Tag Archives: Arte

Una grande festa diocesana: Sacra Famiglia, Santuario e 70°

5 Dic

Chiesa stracolma martedì 29 novembre per la doppia festa nella comunità di via Bologna. Don Bezzi: «in questa parrocchia è sempre stata forte la devozione mariana»

Lo scorso 29 novembre era gremita la chiesa della Sacra Famiglia per la Solenne Celebrazione di erezione della stessa a Santuario Arcidiocesano del Cuore Immacolato di Maria. 

Un evento memorabile, atteso da tanti anni, dopo che, solo per un breve periodo (dal ’52 al ’56) era  già stata Santuario. Ma vicissitudini, ormai confinate nella storia, fecero diventare l’edificio su via Bologna chiesa parrocchiale (invece di costruirne un’altra ad hoc nelle vicinanze), e non più Santuario. 

Ora, invece, la grande comunità guidata da don Marco Bezzi ha il “privilegio” di rimanere parrocchia e in più, la stessa Casa, di essere riconosciuta anche come Santuario mariano.

Il dipinto rinato

La cerimonia del 29 ha visto, prima della liturgia, la benedizione da parte dell’Arcivescovo del quadro a olio “Maria col Bambino Gesù e i Santi Margherita, Girolamo e Petronio”, donato a suo tempo dal parrocchiano Ing. Ubaldo Masotti (in chiesa era presente il figlio Luigi con la moglie). 

L’opera, esposta sulla parete sud dell’edificio, è stata restaurata, come quella dell’immagine del Cuore Immacolato di Maria nell’abside, da Natascha Poli, con il contributo degli “Amici dei Musei e Monumenti Ferraresi”. 

Poli, nata e cresciuta proprio nella parrocchia della Sacra Famiglia, ha eseguito i lavori in collaborazione col Laboratorio di restauro di Alberto Mauro Sorpilli. «È stato un lavoro impegnativo e delicato», ci spiega la restauratrice: «era praticamente impossibile distinguere i volti».

Le parole del parroco

Prima della lettura del Decreto di erezione a Santuario, da parte di don Nicola Gottardi (vicario parrocchiale – insieme a don Thiago Camponogara – e vice Cancelliere Arcivescovile), Caterina Villani, parrocchiana, ha portato i saluti della comunità, seguiti da quelli del parroco. 

«Nella nostra parrocchia c’è da sempre un’autentica devozione mariana, quindi la scelta del Santuario non c’entra niente con la nostalgia», ha spiegato don Bezzi. Citando la “Marialis Cultus” di Paolo VI del ‘74 (par. 35) – «La Vergine Maria è stata sempre proposta dalla Chiesa alla imitazione dei fedeli» perché «fu la prima e la più perfetta seguace di Cristo» -, il parroco ha invitato a un maggiore «ascolto della Parola, alla carità, allo spirito di servizio, all’adesione totale alla volontà di Dio, per un mondo dove, in attesa del ritorno del Cristo, possa regnare la pace». 

«Voglio ringraziare questa comunità, nella quale sono cresciuto e dove ho svolto il servizio di chierichetto, catechista, educatore, volontario Unitalsi», ha proseguito. «Qui, ho imparato a pregare e a mettermi al servizio del prossimo e della Chiesa». 

L’omelia del Vescovo

«Era il 29 novembre 1952 – ha detto mons. Gian Carlo Perego nell’omelia ricordando le origini della parrocchia -, «anni in cui era ancora viva la sofferenza della guerra, le distruzioni, e quando la città, profondamente segnata dai bombardamenti, rinasceva. La costruzione, nel 1949, e la consacrazione di questa chiesa erano un segno di questa rinascita. E in 70 anni questa chiesa è stata al centro della vita di una comunità che cresceva lungo l’antica via Bologna, accompagnata dai suoi pastori». 

«I Santuari – ha poi proseguito – sono il segno vivente del cuore di Maria che accompagna la vita della Chiesa», e ora anche in questo Santuario si può «sperimentare la maternità di Maria, il suo amore».

