L’Ottavario di S. Caterina Vegri si è concluso sabato 9 marzo con la riflessione di Cristina Simonelli sulla “Gaudete et Exsultate”
L’importanza di “fiutare il buon profumo della santità, a prescindere dal nome con la quale è chiamata”, scoprendo quella “trama condivisa di santità sparsa nel mondo, che attraversa tutti”. Amare usare un linguaggio vivace e appassionato Cristina Simonelli (Presidente del Coordinamento delle teologhe italiane) per tentare di spiegare e di riflettere insieme a chi l’ascolta, su cosa sia la santità. Lo ha fatto anche nel pomeriggio di sabato 9 marzo nel Monastero del Corpus Domini di Ferrara, nella giornata conclusiva dell’Ottavario di S. Caterina Vegri, dedicato appunto al tema della santità e della bellezza. Nel suo intervento dedicato in particolare all’Esortazione apostolica “Gaudete et Exsultate” (GE), la Simonelli ha voluto innanzitutto omaggiare S. Caterina Vegri, richiamando la sua “pietas verso la fragilità dei corpi e dei volti”. Da qui il collegamento con la Misericordia, tema quanto mai centrale nel pontificato di Francesco, scandito, non solo in GE, dal tema della gioia (“Evangelii Gaudium”), della letizia (“Amoris Laetitia”), e della lode (“Laudato si’”). “Il documento ha un cuore biblico, rappresentato dalle Beatitudini – ha spiegato -, ma vi è anche un cuore del cuore stesso, la cosiddetta regola del volto, che ha come bussola Mt 25, 45: “ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l’avete fatto a me”. Torna quindi la sopracitata “pietas davanti al corpo” del prossimo, come, ad esempio, può essere quello dei “naufraghi, che è quasi come stare davanti a una reliquia, a un ex-voto”, e da qui il legame col periodo quaresimale, “nel quale ognuno è chiamato a un cammino penitenziale, a porsi in ginocchio davanti alle ’reliquie’ del corpo del Signore”. Da ogni pagina di GE emerge proprio questa “spiritualità di santità”, intesa come “profondità evangelica di forma di vita”. Ricorrente è, innanzitutto, il discorso sui cosiddetti “santi della porta accanto” (GE 6-9): “Non pensiamo solo a quelli già beatificati o canonizzati”, scrive Francesco. “Lo Spirito Santo riversa santità dappertutto nel santo popolo fedele di Dio […]. In questa costanza per andare avanti giorno dopo giorno vedo la santità della Chiesa militante. Questa è tante volte la santità ‘della porta accanto’, di quelli che vivono vicino a noi e sono un riflesso della presenza di Dio, o, per usare un’altra espressione, ‘la classe media della santità’ ”. Questa “santità di tutte e di tutti”, una “santità feriale”, è possibile incontrarla “nella quotidianità di una vita buona”. L’idea, dunque, è che la strada sia “luogo di santità”, luogo di uscita verso il prossimo, e al tempo stesso (una cosa non esclude l’altra) lo è anche “la casa”, la prossimità familiare. Una santità, questa, come accennato, “leggera ma non superficiale, nel senso che non si tratta di un lavoro al ribasso”, e che, anzi, può arrivare – ma non necessariamente – al “martirio”. E’ anche – ha proseguito la relatrice – una “santità diffusa in un mondo che, certo, è teatro di un dramma ma anche luogo dove possiamo sentire la sintonia con le nostre sorelle e i nostri fratelli, respirare la santità ovunque, anche in persone che chiamano Dio in un altro modo, o che non lo chiamano proprio”. Possiamo perciò “fiutare il buon profumo della santità, a prescindere dal nome con la quale è chiamata”, scoprendo quella “trama condivisa di santità sparsa nel mondo, che attraversa tutti”. Infine, la santità è anche quella “dei piccoli particolari” (GE 144) e non può non essere “santità della comunità, intesa come salute della nostra vita comune, matrice nella quale sanamente si può sviluppare la santità di ognuno. Ciò, naturalmente, non toglie l’influsso dello Spirito – ha concluso la Simonelli -, ma è importante per capire che non solo questo agisce, ma anche lo spirito condiviso”.
