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“La letteratura aiuta a trasformarci, per ritrovare il nostro vero ‘io’ ”

20 Mag

Magistrale intervento dello scrittore israeliano David Grossman il pomeriggio di domenica 19 maggio al Teatro Comunale “Abbado” di Ferrara, in occasione della Festa del Libro Ebraico organizzata anche quest’anno dal MEIS

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di Andrea Musacci

Spesso si associa la letteratura alla finzione, a qualcosa di distante dal reale, in un certo senso di alienante, di sfuggevole. E’ di tutt’altro avviso David Grossman, romanziere israeliano tra i più apprezzati a livello globale, intervenuto domenica 19 maggio al Teatro Comunale “Abbado” di Ferrara in occasione della Festa del Libro Ebraico organizzata dal MEIS – Museo nazionale dell’ebraismo italiano e della Shoah, in collaborazione con il Teatro Comunale e con il patrocinio della Regione Emilia-Romagna, del Comune di Ferrara, dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane e della Comunità Ebraica di Ferrara. La mattinata ha visto nella struttura di via Piangipane la presentazione di cinque libri, di altrettante donne, dedicati a ebrei italiani: “La mia vita incisa nell’arte. Una biografia di Emma Dessau Goitein” (Mimesis, Milano, 2018) di Gabriella Steindler Moscati che ne ha parlato con la storica dell’arte Martina Corgnati; “Rita Levi Montalcini. La signora delle cellule” (Pacini Fazzi, Lucca, 2018) di Marcella Filippa, che ne ha discusso col genetista e scrittore Guido Barbujani; “Un impegno controcorrente: Umberto Terracini e gli ebrei, 1945-1983” (Zamorani, Torino, 2018) di Marta Nicolo, che invece ne ha parlato con Fausto Ciuffi, Direttore della Fondazione Villa Emma. Infine, due “casi letterari”, “Il caso Kaufmann” (Rizzoli, Milano, 2019) di Giovanni Grasso, che ne ha discusso con la storica Anna Foa, e “Anita” (Bompiani, Milano, 2019) di Alain Elkann, in dialogo con Vittorio Sgarbi. Nel pomeriggio, al Comuale, l’atteso incontro con Grossman ha visto innanzitutto i saluti di Dario Disegni, Presidente del MEIS, e poi il dialogo-intervista tra lo scrittore israeliano e il Direttore MEIS Simonetta Della Seta. “Quando creo un personaggio – ha esordito Grossman -, devo prima cercare di identificarmi con lui fisicamente, immaginandone la voce, il corpo, le abitudini. Quando scrivo, quindi, sento come il bisogno di vedere nelle persone ciò di cui devo scrivere, è come se la realtà mi venisse incontro, vicino, in ogni suo dettaglio: quando ciò avviene, provo una grande gioia”. Ad esempio, per il romanzo “Qualcuno con cui correre” (2000) – ha proseguito -, “cercavo un’adolescente dura e tenera al tempo stesso, ma non la trovavo. Un giorno, vicino Gerusalemme, vidi una 16enne vestita di blu, i pantaloni lisi: da alcuni suoi modi di fare capii che era lei il tipo di ragazza che cercavo”. E a proposito di persone dell’altro sesso, o di altre età o provenienze, Grossman ha raccontato un altro aneddoto: “quando stavo scrivendo ‘A un cerbiatto somiglia il mio amore’ (2008. ndr), non riuscivo a ’catturare’ un personaggio femminile, allora le scrissi una lettera: ‘cara, perché non ti arrendi?’, e nel scrivere queste parole capii che ero io a dovermi arrendere a lei, perché si rivelasse. Ognuno dentro di sé – è il suo pensiero – possiede tantissimi personaggi, anche se spesso, col passar degli anni, ci autolimitiamo, mentre se vogliamo possiamo essere molti personaggi, se solo scavassimo dentro di noi. Così supereremmo i limiti, gli schemi, ad esempio, del nostro sesso, del nostro luogo – ad esempio se io immaginassi di essere un palestinese -, riuscendo a trovare forme diverse, a trasformarci”. Lo stesso discorso vale “quando scrivo libri per bambini, così da dovermi immedesimare in loro: i bambini hanno il dono, non conoscendo ancora bene la realtà, di poterla moltiplicare all’infinito, di poterle dare tante forme. In questo sono simili all’uomo primordiale”. Ma al tempo stesso questo mistero che è la realtà “provoca in loro tante paure”. E come il bambino nel conoscere il reale conosce sempre più se stesso, così il protagonista del suo ultimo libro, “Applausi a scena vuota” (2014), riuscirà a ritrovare se stesso, “quel se stesso che era durante l’infanzia”. Così, “l’arte e la letteratura – ha spiegato ancora Grossman – sono strumenti che ci aiutano a capire chi siamo, a uscire dagli schemi nei quali spesso ci troviamo, ritrovando il nostro ‘io’ vero, e riuscendo noi stessi a raccontare storie sempre più autentiche, sempre più aderenti alla realtà e a ciò che noi davvero siamo”. Nella parte conclusiva del dialogo-intervista, si è riflettuto nello specifico sul ruolo della lingua ebraica nella letteratura: “una lingua – l’ha definita Grossman – che è come un fiume, sul cui letto si depositano tante cose, e così nell’ebraico in 4mila anni si sono depositate storie, persone, tradizioni. Anche per questo – ha spiegato – è molto importante studiare i testi sacri, e lo dico da laico, un laico che si sente però parte della grande tradizione del suo popolo”.


