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Il Dio dell’impossibile e della misericordia: un incontro a Casa Cini

10 Giu

Silvia Zanconato e Piero Stefani hanno riflettuto sul Magnificat e sulla parabola del figliol prodigo

p6040464.jpg“Note di Scrittura. Il canto di una Madre e la festa di un Padre” è il titolo dell’incontro svoltosi la sera del 4 giugno scorso nel salone di Casa Cini a Ferrara. Un appuntamento organizzato dall’Ufficio per la Pastorale Universitaria e per la Cultura, dall’Ufficio Catechistico Diocesano e dall’Ufficio Ecumenismo e Dialogo interreligioso della nostra Diocesi, che ha visto come relatori Silvia Zanconato e Piero Stefani, la prima intervenuta sul tema “Grandi cose, tra memoria e profezia (Lc 1, 46-55)”, dedicato al Magnificat, mentre il secondo su “Riscrivere la parabola: il terzo fratello (Lc 15,11-32)”. Dopo la presentazione da parte di don Paolo Bovina, la Zanconato ha iniziato il suo intervento riflettendo su come “nella Bibbia la parola ‘speranza’ per la prima volta compaia in bocca a Noemi/Mara nel Libro di Rut: chi meglio può capire la speranza se non chi – come lei – non ce l’ha più? E la Bibbia è piena di mancanza, mancanza di figli, di terra, di libertà, di acqua o di cibo, di vita. I suoi personaggi sono spesso fragili, esclusi, scartati, deboli. Tra le categorie dell’impossibile – ha proseguito la Zanconato -, vi è anche quella della sterilità, che è la cifra del non-senso: la speranza, nella Bibbia, risiede in un ventre gravido”. Ma, paradossalmente, la sterilità nel testo biblico può diventare “promessa di futuro, speranza assurda, qualcosa a cui si può solo credere. Così è per Maria e per sua cugina Elisabetta: la prima, grembo acerbo, troppo giovane per diventare madre; la seconda, grembo avvizzito, troppo vecchia per generare”. Con Maria, quindi, si ha “una nuova categoria dell’impossibile: una vergine che partorisce, una nuova impossibilità che con Dio diventa possibile. Maria è beata perché ha creduto alla promessa del Signore, e la abita. Ma ciò che le darà definitiva fiducia – sono ancora parole della relatrice – sarà l’affetto, la benedizione e la fiducia di Elisabetta nei suoi confronti, che le permetteranno di cantare al Signore il Magnificat”. Quest’ultimo è “un canto di liberazione, rivouzionario, che non promette di sostituire un potere all’altro ma ribalta criteri considerati inamovibili. Come lei, altre donne nella Bibbia – Miriam (sorella di Mosè), Deborah, Giuditta – intonano canti ‘rivoluzionari’, sono quindi collaboratrici dell’impossibile, impensabili voci della speranza, vere figlie di Israele che cantano la via di un Dio che compie la sua promessa. Maria, gravida della Parola di Dio, crede in questa promessa, e ora con occhi nuovi, con gli occhi di Dio, può leggere in profondità la storia, può avere speranza”. Sulla cosiddetta parabola del figliol prodigo – chiamata anche del padre misericordioso – si è invece concentrato Stefani. Nel versetto 17 è scritto: “rientrò in se stesso”, cioè il figlio prodigo “non solo ritorna a casa ma prima torna a sè: non è dunque solo un discorso etico, ma un ritorno al padre, un tornare anche all’altro da sè, a un altro che possa avere misericordia di lui. Una volta ritornato, però – ha proseguito Stefani -, non troverà solo misericordia – che presuppone un rapporto a due – ma anche la questione della giustizia, che presuppone sempre un rapporto a tre”, un terzo (un “giudice”): ha cioè a che fare anche col fratello maggiore, che rappresenta gli scribi e i farisei. Fratello maggiore che, a differenza del prodigo, “non uccide la paternità ma la fratellanza (‘questo tuo figlio’ chiama il fratello minore rivolgendosi al padre, v. 30), poi però recuperata dal padre stesso (‘questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita’, v. 32). La parabola si conclude con queste parole. Nel 1907 Andrè Gide ha cercato di immaginare cosa potrebbe accadere successivamente: ne “Il ritorno del figliol prodigo” ipotizza che ci sia “un terzo fratello, molto più giovane rispetto agli altri due, che, come il prodigo, vuole partire, per realizzare ciò che lui non è riuscito a realizzare” e in questo sarà spronato e aiutato dallo stesso fratello.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 14 giugno 2019

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Perché si parla poco di Maddalena e delle altre discepole di Gesù?

18 Mar

Una lettura di genere su chi seguiva il “Maestro” Gesù: Piero Stefani e Silvia Zanconato ne hanno discusso in Biblioteca Ariostea

donne vangeloSeguire e servire, ma anche saper ascoltare e soprattutto comprendere a pieno la parola del Cristo. In questi atti fondamentali, forse, le donne erano maggiormente capaci rispetto ai maschi. Sì, perché alla Sua sequela non vi erano solo uomini. E’ questa la provocazione centrale dell’incontro dal titolo “I discepoli e le discepole di Gesù”, che ha visto Piero Stefani e Silvia Zanconato confrontarsi tra loro venerdì 15 marzo nella Sala Agnelli della Biblioteca comunale Ariostea di Ferrara. L’appuntamento, moderato da Francesco Lavezzi, rientra nel ciclo di incontri dal titolo “Maestri” a cura dell’istituto Gramsci e dell’Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara.

