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Discepoli, ovvero il ripartire grazie a Lui

22 Nov

La quarta lezione della Scuola diocesana di teologia per laici: don Paolo Mascilongo ha relazionato sul tema “Immagini di sequela dal Vangelo di Marco”. Come essere Suoi discepoli anche oggi?

Proseguono le lezioni del nuovo anno della Scuola diocesana di teologia per laici “Laura Vincenzi”.

Lo scorso 16 novembre a Casa Cini, Ferrara, don Paolo Mascilongo (Referente per l’Apostolato Biblico della Diocesi di Piacenza-Bobbio) ha riflettuto sul tema “Immagini di sequela dal Vangelo di Marco”.

«A metà del Vangelo, prima dell’annuncio della morte  a Gerusalemme (Mc 10) – ha spiegato il relatore dopo una breve introduzione del testo – c’è un episodio spartiacque»: «”Chi dice la gente che io sia?”. Ed essi gli risposero: “Giovanni il Battista, altri poi Elia e altri uno dei profeti”. Ma egli replicò: “E voi chi dite che io sia?”. Pietro gli rispose: “Tu sei il Cristo”» (Mc 8, 27-29).

Il Vangelo secondo Marco, secondo don Mascilongo, «narra non solo di Gesù ma anche dei suoi discepoli: leggerlo, quindi, in questo modo può aiutarci nella nostra aspirazione a essere, oggi, suoi discepoli». Fra i discepoli, ha sottolineato più volte il relatore, c’erano anche delle donne;un fatto anomalo, questo, che in quel periodo storico delle donne non fossero relegate all’ambito domestico ma addirittura seguissero in questo modo un maestro come Gesù. 

Ma come si fa a riconoscerLo? E perché Pietro Lo riconosce? Fra i discepoli, naturalmente ci sono i 12 apostoli, scelti dallo stesso Gesù (Mc 3,14-15):«Ne costituì Dodici – che chiamò apostoli -, perché stessero con lui e per mandarli a predicare con il potere di scacciare i demòni».Questa apparente contraddizione tra lo “stare” e l'”andare” si può spiegare o considerando che «nella missione di Gesù i due aspetti coincidono», oppure come fosse (e sia) necessario «una prima fase a contatto con Lui (con la sua Parola, con la Sua presenza) per poi andare missionari», in una lontananza fisica ma non spirituale.

La passione e morte di Gesù (capitoli 14 e 15) rappresentano «il  culmine» di questo rapporto coi Suoi discepoli: dalla «comunione fortissima» durante l’ultima cena al dramma subito dopo vissuto nel Getsemani con l’arresto e la fuga dei 12, il loro «abbandono». L’antitesi, quindi, di quello “stare” con Lui sopracitato, «il fallimento» della loro missione. Cristo apparentemente morirà solo: sarà solo prima un centurione (un estraneo) a riconoscerlo, poi «alcune delle donne» e Giuseppe d’Arimatea, mai citati prima da Marco. Non i 12, lontani da Lui e ora non solo fisicamente.

«Ma egli [il giovane vestito di bianco] disse loro: “Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l’avevano posto. Ma andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro: ‘Egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto’ “» (Mc 16, 6-7). «L’ultima Sua parola per i discepoli è quindi, per don Mascilongo, «non di fallimento ma per una nuova chiamata, al di là dei loro meriti. Essere un bravo discepolo non significa non fallire mai, perché si può sempre ripartire: e solo Gesù può farci davvero riniziare ogni volta».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce” del 24 novembre 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

Come essere «satolli di Dio»? Riflessioni sulle Beatitudini

17 Nov

Scuola di teologia per laici: il 9 novembre la comunità dei beati al centro della relazione di Valeria Poletti

“Maestro cosa devo fare per essere felice?” è il titolo della terza lezione della Scuola diocesana di teologia per laici “Laura Vincenzi”, svoltasi a Casa Cini lo scorso 9 novembre. Relatrice, la docente e teologa Valeria Poletti. Le rimanenti lezioni di novembre sono in programma (ore 18.30, Casa Cini o in streaming) il 16 con don Paolo Mascilongo che relazionerà su “Immagini di sequela dal vangelo di Marco”; il 23 con Simona Segoloni su “Fratelli tutti! La comunità espressione di gioia”; il 30 con don Ruggero Nuvoli su “Immaginazione sacramentale”.

Nella sua lezione, Poletti ha analizzato nel dettaglio le Beatitudini (Mt 5,1-12 e Lc 6,20-23), ponendo innanzitutto l’accento sul fatto che Gesù «è venuto a parlare a tutti, a dar vita a una comunità completamente nuova», annunciando che «il Regno di Dio è già ora, si può sperimentare già nel presente». Ma com’è possibile ciò, in questa “valle di lacrime” che è l’esistenza umana?

Gesù quando ci chiede di essere poveri, «non ci chiede tanto di spogliarci, ma di vestire gli altri, di prenderci cura di chi è nel bisogno. “Signore”, quindi, è chi dà agli altri, e lo fa ora, perché il dare mi rende felice, beato già ora», ha spiegato Poletti.

Questo donarsi agli altri è anche il consolare chi è nel pianto, cioè «chi ha un dolore talmente grande da non poterlo tenere dentro. Costui è beato perché mostrandolo può essere consolato, aiutato dalla sua comunità. E la consolazione è già in sé un’azione liberante». È questa la chiave di tutto: il comprendere che «si è felici, beati solo quando si dà, la comunità di persone felici è tale quando non volta la testa dall’altra parte» davanti ai bisogni dei fratelli e delle sorelle.

Allo stesso modo – e proseguendo nell’analisi delle Beatitudini -, «i giusti sono coloro che hanno fame e sete di giustizia». Ma per giustizia non si intende tanto l’osservanza delle norme, ma «è qualcosa che va oltre la legge, e porta anche a subire la persecuzione». La beatitudine sta dunque «nell’essere sazi, satolli di giustizia, quindi di Dio: si sazia la propria fame saziando quella degli altri».

