Preti ferraresi vittime della guerra e dell’odio: il nuovo libro

3 Mag
Don Perin, don Mantovani, don Missiroli

Sono 7 i sacerdoti ferraresi, o attivi nella nostra provincia, deceduti durante la Seconda Guerra Mondiale. Il libro «O tutti o nessuno!» di Alberto Leoni li ricorda insieme agli altri 116 preti o religiosi dell’Emilia-Romagna


C’è don Luciano, morto dissanguato mentre prestava soccorso ai feriti nell’ospedale di Portomaggiore. C’è don Santo, dilaniato da una mina mentre cercava di recuperare il corpo di un soldato tedesco. O don Primo, morto sotto le bombe abbracciato a sua madre.Sono solo alcuni dei 7 preti ferraresi, o attivi nella nostra provincia, parte dei 123 sacerdoti e religiosi morti ammazzati in Emilia Romagna nella Seconda guerra mondiale, raccontati da Alberto Leoni nel libro «O tutti o nessuno!» (Edizioni Ares, 2021). La ricerca ha inizio da don Alberto Benedettini, morto nel 2015, ex parroco di una piccolissima località della provincia di Forlì-Cesena, Pieve di Rivoschio, dove stabilì il suo quartier generale l’8ª brigata “Garibaldi”, una delle prime formazioni partigiane nata nell’ottobre 1943. In una piccola chiesa di questa località sono esposti i ritratti dei 123 sacerdoti: 14 cappellani militari per cause di servizio, 45 deceduti sotto i bombardamenti, 8 assassinati dai fascisti, 29 dai nazisti, 27 da partigiani “in odium fidei” o per odio politico. Fu proprio don Benedettini a raccogliere foto e testimonianze e a volergli dedicare questo luogo. «O tutti o nessuno!», che dà titolo al libro, è il grido di don Elia Comini a chi gli offriva la salvezza poche ore prima della sua uccisione da parte delle SS a Pioppe di Salvaro, vicino Marzabotto, dove perì insieme a un altro sacerdote e a 44 civili.


I morti di Ferrara e provincia


Don Pietro Rizzo

Era giunto come parroco a Jolanda di Savoia nel ‘33. «Don Pietro aveva fatto molto per la sua gente e veniva visto dai fascisti come un oppositore al regime e alla guerra: in altre parole un nemico, per quanto la sua resistenza fosse totalmente disarmata», scrive Leoni. Fu prelevato nel marzo ’44 da giovani della Guardia Nazionale Repubblicana insieme ad altri cinque ostaggi. Lungo il Po, in località La Macchinina, don Rizzo fu giustiziato insieme ad altri tre ostaggi, mentre due riuscirono a fuggire. Don Rizzo, dopo essere stato colpito la prima volta, morente, «riuscì a dire ai suoi uccisori: “Io non sono ancora finito” e fu ucciso da un’ultima raffica». 


Don Mario Boschetti 

Il 28 gennaio 1944 Ferrara fu nuovamente bombardata dagli Alleati, dopo l’attacco del 29 dicembre 1943 che provocò 312 morti. Questa volta fu bombardato il centro città e i morti furono 202, centinaia i feriti. Don Boschetti era cappellano militare all’aeroporto di Ferrara, «e la sua predicazione ai seminaristi era improntata a una forte avversione nei confronti del nazifascismo. Il 28 gennaio fu sorpreso dal bombardamento e corse verso un rifugio, ma venne travolto dal crollo di un edificio nei pressi della cattedrale. Il suo corpo fu ritrovato solo un mese dopo».

Don Aggeo Montanari 

Era nato a Sant’Agostino ferrarese il 22 maggio 1876 e ordinato sacerdote nel 1902. Divenne parroco di Ponzano (BO) nel 1924 e vi rimase fino alla morte avvenuta il 17 aprile 1945. «Don Aggeo si era ritirato nella base del campanile con una ventina tra parenti e parrocchiani – è scritto nel libro – ma, preoccupato per l’ostensorio che racchiudeva il Santissimo e che aveva portato con sé, chiese a un suo parrocchiano di spostarlo più in alto sul campanile. Proprio in quel momento una bomba si abbatté ai piedi della torre e lo spostamento d’aria massacrò tutti i presenti, facendo crollare il campanile. Incredibilmente l’uomo con l’ostensorio, che precipitò a terra tra le macerie, si salvò».


Don Primo Mantovani 

Parroco a Maiero, sotto Portomaggiore, «nonostante i numerosi bombardamenti non abbandonò mai la parrocchia, che il 20 aprile [1945] venne distrutta. Il suo corpo fu ritrovato sotto le macerie abbracciato a quello della sua mamma».


Don Luciano Missiroli 

Era assistente della gioventù dell’Azione cattolica di Argenta e il 20 aprile 1945 si prodigò in mezzo ai combattimenti per portare soccorso ai feriti dell’ospedale di Portomaggiore. «Mentre si trovava vicino alla cappella dell’ospedale, una scheggia gli troncò un braccio. Portato all’ospedale di Ferrara, morì dissanguato».

Don Santo Perin

Servo di Dio, 27enne di origini vicentine, coadiutore del parroco di Bando di Argenta, dove si era trasferito coi familiari. Tra il 10 e il 18 aprile 1945 l’assalto alleato mieté vittime tra i civili e anche don Perin aiutò a scavare la fossa per seppellire i 40 morti. Si spendeva anche per i profughi, i feriti e i tedeschi. Il 25 aprile gli venne segnalato che il corpo di un soldato tedesco era insepolto in un campo minato lungo l’argine. Chiese allora ad alcuni giovani del posto di aiutarlo «e questi lo seguirono anche se si trattava del corpo di un nemico». «Don Santo e uno dei giovani, Stefano Filippi, saltarono su una mina. Stefano morì immediatamente, mentre il sacerdote ci mise molto più tempo. Altri volontari riuscirono a soccorrerlo e lo trovarono che pregava a mani giunte. Morì il giorno dopo, 26 aprile». Il 3 ottobre 2020 a Portomaggiore è stata inaugurata un’area verde intitolata a don Perin, don Missiroli e don Mantovani.


