Del ricchissimo programma del VII Convegno Nazionale di Antropologia Applicata, svoltosi a Ferrara dal 12 al 14 dicembre, abbiamo scelto di raccontare alcuni frammenti: quello – a Casa Cini e in Arcivescovado – sulla relazione tra lo sguardo dei migranti e quello degli “indigeni” nella città che condividono, e quello sulle periferie urbane. Con uno spunto interessante sulla Ferrara di oggi, che Scandurra di UniFe spiega a “la Voce”
Le nostre città spesso si trasformano, o vengono vissute come spazi anonimi, freddi, disegnate non sulle persone e i loro bisogni ma seguendo logiche diverse, divenendo così ambienti dove a dominare sono la diffidenza reciproca e l’individualismo. Uno sguardo diverso sulla città è dunque quello che riesce a immaginarla come luogo vivo, non mero spazio utilizzabile, e dunque costruire un futuro differente, fatto anche di incontri, di interazioni tra diversità. Ferrara, dal 12 al 14 dicembre, ha ospitato per la prima volta il VII Convegno Nazionale di Antropologia Applicata, organizzato dalla Società Italiana di Antropologia Applicata (SIAA), con l’Università degli Studi di Ferrara e l’Associazione Nazionale Professionale Italiana di Antropologia (ANPIA), e il patrocinio del Comune. Un’occasione per uscire dall’autoreferenzialità accademica e spendere le competenze acquisite in ambiti specifici di lavoro (accoglienza, scuola, socio-sanitario e altri). Anche l’Istituto “Casa Cini” ha ospitato alcuni incontri, in particolare il 12 quello dal titolo “Luoghi comuni. Uno sguardo sulla città”, legato alle quattro esposizioni fotografiche – sul tema dell’accoglienza dei migranti – che hanno “invaso” i vari ambienti della sede di via Boccacanale: “Luoghi Comuni” (esposta anche al festival di “Internazionale”), con foto delle attività per l’integrazione realizzate dalla coop. CIDAS nell’ambito dei progetti SPRAR/SIPROIMI (per titolari di protezione Internazionale e per i Minori stranieri non accompagnati) per persone vulnerabili a Ferrara e a Bologna; “A casa loro. Ri-tratti di famiglia”, con foto di Michele Lapini delle famiglie che accolgono i rifugiati nelle loro case, nell’ambito del progetto Vesta; “Futuri Prossimi” (esposta anche al festival di “Riaperture”) che racconta l’idea di passato, presente e futuro delle ragazze e dei ragazzi, tra cui richiedenti asilo e rifugiati, che hanno partecipato al laboratorio organizzato da “Riaperture”, curato da Giacomo Brini; infine, “Bologna d’aMer”, collettiva su Bologna realizzata attraverso gli sguardi di chi giunge da lontano. Maria Luisa Parisi (CIDAS) e Brini hanno illustrato le mostre allo stesso Vescovo mons. Gian Carlo Perego. “E’ un esempio positivo di coesione tra le persone”, ha spiegato Brini, spiegando come “centrale sia il tema del futuro. E’ stato, quello per ‘Riaperture’, un laboratorio umanamente molto importante”. “Il nostro intento – hanno spiegato i rappresentanti di CIDAS – era di incrociare lo sguardo dei migranti col nostro sguardo, il loro sguardo su loro stessi e su noi, sulla città che insieme viviamo. Un altro aspetto importante – hanno proseguito – è stato l’averli aiutati a riappropiarsi delle parole, attraverso la riscoperta di storie e favole tipiche dei loro Paesi d’origine. L’idea è di ricavarne un libro per bambini. Per noi, città e corpi dei migranti sono strettamente intrecciati, preferiamo per questo