
“Di ciò che ci hai donato”: il libro con la Via Crucis di Franco Morelli e le meditazioni di don Saverio Finotti
di Andrea Musacci
La morte e la sua attesa come luogo di memoria e orizzonte eterno di salvezza. La morte dell’umile, del misero come estrema e sublime immagine del dono totale.
È un dialogo tra arte e parola quello contenuto nel volume appena edito “Di ciò che ci hai donato. Via Crucis per l’uomo comune” (Graphe.it, 2021, 88 p., ill.), che raccoglie le riflessioni di don Saverio Finotti, sacerdote della nostra Diocesi in servizio a Roma, e le illustrazioni di Franco Morelli, figura unica di artista, scomparso nel 2004.
Un volume ulteriormente arricchito dalla prefazione di mons. Vincenzo Paglia e da un testo di Gianni Cerioli, indimenticato critico d’arte scomparso lo scorso 22 maggio a 77 anni. Cerioli che nel 2014 presso la Sala espositiva del Liceo “Dosso Dossi” di Ferrara aveva curato la mostra con i disegni della Via Crucis di Morelli e nello stesso luogo nel 2017 la retrospettiva “Franco Morelli e il libro della Genesi”, con opere realizzate nel 1987, 1989 e 1993. E proprio Cerioli nel testo del volume appena uscito rifletteva: l’arte di chi, come Morelli, è scomparso e «l’azione della morte all’interno dell’arte delle immagini» ridonano alle cose del quotidiano «quel mistero che era stato smarrito». Il consueto e il divino quindi si annodano tra loro, richiamandosi a vicenda nei disegni e nelle meditazioni di Morelli e Finotti.
Protagonista – possiamo dire – della Via Crucis e della storia della salvezza «è l’uomo comune che, coinvolto nel suo dolore, vive veramente la passione del Signore; dinnanzi a questo comune dramma non è la fede che rivendica autorevolezza, ma la comunione umana», scrive il sacerdote.
Nelle stesse illustrazioni di Morelli, quindi, Gesù è il povero e l’anziano, è l’operaio e il viandante, il malato e il derelitto. È la figura dalle braccia forti e dallo sguardo ora fiero ora chino. È colui il cui corpo – disegno dopo disegno, man mano che si avvicina il Golgota, un’amena stanza d’ospedale -, si piega sempre di più, il cui passo si fa incerto fino all’ultima, estrema elevazione nella croce (in Morelli è distensione nel letto dell’agonia, il corpo avvolto da un impalpabile sudario come il “Cristo velato” di Sanmartino).
È una figura di operaio, forse edile, sospeso fra dignità del lavoro e solitaria miseria. Una figura che forse omaggiava quella del padre, morto proprio mentre lavorava. Ma non si pensi a un’opera riduzionista: il Cristo di Morelli e le parole di Finotti sono tratto e nota della condizione umana, concreta e quotidiana ma mai epidermica, non contingente ma essenziale: «La caduta, ogni caduta – scrive Finotti in una delle meditazioni -, è uno dei momenti in cui l’uomo è più indifeso ed esposto (…); ma forse, proprio per questo, la terra è uno dei luoghi e momenti in cui si è autenticamente solo uomini». L’uomo caduto, nella sua «totale impotenza», è l’uomo piegato non, come in Rodin, dalla gravità del pensiero ma dal peccato che pare vittorioso, che oblia persino il bene compiuto, che Dio, solo Dio può contare e salvare a pieno.
Ma quanto importante sarebbe, nell’ordinario delle nostre vite, non dimenticare ciò che Dio non dimentica? Così vi medita Finotti: il bene «riflette la speranza, quale attesa di consolazione, e la fede, come unica soluzione di senso». Non dimenticare il bene, non perdersi lungo la “via crucis” che porta alla salvezza, significa, dunque, non perdere per strada la speranza, non far svanire la fede, non ignorare la pietà negli occhi dell’altro, né il suo dolore. Significa non dimenticare il cammino – non scritto – del nostro cercare. Non dimenticare di donarsi.