“La parte più profonda della persona non si può eliminare”

Il 19 maggio al MEIS inaugurata la mostra di Manlio Geraci, “Libri proibiti”, dedicata ai deportati da Milano e Ferrara: “ogni volta che si brucia un libro si brucia l’anima dell’uomo”

Si chiamano Bücherverbrennungen, “roghi di libri”, le tremende azioni compiute dai nazisti nel 1933 per eliminare volumi di ebrei, oppositori politici e di tutto ciò che non rientrava dentro lo spietato universo nazionalsocialista. Manlio Geraci (foto sotto), artista palermitano, ha voluto metaforicamente “salvare” dalle fiamme dell’odio 774 libri, lo stesso numero dei deportati ad Auschwitz che partirono dal binario 21 della Stazione Centrale di Milano con il primo convoglio. Salvare i libri, la memoria, la cultura, lo spirito critico, per salvare vite, corpi, futuri. L’installazione, intitolata “Libri proibiti”, è stata presentata nel pomeriggio di domenica 19 maggio al MEIS, nel Giardino delle domande, in occasione della Festa del Libro Ebraico. “Ho voluto dedicare a queste persone deportate e poi uccise – ha spiegato l’artista durante l’inaugurazione – un diario cromatico, un ricordo che possa riflettere la loro spiritualità, la loro interiorità più profonda, che non si può cancellare”. Il nero delle bruciature sui dorsi dei volumi rappresenta “l’oscurità, la morte, le tenebre dalle quali comunque si è riusciti a uscire”. “Quando si brucia un libro si brucia l’anima dell’uomo”, ha invece riflettuto il curatore Ermanno Tedeschi, ferrarese d’origine. Nell’installazione al MEIS, ha spiegato, l’artista ha scelto di aggiungere un secondo mucchio di volumi, nel numero di 156, come i deportati dalla città di Ferrara. I libri – in legno – contengono diversi effetti cromatici, il rosso del sangue, il blu del cielo, il giallo del tradimento, oppure chiodi, o, ancora, pezzi di vetro, simbolo della Notte dei Cristalli del ’38. “L’odio per il diverso e il razzismo sono tornati nelle nostre società – ha riflettuto il curatore -, e quindi mi rivolgo soprattutto ai giovani: è importante fare qualcosa, e l’arte può essere un mezzo”. L’arte, certo, è di casa al MEIS ma per la prima volta un’esposizione d’arte contemporanea viene ospitata nella struttura di via Piangipane. Ha portato il saluto dell’Amministrazione e della Città anche il Sindaco Tiziano Tagliani: “un museo non è un luogo statico ma di dinamismo e di ricerca. La cultura continua a riprodursi e a creare qualcosa di nuovo, che provoca domande più che dare risposte”. E le domande sono quelle che fioriscono anche nel libro, che, come ha detto il Direttore MEIS Simonetta Della Seta, “è sia memoria – per sapere cos’abbiamo dietro, per non ‘inciampare’ – sia ponte verso il futuro”. Quel futuro rappresentato dai giovani, presenti all’evento, provenienti da quattro scuole medie di Asti, tra cui la Scuola Olga Leopoldo Jona, deportati e poi uccisi a Birkenau.

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 24 maggio 2019

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L’immaginario mariano lungo le strade di Ferrara

20 Mag

Nel volume “Per le vie di Ferrara”, Daniela Fratti analizza 84 edicole mariane, riflettendo in profondità anche sui significati e sui risvolti sociali e nei rapporti di genere legati a questa forma devozionale