Lo Statuto di erezione

Prima della lettura da parte dell’Arcivescovo (davanti all’immagine sull’abside, insieme ai presenti) dell’Atto di Consacrazione della Diocesi al Cuore Immacolato di Maria, don Gottardi ha letto lo Statuto di erezione del Santuario: «si auspica possa diventare in modo crescente meta di pellegrinaggi per i fedeli dell’Arcidiocesi di Ferrara-Comacchio», è scritto. E ancora: «I pellegrini potranno acquistare l’indulgenza parziale, alle consuete condizioni, ogni volta che presso il Santuario parteciperanno con fede e devozione ad una Celebrazione Eucaristica, o reciteranno l’apposita preghiera» [alla Vergine Maria], «scritta e approvata dall’Arcivescovo mons. Gian Carlo Perego». «Presso il Santuario – un’altra importante avvertenza indicata nel testo – devono essere celebrate con cura: la Solennità del Cuore Immacolato di Maria; la processione ogni primo sabato del mese al termine della Santa Messa vespertina; la Santa Messa votiva di Santa Maria in sabato».

Il saluto di mons. Turazzi

Grande calore, come sempre, hanno portato nei presenti le parole finali di mons. Andrea Turazzi, Vescovo di San Marino-Montefeltro, ed ex parroco della Sacra Famiglia (dal 2005 al 2013; tra i sacerdoti era presente anche il suo successore don Mauro Ansaloni): riandando all’ingresso in chiesa (“innevata” dai calcinacci caduti) la mattina del terremoto del 20 maggio 2012, ha ricordato il suo pensiero di allora: «Gesù, come noi anche tu sei terremotato…». «Ho capito, insomma, con ancora maggiore forza, che la Chiesa è il Signore che vive con noi, che il suo tempio siamo noi, la sua comunità di fedeli. Dopo la celebrazione di ogni Sacramento – ha proseguito -, salivamo sulla loggia per ringraziare la Madonna: e questo semplice gesto, ho notato più volte, commuoveva anche tanti atei». 

Ai due Vescovi è stata donata una riproduzione incorniciata dell’immagine stessa.

Mostra nella vicina Cappella Revedin

A seguire taglio del nastro e visita della mostra nella Cappella Revedin. L’esposizione dal titolo “Ti racconto i 70 anni della Sacra Famiglia”, è stata curata, e presentata, da un gruppo di giovanissimi della parrocchia che hanno selezionato una 40ina di foto fra le oltre 200 conservate nell’archivio parrocchiale per essere esposte insieme a un video nel quale scorrono altre immagini prestate per l’occasione da diversi parrocchiani. La mostra è aperta nelle domeniche prima di Natale o su richiesta (parrocchia: tel. 0532 767748 – mail: segreteria@sacrafamiglia.fe.it).

A seguire, rinfresco nella palestra con taglio finale della torta per il 70° della parrocchia.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 9 dicembre 2022

La Voce di Ferrara-Comacchio

(Foto Pino Cosentino)

L’inafferrabile consistenza del reale nelle opere di Guarienti

7 Nov

La mostra “La realtà del sogno” esposta nel Castello di Ferrara fino al 22 gennaio. Mistero e malinconia nell’antologica dell’artista 99enne 

di Andrea Musacci

È la realtà che svanisce nell’oblio, oppure è l’oblio che svanisce grazie al (ri)emergere delle figure? 

È questo uno degli interrogativi che suscita l’interessante mostra antologica “La realtà del sogno”, ospitata fino al 22 gennaio nel Castello di Ferrara, e organizzata da Fondazione Ferrara Arte e Servizio Musei d’Arte del Comune.

Carlo Guarienti, artista 99enne in bilico fra surrealismo e metafisica, viene così omaggiato dalla nostra città, la cui stagione autunno-invernale è cornice perfetta per le sue opere dolenti.

Un velo sembra coprire, dunque, lo sguardo dell’uomo moderno, soprattutto dal 1960, con l’opera Ritratto di Faldivia: le certezze razionali svaniscono come spettri, e le fantasticherie e gli incubi dell’artista – di un’epoca? – prendono forma, evocano malinconici paesaggi esistenziali. Una caligine spessa, materica avvolge le figure o le inonda, informandole di sé. Via via, i volti, i corpi si fanno più sfumati, irregolari, angoscianti. Appaiono nel loro sparire. In Guarienti tutto ha, dunque, l’aspetto della malattia, della consunzione. L’occhio – si veda ad esempio le opere Un gioco d’azzardo (1975) o Madame de la crepaudière (idem) – che scruta famelico e osceno lo spettatore, così come il tema del doppio, che a volte ricorre, non fanno che aumentare questo senso di perturbamento.