Vita e aneddoti su Franco Morelli
Franco Morelli, nato a Ferrara nel 1925, frequenta per un solo anno l’Istituto d’arte Dosso Dossi. Ragioni di forza maggiore (la morte del padre prima e del nonno poi) lasciano lui e il fratello minore senza aiuti finanziari e i due ragazzi debbono trovarsi un lavoro per mantenersi. Nel 1945, nei mesi successivi alla Liberazione, dà vita a Ferrara a un Circolo Artisti Dilettanti che poi l’anno successivo apre una sezione anche a Cento. Solo nel 1951 presenta la sua prima personale di pittura. Negli anni ‘50 si mette in contrasto con il sistema delle arti dominanti a Ferrara e alla fine del decennio decide di non esporre più, relegandosi in un isolamento volontario. Nel suo studio continua con fervore a dedicarsi alla pittura e soprattutto all’illustrazione, creando oli, tempere e tavole disegnate con la penna biro, rimaste nascoste fino alla morte avvenuta nel 2004. Dopo la sua scomparsa, infatti, la vedova Anna Luisa Bianchi (deceduta il 23 marzo 2020) trova le sue opere in un armadio a muro: su sollecitazione di don Franco Patruno, e poi di Cerioli, la sua opera comincia a essere conosciuta, e l’intera collezione viene donata alla Galleria d’Arte Moderna Bonzagni di Cento. Solo i pezzi della serie sulla “Divina Commedia”, su cui l’artista lavorò per un trentennio, sono 1.048, su un totale di più di 2mila. Come ci raccontò Marina Accardi, amica di famiglia, nonostante il morbo di Parkinson che lo afflisse negli ultimi anni, Morelli continuò a disegnare: l’ultima sua opera rappresenta una mano di Cristo col chiodo della crocifissione. «La voleva stracciare, perché la considerava imperfetta a causa della malattia, ma riuscii a conservarla».
«Migliaia e migliaia sono le creature mie alle quali ho dato segno e forma – scrisse Franco Morelli – e che mi sorreggono nei tanti momenti di tristezza e che, solo a volte, riescono perfino a farmi capire che non sono nato solo per morire, ma che ho avuto vita per dedicarmi esclusivamente a loro».
La Divina Commedia di Franco Morelli: ecco tre inediti
Tre disegni a bic nera su carta datati 1992 raffiguranti altrettanti momenti della Divina Commedia, sono il regalo che circa 10 anni fa la vedova di Morelli, Anna Luisa Bianchi, fece a Gianfranco Tumiati e al figlio Giorgio. Quest’ultimo ha ereditato la guida della filiale Fideuram in viale Cavour a Ferrara dopo la morte del padre lo scorso dicembre. I tre disegni sono su una delle pareti dell’ufficio di Tumiati: «la signora Bianchi ce li donò chiedendoci che venissero esposti. Così abbiamo sempre fatto».
Fanno parte delle opere che l’artista non voleva venissero catalogate, ritrovate solo dopo la sua morte.

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 5 febbraio 2021





“Dato che non voglio sentirmi triste… a volte rido, senza motivo”. “Allora ridi!”. Da queste battute di un dialogo tra Cloe e Christopher nell’episodio “Il filo pericoloso delle cose” (parte del film collettivo “Eros”), prende spunto il titolo dell’esposizione di Elisa Leonini e Sara Dell’Onze “…E allora ridi”, inaugurata sabato 20 giugno nella Green Lobby di Factory Grisù a Ferrara. Quella in via Poledrelli è in assoluto una delle prime in città dopo la fine del lockdown. Un “primato” quasi dovuto dato che avrebbe dovuto inaugurare il 29 febbraio scorso, se il timore – fondato – dell’imminente chiusura degli spazi pubblici non avesse convinto artiste e organizzatori a rimandare. Si tratta di un’installazione site specific realizzata a quattro mani, in parte già presentata nell’autunno del 2012 al Torrione, sede del Jazz Club, per il centenario della nascita del regista ferrarese. Allora il progetto espositivo si intitolava “A volte rido lo spazio di una notte”, mentre la mostra di Grisù, che vede l’aggiunta di alcune opere inedite, sembra appunto una risposta al titolo precedente. E così, in parte, è. Infatti, le opere esposte – sia su carta sia stampe su legno o su tessuto, oltre a un video – riprendono fotogrammi e brani delle sceneggiature di quattro pellicole del Maestro: “La notte”, “Deserto Rosso”, “Il grido” e “Il filo pericoloso delle cose”. Se la tristezza nelle opere di Michelangelo Antonioni assume spesso la forma di una malinconia dolce, di uno struggimento sordo, di un passato che riecheggia nelle parole e sui volti dei personaggi, allora è volutamente coraggioso ed enigmatico il tentativo delle due artiste di riflettere sul tema dell’incomunicabilità – così caro ad Antonioni –, scomponendo e ricomponendo brani dei dialoghi, frammenti visivi, proponendo nuovi significati e invitando il visitatore a fare altrettanto. “È una mostra importante – ci spiega Leonini -, anche per dare un segnale di ripartenza alla città, a Grisù e all’arte stessa, così penalizzata da questa emergenza ”. La scelta della Factory Grisù, tra l’altro, dipende anche dal fatto che, fra le varie attività, ospita la Scuola d’Arte Cinematografica “Florestano Vancini”. “Per questo – prosegue Leonini – volevamo dare un valore aggiunto agli allievi della Scuola, proponendo loro una visione ampliata, e differente, sul mondo del cinema”. La mostra dovrebbe rimanere a Grisù fino alla fine dell’anno o perlomeno fino a settembre – ottobre, per organizzare eventuali visite guidate per le scuole.