Don Raffaele Bortolini

Ordinato nel 1905, fu per 13 anni cappellano a Pieve di Cento, poi parroco a Dosso dal 1919, in provincia di Ferrara, ma della diocesi di Bologna. Fu ucciso la sera del 20 giugno 1945, all’età di 62 anni. La sua morte è passata alla storia come un omicidio da parte di mano comunista. Don Bortolini era uscito dalla canonica per avere la conferma di una corriera da prendere all’indomani. Erano circa le 22,30. Due individui, che vestivano in “cachi”, venendo dalla parte delle vecchie scuole elementari, cominciarono ad ordinare bruscamente il coprifuoco, e costrinsero il sacerdote a seguirli. Molti lo hanno udito ripetere: «Perché mi perseguitate sempre? Io non ho fatto nulla di male!». All’altezza del sagrato il prete, intuendo certo che la sua sorte era segnata, si liberò dalle strette dell’individuo che lo teneva; ma, fatti pochi passi, venne raggiunto da colpi di pistola. La vittima stramazzò a terra. L’assassino scaricò allora anche il mitra, quindi col suo compare si diede a precipitosa fuga verso l’argine del fiume Reno. Le autorità constatarono il decesso con otto o nove proiettili. Ma secondo lo storico Paolo Gioachin, in un articolo pubblicato sul nostro Settimanale il 12 febbraio scorso, il movente potrebbe essere diverso: «da quanto emerge dalle carte rinvenute nell’archivio della Prefettura di Ferrara risulta che il parroco fosse di fama antifascista e tutt’altro che sostenitore del Regime», scrive Gioachin. «Alcuni delatori testimoniarono una frase sentita pronunciare nel 1941 da don Bortolini: “l’Italia e la Germania sono inesorabilmente condannate ad un completo sanguinoso sfacelo finale con distruzione morale politica ed economica delle due nazioni e che Mussolini ed Hitler sono i due più grandi criminali che la storia abbia mai potuto registrare in ogni tempo e che la fine del pazzoide Mussolini è segnata col suo suicidio in piena sollevazione italiana”, tanto che i Carabinieri nel 1944 lo definirono in un rapporto “di dubbia fede politica in quanto ritenuto di idee contrarie al Regime e capace di svolgere larvatamente attività contraria alla guerra”. Rimane possibile – prosegue Gioachin – che sia stato ucciso da fanatici fomentati da un certo clima anticlericale. D’altronde è possibile anche che i motivi di questa brutale uccisione siano da imputare ad altro rispetto alla matrice ideologica».

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 7 maggio 2021

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«Il lavoro è il motore della società»: la voce dei sindacati verso il 1° maggio

26 Apr

La parola ai Sindacati confederali: dignità, persona e comunità sono i termini più ricorrenti. Abbiamo interpellato i tre Segretari provinciali per ragionare sui fronti aperti, sul senso del 1° maggio e sul ruolo del sindacato

a cura di Andrea Musacci
“L’Italia Si Cura con il lavoro” è il tema scelto a livello nazionale da CGIL, CISL e UIL per il 1° maggio di quest’anno. Per l’occasione ci siamo rivolti ai Segretari ferraresi delle tre sigle per fare il punto sulla situazione nel nostro territorio e ragionare su che senso ha una Festa come quella del 1° maggio in un’epoca dove il lavoro è spesso precario, sommerso e “disperso”.
Agricoltura, sanità, scuola, chimica sono solo alcune delle categorie storicamente tutelate ma nelle quali l’azione sindacale è sempre necessaria. E poi ci sono i nuovi fronti, come quello dei riders e del cosiddetto smart working.Insomma, dove il lavoro manca o è sfruttato o precario, è la democrazia stessa a venir meno o a essere indebolita. Con conseguenze nella vita di tutti.


Cristiano Zagatti (CGIL): «anche nel ferrarese tanti lavoratori non sono tutelati. Diamo voce a loro, agli sfruttati e ai precari di ogni categoria»

«La ricchezza prodotta concentrata in sempre meno “tasche”, il profitto come unico fine, lo sfruttamento della forza lavoro, la violenta e sleale competizione tra aziende contrapposta alla cooperazione e al rispetto della legalità, la politica dello scarto applicata alla persona sono alcune scelte politiche nate ben prima della pandemia». Una lucida analisi sul perché è importante il 1° maggio e il sindacato ce la propone Cristiano Zagatti, Segretario Generale CGIL Ferrara.
Lo schema dell’attuale sistema economico «è sempre quello: rendere meno tutelate le persone per sfruttarle e metterle in contrapposizione tra loro. Quando riusciremo a comprendere che non è un problema solo degli ultimi, allora potremo sperare in qualche miglioramento per tutte/i». In questi anni, «come CGIL abbiamo difeso il valore dei Contratti Collettivi Nazionali, con la contrattazione nelle aziende organizzate, sottoscritto importanti contratti provinciali sottoscritti, oltre al patronato e alla tutela fiscale, ma non è sufficiente». Infatti, per Zagatti, «la maggior parte del lavoro in provincia di Ferrara è fuori dalle grande aziende e dalla tutela sindacale. Decisamente meno efficace, quindi, è stata la nostra azione di contrasto al processo di frammentazione del mondo del lavoro e alla tutela di chi l’ha subito». A chi parla, quindi, nel 2021 la Festa del 1° maggio? «Questo 1° Maggio deve dar voce al lavoro a rischio, maltrattato, sfruttato, precario, insicuro e perso. Non sarà l’egemonia del capitale economico e finanziario ad offrire ai più nuova ricchezza. La Festa ha senso per far rientrare di nuovo il lavoro al centro della percezione e dell’immaginario collettivo. Il lavoro come motore della società e non solo visto come produttore di ricchezza. Il lavoro di chi non può fermarsi per garantire prodotti, servizi, cura ed assistenza primari e, allo stesso tempo, il lavoro di chi è obbligato ad attendere o a rallentare e oggi è disperato».


Bruna Barberis (CISL): «costruiamo insieme una società solidale dove nessuno resti indietro»

«Siamo in una fase storica in cui c’è bisogno di costruire un modello di società responsabile, coesa e solidale. Una società oltre confine, dove nessuno resta indietro e dove il lavoro da sempre è emblema di dignità, realizzazione, crescita per la persona e per la comunità». Così riflette a “La Voce” Bruna Barberis, Segretaria Generale CISL Ferrara.«A livello locale – prosegue -, la CISL assieme a CGIL, UIL e alle Federazioni di categoria, affronta tutti i temi che coinvolgono la centralità della persona. Il confronto, spesso difficile e a volte impedito dalla non volontà di riconoscere il ruolo delle Organizzazioni Sindacali, rimane comunque lo strumento principe della nostra azione». «La pandemia ha messo in evidenza i limiti strutturali dell’economia della nostra provincia. Abbiamo davanti a noi una straordinaria occasione legata alle risorse economiche previste dal PNRR (Piano nazionale di ripresa e resilienza, ndr), ma solo se sapremo cogliere l’opportunità per costruire un progetto condiviso che affronta i temi della salute, delle donne, dei giovani, degli anziani, se sapremo indirizzare l’economia e il tessuto produttivo nel rispetto della sicurezza, della legalità e dell’ambiente, se agiremo come una sola intelligenza collettiva». Per questo, «la CISL, assieme a CGIL e UIL – conclude -, è impegnata a dare il proprio contributo alla discussione iniziata al Tavolo provinciale dell’Economia e del Lavoro, confronto che abbiamo subito richiesto come Organizzazioni Sindacali».