L’artista sembra, dunque, suggerirci che la realtà è molto più evanescente, contraddittoria e inafferrabile di quanto possiamo pensare. Difficile dire se la nostra vita sia sogno oppure abbia diversa, misteriosa, consistenza.

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” dell’11 novembre 2022

La Voce di Ferrara-Comacchio

Piero Guccione e quella luce che avvolge: la mostra al PAC di Ferrara

10 Ott

di Andrea Musacci

«Sparir carne / per spicciare sorgente ebbra di sole, / dal sole divorata…» 

(E. Montale, “Riviere”)

Un invito ad andare oltre, a sciogliere la propria razionalità in un bagno estatico. A questo ci richiama l’opera pittorica di Piero Guccione (1935-2018), in mostra al PAC – Padiglione di Arte Contemporanea di Ferrara fino al prossimo 8 gennaio.

“Piero Guccione. Mistero in piena luce” – questo il titolo – raccoglie più di 70 opere da un’idea di Vittorio Sgarbi e Lorenzo Zichichi e con la curatela di Vasilij Gusella. La mostra sarà l’ultima in programma al PAC prima dei lavori programmati per poter ospitare lo Spazio Antonioni, e si realizza a poco più di 50 anni dall’ultima esposizione ferrarese dedicata a Guccione, organizzata nel ‘71 da Franco Farina al Centro Attività Visive di Palazzo dei Diamanti. 

Suddivisa tra il periodo romano dell’artista (dove domina una pittura espressionista, con anche echi baconiani) e il suo ritorno nella natìa Sicilia nel ’79-‘80, la rassegna ripercorre cronologicamente l’intera sua produzione. 

Soffermandoci sulle sue opere dedicate alla fusione di mare e cielo, notiamo come qui l’artista si avvicini a una ricerca dell’ineffabile, a una rarefazione che sconfina nell’astratto. Riguardo alle lagune veneziane di un altro pittore, Virgilio Guidi, Alfonso Gatto scriveva – e son parole che possiamo dedicare anche ai mari guccioniani: «Qual è la parola di Guidi se non questo silenzio assoluto, questo creato illeso in cui i colori, le forme e gli spazi si rispondono apparendo, evocati per quanto sono stati visti?».

Guccione ci riconsegna la natura nella sua essenza più pura. Nei suoi mari, la luce più che invadere lo spazio, l’orizzonte, lo satura: la luce diventa spazio, come in una visione assoluta, piena, luce di gloria. Una luce – sintesi di forme, spazi e radiosità – che avvolge, incanta, si fa richiamo onirico: quasi non si riesce a staccarvi gli occhi, si desidera venirne avvinti, avvolti, inghiottiti. 

«Tutte le immagini portano scritto: “più in là”!», scriveva Montale nella sua “Maestrale”. Guccione ha dovuto ritornare nella sua terra, reimmergersi con lo sguardo nel suo mare per averne più profonda consapevolezza.

Immagine: P. Guccione, Linee del mare, 2006 (Olio su tela, cm 70 x 91, Collezione privata)

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 14 ottobre 2022

La Voce di Ferrara-Comacchio

Piero Guccione

Le periferie di Ferrara in mostra alla Porta degli Angeli (sottoutilizzata)

10 Ott

Fino al 30 ottobre negli spazi della Porta degli Angeli (Rampari di Belfiore 1, Ferrara) è possibile visitare la mostra fotografica di Giulio Testi intitolata “Deriva dopo il sogno”. L’iniziativa ha il patrocinio del Comune di Ferrara.

Il progetto nasce dalla volontà del collettivo di curatrici “Innesto” di dar voce alla sfaccettata visione che il giovane artista ha della periferia della città, il quale ha prediletto, in questa occasione, le zone di Barco, Doro e Pontelagoscuro.

Una buona occasione, anche, per ricordare come la Porta degli Angeli sia purtroppo sottoutilizzata. L’edificio fu gestito, grazie a un bando comunale, da fine 2010 ad agosto 2014 dal progetto RTA (Stileitalico, Yoruba, Ferrara Video&Arte, Cantiere delle Idee Chiare e Sfuse, Arch’è), e da fine 2014 al 2018 da Evart.

