La sera del 14 novembre dalle Clarisse è intervenuto Giacomo De Leo
«Giaccone è stato dimenticato».Si gela il sangue a sentire queste parole. La scelta etica di un uomo, per non soccombere all’arroganza mafia, scelta che gli è costata la vita, da tanti non è ancora oggi conosciuta.
Giacomo De Leo, ex Preside della Facoltà di Medicina di Palermo e tra i fondatori del Centro Studi Paolo Giaccone (nato nel 2012), la sera del 14 novembre è intervenuto nel Monastero ferrarese del Corpus Domini per raccontare la storia di Paolo Giaccone (classe ’29), suo collega, luminare di medicina legale ed ematologia forense, ucciso dalla mafia l’11 agosto 1982. Invitato da Dario Poppi (curatore di un ciclo di incontri sul tema della legalità), De Leo davanti a una 50ina di persone ha raccontato il clima che si respirava nella Sicilia di allora: un misto di ignoranza dei fatti, di indifferenza e omertà, fino alla collusione vera e propria. E ha raccontato la vita e la morte di questo “gigante buono” com’era Giaccone, che un giorno scoprì, da una perizia che stava svolgendo, che il responsabile della “strage di Bagheria” (giorno di Natale dell’ ’81) nella quale persero la vita tre mafiosi e un pensionato innocente, era Giuseppe Marchese, nipote di Filippo capo della cosca mafiosa di corso dei Mille. Il rifiuto di Giaccone di falsificare quella perizia, nonostante le minacce ricevute, gli costò la vita: 7 colpi di pistola, di cui 5 letali, lo colpirono davanti al Policlinico dove lavorava, successivamente intitolato a lui.
Un uomo robusto, era Giaccone, «riservato, anche timido, ma eclettico e sempre disponibile».E con un vocazione profonda: di porsi al servizio degli altri nella professione medica, oltre che nel volontariato, essendo stato tra i fondatori del Centro trasfusionale AVIS di Palermo. Una vocazione ereditata in famiglia e che emerge in modo struggente anche da un suo manoscritto che scrisse poco prima di essere ucciso, una sorta di «testamento» l’ha definito De Leo nel quale la sua professione è correlata ai concetti di «interesse pubblico», «serietà e umiltà», «dovere».
I primi anni ’80 in Sicilia erano gli anni degli omicidi “eccellenti” (Piersanti Mattarella, Mario Francese, Pio La Torre, solo per citarne alcuni), dei 500 morti nella guerra di mafia. Camilla, una dei quatto figli di Giaccone, descriverà quel periodo attraverso la sensazione di un «dolore freddo, avvolgente».E spettava a suo padre indagare sui corpi di quei morti, cercare tracce, dare risposte. Fino al prelievo di un’impronta digitale sul volante di una 500 legata a quella maledetta “strage di Natale” a Bagheria. L’impronta di Giuseppe Marchese.E poi le telefonate di minacce, i colleghi che gli dicono «lascia perdere…», e la sua tristezza per queste parole, per sentirsi isolato in una battaglia che non aveva scelto. «Agli stessi funerali di Giaccone – ha raccontato con immutata amarezza De Leo – vi erano pochi colleghi di Giaccone. E non c’erano politici».
Anche da questa crudele indifferenza,De Leo assieme ad altri decise di dar vita al Centro Studi intitolato a Giaccone e di girare l’Italia per raccontare questo modello di coerenza, di virtù, la storia di quest’uomo affamato di giustizia. Un lavoro che sta portando i suoi frutti: ogni 11 agosto le commemorazioni sono sempre più partecipate, anche da tanti giovani, «che possono essere uno stimolo, un “inciampo”, come le pietre d’inciampo, per far prendere coscienza a molti che un futuro più libero è possibile».
Lo storico Claudio Vercelli lo scorso 15 novembre al MEIS: un intervento lucido su temi più che mai attuali
di Andrea Musacci
Quello del 7 ottobre scorso è stato un vero e proprio «pogrom antisemita» e la strutturazione politico-statale di Israele «nasce dal 1948 mentre quella palestinese non c’è mai realmente stata, perché non c’è mai stata questa volontà».
Sono parole chiare e ben argomentate quelle scandite dallo storico Claudio Vercelli lo scorso 15 novembre al MEIS di Ferrara per il primo dei quattro incontri in programma per approfondire temi legati alla guerra in Medio Oriente:per l’occasione, Vercelli ha presentato il suo ultimo libro “Israele. Una storia in 10 quadri” (Laterza, 2022), dialogando col Direttore MEIS Amedeo Spagnoletto.
La rassegna – realizzata in collaborazione con l’Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara – vedrà come prossimi appuntamenti il 29 novembre alle 18 Milena Santerini (Università Cattolica di Milano, Memoriale della Shoah di Milano) presentare il suo libro “L’antisemitismo e le sue metamorfosi. Distorsione della Shoah, odio online e complottismi” (Giuntina, 2023); il 3 dicembre alle 16 lo scrittore e già deputato Emanuele Fiano presenterà il suo “Sempre con me. Le lezioni della Shoah” (Piemme, 2023), mentre il 13 dicembre alle 18 lo storico Arturo Marzano parlerà del suo “Terra laica. La religione e i conflitti in Medio Oriente” (Viella, 2022).
FINE ‘800-INIZIO ‘900: SIONISMO EBREO E NON-NAZIONALISMO PALESTINESE
Vercelli ha iniziato la propria riflessione dal XIX secolo e dalle persecuzioni antisemite subite dagli ebrei ashkenaziti nell’est Europa. Anche da qui nasce il sionismo come «idea di emancipazione, di rigenerazione degli ebrei prendendo in mano le redini della propria esistenza».
In particolare dal 1880 molti ebrei iniziano a emigrare dalla Russia verso l’Europa, gli Stati Uniti e la Palestina allora ottomana, cioè come intendevano già allora, «verso quella terra che ci appartiene moralmente e spiritualmente».
Nella Palestina di fine ‘800 – ha proseguito – «non solo non esisteva uno Stato palestinese ma nemmeno un’identità palestinese».E la terra – divisa in distretti – era una provincia della Siria ottomana.
Nel successivo mandato britannico (1922-1947), anticipato dalla Dichiarazione Balfour («His Majesty’s Government view with favour the establishment in Palestine of a national home for the Jewish people»), la popolazione ebraica aumenterà di quasi 8 volte (da 83mila a 630mila), mentre quella araba “solo” del doppio (da 660mila a 1milione e 323mila), e gli ebrei svilupperanno anche il commercio e l’artigianato in una società come quella palestinese prevalentemente agricola e povera.
ANNI ’30-’40: L’ALLEANZA ARABO-NAZIONALSOCIALISTA
Negli anni ’20 del secolo scorso «inizia a svilupparsi un pensiero nazionalista arabo, ma non palestinese». L’attenzione da parte dei leader arabi della zona si rivolge al nazionalsocialismo e al fascismo, in chiave antisemita e anticolonialista, e con una fascinazione «per l’idea di totalità politica» soprattutto nazista, da applicare al mondo arabo. Secondo questa visione, «gli ebrei rappresentavano il veicolo del colonialismo occidentale in Palestina» (un pregiudizio presente ancora oggi). Basti pensare a Mohammed Amin al-Husseiniī, dal ’21 al ’37 Gran Muftì di Gerusalemme, feroce propugnatore di un regime islamico esteso dall’Egitto all’Iran.
Vercelli ha poi smentito l’idea diffusa secondo cui «la Shoah abbia avuto un peso decisivo nella nascita dello Stato di Israele»: quest’ultimo, secondo lo storico, deriverebbe appunto dall’impegno nell’elaborazione politica e ideale, e nella concretezza politico-economica dei sionisti in Palestina fin dal XIX secolo, nonché dalla fine del mandato britannico; nel 47-’48, invece, «non si aveva reale cognizione (nemmeno da parte degli ebrei in Palestina) di cosa fosse stata davvero la Shoah».
STATO PALESTINESE: CHIMERA O PRETESTO?