Gli organizzatori del festival “Cardini Atelier Aperti”, inizialmente previsto il 21 e 22 marzo, poi spostato al 23 e 24 maggio, hanno deciso di rinviarlo al 2021. Sì, perché il festival in questione (promosso e co-organizzato da CNA Ferrara in collaborazione con un team di professionisti esperti di arte contemporanea) è alquanto particolare, presupponendo un peregrinare tra le vie della città, da uno studio di artista all’altro, da un laboratorio all’altro, per scoprire in un fine settimana “i luoghi più intimi della creazione artistica”. Le date di fine maggio, però, in un certo sono rimaste, solo l’appuntamento è andato online, con due Webinar sulla pagina Facebook del festival (“Cardini Atelier Aperti a Ferrara”). “Non si è trattato della versione di Cardini online – ci spiegano gli organizzatori -, ma di un piccolo gesto per confermare il nostro impegno in quella data, il nostro modo di esserci ora, in un momento in cui non è possibile realizzare il festival come immaginato assicurando le corrette condizioni sanitarie per la salvaguardia di tutti. Abbiamo dunque optato per un paio di ‘incontri virtuali’, ‘chiaccherate’ con alcuni artisti e artigiani che avrebbero partecipato alla seconda edizione di Cardini, per mantenere l’impegno con il pubblico del festival nelle date concordate”. Perché non ‘spostare’ il festival dopo l’estate?”, chiediamo. “Cardini è un festival che anzitutto si basa sulle persone”, ci rispondono gli organizzatori. “La particolare incertezza ad oggi sulla ripresa e sulle modalità con cui si svolgeranno le attività scolastiche dell’anno 2020-2021, rende difficile programmare lo slittamento dell’evento nella sua forma originale entro il 2020”. L’ambito scolastico è, infatti, l’altro pilastro del progetto, che rimane dunque vincolato alla ripresa delle scuole: “gli studenti del Liceo Artistico Dosso Dossi (una classe quarta e una classe quinta, quest’anno 4A-5A), con un percorso formativo dedicato, hanno avuto modo di conoscere artisti e artigiani partecipanti al festival, di studiare la loro poetica e i loro atelier/laboratori, per poterli presentare al pubblico e per poterli aiutare durante il weekend di Cardini. Non escludiamo però la possibilità di iniziative ‘altre’ targate Cardini dopo l’estate”.
La notte tra il 22 e 23 maggio scorsi è deceduto a 77 anni l’ex preside della De Pisis, critico e curatore d’arte instancabile. Lo scorso autunno la collaborazione con la nostra Arcidiocesi per la III edizione della Biennale “don Patruno” per giovani artisti
La mostra, inaugurata il 10 ottobre ed esposta fino al 25 dello stesso mese, è stata sostenuta dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Cento, in collaborazione con il Comune di Cento e con il patrocinio della nostra Arcidiocesi. Mostra che poi, da metà dicembre a metà gennaio scorso, è stata ospitata al Magi 900. Ricordiamo alcune delle parole che Cerioli pronunciò durante il vernissage della mostra: “sono contento di essere riuscito a far tornare don Franco qui a Casa Cini. Questa Biennale è stata pensata da anni per essere ospitata in questo luogo, che sta tornando sempre più ad accogliere attività culturali e artistiche”. Grande è stata la passione che aveva messo anche in questo progetto: il suo pensiero era costantemente rivolto ai giovani artisti, nella volontà di farli emergere. E sempre vivo era il suo ricordo dell’amico e collega don Patruno. Forte era il suo desiderio di portare, anche quest’anno, la Biennale a Casa Cini e di organizzare insieme altre proposte in questo luogo da lui amato. Non ne ha avuto il tempo.
Sul sito del celebre writer inglese, la mostra di riproduzioni di sue opere annunciata da Sgarbi per fine maggio a Palazzo dei Diamanti, compare tra quelle dichiarate “fake”, “false” dall’artista