Massimo Zanirato (UIL): «siamo dove c’è un sopruso. Dai riders al Petrolchimico: ecco i fronti»

«I compiti della UIL – ragiona con noi Massimo Zanirato, Segretario Generale UIL Ferrara – sono tanti e si concentrano in particolare dove viene meno un diritto, dove c’è un sopruso, un’ingiustizia o una discriminazione (come nel caso dei migranti). I tempi sono cambiati ma la necessità di rivendicare nuovi diritti è attualissima: penso al diritto di disconnettersi per il lavoratore in smart working o il diritto alle ferie e alla malattia dei riders».  Tanti i fronti aperti: «a livello nazionale cito ad esempio la campagna “Zero morti sul lavoro” a tutela delle troppe vittime e sul mantenimento del blocco dei licenziamenti e degli ammortizzatori sociali per tutto il periodo pandemico». Nel ferrarese, invece, «le nostre categorie hanno fatto intese per il distanziamento sociale nei luoghi di lavoro, per la Cassa integrazione per il Covid, fornito assistenza nei licenziamenti individuali. Ci siamo occupati di vertenze aziendali come ad esempio Berco, ma anche di tutelare i lavoratori agricoli discontinui che nella nostra provincia sono tanti. La categoria dei chimici, poi, è impegnata nella vertenza che vede il Petrolchimico rischiare il proprio futuro a causa della chiusura del cracking di Porto Marghera che alimenta le produzioni ferraresi. Bisogna evitare – conclude – che i tempi della giusta conversione “green” del Petrochimico veneziano penalizzi le nostre produzioni tradizionali mettendo a repentaglio non solo i 1600 dipendenti del Petrolchimico estense, ma anche le diverse migliaia di addetti delle imprese della logistica, dei servizi e delle manutenzioni che al Petrolchimico lavorano e delle aziende della trasformazione della plastica delle nostra regione».

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 30 aprile 2021

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Quei nostri sogni così tangibili: ecco il nuovo album di Irene Beltrami

19 Apr
Irene Beltrami (foto di Emanuele Morini)

Si intitola “Anima reale” il primo album della giovane cantante di Malborghetto, voce solista nel brano che Patrizio Fergnani ha dedicato a Laura Vincenzi. L’abbiamo incontrata insieme a Matteo Tosi, co-autore, musicista e compositore, per ragionare su cosa significa fare musica oggi

di Andrea Musacci

Razionalità e sogno: un connubio non sempre riuscito, ma in ogni caso inevitabile, insito nella condizione umana, una tensione dalla quale non si può sfuggire.

È la stessa che vive Irene Beltrami, 21enne promettente cantante di Malborghetto di Boara che a breve pubblicherà il suo primo album da solista, “Anima reale”. Il nome – che è anche quello del singolo che verrà lanciato su You Tube il 24 aprile – richiama appunto quell’ambivalenza fondamentale dell’umano. Ed è su questo che Irene ha sentito il bisogno di esprimersi, dando vita a otto inediti che, insieme al suo brano di debutto “Ti voglio raccontare”, uscito due anni fa, andranno a comporre il nuovo progetto musicale.

A parlarcene è proprio lei insieme a Matteo Tosi, musicista e compositore copparese nonché co-autore dei testi, che con Irene condivide non solo questo percorso artistico, ma molto di più: «ci siamo conosciuti tre anni fa a Copparo durante le prove di “Romeo e Giulietta”. E ci siamo innamorati». Mentre Matteo è entrato fin dalle Medie nel progetto di “Romeo e Giulietta” al De Micheli (nella versione di Giuliano Peparini riadattata da Stefania Capaccioli), Irene vi è arrivata nel 2017 nel ruolo di Lady Capuleti (mentre Matteo interpretava Romeo). Ruolo che le permetterà, l’anno successivo, di qualificarsi alla finale europea del Tour Music Fest – The European Music Contest nella categoria “Musical Perfomer”.

Nel 2019 consegue il diploma di recitazione di I° livello al Centro di Preformazione Attoriale di Ferrara, sotto la direzione di Stefano Muroni e Massimo Malucelli, ma sceglie di cambiare strada: il suo sogno è di comporre e cantare una canzone tutta sua. Dopo un anno di lavoro, nel settembre 2019 nasce “Ti voglio raccontare”, col testo quasi interamente scritto da lei e la parte musicale da Matteo, e col fondamentale aiuto di Alessandra Alberti, insegnante di canto dell’Associazione “Arci Contrarock”di Contrapò.

Nel giugno 2020 Irene partecipa ai provini di “Amici” di Maria De Filippi. Un’esperienza sicuramente utile ma che le aprirà gli occhi su certi «meccanismi “misteriosi”, che non favoriscono l’affermazione di veri artisti emergenti, ma di chi ha magari già un manager e alcune canzoni alle spalle. Il mio provino – mi racconta – è durato appena un quarto d’ora, mentre le tre ore precedenti le ho passate a dover compilare questionari psicologici», per essere inquadrata in un certo “tipo” di cantante spendibile sul mercato. Il provino non è andato bene, Irene è stata rifiutata. Le chiedo se sentirsi dire tanti “no” e non essere selezionati, può essere frustrante. «Certo, lo è», mi risponde, «ma ormai io e Matteo ci siamo abituati, e soprattutto rimaniamo convinti della nostra scelta». Sono rifiuti, quindi, che i due «da problema» hanno «trasformato in opportunità, ogni volta ripartendo da zero». Una ripartenza che ha come luogo fisico la mansarda della casa dove Irene vive con i propri genitori e il fratello, un ambiente riadattato come studio di registrazione. Proprio qui, lei e Matteo lo scorso ottobre hanno concluso il nuovo album, poi inviato a diverse case discografiche, senza però, per ora, ricevere risposte positive.

Complice anche il buon riscontro che il video di “Ti voglio raccontare” ha avuto sul canale You Tube di Irene, con oltre 5mila visualizzazioni, i due vanno avanti. «Ogni artista è in continua evoluzione – riflette Irene –, e così anch’io». Il tema del cammino personale, che richiama quella tensione tra razionalità e sogno di cui parlavamo all’inizio, spiega anche, secondo la cantante, il successo che i suoi brani hanno su persone di ogni età, dagli adolescenti agli anziani: «nel nuovo album e in particolare nel singolo “Anima reale” trattiamo il tema della ricerca interiore durante la vita, dall’infanzia alla vecchiaia», anzi, specifica Matteo, «fino all’accettazione della morte».

Matteo Tosi e Irene Beltrami (foto di Andrea Musacci)
Matteo Tosi e Irene Beltrami (foto di Andrea Musacci)

Una ricerca, dunque, sempre in bilico tra ragione e sentimento, logica e istinto. Il giusto equilibrio fra i due termini è fondamentale, per non scadere in quell’astrattezza che mal si addice all’età adulta, ma nemmeno, dall’altra parte, nel cinismo di chi dimentica le “regole” del desiderio e del sogno: «per noi nella vita è importante vedere in ogni adulto il bambino rimasto, quel bambino che sa sognare». E un pezzo di sogno ora si concretizza: sabato 24 il video creato da Lucien Moreau, Tobias Tran e Mattia Bricalli del singolo di lancio “Anima reale” sarà pubblicato su You Tube. Un video che è anche un omaggio alla nostra terra, essendo stato girato nella Rocchetta Mattei sull’Appennino Bolognese, alla Pietra Bismantova nel reggiano e a Lido di Volano.