Dall’altra parte, in quegli anni, ha proseguito Vercelli, «il mondo arabo rifiuterà in modo netto tanto la nascita dello Stato di Israele quanto la sola idea di uno Stato palestinese: di quest’ultimo non ne coglieva né la necessità né il senso». Fin dal ’46 si avrà, inoltre, una «progressiva disgregazione delle comunità arabe in Palestina, a partire dall’abbandono di quelle terre da parte dei suoi leader». Molti arabi lasciarono le proprie terre invitati a farlo da questi stessi dirigenti. «Ci furono anche espulsioni di arabi da parte di ebrei, ma non pianificate». In generale, per Vercelli, in questi anni si registra ancora una «sostanziale acefalia nel gruppo dirigente palestinese e un nazionalismo irrisolto». Al contrario, gli ebrei «struttureranno la loro presenza, coordinando meglio tra loro le proprie comunità».
«Fino alla Guerra dei sei giorni (1967) – ha ribadito con chiarezza Vercelli -, nessun leader o soggetto nel mondo arabo pensava alla creazione di uno Stato palestinese. Solo in questi anni inizierà a nascere una sorta di leadership palestinese», con la nascita di Al-Fatah dietro la spinta dell’URSS, sempre in chiave antiamericana e antioccidentale. E naturalmente, antisionista e antisemita. Citiamo solo alcune dichiarazioni al riguardo: nel 1957, Akhmed Shukairi, ambasciatore saudita alle Nazioni Unite dichiara che «è conoscenza comune che la Palestina non è altro che la Siria del sud». Concetto ribadito da Hafez-al-Assad, ex presidente siriano, nel 1974: «la Palestina non solo è parte della nostra nazione araba ma è una parte fondamentale del sud della Siria». Nel ’77, Zahir Mushe’in, membro del Comitato Esecutivo dell’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) dirà in un’intervista al quotidiano olandese Trouw: «il popolo palestinese non esiste. La creazione di uno Stato palestinese è solo un mezzo per continuare la nostra lotta contro lo stato di Israele in nome dell’unità araba. In realtà oggi non c’è alcuna differenza tra giordani, palestinesi, siriani e libanesi. (…) Gli interessi nazionali arabi richiedono la messa in campo dell’esistenza di un popolo palestinese per opporci al sionismo».
L’intervento di Notarstefano (Presidente nazionale Azione Cattolica) per il Convegno diocesano a Vigarano Pieve
Se ascoltate con lo spirito giusto, le parole dette la mattina del 12 novembre in occasione del Convegno diocesano di AC, sono “pesanti”. Sono cioè parole che richiamano con forza la necessità di non adagiarsi in formali e “borghesi” abitudini, ma di riscoprire la potenza e l’audacia dell’essere cristiani.
“Azione Cattolica: una storia lunga un sì!” era il titolo scelto per la giornata svoltasi nella parrocchia di Vigarano Pieve, tappa del cammino assembleare di AC che ha visto la presenza di 120 persone con, oltre il Convegno nel quale è intervenuto il Presidente Nazionale Giuseppe Notarstefano (nella foto, assieme a mons.Perego e da alcuni dirigenti AC diocesana), la S. Messa presieduta dal nostro Arcivescovo, il pranzo comunitario e i laboratori pomeridiani.
Ricordiamo che fino all’8 dicembre le AC parrocchiali svolgeranno la propria assemblea per eleggere i referenti parrocchiali. Questi si ritroveranno l’11 febbraio per l’Assemblea diocesana, nella quale si eleggerà il nuovo Consiglio diocesano che, a sua volta, eleggerà i responsabili diocesani di settore e concorderà la terna di candidati da presentare al Vescovo per la nomina del nuovo Presidente.
MARTUCCI:«CUSTODIRE E INNOVARSI»
Dopo il saluto dell’Assistente ecclesiastico don Michele Zecchin e l’introduzione di Chiara Fantinato (vicepresidente Adulti AC diocesana), è intervenuto il Presidente diocesano Nicola Martucci. L’analisi del presente svolta da Martucci è stata impietosa: «un certo modo di vita pastorale e cristiana è ormai inconsistente», in una società «liquida e frammentata» l’appartenenza alla Chiesa è in forte crisi, molti «giovani hanno eliminato il futuro dal loro orizzonte». In questo «viaggio in mare aperto», la fede e la Chiesa sono «tesori che vanno custoditi» prendendo però più sul serio «il tema della responsabilità» e col bisogno di «pensarsi, strutturarsi e muoversi al passo coi tempi».
NOTARSTEFANO: «EUCARESTIA E COMUNITÀ»
Un intervento che in un certo senso ha anticipato quello del Presidente Nazionale Giuseppe Notarstefano: «L’AC non ha bisogno tanto di aggiornamenti formali, tecnologici, ma di saper affrontare le grandi sfide che abitano i cuori delle persone, che sono poi le grandi domande di sempre». L’intervento di Notarstefano è stato preceduto dalla proiezione di un video nel quale sono stati intervistati tesserati e non dell’AC diocesana, dalle quali sono emerse gioie e difficoltà nel vivere questo tipo di vita associativa oggi.
Nel nostro tempo di cambiamenti, ha riflettuto quindi Notarstefano, «dobbiamo essere in grado di leggere i “segni dei tempi”».Dobbiamo quindi «sintonizzarci col tempo in cui viviamo, senza viverlo né da spettatori né con uno sguardo neutrale». C’è dunque bisogno di una «conversione personale», di essere «segni di vita evangelica», di «tornare a parlare di salvezza, oggi sostituita da surrogati quali il “benessere”, la “tranquillità”, la “qualità della vita”». Questa nuova «missionarietà» consiste quindi nell’avere «il coraggio, l’audacia di andare alla ricerca di tutto ciò di meraviglioso che il Signore già costruisce nelle vite delle persone, nei loro cuori». Solo ripartendo «dall’autenticità della nostra esperienza e delle nostre relazioni« saremmo capaci di fare ciò, «rigenerando le nostre comunità così piene – soprattutto dopo il Covid – di paura e abitudini che non riescono a superare». Nell’epoca dell’individualismo, della frammentazione, del darwinismo sociale, dobbiamo ricordarci – ha proseguito Notarstefano – che «nessuno si salva da solo», che la salvezza «non è un bene di consumo ma è per tutti e va sperimentata nella comunità». «L’Eucarestia nella città, da portare dentro la città è lo “strumento” per tenere assieme le diversità, per riscoprire la gioia dello stare insieme, senza ridurci – com’è successo spesso anche in AC – a sportelli burocratici». Solo questo stile di vita rinnovato, questo impegno all’insegna della corresponsabilità può riaprire le porte al futuro.
MONS. PEREGO: «AC, LUOGO IN CUI SI TROVA DIO»
Il nostro Arcivescovo mons.Perego nell’omelia ha riflettuto: «lo specifico dell’AC sta nel servire la Chiesa locale, dove servizio è il “sì” dell’AC Italiana, che non è supina obbedienza ai Pastori, cadendo nel clericalismo, ma passione per una Chiesa con cui si cammina». «La Chiesa e il mondo oggi hanno bisogno di “servi” – ha detto poi -, di chi fa della carità, sia in politica che nella vita consacrata ed ecclesiale, la cifra del suo agire». L’AC è dunque, per mons. Perego, «un luogo in cui si trova Dio, perché si impara a pregare, si educa all’ascolto della Parola, s’impara la sapienza, non si resta nell’ignoranza su nessuna cosa».
Scuola di teologia per laici: il 9 novembre la comunità dei beati al centro della relazione di Valeria Poletti
“Maestro cosa devo fare per essere felice?” è il titolo della terza lezione della Scuola diocesana di teologia per laici “Laura Vincenzi”, svoltasi a Casa Cini lo scorso 9 novembre. Relatrice, la docente e teologa Valeria Poletti. Le rimanenti lezioni di novembre sono in programma (ore 18.30, Casa Cini o in streaming) il 16 con don Paolo Mascilongo che relazionerà su “Immagini di sequela dal vangelo di Marco”; il 23 con Simona Segoloni su “Fratelli tutti! La comunità espressione di gioia”; il 30 con don Ruggero Nuvoli su “Immaginazione sacramentale”.
