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Dentro la natura, oltre la realtà: Lucia Boni a Porto Viro con “Custode di dune”

12 Giu

La visionarietà come «capacità di vedere dentro le cose tangibili», mettendosi in ascolto della realtà, della natura. 

È, questa, una delle riflessioni che Lucia Boni, scrittrice e poetessa ferrarese, fa emergere dal suo libro “Custode di dune” (Campanotto editore, 2018), un dialogo in prosa a due voci.

Libro presentato la sera del 9 giugno scorso nel suggestivo Parco “Le Dune” di Porto Viro (RO). Un posto scelto non a caso: le dune fossili di Porto Viro, infatti, costituiscono qualcosa di unico nello studio dell’evoluzione della linea di costa, in quanto vi si trovano quattro cordoni litoranei fossili che testimoniano altrettante posizioni della spiaggia, spostatasi verso est in circa 2mila anni. Un luogo fatto, quindi, di memoria sedimentata, di cura necessaria, di mistero. «La realtà allude sempre ad altro», ha riflettuto Boni, e in questo essenziale è «l’uso della parola, andando oltre il senso razionale» e lasciando spazio «all’aspetto meditativo che permette di guardare meglio dentro sé stessi». Così, la voce femminile nel libro, desiderosa di silenzio e oblio, incontra Esblanco, che rappresenta quella «natura nella quale potersi perdere», la sua memoria e il suo custode. Un invito a ognuno di noi, dunque, alla cura della natura, ma un invito lontano da ogni tentazione di ecologismo.Anche nella natura, quindi, per Boni, «c’è un sentimento, una sorta di “intelligenza”, e dunque un dialogo» fra i suoi elementi.

Durante la serata, l’autrice ha dialogato con Gianpaolo Gasparetto, il quale ha letto alcuni brani del libro assieme a Lara Mantovani. Gli interventi musicali sono stati di Marco Baruffaldi (nome d’arte, Asia) e hanno portato i saluti Alessia Tessarin (Assessora alla Cultura) e Dismo Milani (Presidente Parco “Le Dune”).

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 16 giugno 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

Utero in affitto: se il mercato vende anche i bambini (e le relazioni)

1 Apr

In Italia si è riaperto iil dibattito sulla cosiddetta “maternità surrogata”. Chi la sostiene, non rispetta la dignità della donna e del bambino e la bellezza indisponibile della relazione materna. Alcune riflessioni su corpi e contratti

di Andrea Musacci

Nelle ultime settimane, il dibattito sull’utero in affitto si è riacceso dopo che la Commissione Politiche europee del Senato italiano ha respinto il certificato europeo di filiazione che prevede che la genitorialità stabilita in uno Stato membro UE venga riconosciuta in ogni altro Stato membro, senza alcuna procedura speciale (come l’adozione “in casi particolari”), che si tratti di figli di coppie eterosessuali, omogenitoriali, figli adottati o avuti con la maternità surrogata.

In tanti hanno denunciato (totalmente a sproposito) come questa scelta comporterebbe la negazione dei diritti del bambino. Ma chi, prima di questa surreale tesi, aveva il coraggio di sostenere che sia naturale che un bambino/a nasca senza la propria madre? Nessuno. La realtà, però, viene ancora una volta stravolta.

La realtà è che l’utero in affitto è un accordo commerciale fra due o più parti, in virtù del quale una donna si impegna, dietro compenso (in rari casi, a titolo gratuito), a farsi fecondare o a farsi impiantare un ovulo fecondato al fine di portare a termine una gravidanza per conto di uno o più committenti, e a consegnar loro il bambino dato alla luce rinunciando a ogni diritto su di esso. Commercio, committenti, rinuncia a ogni diritto. Bisogna partire da qui, da questi dati di realtà. E dal fatto che «gli aspiranti genitori lo realizzano [il figlio] facendo propria una creatura che viene al mondo per soddisfare» il loro desiderio di essere genitori, «unicamente. Soddisfarlo è la sua ragione di essere». Parole di Luisa Muraro, filosofa femminista (1).

LA DONNA TORNA A ESSERE OGGETTO

La liberazione sognata per secoli dalle donne, dove sarebbe in tutto ciò? La donna diventa mezzo di produzione, negando a sé stessa non solo il generare vita nell’amore, ma anche nel piacere, nel desiderio. «La riproduzione diventa produzione di cui siamo a un tempo mezzi e destinatari», scrive un’altra femminista, Marina Terragni (2): ci si vende (i propri gameti: ovociti e spermatozoi, pratica vietata in Italia) e si compra l’utero di un’altra (pratica altrettanto vietata). 

Il vero antiliberismo e il vero ecologismo oggi non possono non essere anche a tutela della naturalità della riproduzione umana, contro la mercificazione dei corpi (soprattutto delle donne), della parte più intima del corpo. E invece i maître à penser progressisti sono in buona parte schierati col mercato. Dall’altronde, è tipico del neoliberismo spacciare il commercio per libertà, per autorealizzazione. Siamo arrivati all’«autosfruttamento del proprio capitale umano, corporeo e sessuale» (3), scrive Ida Dominijanni, anch’essa filosofa femminista: il neoliberismo tecnicista ci ha chiesto di venderci integralmente, e noi lo stiamo facendo.

RELAZIONE IN VENDITA

Il mercato, quindi, non si ferma nemmeno davanti alla relazione tra la madre e la sua creatura, separandoli, strappando il neonato dal ventre subito dopo il parto. Ha qualcosa di sulfureo tutto ciò: strappare violentemente il legame più naturale, più sacro che esista, arrivando così all’origine della vita, interrompendo una relazione – quella tra creatura e madre – iniziata 9 mesi prima. I committenti non comprano solo un bambino, non affittano solo il corpo di una donna: in un certo senso, comprano anche la loro relazione. 