Questa misericordia, questo «chinarsi sull’altro sofferente per rialzarlo», non è dunque un mero sentimento ma «un’azione» concreta. Ed è una purezza del cuore, quindi non solo esteriore ma «interiore, completa, tipica di chi possiede quell’inquietudine che lo porta a giocarsi la propria pace per gli altri, per la pace della propria comunità». Una pace dunque in fieri, un Regno da costruire, vivendo così la propria figliolanza e somiglianza al Padre.

Da qui, solo da qui, può nascere quella «comunità dei felici, dei beati nel Signore», dei «satolli di Dio». 

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce” del 17 novembre 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

Relazione, trascendenza, generatività: i volti della vocazione

6 Nov

Don Grossi e Bruzzone i relatori della seconda lezione della Scuola diocesana di teologia per laici

Sulla natura della vocazione e l’essenza relazionale della persona hanno riflettuto lo scorso 26 ottobre a Casa Cini, Ferrara, don Alessio Grossi (Referente del Servizio Diocesano Tutela Minori e persone vulnerabili della diocesi di Ferrara-Comacchio, nonché sacerdote dell’UP Arginone-Mizzana-Cassana) e Daniele Bruzzone Ordinario di Pedagogia generale e sociale presso la Facoltà di Scienze della formazione dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e Presidente di Alæf (Associazione di Logoterapia e Analisi Esistenziale Frankliana) (foto in basso). L’occasione è stato il secondo incontro dell’anno in corso della Scuola di teologia per laici “Laura Vincenzi”, avviata lo scorso 5 ottobre con la lezione introduttiva del nostro Arcivescovo.

“Parliamo di vocazione: Una via per ciascuno?” il titolo, invece, della lezione del 26 ottobre che ha visto la partecipazione (in presenza o on-line) di oltre 120 persone.

«La vocazione – ha esordito don Grossi – è chiamata, appello, è qualcosa che parte da Dio ma che non mi arriva dall’esterno, come qualcosa che possa non andare d’accordo col mio cuore, come qualcosa che io non conosco di me». Da una concezione errata di vocazione (intesa anche come «privilegio» e come qualcosa di esclusivo), si arriva a «forme negative di rinuncia e mortificazione» e si può arrivare anche «all’abuso spirituale e di coscienza». Nessuno può dire che cosa un altro deve fare, «può accompagnarlo nella sua scelta ma alla fine è quest’ultimo che deve decidere».

Nella “Gaudium et spes” – ha proseguito il sacerdote – è scritto che la dignità deriva dalla «vocazione alla comunione con Dio», dal dialogo tra uomo e Dio. Il Catechismo, poi, a proposito di vocazione parla di «vita nello Spirito», quindi di «un’espressione creativa, una dinamica e una concretezza». Qui, secondo don Grossi, risulta fondamentale il testo di Wojtyla “Persona e atto” (1969): secondo il futuro pontefice, «l’atto, il manifestarsi costituisce il particolare momento in cui la persona si rivela». Per l’uomo, infatti, «a differenza degli animali non è indifferente come vive la propria chiamata all’esistenza». «Partecipazione» (l’esplicarsi nella relazione) e «trascendenza» (apertura, eccedenza) sono i due concetti cardine che definiscono la persona umana. Ma questo oltrepassamento avviene anche al proprio interno, in quanto «il nucleo della persona risiede dentro di sé, è quella parte aperta al mondo ma che, ascoltandosi e decidendosi, vive la dimensione trascendentale partendo dal cuore». E – si badi bene – «l’interiorità non è riducibile allo psicologico, ma è molto di più, è lo spirituale, la fonte dell’uomo che può sempre decidere come orientarsi nella vita».

Ma se l’uomo è apertura, partecipazione e trascendenza, per un cristiano ciò che lo distingue è l’amore (si veda ad esempio Gv 13, 34), «il dare la vita, il generare: la stessa morte di Cristo e quella del nostro ego non significano mortificazione ma qualcosa di generativo, quindi la vocazione, ogni vocazione non può non essere qualcosa di generativo, che genera vita per me e per gli altri. La vocazione è tale se è generativa, se è una vivificazione reciproca», ha spiegato il sacerdote.

Alla base della sopracitata “teologia della persona” di Wojtyla e non solo, ha invece riflettuto Bruzzone, troviamo la filosofia del tedesco Max Scheler (1874-1928), che ha influenzato anche il pensiero di Viktor Frankl (1905-1997), neurologo, psichiatra e filosofo austriaco, tra i fondatori dell’analisi esistenziale e della logoterapia a cui si ispira l’Alæf presieduta da Bruzzone.

«Per Frankl – ha spiegato quest’ultimo – l’uomo è sempre orientato alla ricerca dell’altro e dell’Altro – che per chi crede è Dio -, quindi vi è sempre una tensione a un’alterità, un’apertura, un’eccentricità: per realizzarci abbiamo bisogno di dedicarci ad altro e ad altri. Il cuore dell’uomo ha una struttura dialogica – ha proseguito – la nostra coscienza è sempre interpellata e sempre risponde». Riguardo alla vocazione, dunque, vediamo come la vita sia «qualcosa che ci interroga, e dalle nostre risposte dipende la direzione della nostra esistenza». Senza dimenticarci, appunto, che «il concentrarci troppo su noi stessi ci fa ammalare: senza scopo, senza altro e senza altri, l’uomo inizia a preoccuparsi, a star male». Se rinnega la propria essenziale apertura, muore.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce” del 3 novembre 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

Dramma e salvezza: a San Giacomo Apostolo l’arte del gesuita Anselmo Perri

29 Set

“Nzermu. Accesa è la notte. Una biografia per immagini” è il progetto (mostra e documentario) che inaugura il 30 settembre all’Arginone. Ecco chi era l’artista-religioso 

di Andrea Musacci

Un piccolo crotonese, un operaio del Sud più povero che cerca fortuna nelle fabbriche del Nord e vi trova, invece, Cristo. Fra le nebbie delle nostre terre e i fumi delle industrie chimiche, Anselmo “Nzermu” Perri cercava una via a lui consona per fondare una società socialista, e invece trovò molto di più, quella fiamma della fede che non si spegne. E la troverà, lui pittore, anche attraverso la forma artistica, una passione che mai lo abbandonerà.