Nella sua lezione, Poletti ha analizzato nel dettaglio le Beatitudini (Mt 5,1-12 e Lc 6,20-23), ponendo innanzitutto l’accento sul fatto che Gesù «è venuto a parlare a tutti, a dar vita a una comunità completamente nuova», annunciando che «il Regno di Dio è già ora, si può sperimentare già nel presente». Ma com’è possibile ciò, in questa “valle di lacrime” che è l’esistenza umana?
Gesù quando ci chiede di essere poveri, «non ci chiede tanto di spogliarci, ma di vestire gli altri, di prenderci cura di chi è nel bisogno. “Signore”, quindi, è chi dà agli altri, e lo fa ora, perché il dare mi rende felice, beato già ora», ha spiegato Poletti.
Questo donarsi agli altri è anche il consolare chi è nel pianto, cioè «chi ha un dolore talmente grande da non poterlo tenere dentro. Costui è beato perché mostrandolo può essere consolato, aiutato dalla sua comunità. E la consolazione è già in sé un’azione liberante». È questa la chiave di tutto: il comprendere che «si è felici, beati solo quando si dà, la comunità di persone felici è tale quando non volta la testa dall’altra parte» davanti ai bisogni dei fratelli e delle sorelle.
Allo stesso modo – e proseguendo nell’analisi delle Beatitudini -, «i giusti sono coloro che hanno fame e sete di giustizia». Ma per giustizia non si intende tanto l’osservanza delle norme, ma «è qualcosa che va oltre la legge, e porta anche a subire la persecuzione». La beatitudine sta dunque «nell’essere sazi, satolli di giustizia, quindi di Dio: si sazia la propria fame saziando quella degli altri».
Questa misericordia, questo «chinarsi sull’altro sofferente per rialzarlo», non è dunque un mero sentimento ma «un’azione» concreta. Ed è una purezza del cuore, quindi non solo esteriore ma «interiore, completa, tipica di chi possiede quell’inquietudine che lo porta a giocarsi la propria pace per gli altri, per la pace della propria comunità». Una pace dunque in fieri, un Regno da costruire, vivendo così la propria figliolanza e somiglianza al Padre.
Da qui, solo da qui, può nascere quella «comunità dei felici, dei beati nel Signore», dei «satolli di Dio».
Enrichetta Maregatti, Giorgio Mazzoni ed Elvio Bonifazi
Nel novembre del 1948 l’allora parroco padre Francesco Righetti aprì la sala cinematografica in via Resistenza. Un pezzo di storia di Ferrara che ancora guarda al futuro (di tutti)
di Andrea Musacci
Nell’atrio il primo proiettore a carbone – un Victoria 4r del 1934 – accoglie giovani, famiglie, coppie, anziani e bambini che per gioco vorrebbero tirarne ogni parte sporgente…Utilizzata fino agli anni ’80 (a parte un’eccezione nel ’98 per “Gatto nero, gatto bianco” di Emil Kusturica), è l’immagine plastica di un piccolo ma storico luogo che definire cinema è riduttivo. Non è fra i più “antichi” (ad esempio l’Apollo è del ‘21), ma fu, ad esempio, il primo a proiettare capolavori del neorealismo e a organizzare Cineforum. Siamo in via della Resistenza a Ferrara, nel complesso parrocchiale di Santo Spirito, dove l’omonimo cinema da 75 anni è il punto di riferimento per cinefili e amanti della cultura in senso largo.
Nel ’48 fu l’allora parroco, il francescano padre Francesco Righetti, a dar vita al “Piccolo Cinema”, inaugurato a fine novembre dello stesso anno e con la prima proiezione organizzata a inizio dicembre. Fra i primi “padroni” della cabina di proiezione ci furono i proiezionisti Mario Stabellini, morto nel 2020, e Giordano Galesini, padre di frate Mauro, francescano del Santuario di Chiampo (VI). Ai tempi, per motivi di sicurezza e di gestione meccanica dei proiettori, era infatti normale la presenza contemporanea di due operatori.
Nel libretto parrocchiale “S. Spirito…e le sue opere” del 1958 Antonio Cavalieri scrive: «Tutti sanno o almeno ammettono che l’essere umano ha necessità di ricreazione (…). Ricreazione è distensione, è rinnovamento di energie intellettuali, spirituali, fisiche (…), sollievo dal normale lavoro manuale o intellettuale (…). Ma perché questo si avveri (…) si rende indispensabile creare l’ambiente, dare i mezzi affinché ciascuno possa veramente “ricrearsi” nel vero senso, santo della parola (…). Tutto questo l’ha ben capito il nostro amatissimo Parroco, Padre Francesco, fin dai tempi dei tempi. Era un pallino che aveva nella Sua mente, un assillo che gli tormentava l’anima e il cuore (…). Ungiorno non ne poteva più; sentì il cuore gonfio, e nel cuore una Voce di sicura speranza, di fiduciosa sicurezza…e si mosse! Ed ecco la sala del cinema (eh già, come si fa oggi giorno a pensare ad opere ricreative senza cinema!…), la più bella fra le sale parrocchiali ferraresi; poi vennero i locali nuovi: le sale dei giochi per tutti – grandi e piccoli – le sale di lettura, la sala (magnifica) della televisione, delle adunanze (…)».
La Chiesa, anche a Ferrara, capì dunque che l’educazione e lo sviluppo della cultura, necessitava di luoghi moderni. Il proiezionista Galesini venne poi affiancato da Giorgio Mazzoni, che inizia a lavorare come operatore a S. Spirito 50 anni fa, nel 1973, proseguendo fino al 1984 e poi riprendendo da metà anni ’90 fino al 1998. Per un periodo, Mazzoni si alternava assieme ad Armando Maregatti tra qui e il Cinema Boldini. Armando, morto nel 2010, è il papà di Enrichetta Maregatti, che da lui ha ereditato la gestione della sala dopo l’esordio, assieme al marito Elvio Bonifazi, a fine anni ‘80. Enrichetta ed Elvio ancora oggi gestiscono con grande passione il loro amato cinema.
DAI BIGLIETTI A 40 LIRE ALL’AVVENTO DEL DIGITALE
I primi tempi le proiezioni erano quasi giornaliere, e i biglietti costavano tra le 40-60 lire nei giorni feriali (ridotti e interi) alle 50-70 per i festivi. Da inizio anni ’80, per un periodo, le proiezioni furono solo la domenica, dalle 14.30 fino a tarda serata, mentre con l’austerity (tra il ’73 e il ’74) la chiusura venne imposta alle 23. Ma con la gestione Maregatti ripresero anche nelle serate di venerdì e sabato, fino ad arrivare nel 2007 all’inizio delle rassegne (la prossima è prevista per gennaio 2024) e degli eventi speciali e, ora, a quattro serate di proiezioni, da venerdì a lunedì (oltre ai festivi e prefestivi). Un’altra svolta S. Spirito l’ha vissuta nell’estate 2013 con l’avvento del proiettore digitale (il canadese Christie Solaria One) che ha mandato in pensione i vecchi proiettori (l’ultimo fu un Victoria 8r, ai tempi considerato “la Rolls Royce” dei proiettori), grazie al contributo della Regione per la digitalizzazione dei cinema locali. S. Spirito fu il primo cinema non multisala a Ferrara ad adottare il digitale. Il Boldini ci arrivò per secondo solo il febbraio successivo. In pensione il digitale mandò anche la macchina “girafilm”, per riavvolgere la piccola o per fare montaggio, che Enrichetta conserva ancora gelosamente nella stanzetta attigua alla cabina di proiezione.