La stessa genesi della musica e dei testi di “Anima reale” dice di questo cammino che mai si interrompe, frutto di «appunti o pensieri che vengono a uno o all’altra», mi spiegano. «Li raccogliamo cercando di trasformarli in testi, confrontandoci e ragionando insieme. E poi Matteo prova ad accompagnarci una musica». Musica che, però, tante volte è lo spunto per andare a modificare le stesse parole. Così, ad esempio, il nuovo singolo “Anima reale” nasce non a tavolino ma nella vita di Matteo e Irene, tra consapevolezza e inconscio (torniamo sempre lì…): è l’estate del 2020, momento di relativa tregua dall’emergenza Covid. Matteo in spiaggia si riposa ascoltando con le cuffiette Nek, Diodato, Vasco Rossi, alcuni dei suoi artisti preferiti. Il parto del brano nasce inconsapevolmente lì, sulla sabbia. E prosegue, attraverso vie misteriose e inaspettate, nei giorni e nelle settimane successive, tra melodie e rumori vari, che null’altro sono se non la personale “colonna sonora” dell’esistenza quotidiana di ognuno. Un pout pourri imprevedibile che solo a un certo punto si coagula, prende forma e sostanza grazie all’intervento di chi lo ha vissuto e assorbito.

Una lotta tra veglia e sogno, un gioco un po’ da osservare, un po’ da guidare. Quella stessa danza di sguardi di due innamorati come sono Irene e Matteo, che a fianco alle parole, ben oltre le parole, abitano e creano universi di musica ed emozioni davvero unici.

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Irene&Laura

Irene Beltrami è la voce solista del nuovo brano di Patrizio Fergnani “Laura canta insieme a noi”, dedicato a Laura Vincenzi. «Non conoscevo Patrizio, è stato lui a contattarmi. Nei valori e nei luoghi di Laura, come la parrocchia, ho ritrovato i miei». Un altro luogo le lega: anche Laura, infatti, studiava Lingue all’Ateneo bolognese.

Obiettivo Cina

Irene al Liceo ha studiato inglese, francese e cinese, e lo studio delle ultime due lo prosegue all’università. La speranza è di recuperare il “Progetto Cina” per far conoscere la versione cinese di “Ti voglio raccontare” nel Paese asiatico, grazie anche al video da realizzare con la Scuola “F. Vancini” di Muroni. Il cinese, tra le lingue straniere, è quella che Irene preferisce per il canto.

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 23 aprile 2021

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Non possiamo non credere: è il laico Horkheimer a ricordarcelo

12 Apr

La nostalgia del totalmente Altro: 50 anni fa l’insegnamento del filosofo della Scuola di Francoforte.

L’incubo di una società perfettamente amministrata, dove dominano la noia e la performance. Dove la ricerca di senso è abolita. Un ritratto spietato anche del nostro tempo, nel quale il limite della condizione umana viene rimosso. La profezia di un ebreo marxista che anelava all’Assoluto

di Andrea Musacci

Con il Sessantotto ancora fresco nelle sue speranze e nel suo messianismo secolarizzato, in Germania viene pubblicato il libro “La nostalgia del totalmente Altro”, contenente l’intervista rilasciata da Max Horkheimer a Helmut Gumnior. Horkheimer (1895-1973), filosofo e sociologo di origini ebraiche, tra i più noti esponenti della Scuola di Francoforte, nel ’33 dalla Germania nazista è costretto a emigrare, in quanto marxista, prima a Ginevra poi negli USA. Solo nel ’49 rientra a Francoforte, dove con l’amico Theodor W. Adorno riapre l’Istituto di Ricerca Sociale trasferito in America durante l’esilio.Vent’anni dopo, nel ’70, quell’intervista apre dunque una breccia religiosa in un ambiente accademico e politico laico, seppur di un laicismo critico e per nulla dogmatico. La modernità, nel pieno del suo splendore e delle sue contraddizioni, veniva insomma interrogata da Horkheimer nei suoi assunti sempre più presentati come incontrovertibili.


Nel regno della noia, che posto ha la ricerca di senso?

«La storia del moderno è, per molti versi, la storia (…) di questa emersione dell’inconsistenza del mondo, della profanità del mondo che, pur scontando l’assenza e l’imprevedibilità di Dio, è un mondo progettabile, in balìa delle mani dell’uomo. Però è un mondo tragico, non sostenuto da alcunché, i cui rischi sono esplosi in quello che chiamiamo il postmoderno». Così rifletteva Sergio Quinzio in un’intervista rilasciata nel 1991 (1). La lucidità del teologo ligure richiama certe pagine dell’ultimo Horkheimer su quel mondo mirabolante nei suoi progressi ma, appunto, se guardato con disinganno, «non sostenuto da alcunché». Le conseguenze le abbiamo ormai quasi tutte sotto gli occhi, in termini di manipolazione della vita e della verità, di perdita di realismo nella percezione dello stesso dolore e della stessa morte. «L’autentica tragedia è l’assenza del sentimento tragico», scrive magistralmente Giuseppe Genna su “L’Espresso” del 4 aprile scorso riguardo alla perdita della domanda sul limite, di ogni verticalità soprattutto in quest’ultimo periodo di pandemia, dove l’indifferenza sembra vincere, smentendo non solo i corifei dell’“andrà tutto bene”, ma anche i falsi ottimismi sul “ne usciremo (necessariamente) migliori”. Horkheimer mezzo secolo fa, nella sopracitata intervista così parla di questo mondo nel quale siamo sempre più inghiottiti: «l’assenza di senso nel destino dell’individuo, la quale già prima era determinata dall’assenza di ragione, dalla pura naturalità del processo di produzione, nella fase attuale si è tramutata in un segno caratteristico dell’esistenza. Ciascuno è abbandonato al suo cieco caso». Si arriverà, per il filosofo tedesco, alla «liquidazione del soggetto». In un sistema dove viene meno la ricerca di senso e l’inquietudine per le cose ultime, inevitabilmente finisce per dominare la «noia». Fanno venire i brividi queste parole rilette oggi.