Microsoft Word - scheda 10Chi, passeggiando in una delle vie del centro storico di Ferrara, non ha mai notato, seppur distrattamente, un’immagine mariana su un muro, vegliare dall’alto? A questa silenziosa ma affascinante presenza anche nella nostra città è dedicato il volume, in uscita i primi di giugno, dal titolo “Per le vie di Ferrara. Edicole devozionali mariane e simboli religiosi” di Daniela Fratti (Faust Edizioni, collana ‘Centomeraviglie’), che ha il patrocinio dell’Accademia delle Scienze di Ferrara, dell’Associazione De Humanitate Sanctae Annae e del Soroptimist International (Club di Ferrara). Il saggio verrà presentato martedì 11 giugno alle ore 17 nella Sala Agnelli della Biblioteca comunale Ariostea di Ferrara, alla presenza dell’autrice, di Diane Yvonne Ghirardo (University of Southern California) e di Giovanni Lamborghini (Archivista della nostra Arcidiocesi). Trent’anni fa vennero censite 137 immagini mariane in tutto il territorio cittadino, entro e fuori le mura, mentre per questo volume l’autrice ha scelto di rimanere all’interno, individuandone 84 (nella foto in alto: via Porta San Pietro, 59, Madonna con bambino; a dx: via Saraceno, 7-9, Madonna con Bambino). Di particolare interesse sono i risvolti sociali e di rapporti di genere rappresentati dalla scelta nei secoli – dal Seicento perlopiù, ma anche successivamente -, di dislocare queste immagini in diversi punti della città. “Le immagini sacre della Madonna a Ferrara […] – scrive la Ghirardo nella prefazione- rimangono punti di riferimento, simboli della sacralizzazione delle vie, degli incroci e degli edifici di una città della Val Padana”. L’autrice individua in queste edicole dedicate alla B. V. Maria, “spazi particolari del femminile e cioè luoghi che offrivano accoglienza a un genere tenuto ai margini della società”. Le donne, dunque, “potevano nei quartieri, in presenza di edicole sacre, assentarsi da casa per periodi brevi, proprio per rendere omaggio alla Madonna”, sfuggendo a quella sottomissione e segregazione subita per secoli. Una marginalizzazione riguardante ad esempio la “separazione delle donne nella navata destra delle chiese grazie a un telo disteso, dall’altare all’entrata, per renderle invisibili agli sguardi maschili”, o nelle processioni dove alle donne era imposto di procedere “separate dagli uomini”. L’autrice analizza inoltre “i confini che le donne in gravidanza erano tenute a rispettare fino a parto avvenuto, per poi indicare gli altri luoghi della geografia femminile nella Ferrara moderna”. Inoltre – prosegue la Ghirardo – “le donne rimaste vedove potevano ritirarsi in convento oppure, già nel Quattrocento, nelle case delle vedove ancora visibili in via Mortara. Infine, le donne meno fortunate e costrette a darsi alla prostituzione si raccoglievano, fin dai primi anni del Cinquecento, in una zona compresa tra Via delle Volte e Palazzo del Paradiso. Quando invece l’anzianità non permetteva più di svolgere alcuna attività – sono ancora sue parole – c’era la possibilità di entrare nel monastero delle Convertite vicino a Piazza Ariostea, consegnando tutti i propri beni e ricevendo in cambio un luogo dove dormire e mangiare. Alle donne non era nemmeno permesso di andare a fare gli acquisti; questo compito toccava ai mariti, ai cortigiani, o ai garzoni con istruzioni precise su quello che dovevano procurare, compresi, in particolare, i tessuti con i quali poi le stesse donne avrebbero cucito, o fatto cucire, i vestiti per sé e le loro famiglie. Solo le donne venute dalle campagne a Ferrara per vendere i loro prodotti agricoli al mercato e le lavandaie percorrevano le strade della città, anche se solo brevemente. Le altre donne che si fossero avventurate per le vie di Ferrara – nel Quattrocento e successivamente – nella migliore delle ipotesi rischiavano di essere bersagliate con feci di cavallo, anche in faccia. […] I rischi aumentavano quando una donna si trovava da sola nei campi, ad esempio per pascolare il bestiame o svolgere altre attività campestri. In questi casi si rendeva vulnerabile al rapimento e allo stupro”. Un aspetto surreale è, poi, che “qualunque violenza contro l’immagine riceveva una punizione severa, e cioè la morte. Per le donne invece – sono ancora parole della Ghirardo – , allora come adesso, le sanzioni contro chi le percuoteva, le rapiva o perfino le uccideva, erano minori, semmai fossero previste. Sia la chiesa che le consuetudini sociali e gli statuti locali permettevano infatti ai mariti e ai padri di percuotere le femmine nel caso fosse stato ‘necessario’ per esercitare il dovuto controllo sulle donne”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 24 maggio 2019

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“C’è bisogno di una rivoluzione culturale: muoviamoci, affinché vinca la vita”

6 Mag

Difendere i beni comuni come diritti fondamentali: l’intervento di padre Alex Zanotelli a Ferrara. Lo stretto legame tra neoliberismo, migrazioni e crisi ecologica