Ma torniamo agli albori: padre Francesco – che guidò S. Spirito fino al 1967 – come detto, non immaginò la sala cinematografica come luogo alieno dalla parrocchia e dal quartiere, ma una sala della comunità nella quale poter unire svago, educazione e condivisione. Un posto pensato soprattutto per famiglie, con proiezioni pomeridiane domenicali per i bambini e la sera il “filmone”. Sempre nel ’48 fu allestito anche un bar, col bancone a sinistra dell’ingresso principale e dietro la sala con i tavolini. Tra il 1982 e l’83 fu buttata giù la parete in modo da accedere direttamente alla sala. Di fronte all’ingresso, l’immancabile “stracciabiglietti”/maschera, ruolo ricoperto da metà degli anni ’50 fino al 2008 da Leonello Lugli, e il “segnatempi” sulla parete ai piedi della scala che porta alla galleria e alla cabina di proiezione. “Segnatempi” con i numeri romani I, II, III e con la A a indicare “Attualità”, vale a dire la pubblicità o i cinegiornali. «Ma non si fanno più intervalli – ci spiega Enrichetta – perché i film vanno visti senza pause».
Santo Spirito, quindi, come cinema della città ma senza dimenticare il suo legame con la Chiesa: come ci ricorda Giorgio Mazzoni, se richiesto, prestava le “pizze” con le pellicole, come ad esempio a metà degli anni ’70 quando don Sergio Vincenzi (ai tempi giovane seminarista e dallo scorso maggio in servizio proprio a S. Spirito) veniva a ritirarle per le proiezioni – sempre con una cinemeccanica Victoria 4r – nel Seminario di via G. Fabbri.
A fine anni ‘50 fu uno dei francescani di S. Spirito, padre Geminiano Venturelli, a far costruire la galleria al primo piano del cinema di via Resistenza, assieme alla cabina di proiezione (che prima era al piano terra), in questi ambienti direttamente collegati a quelli parrocchiali dove ancora oggi i bambini fanno catechismo e dove una volta erano adibiti ad aule per la Scuola elementare. E nella saletta di “passaggio” tra il cinema e le sale per i bambini, viene conservata un’altra macchina, una Victoria 5r, la stessa che nel film di Tornatore “Nuovo Cinema Paradiso” sostituisce il vecchio proiettore dopo l’incendio che rende cieco il proiezionista Alfredo.
Luoghi magici, più o meno nascosti, che dopo tanti anni trasmettono ancora quel calore antico di spazi vissuti e fatti crescere con invincibile passione.
Proseguendo nel nostro giro negli ambienti, scopriamo come per diversi anni in sala il palcoscenico – di legno – fosse davanti lo schermo, mentre quello nuovo, dietro lo stesso, venne fatto costruire a metà degli anni ’80 da padre Flavio Medaglia. Una volta, lo schermo quando non serviva veniva alzato e posto orizzontalmente a sfiorare, parallelo, il soffitto. Diverse foto che possiamo ammirare grazie a Enrichetta Maregatti e al parroco don Francesco Viali, testimoniano dell’iniziativa “Microfono d’oro” che si teneva proprio su questo palco negli anni ’70-’80, ispirata allo Zecchino d’oro del Coro Antoniano di Bologna. E un capitolo a parte meriterebbero le poltroncine blu della sala, fatte installare (assieme al pavimento) un quarto di secolo fa da padre Antonio Atanasio Drudi, in sostituzione di quelle di legno che a loro volta presero il posto di quelle in ferro. Prima delle poltroncine blu, i posti erano di più – oltre 200, rispetto alle 173 attuali – e in passato la sala era riscaldata con stufe di carbone. Un altro aneddoto riguarda le poltroncine in legno, che nei periodi estivi venivano trasferite nel campetto dell’oratorio per il “cinema all’aperto”.
I PRIMI CINEFORUM CITTADINI E “LASCIA O RADDOPPIA?”
Come accennato all’inizio, proprio nel Cinema Santo Spirito nacque, grazie a don Franco Patruno e Luciano Chiappini, il primo Cineforum ferrarese: la terza serie – a cura del “Club Ferrarese Cineforum” – ci risulta essere della stagione 1952-1953, col titolo “Panorama della cinematografia mondiale del dopoguerra. Charlie Chaplin – Il cinema francese”, con film anche di Renè Clair (“Il silenzio è d’oro”, 1947) e Henri Georges Clouzot, mentre di Chaplin venne proiettato “Monsieur Verdoux” (1946). Nella quinta serie, invece, anni ’53-54, protagonisti furono Jean Renoir (“La grande illusione”), Frank Capra (“L’eterna illusione”), G. W. Pabst (“La voce del silenzio”) e Billy Wilder (“Viale del tramonto” e “L’asso nella manica”).
Don Patruno e Chiappini li ritroviamo quasi mezzo secolo dopo, il 4 dicembre 1998, per un incontro pubblico organizzato in occasione del 50° anniversario, con gli interventi, oltre che dei due, di Enrichetta Maregatti, del parroco padre Giovanni Di Maria (a S.Spirito dal ’97 al 2009) e di Antonio Azzalli. Proprio in occasione dei primi 50 anni del cinema, sull’edizione ferrarese del “Resto del Carlino” Gianfranco Rossi ricordava quando nel 1957 Michelangelo Antonioni con la sua troupe de “Il grido” (tra cui Alida Valli e Dorian Gray), si fermò al Cinema S. Spirito per annunciare la prossima uscita del film.
Cinema d’autore, dunque, ma anche la neonata televisione fece capolino dal grande schermo di via della Resistenza con, dal ‘56, la proiezione di “Lascia o raddoppia?” e di altre trasmissioni televisive che raccoglievano una volta alla settimana tante famiglie della parrocchia ancora sprovviste in casa del televisore.
LE CRISI, IL PRESENTE E IL FUTURO DI UNA COMUNITÀ
Il Cinema S. Spirito è iscritto all’ACEC-SdC (Associazione Cattolica Esercenti Cinema – Sale della Comunità) e oggi ospita 173 posti, di cui 153 in platea e 20 in galleria.
Come ci spiega Enrichetta Maregatti, «cerchiamo di proiettare film d’essai o comunque di qualità. Facciamo anche proiezioni per le scuole, per l’Università degli Studi di Ferrara, oltre a conferenze e spettacoli teatrali benefici di compagnie amatoriali locali».
Negli anni, prosegue, «abbiamo vissuto momenti di crisi, ad esempio dopo l’apertura del Multisala in Darsena e con le chiusure causa Covid. Ma dallo scorso gennaio è ripreso il regolare flusso di spettatori, che anzi è aumentato rispetto al periodo pre-Covid. Da noi vengono persone non solo dalla città ma anche dalla provincia (Ostellato, Massa Fiscaglia, Poggio Renatico ad esempio) o dal rodigino, e ci sono tanti affezionati, un vero e proprio “zoccolo duro”».
La missione per il futuro è sempre chiara: «siamo una sala polivalente che cerca innanzitutto di aggregare le persone, di farle ritrovare, incontrare, socializzare. Il nostro è un servizio alla comunità, e anche per questo cerchiamo di mantenere prezzi bassi. I film vanno visti in sala, sul grande schermo e soprattutto assieme agli altri».
Per questi motivi, i cinema come S.Spirito vanno tutelati e sostenuti come patrimonio dell’intera comunità.
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SERATA SPECIALE IL 18 NOVEMBRE
“Cinema Santo Spirito. 75 anni di film che parlano al cuore” è il nome dell’incontro in programma sabato 18 novembre al Cinema Santo Spirito di via Resistenza, 7 a Ferrara.
Questo il programma della serata:
* ore 18:45 – 20:45, atrio del cinema:Annullo filatelico di Poste Italiane per la ricorrenza.
* 19:00, Sala del cinema:Tavola rotonda “Cinema Santo Spirito tra ricordi e prospettive”. Modera mons. Massimo Manservigi, Direttore dell’Ufficio Comunicazioni Sociali Arcidiocesi di Ferrara-Comacchio.
*20:00, cortile dell’oratorio:aperitivo con buffet.
* 21:00, Sala del cinema:speciale proiezione a sorpresa di un film restaurato.