La chiamata

“Due, innanzitutto – ha esordito Stefani – sono i tipi di chiamata di Gesù: la prima, nel Vangelo di Marco, rivolta ai primi quattro discepoli (due coppie di fratelli, Simone e Andrea, Giacomo e Giovanni), avviene all’inizio, nel primo capitolo (Mc 1, 14-20: “Seguitemi, vi farò diventare pescatori di uomini”), e i chiamati “lo seguono solamente, senza rispondergli a parole, anche se Lui li invita a seguirlo pur non avendo alcuna autorità dimostrata”. I quattro, quindi, “escono dalla propria condizione lavorativa, di pescatori, dalle proprie ‘strutture etiche’” (lavoro e famiglia). Nel Vangelo di Luca, invece, successivo come elaborazione a quello di Marco, “è come se chi scrive sentisse maggiormente la necessità di accreditare Gesù come autorità. Per questo, la chiamata dei quattro avviene dopo la cosiddetta ‘pesca miracolosa’”(Lc 5, 1-11). In entrambi i casi, comunque, “il luogo della predicazione è aperto, pubblico e non sacrale”. Riguardo alle discepole, invece, ha spiegato la Zanconato, i loro nomi, al contrario dei maschi, “non sono ben attestati, ma oggi si può dire con sicurezza che vi erano anche donne alla sequela di Cristo, anche se i Vangeli non riportano la loro chiamata in modo esplicito”. Oltre che in Luca (Lc 8, 1-3), è soprattutto nel capitolo 15 del Vangelo di Marco che si parla di donne che “facevano parte a pieno titolo della cerchia di Gesù”: “C’erano anche alcune donne, che stavano ad osservare da lontano, tra le quali Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo il minore e di Ioses, e Salome, che lo seguivano e servivano quando era ancora in Galilea, e molte altre che erano salite con lui a Gerusalemme” (Mc 15, 40-41). “Si può dire che fossero discepole – ha spiegato la Zanconato – perché si usano i termini tipici del discepolato ebraico, ‘seguire’ e ‘servire’. Inoltre, è scritto che sono con Lui fin dalla Galilea, “quindi dall’inizio della sua predicazione”, e fino a Gerusalemme: “è Gesù stesso a chiedere ai discepoli, e solo a loro, di seguirlo fino a lì”.

La non-comprensione

Ma il seguirlo fisicamente non è sempre accompagnato a una piena comprensione. “Una non-comprensione, quella delle parole di Gesù – ha spiegato Stefani – da parte dei discepoli, che si accentua soprattutto col preannuncio della passione, morte e Resurrezione. Il loro è quindi un non-comprendere innanzitutto chi è davvero Gesù”. Quest’ultimo, comunque, a parziale “discolpa” dei discepoli “era anti-dogmatico, itinerante, a volte dava interpretazioni spiazzanti della Legge”, ha invece commentato la Zanconato: insomma, “non era semplice essere suoi discepoli, starci dietro implicava un allenamento esistenziale non irrilevante”. Inoltre, Gesù usa spesso le parabole, “forme comunicative non sempre così chiare nel loro significato”, ma utili per “‘costringere’ chi lo ascolta a sperimentare nuovi metodi di ragionamento, di comprensione del reale non scontati. Il discepolo/la discepola deve quindi allenarsi a osservare la realtà da più punti di vista, a porsi domande, a farsi sollecitare dagli interrogativi di Gesù”. Una sola volta, però, nei Vangeli, non è Lui a insegnare o a porre domande, ma un’altra persona, donna e pagana, che gli chiede di guarire la figli indemoniata: “Egli rispose: ‘Non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cagnolini. ‘È vero, Signore, disse la donna, ma anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni’” (Mt 15,21-28). Insomma, la donna, perlopiù ‘pagana’, risponde a tono a Gesù “perché comprende il significato profondo delle sue parole – ha proseguito la relatrice -, e in un certo senso gli fa cambiare idea, facendo emergere la Sua Misericordia. Gesù è quindi capace di flessibilità mentale, dimostando davvero di credere in ciò che insegna”. “La sua itineranza, inoltre – ha aggiunto Stefani -, implica insufficienza, sentirsi bisognosi dell’aiuto degli altri, perlopiù delle donne”.

Fra Pietro e Maria Maddalena

Su queste due figure in particolare si sono concentrati i due relatori nella parte finale dell’incontro. “Pietro è sicuramente presentato, fra i dodici, come il primo – sono parole di Stefani -, ma non è indicato in modo chiaro come successore. Inoltre, è colui che maggiormente non-comprende le parole di Gesù, il quale lo chiama addirittura ‘Satana’ (‘tentatore’)”. “Interessante sarebbe riflettere meglio sul primato – quasi mai riconosciuto – di Maria Maddalena”, ha proseguito invece la Zanconato. Questa donna era insieme a Maria e a san Giovanni sotto la Croce (Gv 19,25-27), ed è la prima a vederlo risorto (Gv 20,11-18). “Nella storia però si è tentato purtroppo di etichettarla come prostituta, come peccatrice, rimuovendone volontariamente il primato”. Recentemente è stato il Santo Padre a riconoscere, anche se in parte, il suo ruolo fondamentale: il 3 giugno 2016 la Congregazione per il Culto Divino ha infatti pubblicato un decreto con il quale, “per espresso desiderio di papa Francesco”, la celebrazione di santa Maria Maddalena (che ricorre il 22 luglio), memoria obbligatoria, è stata elevata al grado di festa liturgica. Un passo decisivo, anche se di strada ce n’è ancora tanta da fare.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 22 marzo 2019

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