Ancora Terragni: «È paradossale che alla donatrice di utero si richiedano capacità empatiche straordinarie, al punto di saper provare compassione per perfetti sconosciuti infertili che spesso abitano dall’altra parte del pianeta e che le chiedono aiuto. Ma dal momento in cui l’embrione è impiantato le viene richiesto l’esatto contrario, cioè che rinunci a ogni empatia nei confronti della creatura che ospita». Un contratto commerciale diventa più sacro del legame tra madre e figlia/o.

IL CONTRATTO DI AFFITTO: CONTROLLO PIENO, SULLA VITA E SULLA MORTE

Ma cosa dice questo contratto? Riportiamo solo alcuni passaggi: i committenti possono controllare quasi ogni dettaglio della vita privata della “surrogante” fino al momento della nascita: la dieta, l’esercizio fisico, lo stile di vita, i viaggi. C’è chi pretende che la donna segua una dieta vegana o macrobiologica, chi le vieta di tingersi i capelli. E soprattutto, di non creare alcuna relazione genitore-figlio con il bambino. I compratori hanno anche diritto a tutte le notizie mediche sulla donna, sia sulla sua salute fisica, sia sulle sue eventuali sedute da uno psicologo. I contratti prevedono anche l’accesso diretto dei committenti a tutte le sue cartelle cliniche. E ancora: la “surrogante” non può avere nei 9 mesi nessun rapporto sessuale completo (per questo, spesso vengono scelte donne lesbiche). I compratori si riservano il diritto di far terminare la gravidanza entro 18 settimane. Diritto che possono esercitare a richiesta, in modo assoluto e senza dover addurre alcuna spiegazione o giustificazione. Infine, se alla “surrogante” dovesse capitare una fatalità, e morire, è inutile che abbia fatto testamento biologico: i compratori saranno gli unici ad avere voce in capitolo per tenere in vita la donna, eventualmente legata a una macchina salva-vita, qualora la gravidanza fosse nel secondo o terzo trimestre, per tutto il tempo necessario a raggiungere la vitalità del feto. Il marito della “surrogante”, o un suo parente prossimo, avranno voce in capitolo per il distacco dei macchinari o altri interventi sulla paziente solo dopo la nascita del bambino.

MADRE E CREATURA, UN LEGAME PROFONDO

Nel caso, invece, la gravidanza venga portata a termine senza ostacoli, la donna deve semplicemente sparire. Il suo compito è finito. Si prenda i soldi (sempre pochi, fossero anche 1milione di euro) e scompaia. E stia zitta: ora non è nemmeno più utile, ora deve tornare nel suo nulla, non rivendicare nulla sulla creatura che ha accudito e nutrito per 9 mesi. Come se nella gravidanza non avesse avuto nessuna relazione profonda: chimica, psichica, emotiva. È la scienza ad aver dimostrato questa relazione: a livello fisiologico, della comunicazione comportamentale e di quella empatica. Tra madre e creatura, nel grembo si instaura un legame profondo (“bonding prenatale”). «La relazione tra la madre e il feto – scrive Silvia Bonino, psicologa dello sviluppo (4) – garantisce lo sviluppo neurofisiologico e i primi apprendimenti, con conseguenze che non si limitano alla gestazione e non finiscono con il parto, ma possono durare per tutta la vita». 

MEZZO IN VISTA DI UN FINE

È la reificazione assoluta: la donna serve a qualcosa, è strumentale a soddisfare un desiderio altrui. È portatrice dell’oggetto del desiderio altrui (perlopiù maschile). È – con buona pace di Kant – mezzo in vista di un fine altrui. Perché se il fine (il mio desiderio di possesso di un figlio) è tutto, ogni mezzo è lecito. Il mio desiderio – criterio assoluto – giustifica anche il mezzo estremo: usare l’intimità di una donna.

Con l’utero in affitto, la donna che tanto ha lottato per affermarsi come soggettività libera e autodeterminata, ritorna ad antiche – e al tempo stesso nuove – catene: ancora vittima del maschile, di uomini che possono comprarla, dominarla, fare del suo corpo ciò che vogliono, carne per i propri desideri egoistici, mera fonte di (ri)produzione. I compratori sono anche persone che renderanno per il bambino angosciante domandarsi “chi sono io?”. Che significa anche “chi è mio padre?”, “chi è mia madre?”, e così a ritroso lungo le generazioni. Sono figli senza storia. Figli del dio mercato. Sta a noi salvarli dall’inferno che è stato progettato per loro.

1 L. Muraro, L’anima del corpo. Contro l’utero in affitto, La Scuola ed., 2016.

2 M. Terragni, Temporary Mother.  Utero in affitto e mercato dei figli, VandA ed., 2016.

3 https://idadominijanni.com/2014/05/15/il-corpo-e-mio-e-non-e-mio/

4 https://psicologiacontemporanea.it/blog/lintima-relazione-tra-feto-e-gestante/

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 31 marzo 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

Guerra contro l’Ucraina, mai tollerare le aggressioni

28 Feb
Un momento della manifestazione della comunità ucraina di Ferrara il 26 febbraio 2023

di Andrea Musacci

Sempre meglio partire dai fatti e dai numeri. Il 24 febbraio 2022 l’esercito russo invade la parte orientale dell’Ucraina e inizia a bombardare varie città del Paese, compresa la capitale Kiev. A un anno di distanza, l’Alto commissariato per i diritti umani dell’Onu ha conteggiato 8.006 civili morti e 13.287 feriti, di cui 487 bambini e 954 feriti. Ma i numeri sono sicuramente più alti. E a questi bisogna aggiungere i tanti soldati russi uccisi e feriti (200mila, si stima). Otto milioni sono invece gli ucraini che nel 2022 hanno lasciato il proprio Paese. E poi ci sono gli orrori di Bucha, Irpin, Mariupol, solo per citarne alcuni, le migliaia di manifestanti russi pacifici arrestati in Russia  e l’oltre mezzo milione di russi scappati dal proprio Paese: professionisti, ebrei (che temono torni l’antisemitismo), disertori. L’Ucraina è un Paese devastato, stuprato da un arrogante e feroce imperialismo, quello russo. 