Don Grossi e Bruzzone i relatori della seconda lezione della Scuola diocesana di teologia per laici
Sulla natura della vocazione e l’essenza relazionale della persona hanno riflettuto lo scorso 26 ottobre a Casa Cini, Ferrara, don Alessio Grossi (Referente del Servizio Diocesano Tutela Minori e persone vulnerabili della diocesi di Ferrara-Comacchio, nonché sacerdote dell’UP Arginone-Mizzana-Cassana) e Daniele Bruzzone Ordinario di Pedagogia generale e sociale presso la Facoltà di Scienze della formazione dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e Presidente di Alæf (Associazione di Logoterapia e Analisi Esistenziale Frankliana) (foto in basso). L’occasione è stato il secondo incontro dell’anno in corso della Scuola di teologia per laici “Laura Vincenzi”, avviata lo scorso 5 ottobre con la lezione introduttiva del nostro Arcivescovo.
“Parliamo di vocazione: Una via per ciascuno?” il titolo, invece, della lezione del 26 ottobre che ha visto la partecipazione (in presenza o on-line) di oltre 120 persone.
«La vocazione – ha esordito don Grossi – è chiamata, appello, è qualcosa che parte da Dio ma che non mi arriva dall’esterno, come qualcosa che possa non andare d’accordo col mio cuore, come qualcosa che io non conosco di me». Da una concezione errata di vocazione (intesa anche come «privilegio» e come qualcosa di esclusivo), si arriva a «forme negative di rinuncia e mortificazione» e si può arrivare anche «all’abuso spirituale e di coscienza». Nessuno può dire che cosa un altro deve fare, «può accompagnarlo nella sua scelta ma alla fine è quest’ultimo che deve decidere».
Nella “Gaudium et spes” – ha proseguito il sacerdote – è scritto che la dignità deriva dalla «vocazione alla comunione con Dio», dal dialogo tra uomo e Dio. Il Catechismo, poi, a proposito di vocazione parla di «vita nello Spirito», quindi di «un’espressione creativa, una dinamica e una concretezza». Qui, secondo don Grossi, risulta fondamentale il testo di Wojtyla “Persona e atto” (1969): secondo il futuro pontefice, «l’atto, il manifestarsi costituisce il particolare momento in cui la persona si rivela». Per l’uomo, infatti, «a differenza degli animali non è indifferente come vive la propria chiamata all’esistenza». «Partecipazione» (l’esplicarsi nella relazione) e «trascendenza» (apertura, eccedenza) sono i due concetti cardine che definiscono la persona umana. Ma questo oltrepassamento avviene anche al proprio interno, in quanto «il nucleo della persona risiede dentro di sé, è quella parte aperta al mondo ma che, ascoltandosi e decidendosi, vive la dimensione trascendentale partendo dal cuore». E – si badi bene – «l’interiorità non è riducibile allo psicologico, ma è molto di più, è lo spirituale, la fonte dell’uomo che può sempre decidere come orientarsi nella vita».
Ma se l’uomo è apertura, partecipazione e trascendenza, per un cristiano ciò che lo distingue è l’amore (si veda ad esempio Gv 13, 34), «il dare la vita, il generare: la stessa morte di Cristo e quella del nostro ego non significano mortificazione ma qualcosa di generativo, quindi la vocazione, ogni vocazione non può non essere qualcosa di generativo, che genera vita per me e per gli altri. La vocazione è tale se è generativa, se è una vivificazione reciproca», ha spiegato il sacerdote.
Alla base della sopracitata “teologia della persona” di Wojtyla e non solo, ha invece riflettuto Bruzzone, troviamo la filosofia del tedesco Max Scheler (1874-1928), che ha influenzato anche il pensiero di Viktor Frankl (1905-1997), neurologo, psichiatra e filosofo austriaco, tra i fondatori dell’analisi esistenziale e della logoterapia a cui si ispira l’Alæf presieduta da Bruzzone.
«Per Frankl – ha spiegato quest’ultimo – l’uomo è sempre orientato alla ricerca dell’altro e dell’Altro – che per chi crede è Dio -, quindi vi è sempre una tensione a un’alterità, un’apertura, un’eccentricità: per realizzarci abbiamo bisogno di dedicarci ad altro e ad altri. Il cuore dell’uomo ha una struttura dialogica – ha proseguito – la nostra coscienza è sempre interpellata e sempre risponde». Riguardo alla vocazione, dunque, vediamo come la vita sia «qualcosa che ci interroga, e dalle nostre risposte dipende la direzione della nostra esistenza». Senza dimenticarci, appunto, che «il concentrarci troppo su noi stessi ci fa ammalare: senza scopo, senza altro e senza altri, l’uomo inizia a preoccuparsi, a star male». Se rinnega la propria essenziale apertura, muore.
Intervista a Vadis Paesanti, Presidente Cooperativa Pescatori del Delta e vicepresidente FedAgriPesca Confcooperative Emilia-Romagna: «la situazione per le nostre 1800 imprese è grave e diventerà gravissima»
A cura di Andrea Musacci
«La catastrofe ambientale porterà, di questo passo, a una catastrofe economica e sociale per migliaia di famiglie». Pur cercando di non perdere la speranza e di mantenere la necessaria lucidità, Vadis Paesanti (foto piccola) è consapevole della drammatica situazione della venericoltura, cioè dell’allevamento a fondale delle vongole veraci. Maltempo e alluvione, anossia ma soprattutto granchio blu stanno mettendo sempre più in ginocchio i produttori della Sacca di Goro. Presidente della Cooperativa Pescatori del Delta e vicepresidente di FedAgriPesca Confcooperative Emilia-Romagna, Paesanti approfitta del nostro incontro per sottolineare innanzitutto l’importanza della Giornata del Ringraziamento del 12 novembre: «è un gesto importante da parte del Vescovo e della Diocesi. Abbiamo bisogno di una sua benedizione, di un aiuto dal Cielo…».
Paesanti, qual è la situazione delle vostre imprese e cooperative?
«La situazione ad oggi è grave, e fra qualche settimana, fra pochi mesi sarà gravissima per le nostre circa 1800 imprese associate in 53 cooperative della venericoltura».
Partiamo dall’alluvione in Romagna nei mesi scorsi…
«Quell’enorme quantità di acqua convogliata in canali e fiumi, i navigabili, e attraverso il Napoleonico, è arrivata nel Po di Goro e quindi nella Sacca di Goro, con conseguenze negative. E poi vi è stata l’anossia (mancanza di ossigeno nei fondali marini a causa del protrarsi di temperature elevate, ndr), anche se non è il primo anno che la registriamo nel mese di ottobre».
Ma il nemico principale è senza dubbio il granchio blu…
«Esatto. C’è da dire innanzitutto che questo granchio è venduto nel nostro mercato ittico già da 10 anni, e in questo decennio ha divorato buona parte della risorsa alieutica (ad esempio, acquadelle, gamberetti, orate, branzine, anguille, granchio comune). Di questo pesce non c’è più traccia da anni, a dimostrazione della voracità di questo animale, della sua scaltrezza e del fatto che non ha competitors, non ha predatori».
Cos’è cambiato quest’anno?
«Già la scorsa primavera abbiamo iniziato a notare nella Sacca di Goro numerosi gusci e un ammanco di tante vongole. Non si trattava di una morìa spontanea. All’inizio vi sono state accuse reciproche di furto tra le cooperative, ma avendo nella Sacca una guardianìa h24 e telecamere a raggi infrarosse, abbiamo dovuto prendere atto che il granchio blu, esaurita la risorsa alieutica, ha iniziato a mangiare le vongole veraci. E da lì è iniziata la catastrofe ambientale e la catastrofe della biodiversità che diventerà catastrofe economica e sociale. Consideriamo che in media in un anno nella nostra Sacca si producevano circa 13mila tonnellate di vongole veraci…».
Qual è il calo di produzione registrato e quale quello previsto?