parlare di ‘interazione’ più che di ‘integrazione’ ”. Mons. Perego, nell’elogiare questi progetti virtuosi di accoglienza diffusa, ha ricordato invece un esempio negativo di accoglienza, quando nel 2014 150 migranti minori furono radunati, appena sbarcati in Italia, tra l’altro senza mediatori culturali, nella scuola “Verdi” di Augusta a Palermo. “Il differenziare volti e storie – ha spiegato – è un passaggio fondamentale, e progetti come i vostri sono molto importanti per valorizzare le capacità di ogni singola persona migrante: loro, infatti, possono rappresentare un vero e proprio tesoro, che sta già trasformando le nostre città, anche per combattere le frequenti falsificazioni: ogni ragazzo ha una storia, una storia che cambia la città. Nella mia lunga esperienza con i migranti – ha concluso -, ho letto circa 15mila testimonianze, e la parola più ricorrente è ‘futuro’. Il loro e il nostro futuro passano quindi anche dall’incontrarci reciprocamente”. Durante l’iniziativa è intervenuto anche Luca Mariotti di CIDASC per spiegare il progetto “Migrantour” svoltosi di recente a Ferrara. Alcuni incontri del Convegno si sono svolti nella Sala del Sinodo del Palazzo Arcivescovile, fra cui quello sul tema “Rifugiati e richiedenti tra spazi urbani e non urbani: processi, dinamiche e modalità di accoglienza in Italia e nel mondo”, per ragionare sul rapporto tra città, urbano/non urbano e forme di vivere migrante dentro e fuori dal sistema di accoglienza. Maria Carolina Vesce, tra gli altri, ha presentato una ricerca-azione sull’accoglienza di persone transessuali e transgender titolari di protezione internazionale a Bologna. “Nello spazio della casa e nei luoghi della città le persone trans esprimono il loro genere ispirandosi a modelli socio-culturali diversi – ha detto Vesce – che l’antropologia può aiutare a comprendere ed esplorare. La sfida sta nel costruire politiche di intervento orientate ai bisogni, che tengano conto delle diverse esperienze di queste persone, dei loro desideri e delle loro aspirazioni”.
“La Ferrara contemporanea andrebbe raccontata dal punto di vista antropologico”
Giuseppe Scandurra dell’Università di Ferrara è stato uno dei tre coordinatori del Convegno di Antropologia Applicata svoltosi nella nostra città. “Ferrara – spiega a “la Voce”- ha una lunga tradizione legata alle scienze sociali, ma non è mai stata raccontata, nella sua contemporaneità, dal punto di vista antropologico”. Una mancanza alla quale lo stesso Scandurra, insieme ad altri colleghi, sta già cercando di porre rimedio: “io, ad esempio, sto portando avanti una ricerca sulla Ferrara degli anni ’70-’80 del secolo scorso”. Citiamo alcuni lavori virtuosi svolti sulla Ferrara contemporanea: nel 2017 UniFe, tramite Mimesis, ha edito il volume “Arte contemporanea a Ferrara”, a cura di Ada Patrizia Fiorillo, che, però, ripercorre il Novecento sotto l’ottica artistico-culturale, non etno-antropologica. Alfredo Alietti, sociologo di UniFe, il 12 dicembre scorso, nell’ambito del Convegno, ha anticipato alcune ricerche di un lavoro sul Grattacielo di Ferrara, e la sera stessa Ferrara Off ha ospitato il collettivo Wu Ming 1 per uno spettacolo dedicato al Delta ferrarese. Insomma, qualcosa si muove, senza dimenticare il progetto “Views 2.0. Narrazioni liquide”, la cui seconda edizione è in programma la prossima primavera.