«Un crimine contro l’umanità, un atto terroristico continuato» chiama la guerra contro l’Ucraina Vittorio Emanuele Parsi su “Il Foglio” del 24 febbraio scorso. Sì, perché uno è l’invasore (la Russia) e uno è l’invaso (l’Ucraina). Una sola è la terra martoriata, la casa da difendere, che ogni padre di famiglia difenderebbe. Da quando Putin è al potere, invece, il suo Paese non ha subìto nessuna invasione, nessuna guerra. Nessun bombardamento ha colpito il suo popolo. E così è anche ora: la Federazione russa non è minacciata né invasa né bombardata dall’Ucraina o da uno dei suoi alleati. Esiste un solo territorio invaso e bombardato da oltre 12 mesi: quello dell’Ucraina, paese libero e democratico, il cui popolo muore, soffre traumi indicibili, le cui donne e cui bambini per non essere ammazzati o stuprati sono costretti da mesi a fuggire raminghi per l’Europa, a portare nelle nostre città, come Ferrara, i loro occhi pieni di orrore, di angoscia per i mariti, per i padri lontani, per le loro anziani madri che non hanno nemmeno la forza nelle gambe, o nel cuore, per scappare dalla casa dove vivono da decenni. 

Questa è la sorte del popolo ucraino da quel 24 febbraio 2022. Una sorte non dettata dal caso, ma dalla violenza imperialista di Putin e del suo Governo, unici responsabili di ogni massacro, di ogni violenza, di ogni goccia di sangue, su una terra che cercava di vivere libera e in pace. Che non voleva e non vuole la guerra. Olga Onuch, storica e politologa ucraina, su “Il Foglio” dello scorso 23 febbraio ha scritto: «Il pacifismo è la posizione di chi esecra la guerra e le aggressioni militari. Non quello di chi le tollera o persino le premia, lasciando che gli aggressori ottengano quello che vogliono: non solo non sarebbe giusto, ma creerebbe il terreno per nuove e peggiori aggressioni. Una cosa intollerabile per un pacifista». Il finto pacifismo è anche un finto antimperialismo: in realtà è mero antiamericanismo, perché degli imperialismi d’altro tipo – russo, cinese o turco, ad esempio – non si interessa o anzi nega che siano tali.

Dall’altra parte ci sono quei popoli, come quello ucraino oggi, che ripudiano la guerra, che nei secoli sono riusciti a difendere i propri confini, la propria comunità, la propria libertà, senza avere il mito della guerra. Basti pensare a quei tanti partigiani antifascisti, anche cattolici, o agli eroi del Risorgimento. «L’eroica reazione» del popolo ucraino all’invasore russo «mi ha ricordato la nascita dello Stato italiano», ha detto lo scorso 21 febbraio Giorgia Meloni in visita a Kiev, da Zelensky: «è un po’ simile a quello che accade a voi oggi: che qualcuno riteneva che sarebbe stato facile piegare l’Ucraina, perché l’Ucraina non era una Nazione, ma con la capacità che avete avuto di battervi, di resistere», come l’Italia nel Risorgimento, «voi avete dimostrato di essere una straordinaria Nazione».

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 3 marzo 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

Il pessimismo si combatte amando: storia di una famiglia fuggita dall’Ucraina

19 Mag
Leopoli

Zhanna vive a Ferrara. Parte della sua famiglia l’ha raggiunta, lasciando la propria terra

«Il 24 febbraio mi arriva un messaggio di mia madre sul cellulare: “è cominciata la guerra”. Nient’altro. Quella frase ha diviso la mia vita in due, un prima e un dopo. In questo dopo, ogni secondo, ogni pensiero è totalmente diverso rispetto a prima, la mia anima è diversa. Quasi non riesco a pensare ad altro». Ha un carattere forte Zhanna – a Ferrara per tutti “Gianna” -, dice di essere per natura ottimista. Ma ora non lo è più. In Italia da 20 anni, prima in Calabria, poi a Roma, infine dal 2010 a Pontelagoscuro, vive col marito Serhiy e un figlio, Danilo, di 4 anni, mentre un altro, Dmytro, ha 30 anni, è sposato e neopapà e vive a Ferrara.

I suoi genitori fino a un mese fa vivevano vicino Leopoli, a Liubeshiv, a 15 km dal confine con la Bielorussia. Cinque ettari di terra e una vita semplice, tranquilla. Poi l’invasione russa. «Essendo vicini al confine – ci racconta Zhanna -, di continuo passavano aerei, e sapevano che ammassati al confine c’erano e ancora ci sono numerose truppe. Mio padre prima di venire qui non era mai uscito dalla città. Mia madre invece qualche volta era venuta in Italia a trovarmi. I primi giorni non riuscivo più a dormire né a mangiare. “Papà, salvatevi, scappate, venite qua…”, continuavo a ripetergli». Alla fine Zhanna li ha convinti. Il 12 marzo sono arrivati a Ferrara. Insieme a loro, la suocera, la cognata e il nipote di Zhanna. Ma il padre ha un solo pensiero: la sua terra. Intesa come patria e come appezzamento di terreno che rappresenta la sua vita, le sue radici, la sua casa. E molto di più.  «“Se nessuno produce il grano, come viviamo? Non solo noi, ma tutta l’Ucraina”. È questo il loro pensiero. L’aver subito una violenza non da poco. E con loro, l’intero Paese. «È una cosa simile a quella di un secolo fa: una carestia indotta dagli invasori. Senza grano, l’Ucraina non sopravviverà», dice Zhanna. «Gli ucraini sanno anche divertirsi, ma prima di tutto sanno lavorare». «Non vedo la fine della guerra, Putin vuole andrà avanti, ha in mente un altro piano, che per ora non sappiamo», prosegue. E riesce a ingannare molti dei suoi concittadini grazie al controllo dell’informazione. «La propaganda della tv russa racconta dell’Ucraina come di un paese povero», rimasto a decenni fa. «E le tante persone che si informano solo attraverso la tv, ci credono».  