«Accorgendoci del granchio blu che divorava le vongole, abbiamo cercato di venderne più possibili per sottrarle a questo predatore. Il calo, quindi, dipende da quanto le singole cooperative sono riuscite a venderne in questi mesi. Il problema è che il seminato del 2022 e soprattutto quello della scorsa primavera, ci è stato divorato dal granchio blu. Bisogna considerare che la raccolta avviene 14-16 mesi dopo la semina. Ciò significa che non avremo più la vongola né piccola né mediana né adulta, perché finché ci sarà il loro predatore non potremo più seminare».
Fino a quando dovrebbe rimanere il granchio blu?
«Vedendo gli altri Paesi nei quali è presente, rimane per un ciclo di 4 anni, quando allora, per mancanza di cibo, inizierà a cannibalizzare i propri piccoli oppure emigrerà».
Tutto ciò che conseguenze avrà sugli allevatori?
«A questa domanda non sono in grado di rispondere: è come dopo un’alluvione, ci troviamo con la casa allagata, dobbiamo abbandonarla. Viviamo un momento di grande sconforto, siamo rimasti spiazzati. I ristoranti naturalmente si stanno riorganizzando: proporranno sempre più spaghetti al granchio blu e non alle vongole, ma per noi è solo sopravvivenza momentanea…».
I sistemi di protezione sperimentale come recinti e teli protettivi sono utili?
«No, e lo dimostra il vento forte delle ultime settimane che in alcuni casi ha spazzato via tutto…».
Veniamo alle misure adottate recentemente dal Ministero dell’Agricoltura per aiutare i produttori. Che idea si è fatto?
«I 2,9 milioni di euro dal Governo sono utili, ma non più di tanto dato che ci aiuteranno solo per certe spese, come quelle per lo smaltimento e il facchinaggio. Il discorso di fondo è che siamo circa 1800 aziende nel nostro Delta e altrettante nel Veneto, e se uno fa i conti, a ogni impresa andrà ben poco. Speriamo che il Governo faccia un’altra misura».
Poi ci sono i 10 milioni di euro per sostenere la ripresa del settore per semina, ripopolamento e acquisto di strutture fisse di protezione…
«Sì, saranno certamente utili anche questi. Siamo grati al Governo per questi sforzi, ma riteniamo che per passare l’inverno bisognerà fare di più. Il nostro non è un settore assicurato e non abbiamo diritto alla CISOIA (Cassa Integrazione Speciale Operai dell’Agricoltura, ndr)…».
1 milione di euro è arrivato invece dalla Regione…
«Questo può aiutarci per il nostro mancato reddito nei primi 9 mesi del 2023 e per una piccola parte dell’acquisto del seme. Ma anche questo non è sufficiente. Le istituzioni devono capire che qui viviamo di monoeconomia, quindi quando venderemo l’ultimo kg di vongole, vi sarà una grave situazione economica e sociale. In Italia vendiamo un prodotto di nicchia, e siamo i primi produttori di vongole veraci in Europa. Ma questa calamità ci sta mettendo a terra».
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Delta, un anno pieno di sciagure
Già dallo scorso marzo, la siccità porta a una mancanza di acqua dolce nella Sacca di Goro, zona da sempre di acqua mista. E con le temperature più alte della media, gli allevamenti sono infestati di alghe che soffocano le vongole e di nuovi predatori, come il granchio blu, specie aliena originaria delle Coste Atlantiche dell’America. A fine primavera, il problema contrario: un aumento dell’acqua dolce derivante dallo sgrondo a mare delle acque piovane dei fiumi e della rete della bonifica.
In estate, la situazione è sempre più drammatica, alcuni pescatori iniziano a prevedere un calo dell’80/90% della produzione per il 2024. Il granchio blu ha, però, ancora un mercato limitato in Italia in quanto poco conosciuto.
A metà ottobre arrivano le prime risposte dalle Istituzioni: «Con una legge dedicata all’emergenza alluvione, abbiamo introdotto come Regione Emilia-Romagna un milione di risarcimento ai pescatori di Goro e Comacchio per i danni economici subiti a causa del granchio blu. Sono risorse proprie della Regione che compensano i danni diretti e quelli derivati dallo smaltimento die granchi blu pescati. Ma siamo tutti d’accordo che i risarcimenti non bastino», dichiara la consigliera regionale ferrarese e capogruppo Pd Marcella Zappaterra.
In questo periodo, oltre alla minaccia del cuneo salino, diventa ancora più pesante il fenomeno dell’anossia, ovvero la mancanza di ossigeno nei fondali marini. Il fenomeno, dovuto al protrarsi di temperature decisamente estive sino ad ottobre avanzato e alla calma piatta del mare, in assenza di mareggiate, ha comportato un eccessivo apporto di acqua dolce proveniente dal Po e una progressiva riduzione dell’ossigenazione dei fondali, elementi, invece, fondamentali per la crescita del novellame seminato. E nella Sacca di Goro, per arginare l’invasione del predatore giunto dall’Atlantico, alcuni acquacoltori introducono sistemi di protezione sperimentale, piazzando recinti e teli protettivi, ma si tratta di una sperimentazione impostata sul 10% delle concessioni.
Il 24 ottobre arriva finalmente la nota del Governo nazionale: il Ministro del Masaf (Ministero dell’agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste), Francesco Lollobrigida, ha sbloccato i 2,9 milioni destinati alle oltre 3mila aziende in crisi. «Dopo il via libera ottenuto dall’Europa – dichiara il Ministro – ho firmato il decreto che autorizza la spesa per le aziende che hanno provveduto alla cattura e allo smaltimento della specie. Le imprese di tutto il territorio nazionale potranno richiedere il rimborso delle spese sostenute per l’acquisto di attrezzi da pesca e di trasporto, rispettivamente nella misura dell’80 e del 100% dei costi che vanno dal primo agosto al 31 ottobre 2023», spiega ancora don Lollobrigida. «Allo stesso tempo – aggiunge il Ministro – abbiamo previsto un ulteriore intervento da dieci milioni di euro per sostenere la ripresa del settore della pesca e dell’acquacoltura per la semina, il ripopolamento e l’acquisto di strutture fisse per proteggere gli allevamenti di vongole e novellame di sogliola e cozze. Un provvedimento che abbiamo inviato in Conferenza Stato-Regioni».
Intervista al Presidente Michele Mangolini: «dobbiamo anticipare le trasformazioni»
Un esempio virtuoso di cooperazione e un valore aggiunto per il territorio: questo rappresenta C.A.S.A. Mesola (Cooperativa Assistenza Servizi Agricoli), realtà in via Bassalunga nel mesolano, nata nel 1964, in esecuzione della delibera n. 53/063 dell’Ente per la Colonizzazione del Delta Padano che favoriva la fusione di cooperative con finalità comuni, ma operanti in ambiti territoriali troppo ristretti per conseguire un’efficace azione di programmazione.
Una realtà che affonda le proprie radici nelle grandi trasformazioni conseguenti alla Riforma agraria degli anni ’50 del secolo scorso. Anche nel Basso Ferrarese, infatti, i primi cooperatori si trovarono a lavorare in condizioni difficili – bassa scolarità, condizioni igienico sanitarie insufficienti e precarietà economico-sociale – a cui la Riforma Agraria, con assegnazioni medie di 7 ettari di terreno, aveva dato risposte parziali.
Il processo migratorio della fine degli anni Cinquanta e dei primi anni Sessanta in direzione dei centri industriali del Nord, che portò all’abbandono di molti terreni, e le integrazioni aziendali avvenute con la bonifica di Valle Giralda, consentirono un allargamento della maglia poderale favorevole a quanti erano rimasti sui terreni. L’obbligo per gli assegnatari, pena l’estromissione dal fondo, era di far parte di una cooperativa di assistenza e servizi agricoli. Questo favorì la nascita di cooperative su tutto il territorio interessato dalla Riforma Agraria, ma finì, però, col rendere la cooperativa uno strumento poco efficace. Qui si inserisce C.A.S.A. Mesola, strumento innovativo nella conduzione delle aziende dei soci quando, a partire dai primi anni Settanta, il gruppo dirigente si pose l’obiettivo di passare dalla cooperazione coatta alla cooperazione volontaria, di vincolare l’attività produttiva dei soci a precisi piani colturali, di regolare la contrattazione e la vendita collettiva dei prodotti, di rendere la cooperativa autonoma da tutele che non avevano più ragione d’essere.