Otto anni con tante mostre ed eventi.Dopo, solo poche sparute esposizioni. Un vero peccato.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 14 ottobre 2022

La Voce di Ferrara-Comacchio

Zanzara, nuovo spazio a Ferrara per l’arte contemporanea

20 Set

In via del Podestà si parte con le mostre di David Grigoryan ed Elisa Leonini

Un nuovo progetto artistico sta per nascere nel cuore di Ferrara: si tratta di “Zanzara arte contemporanea”, galleria ideata da Giulia Giliberti e Sara Ricci, che verrà presentata venerdì 23 settembre. Il luogo – via del Podestà, 11-11/A e le ex scuderie al 14/A – ha già conosciuto, alcuni anni fa, un tentativo simile: la Fabula Fine Art aperta da Giorgio Cattani nel 2016.

L’obiettivo delle due curatrici – con un’esperienza alle spalle anche come coordinatrici di festival d’arte pubblica, a eventi e mostre del settore, nella comunicazione di mostre ed eventi culturali – è di sviluppare mostre e progetti con artisti nazionali e internazionali, riavvicinando e riconnettendo l’arte contemporanea al tessuto urbano e sociale della città. Un programma ambizioso. Il nome dice già di questo legame col nostro territorio, ma soprattutto richiama una definizione dell’artista Joseph Beuys: «l’arte è una zanzara dalla mille ali». Mentre lo spazio al civico 11-11/A è un “cubo bianco” che ospiterà principalmente mostre pittoriche e fotografiche, quello al civico 14/A è uno spazio meno convenzionale, che porta le tracce del suo passato, una sfida per le curatrici e per gli artisti invitati a confrontarsi con la sua natura, pensato per progetti installativi, performativi, per eventi e proiezioni.

La galleria inizia la propria avventura con due mostre visitabili dal 27 settembre (il 23 inaugurazione ad invito) al 30 dicembre: si tratta di “Odessa Sole mio” di David Grigoryan, mostra fotografica dedicata alla città ucraina, raccontata attraverso gli scatti del fotoreporter georgiano classe ’87, che negli anni ha catturato scene di vita vissuta per le strade della sua città, prima e durante la guerra tuttora in corso. Il percorso comprende una selezione di 23 fotografie che Grigoryan ha scattato in circa 10 anni e un video realizzato in questi giorni a Odessa.

L’altra esposizione è “Anomaliae” di Elisa Leonini, artista ferrarese classe ’80 (nonché titolare della cattedra di Discipline Plastiche e Scultoree presso il Liceo Artistico Dosso Dossi di Ferrara), la quale, partendo da ingrandimenti di frammenti di dischi in vinile e bachelite, realizzati al microscopio elettronico presso il Centro di Microscopia Elettronica dell’Università degli Studi di Ferrara, realizza immagini, suoni e sculture che mutano in paesaggi e territori sconosciuti.

Le mostre sono visitabili il martedì e mercoledì dalle ore 10 alle 12 e il giovedì e venerdì dalle ore 11 alle 18. Nell’ambito del Festival di “Internazionale”, venerdì 30 settembre alle ore 15 è in programma una visita guidata alla mostra “Odessa Sole mio” con le curatrici del progetto Giulia Giliberti e Sara Ricci, e l’introduzione di Michele Esposito, corrispondente ANSA, in Ucraina a marzo scorso e collegamento diretto tra l’artista e la galleria d’arte. Ingresso libero fino a esaurimento posti. Consigliata la prenotazione inviando una mail a info@zanzaraartecontemporanea.it

Andrea Musacci

Articolo pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 23 settembre 2022

Lutto e apparizione: la mostra di Maria Chiara Bonora

12 Set

di Andrea Musacci

Non si può «accettare la morte come evento in sé dotato di senso. Non si può. Il pane, la luce, la verità, l’amore sono in sé dotati di senso – la morte dell’uomo no». 

(R. Guardini, “Le cose ultime”)

Colmare una mancanza, dare corpo e senso a un’assenza irrimediabile. È il tentativo compiuto dalla fotografa Maria Chiara Bonora dopo la perdita della madre dieci anni fa. Un distacco non rimarginabile, ma a cui l’artista ha cercato – cerca ancora – di dare forma e profondità. Il frutto di questo lavoro interiore è la mostra di foto dal titolo “Non ho mai smesso di respirare”, inaugurata sabato 10 settembre alla Galleria del Carbone di Ferrara e visitabile fino al 25 di questo mese. Ed è la parte più abissale e misteriosa di lei a chiederglielo: quel mondo dei sogni sempre imprevedibile nei tempi e nel linguaggio, e quell’altro regno, della memoria, non meno imponderabile.