La nuova vita della sua famiglia è fatta anche dell’aiuto delle nostre comunità. Una volta al mese si recano nella sede del “Mantello” per i beni essenziali, e una mano gliela dà anche la parrocchia di Pontelagoscuro. Ma Zhanna, nonostante il pessimismo, non riesce a trattenere l’energia che ha dentro di sé, trasformandola in servizio per i propri connazionali fuggiti a Ferrara. «Non credevo ai miei occhi quando vedevo la fila di persone davanti alla chiesa di via Cosmè Tura, pronte a donare. Lì ho capito che i ferraresi non erano freddi, ma solo riservati…». Al Centro “Il Parco” di Ferrara, Zhanna è volontaria: una volta alla settimana intrattiene i bimbi profughi con canti e giochi. E se da alcuni giorni, nello stesso luogo, tre mattine alla settimana c’è una scuola per bimbi in età da prima elementare, è merito suo. Ma non si ferma qui, Zhanna. In attesa dei campi estivi, il 29 maggio, con inizio alle ore 16, al “Parco” ci sarà un grande evento di beneficenza con canti, danze, recite, laboratori e giochi per i più piccoli: lei è tra gli organizzatori e le animatrici. Sempre in prima linea. Solo così riesce a tenere a bada quel pessimismo che non le appartiene.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 20 maggio 2022

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Artisti ferraresi a Norimberga: patto tra Carbone e “Der Kreis”

5 Lug

Il gemellaggio artistico nato nel 2009 ha portato a numerose collaborazioni. Il messaggio del ministro Franceschini: “scambio importante dopo lungo stop”

Pubblicato su “La Nuova Ferrara” il 4 luglio 2021

«Noi missionarie ai piedi del vulcano in eruzione»: testimonianze dal Congo

24 Mag

Luisa Flisi racconta a “La Voce” la notte di paura: «la lava si è fermata a 2 km da noi. Tante le scosse di terremoto»

Luisa Flisi e Antonina Lo Schiavo con la moglie del presidente Kabila

Due missionarie laiche, Luisa Flisi, 77 anni, originaria di Parma e Antonina Lo Schiavo, 83 anni, salernitana, vivono da oltre 30 anni in un’umile casa nel centro di Goma, capitale del Nord Kivu nell’est del Congo, a soli 20 km a sud dal vulcano Nyiragongo, uno dei più pericolosi del mondo, esploso la sera di sabato 22 maggio. «La lava – racconta Luisa a “La Voce” – si è fermata a soli 2 km da casa nostra». Distrutto il vicino villaggio di Bushara.Circa 7mila persone hanno raggiunto il Rwanda, mentre 17mila sono fuggite verso sud. In gran parte della città si è avuto un blackout elettrico. Nel 2002 un’eruzione simile ha ricoperto le piste e bloccato gli aerei dell’aeroporto di Goma, provocando 250 morti e lasciando altre 120mila persone senza un tetto. Un’altra eruzione avvenne nel 1977. Mentre siamo al telefono con Luisa, nel primo pomeriggio del giorno successivo, domenica 23, ci racconta in diretta di «diverse scosse di terremoto, alcune forti altre deboli», che proseguono quasi ininterrotte dalla mattina: «per le scosse tremano i deboli vetri della casa a un piano dove io e Antonina viviamo. Ci troviamo vicino alla vecchia Cattedrale (distrutta dall’eruzione nel 2002 e poi ricostruita, ndr), nel centro di Goma. Ieri notte abbiamo tentato anche noi di lasciare la città in macchina, ma siamo state bloccate. Volevamo raggiungere le Piccole Figlie del Sacro Cuore di Gesù, a sud della città. È anche vero – ricorda con amarezza – che ogni volta che io e Antonina lasciamo la nostra casa, qualcuno entra per rubare. Ad esempio, nel 2002 ci hanno saccheggiato tutto».

Le due donne sono aiutate, oltre che da una signora del luogo, da una sentinella diurna e da una notturna. «Solo una stradina divide la nostra casa dalla prigione. Ieri notte i detenuti hanno tentato di fuggire – prosegue Luisa -, abbiamo sentito ripetuti colpi sparati per dissuaderli, alcune pallottole sono arrivate sul nostro tetto di lamiera. Stamattina ho chiesto di poter entrare in carcere per il mio servizio di assistenza, ma mi è stato impedito». Dopo la laurea in Pedagogia e tre anni di insegnamento come maestra, Luisa Flisi nel 1972 ha lasciato Parma per operare all’interno dell’associazione “Fraternità missionaria” fondata a Goma dal padre saveriano Silvio Turazzi. Luisa si trova a Goma dal 1989, mentre Antonina dal 1986. Luisa svolge principalmente assistenza ai carcerati, e in passato è stata molto attiva con l’associazione GRAM nell’assistenza ai malati cronici (soprattutto di AIDS), anche bambini. Antonina guida, invece, una scuola di recupero per le ragazze che non hanno concluso il ciclo scolastico. In Italia non tornano da fine 2019 / inizio 2020. Luisa lo scorso febbraio ha partecipato alla cena con l’ambasciatore italiano Luca Attanasio – i due si conoscevano bene -, la sera prima che fosse ucciso insieme al carabiniere di scorta Vittorio Iacovacci e all’autista congolese Mustafa Milambo. A inizio marzo è stato ucciso anche il magistrato militare Mwilanya Asani William che indagava sull’agguato, avvenuto sulla stessa strada Rutshuru-Goma, a due passi da dove abitano Luisa e Antonina.