A questo gesuita speciale, tornato alla Casa del Padre nel dicembre 2021, l’Ufficio Comunicazioni Sociali (UCS) della nostra Arcidiocesi insieme all’Associazione “Amici di Nzermu” (nata nel 1986 e presieduta da Giovanni Dalle Molle) dedica un progetto espositivo che verrà inaugurato il 30 settembre alle ore 20.30 nella chiesa di S. Giacomo Apostolo a Ferrara. Per l’occasione, il Vicario Generale e Direttore dell’UCS mons. Massimo Manservigi presenterà il suo nuovo documentario “Nzermu accesa è la notte”. Ma chi era padre Anselmo?

DA OPERAIO MILITANTE AD ARTISTA E UOMO DI DIO

Anselmo Perri nasce nel 1931 a Strongoli, nel crotonese, in una famiglia numerosa e in una terra arida di possibilità di riscatto. «Già da ragazzo – racconta nel documentario “Luci dell’anima” di Luigi Boneschi – dipingevo di notte perché mia madre non vedeva bene questa mia eccessiva passione. Dalla “Domenica del Corriere” amavo copiare le famose tavole». Dopo aver lavorato come operaio a Crotone, nel ’49 si trasferisce a Ferrara, dove lavora alla Montecatini, e poi a Ravenna. Il suo lavoro è strettamente connesso con la militanza politica e sindacale comunista. «La mia prima abitazione a Ferrara fu in un’ex caserma bombardata (l’ex Caserma “Gorizia”, ndr), dove c’erano in genere ex sfollati, prostitute. E anche lì quindi avevo difficoltà a dipingere di giorno, perché l’ambiente non me lo consentiva». Nel 1956, la sua prima mostra personale, al “Ridotto” del Teatro Comunale di Ferrara.

Ma è a inizio degli anni ’60 che matura in lui la conversione che lo porterà nel ’63 a entrare nella Compagnia di Gesù. Una scelta per nulla scontata. A quei tempi, da molti – racconta – «la Chiesa era vista come nemica del popolo. Entrando nella Compagnia di Gesù constatai che non era assolutamente vero quello che si diceva dei preti». In fabbrica vi erano due gesuiti come cappellani. «Ricordo bene che una volta un mio collega operaio mi disse: “vedi che quei due non fanno niente…”, e io gli risposi: “piuttosto che diventare prete mi sparo!”». Ma nel tempo «dentro di me maturava un desiderio profondo di volermi dedicare in modo diverso alle persone». Anselmo constata che i due gesuiti «erano persone oneste, rette e molto aperte, io pensai quindi che bisognava convertirli al comunismo. Ma la cosa si è verificata in modo inverso…». Dopo un periodo trascorso in Brasile come missionario dal ’65 al ‘67, va a Urbino, Napoli (dal ’68 al ’71, dove studia teologia e viene ordinato sacerdote), Ferrara e poi definitivamente a Bologna (dagli anni ’70), dove fonda la “Comunità Giovanile” nella “Casa Cavanna” dei gesuiti in via Guerrazzi (oggi sede del Centro Astalli e del Centro Poggeschi), dove dagli inizi degli anni ’90 pone anche una Vetrina Figurativa con le sue opere, senza intenti commerciali. In questa Comunità autogestita, Perri ospiterà prima gli operai meridionali emigrati al Nord, poi i giovani extracomunitari (soprattutto georgiani) venuti per studiare, ma anche ex tossici. Una Comunità speciale dove ogni ospite si abitua a una vita sobria, fatta di condivisione, in pieno spirito evangelico. 

Fra le sue varie mostre in Italia e all’estero (fra le quali due in Georgia), nella primavera del ‘92 Perri ha esposto una sua personale a Casa Cini, curata da don Franco Patruno e con il contributo di Angelo Andreotti, mentre nel 2012 ha portato la sua “Scintille di un unico fuoco”, con catalogo, su più sedi tra Ferrara e Ro Ferrarese. Quest’ultima venne curata da Giovanni Dalle Molle, che nella sua “Casa di Ro” ha allestito una sala espositiva permanente con le opere di padre Perri, e che da lui venne accolto, giovane studente, proprio a “Casa Cavanna”.

IL DOCUMENTARIO E LA MOSTRA A S. GIACOMO APOSTOLO

Il documentario “Accesa è la notte” – come ci spiega il suo autore – intende essere «una riflessione su Nzermu, a poca distanza dalla morte, quasi a caldo, attraverso alcune testimonianze di chi l’ha conosciuto e amato, con l’intento di dare qualche spunto per la comprensione della ricca e articolata figura di un uomo, artista e religioso, che ha cercato un dialogo tutto suo con l’intera umanità, in un tempo segnato da migrazioni apocalittiche, disorientamento e sofferenza di proporzioni bibliche». L’iniziativa parte dagli “Amici di Nzermu” per rilanciare la sua figura e la sua produzione artistica immeritatamente poco conosciuta, presentandola al grande pubblico, e portando l’evento di Ferrara anche in altre città (fra cui Bologna, Roma e Crotone).

Il documentario e il relativo progetto espositivo rappresentano, dunque, un tentativo di «fare sintesi della personalità di padre Perri oltre la sua esistenza terrena». Esistenza, la sua, come cammino in cui rappresentazione artistica e ricerca di Dio arrivano ad incontrarsi per intrecciarsi e mai più lasciarsi. Da questo abbraccio, e da una provocazione di Dalle Molle, nasce la sfida di portare l’arte di padre Perri all’interno di una chiesa. Sfida raccolta dalla nostra Arcidiocesi e in particolare dall’UCS.

Un progetto, “Accesa è la notte”, pensato anche per le scuole e in generale per i giovani, ai quali lo stesso padre Perri era particolarmente legato, lasciando, nei commossi ricordi di molti ragazzi da lui accolti a “Casa Cavanna”, la parola “padre” a lui rivolta come segno di profonda gratitudine.