In una delle foto (immagine sopra), un volto di donna coperto da un velo sembra segnato dalle ingiurie della morte. Volto (della madre, ma della figlia stessa) che è inganno e consolazione, certezza e fantasia. È quindi con l’immagine che l’artista prova a colmare questo enorme silenzio del distacco ultimo. Tenta di ridare, o di riconoscere, realtà a ciò che è velato ai nostri occhi («Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia» – 1Cor 13,12). L’immagine fotografica è di per sé inaspettata epifania: come scrive Agamben, in ogni foto vi è l’esigenza «di cogliere il reale che si sta perdendo per renderlo nuovamente possibile» (“Il Giorno del Giudizio”). Nel caso di Bonora, l’apparizione ha una forza tale da voler diventare resurrezione, pur simbolica. Un tentativo di risposta alla grande domanda sulla morte e sull’eterno e, forse, anche alla supplica, dolce e oscura, della madre.

Articolo pubblicato su “La Voce” del 16 settembre 2022

La Voce di Ferrara-Comacchio

Addio a Gianni Deserri, amato scultore ferrarese

12 Set

Nel pomeriggio di giovedì 8 settembre è deceduto improvvisamente Gianni “John” Deserri, 74 anni, stimato scultore, pittore e docente ferrarese. Un infarto non gli ha lasciato scampo mentre si trovava in vacanza con la famiglia a Cupra Marittima nelle Marche. Ne da notizia il Club “Amici dell’Arte” – Galleria “Il Rivellino” di Ferrara, di cui Deserri era membro del Direttivo (da oltre 20 anni) e ne dirigeva il Laboratorio di Scultura dell’Accademia “San Nicolò”, del quale era docente dal 1987. Deserri lascia la moglie Luisa e il figlio Dario, scrittore residente a Berlino.

Gianni Deserri aveva frequentato a Bologna il Liceo Artistico Statale conseguendo il diploma di maturità artistica, proseguendo poi gli studi all’Accademia, nella sezione Scultura. All’età di 24 anni diventa prima assistente e poi professore del Liceo in cui è stato studente, trasferendosi successivamente all’Istituto Statale d’Arte per oltre trent’anni. Artista poliedrico, nella sua carriera oltre alla scultura si è cimentato anche nella pittura e nel disegno tecnico, fino all’illustrazione. Fra i premi ricevuti, il Premio “Vittorio Sandoni” (Bologna, 2003), il 6º Premio Nazionale “Il Percorso della Memoria” (Ferrara, 2010), il Premio d’arte contemporanea “Il Segno” (Galleria Zamenhof, Milano, 2012) e il Premio Lucio Fontana (Torino, 2012).

Andrea Musacci

Articolo pubblicato su “La Voce” del 16 settembre 2022

Quel “niente” dei film di Antonioni così pieno di senso

13 Giu
L’avventura (1960)

Al PAC di Ferrara fino al 10 luglio la mostra “La città del silenzio”. Opere di 62 artisti ispirate al regista ferrarese. Un’occasione per ripensare all’essenza della sua poetica al di là di facili banalizzazioni

Quel regista che filmava “il niente”, autore di capolavori che spiazzavano – coi loro silenzi, coi loro vuoti, con quegli spazi morti – le abitudini e le mode di critici e spettatori. 

Questo e molto altro è stato Michelangelo Antonioni, al di là di etichette, di facili e strumentali piegature della sua poetica a icona pop. L’Amministrazione Comunale di Ferrara insieme a Ferrara Arte ha deciso di omaggiarlo in occasione dei 110 anni dalla sua nascita con una mostra collettiva di artiste e artisti ferraresi (oltre 60) – “La città del silenzio. Artisti ferraresi per Antonioni” -, che fino al 10 luglio espongono le loro opere al PAC – Padiglione d’Arte Contemporanea di Ferrara, che prossimamente verrà convertito proprio in Spazio Antonioni. La mostra in un certo senso può essere vista anche come continuo ideale di “Pittori fantastici nella valle del Po” (nel 2020 al PAC) e di “Il sogno di Ferrara” di Mantovani (in mostra al Castello): una sorta di Trilogia del silenzio, per richiamare quella del “silenzio di Dio” di Ingmar Bergman (morto lo stesso giorno di Antonioni, il 30 luglio 2007).