Un altro racconto da Goma

Il dottor Aimé Kazighi è uno specialista in ortopedia che lavora all’ospedale diocesano Charité Maternelle di Goma, dove l’Associazione “Amici di Kamituga” ha finanziato una decina d’anni fa la costruzione del reparto di neonatologia. Questa la sua testimonianza: «sabato sera sono rientrato tardi dall’ospedale e, nell’addormentarmi, ho sentito un fragore: era il Nyiragongo tornato in azione. Benché casa nostra si trovi nella Paroisse Saint Esprit, a 30 km, il bagliore rossastro illuminava la notte e la gente si è riversata in strada. La mattina dopo ci ha accolto un cielo plumbeo, con la cenere che si posava lentamente, mentre continuavno le scosse di terremoto. Siamo andati alla Messa di Pentecoste con un forte senso di angoscia. Nel pomeriggio abbiamo appreso che la colata di lava si era divisasi, dirigendosi verso sud, verso il lago, lambendo la città senza danni rilevanti. Abbiamo pensato che lo Spirito Santo fosse venuto in soccorso di Goma. La sera è cominciata una pioggia sporca e, poiché le scosse di terremoto continuavano, quasi nessuno è rimasto in casa. Il vulcano ha rallentato la sua azione. Le autorità sono poco presenti e mal organizzate e da una settimana vige lo stato di emergenza».

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 28 maggio 2021

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Stanchi e sospesi, la Pasqua ci liberi da ogni retorica

16 Mar

(Pubblicato anche su Agensir:
https://www.agensir.it/italia/2021/03/17/stanchi-e-sospesi-la-pasqua-ci-liberi-da-ogni-retorica/)

Un anno fa riflettevamo sulla sospensione causata dall’esplodere della pandemia. Un’interruzione vertiginosa di tempi, attività e incontri percorsa da una tensione perlopiù positiva, come se lo spiazzamento prodotto dall’evento inatteso, pur nel dramma, rafforzasse legami, rinsaldasse comunità.

Dodici mesi dopo, questa sospensione è diventata la cifra delle nostre vite. E nel divenire anima del nostro tempo, si è come svuotata di elettricità, lasciando un’irrequietezza sfiduciata e stanca.

Le varie ondate, oltre ad abbandonare questi detriti, hanno lacerato certi veli di ipocrisia, dimostrando come nemmeno una pandemia globale possa, in automatico, attuare una trasformazione antropologica, senza l’impegno dei singoli e delle collettività.

Sempre in bilico fra due estremi infantili – la rimozione della realtà e la paura paralizzante -, in un mondo che si voleva senza confini, ci siamo ritrovati confinati fra le nostre quattro mura, più spauriti e frustrati nelle frontiere invisibili che ci siamo abituati a disegnare mentalmente intorno a noi. E forse, in tanti casi, anche più schiavi del sospetto e della recriminazione (altro che unità!), intontiti nella ragnatela della Rete nostra unica evasione.

Ma chissà, forse lentamente i nostri corpi li abbiamo addestrati anche a lasciarsi abbandonare, al nascondimento, ci siamo educati a una rinnovata austerità di movimenti e parole. 

Di certo c’è il bisogno non di inutili – e spesso vanitosi – ascetismi ma di donne e uomini capaci di una visione nuova e profonda, possibile solo nel dialogo aperto, dove inquietudine e speranza possano reciprocamente vivificarsi. C’è la necessità di non trasformare la valorizzazione della competenza medica (quindi tecno-scientifica) in oblio del pensiero religioso, dello sguardo poetico sulla realtà, dell’autentico agire e pensare politico (fatto di comunità e concretezza, vicinanza e lungimiranza).

C’è l’urgenza di mettere in gioco la nostra creatività e la nostra umanità, senza puerili ottimismi o pessimismi di maniera. C’è, ancora una volta, un cammino che si fa camminando. Certo, guardando lontano, ma senza più retorica. 

Siamo, dunque, ancora sospesi dentro questa pandemia che con le sue ondate porta via vite e affetti. Ma ormai prossimi alla Pasqua, la speranza è che nel dramma ci si possa riavvicinare al Mistero del Cristo Risorto. È l’unica strada sgombra da facili soluzioni.

Andrea Musacci

Editoriale pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 19 marzo 2021

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Che carnevale! Martedì grasso al “Betlem”

22 Feb

di Andrea Musacci

In quella che verrà ricordata come l’epoca delle mascherine quale strumento per proteggere naso e bocca dal virus, il desiderio di ribaltarne la finalità, replicandola di pochi centimetri sul volto, non viene meno. È così che lo scorso 16 febbraio, Martedì grasso, chi ha potuto – conservando quella sana dose di goliardia -, ha esorcizzato paure e patemi festeggiando il carnevale.Una festa di questo tipo – inaspettata solo per chi non conosce l’ambiente – si è svolta anche nella Casa di riposo per anziani “Betlem”. Certo, una festa “anomala” rispetto agli anni passati, senza parenti e familiari, senza orchestra, e divisa in due momenti per altrettanti gruppi, uno mattutino nel Reparto infermeria al primo piano, l’altro pomeridiano nel Nucleo protetto al piano rialzato. Ma intatto è rimasto lo spirito festaiolo degli ospiti della struttura, ancor più smaniosi di concedersi qualche ora di spensieratezza visto anche, un anno fa, l’annullamento all’ultimo minuto per l’incombere imminente del lockdown nazionale.Come ci racconta l’educatrice Gloria Grandi, è dal 2004 che il Martedì grasso al Betlem è sinonimo di festa mascherata. Valzer e lisci romagnoli dallo stereo hanno inondato i saloni, dando a molti degli ospiti la tanto attesa scusa per perdersi in balli e canti, vestiti con abiti realizzati negli anni scorsi durante i laboratori interni, o altri – maschere comprese – acquistati grazie all’ADO o donati dai parenti. Il tutto – particolare per nulla secondario – condito (è il caso di dire) dal tipico immancabile fritto di Carnevale realizzato dalla cucina della struttura. Il rischio di “rovinare” i fantasiosi trucchi realizzati da alcuni degli stessi ospiti con l’aiuto della parrucchiera della struttura e degli addetti alla portineria non ha, dunque, fatto venir meno il sacrosanto desiderio di gustarsi crostoli, lupini e tagliatelle fritte.«È la festa più bella dell’anno», commenta Gloria Grandi. Una gioia, sempre più rara di questi tempi, resa possibile anche dagli esiti negativi dei tamponi rapidi effettuati dagli anziani ospiti il giorno precedente. E allora, su la mascherina, e pure la maschera…che la festa abbia inizio!