Andrea Musacci
Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 15 marzo 2019
Una fede, al tempo stesso “semplice e sbalorditiva”, in quel “Dio che si fa, diventa le nostre gambe, i nostri occhi, la nostra guida”, cercando, in ogni attimo, di comprendere “i Suoi piani”. La vita di Laura Vincenzi continua a interrogare e a diffondere semi di speranza, di bellezza, di santità. Anche per questo, è stata scelta la sua testimonianza come centrale nell’Ottavario di Santa Caterina Vegri di quest’anno. Il pomeriggio di sabato 2 marzo ha visto circa 150 persone (tra cui anche un gruppo dalla parrocchia Santa Croce di Bologna) ritrovarsi nel Monastero ferrarese del Corpus Domini per l’attesa presentazione in città – dopo quella a Tresigallo del 18 gennaio scorso – delle “Lettere di una fidanzata”, da poco riedite da Editrice Ave. Dopo la presentazione di Chiara Ferraresi (Presidente AC), che ha sottolineato in particolare come l’evento sia stato preparato insieme da diverse associazioni diocesane, è stato proiettato un video realizzato da Gioventù Studentesca/Comunione e Liberazione di Ferrara, nel quale tre adolescenti commentano ciò che la lettura delle “Lettere” ha portato nelle loro vite. Rachele (4° Liceo Ariosto) ha sottolineato come nella vita della giovane “ogni cosa era fatta con semplicità e con una fede che sempre la circondava, convinta fino all’ultimo che Qualcuno non l’avrebbe abbandonata”. Laura aveva dunque “accettato la sfida di vivere la propria vita fino in fondo”, ha spiegato Giorgio (4° Liceo Roiti): “in questo tentativo vedo anche un po’ della mia esperienza”. Concetto ripreso da Chiara (5° Liceo Roiti), secondo cui Laura “ha vissuto la fede in ogni ambito, prendendola davvero sul serio”. Il destinatario di quelle stupende missive era Guido Boffi, allora suo fidanzato, e che negli anni ha portato avanti la memoria della ragazza, curando anche l’ultima edizione delle “Lettere”. Intervellato dalle letture di stralci delle “Lettere” a cura di Gian Filippo Scabbia con accompagnamento musicale di Roberto Berveglieri, Boffi ha spiegato come le pagine di Laura continuano a lasciare una “traccia profonda in tante persone, anche atee. Fin dall’inizio, anche prima della malattia, colpisce innanzitutto la sua fiducia incondizionata nell’Eterno, che la porta, nonostante le sempre minori sicurezze, a porre come centrale la relazione autentica con l’altro, e con un Altro”: l’altro/l’Altro è dunque “il luogo dove l’amore si fonde con la fede”. Laura viveva la propria santità quotidianamente, “la propria vita – ha proseguito Boffi – non temeva di perderla ma voleva solamente spenderla per gli altri, realizzarla nell’amore”. Questo libro è una specie di “diario di bordo” di una persona credent, e in esso “Dio non viene mai accusato del male nel mondo, ma è sempre e comunque una Presenza positiva”, che le ha permesso di “mantenere una sbalorditiva serenità e di rafforzare i legami con le altre persone, fino a diventare, lei stessa, sacramento da donare agli altri. I santi quindi – ha concluso – non sono gente da piedistallo ma sono in mezzo a noi, ognuno di noi può esserlo”. Il secondo intervento è stato del Vicario generale mons. Massimo Manservigi, il quale ha esordito riflettendo su due citazioni: un’antica intuizione cristiana – “Quando muore un Santo, è la morte che muore!” – e, dell’apostolo Paolo, “non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2, 20). “In Laura vi è stato questo progressivo svuotamento di sè per essere riempita di Cristo, la sua esistenza dimostra in modo chiaro come la vita terrena abbia qualcosa a che fare con l’eternità, che si costruisce qui e ora”. Un hic et nunc che non richiama nulla di effimero, anzi: “centrale nelle sue lettere – ha proseguito mons. Manservigi – è il cambiare ottica, guardando e compiendo tutto a partire dal progetto di Dio. E in questo, a mio parere, in Laura vi è un approfondimento, non una progressione nel tempo, nel senso che è qualcosa che lei ha sempre avuto, anche prima della malattia”. Laura scopre che nel presente, nell’oggi, non in un futuro indefinito, “c’è la possibilità di approfondire ciò che Dio vuole per lei”, c’è insomma sempre un’urgenza di comprendere quali sono i piani di Dio, e di vivere di conseguenza. Nella parte conclusiva del proprio intervento, il Vicario ha citato la Lettera apostolica “Salvifici doloris” del 1984 nella quale Giovanni Paolo II in particolare scrive: “si può dire che l’uomo diventa in modo speciale la via della Chiesa, quando nella sua vita entra la sofferenza”. “Possiamo dire che Laura è ’via della Chiesa’: nel modo in cui vive la propria fede e la propria malattia, è, infatti, costantemente testimone della comunione dentro la Chiesa, ed è esperienza della Chiesa che vive la sofferenza in una persona”.