C.A.S.A. Mesola oggi offre numerosi servizi come ad esempio il confezionamento, la lavorazione e la vendita di prodotti agricoli dei soci; l’assistenza tecnica specializzata per la difesa e la fertilizzazione delle colture; la vendita di prodotti fitosanitari, fertilizzanti e di tutti i prodotti necessari all’impresa agricola; la consulenza per la certificazione di prodotto e la contabilità ed amministrazione aziendale. Fra le produzioni, carote, asparagi, radicchio, porro, zucca, anguria, pomodoro per l’industria, zucchino e patate.
Abbiamo rivolto alcune domande a Michele Mangolini (foto), Presidente di C.A.S.A. Mesola e da quasi 4 anni Presidente di ConfCooperative Ferrara.
Mangolini, qual è la specificità, il valore aggiunto di C.A.S.A. Mesola nel nostro territorio?
«C.A.S.A. Mesola nasce quasi 60 anni fa ma ha origini più antiche, con le prime bonifiche nel Delta, che per le assegnazioni dei terreni davano la precedenza a chi sia associava a una cooperativa. Qualche ex dipendente della bonifica era poi rimasto come dirigente, e questo fu un fattore molto importante anche per il successivo sviluppo delle stesse cooperative e del territorio. Poi ci fu un abbandono delle campagne anche a causa della scarsità di terreni disponibili. Un altro dato è importante: negli anni ’70 C.A.S.A. Mesola aveva 430 soci, oggi ne conta 160, ma questi hanno a disposizione terreni molto più grandi rispetto a 50 anni fa».
Qual è la situazione nell’ambito agricolo e quali le prospettive?
«La situazione è in evoluzione, la crisi riguarda maggiormente l’ambito della frutticoltura, pensiamo ad esempio alla pera, simbolo del nostro territorio. La causa, naturalmente, è della crisi climatica, basti pensare al maltempo e alle alluvioni che hanno interessato anche il Ferrarese. Per quanto riguarda l’orticoltura, invece, registriamo uno sviluppo nel nostro territorio. Spesso estensioni di orticole hanno sostituito gli alberi da frutto. Dobbiamo essere attenti, cercare di anticipare i cambiamenti, anche se non è facile. È necessario quindi non adeguarsi alle trasformazioni ma investire per anticiparle».
Nello specifico, C.A.S.A. Mesola che periodo sta vivendo?
«Abbiamo fatto moltissimi investimenti per le orticole, come ad esempio per un impianto per le carote all’avanguardia in Italia, oltre a investimenti per le imprese agricole e a un ampliamento del fotovoltaico per un minor impatto sull’ambiente. In generale, ci siamo allargati e aperti per dare maggiori risposte all’intera comunità del territorio. Rispetto al passato, quando la cooperativa era chiusa nel proprio perimetro, venendo concepita come utile solo per i propri soci, oggi è uscita, ponendosi interamente a disposizione delle comunità».
Ci può fare un esempio concreto di questa apertura?
«Basti pensare alla collaborazione con diverse sagre del territorio, un’attività importante che va al di là della semplice sponsorizzazione. Inoltre, circa un anno fa come C.A.S.A. Mesola, assieme alla Fondazione “F.lli Navarra” di Malborghetto e all’Associazione “Aps Più Felici” abbiamo dato vita a “Casa Bosco”, una struttura di accoglienza per ragazzi diversamente abili, studenti e lavoratori del settore agricolo, all’insegna dell’innovazione agraria, della formazione e dell’inclusione sociale. La struttura, compresa nel complesso di C.A.S.A. Mesola, è un ex essicatoio del tabacco di inizio ‘900 completamente ristrutturato».
La giovane ferrarese è tra i 191 morti dello spezzonamento americano del 10 giugno 1944. Vi raccontiamo la sua pur breve vita di promessa cantante lirica: un pezzo di storia della città
di Andrea Musacci
Aveva solo 24 anni Nella Gandini quando trovò la morte, assieme ad altre 190 persone, a causa dello spezzonamento delle forze armate americane sulla città di Ferrara. Una vita orribilmente stroncata assieme al suo sogno: diventare una grande cantante lirica, come il padre Napoleone e il cugino Angelo.
Vi raccontiamo questa storia inedita grazie soprattutto ai racconti di Savia Salmi, vedova di Giorgio Gandini, nipote di Nella. Una vicenda drammatica ma ricca di aneddoti ed episodi particolarmente interessanti, dove l’intimità delle persone e delle famiglie richiama fatti collettivi, e viceversa.
UNA FAMIGLIA FERRARESE
Nata il 21 gennaio 1920, era figlia di Napoleone e Maria Faccini.Suo padre, classe 1892, era cresciuto nel Borgo San Luca dove vivrà per alcuni anni (forse anche dopo sposato), prima di spostarsi con la famiglia in corso Porta Reno, 23, come risulta dalla carta d’identità di Nella del 1938 (dove si firma “Nella Maria Gandini”), e poi in via Ripagrande, 21 (dove oggi c’è l’hotel Maxxim), occupando qui un intero piano sopra i fratelli Cervi, storici “biciclai” ferraresi. Prima e durante la guerra, Napoleone gestiva una macelleria in via Gorgadello (l’attuale via Adelardi). Dai suoi documenti, risulta anche che Napoleone aveva vissuto in via della Luna, 23. La madre Maria, detta Edvige, amava invece ospitare nella sua casa per pranzo o cena, e a volte dando anche alloggio, giovani artisti e studenti universitari, anche amici dei figli, a cui a volte chiedeva di recitare alcuni versi.
Nello stesso documento di identità, di Nella si dice che fosse alta 1,69 m, «robusta» di corporatura, capelli e occhi «castani», fronte «media» e naso «concavo». Nelle foto dell’album di famiglia, spesso la giovane è assieme a una sua carissima amica, Wanda, riconoscibile per i folti capelli ricci.
Nella era la maggiore di quattro figli: gli altri erano Rino, padre di Giorgio (marito di Savia), più giovane di quattro anni; Giorgio, giornalista e storico; Giovanni, il più giovane.
LA PASSIONE PER LA LIRICA
Il padre Napoleone, come detto, era baritono e usava il nome d’arte Nino Cavalieri. Cantò anche con Enrico Caruso. Anche suo nipote Angelo Mercuriali (1909-1999), figlio della sorella, era cantante d’opera (tenore, per la precisione) e veniva simpaticamente chiamato “voce d’Angelo”. Diceva sempre che doveva molto allo zio Napoleone, ed era sposato con il soprano Lina Paletti.
Nella, quindi, respirò fin da piccola quest’aria e volle seguire il padre e il cugino su questa strada: studiò a Padova e si esibì a Parma, Firenze, alla Scala a Milano, oltre che a Ferrara. Nel 1937, ad esempio, prese parte al “Lodovico…il Moro” con regia di Angelo Aguiari.
CLIENTE DEL “PICCOLO PARIGI”
Nella adorava collezionare piccole bambole che vestiva con abitini da lei stessa realizzati: acquistava dei “bustini” femminili di piccole dimensioni (parti di pompon per la cipria) che legava a coni di cartone usati come base e rivestiva con abitini che riproducevano gli abiti delle protagoniste degli spettacoli o forse di personaggi che lei stessa interpretava. Li usava come portafortuna e amava ammirarli poggiati sulla sua toeletta, chissà, forse anche fantasticando.