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 26 febbraio 2021

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Haim Issak Bassan, il primo universitario israeliano a Ferrara

23 Nov

Una vicenda inedita. Nato in Bulgaria, nel ’56 si iscrive a Farmacia all’Università di Ferrara, dove quattro anni dopo si laurea. Nel frattempo risolleva la decimata e anziana Comunità ebraica ferrarese, tanto da diventare un esempio virtuoso per le altre Comunità in Italia. È deceduto due mesi fa all’età di 98 anni a Tel Aviv, città dove ha vissuto negli ultimi 60 anni

[Qui potete trovare la seconda parte del mio servizio su Haim Bassan]

di Andrea Musacci

Lo scorso 7 settembre a Tel Aviv, all’età di 98 anni, è morto Haim Issak Bassan, detto Jacques.
Una notizia apparentemente di scarso interesse per il nostro territorio, ma che in realtà riguarda da vicino la storia di Ferrara. Nel 1956, infatti, il giovane Haim si trasferisce da Tel Aviv nella nostra città per studiare Farmacia all’Università. Riuscirà a laurearsi quattro anni dopo, nel 1960, e, nel frattempo, risolleverà la Comunità ebraica locale decimata dalla Shoah e dalle tante emigrazioni verso altre città o Paesi. Ma c’è dell’altro: Haim Issak Bassan è stato il primo studente israeliano iscritto all’Ateneo ferrarese.
Una storia affascinante sotto molti punti di vista, anche considerando il cognome, di cui “Bassani” è l’italianizzazione. Proprio in questi anni, per la precisione nel ’56, Giorgio Bassani pubblica da Einaudi le “Cinque storie ferraresi” e nel 1960 “Una notte del ’43”. Nello stesso anno Florestano Vancini comincia a lavorare alla versione cinematografica di “Una notte del ’43”.
Ma risaliamo alle vicende di Haim Bassan, per capire com’è arrivato a Ferrara.


Dalla Bulgaria a Ferrara (passando per Israele)
Haim nasce il 7 novembre 1921 a Plovdiv (nota anche come Filippopoli), seconda città per numero di abitanti in Bulgaria. Suo nonno era bulgaro, mentre la nonna turca di Istanbul, allora Impero Ottomano di cui faceva parte la stessa Bulgaria. Nel corso della vita acquisterà, per vicende ignote, anche il cognome Eskenazi.
Fino al ‘52 Haim vive nel suo Paese d’origine, dove si diploma al Ginnasio misto “Regina Giovanna” di Nova-Zagora (a circa 120 km da Plovdiv), con voto finale, ottenuto il 12 luglio 1941, di 5,08 su 6: qui studia bulgaro, francese, russo, psicologia, logica, etica, matematica, geometria descrittiva, storia, geografia, economia politica, fisica, chimica, storia naturale, disegno, canto, educazione fisica e stenografia. Dal ’48 al ’52 è iscritto alla Facoltà di Legge (dove studia anche il latino) dell’Università Statale “Kliment Okhridsky” di Sofia, nella quale otterrà la laurea. Nel fascicolo a lui dedicato conservato nell’Archivio Storico dell’Ateneo di Ferrara, che siamo riusciti a consultare, è presente anche il certificato rilasciato dall’Università di Sofia per la presentazione alle autorità universitarie in Israele. Dal 1952 al 1956 Haim vive quindi in Israele, forse a Tel Aviv, dove vi farà ritorno dopo il 1960, una volta laureatosi a Ferrara.


Una comunità da ricostruire
È Andrea Pesaro, Presidente della Comunità ebraica di Ferrara dal 2015 al 2019, ad aiutarci a inquadrare il periodo storico: «nel 1957 ho lasciato Ferrara per andare a Milano (città dove ancora vive, ndr), dove mi sono laureato al Politecnico». Gli anni ’50 sono stati anni «di ricostruzione» per la Comunità ebraica ferrarese, composta da 150 membri contro i 700 di prima della Seconda Guerra mondiale.
«Molte persone, soprattutto giovani – prosegue Pesaro -, lasciano Ferrara dopo il ‘45 perché poco sviluppata economicamente. Tanti, come me e le mie sorelle o le famiglie Tedeschi e Ravenna, si trasferiscono a Milano, Roma, nello Stato di Israele o negli USA. Di queste famiglie non è rimasto quasi più nessuno a Ferrara».
Ma dagli anni ’50 la Comunità ebraica ferrarese accoglie comunque «alcuni ebrei provenienti dal Nord Africa, soprattutto dalla Libia». Lo stesso Fortunato Arbib, attuale Presidente della Comunità, arrivò dalla Libia nel ’67, durante il decennio che segnerà la vera, seppur parziale, rinascita della Comunità, proprio in quegli anni, dal ’64 all’ ’85, guidata dal padre di Andrea, Marcello Pesaro (mentre il nonno Silvio Magrini la guidò dal 1930 fino alla sua cattura nel 1943).

Via Mazzini (anni ’50 del ‘900)