Il legame di Antonioni con le arti è stato indagato, lo ricordiamo, 9 anni fa con la mostra “Lo sguardo di Michelangelo Antonioni e le arti”, esposto da marzo a giugno 2013 a Palazzo dei Diamanti. Per quanto riguarda la pittura citiamo, a mo’ di esempio, i richiami nei suoi film a opere di Rothko e Schifano (per Zabriskie Point, ’70), a quelle di De Chirico e Sironi (nella Trilogia dell’incomunicabilità: L’avventura, La notte, L’eclisse, rispettivamente del ’60, ’61 e ’62). Senza dimenticare le “Montagne incantate” da lui stesso realizzate.

In una lettera a Rothko, Antonioni scrive: «Io e lei facciamo lo stesso mestiere: lei dipinge e io filmo il niente». Lo squallore, la noia, la tristezza della mediocrità degli ambienti e dei paesaggi – urbani e naturali – col regista “diventano” immagine poetica. A lui riesce quel che solo un vero artista può fare: cambiare lo sguardo di chi ammira le sue opere. E quegli occhi nuovi permettono, quindi, di godere, anche nella quotidianità, dei particolari più insignificanti. Di amare – pur nello struggimento e nella malinconia – oggetti, luoghi e ambienti che altrimenti non vedremmo più, incapaci di coglierne l’anima, tediati dalla loro pesante normalità. È questo il servizio che ci fa un artista come Antonioni. Come scrive Enrica Fico nel catalogo: «cercava la luce per ogni inquadratura. Si faceva incantare dal paesaggio, anche da un orribile balconcino grigio sotto la pioggia, pur di creare il contesto esatto, vero per la sua storia».

«Provo il bisogno di esprimere la realtà in termini che non siano affatto realistici», disse Antonioni in un’intervista, a ulteriore dimostrazione di come certo “realismo” in realtà uccida la realtà, banalizzandola. Alain Robbe-Grillet disse: nei film di Antonioni «le immagini non nascondono nulla. Ciò che vediamo è estremamente limpido, eppure il significato dell’immagine è sempre problematico e lo diventa ancora di più man mano che la storia prosegue». Citando Roland Barthes, la poetica di Antonioni privilegia il punctum dell’immagine – cioè quell’indefinibile che coinvolge e turba chi la guarda -, al suo studium – il mero campo di informazioni che l’immagine stessa ci dà. 

In alcuni film del regista, disse qualche critico riferendosi in particolare alla Trilogia, «non succede nulla». Giudizi molto superficiali di chi – esperto o meno, poco importa – si aspetta da un’opera d’arte, o letteraria, solo qualche brivido, qualche sensazione, qualche stimolo fugace che non faccia scivolare nella noia. Cioè, detto altrimenti, che non faccia né sentire né pensare alla propria condizione. Come se fosse mero intrattenimento. 

È invece sopravvalutata – nel cinema come nella letteratura – la trama, il “significato” potremmo anche dire, mentre si dimentica, non ci si accorge quanto i significanti, la cosiddetta “forma” siano essenziali. La forma è contenuto. Annoiarsi, quindi, è segno della nostra incapacità di contemplare, rimanere in silenzio, attendere, indugiare. Bisogna, invece, reimparare a “prendere tempo” e a perdersi nella densità e nella magia dell’immagine artistica. Ne L’avventura, ad esempio, non vi è soluzione del mistero, non c’è consolazione. Ci si “perde” – ed è una grazia – nelle viscere emotive dei personaggi, nei loro dedali esistenziali e psicologici.

L’assenza o la rarità – di parole, di suoni, di azione – non è vuoto, ma presenza non immediatamente percepibile, luogo del possibile. Il cinema di Antonioni ci abitua a vedere il pieno in ciò che ci sembra vuoto, a immergerci, a sentire il più possibile la vita, a ricordarci di fare attenzione ad essa, senza sommergerla di immagini e rumori.

Ancora Barthes scrisse: «Guardare più a lungo del richiesto […] disturba gli ordini stabiliti, quali che siano, nella misura in cui, di solito, il tempo stesso dello sguardo è controllato dalla società». È inquietante pensare alla nostra attualità in cui generazioni crescono coi tempi brevissimi, quindi vuoti (davvero), delle notizie sullo smartphone, delle immagini su Instagram, dei video su Snapchat o TikTok. 