Memoria di ciò che ci salva

Nel ’69, in una conversazione con Paul Neuenzeit, docente cattolico all’Università di Würzburg, Horkheimer afferma: «si deve continuamente ricordare che ciò che importa non sono solamente le varie abilità, ma la questione della verità» (corsivo mio). Il riferimento è all’inarrestabile settorializzazione del sapere, alla trasformazione, ormai totalizzante, di ogni scienza e cultura in qualcosa di funzionale al sistema produttivo e amministrativo. E dunque, alla conseguente riduzione delle finalità al mero presente, all’obiettivo pratico e strumentale. All’oblio, quindi, dei “perché” più profondi. Horkheimer arriva a pensare che sia la religione a rappresentare ancora «la coscienza che il mondo è fenomeno, che non è la verità assoluta, la quale solo è la realtà ultima». La religione è la «speranza che, nonostante questa ingiustizia che caratterizza il mondo, non possa avvenire che l’ingiustizia possa essere l’ultima parola». Speranza, anzi meglio, nostalgia, «secondo la quale l’assassino non possa trionfare sulla sua vittima innocente». È interessante come Horkheimer utilizzi questo termine. La nostalgia richiama un desiderio forte, invincibile, che nasce dal profondo, di qualcosa di maggiormente puro, bello rispetto al presente, o addirittura di qualcosa di puro e vero in sé. Di una pienezza. Qualcosa che sembra richiamare l’anamnèsi platonica, quella reminescenza delle idee eterne, fondamenta del mondo fenomenico. La nostalgia è desiderio di un ritorno all’origine, di uno sforzo di ritrovare l’essenza, un luogo, una “casa” che già si è abitata, o che da sempre si abita, anche se inconsapevolmente. Una casa che è regno di giustizia, di piena pace. «Nostalgia di perfetta e consumata giustizia», la chiama Horkheimer. Se c’è nostalgia vuol dire che esiste una tensione viva e, nel finito, ineliminabile, inappagabile. Una fame che provoca anche sofferenza: «La sofferenza dipende dal fatto che Dio e l’uomo sono qualitativamente diversi», scrive Kierkegaard (2). E per Quinzio, nella sopracitata intervista, gli uomini e le donne “aiutano” Dio con «l’invocazione che sale dal fondo della loro sofferenza, dal loro inappagato bisogno di giustizia» (3). Ma è anche – dice ancora Horkeimer portando al limite il dubbio – «paura che Dio non ci sia», quell’ “altro” «che non trovammo mai», per usare i versi di Rilke (4).Per questo, «il riconoscimento di un essere trascendente» come Dio «attinge la sua forza più grande dall’insoddisfazione del destino terreno. Nella religione sono depositati i desideri, le nostalgie, le accuse di innumerevoli generazioni». 


Una cosa sola

Ma la religione, nel suo stesso etimo, è legame tra le persone. Horkheimer, così, ridona un significato diverso al concetto di solidarietà, che è autentica innanzitutto perché nasce «dal fatto che tutti gli uomini devono soffrire, devono morire e che sono esseri finiti». «Siamo una cosa sola», afferma subito dopo con un’espressione dal sapore “eucaristico”. Rileggendo la Lumen Fidei firmata da Papa Francesco, ho ritrovato assonanze, pur su un piano diverso, con queste sofferte riflessioni di Horkheimer: «La domanda sulla verità – scrive il Pontefice – è (…) una questione di memoria, di memoria profonda, perché si rivolge a qualcosa che ci precede e, in questo modo, può riuscire a unirci oltre il nostro “io” piccolo e limitato» (5). Una comunione più sincera perché più fondata, dove le individualità non solo non sono schiacciate ma anzi possono risplendere di luce vera nella comune nostalgia di una «beatitudine infinita».


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(dove non espressamente indicato, le citazioni di Horkheimer sono prese da M. Horkheimer, La nostalgia del totalmente Altro, Queriniana, 2019)


(1) S. Quinzio, La tenerezza di Dio, Castelvecchi, 2013.

(2) S. Kierkegaard, Diario, BUR Rizzoli, 2019.

(3) S. Quinzio, op. cit.

(4) R. M. Rilke, Poesie alla notte, Passigli, 1999.

(5) Papa Francesco, Lumen Fidei, Libreria Editrice Vaticana, 2013.

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 16 aprile 2021

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E all’alba, ecco la nostra rinascita: “Passio Christi” al Teatro Comunale

6 Apr
Vito Lopriore – (C) Marco Caselli Nirmal

L’opera di Michele Placido con la “Passione” di Mario Luzi presentata il Venerdì Santo: i tormenti della condizione umana e la Liberazione in Cristo

di Andrea Musacci

L’affanno di chi ha paura, il rantolo dell’angoscia, di chi è solo e senza luce. Di chi, disarmato, vive la lontananza, l’apparente insanabilità dello smarrimento. Dove ogni dire e udire è vano, ogni sguardo è nemico, dove il male ha le sembianze dell’irreparabile.
Oltre 20 anni fa il poeta Mario Luzi, invitato da Giovanni Paolo II a scrivere i testi per la Via Crucis al Colosseo, seppe, come pochi, dare parola a questo tremendo umanissimo non comprendere. Per questo, la scelta di alcuni di quei versi per lo spettacolo “Passio Christi”, non può non commuovere. Il progetto tra cinema e teatro andato in onda la sera di Venerdì Santo sul canale You Tube del Teatro Comunale di Ferrara (e disponibile fino al 12 aprile), è stato ideato dal Presidente dell’“Abbado” Michele Placido su testi, oltre che di Luzi, di Dario Fo e Franca Rame (“Maria alla croce”), coi Salmi recitati da Moni Ovadia e lo Stabat Mater interpretato in dialetto trentino da Daniela Scarlatti. In scena, anche lo stesso Placido, Sara Alzetta e Vito Lopriore nei panni del Cristo. Fra i luoghi della nostra città scelti, la chiesa di San Giuliano e il Cimitero ebraico. Magistrale il Coro dell’Accademia dello Spirito Santo diretto da Francesco Pinamonti.

La stanchezza, dicevamo, quel respiro affannoso che «inciampava nei denti» (1). E, insieme, la violenza della derisione, lo scherno impietoso che anticipa la brutalità sulla carne. «Dubito talora – prega al Padre il Cristo di Luzi – / che questa sofferenza non ti arrivi / poi subito di questo mi ravvedo / perché so la tua misericordia». Ma la notte è buia, i minuti non scorrono ma incombono: «Io dal fondo del tempo ti dico: la tristezza / del tempo è forte nell’uomo, invincibile». E quegli anfratti sono, nella “Passio” di Placido, le budella nascoste del teatro ferrarese, dove gli umori e i tormenti urlano per affiorare, per rivivere in questa stagione di non-presenza, di chiusura e lontananze. E questa mancanza, questa privazione il regista sceglie di mostrarla, per renderle giustizia. È il “retroscena” col suo travaglio a un tempo manuale e intellettuale, del legno e del pensiero, in una zona ambigua dove finzione e realtà sovrapponendosi sanno di incertezza.