Raccontare le periferie attraverso le voci di chi le vive: il 12 dicembre a Feltrinelli presentato il libro “Quartieri. Un viaggio al centro delle periferie italiane”, tra ricerca etnografica e graphic novel
Ambienti periferici di grandi città, spesso oggetto del racconto mediatico/politico come meri quartieri degradati e abbandonati. Due giovani ricercatori hanno invece deciso di raccontarne cinque (lo Zen di Palermo, San Siro a Milano, Tor Bella Monaca a Roma, Arcella a Padova e Bolognina a Bologna) incontrando direttamente chi ci abita, cercando di cogliere la loro relazione con gli spazi urbani che vivono. Da questo è nato il volume “Quartieri. Un viaggio al centro delle periferie italiane”, presentato il 12 dicembre in occasione del Convegno di Antropologia Applicata nella Libreria Feltrinelli di via Garibaldi a Ferrara. I curatori del volume corale, e autori di uno dei cinque racconti, Adriano Cancellieri (sociologo urbano all’Università IUAV di Venezia) e Giada Peterle (che insegna Geografia all’Ateneo patavino), ne hanno discusso con Roberto Roda, per tanti anni Responsabile del Centro Etnografico del Comune di Ferrara. Dopo un’approfondita analisi di quest’ultimo su vari aspetti del volume, ad esempio sul rapporto tra ricerca etnografica, fotografia e graphic novel, ha preso la parola Peterle, per raccontare il lavoro svolto insieme a Cancellieri ad Arcella. Il capitolo sul quartiere di Padova è nato unendo ricerca sul campo, interviste, ricerche etnografiche, partecipazione attiva a certe trasformazioni, e il racconto di tutto ciò attraverso il testo (Cancellieri) e il fumetto/graphic novel (Peterle). “Lo stile realistico usato – ha spiegato la ricercatrice – è stata una scelta ben precisa, come anche l’idea di inserirci noi stessi come personaggi nei racconti, la cui voce narrante è proprio quella del quartiere coi suoi abitanti. Abbiamo anche scelto il cammino come metodo, svolgendo molte interviste camminando, potendo così meglio incontrare le persone interessate”. “All’Arcella di Padova, dove io abito da anni e Giada ha abitato per diverso tempo – ha spiegato Cancellieri – abbiamo cercato di andare oltre due raffigurazioni speculari ma entrambe errate: quella che lo racconta come un quartiere solo degradato, e quello invece che lo presenta come sempre ricco ed effervescente di iniziative”. Un lavoro lodevole, che sarebbe importante svolgere anche in determinate zone della città di Ferrara.
Pubblicati su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 20 dicembre 2019
Quel che da un lato è un indubbio reciproco arricchimento, ormai perlopiù pacifico e consolidato, dall’altro rappresenta una sofferenza per tante persone, per chi deve partire e per chi rimane, lasciando spesso a centinaia di chilometri di distanza, mogli, mariti, figli, genitori e amici. E’ l’ormai crescente spopolamento che interessa diverse aree del nostro Meridione, in direzione Nord Italia, semplicemente per lavoro. Abbiamo scelto di parlarne raccogliendo un po’ di dati e alcune testimonianze di una categoria specifica, quella delle insegnanti “costrette” dal Sud a venire nella nostra provincia per poter lavorare nel mondo della scuola.
Una liturgia all’insegna dell’incontro dei popoli del mondo è stata quella delle ore 18 di domenica 29 settembre nella Basilica di San Francesco a Ferrara. La S. Messa per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, sul tema “Non si tratta solo di migranti”, è stata presieduta dal Vicario episcopale per la Carità Pastorale, mons. Paolo Valenti, e animata dai cori delle comunità anglofona, francofona e ucraina, curati da Don Rodrigue Akakpo, vice Direttore del Centro Missionario diocesano, diretto da Roberto Alberti, che ha fatto un breve intervento finale. Nell’omelia mons. Paolo Valenti ha riflettuto su come “in questa zona della città”, l’Unità Pastorale Borgovado, “oltre a tre monasteri di clausura e al Santuario del miracolo eucaristico, c’è la sede della Cariatas diocesana”. Richiamando anche il Vangelo del giorno (Lc 16, 19-31), mons. Valenti ha riflettuto sulla ricchezza, “di per sè non malvagia, se non diventa il fine primario per l’uomo”. La povertà – tanto materiale quanto sociale o spirituale – richiama una povertà ancora più grande, quella che ci accomuna tutti: ognuno di noi, infatti, “è bisognoso di perdono e della misericordia di Dio”.
Dio, che, in Cristo, “ha scelto i poveri”, scelta che deriva dal “dare la preferenza a chi più soffre, e quindi è ‘meritevole’ di maggiore attenzione. Il nostro centro – sono ancora sue parole – deve dunque essere sempre Gesù Cristo, senza dimenticare che Dio è vicino”, prossimo alle donne e agli uomini. Così, “a partire da questo Mese missionario straordinario, apriamo i nostri occhi per vedere Cristo e chi è prossimo a noi”. Emozionante, oltre ai canti, anche la preghiera dei fedeli, letta in italiano, inglese, francese e ucraino da quattro donne diverse: “Signore – è un passaggio che segniamo come messaggio da portarci a casa – aiutaci ad aprire le nostre porte a chi bussa per avere un futuro migliore”.