Reimpariamo, invece a indugiare, ad assaporare i vuoti e i silenzi, a contemplare la bellezza. Ci ritroveremo forse più inquieti, meno “soddisfatti”, ma di sicuro più pieni di senso e di verità.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 17 giugno 2022

https://www.lavocediferrara.it/

Excrucior, arte e fede a Mesola

28 Apr
Gesù è inchiodato alla croce, Samuel Moretti

La sera di lunedì 18 aprile in chiesa concerto col brano di Franca Gianella e opere di Samuel Moretti

Si intitola “Excrucior” l’evento dedicato alla Via Crucis svoltosi la sera di lunedì 18 aprile nella chiesa arcipretale di Mesola.

Un progetto artistico particolare che ha visto la collaborazione fra l’artista mesolano Samuel Moretti, la compositrice di Bosco Mesola Franca Gianella e diversi musicisti e cantanti: Gianmaria Raminelli (organo), Cecilia Padovani (soprano), Elene Sanadze (soprano), Elisabetta Fantinati (mezzosoprano), Francesca Cavallari (mezzosoprano).

«Questa Via Crucis la realizzai due anni fa», ci racconta Moretti. «Gianella stava lavorando sullo stesso tema. Dopo aver visto i miei lavori, ha realizzato questo brano», “Donata Croce (Per sempre amato)”, un lavoro per voci a bocca chiusa che la sera del 18 è stato accompagnato all’organo da Gianmaria Raminelli, e ha visto alcuni momenti “teatrali” con interventi del coro narrante, voci maschili e femminili a rappresentare il popolo che assiste alla condanna di Gesù Cristo. Il brano, diviso in tre blocchi, è stato intermezzato da due Salmi (Salmo 54 e Salmo 21) e da Isaia 52 (Carme del Servo Sofferente). 

«Dopo aver scritto l’inno dedicato alla Vergine Maria Vivida luce per Soprano, Alto, Basso e Organo, ho composto la Via Crucis Donata Croce per Soprano, Alto, Coro narratore e Organo», spiega Gianella. «Per questa composizione mi sono ispirata a Maria, al dolore della madre che accompagna il figlio alla croce; le parti cantate sono tutte a bocca chiusa con momenti a bocca socchiusa e altri con suoni generici aspirati per sottolineare l’inesprimibile disumanità del dolore causato dal dover sopravvivere ai propri figli». Coro, organo e cantanti si sono esibiti davanti all’altare, dove sono state esposte, ad arco, le 14 stazioni realizzate da Moretti, disegni su carta in tavolette ovali su sostegni, ognuna di 30×14 cm circa. Per l’occasione è stato realizzato un catalogo, curato dagli Amici dell’Arte di Faenza, con cui Moretti collabora, con le opere dello stesso Moretti, il brano di Gianella, e testi dell’Assessora Lara Fabbri e del parroco don Mauro Ansaloni.

«Samuel Moretti ripropone la Passione di Cristo con disegni raffiguranti ciascuno un volto, il volto della sofferenza», sono parole di don Ansaloni. «Franca Gianella, col suo brano, ci permette di entrare nella drammaticità delle immagini del Cristo sofferente. L’arte certamente può aiutarci a rendere visibile l’Invisibile. L’occhio della fede ci introduce al Mistero, ma anche al non credente l’immagine può svelare realtà molto profonde e intime.

Franca e Samuel ci offrono, prima di tutto, l’occasione di riflettere sul dolore e sulla morte. In ciò che ha vissuto Cristo ritroviamo le nostre esperienze di sofferenza; possiamo rileggere la realtà del mondo e del nostro tempo».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 22 aprile 2022

https://www.lavocediferrara.it/

Via Crucis, anima della nostra storia

13 Apr
Via Crucis, Gaetano Previati

In uscita il libro “La Via Crucis tra storia, devozione e arte” dei coniugi Margherita e Gianni Goberti. Con un occhio particolare alle sue espressioni nel nostro territorio

Una devozione sempre viva e popolare è quella della Via Crucis, anche nel nostro territorio, dove tante sono le sue rappresentazioni nelle chiese e nei musei.

Questa storia che prosegue, affascinando credenti e non, è al centro del libro in uscita dal titolo “La Via Crucis tra storia, devozione e arte” (Edizioni La Carmelina, Ferrara, 2022) dei coniugi Margherita Goberti e Gianni Goberti, giornalista lei, poeta lui.