«Aiutaci tu, Haim!»
Dalla Comunità Ebraica di Ferrara ci comunicano che nei loro archivi non risulta nessuna documentazione su Haim in quanto non nato né deceduto a Ferrara. È Roberto Matatia, nipote di Haim residente a Faenza, a raccontarci il suo periodo ferrarese, grazie ad aneddoti che suo zio stesso gli raccontò di persona.
Haim abbandona Tel Aviv, lasciando temporaneamente la sua farmacia in gestione a un polacco, per venire a studiare in Italia, per la precisione a Modena. Ma arrivato nella città emiliana alcuni coetanei lo dissuadono a iscriversi perché considerata l’Università più impegnativa. «La via più facile resta Ferrara, piccola, prestigiosa, senza stranieri», gli dicono. «Giungo, così, pieno di speranze», racconta Haim al nipote; «e, dove va un ebreo quando arriva in un posto dove non conosce nessuno e ha bisogno di tutto e di tutti? In Comunità!».
Così descrive il suo arrivo a Ferrara: «Arrivato davanti alla Sinagoga, vidi un edificio cadente, così come cadenti erano gli ebrei di quella piccola Comunità: dei vecchi poco entusiasti, stanchi, componenti di un nucleo destinato ad estinguersi, anche perché i pochi giovani sopravvissuti in buona parte avevano lasciato Ferrara. Quando vengono a sapere che sono israeliano, mi accolgono come fossi un messia: mi viene dato, senza esitare, un bell’appartamento del Ghetto, grande, arredato, completo di qualsiasi agio, forzatamente lasciato libero da una famiglia deportata e mai tornata». Affittare quei tanti appartamenti rimasti vuoti a non ebrei, sono le parole degli anziani della comunità ricordate da Haim, «vorrebbe dire rassegnarsi in ogni senso all’inesorabile fine». Haim probabilmente, almeno per un primo periodo, vive in via Vignatagliata, 43, a due passi dall’ex scuola ebraica: nella domanda d’iscrizione che nel ’56 consegna all’Ateneo di Ferrara, infatti, in fondo scrive: “Haim Bassan presso M. Borsetti, via Vignatagliata, 43, Ferrara”. Nell’attestato di ritiro dei documenti di laurea, quindi nel ’60, però, Haim indica un altro domicilio, sempre nell’ex ghetto: via Vittoria, 39. Allo stesso indirizzo, dalla seconda metà dell’Ottocento agli anni ’70 del Novecento, vi era anche la sede dell’ospizio israelitico.
Nel ’56 gli ebrei ferraresi gli chiedono un favore enorme: di far rinascere quel che di ebraico è sopravvissuto in città. «Accetto con entusiasmo, cercando di riportare in vita le festività comandate, organizzando riunioni, corsi di ebraico, ripulendo il cimitero. La notizia della ritrovata vitalità degli ebrei ferraresi raggiunge velocemente anche le Comunità più lontane. I locali adiacenti alla Sinagoga ritrovano una nuova vitalità. Vengono organizzati incontri, feste da ballo e in maschera. Arrivano ragazzi ebrei da ogni parte d’Italia, e, molto presto, tutti vengono a conoscenza del fatto che a Ferrara vi era un israeliano che aveva fatto un miracolo. Finché un giorno – prosegue Haim – vengo convocato a Roma, dall’Ambasciatore dello Stato d’Israele in Italia. Erano venuti a conoscenza del mio lavoro e ne erano entusiasti: così, mi affidano un incarico retribuito per portare in giro per le Comunità Ebraiche italiane l’esperienza di Ferrara. Accettai al volo!».
Per la quasi totalità degli ebrei il legame con Israele è viscerale, non si dimentica. Così, i suoi risparmi Haim li investe in beni non deperibili – alimentari, apparecchiature elettriche, medicinali – da inviare a Tel Aviv, «inventandomi, così – ha raccontato -, un piccolo commercio che mi consente di studiare e di mantenere mia madre senza problemi». Un contributo importante per uno Stato come Israele nato pochi anni prima.


Una laurea da 110 sugli anticolesterolemici
Questo impegno per le comunità ebraiche della nostra Penisola non fa, però, perdere di vista ad Haim i suoi studi all’Istituto di Chimica Farmaceutica e Tossicologica allora diretto dal prof. G. B. Crippa, mentre ai tempi il Rettore di UniFe è Giuseppe Olivero (lo sarà dal 1956 al 1959, sostituito fino al ’65 da Gioan Battista Dell’Acqua). Haim si immatricola il 30 ottobre 1956, matricola n. 1617, e conclude gli studi con una media voti del 28,222 / 30.
Il 23 novembre 1960 discute la sua tesi, di oltre 70 pagine, dal titolo “Caratteri chimici e analitici di anticolesterolemici di sintesi”, relatrice la prof.ssa Gilda Cavicchi Sandri. Voto finale: 110.


La vita di Haim dopo Ferrara
Haim vivrà successivamente tutta la sua esistenza in Israele. Lo vedrà nascere, partecipando a tutte le sue guerre sino a quella del Kippur nel ‘73: «la vita di mio zio rappresenta la storia delle origini dello Stato di Israele», ci spiega il nipote Roberto Matatia. «Persona coltissima e profonda, parlava agevolmente 7 lingue. Circa 60 anni fa sposò Ruth, ora 88enne, elegante signora russa colta e discreta». I due hanno avuto insieme due figli, Amir e Sarit, anch’essi residenti a Tel Aviv.
Una storia straordinaria quella di Haim Bassan, degna di essere raccontata, che attraversa anni della storia ebraica ferrarese ancora poco indagati e che meriterebbero maggior risalto. È la storia di una vita che, nel pieno della sua formazione, vive la ricostruzione di una piccola e antichissima comunità, quella ebraica ferrarese, e la nascita di un piccolo Stato, quello di Israele, incarnando così la speranza di una risurrezione, dopo l’orrore della Shoah, tanto per gli ebrei di Israele quanto per quelli del nostro Paese.

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 27 novembre 2020

https://www.lavocediferrara.it/

Ferrara, salotto o luna park? Un anno d’amore con Fabbri&co.

29 Giu

Piazza Verdi presidiata prima dell’ “occupazione” (12 giugno 2020)

di Andrea Musacci

Un anno di Giunta Fabbri. Proprio 55 anni dopo l’uscita di “Un anno d’amore” dell’immortale Mina. Ed è stato un anno d’amore tra la nuova Giunta e la città “d’arte e cultura”? “Cosa vuol dire un anno d’amore”? Chiediamocelo.

Partiamo dalla fine. Anzi, dal centro. Dopo anni di incessante martellamento sulla criminalità in Zona GAD, eccola scomparire. No, non la zona GAD ma la criminalità. O meglio, non proprio la criminalità dalle strade, purtroppo, ma per ora solo dalle parole dei neoamministratori cittadini.