Non certo una boutade ma un’ipotesi seria, ampiamente meditata, importante tanto per i possibili risvolti teologici quanto (e soprattutto)per quelli pastorali ed esperenziali. Il pomeriggio di domenica 3 marzo il Monastero delle Clarisse di Ferrara ha ospitato la presentazione del libro di don Gianni Marmorini, “Isacco, il figlio imperfetto” (edito da La Claudiana, importante casa editrice protestante), presente insieme a Lidia Maggi, pastora battista e biblista. Piero Stefani ha introdotto e moderato il dibattito tra i due citando innanzitutto un’intuizione di Rita Levi Montalicini, pensatrice laica, secondo la quale “dove tutto è perfetto, non vi può essere ricerca, possibilità di miglioramento”. Ma di certo non la pensavano così Sara e Abramo, genitori di Isacco, “il figlio atteso tanto”, ha esordito la Maggi, ma che, quando nasce, provoca in loro “un riso sarcastico, e nessun sentimento di gioia o di gratitudine”. L’imperfezione di Isacco risiede nel fatto che potebbe essere “attraversato da una fragilità” particolare, e per questo ha “una personalità poco marcata, oltre a essere nato da genitori troppo anziani e che hanno tra loro un rapporto di stretta parentela”. Senza pensare poi al fatto che Abramo, come le altre persone, “non gli rivolge quasi mai la parola, ignorandolo per tanti anni”. Si può insomma dire che Isacco è “un debole, l’unico che non riesce a trovarsi in modo autonomo la propria moglie, è un personaggio sempre agito dagli altri, mai protagonista. Ciò che è sconvolgente è proprio questo, ha riflettuto ancora la Maggi: che “la promessa di Dio passa attraverso un figlio che non corrisponde al desiderio di chi tanto l’ha voluto”. Da qui l’importanza di sviluppare una “teologia della disabilità”, dove quest’ultima “non è addomesticata o ignorata ma può trovare accoglienza, essere custodita”. Ed è proprio questo il grande merito del volume di don Marmorini. Come lui stesso ha spiegato, “la mia ipotesi è che Isacco avesse una forma di disabilità mentale: decisi di scrivere questo libro quando, nell’esporre questa ipotesi a una coppia con una figlia disabile, si commossero. Dio nella Bibbia non ha mai fede nell’uomo perfetto, esemplare, privo di dubbi (si pensi ad esempio ad Adamo, Caino e allo stesso Abramo)”, ha proseguito, “ma accetta l’imperfezione” degli esseri umani. Il testo biblico non è fatto, come molti credono, “di eroi o di icone, ma di persone che vivono errori e fallimenti”. Nel capitolo 22 di Genesi (dove vi è narrato il sacrificio, o legatura, di Isacco) Dio “non chiede all’uomo (tramite Abramo) di sacrificare il proprio figlio, di usare violenza, di pensare alla fede come a una prova muscolare, ma di imparare ad accettarne l’imperfezione, prendendosene cura, e così con ogni persona, perché nessuno può e potrà mai essere all’altezza delle nostre aspettative”.