NELL’“ERRARE” DEI SEMPLICI ABITA LA SALVEZZA

Era un’arte antiborghese, quella di padre Perri, una sorta di teologia resa attraverso la creazione artistica. Nel catalogo della mostra alla Porta degli Angeli, lui stesso critica l’arte informale, definendola «un alto, geniale artigianato mentale, con funzione estetica ornamentale», «come lo è un geniale tappeto». L’arte autentica, invece, ha come scopo quello di «fotografare in modo impietoso, con crudo “realismo”, l’instabilità del nostro tempo». 

Ambienti cupi, ma come attraversati da un fuoco sempre vivo, dominano le sue tele, ricche – nelle varie fasi – delle cromìe aride e infuocate o di quelle – via via, dopo la sua conversione – sempre più lucenti. La vita è quel flusso che le attraversa, è la fiamma dello Spirito. Sui volti, nei corpi, il segno dell’ingiustizia, della passione. Il sangue, in un vortice eterno, avvolge le figure, apparentemente inghiottite nel loro smarrimento, ma in realtà mai del tutto perdute, sempre in ricerca, in un cammino costante, in quella condizione che appartiene a ogni donna e a ogni uomo perché, come diceva lui stesso, «siamo tutti clandestini sulla terra», in attesa di abitare nella casa del Padre.

La dimensione esistenziale di queste folle inquiete è la stessa vissuta nella carne dall’immigrato Anselmo. Un’esperienza di sofferenza trasfigurata nelle sue opere drammatiche che risaltano per la forte espressività. Come ha dichiarato nel sopracitato documentario di Boneschi, «il modello al quale ho sempre guardato – nel passato inconsapevolmente, oggi con delle chiarezze dentro di me – sono i semplici. I semplici sono quelli destinati a essere salvati, a salvarsi».

Questo vagare sofferto – oggi come ieri – è quello di un popolo smarrito, della persona che vive la perdita – della propria terra, delle sicurezze che credeva immutabili -, e che in questo errare, però, incontra sempre una nube di luce che su di lui vigila e un volto, quello di Cristo, nel quale ritrovarsi, accolti da quella Promessa che non delude.

Pubblicato sulla “Voce” del 29 settembre 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

«La teologia è un bene comune: la Scuola per laici apre orizzonti»

23 Set

Scuola di teologia per laici “Laura Vincenzi”, al via il nuovo anno. Intervista al Direttore Marcello Musacchi: «studio e confronto per abbattere gli idoli del “si è sempre fatto così”»

di Andrea Musacci

Non luoghi di difesa, ma di costruzione di nuove speranze. Così vanno ripensate – continuamente – le nostre comunità ecclesiali. E per cambiare sguardo, per cercare orizzonti differenti, servono anche momenti di ascolto e confronto. Questo aspira ad essere la Scuola di teologia per laici “Laura Vincenzi”, giunta al quinto anno. È già possibile iscriversi alle lezioni che si svolgeranno a Casa Cini, Ferrara dalle 18.30 alle 20 nelle date sotto riportate. Tema, “…E lo riconobbero…oltre le attese, con gli occhi della fede”. Abbiamo incontrato il Direttore della Scuola, Marcello Musacchi, per riflettere assieme sul nuovo anno che sta per iniziare.

Musacchi, rispetto all’anno scorso quali sono le novità?

«L’anno scorso avevamo scelto l’immagine della chiave e della casa, dei modi di entrare, approcciare una pastorale diversa. Quest’anno invece abbiamo scelto l’immagine di Emmaus, icona del Sinodo in corso, e anche qui in un certo senso ricorre il tema della casa, quel luogo da dove si riparte. Al tempo stesso, però, vi è l’immagine della strada, luogo dell’annuncio».

La Scuola non è un Istituto di Scienze Religiose. Quali le differenze?

«Come l’anno scorso, abbiamo mantenuto nel programma l’unione di discipline umanistiche e teologiche, un intreccio continuo tra le due, di cui parla anche Papa Francesco nella Costituzione apostolica “Veritatis gaudium”: una teologia, quindi, che – attraverso la multidisciplinarietà – entra nei contesti e nelle dinamiche delle vite delle persone. Una differenza importante rispetto al vecchio approccio. Inoltre, riteniamo sia altrettanto importante saper comunicare bene ciò che c’è di positivo, e per questo ai relatori abbiamo chiesto di portare con sé anche la propria esperienza, per arrivare a una dinamica di riflessione, a un confronto con i presenti». 

Esperienza: parlarne significa parlare anche delle fragilità, a partire dalle proprie…

«Sì, lo faremo soprattutto nella seconda parte del programma. Gli elementi di fragilità possono trasformarsi in opportunità per le comunità e la loro pastorale. Dalle fragilità che chiunque ha, si possono – assieme – cercare nuove strade per trasmettere la fede. Strade che, quindi, si dimostrano profetiche».

Abitudine e novità, futuro e tradizione: coppie che spesso creano tensione. La Scuola come affronta questi snodi?

«Dallo stesso percorso sinodale, stanno emergendo diverse riflessioni e proposte nuove. Si tratta di capire come riorientare la memoria – che è fondamentale – in una nuova speranza. Prima parlavamo di esperienza, di vissuti: un buon metodo per lavorare su questo, è stare sulla strada, non sulle mappe…».

Passare dalla carta alla carne, insomma…

«Esatto. Ma stare nella realtà significa iniziare a guardare le nostre stesse comunità cristiane con occhi diversi, costruendo forme di appartenenza che non siano più luoghi di difesa, che non seguano più la logica dell’arroccamento in piccoli gruppi autoreferenziali…».

Non a caso, la prima parte dell’anno della Scuola si intitola “Disinstallarsi: una Chiesa in cammino che prende sul serio le domande”. In che senso bisognerebbe “disinstallarsi”?

«Nel senso di “schiodarsi”, muoversi per mettere in gioco se stessi, la propria fede. È un’espressione che Papa Francesco usa spesso. È la grande sfida delle nostre comunità. Si tratta di cercare orizzonti diversi».

Alzando sempre più in alto l’asticella, per non rischiare di fissarsi troppo su ciò che si è raggiunto…

«Si tratta di spostare l’oggetto del desiderio: ciò che come parrocchiano o appartenente a un’associazione o a un movimento hai fatto fino ad oggi, va bene. Non è questo il problema. Ma bisogna sapersi mettere in gioco, abbattere gli idoli del “si è sempre fatto così”».