“Prima, quando salvavamo vite, eravamo chiamati ‘angeli’. Poi siamo diventati ‘criminali’, ‘scafisti’, ‘amici dei terroristi’ ”. Con questa punta d’amarezza Cecilia Strada ha concluso il proprio intervento a Ferrara. Il 6 maggio scorso, nel tardo pomeriggio, presso lo Spazio Grisù in via Poledrelli, 21, si è svolto un incontro pubblico organizzato dal Gad – Gruppo Anti Discriminazioni con lei, ex presidente di Emergency, a rappresentare la piattaforma “Mediterranea”, e Claudia Vago di Finanza Etica, la Fondazione di Banca Etica, per parlare proprio del progetto “Mediterranea Saving Humans”. L’incontro, moderato da Marco Zavagli, direttore di Estense.com, ha visto, a seguire, presso l’attigua Hangar Birrerie, una cena di finanziamento del progetto. La serata, con più di 100 persone presenti, ha permesso di raccogliere oltre 650 euro. Quella pronunciata da Cecilia Strada è stata l’ennesima, ma sempre necessaria, denuncia di ciò che avviene nel Mar Mediterraneo, utile a spiegare il perché esiste “Mediterranea”: “la criminalizzazione delle ong che compivano salvataggi – ha spiegato – ha portato al fatto che le loro navi non presidiassero più il mare. Risultato: gli arrivi dalla Libia continuano (non si sono fermati come qualcuno ha detto, ndr) e le persone muoiono in mare perché non c’è più nessuno che le soccorre. Gli sbarchi, certo, sono diminuiti. Ma il tragico motivo è proprio questo. 1 persona su 10 muore cercando di attraversare il mare, prima era 1 su 40”, ha poi spiegato. Negli stessi giorni su Twitter Charlie Yaxley, portavoce dell’Unhcr per l’Africa e il Mediterraneo, ha fornito cifre ancora più tragiche: “nel 2019, una persona ogni tre ha perso la vita nel tentativo di arrivare in Europa lungo la rotta dalla Libia”, ha scritto. “Mediterranea – sono ancora sue parole – nasce quindi per cercare di soccorrere queste persone e, quando non riesce, perlomeno di denunciarne la loro scomparsa, che non avviene per disastri naturali inevitabili. Sempre nuove realtà continuano ad aggiungersi alla nostra piattaforma”, sempre più collaboratori e testimoni di chi racconta gli orrori subiti in prima persona, da famigliari, amici, “persone, ad esempio, che ci hanno spiegato come 2, 3, o 4 volte hanno tentato di attraversare il mare per arrivare in Europa, ogni volta catturate, riportate in Libia e torturate”. “Siamo disobbedienti, perché pensiamo che disobbedire sia giusto quando si va contro leggi ingiuste, si tratta di disobbedienza alla criminalizzazione delle ONG, di chi scappa da guerre e violenze. Al tempo stesso è un’obbedienza alla Convenzione di Amburgo (sulla ricerca e il salvataggio marittimo siglata nel 1979, entrata in vigore nel 1985, ndr), ai Trattati internazionali, alla Costituzione italiana: la nostra è la nave dei super-obbedienti, di un’obbedienza morale”. Un pensiero Cecilia Strada l’ha dedicato anche a don Mattia Ferrari (da noi intervistato su “la Voce” del 10 maggio scorso), sacerdote modenese salito per alcuni giorni sulla nave “Mar Jonio” di “Mediterranea”: “con lui condivido l’idea che la Chiesa debba stare tra gli ultimi. Stiamo andando nella stessa direzione – atei, agnostici e cattolici, o persone di diversa ispirazione politica -, perciò facciamo un pezzo di strada assieme. A bordo, tra l’altro, c’è anche il figlio del Ministro Tria”.
