve quindi come cifra interpretativa presente e come apertura al futuro, come speranza. La vita del credente è dunque una tensione tra presenza e memoria. Presenza – quella di Gesù – che si dà come assenza fisica, per cui la resurrezione, evento unico nella storia, permette un incontro, un incontro particolare, perché non avviene direttamente, ma attraverso dei testimoni”, gli evangelisti appunto. “È solo l’incontro col Risorto – ha proseguito Naliato – che stravolge la storia e il suo senso, aprendo a un futuro di salvezza, aprendo un tempo di attesa del compimento, che però è un’attesa fattiva, operosa”, piena di speranza. Nello specifico, il Vangelo tradotto e commentato “si pone come racconto dell’amore di Dio per l’uomo, e si basa sulla domanda: ’chi è Gesù?’ ”. “Meditare sul Vangelo secondo Marco significa dunque mettere in gioco la nostra idea di Gesù, idea che tante volte rischia di essere soggettiva e quindi falsata”. Ogni Vangelo non va letto “credendo di sapere già cosa vi è scritto, e quello secondo Marco, in particolare, ci mette in crisi, proprio come il giovane ricco (Mc 10,17-31). Il Gesù di Marco – ha proseguito – ci fa capire che è necessario passare attraverso questa crisi per capire davvero chi è Gesù, per riconoscerlo”, il quale vive, lui stesso, nel corso della sua esistenza terrena, “un processo di maturazione”. “Gesù è dinamico e sfuggente – ha riflettuto Naliato -, e questo ci ’obbliga’ a ’uscire da noi stessi’ per seguirlo, per cercarlo, per capire, per incontarlo, per poi rientrare in noi stessi, ma nuovi, diversi, cambiati”. “L’identità di Gesù – scrive nel volume – non può, strettamente parlando, essere indagata con occhi solamente umani; essa è qualcosa che ci viene rivelata dal cielo”. Il Vangelo secondo Marco, scrive ancora, “è il Vangelo del Padre che ci guida a Gesù, perché solo nel Figlio possiamo accedere al Padre. Marco non vuole descriverci il Padre, ma vuole che la Parola del Padre giunga a noi perché possiamo comprendere che solo nella sequela del Figlio possiamo giungere a Lui”. L’identità di Gesù è dunque mistero, mistero inteso come “realtà che ci supera e superandoci ci contiene”. Per concludere, Naliato scrive ancora: “Gesù non ci chiama solo ad inserirci nel profondo mistero d’Amore di Dio, egli vuole incontrarci affinché questo mistero così insondabile ci possa stare di-fronte. […] Di-fronte a Gesù noi stiamo di-fronte alla totalità immensa del mistero di Dio che ci chiede di ‘ascoltare’ ”.