I “bustini” (realizzati tra gli anni ’20 e ‘30) probabilmente li acquistava nel “Piccolo Parigi”, boutique in piazza Trento e Trieste vicina al Teatro Nuovo, per la precisione dove ora si trova l’entrata del negozio “Kasanova” (mentre le attuali altre due vetrine dello stesso, un tempo erano occupate dal negozio di abbigliamento per bambini “Cottica” e da un negozio di tessuti). Di proprietà di un certo Trevisani, il negozio (chiuso da una 30ina d’anni) prima si trovava in piazza Municipale, proprio sotto l’arco che divide questa da piazza Duomo e vendeva, fra l’altro, bigiotteria, pettini, profumeria, cerchietti per capelli per bambini, portachiavi e portasigarette. Il magazzino del “Piccolo Parigi” si trovava invece nella vicina via Contrari. L’illustratore Claudio Gualandi ci racconta come a metà anni ’70 lo visitò trovandoci, fra l’altro, gadget fascisti (spille, anelli) e un fez.
UNA VOCE SPEZZATA
I suoceri di Savia e altri parenti acquisiti han sempre parlato poco e malvolentieri della morte di Nella, per un pudore recondito o perché il dolore per il trauma vissuto minacciava sempre di riaffiorare.
Rino, fratello di Nella, è un partigiano o comunque collabora con i partigiani. Possiede un furgone con cui durante la guerra mette in salvo persone trasportandole fuori città. E forse trasporta anche partigiani, ricercati dai nazifascisti e armi. Forse per questo, per non esporla a rischi, il 10 giugno del 1944 non vuole caricare Nella in uno dei viaggi verso Porotto. Ma Rino – che è molto legato a lei – non può sapere che così la sta abbandonando a un’orrenda fine. Quando Rino torna da Porotto, lo spezzonamento in zona San Luca è già avvenuto: Nella viene colpita in via G. Fabbri presso il frutteto Tenani. Proprio il fratello Giorgio nel suo libro “Ferrara sotto le bombe” (Comune di Ferrara, 1999) racconta, forse riportando la testimonianza del fratello Rino: «Mia sorella aveva un grosso buco dietro l’orecchio, un largo squarcio sulla schiena, sul petto e sulla pancia, un piede amputato. Il suo impermeabile era intriso di sangue. Zeffira aveva la testa appoggiata su mia sorella e guardava il cielo, stringendo al petto il maglione di lana che stava sferruzzando, lordo di sangue. (…) Mia sorella Nella – continua il racconto – l’avevano distesa sul pavimento della cucina e noi la guardavamo con occhi impietriti. “Uomini, andate via! Dobbiamo lavarla e vestirla”, ci avevano intimato le donne del Borgo, spingendoci affettuosamente fuori (…). Il giorno dopo il “Corriere Padano” (…) diede la notizia dell’inaudito massacro. “I gangsters nuovamente su Ferrara (occhiello) – Micidiale spezzonamento di inermi fuggiti nei campi (titolo)” (…). L’articolo scriveva: “(…) Il numero delle vittime sorprese all’aperto e senza possibilità di difesa è pertanto assai elevato. La pesante incursione ha avuto luogo nella mattinata” (alle ore 10.30, ndr)». Probabilmente quando muore, Nella è sola, anche se dall’elenco delle vittime risultano altre due donne (Nina Merli, 19 anni e Maria Grazia Schivalocchi), colpite anch’esse «nei pressi di via G. Fabbri». Nella forse si trovava in questa zona perché rifugiatasi da parenti di S. Luca dove il padre stesso era nato e cresciuto.
Il “santino” funebre di Nella recita così: «Per te che hai spiccato il volo verso la più eccelsa e luminosa vetta, cantino gli angeli il cantico più bello, la melodia più dolce; perché tutto in te era arte, tutto era musica. L’Alma tua, aleggerà sempre sopra di noi indicandoci la via del bene. Tu pura, tu buona, come hai cantato fra gli uomini continuerai a cantare fra gli angeli».
Una Speranza infinita per questa ragazza strappata troppo presto al palcoscenico drammatico e sublime della vita.
Grazie a Claudio Gualandi e Linda Mazzoni per averci aiutato nella raccolta delle informazioni e delle immagini.
Il 20 ottobre nel Monastero ferrarese del Corpus Domini il primo dei tre incontri organizzati dal Circolo Laudato si’: una trentina le persone presenti (due soli maschi) per pregare assieme e condividere timori, idee, progetti e speranze
Il venir meno dell’equilibrio naturale, della pace fra gli uomini e col resto del creato. E, parallelamente, il venir meno di una consapevolezza sulle conseguenze che determinate scelte di vita – personali e collettive – possono avere sull’esistenza di ognuno, compresa quella delle generazioni che verranno.
È così, senza infingimenti, che la sera del 20 ottobre scorso si è svolto il primo incontro di preghiera e condivisione proposto dal Circolo diocesano “Laudato si’” in collaborazione con le Sorelle Clarisse. I restanti incontri si svolgeranno il 9 febbraio sul tema “La sobrietà” e il 19 aprile su “La cura”. Tema del primo incontro (alla presenza di 30 persone), invece, è stato “L’urgenza”.
Al Monastero del Corpus Domini di Ferrara è stato un alternarsi di silenzi e parole parche, profonde, sincere. Ed è emerso come l’urgenza stia anche nel bisogno di condividere timori, progetti, speranze, domande. Tutti frutti sani di un’importante risonanza interiore.
L’incontro è iniziato coi vespri in chiesa, durante la quale si è svolta anche una piccola processione in cui alcuni partecipanti hanno portato davanti all’altare tre immagini emblematiche delle conseguenze dell’azione nociva dell’uomo sul creato. A seguire, vi è stato un momento di condivisione nel coro. Diversi gli interventi alternati a letture di brani tratti dalla “Laudato si’” e dalla “Laudate Deum” di Papa Francesco. «Dobbiamo farci carico della nostra casa comune e divenire consapevoli della nostra meschinità, piccolezza, delle tante vite usurpate, rovinate», è stato un primo intervento. «Che in noi possa crescere la consapevolezza della brevità del tempo che ci rimane». Da qui, l’urgenza di agire: «il tempo si è fatto breve, non possiamo più dormire».
«A me colpisce tanto l’indifferenza verso questi problemi e verso i più poveri, nonostante i segni dell’emergenza siano sempre di più», è invece la preoccupazione di un’altra persona. «Forse, questa, è una tendenza a rimuovere il problema per continuare a vivere serenamente. Vorrei che fossimo capaci di cambiamento, anche attraverso questo nostro piccolo Circolo Laudato si’».
Ma – è emerso da altri interventi – «come posso pormi io davanti all’enorme drammaticità di questi problemi? Oltre ai nostri piccoli passi, quali passi significativi fare insieme?». Considerando, anche, come questa consapevolezza ecologica «è relativamente recente». Ora però, «c’è molta più attenzione su questi temi e più atti concreti». Serve «perseveranza», «costanza», non solo il compiere azioni, ma renderle anche durature, dare loro continuità. E serve non dimenticare il peso dei piccoli gesti personali, perché anche dall’unione di questi nasce quella «massa critica» fondamentale per cambiare le nostre società. Ma perché tutto ciò non si riduca a mera pulizia all’interno del nostro universo di benessere, serve fare due passi innanzitutto dentro di sé: «tornare a stupirsi davanti alla bellezza e riuscire ad ascoltare il lamento del prossimo». Senza questo, quindi senza la Grazia di Dio, si rischia di rimanere nell’ambito mondano della pura rivendicazione.
Mi chiamo Andrea Musacci.
Da aprile 2014 sono Giornalista Pubblicista, iscritto all’Ordine dei Giornalisti dell’Emilia-Romagna.
Sono redattore e inviato del settimanale "la Voce di Ferrara-Comacchio" (con cui collaboro dal 2014: http://lavoce.e-dicola.net/it/news - www.lavocediferrara.it), e collaboro con Filo Mag, Avvenire, La Fionda, Vino Nuovo.
In passato ho collaborato con La Nuova Ferrara, Listone mag e Caritas Ferrara-Comacchio.
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"L'unica cosa che conta è l'inquietudine divina delle anime inappagate."
(Emmanuel Mounier)