Negli interstizi dietro, sopra e oltre la scena, dunque, al di là dell’apparire – vero o falso che sia – il dialogo è con Dio, sempre, è la confidenza del Figlio col Padre, è la preghiera che si apre all’eterno. Dai sottofondi, la vertigine: «quanto è lontana da te l’angoscia che mi opprime»; e ancora Luzi: «Anche la morte pare eterna, è duro convincerli, gli umani, / che non ci sono due eternità contrarie, / il tutto è compreso in una sola e tu sei in ogni parte / anche dove pare che tu manchi». Anche in quell’ossatura di legno e polvere, dove una debole luce filtra, sul palco dell’umano dimenarsi dove le tuniche, come detto, possono essere inganno o domanda perpetua, lì, nel fastidio e nel dubbio, «Tu entri» «e lo disbrogli / pure così lontano come sei nella tua eternità / da questi nodi delle esistenze temporali».

E nei viluppi entra anche il femminile, portando cura e visione, rivelandosi nel viso contratto di Maria, sulle labbra il lamento, ancora l’affanno della via che porta alla croce. Lungo la strada – di nuovo – la scelta, fino al sepolcro, è di affiancare, coi loro corpi, alcuni morti ammazzati del nostro tempo: da Pier Paolo Pasolini a Stefano Cucchi, da George Floyd ai bambini vittime delle guerre. Volti morti o sofferenti privi di luce, come nel tremendo silenzio del sabato. Ma Lui «non è qui», e allora perché Lo cerchiamo tra ciò che non può essere all’altezza di tutto il nostro dolore? Perché, invece, nello smarrimento non tentare di riconoscerLo mentre ci accompagna, quando nel buio ci affianca? Perché anche lungo la via che Tu hai tracciato, che Tu sei, è «difficile tenersi». Ma «Tu solo» davvero sai il Mistero. 

«Ora sì, o Redentore», «invochiamo il tuo soccorso, tu, guida e presidio, non ce lo negare».  Ora e sempre, ora e ogni giorno. Adesso possiamo chiederglieLo, sappiamo di poterglieLo chiedere perché crediamo nella Sua Resurrezione, perché – sempre tentati dal non sperare – ancora una volta speriamo. Nell’affanno, «con amore ti chiediamo amore». Un amore che libera, che fa uscire, un amore «infinitamente più grande».

La resurrezione è, nella “Passio”, proprio un’uscita, una fuga, una lode, ancora e sempre, una perenne preghiera sulle labbra, in canto o in prosa, nel giubilo o nel dolore. Si ricongiunge il cammino, ritorna su quei passi iniziali, gli stessi ma incredibilmente diversi: nell’esordio della “Passio” vi era, infatti, Placido pellegrino inquieto fra le vie del centro di Ferrara. Un sobbalzo nel petto, poi gli spari improvvisi come un lampo di luce, e invece era notte, una lunga notte, quella dei corpi riversi ai piedi del Castello, quella tremenda notte nel novembre del ’43. Ma non dormono, no, sono morti, giacciono ma rivivranno. E allora «di mattino, quando era ancora buio» (2), in un’alba grigia e vuota, è l’ora della Liberazione, della Rinascita, è il tempo della pienezza, anche per noi, per chi, come gli apostoli, non aveva «ancora compreso» (3). 


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(dove non indicato, le citazioni sono tratte da “La Passione. Via Crucis al Colosseo” di Mario Luzi, 1999)


(1) F. Guccini, “Venezia”.

(2) Gv 20, 1.

(3) Gv 20, 9.

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 9 aprile 2021

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Pane e coraggio: padre Luca Morigi e il desiderio di vita dei profughi a Lesbo

29 Mar

Il racconto alla Veglia missionaria diocesana del 24 marzo


«Ho fatto esperienza dell’immenso dolore che vivono, e che anche noi europei in parte permettiamo. Ma ho visto anche la fede che hanno in Dio e la speranza che Lui darà loro la possibilità di una vita nuova». Padre Luca Morigi, membro della Comunità Papa Giovanni XXIII, per alcuni mesi, fino allo scorso Natale, ha vissuto nei due campi per profughi sull’isola di Lesbo. Questa terribile esperienza l’ha raccontata lo scorso 24 marzo in occasione della Veglia missionaria diocesana, collegandosi con la chiesa ferrarese di Sant’Agostino.

«Il sogno di Dio – ha esordito – è quello dell’umanità come grande famiglia che vive sulla terra intesa come casa comune». E invece esistono inferni come quelli sull’isola di Lesbo per i migranti. Persone che «perdono le proprie case, i propri beni, la libertà, rischiando la vita per un’esistenza dignitosa». Attraverso alcune fotografie scattate clandestinamente nei campi di Moira, prima, e Kara Tepe, dopo, Morigi ha raccontato l’orrore che queste persone vivono dentro le circa mille tende lì accampate. Dopo l’enorme incendio dell’8 settembre scorso nel campo di Moira, le autorità greche allestirono, infatti, campi temporanei a Kara Tepe, per accogliere 8mila degli oltre 12mila migranti rimasti senza riparo. Un popolo di disperati.

Pane, farina, patate: in una foto un padre cucina una semplice cena per i figli (foto in alto). Ha lasciato tutto alle spalle per dar loro la salvezza. «Ma ha voluto comunque condividere la cena con noi – ha raccontato Morigi -, qualcosa di cui noi occidentali spesso non siamo più capaci. Questo popolo, quindi, era lì per curare le mie, le nostre ferite dell’anima, non solo io per aiutare loro. È la nostra Europa che sta perdendo la propria umanità e i propri riferimenti, nascondendosi dietro le proprie paure e sicurezze». Nel campo di Lesbo vive, dunque, un grande popolo tenuto prigioniero, «espressione del corpo di Cristo umiliato e che espia i peccati del mondo. Nel suo dolore sta sanando anche le ferite di un’Europa malata» di egoismo e cinismo. Un continente circondato – più o meno simbolicamente – dal filo spinato, proprio come, realmente, lo è il campo di Kara Tepe. La polizia lo sorveglia continuamente dall’esterno perché l’idea di fondo è che «questi migranti siano potenziali criminali». Un campo costruito, non a caso, sulla riva del mare, in una zona militare, il cui terreno ospita ancora bombe inesplose. 

In questo inferno non esistono docce, non c’è acqua calda né energia elettrica, non esiste la scuola, ma uno straccio di educazione avviene solo informalmente grazie ad alcuni ragazzi che insegnano ai bambini. «Sono veri e propri campi di prigionia», resi ancor più tali approfittando del lockdown per la pandemia. Ma qui le malattie sono ancor più elementari, legate alla scarsa igiene. E poi ci sono quelle psicologiche, diffusissime, con bambini che tentano il suicidio gettandosi dalla scogliera o donne incinte che si buttano nel fuoco pur di non partorire lì. Un abisso dove stupri, omicidi, traffico di organi, violenze sui bambini, sono all’ordine del giorno. Dove domina l’abuso di alcool e il traffico di droga, senza nessuna legge e senza chi possa farla rispettare. «Qualche giorno fa – racconta Morigi – mi ha chiamato un uomo che vive nel campo: “questo è un inferno!”, urlava. Poi ha aggiunto che lui e la moglie cercheranno di fuggire nascondendosi in un camion». Ma sarà molto difficile, il rischio è la morte. 