Nel volume, anche un breve pensiero del nostro Arcivescovo mons. Gian Carlo Perego: una «spiritualità francescana, carica di semplicità, di pace attraversa tutto il suo scritto, aiutandoci a vivere la Passione di Cristo con fede», scrive in un passaggio. Il libro è arricchito anche dal ringraziamento di Papa Francesco, dopo il dono di una copia del libro, tramite una missiva firmata dall’Assessore Peter B. Wells della Segreteria di Stato Vaticana.

La storia

La prima parte del libro ripercorre la storia della devozione, soffermandosi in particolare sul francescano San Leonardo da Porto Maurizio (1676-1751) a cui si deve la diffusione, che nelle sue missioni ne eresse 572. Egli predicò anche a Ferrara e un suo ritratto dipinto su una grande tela, conservato nella chiesa cittadina di Santo Spirito, di autore anonimo forse della metà del XIX secolo. Qui è raffigurato mentre parla alla folla con il braccio destro alzato e un teschio sulla mano sinistra. 

Fu un’istanza del 1731 di papa Clemente XII a estenderne la facoltà anche nelle chiese non francescane.

San Leonardo dimorò a Ferrara dal 15 al 29 maggio 1746 su invito dell’Arcivescovo Girolamo Crispi. Come racconta il canonico Giuseppe Antenore Scalabrini, raccomandò la devozione della Via Crucis, istituì l’adorazione perpetua del SS. Sacramento e raccomandò che sopra le case si effigiasse il SS.mo Nome di Gesù. Questi ricordano quelli propagati da San Bernardino da Siena, ma con in più, oltre a IHS, la M di Maria. A Ferrara tornò a fine gennaio 1747, proveniente da Argenta per predicare in alcuni monasteri di clausura. Si recò anche a S. Antonio in Polesine e al Corpus Domini.

Un paragrafo a parte è dedicato al Santuario del Poggetto fuori Ferrara, con i suoi 15 capitelli inaugurati e benedetti il 21 ottobre 1894, rappresentanti i Misteri del Rosario.

La devozione

Nella seconda parte del libro, gli autori affiancano a ogni stazione della Via Crucis una chiesa: le prime cinque Via Crucis si riferiscono alle più antiche presenti nelle chiese di Ferrara e provincia, poi a quelle successive, ai tre monasteri in città e al nostro Seminario Arcivescovile. L’ultima stazione, quella riferita alla Resurrezione, si identifica con la Basilica di San Pietro a Roma. Ogni stazione è accompagnata da una poesia di Gianni Goberti.

Queste le chiese della nostra Diocesi citate: Chiesa dei Santi Giuseppe, Tecla e Rita (Ferrara), chiesa dei Santi Filippo e Giacomo (Porotto), chiesa Pieve dei SS. Pietro e Paolo (Vigarano Pieve), chiesa S. Antonio Abate (Ferrara), chiesa San Gregorio (Ferrara), chiesa S. Maria della Consolazione (Ferrara), chiesa San Luca (Ferrara), chiesa Sant’Agostino (Ferrara), chiesa San Giuseppe Lavoratore (Ferrara), chiesa San Benedetto (Ferrara), chiesa Santa Caterina Vegri (Ferrara).

L’arte

Tanti gli artisti che nei secoli hanno rappresentato la Via Crucis, fra cui Francesco Messina e il suo monumento in granito e bronzo a San Giovanni Rotondo, vicino al Convento di Padre Pio.

Un’attenzione particolare nel libro è data agli artisti ferraresi: Gaetano Previati, i nostri sacerdoti diocesani don Franco Patruno e don Lino Costa, Franca Venturini Chiappini, Mario Piva, Mirella Guidetti Giacomelli, Gianni Cestari. E poi quella speciale Via Crucis ospitata nella Casa Circondariale di Ferrara, realizzata da un gruppo di pittori del Circolo culturale “Il salotto” di Bondeno.

Un libro utile e appassionante, insomma, dove il rigore della ricerca storica si accompagna all’imprevedibilità del testo poetico, la devozione pulsa nella vita di un popolo, quello ferrarese, e in quella dei suoi artisti antichi e moderni. Una pubblicazione “urgente”, vien da dire, perché ci ricorda di considerare come mai procrastinabile la nostra scelta di porci alla sequela di Cristo.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 15 aprile 2022

https://www.lavocediferrara.it/