z8Una sala gremita – più di 150 persone – ha assistito a Ferrara la sera di giovedì 2 maggio all’intervento di padre Alex Zanotelli. Il missionario comboniano è stato invitato dall’associazione “Il Battito della città” in occasione dell’incontro “Beni comuni a Ferrara. Ripubblicizzare acqua e rifiuti”, svoltosi nella Sala Macchine della Factory Grisù di via Poledrelli 21. La serata, introdotta e moderata da Marcella Ravaglia, ha visto anche gli interventi di Paolo Carsetti (Forum italiano Movimenti per l’Acqua) e Natale Belosi (Rete regionale Rifiuti zero). Fin da subito i presenti hanno capito che non si sarebbe trattato dell’intervento dal “pulpito” di un “esperto” ma della testimonianza umile e concreta di chi lo “scandalo” della povertà e delle enormi disuguaglianze le vive, conoscendone cause, conseguenze e drammi. “Al rione Sanità di Napoli [dove abita dal 2002, ndr] sono in missione. Normalmente si pensa che un missionario va a convertire nel luogo della sua missione: io invece mi sento un convertito. I poveri mi hanno convertito sia a Korogocho in Kenya sia a Napoli”. “Viviamo in un sistema economico-finanziario – soprattutto finanziario – che non fa che aumentare le disuguaglianze”, è stato il suo affondo, poggiante su dati incontrovertibili. Dal Rapporto Oxfam 2019, intitolato “Bene pubblico o ricchezza privata?”, emerge infatti come l’1% più ricco del Pianeta detiene quasi la metà della ricchezza aggregata netta totale (il 47,2%, per la precisione), mentre 3,8 miliardi di persone, pari alla metà più povera degli abitanti del mondo, possono contare appena sullo 0,4%. Disuguaglianze enormi, accompagnate anche da profondi sprechi. “Le migrazioni – ha proseguito p. Zanotelli – sono il frutto amaro di questo sistema profondamente ingiusto, un sistema che rimane tale anche grazie all’enorme produzione di armi, soprattutto quelle atomiche. Nel 2017 – sono ancora sue parole -, è andato in acquisti di armamenti qualcosa come 1739 miliardi di dollari. Se li spendessimo per scuole, ospedali, cultura e molto altro, trasformeremmo il mondo in un paradiso terrestre”. Per far comprendere come le migrazioni siano una stretta conseguenza di questo sistema ingiusto e predatorio, p. Zanotelli ha spiegato come “una delle conseguenze più enormi della crisi climatica sarà di rendere ampie zone dell’Africa inabitabili a causa dell’aumento della temperatura, e questo provocherà migrazioni ben più consistenti nei prossimi decenni”. Viviamo dunque, ha proseguito, “in un sistema economico-finanziario fortemente militarizzato che pesa enormemente sull’ecosistema”. A proposito della questione ecologica, p. Zanotelli cita più volte la “Laudato si’ ”, “un testo straordinario”. “La prima vittima della crisi ecologica – sono ancora sue parole – sarà proprio l’acqua, che sarà sempre più scarsa e quindi sempre più essenziale. Per questo i potentati economici continuano a metterci le mani sopra, perché sanno che è davvero ‘l’oro blu’. Ma questa appropriazione è la negazione di un diritto umano fondamentale, quello dell’accesso a un bene primario per la sopravvivenza, perché solo chi avrà i soldi sufficienti potrà comprarla. Acqua e aria sono beni comuni fondamentali, senza i quali non possiamo vivere”, e non possono quindi essere oggetto di profitto e speculazione. “Ognuno di noi come cittadino, e come comunità – è stato il suo appello – può e deve fare qualcosa, denunciando tutto ciò, attivandosi”, e anche attraverso il consumo critico, “ad esempio nella scelta dell’abbigliamento, e della stessa banca, informandoci su come investe i soldi, oltre a limitare fortemente i consumi stessi”. “C’è bisogno di una rivoluzione culturale per uscire da questa situazione, dobbiamo muoverci. E’ questione di vita o di morte: diamoci da fare, perché vinca la vita”.

“Se non diciamo ‘no’ qui e ora, salta la nostra umanità”: in un libro il j’accuse di p. Zanotelli contro il razzismo

copertina libro zanotelli“Prima che gridino le pietre. Manifesto contro il nuovo razzismo” è il nome dell’ultimo libro di p. Alex Zanotelli, uscito sei mesi fa per “ChiareLettere” con la curatela di Valentina Furlanetto. Un libro che fra i tanti meriti ha, oltre quello della chiarezza espositiva, quello di smontare attraverso episodi e dati, storici e di cronaca, diversi luoghi comuni sulle migrazioni contemporanee, ampliando lo sguardo sulla storia di colonialismi e sopraffazione di cui è triste protagonista il mondo occidentale. Migranti di oggi: lo 0,4% della popolazione europea… “Era facile donare per l’Africa o fare donazioni a distanza quando l’Africa era lì, lontana”, scrive il missionario nel libro. “Era facile dire ‘italiani brava gente’, ma ora che questa gente viene a casa nostra ci rivela che siamo razzisti”. E’, però, “semplicemente ridicolo parlare di invasione”. Sono i dati a smentire certa propaganda: secondo l’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati (Unhcr), i rifugiati nel mondo sono 65 milioni, l’86% dei quali è ospitato nei Paesi più poveri. Appena il 14% si trova nel ricco Occidente. In Europa gli abitanti sono più di 500 milioni e gli immigrati arrivati negli ultimi sei anni sono meno di due milioni (lo 0,4%). “Eppure ne abbiamo una paura terribile”, scrive p. Zanotelli. “L’Europa ha perso la coscienza, la memoria e l’umanità. Ci preoccupiamo di difendere i nostri valori ‘cristiani’ di fronte ad altre religioni, ma quei valori li stiamo tradendo da soli”. Poco dopo scrive: “Dio non è neutrale, Dio è schierato profondamente. Dio è il Dio degli oppressi, degli schiavi, dei poveri perché Dio non può tollerare sistemi che opprimono e schiavizzano. Nell’esperienza dell’Esodo Dio libera un gruppo di schiavi dal più potente impero di allora. Dio li libera perché diventino una comunità alternativa all’impero. Dio sogna per il suo popolo un’economia di uguaglianza”. Nel libro l’autore denuncia alcuni dei tanti casi di razzismo e violenza contro stranieri avvenuti negli ultimi mesi in Italia, la campagna diffamatoria contro le ONG che salvano i migranti nel Mediterraneo, i patti scellerati fatti con la Libia e con la Turchia. Ai quali si sono aggiunti i diversi casi di chi sull’accoglienza dei migranti nel nostro Paese ci ha lucrato – di cui parla nell’Appendice la Furlanetto -, gestendo i CAS (Centri di Accoglienza Straordinaria) col solo fine di massimizzare i propri profitti. Un sistema di “accoglienza” disumanizzante per i migranti e che ha prodotto veri e propri ghetti, permettendo ad alcuni disonesti (tra cui mafiosi, si veda l’inchiesta “Mafia Capitale”) di lucrare. Ciò che invece ha funzionato è stato il sistema SPRAR, gestito non dalle Prefetture, ma dai Comuni, molto più incentrato sull’accoglienza e l’inclusione, un modello da difendere come qualsiasi progetto di accoglienza diffusa.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 10 maggio 2019