Una certosina opera di commento del Vangelo secondo Marco, per dare al lettore sempre nuovi motivi di interrogarsi, “obbligandolo” a uscire da sé “per seguire Cristo, incontarlo e comprenderlo, affinché cambi la nostra vita”. Con questo intento Nicholas Naliato – classe 1982 originario di Lendinara, con alle spalli studi teologici ma anche ingegneristici – ha affrontato il secondo dei Vangeli canonici nel volume “Come sigillo sul tuo cuore”, edito dalla casa editrice La Carmelina di Ferrara e presentato lo scorso 25 febbraio nella Sala Agnelli della Biblioteca Ariostea di Ferrara. “Pur tenendo conto degli studi esegetici, della critica testuale – ha spiegato l’autore -, il mio commento non è pensato per specialisti, ma ha un taglio più teologico-spirituale: vuole interrogare il lettore più che dare risposte”. Come scrive nella prefazione don Torfino Pasqualin, suo “maestro” spirituale, questo commento “vuol essere una conversazione serena, una guida affabile e accattivante per un lettore credente, per condurlo ad acquisire una consuetudine abituale e continua con il testo del Vangelo”. “La Sacra Scrittura – ha spiegato Naliato – è una storia interpretata da persone che hanno vissuto una determinata esperienza, e la raccontano dopo l’evento della resurrezione, che è il fulcro delle vicende umane”. L’esperienza del Risorto apre dunque al “fare memoria”. La memoria è ricordare, ed etimologicamente significa “riportare al cuore”. “Il passato – sono ancora parole dell’autore – serve quindi come cifra interpretativa presente e come apertura al futuro, come speranza. La vita del credente è dunque una tensione tra presenza e memoria. Presenza – quella di Gesù – che si dà come assenza fisica, per cui la resurrezione, evento unico nella storia, permette un incontro, un incontro particolare, perché non avviene direttamente, ma attraverso dei testimoni”, gli evangelisti appunto. “È solo l’incontro col Risorto – ha proseguito Naliato – che stravolge la storia e il suo senso, aprendo a un futuro di salvezza, aprendo un tempo di attesa del compimento, che però è un’attesa fattiva, operosa”, piena di speranza. Nello specifico, il Vangelo tradotto e commentato “si pone come racconto dell’amore di Dio per l’uomo, e si basa sulla domanda: ’chi è Gesù?’ ”. “Meditare sul Vangelo secondo Marco significa dunque mettere in gioco la nostra idea di Gesù, idea che tante volte rischia di essere soggettiva e quindi falsata”. Ogni Vangelo non va letto “credendo di sapere già cosa vi è scritto, e quello secondo Marco, in particolare, ci mette in crisi, proprio come il giovane ricco (Mc 10,17-31). Il Gesù di Marco – ha proseguito – ci fa capire che è necessario passare attraverso questa crisi per capire davvero chi è Gesù, per riconoscerlo”, il quale vive, lui stesso, nel corso della sua esistenza terrena, “un processo di maturazione”. “Gesù è dinamico e sfuggente – ha riflettuto Naliato -, e questo ci ’obbliga’ a ’uscire da noi stessi’ per seguirlo, per cercarlo, per capire, per incontarlo, per poi rientrare in noi stessi, ma nuovi, diversi, cambiati”. “L’identità di Gesù – scrive nel volume – non può, strettamente parlando, essere indagata con occhi solamente umani; essa è qualcosa che ci viene rivelata dal cielo”. Il Vangelo secondo Marco, scrive ancora, “è il Vangelo del Padre che ci guida a Gesù, perché solo nel Figlio possiamo accedere al Padre. Marco non vuole descriverci il Padre, ma vuole che la Parola del Padre giunga a noi perché possiamo comprendere che solo nella sequela del Figlio possiamo giungere a Lui”. L’identità di Gesù è dunque mistero, mistero inteso come “realtà che ci supera e superandoci ci contiene”. Per concludere, Naliato scrive ancora: “Gesù non ci chiama solo ad inserirci nel profondo mistero d’Amore di Dio, egli vuole incontrarci affinché questo mistero così insondabile ci possa stare di-fronte. […] Di-fronte a Gesù noi stiamo di-fronte alla totalità immensa del mistero di Dio che ci chiede di ‘ascoltare’ ”.