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 2 aprile 2021

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La Croce e il sorriso: cosa ci insegna Laura Vincenzi

29 Mar

Il 26 marzo presentati on line il brano e il video a lei dedicati

Laura Vincenzi

La Croce e il sorriso, due termini che stanno “assurdamente” insieme nel Mistero pasquale. E Laura Vincenzi, la cui causa di beatificazione vede ora partire la tappa diocesana, ha incarnato a pieno questo Mistero. In diretta sul canale You Tube dell’AC diocesana, lo scorso 26 marzo è stata ufficialmente presentata la canzone “Laura canta insieme a noi” composta da Patrizio Fergnani, inno ufficiale che accompagnerà quest’importante periodo del processo di beatificazione. Percorso che a breve vedrà anche l’apertura del sito web www.lauravincenzi.org.

Irene Beltrami

«Se “Nulla è per caso” – ha riflettuto Nicola Martucci, Presidente AC diocesana – , allora la presenza del Signore rende ogni momento buono per la nostra conversione». Laura ci insegna questo nelle dimensioni dell’«interiorità, della responsabilità, della fraternità e dell’ecclesialità». «La mia esperienza con Laura è stata un inizio di percezione di Dio, di Colui che pienamente ama il mondo», è stata invece la testimonianza del fidanzato di Laura, Guido Boffi.Dopo gli interventi di Cristina Cinti, Referente per il processo diocesano, e Patrizio Fergnani, hanno preso la parola Irene Beltrami, voce solista nel brano, corista e catechista della parrocchia di Malborghetto, e Matteo Turrini, autore del video. Un prodotto artistico, quello di Turrini, di alta qualità, disponibile insieme al video della serata sul canale You Tube dell’AC di Ferrara-Comacchio.AC che ha visto anche l’intervento dell’Assistente diocesano don Michele Zecchin, il quale ha ben riassunto l’impatto che le parole di Laura nelle sue lettere possono avere: la sua reazione davanti a così tanto dolore vissuto può sembrare davvero «assurda, scandalosa, su questo non c’è dubbio». Ma la sua testimonianza, il suo cammino di vita è davvero, «profondamente pasquale». Una figura, dunque, che molto può aiutare anche in questa Settimana Santa.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 2 aprile 2021

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Sanità e imprese: i tentacoli delle mafie nella pandemia

22 Mar

Intervista a Donato La Muscatella (Coordinamento “Libera” di Ferrara)

Mafie e Covid: qual è lo stato di salute delle mafie nella pandemia?

«“Mafie e Covid: fatti l’uno per l’altro”, come scrive don Luigi Ciotti nel rapporto “La tempesta perfetta”, curato da Libera e da Lavialibera e uscito nel novembre 2020: una fotografia inquietante del grado dell’infezione mafiosa ai tempi del Covid. Un’enorme e complessa emergenza, all’interno della già tragica emergenza della pandemia: dai rischi nel settore sanitario, all’usura, al riciclaggio, alla nuova frontiera dei crimini informatici. L’aumento consistente e repentino della richiesta di servizi di cura, solo per fare un esempio, ha determinato una maggiore difficoltà di accesso alle strutture coinvolte e ciò, in alcuni territori, ha costituito il presupposto per la nascita (o il consolidamento) di fenomeni di racket prima meno diffusi (onoranze funebri o ambulanze private, ad esempio). Una volta di più, le mafie hanno intercettato il cambiamento in corso, per poter consolidare il proprio potere e incrementare le proprie ricchezze».


Le mafie approfittano anche della crisi socio-economica…

«La crisi economica ha sottratto e continuerà a sottrarre liquidità alle imprese, che non di rado sono state avvicinate da organizzazioni criminali che si offrivano di sopperire a tali difficoltà. Si tratta, per loro, di un meccanismo già collaudato: si comincia dal finanziare l’azienda in crisi, per poi, man mano, acquisirne le quote di proprietà e, alla fine, impadronirsene completamente, selezionando fornitori e dipendenti in base alle relazioni di potere dell’associazione criminale e, naturalmente, calpestando i diritti di tutti i soggetti coinvolti. Sempre ne “La tempesta perfetta” c’è un sondaggio affidato da Libera a Demos sul legame fra pandemia e società organizzata: oltre il 70% dei cittadini intervistati ritiene che, spinta dall’emergenza Covid, la corruzione in Italia si stia diffondendo ancora di più. Bisogna intervenire qui e recuperare credibilità nei confronti dei cittadini se si vuole evitare che il malcontento si trasformi in qualcosa di peggio».


Venendo al nostro territorio, come proseguirà l’impegno di Libera?

«Continueremo a incontrare ragazzi e ragazze delle scuole di Ferrara e provincia, speriamo anche in presenza. Nelle scorse settimane ne abbiamo incontrati oltre cento ed è da tempo una delle attività nelle quali, come Coordinamento, siamo più impegnati, in collaborazione con tanti docenti che tutti i giorni si dedicano alla formazione degli studenti e, anche in questo periodo così difficile, ci hanno chiesto di collaborare».


Infine, una parola su Livatino…

«È stato un magistrato attento, aperto, impegnato e riservato, che ha fatto parlare di sé per le proprie capacità nell’investigare il fenomeno mafioso in un periodo nel quale tante dinamiche non erano così conosciute. Una figura significativa per tante ragioni, tra cui la sua coerenza nella fede e la sua visione della vita che distingue l’essere “credenti” dall’essere “credibili”. Un monito che mette in guardia da chi partecipa alle manifestazioni pubbliche facendo sfoggio della propria presunta convinzione religiosa per poi tradirne i valori fondanti nella quotidianità e da chi assiste alle commemorazioni senza dar seguito al messaggio che ci hanno lasciato le vittime. Una sollecitazione autorevole ad accompagnare sempre l’impegno alla memoria, come Libera sostiene da ormai ventisei anni».

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 26 marzo 2021

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Rosario Livatino, il racconto del cugino Salvatore