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“Vi racconto le atroci condizioni di lavoro di chi produce i vostri capi di abbigliamento”

15 Apr

Il 12 aprile a Ferrara è intervenuta la sindacalista del Bangladesh Kalpona Akter e, a seguire, lo scrittore Giuseppe Iorio, per svelare il sistema di sfruttamento perpretato dai grandi colossi della moda

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“Ogni volta che acquistate un capo di abbigliamento, cercate di chiedetevi: ’che impatto ha il mio acquisto sui lavoratori e sul sistema ecologico?’”. E’ stato questo il monito rivolto ai circa 70 presenti da Kalpona Akter, sindacalista alla guida del Bangladesh Centre for Worker Solidarity, organizzazione a difesa dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori. Una vita, la sua, spesa in questa missione fin dall’età di 14 anni. Ora ne ha 43 e gira il mondo per denunciare le pessime condizioni di lavoro nel suo Paese e in altre zone del mondo, e le forti responsabilità delle grandi multinazionali occidentali della moda. Il pomeriggio di venerdì 12 aprile è intervenuta a Ferrara (Consorzio Factory Grisù in via Poledrelli) per l’incontro “Il lato oscuro della moda”, organizzato da AltraQualità, cooperativa ferrarese di professionisti del commercio equo e solidale, in occasione del Fashion Revolution day, movimento nato per ricordare le vittime del disastro del Rana Plaza di Dacca (Bangladesh), dove morirono 1133 lavoratori a causa del crollo della fabbrica di abbigliamento, e per promuovere una moda etica e sostenibile. Un’alternativa concreta, ha cercato di spiegare David Cambioli di AltraQualità, a “un sistema economico insensato che, in nome del profitto, non tiene mai in conto i diritti dei lavoratori, negando la loro dignità e il futuro stesso”. “Ho iniziato a lavorare nell’industria tessile del mio Paese insieme a mio fratello, quando di anni ne avevo 12 e lui 10. Ora lotto per cambiare il mondo”. Così ha esordito Akter. “Il Bangladesh è il secondo esportatore al mondo di abbigliamento, dà lavoro a 4 milioni di persone, delle quali l’80% sono donne. Sono persone, però, che lavorano 11-12 ore al giorno per 84 dollari al mese”. Una miseria. “Persone che – ha proseguito – vivono e lavorano in condizioni pessime a livello igienico e di sicurezza, per non parlare degli abusi psicologici, fisici (anche sessuali) molto frequenti. Ma tutti accettavamo queste condizioni perché non conoscevamo i nostri diritti, e nessuno ce ne parlava”. Fino al giorno in cui Kalpona ha deciso che era ora di cercare di capire e di alzare la voce. “Ho iniziato a studiare la legislazione e ho scelto di iniziare a organizzare altre lavoratrici e altri lavoratori per reclamare i nostri diritti. Avevo 15 anni quando sono entrata nel sindacato, che però non era riconosciuto da Governo e imprenditori, e perciò sono stata licenziata. Ma ho continuato a lottare”. Uno delle più terribili stragi sul lavoro al mondo, perlomeno in epoca moderna, è quella sopracitata di Rana Plaza, avvenuta il 24 aprile 2013. “Dopo questo evento – ha proseguito Akter – si è arrivati all’approvazione di un Accordo sulla sicurezza delle fabbriche e delle costruzioni in Bangladesh”, non firmato però da alcuni colossi come Walmart. “Anche ora l’Accordo è in pericolo, perchè ostacolato da diverse industrie e con i grandi brand che minacciano di ritirare i propri investimenti nel Paese. Inoltre, diversi parlamentari del Bangladesh sono strettamente legati o fan parte dell’industria tessile. Ciò che non è proprio cambiato – sono ancora sue parole – è la libertà di organizzarsi in sindacati, perché chi vi aderisce, viene prima invitato a lasciare l’organizzazione, poi minacciato e infine licenziato. Ciò che vi chiedo – ha concluso – è di fare il più possibile pressione sui brand della moda affinché accettino condizioni dignitose per le lavoratrici e i lavoratori delle loro aziende in Bangladesh e nel resto del mondo. Chi per 30 anni ha lavorato dall’altra parte della barricata è Giuseppe Iorio, impegnato per grandi marchi – tra cui Moncler, Vuitton, Versace, Dolce & Gabbana – proprio nell’organizzazione delle fabbriche delocalizzate in Europa dell’Est e Africa, prima di decidere di denunciare questo iniquo sistema. Iorio ha presentato il suo libro “Made in Italy – Il lato oscuro della moda” (uscito circa un anno fa per Castelvecchi). “Spesso un capo di abbigliamento – ha spiegato – può riportare la dicitura ’made in Italy’, in realtà però non è stato realizzato in Italia ma in un paese dell’est Europa o del terzo mondo, dove la tassazione per le imprese sono molto più basse, e molto più deboli le tutele per le lavoratrici e i lavoratori, oltre a scarsi o inesistenti i vincoli a tutela dell’ambiente. Non esiste però ancora una legge che obblighi le imprese a indicare il luogo reale dove i prodotti vengono fabbricati”. Riguardo agli stessi salari, ad esempio in Romania o Bulgaria (Paesi dell’Unione Europea…) “sono in continuo ribasso da dieci anni”, a causa di questa competizione sfrenata per cui gli Stati, pur di attirare le grandi imprese convincendole a delocalizzare, abbassano appunto costo del lavoro, tasse e vincoli ambientali. Questo naturalmente non solo rende questi Paesi terre di conquista e di sfruttamento da parte dei grandi marchi, ma impoverisce gli stessi Paesi d’origine, come appunto l’Italia, che si vede portare via di continuo imprese, lasciando per strada migliaia di lavoratrici e di lavoratori.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 19 aprile 2019