Uno stile di vita improntato all’ascolto e alla relazione, che segua le vie della piccolezza e della povertà: sono questi i contorni delineati dal nostro Arcivescovo mons. Gian Carlo Perego nella sua lunga e articolata relazione tenuta in occasione della seconda Giornata del laicato dell’anno pastorale in corso. Un momento che ha rappresentato uno snodo importante della riflessione, ma che al tempo stesso è voluto essere un momento di confronto fondato sulla concretezza, sulla condivisione di esperienze reali, di percorsi di vita laicali premessa per nuovi e arditi orizzonti, per proposte da attuare a partire dal prossimo anno pastorale. Non a caso, un’altra parola fondamentale del percorso dei laici di Ferrara-Comacchio è “sperimentazione”, quindi qualcosa fatto tanto di ricerca quanto di verifica sul campo. Il pomeriggio di sabato 9 febbraio è stata la Città del Ragazzo di Ferrara a ospitare, dopo l’appuntamento del 29 settembre scorso, circa 150 persone, le quali, dopo la riflessione del Vescovo, si sono suddivise in una ventina di gruppi per discutere e confrontarsi sull’ascolto del mondo, della Parola, e su nuove esperienze ecclesiali da immaginare. “Passione e bellezza. Testimoni di un cammino comune” è stato il tema scelto, sul quale ha impostato il proprio intervento mons. Perego, dopo la presentazione di don Paolo Valenti.
Un “super fondo” che si svilupperà per circa 600 metri lineari negli ambienti al primo piano del Palazzo Arcivescovile di Ferrara. E’ questo l’enorme lavoro che spetta all’Archivio Storico della nostra Diocesi e che nei prossimi mesi, o meglio anni, vedrà in prima linea i due archivisti Giovanni Lamborghini e Riccardo Piffanelli.
Non un momento isolato o eccezionale, ma una tappa di un percorso che la nostra Chiesa di Ferrara-Comacchio intende portare avanti. Il pomeriggio di sabato 9 febbraio sarà la Città del Ragazzo di Ferrara a ospitare la seconda Giornata del laicato diocesana dell’anno pastorale in corso (la prima si è svolta lo scorso 29 settembre). “Passione e bellezza. Testimoni di un cammino comune” è il tema scelto per il momento di approfondimento aperto a tutti, con un intervento del nostro Arcivescovo e a seguire i lavori di gruppo sulle differenti declinazioni della traccia proposta.
Per la XXX Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra Cattolici ed Ebrei è stato scelto come tema il libro di Ester. Per l’occasione il 23 gennaio, a Casa Cini (via Boccacanale di Santo Stefano, 24/26 a Ferrara) don Paolo Bovina ha dialogato con Piero Stefani sul tema “Ester: le sorti ribaltate”, introdotti dal diacono Marcello Panzanini, Direttore dell’Ufficio diocesano ecumenismo e dialogo interreligioso. Assente per impegni imprevisti il rabbino Luciano Caro.
“Se la Chiesa non mi dà un senso, a cosa ‘serve’?”. Potremmo partire da questo interrogativo, raccolto da don Rossano Sala, Segretario del recente Sinodo sui giovani, per dimostrare ulteriormente ciò che, fortunatamente, da tempo ormai è sempre più consuetudine ripetere: non tutti i giovani sono passivi, amorfi, ma ognuno a modo suo nutre dentro di sé un bisogno autentico di qualcosa di più rispetto a ciò che può offrirgli una società senza slanci ideali, senza principi fraterni, senza bellezza. Don Sala ha il dono di saper narrare egregiamente il “corpo a corpo” fra giovani e Chiesa, fatto di abbandoni, critiche, lamenti, ma anche di affetto, mutualità, convivialità. Non a caso, quindi, la sera del 17 gennaio scorso l’aula magna del Seminario Arcivescovile di via G. Fabbri a Ferrara ha fatto fatica a contenere tutte le persone accorse (circa 200) da ogni angolo della Diocesi, per l’incontro dal titolo “La Chiesa una casa per i giovani?”, organizzato dall’Ufficio diocesano per la vita consacrata, Azione Cattolica e Agesci. Dopo la presentazione da parte di don Luigi Spada, Direttore dell’Ufficio organizzatore, il canto “Su ali d’aquila” e la proiezione di un breve filmato con interviste ai giovani sul Sinodo a loro dedicato, ha