“La nostra Fondazione si occupa delle ricadute non economiche di operazioni economiche, quindi delle ricadute sociali, di uguaglianza, rispetto dei diritti umani, contro il razzismo e le diverse forme di esclusione, contro la produzione e vendita di armi, il gioco d’azzardo e molto altro”. Così ha iniziato invece il proprio intervento Claudia Vago. “La Banca legata alla nostra Fondazione ha finanziato con un fido di 465mila euro il progetto Mediterranea, tramite ‘Ya Basta’ di Bologna”. ’Mediterranea’ da tempo ha attivato un crowfunding (raccolta fondi) con un obiettivo di 700mila euro, praticamente raggiunto. “Ora, certo, servono altri finanziamenti per far andare avanti il progetto. Con Banca Etica stiamo discutendo per un altro fido. Forse Mediterranea in futuro si trasformerà in Fondazione o assumerà comunque un’altra forma”. Di sicuro, c’è sempre bisogno che Mediterranea venga supportata: lo scorso 10 maggio ha salvato 30 naufraghi, prima di arrivare a Lampedusa, dove il giorno dopo è stata sequestrata dalla Guardia di Finanza.
Punti di riferimento fondamentali per minori stranieri non accompagnati (MSNA), con alle spalle un vissuto di violenza e abbandono, e un pungolo per l’intera comunità ospitante affinché tutta intera diventi accogliente nei confronti di questi giovani. Non è per nulla irrilevante – men che meno in questo periodo, con le conseguenze del DL Sicurezza – il ruolo dei tutori volontari che affiancano e rappresentano legalmente fino ai 18 anni ragazze e ragazzi migranti accolti nella comunità SPRAR Minori di Ferrara. Di questo si è discusso la mattina di sabato 23 marzo nella Sala consiliare del Municipio di Ferrara in occasione del seminario “Tutori nel tempo. Rappresentare e sostenere i minori stranieri soli nella nostra città”. L’incontro, moderato dal responsabile Ufficio stampa del Comune, Alessandro Zangara, ha visto come primo intervento quello di Clede Garavini, Garante dell’infanzia e dell’Adolescenza dell’Emilia-Romagna (figura che promuove la formazione dei tutori volontari per MSNA in Regione), la quale ha spiegato come in Regione al 31 dicembre 2018 i MSNA censiti isono 792 (è la terza regione in Italia dopo Sicilia e Lombardia), e attualmente sono circa 20 in meno. Solo due anni fa erano 1081, e sono diminuiti per il calo degli sbarchi che impedisce loro di arrivare in Italia, costringendoli a rimanere in Libia. Di questi, il 92,7% sono maschi e circa l’85% ha 16 o 17 anni. Nella nostra Regione sono 111 le comunità attrezzate per accoglierli, ai quali è offerta, tra le possibilità, di essere seguiti da un tutore volontario (che sono nominati dal Giudice tutelare e dal Tribunale per i minorenni, prima di prestare giuramento), che “per loro possono essere un punto di riferimento importante, anche in quanto rappresentanti della comunità locale, oltrechè una grande risorsa per la stessa, in quanto promotori di partecipazione e stimolo per le istituzioni”. Nelle comunità dove sono accolti, i MSNA studiano, imparano la lingua italiana, fanno laboratori manuali, formazione lavoro, tirocini formativi e attività esterne. Fra le criticità riscontrate dalle comunità stesse, vi sono “la difficoltà ad acquisire del tutto l’autonomia, la difficoltà ad accedere a tirocini lavorativi, quella a ricongiungersi con i propri famigliari all’estero”. Fra le proposte, invece, la Garavini ha sottolineato il “favorire maggiormente la loro inclusione, soprattutto con i coetanei già residenti, sensibilizzare i servizi sociali, promuovere l’accesso al mondo del lavoro, valorizzare le procedure per il ricongiungimento famigliare e promuovere la formazione di più tutori”. Da settembre 2017 a dicembre 2018 sono state oltre 300 le domande ricevute per partecipare a corsi di formazione per tutori volontari, che sono in prevalenza donne (73%), hanno meno di 45 anni (il 43%) – mentre il 15% ha invece fra i 25 