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“E’ ancora possibile parlare lingue diversissime e comprenderci ugualmente”

2 Apr

Nel 1946 anche a Ferrara si sperimentava una forma – a quei tempi “scandalosa” – di dialogo fra credenti e non credenti: i Convegni sul problema religioso. Uno degli animatori era il giovane Silvano Balboni

SILVANO balboni“Da un’esposizione serena dei propri principi e da un contraddittorio leale non può che derivare una più forte comprensione dei tormenti, delle angustie, delle difficoltà, dei problemi che attanagliano le umane coscienze; e – quello che forse più conta – non può che derivare, quando si proceda su un piano di tranquilla e spassionata ricerca del vero, un amore più grande per l’umanità”. Sono parole che Luciano Chiappini scrive al concittadino Silvano Balboni nel ’46, nei primi mesi del lungo Convegno sul problema religioso, ideato a livello nazionale da Aldo Capitini, padre italiano della nonviolenza, e Ferdinando Tartaglia, per discutere fra cristiani, ebrei, atei di diverse sensibilità sulla religione nel mondo contemporaneo. Ma chi è Silvano Balboni? Nato a Ferrara il 23 aprile 1922, chiamato alle armi nel ’42, sostiene il suo diritto all’obiezione di coscienza, motivato dalla profonda scelta della nonviolenza, rifiutandosi di andare in Jugoslavia. Tornato a Ferrara, vive per qualche tempo alla macchia, aiutato da amici. Il 26 giugno è denunciato per diserzione al tribunale militare di Bologna. Carlo Bassi, suo amico, ha scritto: “nessuno in quegli anni 1940-1943 rischiò tanto e con tanta convinzione e serietà. […]. Quella decisione fu, da chi lo conobbe, considerata a dir poco una pazzia, se si pensa che eravamo in guerra e con il regime spietato con gli oppositori. […] Silvano Balboni era da solo, compreso da pochissimi. […]. Il suo parlare era veramente solo ‘sì, sì, no no’, sempre con il sorriso sulle labbra”. Esule in Svizzera, nel dopoguerra viene eletto consigliere comunale a Ferrara dando vita al progetto dei COS–Centri di Orientamento Sociale, intuizione sempre di Capitini all’indomani della Liberazione (realizzati anche a Perugia, Arezzo, Firenze, Ancona). A Ferrara i COS iniziano nel marzo ’46 all’Auditorium comunale, e poi nel Salone del Plebiscito del Palazzo Municipale: sono uno strumento di orientamento per le autorità, sulle esigenze del popolo, e per il popolo, di conoscenza e di controllo. Si tengono con frequenza settimanale da marzo a luglio ’46. In essi si discutono temi politici e amministrativi ma anche etici, culturali, di costume, di fede e coscienza. Il 17 dicembre ’46 prende avvio invece il Convegno sul problema religioso a Ferrara (antesignano in un certo senso del “Cortile dei Gentili”) organizzato dallo stesso Balboni. Prosegue ogni martedì, per 12 settimane, fino all’11 marzo 1947. Si svolge nella grande sala, allora sede dell’Università Popolare, sopra il Teatro Nuovo in piazza Trento e Trieste, alla presenza, mediamente, di 200 persone, fra le quali molti giovani e molte donne. Vi partecipano e relazionano cattolici, protestanti (come il pastore evangelico Zeno Tonarelli), ebrei (il rabbino Leone Leoni, che nel suo intervento dirà: “Dio non è soltanto il distributore di giustizia; ha anche una funzione redimente. Dio è vicino a chi soffre, a chi è umile; non desidera che il bene (…) e aspetta per questo la nostra collaborazione”), atei, ex sacerdoti, anarchici, mazziniani, umanisti, esistenzialisti. Per il mondo cattolico, fra i protagonisti c’è Luciano Chiappini, che, scrivendo a Balboni, oltre alle parole sopracitate, lo ringrazia per l’opportunità “di ascoltare, di discutere, di conoscere le esperienze più svariate, di allargare insomma i confini delle nostre cognizioni al proposito. […] Ogni specie di rancori, di dualismi, di avversioni, di indifferentismi mi pare tanto deleteria da relegarla, almeno per quanto mi riguarda, nel mucchio delle tentazioni da evitare, mentre la carità e la comprensione – che non vogliono affatto significare rinuncia ai propri principii e incompatibili compromessi – costituiscono la base più solida e, per me, cristiana, sulla quale edificare le costruzioni più eccelse e più vitali per questa povera umanità immersa nel fango e assetata di bene”. Interverranno, tra gli altri, Pasquale Modestino e don Elios Giuseppe Mori, che rifletterà su come “l’uomo è ammalato. Ha perciò bisogno d’una verità: quale soluzione più umana di quella che con filiale amore congiunge l’uomo a Dio? Gesù s’innesta nella storia sviluppando una gamma infinita di variazioni cristiane. […] Ci si può salvare agganciandosi a Gesù; il mezzo per arrivare a questo è l’amore e l’adesione alla Chiesa, che non è, tuttavia, essenziale al cristianesimo. Non si potrà allora più parlare di ‘noi’ e degli ‘altri’ perché quando c’è di mezzo Cristo siamo tutti ‘noi’”. L’anno successivo, il 18 aprile 1948, Casa Romei ospiterà invece il Convegno nazionale del Movimento di Religione. Giovanni Gonnet, professore e storico valdese, scrive a Balboni nel ringraziarlo: “Il Convegno di Ferrara mi ha lasciato una profonda impressione. Malgrado tutto, è ancora possibile, in Italia, parlare insieme lingue diversissime e comprenderci ugualmente, o almeno c’è la buona volontà di comprenderci e stimarci reciprocamente”. La vicenda di Balboni è stata minuziosamente raccontata da Daniele Lugli nel libro “Silvano Balboni era un dono, Ferrara, 1922-1948: un giovane per la nonviolenza dall’antifascismo alla costruzione della democrazia”, presentato lo scorso 26 marzo alla libreria Feltrinelli di Ferrara, ultimo appuntamento del ciclo “Raccontare la storia, raccontare storie”. Una vita, quella del giovane ferrarese, giustamente portata a conoscenza di un pubblico ampio. Balboni, rimasto legato alla sua compagna, Ester Merlo, fino all’ultimo, morirà a soli 26 anni il 7 novembre 1948, a causa di una rapida malattia.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 05 aprile 2019