22 Mar
Rosario Livatino

Le parole di Salvatore Insenga, cugino del giudice ucciso dalla mafia nel ’90, pronunciate nell’incontro on line organizzato il 20 marzo dal Coordinamento ferrarese di Libera

di Andrea Musacci


«Non amo l’espressione “anti-mafia”, preferisco si parli di “pro-giustizia”: è uno degli insegnamenti di mio cugino Rosario». È questa una delle riflessioni che Salvatore Insenga, cugino del giudice Rosario Livatino, ha portato la mattina del 20 marzo scorso nell’incontro organizzato dal Coordinamento ferrarese di Libera in occasione della 26ª Giornata Nazionale della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie, che cade ogni anno il 21 marzo.Nato a Canicattì il 3 ottobre 1952, Rosario Livatino fin da giovanissimo si impegna nell’Azione Cattolica. Dopo la laurea e il concorso in magistratura, dal 1979 al 1989 entra nel Tribunale di Agrigento come sostituto procuratore, portando avanti inchieste delicate e complesse sulle organizzazioni criminali mafiose della zona ma anche su diversi episodi di corruzione dove erano coinvolti esponenti di spicco della politica locale. Per quelle sue inchieste entra nel mirino delle organizzazioni criminali della Stidda di Canicattì e Palma di Montechiaro che assoldano quattro sicari per ucciderlo. La mattina 21 settembre 1990 Livatino era al volante della sua Ford Fiesta per andare a lavorare in tribunale percorrendo la vecchia statale 640 che collegava Agrigento a Caltanissetta quando i sicari fanno fuoco e lo uccidono. Livatino sarà proclamato Beato il 9 maggio ad Agrigento. L’annuncio è stato dato lo scorso febbraio. La data non è casuale: rappresenta, infatti, l’anniversario della visita nella città dei templi di san Giovanni Paolo II, il Pontefice che per primo definì Livatino «martire della fede» in quel famoso anatema lanciato contro la mafia proprio ad Agrigento nel 1993. «Coraggioso servitore dello Stato, della giustizia e del bene comune. Testimone di speranza e di vita contro sistemi di potere, di violenza e di morte», furono invece le parole scelte da don Luigi Ciotti per descrivere Rosario Livatino. 

Salvatore Insenga

Tornando all’evento del 20 marzo scorso, Dopo l’introduzione da parte di Isabella Masina (coordinatrice provinciale di “Avviso Pubblico”), i saluti delle autorità e l’intervento di Donato La Muscatella (referente del Coordinamento locale di Libera), ha preso la parola Insenga. Un intervento che non poteva non partire dalla famiglia di Rosario: «i suoi genitori – ha raccontato – è come se fossero morti il giorno della morte del figlio. Mia zia (la madre di Livatino, ndr) dopo qualche anno si ammalò e poi morì. Mio zio ci ha lasciati 11 anni fa, con gli occhi lucidi di lacrime fino all’ultimo, perchè Rosario non poteva essere al suo capezzale».«Rosario – ha proseguito – era un uomo delle istituzioni, ma anche un figlio, un cugino, un amico, un compagno di vita eccezionalmente capace di darti una visione della vita diversa, perché aveva la capacità di leggere e interpretare il mondo in maniera molto particolare. Ad esempio, è da lui che ho appreso come non sia corretto parlare di “anti-mafia” ma è più corretto parlare di “pro-giustizia”». La mafia, infatti, «è la negazione di ogni possibile cultura intesa come cura e coltivazione di qualcosa. La mafia è solo morte». Impegnarsi per la giustizia, invece, vuol dire essere credibili come uomini, nel proprio lavoro e nella propria fede per chi è credente». La citazione è della frase più celebre pronunciata da Livatino: «Quando moriremo, nessuno ci verrà a chiedere quanto siamo stati credenti, ma credibili».Ma il senso della giustizia emergeva anche nelle piccole cose: «Rosario – ha proseguito Insenga – era preparatissimo in latino e in greco, ma a scuola non permise mai ai suoi compagni di copiare da lui: non era cattiveria, e non era solo per un senso di giustizia, ma anche perché chi copia non impara. Preferiva aiutare i compagni a studiare durante l’intervallo. La giustizia per lui, insomma, significava davvero essere credibili», aiutare positivamente gli altri, senza inganni. Livatino, naturalmente, era anche un credente: «il suo servizio di giudice lo interpretava anche anche alla luce della fede». Fede che «inseriva il suo servizio in una visione più completa, totale: per lui non basta confrontarsi con le leggi dello Stato, ma è necessario anche, e soprattutto, cercare di comprendere il senso profondo della giustizia in quanto tale. Giustizia che alberga in quella parte di noi che è la coscienza». Infine, una precisazione importante. Quella di “giudice ragazzino” è un’espressione coniata otto mesi dopo l’omicidio Livatino dall’allora Presidente Cossiga. Un’espressione molto infelice. «La trovo offensivo», ha commentato Insenga. «Rosario era un “ragazzino” solo per la sua purezza di cuore, e maturo e consapevole come l’uomo maturo che era».

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 26 marzo 2021

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Stanchi e sospesi, la Pasqua ci liberi da ogni retorica

16 Mar

(Pubblicato anche su Agensir:
https://www.agensir.it/italia/2021/03/17/stanchi-e-sospesi-la-pasqua-ci-liberi-da-ogni-retorica/)

Un anno fa riflettevamo sulla sospensione causata dall’esplodere della pandemia. Un’interruzione vertiginosa di tempi, attività e incontri percorsa da una tensione perlopiù positiva, come se lo spiazzamento prodotto dall’evento inatteso, pur nel dramma, rafforzasse legami, rinsaldasse comunità.

Dodici mesi dopo, questa sospensione è diventata la cifra delle nostre vite. E nel divenire anima del nostro tempo, si è come svuotata di elettricità, lasciando un’irrequietezza sfiduciata e stanca.

Le varie ondate, oltre ad abbandonare questi detriti, hanno lacerato certi veli di ipocrisia, dimostrando come nemmeno una pandemia globale possa, in automatico, attuare una trasformazione antropologica, senza l’impegno dei singoli e delle collettività.

Sempre in bilico fra due estremi infantili – la rimozione della realtà e la paura paralizzante -, in un mondo che si voleva senza confini, ci siamo ritrovati confinati fra le nostre quattro mura, più spauriti e frustrati nelle frontiere invisibili che ci siamo abituati a disegnare mentalmente intorno a noi. E forse, in tanti casi, anche più schiavi del sospetto e della recriminazione (altro che unità!), intontiti nella ragnatela della Rete nostra unica evasione.

Ma chissà, forse lentamente i nostri corpi li abbiamo addestrati anche a lasciarsi abbandonare, al nascondimento, ci siamo educati a una rinnovata austerità di movimenti e parole. 

Di certo c’è il bisogno non di inutili – e spesso vanitosi – ascetismi ma di donne e uomini capaci di una visione nuova e profonda, possibile solo nel dialogo aperto, dove inquietudine e speranza possano reciprocamente vivificarsi. C’è la necessità di non trasformare la valorizzazione della competenza medica (quindi tecno-scientifica) in oblio del pensiero religioso, dello sguardo poetico sulla realtà, dell’autentico agire e pensare politico (fatto di comunità e concretezza, vicinanza e lungimiranza).

C’è l’urgenza di mettere in gioco la nostra creatività e la nostra umanità, senza puerili ottimismi o pessimismi di maniera. C’è, ancora una volta, un cammino che si fa camminando. Certo, guardando lontano, ma senza più retorica. 

Siamo, dunque, ancora sospesi dentro questa pandemia che con le sue ondate porta via vite e affetti. Ma ormai prossimi alla Pasqua, la speranza è che nel dramma ci si possa riavvicinare al Mistero del Cristo Risorto. È l’unica strada sgombra da facili soluzioni.

Andrea Musacci

Editoriale pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 19 marzo 2021

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