e i 35 anni – e quasi 2/3 di loro sono laureati. A Ferrara e provincia, invece i MSNA sono 29, 15 sono le tutele volontarie avviate ad altrettanti MSNA, con più di 50 tutori volontari formati. Elena Buccoliero, sociologa e giornalista, referente dell’Ufficio Diritti dei Minori del Comune di Ferrara oltre che giudice onorario presso il Tribunale per i Minorenni di Bologna, ha raccontato come sono nati a Ferrara i primi corsi per diventare tutori volontari, con il coinvolgimento, oltre che dell’ASP e del CSV, anche di Daniele Lugli – che è intervenuto -, Difensore civico della Regione Emilia-Romagna negli anni 2008-13 con un impegno specifico per promuovere la tutela volontaria. “Già nel 2011 – ha spiegato – abbiamo iniziato ad occuparci nello specifico di MSNA, cercando di rispondere alla loro esigenza di libertà e sviluppo come persone”. Alcuni passaggi “storici” sono nel febbraio 2016 la prima nomina di una tutrice a favore di una bambina italiana e, nel novembre dello stesso anno, la nascita dell’associazione – prima in Regione di questo tipo – “Tutori nel tempo”, che contava 13 soci fondatori, ai quali se ne sono poi aggiunti 18. A nome dell’Associazione sono intervenuti Paola Mastellari e Massimo Sartori, che hanno posto l’accento sull’importanza di “accompagnare qualcuno che è in una situazione di bisogno, creando nel tempo un rapporto di fiducia, mettendosi in relazione diretta con la persona, in un rapporto di prossimità, per prevenire eventualmente anche situazioni di marginalità sociale”. A seguire, sono intervenuti Marco Orsini della coop. CIDAS, Valentina Dei Cas (Asp Ferrara), Giordano Barioni, che nell’Istituto don Calabria di Ferrara coordina la comunità SPRAR Minori (oggi SIPROIMI), con “una decina di operatori che seguono i ragazzi lungo l’intera giornata, pulendo i loro fiumi di rabbia e le loro frustrazioni. Dopo le tante violenze e i soprusi subiti – ha proseguito -, per avere fiducia in noi adulti ci vuole tempo, pazienza, continuando a dialogare con loro, ad accompagnarli, dandogli orizzonti. Per questo è importante il contributo dell’intera città”. Dopo il giornalista Sergio Gessi, Rita Canella ha letto una lettera indirizzata al Ministro degli Interni sul futuro dei MSNA dopo il DL Sicurezza, tema sul quale si è soffermata Paola Scafidi, avvocato esperto di immigrazione: “il principale motivo di preoccupazione è rappresentato dall’abolizione dell’istituto della protezione umanitaria, che riconosceva il permesso di soggiorno per un ventaglio ampio di motivazioni, tra cui la minore età e la possiblità di un buon percorso di integrazione, mentre il DL Sicurezza riduce fortemente le possibilità per ottenere il permesso, considerando solo casi più specifici, più limitati, più rigidi, aumentando così inevitabilemnte il numero di irregolari sul nostro territorio”. Un’altra conseguenza è che i minori che hanno ricevuto il permesso di soggiorno, quando compiranno il 18esimo anno di età, non potranno essere più seguiti. Senza dimenticare come il “Decreto Minniti-Orlando” del 2017 prevede che “per i migranti che hanno fatto ricorso contro un diniego per la richiesta di asilo venga soppressa la possibilità del secondo grado”. Infine, ha preso la parola prima Giuseppe Spadaro, Presidente del Tribunale per i Minorenni di Bologna, che ha ricordato come “accoglienza e solidarietà siano valori scritti nella nostra Costituzione, e punti di riferimento anche per i giudici”, e poi l’Assessore Chiara Sapigni che ha proposto, per aiutare i MSNA, di “alzare il limite d’età fino alla quale debono essere seguiti”, e ha invitato “le aziende del territorio a inserirli in percorsi di formazione lavorativa. Come dimostrato anche da testimonianze video proiettate durante la mattinata – ha concluso -, il ripetere ‘rimandiamoli a casa loro’ crea in questi ragazzi un clima di pesantezza e di paura che non meritano”.