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“La mia obiezione di coscienza ispirata da don Lorenzo Milani”

25 Mar

Lo scorso 19 marzo Enzo Bellettato nella Libreria Feltrinelli di Ferrara ha presentato il suo libro “Diario di un obiettore. Strapparsi le stellette nel ’68”

digUna disobbedienza fondamentale per rivendicare, anche in Italia, il diritto all’obiezione di coscienza. E’ quella compiuta da Enzo Bellettato, 77 anni, rodigino, insegnante in pensione, che con Piero Pinna e altri diede inizio, nell’agosto del ’63, al Gruppo di Azione Nonviolenta. Lo scorso 19 marzo nella Libreria Feltrinelli di Ferrara ha presentato il suo libro “Diario di un obiettore. Strapparsi le stellette nel ’68”, penultimo appuntamento del ciclo “Raccontare la storia, raccontare storie. Nonviolenza in azione”, promosso da Libreria Feltrinelli Ferrara, Movimento Nonviolento e Istituto di Storia Contemporanea con il patrocinio del Comune di Ferrara. Il 30 giugno 1967 Bellettato inizia il servizio militare a Bellinzago (NO), quattro giorni dopo la morte di don Lorenzo Milani. “Durante il mio servizio militare – ha raccontato – annotavo tutto ciò che mi colpiva, scrivendo in foglietti che tenevo nascosti. Ho rifiutato di proseguire il servizio militare dopo aver inutilmente cercato di sostituirlo con un servizio civile in Italia o all’estero”, ha spiegato. Così, nel marzo ’68, “prima dico al Capitano di non voler continuare il servizio militare, poi compio il gesto vero e proprio di disobbedienza strappandomi le stellette dalla divisa”. A maggio, il Tribunale militare di Torino lo condanna a sette mesi con la condizionale. Ne sconterà due e mezzo. Il suo caso avrà come ripercussione la sentenza della Corte costituzionale del 1970, per la quale la propaganda all’obiezione non è più “istigazione a delinquere”. La legge per l’obiezione di coscienza verrà promulgata due anni dopo. Nel corso della sua vita Bellettato continuerà l’impegno per la nonviolenza come obiettore fiscale alle spese militari e promotore della Consulta per la pace di Rovigo. Nell’incontro a Ferrara, l’autore si è soffermato anche sull’importanza della figura di don Lorenzo Milani: “prima della sua morte sono stato più volte a Barbiana”, attratto dalla sua celebre lettera ai cappellani militari e dall’originale metodo educativo. “Allora ero ancora cattolico, e sulla mia disobbedienza influirono lo spirito conciliare e figure – oltre a don Milani – come quelle di Papa Giovanni XXIII, La Pira e padre Balducci, che sembravano aprire al mondo cattolico prospettive importanti”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 29 marzo 2019