Le Unità pastorali, ad esempio, richiedono a tutti un approccio diverso…

«Sì, un approccio che non faccia disperdere energie, vista la necessità di lavorare in un territorio più ampio. Il “disinstallarsi” è anche questo, e comprende il prendersi cura, quindi anche il tema di una formazione adatta a tutti, aperta a ognuno».

Il tema della cura, che richiama ancora quello della fragilità…

«Si tratta di entrare nelle vite delle persone. Ogni evangelizzazione dovrebbe sempre partire da questo, non da un sistema di pensiero che si considera perfetto e che quindi basta applicare alla realtà. Mentre invece la mia vita deve poter cambiare, senza conformarsi a un sistema concettuale. La nostra stessa Scuola, dunque, rifiuta questo tipo di rigidità, proponendo un approccio alla teologia intesa come bene comune appartenente al popolo di Dio».

Un bene comune che andrebbe anche “portato” in maniera sempre più capillare nelle varie parrocchie…

«Certamente. Già l’anno scorso alcuni dei partecipanti hanno sperimentato una forma ancora più allargata di Scuola: coloro che vi partecipavano, infatti, avevano dato vita nelle proprie parrocchie a gruppi nei quali riportavano ciò che avevano ascoltato durante le lezioni, per discuterne assieme. Un metodo da promuovere ovunque in Diocesi».

Pubblicato sulla “Voce” del 22 settembre 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

Quel desiderio di verità nell’uomo: fede e ragione, quale rapporto?

28 Feb

Al via il Seminario “Il cuore non basta”: nel primo incontro, Anna Bianchi ha riflettuto sulla “Fides et ratio” di Giovanni Paolo II

Sta nell’essenza della ragione di desiderare di spingersi sempre al di là, sempre oltre sé stessa. Ma questo non può non portare allo scontro/incontro col mistero dell’Essere, con qualcosa che la supera infinitamente. Lì entra in gioco la fede. Questa riflessione ha tanto diviso filosofi e pensatori nel corso dei secoli e rimane, anche nella società dell’ultrarazionalismo e del relativismo, un pungolo inevitabile.

E proprio al rapporto fede-ragione è dedicato il Seminario di tre incontri organizzato dalla Scuola di teologia per laici della nostra Arcidiocesi, dal titolo “Il cuore non basta. Filosofia e fede oggi: un legame da riscoprire”. Il coordinatore del Seminario, Maurizio Villani, ha introdotto il primo dei tre incontri svoltosi on line il 23 febbraio. Sul tema “Fides et ratio: una sfida per la filosofia? Considerazioni a margine dell’Enciclica di Giovanni Paolo II” è intervenuta Anna Bianchi, Docente presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

È il concetto di verità quello centrale per indagare, come viene fatto nell’enciclica, il rapporto tra ragione e fede: se è vero che «la fede è recepita dal soggetto non passivamente, ma attraverso appunto la ragione», dall’altra parte la Rivelazione «è la base del rapporto tra fede e ragione»: la ragione, quindi, «non è autosufficiente, ma arriva a verità fondamentali attraverso la Rivelazione». 

Da qui la critica nell’enciclica a una «filosofia separata» tipica dell’età moderna e contemporanea, che ha, cioè, abdicato a ricercare una dimensione soprannaturale. 

Bianchi ha poi spiegato come nel testo si riflette su come «la ragione può comprendere l’ordine razionale della realtà, il suo aspetto ontologico, andando oltre gli aspetti empirici, cercando quindi la verità: se la filosofia vuol essere un pensiero autentico, deve cercare la conoscenza di ciò che è vero sempre, della realtà in sé, deve trascendere il piano fattuale ed empirico per attingere ai principi primi e universali dell’essere». Questa «capacità metafisica» della filosofia, per san Giovanni Paolo II è una sorta di «filosofia perenne e destoricizzata, una filosofia implicita attraverso i secoli», ma ancora oggi molto dibattuta in ambito filosofico. 

La relazione di Bianchi si è poi concentrata sull’aspetto antropologico, quindi sul soggetto-persona nel quale fede e ragione si incontrano. Nell’enciclica l’uomo è definito «come colui che cerca la verità e come colui che vive di credenza»: da una parte, quindi, il «desiderio di verità appartiene alla natura dell’uomo, quindi non può essere del tutto inutile e vano», dall’altra parte, insito nell’uomo vi è anche il bisogno di «abbandonarsi fiduciosamente all’altro, se riconosciuto come testimone credibile». Ciò avviene, in maniera simile, nell’ambito della fede.

Ma l’unione di questi due desideri – della ricerca della verità e dell’abbandono – come spiegò ad esempio San Tommaso d’Aquino, «derivano da una comune origine, Dio». Solo nel supremo Creatore, quindi, possiamo ritrovare, ancora, la risposta a ogni anelito di trascendenza, sia nella forma della ragione, sia in quella della fede.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 3 marzo 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

Nuovo Santuario mariano, festa a Ferrara

28 Nov

Sacra Famiglia: il 29 novembre la Messa con mons. Perego e mons. Turazzi per il Cuore Immacolato di Maria e i 70 anni della parrocchia. La storia della comunità, la cronaca del tempo e i restauri eseguiti

di Andrea Musacci

Era nel destino della Sacra Famiglia di diventare Santuario del Cuore Immacolato di Maria. La speranza – poi frustrata – nacque già alla nascita, 70 anni fa, ma poi, per motivi burocratici e finanziari non se ne fece più niente. Ora il grande momento è arrivato: il 29 novembre è avvenuta l’erezione ufficiale della chiesa di via Bologna a Santuario mariano (rimane, però, la parrocchia), con la S. Messa presieduta da mons. Gian Carlo Perego e dall’ex parroco (dal 2005 al 2014) mons. Andrea Turazzi, Vescovo di San Marino-Montefeltro. Prima dell’inizio della liturgia, è stato benedetto il quadro a olio “Maria col Bambino Gesù e i Santi Margherita, Girolamo e Petronio” e letto il decreto di erezione a Santuario.