E quindi spazio al centro: dopo litigate con gruppi di universitari alticci nella famigerata zona Mayr / Verdi, e minacce di recinzione, si è arrivati, causa (o scusa) emergenza covid e necessità di distanziamento, alla chiusura di piazza Verdi. Chiusa, recintata, manco fossimo in zona GAD. Movida non sicura, “sicurissima”. E l’intera zona – pubblica! – chiusa il mercoledì, venerdì e sabato sera per evitare assembramenti e schiamazzi, con tanto di dispiegamento di decine tra steward privati (scelti dai cinque maggiori locali della via ma pagati dal Comune), vigili, carabinieri e finanzieri a controllo dei varchi. Per la cronaca, chi scrive è potuto transitare a piedi attraverso questa “zona rossa” alle 22.30 di venerdì 12 giugno, nonostante il mancato patto di sangue con uno dei 5 locali prescelti, solo per gentile concessione di uno steward di 4 metri quadri. Perché la zona, immaginata per ospitare 900 avventori (contati) ne ospitava forse 100. Ottimo risultato, insomma.

Ma l’ “industria del divertimento” ideata da “Mayr+Verdi” e dalla nuova Giunta non demorde e andrà avanti almeno tutto luglio. Almeno. Perché “anche quando l’emergenza pandemica sarà rientrata – ha spiegato il 2 giugno l’Assessore alla Sicurezza Nicola Lodi -, la nostra idea è quella di mantenere (ad libitum?, ndr) questo progetto di ‘Movida sicura’ ”. Altro che ruspa. Di solito si dice: si nasce incendiari, si muore pompieri. Qui, invece, si nasce “ruspanti” e si muore brindanti.

E dopo aver donato piazza Verdi ai 5 locali orbitanti la piazza stessa, – con buona pace dell’uso collettivo della città e della possibilità di ravvivarla con iniziative teatrali, proiezioni di film, letture pubbliche, presentazioni letterarie o eventi solidali -, ora anche il Giardino delle Duchesse è stato sacrificato ad altrettanti locali dei dintorni, che possono trattarlo come il proprio “giardino di casa”, ad uso esclusivo per i propri affari.

Questo è il salotto. Ma passare dal salotto al trastullo è un attimo. Se salotto dev’essere perché faticare per arrivarci. Misteri del nuovo corso (politico), soprattutto la mattina, in pieno centro, sono triplicati, tra il divano e il comò del salotto urbano, macchine e furgoni di ogni tipo, parcheggiate anche sui marciapiedi di un altro corso, non quello politico, ma Martiri della Libertà. E proprio da quel marciapiede lo scorso dicembre il busker Jiri è stato cacciato (nella città dei buskers), per un alterco col vicino banchetto del partito di maggioranza relativa in città. Disturbo alla quiete, dissero.

Quello che evidentemente non ha provocato il corteo danzante del 1° maggio (ma fatto il giorno 5) dal Vice Sindaco Lodi per le vie della città (nel salotto e non) per ridare vigore e speranza al popolo affranto, forse confondendo la Festa del Lavoro con la Festa del Raviolo. Pazienza se il Prefetto Campanaro non ha dato il nulla osta all’evento essendo un po’ tutti – sai com’è – ancora in lockdown. Comunque, tra un Albano e un Pappalardo, con un dispiegamento di polizia urbana che manco sotto i Grattacieli, grande è stata la festa, con finale “brindante” a S. Martino. E ruspa in garage. E anche qui amen per il fracasso subito da tanti concittadini chiusi “a casa loro”. Il luna park deve andare avanti.

Se si deve marciare, allora non può non esserci un trenino itinerante, il City Red Bus, annunziato in pompa magna lo scorso novembre e tornato a mordere l’asfalto del salotto cittadino dal 6 giugno scorso. Per la gioia di turisti assetati di cultura&libertà, con la possibilità – com’è scritto sul sito dell’azienda promotrice – di “un noleggio esclusivo per festa di laurea, compleanno, matrimonio o un evento speciale a bordo dei nostri mezzi”, con “itinerari personalizzati”, “possibilità di scegliere punti di partenza e arrivo” e “di decorare e personalizzare il mezzo con striscioni o teli, addobbi floreali, palloncini, musica a bordo”.

Se qualcuno non fosse ancora convinto sul progetto “Ferrara luna park”, ecco un bel “brand” come si deve per vendere qualsiasi cosa purchessia: “Ferrara feel the event”, per raccogliere “le iniziative di svago e i momenti culturali e artistici della città destinati ad attrarre e coinvolgere nuovi visitatori e turisti”, spiega l’Assessore preposto e gongolante. E dentro ci sta pure il festival giornalistico di Internazionale come la mostra di Banksy, quello street artist per antonomasia contro il “decoro ubano” ma che se lo imbalsamiamo e impacchettiamo dentro un museo, sai che giro di soldi per la città?

E il Castello poteva rimanere fuori dal parco giochi? Certo che no. E allora il prossimo 31 ottobre, per il secondo anno consecutivo, si ripeterà il “Monsterland Halloween Festival”, con dj glitterati, zombie e streghe a più non posso, perché, come recita la presentazione di “Ferrara feel the event”, “la città, oggi, chiede di essere guardata con occhi nuovi”. Più chiaro di così.

Ah, ultima cosa: dopo anni di lotte contro il potere ghibellino al grido “Basta con gli amici degli amici degli amici ecc. che controllano mezza Ferrara, cultura compresa!”, i neoguelfi si sono detti: “molti nemici, molto onore”… o meglio: “pochi amici, così stiamo anche più larghi”. Anzi, meglio uno, il presidente di Ferrara Arte, la cui Fondazione Cavallini Sgarbi a inizio anno ha stipulato una convenzione col Comune di Ferrara, che, “a fronte del prestito della collezione (Cavallini Sgarbi, ndr), corrisponderà alla Fondazione una royalty su ogni biglietto di ingresso al museo del Castello”: una percentuale sui ricavi pari al 20%.

Un atto d’amore che sigilla, lo possiamo dire, un anno d’amore. Ma tra chi?

(29 giugno 2020)