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“Solo il mite può essere ben disposto alla misericordia”

25 Mar

L’ISCO di Ferrara ha ospitato un incontro dedicato all’“Elogio della mitezza” di Norberto Bobbio

bobbio“Beati i miti…”. Ma chi sono i miti? E la mitezza può essere considerata una virtù in una società dove diffidenza e competizione spadroneggiano? Su questo e molto altro si è riflettuto nel pomeriggio del 18 marzo scorso durante l’incontro dal titolo “Riflessioni su ’L’elogio della mitezza’ in Norberto Bobbio”, laboratorio didattico pensato soprattutto per insegnanti ma aperto a tutti, facente parte del ciclo di incontri “I colori della conoscenza. La lingua e i linguaggi”, a cura di Istituto di Storia Contemporanea e Istituto Gramsci di Ferrara Nella sede dell’ISCO in Vicolo Santo Spirito, 11, dopo l’introduzione da parte di Daniela Cappagli è intervenuto Fiorenzo Baratelli, discutendo su questo testo nato da una conferenza tenuto dallo studioso torinese nel 1983, dedicato a questa virtù che “porta a scegliere il giusto mezzo”. La prima definizione del termine “mitezza”, come detto all’inizio, prende le mosse dal versetto delle Beatitudini (Mt 5,5), “Beati i miti perché erediteranno la terra”, dove Bobbio fa notare come la mitezza sia “diversa dalla mansuetudine, detta quest’ultima degli animali, quindi che richiama passività, mentre la prima è una virtù attiva, profonda, ragionata e sociale”, ha spiegato Baratelli. “Il mite – scrive Bobbio – è l’uomo di cui l’altro ha bisogno per vincere il male dentro di sè”, nonostante la mitezza sia tipica “dell’insignificante, dell’inappariscente, di colui che nella gerarchia sociale sta in basso, non detiene potere su alcuno, talora neppure se stesso, di colui di cui nessuno si accorge, e non lascia nessuna traccia negli archivi […]”. E’, dunque, una delle virtù cosiddette “deboli”, non in senso spregiativo, ma in quanto tipica di quella “parte della società dove stanno gli umiliati e gli offesi, i poveri, i sudditi che non saranno mai sovrani”, quelli della “storia sommersa”, della “non-storia”. Le virtù deboli, al contrario di quel che si può pensare, ha proseguito il relatore, “richiedono un animo fermo e nobile”, quindi anche la mitezza “richiede un’educazione e un grande lavoro su di sè”. Proseguendo con altre distinzioni che gradualmente permettono al concetto di “mitezza” di emergere nel suo senso più profondo, questa virtù è opposta all’arroganza (“il mite non ha grande opinione di sè, non già perché si disistima ma perché è propenso a credere più alla miseria che alla grandezza dell’uomo”), alla protervia (“il mite non ostenta nulla, neanche la propria mitezza”) e alla prepotenza. Il mite, poi, “non entra nel rapporto con gli altri con il proposito di gareggiare, di confliggere, e alla fine di vincere. E’ completamente al di fuori dello spirito di gara, della concorrenza, della rivalità, e quindi anche della vittoria. Nella lotta per la vita è infatti l’eterno sconfitto”. Ma egli non è nemmeno il remissivo (non è rassegnato), né il bonario (non è grossolano), né l’umile (è infatti lieto e non triste), né tantomeno il modesto (quest’ultimo è spesso ipocrita nel sottovalutare se stesso). Inoltre, secondo Bobbio, “la semplicità è il presupposto necessario o quasi necessario della mitezza e la mitezza è un presupposto possibile della compassione”: “per essere miti bisogna essere semplici, e solo il mite può essere ben disposto alla compassione” e alla misericordia. Infine, sempre secondo l’autore, la mitezza “non è una virtù politica, anzi è la più impolitica delle virtù”: “identifico – scrive nel testo – il mite con il nonviolento, la mitezza con il rifiuto di esercitare la violenza contro chicchesia. Virtù non politica, dunque, la mitezza. O addirittura, nel mondo insanguinato dagli odii di grandi (e piccoli) potenti, l’antitesi della politica”. Baratelli ha in parte sottoposto a critica questa affermazione di Bobbio, il quale tenderebbe ad avere un’idea eccessivamente negativa della politica, ritenuta troppo “totalizzante”. Al contrario, il relatore ha citato Aristotele e la sua concezione della politica come “arte di produrre amicizia. Se così interpretata – ha concluso -, la mitezza può diventare parte della politica”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 29 marzo 2019

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