La sera del 4 maggio ’49 mons. Bovelli benedisse e pose la prima pietra della chiesa, che   fu dedicata  il 29 novembre 1952 dall’allora Vescovo assieme al parroco mons. Adriano Benvenuti, dopo poco più di un anno di lavori. Si ipotizza che venne scelta quella data in quanto primo giorno della Novena dell’Immacolata. Mons. Benvenuti era, infatti, particolarmente devoto alla Madonna di Fatima. Quest’ultimo divenne ufficialmente parroco della Sacra Famiglia nel ’56 (vi rimase fino al ’70), ma fino a quell’anno aveva guidato la vicina S. Luca. Le cronache del tempo (“Il resto del Carlino” del 30 novembre ’52) raccontano: «Alla cerimonia della consacrazione erano presenti molti fedeli e i bambini delle scuole elementari del rione Mosti. I riti, in mancanza ancora delle campane, sono stati trasmessi con altoparlanti a Borgo San Luca, Argine Ducale e dintorni. Tutta via Bologna per l’occasione era addobbata di festoni e di bandiere tricolori». Da alcuni documenti presenti nel nostro Archivio diocesano, si evince come la nuova chiesa di via Bologna fu progettata, costruita ed inaugurata come Santuario del Cuore Immacolato di Maria «a ricordo dell’Anno Mariano» (celebrato dal maggio 1948 al maggio 1949 in preparazione al centenario della proclamazione della Madonna delle Grazie a patrona della città e della Diocesi, atto compiuto da Pio IX nel 1849) e rimase tale fino al 1956 quando per vari motivi non si poté costruire una specifica chiesa per il “nuovo” beneficio parrocchiale della S. Famiglia.

«Nel 2020 – racconta il parroco don Marco Bezzi – mons. Perego era venuto qui alla Sacra Famiglia a celebrare a porte chiuse nel periodo del lockdown. A fine Messa siamo saliti sulla loggetta nell’abside dove si trova l’effigie del Cuore Immacolato di Maria (foto) e, leggendo la preghiera di consacrazione della Diocesi, ha definito la chiesa “Santuario”. Una volta usciti, gli ho fatto notare che la nostra non era Santuario, e lui mi ha risposto: “se non lo è, lo diventerà”. È stato di parola».

Per la duplice, storica, occasione, la parrocchia ha commissionato e portato a termine alcuni importanti lavori: la ridoratura del tabernacolo del presbiterio, che aveva perso lo smalto; il restauro e la tinteggiatura del campanile con la sostituzione della sfera di calcestruzzo sulla cuspide con una di polistirolo alta densità rivestita di resina al quarzo e tinteggiata, e la posa di una croce e di una banderuola col Cuore Immacolato di Maria. La vecchia sfera verrà posta in un angolo del piazzale.

Inoltre, è stato restaurato il sopracitato quadro, uno sposalizio mistico di Santa Margherita, con la Madonna che gli porge Gesù Bambino, copia realizzata a inizio del XVII secolo forse dal ferrarese Francesco Naselli, di un’opera su tavola del Parmigianino del 1529 conservata nella Pinacoteca Nazionale di Bologna. «A breve – ci spiega don Bezzi – commissioneremo una ricerca storica adeguata per l’attribuzione e la datazione». L’opera – donata a suo tempo da un parrocchiano, l’ing. Masotti – è esposta nel lato sud della chiesa. Il suo restauro, come di quello dell’immagine del Cuore Immacolato di Maria nell’abside, è stato realizzato da Natascha Poli con il contributo degli “Amici dei Musei e Monumenti Ferraresi”, in particolare del parrocchiano Maurizio Villani. 

A proposito dell’immagine mariana nell’abside, di cui è stata restaurata anche la suggestiva cornice e ripulito il diadema, si tratta di un’opera donata da due coniugi molto facoltosi residenti in zona (forse Boldrini), fatta benedire da papa Pio XII nel ’52 e posta nella chiesa di via Bologna il giorno della dedicazione. Il sopracitato articolo del “Carlino” riporta: «Un lungo corteo di automobili si recherà a Gallo per ricevere l’immagine della Madonna del Sacro Cuore proveniente da Roma, dove è stata benedetta dal Santo Padre. L’immagine sarà portata in processione fino alla nuova chiesa». Un dipinto molto simile, inoltre, è conservato nella cappelletta della parrocchia, realizzato da un artista anonimo. Per l’occasione, l’immagine nell’abside splenderà di nuova luce grazie anche al nuovo impianto di illuminazione.

Il 29 novembre è stata anche inaugurata la mostra “Ti racconto i 70 anni della Sacra Famiglia”, esposta nella Cappella Revedin e affidata a un gruppo di giovanissimi della parrocchia che hanno selezionato una 40ina di foto fra le oltre 200 conservate nell’archivio parrocchiale per essere esposte insieme a un video nel quale scorrono altre immagini prestate per l’occasione da diversi parrocchiani. Una proposta espositiva, questa, per ripercorrere la storia della comunità e della chiesa, con anche immagini del vecchio presbiterio prima della riforma liturgica, della scuola materna e dei diversi parroci che si sono succeduti. La mostra è aperta nelle domeniche prima di Natale o su richiesta (segreteria parrocchia: tel. 0532 767748 – mail: segreteria@sacrafamiglia.fe.it).

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 2 dicembre 2022

La Voce di Ferrara-Comacchio

Santo Spirito saluta i frati: addio ai francescani dopo 122 anni

28 Nov

Sabato 26 novembre la Messa di saluto. Accolto il nuovo parroco don Francesco Viali: «molta preghiera e niente chiacchiericcio»

Dopo 122 anni si conclude la presenza francescana a Santo Spirito e, nello specifico, dopo 12, quella dei Frati dell’Immacolata, due dei quali destinati al Santuario di Maria in Aula Regia a Comacchio.

Un momento storico per la parrocchia di zona Montebello, che domenica 27 novembre ha visto il nuovo parroco don Francesco Viali celebrare la prima S. Messa con la comunità affidatagli.