preso la parola don Sala. “Dal Sinodo siamo usciti col cuore rinnovato – ha esordito -, abbiamo vissuto una Chiesa che si prende a cuore, senza paura, la realtà dei giovani. Ci siamo messi ad ascoltare i 34 giovani presenti (uditori e uditrici, ma che sono potuti anche intervenire. ndr), facendo quindi un cammino di umiliazione. I loro interventi sono stati quelli più concreti, propositivi e gioiosi. Il Papa, ad esempio, si è commosso mentre ascoltava la testimonianza di un ragazzo”, Safa Al Abbia, rappresentante della Chiesa caldea irachena. Cosa chiedono, dunque, i giovani alla Chiesa? Secondo indagini, “in Europa più della metà di loro semplicemente non chiede nulla, altri invece alla Chiesa chiedono che si tenga a debita distanza da loro”. Fra le cause di questa indifferenza e di questo rifiuto, vi è “l’identificazione di tanti uomini di Chiesa come abusatori (sessuali e/o di coscienza), il fatto che molti sacerdoti vengono ritenuti impreparati a stare coi giovani”, e infine, ma non meno importante, il fatto che molte ragazze e ragazzi si sentono ‘passivi’ nella Chiesa e “usati finché c’è bisogno di loro”. Quello che chiedono è innanzitutto, quindi, di essere protagonisti, e che, sono ancora parole di don Sala, “la liturgia sia qualcosa di vivo, ad esempio con omelie che intercettino la loro esistenza”. Vi è, poi, fra i giovani “una richiesta di spiritualità, di qualcosa cioè che riesca a perforare il piano meramente orizzontale della loro vita, dandole un senso, cercando così di capire la propria vocazione”. Se la Chiesa non mi dà questo, a cosa ‘serve’?, si chiedono, giustamente, molti di loro. “Dalla Chiesa non si aspettano qualcosa che possono trovare anche altrove”. Proseguendo, “i giovani alla Chiesa chiedono che non li giudichi senza prima averli ascoltati: non vogliono educatori perfetti ma che gli raccontino come hanno affrontato le loro fragilità, come sono riusciti a trasformare le loro ferite in feritoie”. Don Sala ha proseguito soffermandosi sulla persona di Papa Francesco, molto amato dai giovani, e col quale don Sala ha collaborato a stretto contatto: “il Pontefice ama i giovani, ripone sinceramente molta fiducia in loro, è una persona di grande umanità che comunica molta pace, una profonda spiritualità”. Così, seguendo anche il suo esempio, “la Chiesa nel Sinodo ha imparato a essere ottimista, speranzosa e propositiva nei confronti delle ragazze e dei ragazzi”. La prima parte dell’intervento del relatore si è conclusa per lasciare spazio ai giovani presenti: durante la serata, infatti, vi era la possibilità di inviare brevi messaggi via WhatsApp sui temi affrontati. Fra le tante riflessioni e domande raccolte da don Paolo Bovina vi erano queste: “la Chiesa si preoccupa più di essere autorità, invece che stare fra gli ultimi”, “bisognerebbe valorizzare maggiormente la figura del padre spirituale”, “dalla Chiesa non vogliamo rimproveri o sensi di colpa ma che ci aiuti, grazie al Vangelo, a valorizzare la bellezza”, “perché per molti è difficie credere?”, “Perchè fate fatica a darci fiducia?”. Riprendendo un insegnamento della comunità di Taizè, don Sala ha proseguito spiegando come “non dobbiamo portare Dio ai giovani, perché Dio è già presente nelle loro vite. Dobbiamo invece creare le condizioni perché Dio si risvegli nel loro cuore. Per questo ci vuole molta pazienza – in questo l’educatore è simile all’agricoltore – e l’umiltà di capire che siamo tutti in cammino, siamo una Chiesa-famiglia”. Infine, sul tema della fiducia, emerso dai quesiti inviati dai giovani presenti, il relatore ha spiegato come “la fiducia è vita, la stessa esistenza quotidiana è fatta di tanti piccoli atti di fiducia nei confronti degli altri. Oggi però domina la legge del Grande Fratello (’non fidarsi di nessuno’; il riferimento è al noto programma televisivo ma potrebbe applicarsi anche al romanzo orwelliano, ndr), non quella del Vangelo, che ci chiede di essere sale della terra, di essere profezia di fraternità.