La sera precedente, la S. Messa d’addio ai Frati (il parroco padre Massimiliano Degasperi, fra Filippo M. Casamassima  e padre Felice M. Nori) e di “benvenuto” alla nuova guida, Messa presieduta dal nostro Arcivescovo e celebrata, oltre che col parroco uscente e quello entrante, con rappresentanti del Vicariato e della città. Presenti molte persone, fra cui i tre gruppi Scout parrocchiani e le Suore della Carità. 

All’Aula Regia di Comacchio andranno padre Degasperi e padre Nori, mentre fra Casamassima è destinato al santuario di Campocavallo vicino a Osimo (AN).I due, nel Santuario comacchiese troveranno padre Ave Maria Lozzer e fra Juan Maria, che dunque restano, mentre padre Stefano M. Miotto è stato trasferito al convento francescano di Trieste. P. Miotto era all’Aula Regia dal 2016, mentre dal 2013 al 2016  è stato a S. Spirito.

«Emotivamente oggi è un giorno molto toccante», ha detto Vinicio Bighi a nome del Consiglio Pastorale.«Siamo grati alla Provvidenza per averci dato subito un nuovo pastore e assicuriamo che la tradizione francescana nella nostra comunità rimarrà più viva che mai. In questi anni insieme a voi – ha proseguito rivolto ai Frati – abbiamo imparato il coraggio e la fiducia in Dio, il saper seminare bene e l’affidarci a Lui per il raccolto. Voi francescani avete sempre provato a seminare, in un modo convinto, fedele e coerente». E rivolto a don Viali: «ti abbiamo già accolto nei nostri cuori e nelle nostre preghiere.Per noi sarai padre, maestro e fratello, vogliamo condividere con te ogni gioia e ogni fatica».

Il secondo saluto, a fine Messa, l’ha rivolto padre Immacolato Acquali, primo Francescano dell’Immacolata parroco di S.Spirito, dal 2010 al 2013, e da maggio scorso Ministro Generale  dell’intero Istituto dei Frati dell’Immacolata: «sono stati 12 anni bellissimi, carichi di esperienze, con una ventina di Frati che si sono succeduti. Grazie a tutti: in questi anni ci siamo confermati a vicenda nella fede. Il raccolto fatto, ora lo mettiamo nelle mani di Dio, con l’intercessione dell’Immacolata.Alei affidiamo tutti i volti incontrati qui. Non dimentichiamo il cuore della nostra fede: tutto è per il nostro bene». Oltre a padre Acquali era presente anche il Vicario Generale dell’Istituto P. Massimiliano M. Zangheratti.

«Mi auguro che cammineremo insieme, alla luce del Signore», ha detto un emozionato don Viali, “accompagnato” da un pezzo della sua ormai ex UP: don Ruffini, don Bovina e diversi parrocchiani. In questo periodo di passaggio di consegne, ha proseguito, «mi ha molto edificato lo stile che ognuno ha tenuto:molta preghiera e niente chiacchiericcio». Il ringraziamento del neo parroco è poi andato al Beato Alberto Marvelli, “manovale della carità”: «ognuno di noi dev’essere un manovale della carità: in parrocchia, in città, nella Diocesi».

La serata di festa si è conclusa con un lauto rinfresco offerto dai parrocchiani nel campetto retrostante la chiesa. Campetto che, da alcune settimane, è stato abbellito con numerosi murales (religiosi e non), realizzati dall’artista Stefania Frigo, di Negrar di Valpolicella, nel veronese.

Le parole del Vescovo

«La chiesa è la casa della preghiera»,  ha detto mons. Perego nell’omelia. «Al tempo stesso, il monte e il tempio invitano a seguire uno stile nuovo di vita, uno stile di pace e di dialogo: “non impareranno più l’arte della guerra”». «Il dialogo e la pace sono beni di cui sentiamo l’importanza anche noi oggi – ha proseguito -, in un mondo dove la guerra ritorna, anche alle porte dell’Europa, la violenza entra in famiglia e nei luoghi quotidiani di vita. La Chiesa, casa di Dio, è il luogo dove s’impara la pace, si costruisce la pace, si dona la pace, s’incontra il Dio della pace». 

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 2 dicembre 2022

La Voce di Ferrara-Comacchio

(Foto Pino Cosentino)

Duomo, una mostra per l’intera comunità

31 Ott

Aperta in Cattedrale l’esposizione sulle preziose scoperte medievali: diverse migliaia di persone nei primi giorni hanno visitato la Cattedrale di Ferrara per la mostra a lei dedicata. Turisti e cittadini accorsi ad ammirare l’esposizione, e a rivivere finalmente la casa di tutti. Giovani, famiglie, studenti e stranieri affollano il Duomo

Visitatori in Duomo lo scorso 28 ottobre

di Andrea Musacci

La bellezza torna a splendere a oltre tre anni dalla chiusura: la Cattedrale di Ferrara, inagibile a causa dei danni del sisma 2012, è stata riaperta lo scorso 27 ottobre in occasione della mostra che presenta lo stato dei lavori e in particolare le scoperte – dopo tre secoli – dei dieci capitelli e fregi medievali delle colonne romaniche inglobate nel XVIII secolo all’interno di alcuni pilastri dell’edificio. 

Diverse migliaia di persone fin dalle prime ore di venerdì 28 hanno varcato il portone d’ingresso: gente di ogni età, tanti i giovani, anche universitari, e molti anche i turisti, francesi, giapponesi, tedeschi, anche in comitive. I primi ad entrare sono stati alcuni studenti del Liceo Carducci di Ferrara con i loro insegnanti, seguiti poi da una classe V^ del Liceo Roiti.

La presentazione dell’esposizione “Il Cantiere della Cattedrale” – ideata e curata dall’Ufficio Comunicazioni Sociali (Ucs) della nostra Arcidiocesi (in collaborazione con l’Ufficio Tecnico diocesano) -, ha visto nella mattina di giovedì 27 gli interventi dell’Arcivescovo mons. Gian Carlo Perego, del Vicario generale e Direttore Ucs mons. Massimo Manservigi, di don Stefano Zanella (Direttore Ufficio Tecnico diocesano), di mons. Ivano Casaroli (Presidente del Capitolo della Cattedrale), del Prefetto Rinaldo Argentieri, dell’Assessore comunale Matteo Fornasini, dell’Assessora regionale Marcella Zappaterra e dell’Arch. Alessandra Quarto, Dirigente della Soprintendenza. Il progetto è stato possibile grazie  anche al contributo del Comune di Ferrara, Ferrara Arte e al Trust Negri-Malacarne. 

Nel dicembre 2020 vennero alla luce frammenti di alcune delle colonne (con capitelli e fregi) medievali che sostenevano l’antico matroneo prima della ristrutturazione settecentesca (1712-1728) guidata da Francesco Mazzarelli. Opere più o meno conservate (alcune sono state rovinate dai lavori svolti nel XVIII sec.), raffiguranti leoni, grifoni e figure antropomorfe, che verranno analizzate, e di cui non si conserva alcuna documentazione. La costruzione del Duomo, chiuso da marzo 2019 coi lavori assegnati alla ditta “Leonardo”, iniziò nel 1132 e si pensa fu diretta dall’architetto e scultore Nicholaus. Una scoperta particolarmente significativa, quella delle antiche colonne, e che, unita al protrarsi dei lavori, hanno convinto l’Arcidiocesi dell’importanza di renderne partecipe l’intera comunità, permettendo anche la devozione alla Madonna delle Grazie – Patrona dell’Arcidiocesi e della Città -, la cui icona è posta nel primo altare a destra dell’ingresso principale. 

La speranza, come ha spiegato mons. Perego, è che «l’edificio possa tornare totalmente agibile in occasione del Giubileo del 2025». Possibile apertura già a dicembre 2023. 

Nel frattempo, la mostra in Duomo è visitabile tutti i giorni dalle ore 9 alle 12 e dalle 15 alle 18. A breve sarà disponibile anche un depliant illustrativo.

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 4 novembre 2022 (dove è possibile trovare il servizio completo sul Duomo, di 3 pagine)

La Voce di Ferrara-Comacchio

(Le foto sono di Andrea Musacci)

Un pezzo di storia italiana: Paparella ricordato a Ferrara

10 Ott
Un momento dell’incontro a Casa Cini

L’8 ottobre a Casa Cini la presentazione della nuova edizione del libro “Un cristiano senza aggettivi” dedicato al dirigente dell’AC. Una vita appassionata ripercorsa tra storia collettiva e personale

L’8 ottobre il salone di Casa Cini a Ferrara ha ospitato la presentazione del libro “Bruno Paparella. Un cristiano senza aggettivi”, appena edito dalla nostra Diocesi (Ufficio comunicazioni sociali – Ucs) nella collana “Con occhi nuovi – Profili”. Lo stesso Ucs ha realizzato i quattro pannelli esposti durante l’incontro, al quale hanno partecipato una 60ina di persone. Libro e incontro sono stati resi possibili grazie all’iniziativa e all’organizzazione di Francesco Paparella, nipote di Bruno.

Bruno Paparella (Ferrara, 14 settembre 1922 – Roma, 29 ottobre 1977) è stato Segretario Generale dell’Azione Cattolica. Fu anche partigiano nella 33ª brigata Ferrara, presidente dell’AC di Ferrara e dei Comitati Civici ferraresi nelle elezioni del 1948, vice Segretario generale dell’AC dal 1948 al 1952 e responsabile della formazione permanente dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.

Giorgio Vecchio (già Ordinario di Storia Contemporanea all’Università di Parma) ha ripercorso la biografia di Paparella, sottolineando ad esempio, nella sua giovinezza, la forte partecipazione alla vita parrocchiale, che significava «forte dimensione popolare, nonostante l’ambiente benestante dal quale Paparella proveniva».

Paolo Trionfini (docente di Storia Contemporanea all’Università di Parma, Direttore ISACEM – Istituto per la storia dell’Azione Cattolica) si è invece soffermato in particolare sul periodo romano di Paparella.

A seguire, vi sono state diverse testimonianze: Corrado Truffelli, ex politico DC parmense (e padre di Matteo, ex Presidente nazionale AC) ha ricordato il suo «senso dell’accoglienza» e la sua pazienza. Letizia Fallani (figlia di Giovanni, caro amico di Paparella negli anni romani, ex Direttore del Sir e capo ufficio stampa dell’AC) ha ricordato «l’allegria e la voce gentile» di Paparella durante le cene tra le due famiglie. «Verità e autenticità erano le due parole che contraddistinguevano mio padre e Bruno», ha aggiunto. Gianfranco Maggi, albese, successore – dal ’72 al ’74 – di Paparella come Segretario generale dell’AC italiana, ha ripercorso il filo di continuità presente in Paparella, dall’immediato dopoguerra al nuovo Statuto dell’AC alla fine degli anni ’60. Infine, hanno portato una loro breve testimonianza anche Maria Bellucci (figlia di Vittorio, dirigente dell’AC) e  Chiara Ferraresi (ex Presidente dell’AC diocesana e figlia di Pino Ferraresi, che ricoprì lo stesso ruolo dall’83 all’89). Durante le testimonianze, sono state proiettate alcune foto e brevi frammenti video di Paparella, a cura di Carlo Magri.

L’incontro – introdotto e moderato da Riccardo Modestino – si è concluso con le considerazioni finali di mons. Gian Carlo Perego. «Paparella, come tanti altri – ha riflettuto -, ha trovato nell’AC un luogo decisivo di formazione e di azione. In un certo senso, è stato anche erede della testimonianza di Giovanni Grosoli, della sua attenzione per il mondo economico e la stampa». «Laicità e missionarietà», per mons. Perego, hanno sempre contraddistinto il suo impegno nella Chiesa e nella società, senza dimenticare il suo attivismo antifascista. A tal proposito, il Vescovo ha annunciato come si stia lavorando per presentare l’allora Vescovo di Ferrara mons. Ruggero Bovelli come “Giusto fra le Nazioni” per la sua attività a favore di tanti ebrei. 

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 14 ottobre 2022

La Voce di Ferrara-Comacchio